“le principali scuole di economia” prof. mattia lettieri

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“LE PRINCIPALI SCUOLE DI ECONOMIA”
PROF. MATTIA LETTIERI
Università Telematica Pegaso
Le principali scuole di economia
Indice
1
L’EVOLUZIONE DELLE IDEE-------------------------------------------------------------------------------------------- 3
2
L’ECONOMIA CLASSICA -------------------------------------------------------------------------------------------------- 6
2.1.
2.2.
2.3.
2.4.
ADAM SMITH ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- 6
THOMAS ROBERT MALTHUS------------------------------------------------------------------------------------------------- 7
RICARDO ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------ 8
MARX --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- 8
3
LA SCUOLA NEOCLASSICA --------------------------------------------------------------------------------------------- 10
4
LA RIVOLUZIONE KEYNESIANA-------------------------------------------------------------------------------------- 12
5
I NUOVI KEYNESIANI ----------------------------------------------------------------------------------------------------- 14
6
LE NUOVE FRONTIERE --------------------------------------------------------------------------------------------------- 15
Attenzione! Questo materiale didattico è per uso personale dello studente ed è coperto da copyright. Ne è severamente
vietata la riproduzione o il riutilizzo anche parziale, ai sensi e per gli effetti della legge sul diritto d’autore
(L. 22.04.1941/n. 633)
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Le principali scuole di economia
1 L’evoluzione delle idee
La scienza economica ha una propria origine e una propria evoluzione, così come avviene
per ogni altro tipo di scienza. Fattori storici, accadimenti politici, oltre che gli sviluppi di altre
discipline, quali la filosofia, sociologia e matematica, hanno caratterizzato l’evoluzione del pensiero
economico.
L’economia non è una scienza esatta, infatti, oggi, come nel passato non c’è una sola teoria
economica, ma esistono tante teorie economiche che spiegano lo stesso fenomeno in modo diverso,
giungendo, quindi, a diverse conclusioni.
La varietà di opinioni aiuta a vedere le cose da più punti di vista, può essere utile:
Aiuta a comprendere che i fatti sono talvolta un po’ più complessi di quanto crediamo, che
le soluzioni ai problemi economici raramente sono semplici e quasi mai sono esenti dal rischio di
produrre conseguenze indesiderate;
Permette di confrontare fra loro diverse prospettive teoriche, dando la possibilità a ciascuno
di formarsi un’opinione personale sugli accadimenti economici.
Inerente all’evoluzione dei fenomeni economici è opportuno distinguere la descrizione dei
fatti economici, così come si sono succeduti nel corso del tempo, dall’evoluzione delle idee, che ha
cercato di interpretare i fatti stessi.
La storia economica, l’evoluzione delle idee, ci racconta le origini della Grande Depressione
degli anni Trenta e le gravi conseguenze che essa produsse nella vita economica e sociale della gran
parte dei paesi occidentali.
La teoria economica Keynesiana ha invece cercato di spiegare il perché tutto ciò accade e
cosa bisognava fare per uscire dalla recessione economica.
Non è semplice risalire alle origini dell’economia. Molti considerano Aristotele il primo
economista, mentre tra i greci Platone e Senofonte.
Le origini dell’economia si fanno risalire al periodo che va dal declino del sistema feudale
fino alla prima rivoluzione industriale, con la corrente di pensiero mercantilismo, ai quali seguirono
i fisiocrati.
Con il mercantilismo non si trattava di una vera e propria teoria sul funzionamento generale
dei sistemi economici, ma piuttosto di una serie di consigli che uomini politi e uomini di affari
rivolgevano al sovrano.
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Gli aspetti comuni di questa corrente di pensiero erano: gli obiettivi che i governanti di un
paese devono perseguire; le cause che determinano la ricchezza e la potenza di un paese.
La potenza di una nazione e il benessere della popolazione sono obiettivi che coincidono e
che quindi possono essere raggiunti grazie all’intervento dello Stato nelle questioni economiche.
Invece, la ricchezza e la potenza di una nazione dipendono dall’afflusso di oro e di metalli
preziosi ottenuti mediante la vendita delle merci nazionali ad altri paesi. Quindi la situazione in cui
le esportazioni superavano le importazioni garantiva allo Stato nazionale maggiori ricchezze che
potevano essere utilizzate per acquistare all’estero materie prime e armi.
Di conseguenza, le importazioni erano da scoraggiare in quanto considerate una perdita di
ricchezza.
I fisiocrati, tra cui spicca il medico di corte durante il regno di Luigi XV, Francois Quesnay,
che scrisse la prima vera e propria opera sistemica di economia, il Tableau Economique. In tale
operasi tiene conto dei diversi settori di cui si compone un sistema economico e si cerca di studiare
le interdipendenze e i flussi di scambio che si creano tra settori produttivi e tra classi sociali.
Tale scuola di pensiero aveva la necessità di superare i resti delle strutture feudali e
introdurre schemi di organizzazione, soprattutto in campo agricolo, più efficienti.
I fisiocrati hanno affrontato: la ricerca delle cosiddette leggi naturali; la particolare
attenzione riservata all’agricoltura, considerata l’unico settore produttivo, in contrasto con i settori
economici definiti improduttivi; l’interdipendenza tra settori e classi sociali.
I fisiocrati erano alla ricerca delle leggi naturali, poiché sostenevano che esiste un ordine
economico naturale a cui l’umanità e la società devono conformarsi. Giustificando l’intervento
dello Stato solo in una fase iniziale in seguito neanche l’intervento dello Stato doveva turbare
quest’ordine naturale.
Inoltre sosteneva che solo l’agricoltura era in grado di produrre un sovrappiù poiché si
ottiene più di quanto si utilizza per produrre.
I fisiocratici hanno affrontato:

La ricerca delle cosiddette leggi naturali;

La particolare attenzione riservata all’agricoltura, considerata l’unico settore
produttivo, in contrasto con i settori economici definiti improduttivi;

L’interdipendenza tra settori e classi sociali.
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Questa scuola economica è anche la prima che si pone l’obiettivo di studiare
l’interdipendenza che esiste tra i settori e le classi sia nella fase di produzione sia nella fase di
distribuzione del prodotto, e il sovrappiù che proviene dal settore agricolo è in grado di soddisfare
tutte le classi.
Le differenze, quindi, tra mercantilisti e fisiocrati: i mercantilisti ritengono che la fonte di
ricchezza sia rappresentata dall’oro accumulati grazie agli scambi, mentre per i fisiocrati la
ricchezza è individuata nel prodotto netto fornito dall’agricoltura; i mercantilisti considerano
l’intervento dello Stato essenziale in quanto favorisce le esportazioni e disincentiva le importazioni,
mentre i fisiocrati lo considerano inopportuno poiché turba l’ordine naturale.
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2 L’economia classica
A partire dalla metà dell’ottocento lo studio dell’economia diventa sempre più importante.
Ciò che maggiormente determinò trasformazioni nelle relazioni economiche e sociali fu la
Rivoluzione Industriale che iniziò in Inghilterra a metà del Settecento per poi, diffondersi
successivamente in Francia, Germania e Stati Uniti.
Questo periodo è caratterizzato da profonde trasformazioni in campo produttivo, infatti,
sorgono le prime fabbriche e con esse nasce la figura dell’imprenditore. In tale periodo si ha
l’invenzione delle macchine a vapore e delle prime macchine in campo tessile, vengono utilizzate
nuove materie prime come il carbon fossile.
Tutte queste nuove trasformazioni, che generano ricchezza e profitti, determinano la
nascita di nuovi problemi non solo di natura economica ma anche sociale. Sorgevano, naturalmente,
nuove domande: se questa rapida crescita doveva essere o meno controllata dallo Stato; in quale
modo l’eccedenza doveva essere ripartita fra le classi sociali.
A queste domande cercarono di fornire le risposte Adam Smith, Thomas Robert Malthus,
David Ricardo.
2.1.
Adam Smith
Smith è considerato il padre dell’economia politica, oltre ad essere il fondatore della scuola
classica.
Tale economista crede in un ordine naturale che governa la società e consente che le
decisioni e gli interessi personali di ciascuno conducano ad un risultato globale che si riveli ottimale
per la società nel suo complesso. La società, secondo Smith, possiede un sistema di regolazione
spontanea per i quali i singoli individui , guidati da una mano invisibile, riescono tutti insieme a
realizzare un risultato socialmente ottimo.
Tale meccanismo invisibile che guida i comportamenti degli individui è il mercato. Per cui
se l’offerta dei produttori è più abbondante rispetto alla domanda dei consumatori, il prezzo di
mercato a cui verrà scambiata la merce sarà basso, e viceversa se la domanda dei consumatori sarà
superiore all’offerta.
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Il valore dei beni tende ad essere corrispondente al costo del lavoro impiegato per produrre i
beni stessi. In realtà Smith non arrivò a chiarire completamente in che cosa consistesse il valore
delle merci.
Anche per quanto riguarda il paradosso del valore, Smith non approfondì il problema.
L’economista accennò solo al fatto che la ragione per cui beni estremamente necessari, come ad es.
l’acqua, avessero un prezzo basso, mentre altri meno necessari, come ad es. i diamanti, avessero un
prezzo elevatissimo, andava ricercata nei differenti costi di produzione.
Smith vede l’origine della ricchezza di un paese nel lavoro produttivo sostenendo che il
sovrappiù non si forma soltanto in agricoltura ma in tutti i settori dell’economia grazie alla
trasformazione operata dal lavoro, inoltre l’aumento di ricchezza è possibile grazie alla divisione
del lavoro, che permette una maggiore specializzazione dei lavoratori. Quest’ultimo, viene poi
utilizzato per favorire il progresso tecnologico facendo aumentare ulteriormente la produzione,
innescando così un processo virtuoso che favorisce lo sviluppo delle economie.
2.2.
Thomas Robert Malthus
I mutamenti che produsse la Rivoluzione Industriale in Inghilterra incisero sulla società nel
suo complesso. Si ebbe un calo dell’attività agricola, mentre gli ambienti di lavoro erano malsani
con orari di lavoro stressanti.
Questo periodo è caratterizzato da una visione pessimistica sul futuro della società e sulle
possibilità di crescita dell’economia.
A tale prospettiva viene associato Malthus il quale studiò la relazione che lega la dinamica
della popolazione alla crescita economica. Infatti, sosteneva che il miglioramento delle condizioni
di vita dei lavoratori determina una crescita demografica incontrollata, rispetto alla quale le risorse
prodotte erano insufficienti.
Il punto centrale della sua analisi è che per quanto il progresso tecnico possa permettere
aumenti di produttività, la società non è in grado di garantire i mezzi di sussistenza necessari alle
popolazioni perché il tasso di crescita di queste due grandezze non è uguale.
- La popolazione tende a raddoppiare di numero ogni venticinque anni, seguendo una
progressione geometrica, 1, 2, 4, 8, 16…;
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- La produzione , in modo particolare quella dei generi alimentari, cresce ad un ritmo
inferiore, seguendo una progressione aritmetica, 1, 2, 3, 4, 5, … .
Un altro punto dell’analisi di Malthus è che l’accumulazione di profitti degli imprenditori
non produce profitti e potrebbe risultare controproducente.
2.3.
Ricardo
Ricardo presenta alcuni punti in comune sia con Smith che con Malthus.
Anche Ricardo sostiene di allargare i mercati e il liberalismo economico.
Completa la teoria del valore-lavoro, secondo la quale il diverso valore dei beni è la conseguenza
del diverso contenuto di lavoro che i beni stessi incorporano e che si è reso necessario per la loro
produzione.
Di Malthus condivide la teoria sulla crescita della popolazione e le ragioni della povertà
delle classi lavoratrici. Formulando una vera e propria teoria della produzione e della distribuzione
dell’aumento di ricchezza tra tre classi sociali: il salario ai lavoratori, la rendita ai proprietari
fondiari e i profitti ai capitalisti.
Il salario dei lavoratori tende a fissarsi nel lungo periodo al livello di sussistenza. I salari
superiori a questo livello determinano una crescita demografica rispetto alla quale il tasso di
incremento della produzione alimentare non sarebbe in grado di far fronte.
La rendita è quella parte di reddito, sovrappiù, che va ai possessori dei terreni.
I profitti ottenuti dai capitalisti rappresentano ciò che resta del sovrappiù al netto delle rendite.
2.4.
Marx
In Inghilterra dopo l’ottimismo nei confronti del progresso e di dei mercati, non mancarono
critiche.
Karl Marx condivise alcuni punti espressi da Ricardo riconoscendo i meriti dello sviluppo
industriale in termini di maggiore produttività e di progresso.
La prima accusa che Marx rivolse agli economisti classici è quella di non aver analizzato le
questioni economiche in una visione storica più ampia, nella quale il progresso economico va
analizzato in base ai cambiamenti che avvengono nelle idee, nella politica, nella cultura e nelle
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istituzioni. In tale ottica interpretò il capitalismo e il conflitto di classe tra capitalisti e proletari
come una fase transitoria dello sviluppo.
Marx ha infatti collocato lo studio delle questioni economiche in un contesto più ampio, ed
ha messo in luce il processo evolutivo che porta alla formazione delle grandi imprese capitalistiche.
Rielabora e approfondisce la teoria del valore-lavoro di Ricardo. Sostiene che il salario dei
lavoratori sia determinato dal costo di produzione del lavoro, ovvero da quanto è loro necessario per
nutrirsi, vestirsi ecc … Considerando però che il capitalista impiega i lavoratori per una intera
giornata e quindi per un numero di ore superiori a quelle corrispondenti al salario di sussistenza, si
determina un plusvalore di cui se ne appropria il capitalista. Questa sottrazione di plusvalore Marx
la considera sfruttamento.
Come risultato del progressivo impoverimento della classe lavoratrice e della
concentrazione della ricchezza in un numero sempre più piccolo di capitalisti, il sistema
capitalistico è destinato a crollare per lasciare spazio alla dittatura del proletariato, la quale
comporta la centralizzazione dei mezzi di produzione, ovvero la loro proprietà nelle mani dello
Stato, in una società in cui non vi sono classi e quindi neppure conflitti.
La teoria economica marxista ha avuto il merito di collocare lo studio delle questioni
economiche in una cornice più ampia, in cui trovano spazio anche i problemi e le tensioni sociali,
ed ha messo in luce il processo evolutivo che porta alla formazione delle grandi imprese
capitalistiche.
Non è, naturalmente priva di critiche, in particolare legate ad alcuni elementi di fragilità
della teoria del valore-lavoro e per il fatto di ignorare che lo sviluppo tecnologico possa apportare
dei benefici anche alla classe lavoratrice.
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3 La scuola neoclassica
Negli ultimi decenni del XIX secolo lo sviluppo industriale acquista maggiore rilevo,
nascono, infatti le grandi industrie, lo sviluppo dei sistemi di trasporto favorisce gli scambi
commerciali e si ha un miglioramento del tenore di vita delle popolazioni.
Anche il processo della teoria economica prosegue fino alla formulazione di una nuova
corrente, l’economia neoclassica.
I suoi autori ricorrono a strumenti matematici per l’analisi dei problemi economici, al fine di
attribuire maggiore precisione alle loro affermazioni. Si parla anche di rivoluzione marginale e di
economia marginalista in quanto nelle decisioni economiche si considerano rilevanti le variazioni
delle grandezze al margine.
La analisi degli economisti non si concentra più sui i livelli assoluti di prezzo , del reddito
ma sulla variazione dell’ultima unità di una variabile, l’unità marginale. Le scelte di consumo, di
produzione avvengono confrontando il costo marginale, ovvero il costo necessario per ottenere
un’ulteriore unità di un bene, al beneficio marginale , il beneficio ricavabile dall’acquisto o
dall’utilizzo di un’ulteriore unità dello stesso bene.
Le principali caratteristiche dell’economia neoclassica o marginalista, sono:
-Validità assoluta delle leggi economiche;
-L’analisi si appunta sulle scelte del singolo individuo, individualismo metodologico;
-Abbandono della teoria classica del valore-lavoro a vantaggio della teoria del valore-utilità;
-Totale fiducia nella capacità dei mercati concorrenziali di raggiungere l’equilibrio.
Mentre la teoria classica centra l’attenzione sulle relazioni tra classi sociali, proprietari
terrieri, capitalisti e lavoratori, e sui conflitti che derivano dalla distribuzione del prodotto sociale, la
teoria neoclassica si sviluppa come una scienza esatta , indipendente dal contesto storico e
istituzionale.
L’attenzione è quindi rivolta ai comportamenti individuali dei soggetti economici chiamato
individualismo metodologico. Ciascun soggetto effettua delle scelte liberamente in vista del
soddisfacimento di propri obiettivi e interessi. Di conseguenza l’economia neoclassica si basa su
analisi e modelli di equilibrio parziale, ovvero limita lo studio a ciò che accade in un singolo
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mercato. È essenzialmente una analisi microeconomica poiché guarda al comportamento dei singoli
e non al sistema economico nel suo complesso.
Alla teoria valore-lavoro, l’economia neoclassica contrappone quella del valore-utilità. Il valore
diventa una grandezza soggettiva in quanto legata al singolo individuo.
Il problema principale per i neoclassici è come conciliare i bisogni illimitati degli individui con le
risorse, necessariamente limitate, che sono disponibili all’interno di una società.
Ciò che invece accomuna le due teorie è la totale fiducia nei confronti delle forze di
mercato, e di conseguenza ritenere inutile e dannoso ogni intervento dello Stato le cui funzioni
devono limitarsi a quelle essenziali di difesa, giustizia e ordine pubblico.
Attraverso il meccanismo dei prezzi, la domanda e l’offerta, sono in grado di garantire
l’equilibrio e il regolare funzionamento dei mercati, escludendo la possibilità che vi siano risorse
inutilizzate. Inoltre, poiché i mercati sono sempre in equilibrio, le crisi economiche che possono
colpire le economie hanno natura solo temporanea e tendono ad aggiustarsi in breve tempo.
I neoclassici considerano la forma di mercato ideale quella che opera in condizioni di
concorrenza perfetta, ma studiano anche la situazione opposta rappresentata dal monopolio, in cui
una sola grande impresa controlla la produzione e l’offerta di un particolare bene. In tale situazione
è in grado di condizionare il prezzo di vendita del bene che essa produce di conseguenza il
raggiungimento di un esito socialmente positivo, in questo caso, può risultare compromesso.
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4 La rivoluzione Keynesiana
Tra il 1870 e l’inizio della prima guerra mondiale il capitalismo prosegue il suo sviluppo
alternando fasi di espansione dell’economia con fasi di crisi e di recessione, producendo instabilità
nel sistema. Gli economisti, però consideravano questo alternarsi di fasi come una circostanza
temporanea destinata a scomparire rapidamente grazie alle forze di mercato.
Alcuni economisti attraverso l’elaborazione di nuovi modelli teorici tentarono di rimediare
ai limiti interpretativi della teoria neoclassica, che in tale contesto non si dimostrava essere del tutto
adeguata a spiegare e prevedere tali fenomeni, e di adeguarla al contesto che si andava delineando.
Schumpter
rivolse il suo interesse allo sviluppo ed ai cicli economici, che l’analisi
neoclassica aveva trascurato. Il quale sosteneva che lo sviluppo economico si estende attraverso le
innovazioni e crea nuovi prodotti, nuove tecniche produttive che innalzano il tenore di vita non solo
degli imprenditori/capitalisti, che avviano il processo di sviluppo, ma dell’intera società.
Economisti come Sraffa, Chamberlin e Joan Robison misero in evidenza il fatto che la
maggior parte dei settori industriali è caratterizzato dalla presenza di un numero limitato di grandi
imprese che possono influenzare il prezzo di equilibrio dei beni ed ostacolare la libertà della
domanda e dell’offerta.
Oltre al modello di monopolio e di concorrenza perfetta, si iniziò a studiare altre forme di
mercato ovvero la concorrenza monopolistica e l’oligopolio, cercando di estendere, dove possibile,
l’analisi marginalista.
La visione ottimistica neoclassica fu clamorosamente smentita il 24 ottobre 1929 (il giovedì
nero) il crollo del mercato azionario alla Borsa di New York diede inizio ad una gravissima crisi
finanziaria che colpì tutti i paesi più industrializzati, la cosiddetta Grande Depressione.
Per circa dieci anni gli Stati Uniti e il resto dei paesi industrializzati attraversarono un
periodo di drammatica recessione economica.
In questa situazione, la tesi neoclassica secondo la quale le recessioni economiche e la
disoccupazione rappresentano uno squilibrio temporaneo, non poteva essere sostenuta e non aveva
strategie da suggerire per uscire da questa lunga crisi.
John Maynard Keynes spiegò le ragioni di quella grave depressione e suggerì le politiche
economiche adeguate per uscire dalla crisi e per prevenire quelle future.
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La comprensione del funzionamento dei sistemi economici di Keynes riveste ancora oggi
grande rilevanza.
Keynes rivolge la sua attenzione soprattutto ai grandi aggregati economici, la produzione e
il reddito della nazione, il consumo aggregato, l’occupazione, il livello generale dei prezzi, più che
ai singoli operatori, quali imprese e consumatori, o ai singoli mercati. Si sostituisce l’approccio
microeconomico degli economisti neoclassici con un approccio macroeconomico.
Keynes attribuisce maggiore peso alla domanda aggregata in particolar modo alle sue
componenti: consumi, investimenti e spesa pubblica. I consumi dipendono dal reddito delle
famiglie, il livello di investimento dipendono dalle previsioni che le imprese hanno rispetto
all’attività economica futura, la spesa pubblica dalle scelte di politica economica dei governi.
I salari sono rigidi verso il basso, ossia non possono scendere oltre un certo livello, per cui,
Keynes, sostiene che per ridurre la disoccupazione è necessario stimolare la domanda, incentivando
gli investimenti delle imprese e/o incrementando la spesa pubblica.
Oltre a studiare il mercato dei beni, per l’economista, è importare capire cosa accade sui
mercati monetari e finanziari. La moneta, infatti, non è solo un mezzo di scambio ma anche una
riserva di valore detenuta dalle famiglie. Nella visione Keynesiana il ruolo dello Stato è
fondamentale.
La teoria Keynesiana ebbe, anche, il merito di dare una grande spinta agli sviluppi
successivi della disciplina economica e della macroeconomia. Le nuove teorie formulate in seguito
e in contrapposizione con quella di Keynes, hanno un punto in comune, ovvero che il
funzionamento del sistema economico viene analizzato in un quadro di riferimento più ampio
rispetto al passato, considerando sia gli aspetti reali dell’economia sia quelli monetari.
Negli anni Settanta tutti i Paesi industrializzati furono colpiti da una nuova crisi, nel 19711974 si verificò un primo stock petrolifero, durante il quale il prezzo del petrolio quadruplicò. La
conseguenza fu che gran parte delle economie entrò in una fase di lunga recessione caratterizzata da
un elevata disoccupazione, alla quale si affiancava un elevato tasso di inflazione. Per descrvere
questa situazione anomala, fu coniato un nuovo termine, quello di stagflazione, che deriva da
stagnazione, ristagno dell’economia, e inflazione.
In tale situazione i governi fecero ricorso a politiche fiscali Kenesiane per favorire
l’occupazione, questo determinò una forte accelerazione dell’inflazione, riducendo il potere di
acquisto dei consumatori, senza risolvere il problema dell’occupazione, oltre a determinare un
aumento del debito pubblico.
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I nuovi Keynesiani
In epoca più recente si contrappongono due diverse scuole di pensiero.
La nuova macroeconomia, sul fronte liberista, la quale prosegue la scia tracciata inizialmente dagli
economisti classici e ha una visione dello Stato e della politica economica abbastanza simile a
quella dei monetaristi. L’idea di fondo è che i mercati grazie al meccanismo dei prezzi siano sempre
in equilibrio.
L’elemento innovativo è che gli agenti economici, sia i consumatori che le imprese, sono
sempre in grado di assumere decisioni ottimali in quanto attuano le loro scelte economiche sulle
informazioni di cui dispongono e sulle aspettative che essi hanno per il futuro.
Questa posizione teorica, nota come scuola delle aspettative razionali, ha delle implicazioni
sul piano della scelta e dell’efficacia della politica economica.
L’economista Robert Lucas, premio Nobel nel 1995, sostiene che gli individui sono esseri
razionali e difficilmente possono essere ingannati.
Quindi, se gli individui riescono a prevedere le strategie del governo, non subiscono
passivamente le misure governative adottate, e quindi modificano le proprie scelte e strategie.
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6 Le nuove frontiere
La storia recente del pensiero economico ha ruotato intorno a due modelli opposti: da un lato
, la visione neoclassica basata sul liberalismo e sui benefici derivanti dal libero agire del mercato,
mentre dall’altro l’impostazione Keynesiana secondo la quale il mercato non è in grado di garantire
la piena occupazione ed è dunque necessario l’intervento dello Stato, attraverso adeguate politiche
macroeconomiche, a sostegno della domanda e dell’occupazione.
Dal 1929 ad oggi questi due modelli hanno vissuti periodi alterni di gloria e di avversità. La
crisi che ha colpito il sistema economico mondiale a partire dal 2008, definita dal Fondo Monetario
Internazionale, “la peggiore dalla Grande Depressione del 1929 ad oggi” ha di nuovo determinato il
susseguirsi di interventi statali a sostegno dei settori industriali in crisi e sembra riportare
nuovamente in auge le idee Keynesiane.
Alcuni dei tentavi, al fine di superare il dualismo fra la visione neoclassica e quella
Keynesiana e per dare contributi innovativi alla soluzione dei problemi economici, sono: la teoria
evoluzionistica, la scuola comportamentistica, l’economia cognitiva.
La scuola comportamentistica parte da un approccio di tipo sperimentale basato
sull’osservazione della realtà. Critica la nozione di razionalità della teoria neoclassica, giungendo
alla definizione di un concetto più debole di razionalità, noto come razionalità limitata. Quindi,
l’agente economico piuttosto che avere un comportamento massimizzante del proprio benessere o
del proprio profitto, adotta regole pratiche di comportamento al fine di semplificare i suoi modelli
decisionali , di coordinarsi con gli altri agenti, in modo da ridurre il grado di incertezza in cui è
costretto a prendere le sue decisioni.
La teoria evoluzionistica rientra nel filone di studi della scuola comportamentistica, si
allontana dall’approccio neoclassico poiché ritiene che per gli agenti economici sia impossibile
massimizzare, a causa delle condizioni di incertezza in cui le decisioni vengono prese e la difficoltà
di esaminare razionalmente le conseguenze di ogni possibile azione alternativa.
Numerosi esperimenti hanno dimostrato che il comportamento degli agenti economici è
spesso lontano dal modello neoclassico, poiché non utilizzano razionalmente tutte le informazioni
rilevanti e non correggono le loro stime di probabilità nella formazione delle aspettative.
Nella realtà un’impresa sceglie una alternativa, considerando un numero ristretto di
alternative, in base all’esperienza passata. Tale esperienza si traduce in routines, ovvero in una serie
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Le principali scuole di economia
di regole che entrano a far parte dell’impresa guidandone le principali scelte produttive e
strategiche.
L’economia cognitiva nasce da una critica del concetto di razionalità assoluta, e utilizza
nell’analisi economica strumenti tipici della psicologia cognitiva.
In particolare studia i fattori che incidono sull’interpretazione che gli agenti economici
fanno della realtà, sostenendo che essi, nelle loro scelte, non si comportano secondo quanto previsto
dalle curve di preferenza descritte dagli economisti tradizionali, maggiore quantità di beni posseduti
è uguale ad una maggiore soddisfazione, ma violano le regole della razionalità, in modo non
episodico. L’economia cognitiva nasce dal bisogno di comprendere le ragioni di questa sistematica
irrazionalità.
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(L. 22.04.1941/n. 633)
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