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Questo documento è stato tratto dal sito: http://www.quaestiones.com/
Riassunto di Storia delle Relazioni Internazionali, 1919-1999
(ENNIO DI NOLFO)
CAP VIII
1. I problemi della ricostruzione
Le conseguenze della guerra ed i problemi della ricostruzione
L’uscita dal secondo conflitto mondiale fu devastante per tutti i partecipanti sotto tutti i punti di
vista. Gli orrori che si sono visti e la crudezza con cui si è combattuta fecero sì che molti la
considerarono come l’ultima guerra mondiale possibile e la guerra stessa non più come mezzo di
politica internazionale, bensì per come fonte di orrori. La RICOSTRUZIONE toccava tutti i
partecipanti e se fra i vincitori significava ricostruzione dai danni materiali, fra gli sconfitti
significava soprattutto ricostruzione delle istituzioni, come in Italia.
La Germania, elemento destabilizzante del panorama europeo, usciva sconfitta, lasciando un vuoto
nel continente stesso (la Francia non aveva risorse per colmarla).
Il Giappone affidava l’amministrazione al generale McArthur, nonostante l’imperatore Hiro Hito
fosse ancora in carica.
La Gran Bretagna vedeva trionfare il governo laburista che portò riforme sociali.
Solamente gli USA ne uscirono senza troppi danni: il periodo della depressione era finito e
l’economia, anche se prevalentemente dedicata alle risorse militari, iniziava il suo inarrestabile
cammino che avrebbe riportato in auge la figura dell’american way of life.
L’Unione Sovietica assumeva, con la vittoria, assumeva ora un ruolo centrale in Europa: l’alleanza
col nemico capitalista è stata giustificata dall’accantonamento della rivoluzione per la creazione di
un cordone sanitario a protezione dell’URSS.
I processi di decolonizzazione stavano decollando, ponendo definitivamente fine al sistema
internazionale di stampo imperialista.
Il nuovo ordine politico internazionale
Le conseguenze della fine della WWII furono rivoluzionari: il centro di gravità della politica
internazionale cessava di essere in Europa per spostarsi all’esterno. Il mantenimento delle colonie
era ormai una mera illusione. Gli USA erano definitivamente usciti dalla politica isolazionista per
porsi alla guida del nuovo panorama mondiale: la loro influenza toccava l’intero globo senza
neanche ampliare il proprio territorio. Anzi, concessero l’indipendenza alle Filippine.
L’Unione Sovietica, d’altra parte, si poneva con forza sostituendo il ruolo della Germania ed
ereditando l’estensione del vecchio impero zarista. Aveva, in poche parole, il vantaggio geopolitico
di poter controllare il centro di gravità del sistema internazionale. Era in grado di controllare, con la
ferrea politica del terrore, un territorio che comprendeva gran parte del continente eurasiatico in
modo tale da porlo come secondo soggetto di gravitazione internazionale. Un sistema del genere si
sarebbe potuto frantumare solamente dall’interno.
L’ONU e i limiti della sua efficacia
Tre erano i campi in cui la volontà di collaborare sarebbe stata messa alla prova:
1- la capacità di far funzionare veramente le Nazioni Unite
2- la creazione di un sistema economico finanziario che soddisfacesse i progetti americani ma
anche gli interessi sovietici
3- la definizione dei metodi per attuare forme di collaborazione ai fini dello sfruttamento
pacifico dell’energia atomica.
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La mancata realizzazione del terzo punto portò all’inizio di una gara per la supremazia del possesso
dell’energia atomica come risorsa militare.
I lavori della nuova organizzazione iniziarono nel gennaio 46 a Londra, ma furono immediatamente
caratterizzati dall’incapacità di risolvere le nuove crisi: l’Iran protestava per la presenza di truppe
sovietiche che non rispettarono l’accordo in cui si sanciva la partenza dopo 6 mesi dalla fine della
guerra; i sovietici si lamentarono per la presenza britannica in Grecia e gli Ucraini per l’istigazione
inglese al mantenimento del controllo olandese in Indonesia. La prima crisi fu delegata al negoziato
fra le parti, mentre le altre due furono irrisolte.
Come se non bastasse il 4 febbraio, l’Unione Sovietica fece uso per la prima volta del diritto di veto
quando i delegati siriano e libanese si lamentarono al Consiglio di Sicurezza per il perdurare della
presenza delle truppe britanniche e francesi. Da quel momento in poi l’URSS fece un largo uso del
diritto di veto dimostrando che il periodo di collaborazione era ormai finito.
Altro punto fallimentare lo si trova nella mancata istituzione di un contingente ONU e del relativo
Stato maggiore (le forze sarebbero state inviate volontariamente dai singoli stati).
Qualche esito migliore si ebbe in sede dell’Assemblea Generale dove fu approvata l’istituzione
dell’ATOMIC ENERGY COMMISSION o la risoluzione che chiedeva a tutti i membri di ritirare i
rappresentanti diplomatici dalla Spagna per l’assenza di democrazia.
Ergo, l’ONU più che la sede in cui le crisi si risolvevano, diventò la cassa di risonanza delle stesse.
Il nuovo sistema economico internazionale
Gran parte delle manovre adottate nel dopoguerra erano volte a costruire il nuovo sistema
internazionale disegnato dagli americani. Quando, con l’armistizio con la Germania, si pose fine
alla legge degli Affitti e dei prestiti, sovietici ed europei rimasero perplessi e cominciarono a
domandarsi quanto fossero veramente affidabili gli americani per la ricostruzione del vecchio
continente.
I sovietici d’altra parte non rimasero insensibili alla possibilità d’aiuti economici americani e questi
a loro volta dovevano prima sapere se un prestito sarebbe stato economicamente favorevole ad
entrambi, a quali condizioni i sovietici fossero interessati e a quali condizioni il governo americano
sarebbe stato disposto a concedere tale prestito. Quel che era certo era che il prestito non era una
necessità fondamentale per l’Unione Sovietica ma che sarebbe stato utile ad entrambi.
Un aiuto ai sovietici non li avrebbe comunque dissociati dal disegno americano di reintegrazione
mondiale in un complesso unitario interdipendente che avrebbe portato gli USA in una posizione di
elemento regolante. Una visione caratterizzata da un’elasticità tale, però, che metteva in difficoltà
un regime abituato alla programmazione come quello sovietico.
Già prima di Yalta Molotov aveva illustrato ad Harriman che un prestito di 6 miliardi avrebbe
favorito un’importazione di prodotti americani che li avrebbero aiutati a velocizzare il processo di
transizione dalla produzione bellica a quella di pace.
In seguito, però, in base ai dati raccolti Harriman, influenzando anche l’azione di Truman, affermò
che l’URSS depredando i frutti dell’industria tedesca come pagamento delle riparazioni e che
instaurando un clima similare nei territori da lei controllati, un eventuale prestito avrebbe dovuto
avere delle contropartite anche sul piano politico. I moti di dissenso furono però tali da rendere
contraddittoria un’eventuale concessione d’aiuti all’Unione Sovietica.
La questione del controllo atomico
Già prima dello sganciamento delle due testate nucleari in Giappone, era iniziato il dibattito sull’uso
delle conoscenze relative all’energia atomica: gli scienziati del progetto Manhattan erano favorevoli
alla divulgazione delle informazioni e della rapida istituzione di un controllo internazionale
sull’energia atomica. Di parere specularmene contrario gli ambienti militari.
Il segretario di Stato Byrnes, convinto della supremazia americana per i seguenti 7-10, aveva in
mente come punto chiave di ogni futuro negoziato le ispezioni. Il suo vice Acheson, invece, era
persuaso dal fatto che il segreto della bomba non potesse essere mantenuto per non fare apparire gli
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americani come gelosi del proprio vantaggio al fine di poter esercitare un controllo diretto su di
loro.
Le conoscenze erano pressoché conosciute fra i quattro potenziali possessori di energia atomica: il
punto d’incontro stava quindi nell’assicurarsi che tale tipo d’energia sarebbe stato adoperato
solamente per scopi pacifici. Si previde l’istituzione di una commissione in seno alle NU per
discutere sulla base di 4 punti:
1- completo scambio delle informazioni scientifiche per scopi pacifici
2- necessità che l’uso dell’energia atomica fosse controllato in modo da assicurarne il carattere
pacifico
3- l’eliminazione di tutte le armi atomiche e di tutti gli altri armamenti utilizzabili per compiere
distruzioni di massa
4- la creazione di un efficace sistema di salvaguardia mediante ispezioni
il progetto fu affidato ad Acceson e Lilienthal che conclusero che all’interno dell’UNITED
NATIONS ATOMC ENERGY COMMISSION si sarebbe dovuta creare un’autorità col compito di
prendere il controllo di tutti i depositi di uranio arricchito con l’impegno di concedere questa risorse
solo per usi pacifici.
La presentazione di questo progetto fu affidata a Baruch che richiese anche di inserire all’interno
del progetto Acheson-Lilienthal una modifica che avrebbe permesso che nelle questioni atomiche si
sarebbe potuto aggirare il veto vista l’importanza globale della questione e che un eventuale veto
significherebbe la presenza di un’infrazione nel membro che l’avrebbe posto.
Il rappresentante sovietico Gromyko vedendo questa modifica come un’azione che avrebbe rivelato
alle potenze occidentali lo stadio al quel essi erano giunti, protestò fermamente, proponendo invece
un piano alternativo che prevedeva la proibizione e l’utilizzo delle bombe nucleari e la distruzione
di quelle esistenti. I sovietici erano veramente contrari agli armamenti atomici e quindi l’eventualità
di altre ispezioni sarebbero state superflue.
Il processo di Norimberga
Un ultimo punto d’incontro fra gli alleati si trovò nell’istituzione del Tribunale Internazionale
Militare di Norimberga. Tale tribunale iniziò i suoi lavori a Berlino il 18 ottobre 45 per concludersi
l’anno dopo con 12 esecuzioni fra i gerarchi nazisti.
Norimberga segna tuttavia un punto di svolta per il diritto internazionale, poiché affermò che anche
durante una guerra esista una soglia al di là della quale non si dovrebbe andare. Per la prima volta
veniva proclamato il principio che l’individuo dovesse sottrarsi al dovere di obbedienza ad ordini
del proprio Stato quando questi oltrepassavano certi parametri di diritto internazionale.
2. Le avvisaglie della guerra fredda
We know now?
a- alla fine del 45 l’URSS era passato da alleato malfidato, ad avversario e poi nemico
b- cadeva la speranza del compromesso e l’illusione del grande disegno rooseveltiano; si nutre
una profonda sfiducia nelle intenzioni strategiche di Stalin e si ha la fiducia che l’Occidente
saprà contrastarlo
c- tra la primavera del 46 e il 47 c’è la svolta: gli Occidentali adottano aperte dichiarazioni od
azioni per inviare un segnale forte ai sovietici; hanno intenzione di sviluppare una politica di
ricostruzione propria senza condizionamenti.
d- Gli eventi dal 48-50 in Europa ed in Asia fanno sì che il blocco diventi anche di carattere
militare.
L’impero di Stalin
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Già prima della fine della guerra Stalin cercò in tutti i modi di estendere le trame del suo controllo:
era perennemente in ansia per la sicurezza esterna del suo impero. All’interno, infatti, attuando la
sua politica repressiva si era ormai consolidato al trono.
Poiché accusò il governo di Ankara di proteggere nazisti e per la lentezza dell’entrata in guerra,
l’URSS iniziò le azioni diplomatiche rivendicando le regioni armene del Kars e dell’Ardahan. Ciò
dimostrava che i sovietici non avrebbero più tollerato un ruolo passivo nel Mediterraneo,
allarmando così Inglesi e Francesi.
Altra questione quella iraniana: i sovietici non stettero ai termini dell’accordo che prevedeva la
partenza delle truppe a sei mesi dalla fine della guerra, anzi, non repressero neanche il movimento
rivoluzionario che si stava attuando in Azerbajdzan. Nel 46, dopo l’inefficienza dell’ONU, il
governo iraniano dovette negoziare con Mosca: ritiro delle truppe in cambio del 51% delle
estrazioni petrolifere. La ribellione venne repressa con forza e il parlamento iraniano negò la ratifica
delle intese petrolifere. Un episodio di sconfitta per Stalin che però denota anche il suo interesse per
la regione del Golfo Persico ricco di risorse petrolifere.
Anche nelle regioni asiatiche si stavano attuando movimenti d’indipendenza legati ai partiti
comunisti: qui il contatto con l’URSS non era diretto, ma non bisogna dimenticare che le regioni
confinavano con la Cina, nella quale la lotta protratta da Mao sembrava sempre più vittoriosa. In
Corea invece si assisteva ad una situazione simile a quella tedesca.
I trattati di pace con le potenze minori dell’Asse
Nella conferenza del Consiglio dei Ministri degli Esteri convocata a Londra 11-SETTEMBRE-45
per discutere dei trattati di pace con l’Italia, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria e la Finlandia.
Il trattato con l’Italia, per via della media grandezza, dei due anni in cobelligeranza, sollevò le
questioni più spinose.
Gli Occidentali avevano preparato un elenco di voci che prevedeva come primo punto la
discussione della situazione in Romania. La cosa fece irritare Molotov, facendo iniziare i lavori
sotto cattivi auspici.
In questo clima venne affrontato il problema italiano: affidato agli inglesi, questi, dovevano
formulare un trattato di pace equo viste le motivazioni precedenti. Le questioni territoriali
toccavano la Francia (crinale alpino), la nuova nazione austriaca (sud-Tirolo), e la Jugoslavia:
l’Italia sapeva di dover perdere Slovenia e Croazia, ma sperava almeno nelle linee etniche.
Entrambi i contendenti rimasero fermi nelle loro posizioni: i sovietici sostennero gli jugoslavi
poiché il porto di Trieste ad una nazione amica prometteva loro un grande vantaggio strategico. La
tensione salì rapidamente senza che fosse possibile raggiungere nessun accordo.
Questo negoziato rispecchiava l’impossibilità di discussione anche per le future questioni
dell’Europa Orientale. C’è da dire però che gli Occidentali non riuscirono a percepire il diverso
grado d’interesse per i paesi controllati da Stalin. Proprio questa sbagliata lettura portò il dittatore
ad attuare una politica che formasse un blocco sempre più omogeneo e più allineato alle posizioni
staliniane.
Una guerra diversa da quella del passato: ora chi occupa un territorio vi impone il sistema sociale.
A posteriori si capì che se Romania, Bulgaria e Polonia interessassero i sovietici in maniera
assoluta, meno lo furono l’Ungheria, l’Albania, la Jugoslavia e la Finlandia.
La politica di Stalin nell’Europa orientale
In Polonia il “governo di Lublino” aveva accettato in seno i membri ex-esiliati. Durante il governo
di coalizione, presenti anche Gomulka e Mykolayzc, si votò per l’abolizione del Senato a favore di
un sistema monocamerale: la proposta ottenne il 75% dei voti.
Nonostante le pressioni americane per una maggiore trasparenza nella fase di transizione, i sovietici
poterono fare appiglio al modello di controllo alleato applicato all’Italia.
In Romania, a capo del governo fu posto Petru Groza. La rispettabilità di tale governo fu messa in
dubbio quando, nell’8 novembre 45, la manifestazione per il saluto al re fu repressa.
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In Bulgaria, sin dall’armistizio, aveva dato vita al governo guidato dall’unità patriottica, la cui spina
dorsale era quello comunista. Tuttavia da parte occidentale si guardava alla Cecoslovacchia come
ad un modello di convivenza.
Unico fra i paesi dell’Europa orientale a cui si applicava la dichiarazione di Yalta era l’Ungheria. Si
instaurò al governo una coalizione pluripartitica che sarebbe rimasta in vita fino al 47. Il premier
Nagy era consapevole che il successo del modello ungherese sarebbe dipeso dalle azioni intraprese
dalle grandi nazioni alleate.
In Albania Hoxha diede vita ad un Fronte democratico e rimase al potere fino alla sua morte
nell’85.
Gli accordi di Yalta prevedevano per la Jugoslavia il ritorno al pluralismo. Nel giro di pochi mesi,
invece, venne condotta una rigorosa epurazione. Alle elezioni dell’11 novembre 45 si presentarono
solo candidati della lista del Fronte popolare. E nel 29 novembre si sancì la nascita della Repubblica
federativa di Jugoslavia.
Così, proprio in due dei paesi rispetto ai quali l’influenza sovietica avrebbe dovuto essere minore, si
ebbe uno sviluppo nel senso del monolitismo comunista.
Verso un compromesso sui trattati di pace minori
Durante la conferenza di Mosca, durata dal 16 al 27 dicembre 45, Byrnes decise di abbandonare il
tono forte di Londra per riprendere un atteggiamento più diplomatico. Dopo aver fatto sondaggi in
Bulgaria, Romania e URSS, gli venne detto che cercare un compromesso era pericoloso e
irrealistico. Ciononostante aveva in mente di ricreare il clima di Yalta: si fece convincere da Stalin
che alcuni cambiamenti erano possibili in R e Blg. Le notizie giunte dal continente europeo, però,
cominciavano a far cambiare la rotta della politica estera americana: evidente la propensione a
favorire i partiti comunisti e l’inizio delle persecuzioni contro le personalità ecclesiastiche. Tutto ciò
però, precludeva a tutta quella parte di continente, il futuro intervento economico statunitense.
Verso la “cortina di ferro”
Gli andamenti dei lavori in seno all’Assemblea Generale dell’ONU a Londra, dimostravano che
l’Unione Sovietica non si stava inserendo in modo costruttivo. All’inizio di febbraio si svolsero in
URSS l’elezioni per il Soviet Supremo e in quell’occasione Stalin fece un discorso in cui si
accusava il capitalismo come istigatore della WWII e che quindi, per ottenere la pace sarebbe stata
necessaria una trasformazione economica mondiale.
Churchill all’accademia di Fulton, usò per la prima volta il termine “cortina di ferro” per indicare la
situazione mondiale.
Quanto alle decisioni, il lungo telegramma dell’incaricato d’affari in Unione Sovietica George
Kennan, condizionò il futuro modus operandi della politica estera americana per i decenni avanti:
l’atteggiamento sovietico per la politica mondiale non dipendeva dalla situazione esterna, bensì da
quella interna. L’istintivo senso di insicurezza, infatti, unito ad una religiosa pazienza, facevano sì
che si poteva controbilanciare solamente con una politica rivolta ininterrottamente ad attaccare. La
soluzione è opporre un atteggiamento eguale e contrario, senza cercare lo scontro ma senza lasciare
cedimenti. Bisognava applicare il CONTENIMENTO, per poi attendere 20 anni, ovvero quando
l’Unione Sovietica avrà ceduto alle posizioni occidentali.
La messa in pratica del piano fu affidata al consigliere Clifford: bisognava far sentire il peso
militare. Bisognava anche essere pronti ad un conflitto atomico. L’obiettivo della politica estera
americana doveva essere persuadere i sovietici ad una coesistenza pacifica.
I trattati di pace con le potenze minori dell’Asse
I negoziati interrotti a Mosca ricominciarono a Parigi il 25 aprile 46. Al Consiglio dei Ministri si
aggiunsero 21 paesi vittime d’aggressione che non avrebbero comunque avuto nessun peso durante
le discussioni. I trattati furono firmati tutti a Parigi il 10 febbraio 47.
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In relazione al problema italiano, la linea di confine era sostanzialmente identica per i francesi, gli
inglesi e gli americani. I sovietici, invece, la volevano un po’ più spostata ad ovest a favore della
Jugoslavia. Punto nodale infatti fu la questione di Trieste (e naturalmente del porto): alla fine si
decise che la linea di confine sarebbe passata per Gorizia, e il restante territorio sarebbe stato
territorio libero sotto il governo militare congiunto nella zona A e sotto il governo jugoslavo in
quella B. Venne risolta anche la questione delle colonie: l’Italia doveva rinunciare a tutte le sue
colonie. Nel 50 sarebbe stata concessa indipendenza alla Libia; l’Eritrea sarebbe diventata regione
autonoma amministrata dall’Etiopia e la Somalia sarebbe stata sotto trusteeship italiana fino al
1960.
Alla Bulgaria fu assegnata la Dobrugia; l’Ungheria ritornava ai confini precedenti il 38 e la
Romania recuperava la Transilvania. L’Unione Sovietica si tenne la Bessarabia e la Bucovina,
inoltre manteneva truppe in Romania per assicurare la comunicazione aperta con la zona
d’occupazione in Austria.
Lo scontro sul futuro della Germania
Le intese di Yalta e Potsdam non escludevano la politica delle riparazioni ma stabilivano comunque
due importanti limiti: le necessità vitali dei tedeschi e il criterio secondo il quale la Germania
avrebbe dovuto essere governata economicamente come un tutt’uno.
In ogni zona occupata, gli occupanti cercavano interlocutori a loro più affidabili: i sovietici con i
comunisti, gli inglesi con la social-democrazia e gli americani con i liberali.
I sovietici attuarono subito una politica di trasformazione di stampo comunista, requisendo tutti i
beni dei nazisti, confiscando tutte le proprietà superiori ai 250 acri per poi ridistribuirle, ecc.
avevano anche intrapreso, a titolo di bottino o di riparazione, una sistematica esportazione dei
macchinari, pezzi di ricambio e materie prime tedesche in URSS. Così l’idea di amministrare la
Germania come unica entità rimase sulla carta.
Mentre gli anglo-americani decisero d’interrompere il programma di smantellamento, Byrnes
preparò un progetto di compromesso: una rapida stipulazione del trattato di pace allegata ad un
ulteriore trattato di garanzia fra le quattro potenze grazie al quale disporre di uno strumento politico
per reprimere ogni velleità di ripresa di una politica aggressiva tedesca. Si prevedeva, dunque, che i
quattro governi mantenessero contingenti d’ispezione. Era un progetto volto a calmare le pretese F.
Molotov chiese un periodo di riflessione e il 10 luglio fece chiara la contrarietà sovietica al
progetto: innanzitutto i sovietici esigevano il completamento delle riparazioni ed un eventuale
trattato di pace si sarebbe potuto firmare solamente dopo anni di prova che avrebbero dimostrato
l’effettivo livello di democrazia tedesco. Respingeva, quindi, una proposta che prevedeva un
impegno americano in Europa.
Secondo Byrnes, però, la situazione economica tedesca era ormai drammatica e non si poteva
attendere un accordo a quattro. Si abbandona ora il principio dell’unità economica della Germania:
gli USA proponevano alle potenze occupanti che avessero accettato di associarsi alla loro iniziativa
e di accordarsi per una gestione comune della zona occidentale. Konrad Adenauer dava la sua piena
adesione. Era necessario adattarsi ed unificare quelle zone che erano pronte a convergere.
3. La svolta della politica americana in Europa
Le premesse della svolta, il prestito americano e la crisi finanziaria britannica
Già prima della nomina di Marshall a segretario di Stato, la diplomazia americana si era mobilitata
per spingere, nei paesi dell’Europa occidentale, le fazioni liberali ad allentare l’alleanza antifascista
e cominciare un’azione per emarginare il partito comunista. La nomina di Marshall prefiggeva una
maggiore velocità d’esecuzione in politica estera.
Con i laburisti al governo, impegnati nella costruzione del Welfare State, la Gran Bretagna dichiarò
di non avere più risorse per aiutare la Grecia e forse, drammatizzando anche un po’, invocavano
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l’aiuto americano, senza il quale sarebbe caduta sotto influenza sovietica. La crisi finanziaria
britannica, inoltre, spinse lord Keynes a negoziare un prestito dagli USA. Questi accettarono a
condizione che la sterlina fosse convertibile in dollaro in tutto il Commonwealth. Dal disegno
americano di economia globale, si passava inevitabilmente a quello multilaterale e poi a quello delle
relazioni speciali.
La dottrina Truman
La Grecia era già riuscita a respingere i tedeschi nel 44, ma nonostante ciò a fine guerra le truppe
britanniche erano ancora stanziate nel territorio, stavolta, per contrastare i partigiani comunisti che
cercavano di rovesciare il governo regio. In seguito alle prime elezioni del dopo guerra, si instaurò
al governo il Partito populista, che riabilitava il re. Iniziata una dura repressione i partiti democratici
passarono all’opposizione, ma né i partigiani comunisti, aiutati dall’Albania e dalla Jugoslavia,
riuscivano a ribaltare la situazione, né il governo riusciva a contrastare i disturbi senza aiuto
esterno. La crisi finanziaria che colpì la Gran Bretagna, e il continuo uso del diritto di veto
all’interno del Consiglio di sicurezza, fecero prospettare agli americani un possibile intervento.
Un’azione in Grecia, però, sarebbe apparsa come un’aggressione gratuita agli occhi dell’opinione
pubblica contando anche lo stravolgimento che stava accadendo in Cina. Così il sottosegretario
Acheson consigliò a Truman di presentare una l’approvazione della missione al Congresso con toni
duri, allarmistici ed antisovietici. Così il discorso del 12 marzo 47 fatto al Congresso a camere
riunite, meglio conosciuto come “dottrina Truman” chiedeva un aiuto di 400 milioni di dollari e
supporto militare da mandare in Grecia. Era la prima volta che la sicurezza degli USA veniva
presentata al di fuori dei propri confini territoriali.
Grecia e Turchia diventavano così posizioni fondamentali per impedire all’Unione Sovietica di
affacciarsi al Mediterraneo, e cosa ancora più importante, di affacciarsi al Medio Oriente ricco di
risorse petrolifere. Il disegno internazionalista americano ricadeva così nella politica di potenza.
Alle origini del piano Marshall
In un discorso del 5 giugno all’Università di Harvard, Marshall, enunciò il progetto di aiuti
economici che si stava pianificando per il continente europeo. Era un piano che doveva risolvere
molteplici problemi, di diversa natura, presenti in Europa. Uno fra questi il problema tedesco: nella
sessione del Consiglio dei Ministri degli Esteri del 10 marzo 47 si discusse su come unificare la
Germania. Gli anglo-americani erano favorevoli ad una nazione divisa in landers largamente
autonomi. Questa scelta contrastava con quella sovietica che preferiva un governo fortemente
centralizzato poiché solo in quel modo le riparazioni sarebbero state puntuali. La Francia, invece, la
prima a temere la rinascita di un forte stato tedesco, era comunque contraria all’idea sovietica.
Il resto del continente, d’altra parte, non versava in buone acque per quanto riguardava la situazione
economica e finanziaria. Si cercava così di aiutare la ricostruzione della Germania, inserendola in
un quadro più generale. Caduta la possibilità di attuare una politica globale, si cercava adesso di
aiutare una parte più circoscritta ma con più possibilità di riuscita. Inoltre, secondo il rapporto
preliminare elaborato dal Comitato di coordinamento delle forze armate con il Dipartimento del
Tesoro, si affermava che il modo migliore per fermare il comunismo fosse quello di usare “bread
and ballots rather than bullets”. Secondo il lavoro svolto dalla Policy Planning Group, capeggiata da
Kennan, viste le risorse mancanti, bisognava fare degli aiuti mirati, che supportassero quelle aree
dove sarebbe potuto risultare più efficace costruire la stabilità promuovendo la libertà e le istituzioni
democratiche.
Fu una scelta che, quindi, chiamava l’attenzione di tutti gli europei, ma che in verità era destinata
solamente ai paesi compatibili con l’economia di mercato. Lo stesso modo in cui venne poi
prospettata la potenziale adesione dell’Unione Sovietica e dei paesi dell’Eest rivela che l’occasione
veniva concepita o come l’occasione per addossare ai sovietici la divisione in blocchi o, al
contrario, per spezzare la cortina di ferro.
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Il discorso di Marshall e le sue ripercussioni
Nel discorso del 5 giugno, Marshall enunciava il suddetto discorso, del quale possono essere messi
in luce due aspetti: la sua genericità e l’appello ad un’azione comune europea. Il tutto era frutto di
scelte mirate. Una richiesta congiunta da parte delle nazioni europee avrebbe infatti innescato il
processo utopistico dell’europeismo.
Le proposte furono subito accolte da Bevin e Bidault. Ques’ultimo inoltre chiese che fosse presente
anche Molotov all’incontro del 27 giugno a Parigi. Questo arrivò accompagnato da una larghissima
delegazione. Le discussioni ebbero un andamento alternato da momenti di cooperazione a momenti
di critica serrata. Molotov, infatti, premeva per avere un programma d’aiuti variegato a seconda
delle esigenze delle varie nazioni. Durante le pause Molotov fu informato dai servizi segreti
sovietici che un programma d’aiuti a quelle condizioni sarebbe stato a sfavore del Cremlino. Così il
2 luglio accusò le altre due controparti di voler creare un’organizzazione che avrebbe interferito con
le questioni interne dei paesi. I due continuarono il dialogo e invitarono tutti i governi europei alla
futura conferenza di Parigi. Si creava così l’imbarazzo per i paesi dell’E orientale: la
Cecoslovacchia accettò l’invito, ma dopo che il capo di governo e il suo ministro degli esteri si
consultarono con Stalin, dovettero ritirare la loro adesione.
Durante la conferenza vennero discussi i principi ed i metodi: emerse la propensione di ciascun
paese a far valere la propria posizione, come aveva previsto Molotov. Dalla proposta della
creazione di un organismo di coordinamento nacque poi l’Organizzazione europea per la
cooperazione economica (OECE) alla quale fecero parte anche USA e Canada. Era un
organizzazione con compiti sovrannazionali dal carattere prevalentemente tecnico di
coordinamento. Il compromesso finale fu che il principio della ricostruzione della Germania veniva
accettato come essenziale per la rinascita dell’E.
Altri aiuti, intanto, erano in corso in Francia, Italia ed Austria. Si trattava degli INTERIM AIDS che
fornivano ai paesi generi di prima necessità.
Negli anni del piano Marshall si assistette al superamento della crisi e all’entrata della crescita
economica. La bilancia dei pagamenti era quasi sempre risanata grazie anche alla creazione
dell’Unione Europea dei Pagamenti. L’impulso americano contribuì, dunque, a diffondere in
Europa la spinta al superamento delle barriere secolari che avevano dominato la vita europea.
La divisione della Germania
La conferenza di Mosca era terminata senza esser riusciti a trovare alcun compromesso per la
questione tedesca. Tuttavia gli occidentali, durante le discussioni, continuavano a parlare in termini
di una Germania unita. I fatta, d’altra parte stavano dimostrando il contrario. La conferenza di
Mosca, chiusa in aprile, si era ripromessa di ricominciare i lavori nell’autunno dello stesso 47 a
Londra: tutti evocavano ancora la necessità di una G unita, ma ciascuno tracciava i caratteri di tale
Germania secondo i propri desideri. Molotov affermò che la volontà americana era solo quella di
liberarsi dalle condizioni poste a Yalta e Potsdam.
Il 20 marzo 1948, quando si tenne una riunione (poi diventata l’ultima) della Commissione di
controllo quadripartita, dopo che 3 giorni prima era stato firmato il Trattato di Bruxelles che sanciva
la nascita della Western Union, i sovietici iniziarono a leggere una lunga filippica contro la politica
delle potenze occidentali, mentre a Mosca si parlava di un piano per bloccare gli accessi occidentali
a Berlino. La collaborazione quadripartita era cessata.
La conferenza a sei, concluse i lavori il 2 giugno con una raccomandazione divisa in 3 punti: le tre
zone occidentali avrebbero partecipato alla ERP; il popolo tedesco doveva formare rapidamente
organizzazioni politiche in grado di avviare l’autogoverno; l’istituzione dell’autorità internazionale
per il controllo della Ruhr a esclusione dell’Unione Sovietica. Queste scelte furono le cause del
futuro “Blocco di Berlino” e innescarono il processo per la creazione della “Legge fondamentale”
che sarebbe servita come carta fondamentale: il 7 settembre 1949 la Repubblica Federale di
Germania proclamava la propria identità.
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4. La nascita del Cominform e la situazione dell’Europa orientale
La nascita del Cominform
La prima risposta sovietica all’azione occidentale fu la creazione del Cominform. Proposta nel
46 dalla Jugoslavia, quest’organo di coordinamento aveva, infatti, il compito di rendere più
solido ed omogeneo il blocco orientale. Qui infatti gli Stati procedevano ancora verso
concezioni nazionalistiche del comunismo. Fra il 21 e il 27 settembre 47, a Szklarska Poreba, si
tenne una conferenza dei rappresentanti dei partiti comunisti dell’E orientale (ad esclusione
dell’Albania) e di quello francese ed italiano. I lavori furono contrassegnati, nella sostanza, da
due prese di posizione: la prima era la requisitoria all’imperialismo americano, per cui
bisognava combattere quest’offensiva per rafforzare la democrazia. Il compito affidato ai partiti
occidentali era dunque quello di rafforzarsi e tagliare i contatti con la borghesia per la difesa
dell’indipendenza nazionale. Paradossalmente per gli orientali il compito affidato era quello di
allentare i sentimenti nazionalisti per consolidare un blocco omogeneo e stringersi attorno
all’Unione Sovietica. La seconda presa di posizione, formulata dalla Jugloslavia, era l’accusa ai
partiti occidentali di mollezza con cui hanno combattuto la politica capitalistica. Era più che
altro un modo di dimostrare la lealtà jugoslava all’URSS, di cui questa dubitava.
La stalinizzazione dell’Europa orientale
Il Cominform fu il primo campanello d’allarme per la fine del pluralismo nell’E orientale: in
Romania re Michele fu costretto ad abdicare, in Polonia Gomulka fu rimosso dalle cariche. Ma i
fatti più estremi avvennero in Cecoslovacchia, Germania e Jugoslavia.
Il partito comunista cecoslovacco colse l’occasione nel febbraio 48, quando una decisione a
maggioranza del governo impediva al ministro degli Interni (comunista) di licenziare quei
poliziotti che potevano garantire la regolarità delle elezioni. Le rimostranze fatte dal partito
comunista, però, costrinsero i borghesi a dare le dimissioni e Benes, il 29 febbraio, dovette
subire la costituzione di un governo dominato da comunisti.
Il “blocco di Berlino” e la nascita della Repubblica federale di Germania
Analogamente alla Germania, anche Berlino era stata divisa in 4 zone d’occupazione. Si
ponevano quindi due questioni di fondo: la responsabilità nel soccorrere la popolazione di una
città distrutta e le vie di comunicazione fra le zone occidentali. Per quanto riguarda la prima
questione, i sovietici proposero che ogni occupante si sarebbe caricata la responsabilità della
propria zona, mentre per quanto riguarda le vie di comunicazione gli occidentali avevano
accesso alle strade, ferrovie e vie fluviali senza controlli.
Il vero momento di svolta fu la decisione di attuare in Germania ovest una riforma monetaria
che potesse ricondurre la situazione sotto controllo. Il 18 giugno tale riforma venne attuata
mediante la creazione di un nuovo marco occidentale che sarebbe stato scambiato con dieci
marchi di qualsiasi natura. Gli anglo-americani prevedevano comunque una moneta separata per
la capitale, ma ciò non impedì le accuse sovietiche di voler spezzare l’unità economica della
Germania. Ordinarono che la moneta non potesse circolare a Berlino in quanto pienamente
all’interno della zona sovietica. Ma gli occidentali risposero che una potenza non poteva
decidere per tutti e 4. La rappresaglia scattò il 22 giugno quando i sovietici annunciarono
l’introduzione della loro “moneta tedesca” e chiesero, inutilmente, che fosse riconosciuta come
valuta legale a Berlino ovest. Respinte le proposte, i sovietici bloccarono tutto il traffico
terrestre, fluviale e ferroviario.
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Era una situazione esplosiva ed emblematica: la prima perché si rischiava di passare ad uno
scontro armato mentre la seconda avrebbe mostrato le reali intenzioni statunitensi sia ai sovietici
che ai loro alleati.
Si creò così un ponte aereo per i rifornimenti che i sovietici non poterono bloccare se non a
scapito di un conflitto militare. Durante il blocco, però, i contatti diplomatici non furono
bloccati: dopo che i rispettivi ambasciatori alleati si erano rivolti a Stalin, questo in un intervista
del 30 gennaio 49, affermò che il blocco poteva essere tolto se gli alleati avessero discusso la
questione tedesca nella riunione del Consiglio dei ministri esteri. Il 12 maggio finiva il blocco e
nello stesso giorno gli alleati approvavano la Carta fondamentale della Repubblica Federale di
Germania. La capitale rimase divisa nelle zone, e il tentativo sovietico di bloccare la nascita del
nuovo stato rimase inefficace. Da quel momento la capitale sarebbe stata la vetrina dei rispettivi
modelli di sviluppo e ricostruzione. Gli avvenimenti, associati alla crisi in Cecoslovacchia,
alimentò la percezione occidentale di un URSS determinata ad impedire la ricostruzione di un
Europa guidata dagli USA. Non fu a caso che iniziarono i negoziati per il Patto Atlantico.
L’espulsione della Jugoslavia dal Cominform
Altro episodio di irrigidimento sovietico fu l’espulsione dal Cominform della Jugoslavia
effettuato il 28 giugno 48 a Bucarest.
L’internazionalismo sovietico era infatti diventato sinonimo di allineamento alle decisioni di
Mosca. Tale irrigidimento era però meno visibile in Jugoslavia per via della presenza di Tito, il
quale si considerava secondo solo a Stalin. A questo poi, spiaceva la propensione di Tito a
considerarsi come una sorta di guida dei partiti comunisti dell’area danubiano-balcanica.
L’attivismo di Tito, secondo Stalin, avrebbe potuto portare a compiere gesti imprevisti. Dopo
aver invitato a Mosca il suo braccio destro, Djilas, ed aver accusato la Jugoslavia di voler
costituire una federazione balcanica, il 27 marzo, con Molotov, scrisse una lettera a Tito dove
venivano rinnovate le accuse. Tito rispose affermando che i due erano disinformati. Stalin allora
cercò, con poco successo, di tramare per rovesciare il presidente jugoslavo. Lo scontro sfociò a
Bucarest nella riunione del Cominform, in cui la Jugoslavia fu espulsa. Tito non si distaccò dal
socialismo, bensì dalla politica estera sovietica.
CAP IX: LA FORMAZIONE DEI BLOCCHI E L’EVOLVERE DEI LORO RAPPORTI
1. Formazione del Patto atlantico. La componente europeistica
Il Patto di Bruxelles
All’attuazione del Piano Marshall, ci si rese conto che la misura dell’impegno appariva
insufficiente. Si diffuse il timore che i benefici potessero essere messi in pericolo dall’estendersi
dell’influenza sovietica. Questa paura aveva messo radici soprattutto dopo la formazione del
Cominform e dal colpo di stato a Praga. Un primo passo verso la costruzione di un fronte
occidentale europeo era già stato fatto con la firma del trattato anglo-francese di Dankerque, con
cui ci si assicurava nell’impedire la rinascita del pericolo tedesco, ma in realtà rivolta ai timori
verso i sovietici.
Il 22 gennaio 48, Bevin, in un discorso nella Camera dei Comuni, denunciò il carattere
aggressivo della politica estera sovietica ed esortava gli europei alla formazione di una “Unione
occidentale” simile a Dankerque. Sebbene nel discorso avesse enumerato numerosi paesi,
all’appello, oltre ai francesi, risposero solamente i tre paesi del Benelux. Così il 17 marzo 48
venne firmato a Bruxelles il trattato istitutivo dell’alleanza a 5 contro la rinascita di un pericolo
tedesco poiché si preferì evitare la sfida aperta con Stalin. Il trattato, pur avendo tracce della
vecchia politica di potenza europea, lasciava intravedere i primi passi di un europeismo attivo,
già siglato con l’OECE.
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Il difficile negoziato ed il trattato dell’Atlantico del Nord
La risoluzione Vandenberg, che faceva uscire definitivamente gli USA dall’isolazionismo,
facilitarono Truman nei colloqui esplorativi una volta superate le discussioni in seno ai lavori
dell’Alleanza Atlantica.
A questi presero parte i cinque dell’Unione occidentale, gli USA, il Canada e furono consultati,
la Norvegia, l’Islanda e la Danimarca. I problemi centrali erano 3: la questione tedesca, l’elenco
dei paesi invitati, e la formulazione del casus foederis.
Il primo problema condizionava l’impegno francese. Per gli americani, invece, nessun progetto
di difesa poteva essere attuato senza la presenza tedesca, e affermarono di farsi garanti dello
status-quo. Secondo Truman solamente un’alleanza di questo genere poteva rassicurare una
ricostruzione della Germania agli occhi dei francesi.
La questione della delimitazione geografica pose molti interrogativi: invitare la Spagna fascista,
o anche stati neutrali come la Svizzera e la Svezia? Il punto nodale fu poi l’Italia: molti non
erano ancora sicuri del livello di democrazia italiano e comunque provavano risentimento per la
recente guerra. Altri ritenevano inopportuno allargare il fronte al Mediterraneo. Sarebbe stato
meglio, per questi, creare un altro patto specifico. Ma escludendola, oltre ad isolarla, si
sarebbero create difficoltà per la neonata democrazia. Al contrario con la sua partecipazione,
l’alleanza avrebbe avuto una caratteristica “continentale” più che marittima. Un’alleanza che
sarebbe stata più franco-centrica (e le avrebbe fornito anche uno stato cuscinetto) ma anche più
dichiaratamente europea. Furono queste le ragioni che spinsero il rappresentante francese
Bonnet a condizionare la partecipazione italiana a quella francese.
I nodi politici vennero risolti per la metà del marzo 49. La cerimonia della firma del trattato
avvenne a Washington il 4 aprile 49 con la partecipazione dei 12 paesi. Un’alleanza 20ennale
rinnovabile. L’art 5 indicava il casus foederis: un attacco armato rivolto ad uno dei membri
verrà considerato come un attacco contro tutte le sue parti.
C’è però da dire che l’immediatezza non era come quella dell’Unione occidentale in quanto qui
si lasciava alle parti interessate il compito di definire l’azione da adottare. Questo perché gli
USA non potevano negare la prerogativa del Senato a dichiarare lo stato di guerra: un fatto che
metteva subito in dubbio la repentinità di un intervento americano sul suolo europeo.
2. La vittoria comunista in Cina e la guerra in Corea. La questione giapponese
La guerra civile in Cina
Al contrario dell’Europa, per l’Asia non si erano portate avanti proposte volte ad eliminare il
colonialismo o lo stampo imperialista delle potenze occidentali.
Negli ultimi giorni di guerra la Cina dovette cedere su alcuni punti a favore dell’URSS anche
sotto spinta degli americani. Questi a loro volta chiedevano aiuto per la neutralizzazione del
PCC.
Nel 45 il generale Marshall fu inviato in Cina per cercare di far collaborare il Guomintag e il
PCC per ricostruire il paese. Il dialogo però non diede nessun risultato, in quanto il primo era
sicuro di ricevere l’aiuto americano, mentre il secondo era sicuro del largo consenso della
popolazione dello Shanxi.
Nel luglio 47 il compito di cercare un compromesso fu affidato al generale Wedemeyer che
ritornò con la sensazione della crisi dei nazionalisti e l’avanzata dei comunisti. Nonostante ciò
non propose nessun inutile intervento armato americano.
Si vide un minimo spiraglio di cambiamento nell’estate del 49, quando Chang Kai-shek nominò
alla vicepresidenza un personaggio più disponibile al compromesso. La svolta però avvenne
quando in giugno 49 Mao pubblicò “Sulla dittatura democratica del popolo” in cui si affermava
l’esistenza di una sola Cina.
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La vittoria dei comunisti cinesi
A fine 48 le forze del Guomintang erano in completo sfacelo. Gli americani abbandonavano
ormai ogni illusione di riuscita, ma continuarono a porsi in una posizione di netta ostilità
rispetto all’ipotesi di una Cina popolare. La questione venne risolta quando il 1 ottobre 1949
Mao annunciò la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese. L’America rifiutò
immediatamente il riconoscimento diplomatico. I nazionalisti decisero di migrare nell’isola di
Formosa continuando la lotta. Avrebbero mantenuto comunque il loro posto in seno al
Consiglio di sicurezza. Da questo momento Giappone e Corea diventavano due postazioni
strategiche per gli USA.
Iniziata questa nuova fase, la Cina si dovette rivolgere al naturale alleato: l’URSS. Nonostante
gli anni di militanza insieme, esistevano comunque differenze di fondo: la visione sovietica era
incentrata sulla mobilitazione delle masse urbane. Proprio per questo motivo, agli inizi del
secolo, il movimento comunista cinese non ebbe molti successi. Alla fine degli anni 20, però,
Mao riformulò l’ideologia ammettendo il carattere rurale del paese. La sua notorietà salì nel 35
quando intraprese la “lunga marcia” che portò i comunisti a stabilirsi nella regione dello Shanxi.
Comunque sia i suoi precedenti non garantivano per nulla una solida amicizia con l’URSS.
Le conseguenze della nascita della Repubblica popolare cinese
La perdita della Cina provocò grande risentimento verso Truman, soprattutto da parte della
China Lobby (fra questi anche il senatore McCarthy), un vero punto di difesa della Cina
nazionalista. Agli alleati fu ordinato di non riconoscere la nuova Cina (ad eccezione della Gran
Bretagna e dell’India) e di attuare un embargo commerciale. Tutto ciò prevedibilmente spinse
ancora di più Mao verso le posizioni sovietiche: il 14 febbraio 50 a Mosca si firmarono alcuni
trattati che li legarono indissolubilmente. Il primo consisteva in un’alleanza difensiva contro i
giapponesi (ma anche contro qualunque aggressore), il secondo il rilascio sine die da parte
dell’URSS delle posizioni conquistate dal governo nazionalista e il terzo riguardava un prestito
di 300 milioni di dollari alla Cina.
Appariva all’esterno come un satellite privilegiato ma sempre in linea con la politica aggressiva
sovietica. La cosa trovò conferma con l’invasione del Tibet, che vide il Dalai Lama, privo di
mezzi militari, rivolgersi all’UK e all’India che però non intervenirono.
La questione coreana
Nella conferenza del Cairo del 43, si era deciso di avviare una commissione quadripartita nella
Corea. Come da accordi l’URSS si fermò al 38° parallelo. La Gran Bretagna, però, mostrandosi
incapace di sostenere altri aiuti esterni lasciò che le discussioni si inasprirono con gli USA.
Mentre i sovietici avevano trovato un interlocutore affidabile in Kim Il Sung, gli americani
fecero lo stesso con il conservatore Syngman Rhee. Dal marzo 46 le super-potenze
cominciarono a scambiarsi le accuse: gli americani creavano un governo anticomunista sotto il
38° parallelo mentre i sovietici stavano instaurando un regime monopartitico. Nel settembre 47
una raccomandazione da parte dell’Assemblea delle Nazioni Unite chiedeva che si svolgessero
al più presto libere elezioni. Vista la natura giuridica della raccomandazione, però, Kim Il Sung
poté respingere i rappresentanti ONU.
Syngman Rhee decretava il 15 maggio 48 la nascita della Repubblica di Corea. Lo stesso fece
Kim Il Sung quando il 9 settembre proclamò la nascita della Repubblica popolare di Corea.
Nonostante le continue frizioni, però, sovietici ed americani ritennero possibile ritirare le loro
truppe. Per gli USA, infatti, la priorità andava al Giappone ed al Sud-Est asiatico. Alla fine del
49, però, Pyongyang cominciò a ricevere armamenti dalla Cina e l’URSS accorse
immediatamente a fornire armi più moderne.
La guerra di Corea
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Kim Il Sung voleva conseguire l’unificazione della nazione mediante la forza. Così dopo aver
meditato e consultato cinesi e russi, il 25 giugno 1950 passò all’attacco sperando nel fattore
sorpresa per rovesciare il governo del Sud. Il disegno fallì poiché, nonostante i territori
conquistati, l’idea dell’indifferenza americana era del tutto errata. Poiché se il sistema
comunista rafforzava il suo arsenale e la sua estensione territoriale, la sfida imponeva nuove
risposte. Caduta la Corea, poi, il Giappone sarebbe rimasto privo di cordone sanitario. Iniziava
così la “guerra per procura”. Non si perse tempo e si sottopose il giorno stesso la questione al
Consiglio di Sicurezza, che votò la risoluzione che condannava l’aggressione nord-coreana. I
sovietici, infatti, come atto di protesta alla mancata sostituzione del seggio cinese, avevano
deciso di non partecipare ai lavori. Il 27 giugno, rifacendosi all’art 42, il Consiglio chiese un
contributo volontario di tutti i membri dell’ONU: un aiuto simbolico che però diede un tono
internazionale all’intervento americano. A capo dell’operazione fu posto il generale MacArthur:
con una mossa a sorpresa fece sbarcare il 15 settembre, ad un centinaio a nord dal fronte, le
forze internazionali che chiusero in una morsa le truppe nord-coreane e cominciarono la spinta
verso l’alto. Si pensava di poter attuare l’unificazione attraverso l’uso di strumenti militari.
Ben consci del pericolo del ritorno sovietico in seno al Consiglio, gli americani avevano
preparato una proposta, che poi sarebbe stata approvata come risoluzione “Unitine for peace” il
3 novembre 50, secondo la quale in caso di veto ma con una maggioranza che avrebbe potuto
deliberare, o in seguito alla richiesta dei 2/3 del Consiglio, le competenze in materia sarebbero
potute passare all’Assemblea. Così fu accettata la proposta britannica che prevedeva la fine
delle ostilità e l’organizzazione di libere elezioni sotto il controllo ONU.
Dopo un lungo periodo di stasi, MacArthur ordinò ai sud-coreani di attraversare il confine il 7
ottobre. Il 16 i cinesi nazionalisti cominciarono ad affluire nel territorio.
Il 26 novembre, però, iniziò la controffensiva delle forze nord-coreane congiunte a quelle cinesi.
Lo sforzo militare fu rinnovato e ad aprile 1951 si riuscì a respingere le forze cinesi poco più a
nord del 38° parallelo.
Dal punto di vista politico la crisi toccò il punto più alto: il 24 marzo, di sua iniziativa,
MacArthur minacciò la Cina popolare ed al tempo stesso proponeva un accordo puramente
militare con la Corea, scavalcando il presidente. Così per reazione Truman lo esautorò
generando dissensi.
Arrivati ad un punto morto, la situazione si risolse quando i sovietici alla fine di giugno 1951 si
fecero porta-voce del governo nord-coreano per negoziare a Kaesong. Le trattative furono
faticose e lente anche per via delle elezioni americane del 52, da cui uscì vincitore Eisenhower.
Questo mantenne la sua promessa di risolvere la questione coreana, in quanto i negoziati di
Panmunjon furono riaperti nel 53, poi proseguiti a Ginevra nel 54.
La guerra si concludeva con un compromesso, ma l’analogia coreana con la situazione tedesca
era evidente: bisognava cominciare a creare una rete difensiva.
Il trattato di pace con il Giappone
Il Giappone passò nel giro di 7 anni ad essere il nemico e poi l’alleato principale degli USA in
Asia e libero da ogni forza d’occupazione. La responsabilità dell’amministrazione fu affidata al
Supreme Commander of Al lied Powers, il generale MacArthur, che aveva il compito di
rielaborare la costituzione giapponese in senso democratico-pluralista. Divenne una sorta di
alter-ego dell’imperatore Hiro-Hito per il suo stile personale ed imperioso di dare disposizioni.
La casa regnante fu mantenuta e la legittimazione veniva ora dal popolo. Anche la vecchia
classe dirigente fu mantenuta ad esclusione degli esponenti militari che divennero il capro
espiatorio.
Il programma di ricostruzione non poteva avere successo senza un risanamento economico. Il
principale intento era infatti quello di disgregare le zaibatsu (cartelli finanziari). Il pluralismo
partitico caratterizzò i primi anni, ma in seguito divenne chiaro il predominio di quello liberale.
Emanata una disposizione, nel 46, che avrebbe dovuto sradicare le zaibatsu, il governo Yoshida
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non trovò sufficiente supporto dagli americani. Il risanamento dell’economia venne affidato a
Joseph Dodge che nel giro di un anno riuscì a ristabilire la competitività soprattutto grazie alla
riduzione dei costi, soprattutto quelli salariali. Nel 47 MacArthur sollevò il problema del tratto
di pace: nel 50 il compito fu affidato a J.F. Dulles. I lavori ebbero inizio a S. Francisco il 4
settembre 51. L’URSS portava gli interessi della Cina, ma questi non furono accolti. Infatti
quando questa entrò in vigore il 28 aprile 52, mancava la firma sovietica. L’8 settembre 51,
invece, gli USA erano riusciti ad ottenere uno strumento giuridico che consentisse loro di
mantenere truppe e basi nel territorio giapponese.
3. La militarizzazione della guerra fredda in Europa
La risoluzione NSC-68
Al momento della firma del patto Atlantico (4-4-49), tale documento era considerato dagli
americani come una concessione fatta agli europei. La fine del monopolio atomico e la nascita
della nuova nazione cinese fecero però rivedere le loro posizioni. Bisognava analizzare i limiti
della politica del contenimento. Furono queste le basi che portarono il 20 aprile all’elaborazione
numero 68 della National Security Council che avrebbe portato alla militarizzazione
dell’Europa, fu premessa del riarmo tedesco e della nascita della NATO.
Un ripensamento approfondito della dottrina Kennan fu avviata dal suo successore Paul Nitze:
bisognava rispondere sia sul piano militare (la costruzione della bomba H) e su quello politico,
ovvero la presentazione dei documenti che furono alla base della risoluzione. Qui infatti si
faceva una analisi più aggiornata degli obiettivi della politica estera sovietica. Si evinse che,
mossa da fede fanatica, aveva come obiettivo la totale sottomissione dei popoli posti sotto il loro
controllo. Tutto ciò portava a conclusioni estreme ed a nuovi impegni in politica estera. Bisogna
ricostruire l’esercito che si era appena smantellato.
L’integrazione della Germania federale nel sistema occidentale
La risoluzione NSC68 rimetteva in moto il processo avviato sui due binari in Europa nel 47:
l’europeismo e la trasformazione del Patto Atlantico con il riarmo della Germania.
Due aspetti che sono due facce della stessa medaglia: la costruzione di un sistema istituzionale
europeo era funzionale all’integrazione sempre più stretta di quei paesi che temevano la
minaccia sovietica e prima fra questi la diretta interessata Germania federale.
L’iniziativa motrice si sviluppò in vista della costituzione della Comunità Europea del Carbone
e dell’Acciaio.
Dopo il rifiuto da parte alleata dell’assegnazione della regione della Saar alla Francia, il
ministro degli esteri Schuman lanciò il 9 maggio 50 la proposta di istituire un’alta autorità
carbo-siderurgica che conciliasse le esigenze franco-tedesche: la special relationship angloamericana aveva fatto temere l’isolamento francese in vista di una relazione similare fra
americani e tedeschi. Il piano sostituiva la subordinazione con la sovrannazionalizzazione. La
risposta di Adenauer fu positiva. I lavori furono lunghi e complessi anche per via del contrasto
posto dall’industria privata. Il 18 aprile 51 fu approvato il testo che istituiva la CECA e questa
entrava in funzione il 25 luglio 52.
Era un primo passo per superare le rivalità storiche dell’Europa. Quest’organo aveva il compito
di creare un mercato comune per l’industria carbo-siderurgica al fine di evitare gli eccessi di
cartellizzazione.
Dal Patto atlantico alla NATO. Il riarmo della Germania
Gli americani, dopo l’NSC68 cominciarono a ripensare al proprio ruolo in Europa. I loro
partners, infatti, chiedevano un impegno maggiore e gli avvenimenti in Corea avevano mostrato
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il viso della guerra per procura: un concetto che poteva essere esteso anche all’occidente,
soprattutto in territorio tedesco.
Tutto questo però poneva il problema della partecipazione della Germania alla difesa del
proprio territorio. La questione venne discussa alla vigilia della riunione del Consiglio atlantico
prevista per la metà di settembre 50: gli USA accoglievano le richieste ma a condizione che
avessero potuto aumentare in modo consistente la loro presenza e partecipare alla formazione di
una forza atlantica integrata, assumendone il comando e che gli europei accettassero il riarmo di
10 divisioni tedesche. Un progetto che colpiva direttamente nazioni come la Francia, la Polonia
e l’Unione Sovietica.
Proprio per questo i francesi, grazie a Monnet, formularono una controproposta: la creazione di
un esercito europeo riallacciato alle istituzioni politiche dell’Europa unita. Si proponeva la
creazione di un ministero europeo per la Difesa e di un esercito di sei divisioni nelle quali unità
di ogni paese sarebbe stata integrata. Una proposta che incontrò sfavori interni: la sinistra
contraria all’idea del riarmo tedesco, i gollisti contrari al metodo soprannazionale e per lo stesso
motivo gli inglesi che videro cadere il progetto di leader continentale. Restava comunque
l’unica formula in cui la Francia avrebbe potuto accettare il riarmo tedesco. Le discussioni
continuarono fino alla metà di dicembre quando a Bruxelles si decise di trattare i 3 temi
(l’organizzazione delle forze atlantiche, il riarmo della Germania e quella dell’esercito europeo)
separatamente. La costituzione dell’esercito Atlantico integrato, venne posto sotto il comando
del generale Eisenhower. La NATO crebbe come sviluppo tecnico-militare del Patto atlantico.
La questione della partecipazione tedesca venne risolta nella formula dei combat teams.
Ascesa e caduta della Comunità europea di difesa
Il negoziato sul piano Pleven ebbe inizio il 15 febbraio 1951 a Parigi, durò oltre un anno e gli
sviluppi del quadro globale pesarono sui lavori.
La reazione dei sovietici dinnanzi ad un’eventuale riarmo della Germania, fece affiorare il
pensiero in una Germania unificata e neutrale.
Sul tavolo dei negoziati, intanto, di delineava una Comunità composta secondo istituzioni
analoghe alla CECA ma nel quale l’esecutivo sarebbe stato più diluito dalle pretese
soprannazionali. Durante il Consiglio atlantico del 51 ad Ottawa la formula della CED venne
approvata. Sempre qui la struttura della NATO si vedeva consolidare, con la creazione dello
Standing Group, una sorta di comitato d’emergenza e direzione militare. Nel febbraio 52 venne
stabilito che la sede dell’HQ NATO sarebbe stato a Parigi. Fu durante questa fase che il governo
italiano propose anche la creazione di una comunità politica, che prevedeva l’ipotesi di
un’assemblea eletta a suffragio universale.
Tutti gli scogli furono superati a Lisbona nel 52: accolte le richieste di Grecia e Turchia di far
parte dell’alleanza e furono poste le basi politiche del compromesso che volevano la Germania
nella NATO solamente dopo la firma degli accordi contrattuali relativi allo status quo
internazionale.
Lo scottante tema della Saar, fu oggetto di un nuovo compromesso con gli accordi contrattuali
tra la Germania e le potenze occupanti il 26 maggio a Bonn, mentre il giorno dopo si firmava il
trattato costitutivo della CED: un organo speculare alla CECA nell’ambito della difesa, ma con
un Consiglio dei ministri che aveva il compito di orientare l’attività del Commissariato. La
Germania non avrebbe potuto disporre di proprie forze se non quelle integrate. Si apriva ora,
però, il nodale processo di ratifica. L’Unione Sovietica, inoltre, informò che per quanto
riguardava l’unificazione della G, era disposta a ritirare l’occupazione e garantire il riarmo
minimo per la difesa: un atteggiamento che faceva capire come il vero intento fosse quello di
scardinare la coalizione europea. La firma degli accordi di Bonn e Parigi, non furono il punto
d’arrivo, bensì l’inizio della decadenza. Sul fronte interno francese si riaffacciavano i problemi
del riarmo tedesco. Eventi esterni influirono: Eisenhower alla presidenza, la morte di Stalin il 5
marzo 53 che lasciava l’eredità ad un direttorio interessato alla corsa del potere interno più che
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agli affari esteri. Alla nuova amministrazione americana i francesi chiesero degli aiuti: appoggio
nella questione della Saar, aiuti in Indocina e riconoscimento formale della Francia come grande
potenza. Questi si mostrarono disposti ad aiutarli solo nella questione indocinese. Ci si chiedeva
se valeva ancora la pena proseguire un progetto quando il pericolo sovietico sbiadiva. La crisi di
governo francese portò al potere Pierre Mendes France che gettò tutte le sue energie sul dialogo
in Indocina riuscendo ad ottenere posizioni favorevoli e avvisò Dulles che la maggioranza
dell’Assemblea nazionale francese non era favorevole alla CED.
Dopo un lungo lavorio si giunse il 18 agosto 52 alla convocazione a Bruxelles dei membri della
Comunità, ai quali Mendes France intendeva proporre delle modifiche al trattato CED e avrebbe
posto la questione della fiducia sulla ratifica solamente se le modifiche sarebbero state accettate:
si ridusse in sostanza ad uno scontro fra il francese ed i restanti membri. La sorte della CED fu
segnata quando il 30 agosto passò la mozione che respingeva il testo senza discussione.
La nascita dell’Unione Europea Occidentale
La Francia impegnata sui fronti del suo impero sentiva il bisogno di conservare, come gli
Inglesi, una forza armata propria non vincolata. Mendes France, inoltre, riaffermò la sua
intenzione di continuare il processo del riarmo tedesco. Il compito di raffreddamento della
tensione sarebbe toccato alla Gran Bretagna, che pensò al Patto di Bruxelles come surrogato
della mancata CED: bisognava includere anche al Germania federale e l’Italia.
I lavori ebbero inizio a Londra il 28 settembre 1954 e terminarono il 3 ottobre con un’intesa di
massima che prevedeva la restituzione della piena sovranità alla Repubblica federale e
l’adesione di questa al Patto atlantico. La nuova alleanza avrebbe assunto il nome di Unione
europea occidentale. Si prevedeva un esercito comune e a garanzia che nessuno oltrepassasse le
soglie del riarmo venne costituita un’Agenzia di controllo degli armamenti.
Il 5-5-55 fu concluso il processo delle ratifiche: la Germania poteva entrare nella NATO ed
essere riarmata. L’unico ostacolo rimaneva la Saar: nell’ottobre 56 Bonn e Parigi si accordarono
perché ritornasse sotto sovranità tedesca dal 57, in cambio di importanti forniture alla Francia.
Il Patto di Varsavia
Il 1955 fu l’anno in cui si completò la creazione dei blocchi in Europa. Se per il blocco
occidentale fu il risultato di un lungo travaglio, quello orientale fu caratterizzato dalla facilità
che solo i metodi sovietici consentivano. Compiuto nel 48 il processo di assimilazione dei
regimi politici sotto l’influenza sovietica e superata la fase dello scontro frontale con gli
occidentali, la reazione sovietica fu parallela a quelle occidentali. In una conferenza di fine 54 a
Mosca, gli 8 Stati affermarono che qualora i trattati di Parigi fossero stati ratificati, essi
avrebbero adottato contromisure necessarie. Di conseguenza il 6 maggio, all’indomani della
ratifica dell’UEO, il governo sovietico rigettava i trattati anglo-sovietico e franco-sovietico. Si
stipulò il 14 maggio 55 un trattato di cooperazione ed amicizia noto come Patto di Varsavia:
prevedeva consultazioni in caso di minaccia e si stabiliva che un attacco ad uno dei suoi membri
avrebbe comportato l’immediata assistenza da parte degli altri.
Per esprimere l’intento non aggressivo si esprimeva nell’art 11 la cessazione del Patto qualora si
fosse costituito un sistema generale europeo di sicurezza. Il suo carattere di risposta al riarmo
tedesco era manifesto.
Da allora tra i due blocchi ci sarebbero stati solamente momenti di crisi acuta ma temporanei,
mentre era al loro interno che emergevano i conflitti. In tal senso il Patto più che dimostrare la
coesione del blocco sovietico, ne mise in mostra i limiti della capacità di controllo.
4. La svolta del 1953. Verso una prima distensione?
Dulles fra “roll back” e “New look”
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Dulles accusò la mollezza, infondata, della politica del containment. Sin dall’inizio si pose con
slogan forti e militanti e formulò la strategia del “Roll back”: una controffensiva che avrebbe
dovuto respingere i sovietici dalla posizione di forza guadagnata dal governo Truman. Gli eventi
però si incaricarono di confutare la fondatezza di questa politica quando il 1953 la ribellione
operaia a Berlino offrì l’occasione a Dulles o nel 56 durante la rivoluzione ungherese di Nagy.
In entrambe le situazioni Dulles non mosse un dito per via dell’evidente stabilità di rapporti
raggiunta in Europa. Altro caposaldo di Dulles era l’incremento degli armamenti atomici: gli
americani avevano dei vantaggi cronologici rispetto ai sovietici (bigger bang for a buck) e
sicuramente l’incremento in questo tipo di armamenti era sicuramente più economico di uno
volto alle forze convenzionali. Spinse gli alleati europei a farsi carico dell’onere della propria
difesa: non ci sarebbero stati più aiuti se non sul piano militare.
Per tutto il 53 elaborò la strategia deò “New look”: prevedeva la creazione di un sistema
difensivo anticomunista capace di dispiegare il massimo dell’efficacia a costi tollerabili: il tutto
si basava sulla capacità di dare una risposta immediata e massiccia ad un attacco sovietico, una
massive retaliation.
Significava molto ma in pratica contava poco: a lungo termine l’azione globale sovietica
avrebbe assunto forme di penetrazione serpeggiante senza offrire occasioni di risposta
statunitense. Il New look si dirigeva contro ipotesi irrealistiche, ma risolveva i problemi nella
NATO e ad all’interno: tendeva a mostrare la credibilità dell’appoggio americano ed era una
politica meno onerosa. Un altro punto debole del New look era visibile: la rappresaglia
massiccia sarebbe stata credibile solamente se in grado di mettere in ginocchio l’avversario sin
dal first strike. Dal momento però che una rappresaglia massiccia avrebbe causato una risposta
massiccia, si istituiva un equilibrio che annullava le premesse logiche della strategia americana.
L’impianto logico della nuova diplomazia di Dulles era dunque velleitario, un bluff.
Una politica più pacifica fu invece quella di Eisenhower che propose l’uso pacifico dell’energia
atomica: l’8 dicembre 1953 aveva presentato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il suo
progetto per la ripresa dei negoziati in vista di un’autorità atomica.
All’insuccesso di attuare i programmi più ambiziosi, Dulles, coltivò un’azione politica più
realistica: si rivolse al Mediterraneo, al MO e all’Asia sud-orientale dove motivi di incertezza e
squilibrio offrivano l’occasione per completare l’accerchiamento dell’URSS mediante accordi
bilaterali senza impegni con la NATO. Proprio lì si finanziarono costruzioni di basi che
contraddicevano di fatto la dottrina della rappresaglia massiccia.
La localizzazione periferica delle basi americane
La Spagna ostracizzata, su proposta americana, nel 46 dall’Assemblea delle Nazioni Unite per il
suo regime dittatoriale, il 26 settembre 53 ottenne la firma per aiuti economici e militari
americani in cambio dell’affitto di terreni per la costruzione di basi.
Dopo la rottura della Jugoslavia con Mosca e le richieste di adesione NATO da parte di Grecia e
Turchia, gli americani capirono la portata del cambiamento: si poteva costituire uno scudo
balcanico. L’entrata della Jugoslavia nel sistema alleato avrebbe però innescato il problema di
Trieste: dopo varie vicissitudini la questione si risolse con discussioni bilaterali con Londra. Le
rispettive zone venivano consegnate alle due amministrazioni (l’Italia otteneva Trieste ma
vedeva il territorio a vantaggio degli jugoslavi). Così il 28 febbraio 53 i tre paesi firmarono un
trattato di amicizia e collaborazione che poi si sarebbe svuotato per la ventata riformistica di
Chruschev e l’adesione di Tito al movimento non allineato.
La difesa del Medio Oriente
Il MO anticamente terra egemonizzata dai britannici, si vedeva ora contesa fra questi e gli
americani che avendo installato interessi economici, erano propensi ad intrattenere buoni
rapporti. Proprio qui s’incrinava la special relationship come poi dimostrò la crisi di Suez.
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Dulles ritenne che il suo paese dovesse impegnarsi solo in maniera indiretta, dall’esterno: nel
febbraio 55 si ottenne il Patto di Baghdad (che poi sarebbe diventato CENTO nel 59) a cui
aderirono Turchia, Iraq, GB, Pakistan e Iran. L’assenza dell’Egitto, che avrebbe totalmente
chiuso l’accesso ai sovietici nel Mediterraneo, era dovuto alla politica di non allineamento
adottata da Nasser.
Intanto, altre alleanze si andavano delineando: l’ANZUS nel Pacifico e la SEATO in Asia.
Quest’ultima, che di paesi asiatici aveva solo il Pakistan, la Thailandia e le Filippine, era
esplicitamente stata progettata per eventuali attacchi sovietici, in territori che si estendevano
anche alla Malesia ed all’Indocina (è infatti una risposta alla sconfitta nella Conferenza di
Ginevra), per rassicurare l’India da un attacco Pakistano.
Più che roll-back, questa politica sembra un’allargamento del contenimento. Dulles però era
realista e capì che la guerra fredda si spostava all’esterno e che la ricerca di dialogo con i
sovietici doveva continuare. Tutte queste ambivalenze erano inoltre spinte dalle interferenze
interne del “maccartismo”: solamente il carisma del presidente Eisenhower poté mettere fuori
gioco il senatore, che avrebbe messo i bastoni fra le ruote nel momento in cui il dialogo avrebbe
dovuto realizzarsi.
5. La lotta per la successione a Stalin e la “destalinizzazione”
La “direzione collegiale”
Alla morte di Stalin, quelli abituati ad obbedire od a complottare si ritrovarono a dover guidare il
paese: il 16 aprile 53 la Pravda, annunciava l’istituzione della direzione collegiale con Malenkov
come premier, Berija come ministro degli interni, Molotov al dicastero degli esteri e Chruschev a
capo del partito. I primi due erano favorevoli ad uno spostamento di produzione verso l’industria
leggera e l’agricoltura. Per fare ciò necessitavano di un clima sereno all’esterno. Idea fortemente
contrastata dagli stalinisti come Molotov. Nella via di mezzo c’erano i sostenitori, fra i quali gli
ambienti militari, di Chruschev che propendeva solamente per una morbidezza esterna.
I contrasti politici ebbero una vittima in Berija, che fu arrestato ed ucciso dopo che, adottando
misure che smussassero i malcontenti nell’Europa dell’est, si innescarono ondate di scioperi a
partire dal 17 giugno a Berlino per poi dilagare in tutta la Germania.
Il trattato di pace per l’Austria e la Conferenza di Ginevra del 1955
Con il nuovo clima instaurato dalla presenza di Bulganin e Chruschev al vertice sovietico si potè
siglare il 15 maggio 55 il trattato di Stato austriaco: l’anchluss era già stata annullata nel 43, il che
diede la possibilità di agli austriaci di crearsi un’amministrazione forte ed indipendente. L’unica
analogia con la Germania era l’occupazione quadripartita. Le discussioni ebbero successo poiché i
sovietici rinunciarono a condizionare il trattato austriaco con la soluzione di quello tedesco. D’altra
parte ottennero la neutralizzazione dell’Austria e la dipartita degli eserciti occidentali, pensando di
tagliare un collegamento fondamentale dell’alleanza.
Si instaurò un clima di buona volontà che non fu scalpito dall’ammissione della Germania nella
NATO, dall’UEO e dal corrispettivo Patto di Varsavia: erano istituzioni che dovevano essere
solamente formalizzate. In questo clima la diplomazia occidentale rilanciava la proposta di un
vertice con i capi di Stato delle quattro potenze. Ginevra venne scelta come luogo dell’incontro che
si svolse dal 18 al 23 luglio. L’odg era fissato in 4 punti: l’unificazione della Germania, la sicurezza
europea, il disarmo e lo sviluppo delle relazioni Est-Ovest. La discussione che vide Bulganin,
Molotov, Chruschev per i sovietici, Esienhower e Dulles per gli americani, Eden e McMillan per gli
inglesi e Faure e Pinay per i francesi, fu molto amichevole ed abbastanza franca. I 4 si lasciarono in
completo dissenso su tutti i punti. Non vanno dimenticati, però, la proposta inglese di riunificare la
Germania dopo libere elezioni (con garanzie reciproche), quello sovietico per la costruzione di una
zona demilitarizzata e neutralizzata al centro del continente, oppure la proposta delle ispezioni aeree
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Open Skies proposta da Eisenhower e la proposta francese per la creazione di un “fondo di
sviluppo” legata al progetto di rendere pubblici i livelli delle rispettive forze armate.
Senza ottenere risultati importanti si può però evincere il ritorno della prassi degli incontri al
vertice. All’indomani di Ginevra, Adenauer si recò a Mosca: gli fu chiesto di avviare negoziati con
la repubblica democratica, svuotando la dottrina Hallstein, e lui premette per la liberazione dei
prigionieri tedeschi. Unico risultato fu l’aprirsi delle relazioni diplomatiche per la loro liberazione.
Il XX Congresso del PCUS e il “rapporto Chruscev”
Chruscev, consolidandosi, trovò appoggi nel mondo militare ed nei settori dell’industria di Stato
che non potevano vedere attuate le riforme di Malenkov. La prima preoccupazione era quindi quella
di non farsi soverchiare dai militari: diede slancio al campo bellico con le ricerche nel campo
convenzionale, missilistico e nucleare. Grazie alla fase di relativa distensione internazionale, poté
attuare riforme in ambito agricolo: questa era, infatti, la base della ricrescita economica. L’URSS
avrebbe giocato meglio le sue carte in presenza di un sereno clima internazionale e rafforzato la
coesione economica del blocco dei paesi fedeli.
Il momento culminante dell’ascesa di Chruscev fu il 20esimo Congresso del PCUS svoltosi dal 14
al 25 febbraio 56 a Mosca: pronunciò due discorsi (uno pubblico e uno privato). Al centro
dell’analisi internazionali, tre erano le questioni fondamentali per lo sviluppo delle relazioni: la
coesistenza, la possibilità di evitare la guerra e le differenti vie di transizione al socialismo. Nel
discorso pubblico si limitò a rilevare la necessità di un rafforzamento della legalità socialista, quella
di una direzione collegiale e la lotta contro il culto della personalità. Argomento ripreso il 25
febbraio nel discorso segreto in cui criticò fortemente la figura di Stalin: condannò le sue
repressioni di massa che eliminarono anche onesti comunisti; le confessioni estorte mediante la
tortura, l’abbandono della direzione collegiale a scapito del culto della personalità e alcuni errori
commessi durante la guerra per via del potere decisionale racchiuso solo nelle sue mani. Tale
discorso però, stampato in aprile sul NY Times, generò stupore soprattutto nel blocco sovietico.
Le crisi del 1956 in Polonia e Ungheria
Il 28 giugno 1956 operai di una fabbrica di locomotive a Poznan, Polonia, esasperati dal mancato
accoglimento delle loro richieste, scesero per strada dando luogo ad una manifestazione che in
poche ore si trasformò in una vera e propria sollevazione. Solo il giorno dopo la polizia riuscì a
reprimere l’azione al prezzo di una decina di morti. Il dibattito si inasprì e Gomulka si fece
portavoce dell’opposizione. Leale alla causa comunista, vide nella morte di Bierut, subito dopo il
20° congresso, la sua salita al potere. Il 19 ottobre Chruscev ritenne indispensabile recarsi a
Varsavia ed incontrare il leader all’aeroporto. Questo riuscì ad ottenere l’estromissione del ministro
della Difesa di origine sovietica in cambio della garanzia che il movimento non assumesse carattere
antisovietico. Persuadere i sovietici della sua bontà non fu facile: questi solamente il 23 ottobre
ordinarono il ritiro delle truppe sovietiche dalla Polonia. Si riuscì in questo a caso a trovare una
soluzione pacifica grazie alla propensione di Gomulka di non creare una crisi internazionale.
Diversa la situazione in Ungheria dove il partito comunista aveva sempre faticato ad inserirsi nella
struttura sociale. La passata polemica fra Nagy e Rakosi aveva lasciato un solco profondo. Gran
parte degli intellettuali avevano dato vita al “Circolo Petofi” che rimase molto colpita dalla
campagna di critiche di Chruscev verso Stalin: col tempo l’organizzazione tendeva a trasformarsi in
un punto di convergenza del dissenso. Si affrontò anche il tema delle purghe attuate da Rakosi e non
si poté farli tacere poiché gli eventi di Poznan erano già giunti in Ungheria. L’URSS decise che era
arrivato il momento di destituire Rakosi dal comando di un partito ormai diviso fra gli stalinisti, i
moderati rinnovatori di Kadar e il gruppo simpatizzante di Nagy. Il risultato della divisione era la
paralisi politica. Durante il mese di ottobre la tensione salì quando i familiari delle vittime delle
purghe chiesero la piena riabilitazione e funerali solenni. Il 6 ottobre il rito si trasformò in una
grande manifestazione di massa seguite poi da quelle studentesche: al Politecnico di Budapest
venne formulato un programma in 10 punti che chiedeva la formazione di un nuovo Comitato
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centrale del partito e l’appello a Nagy perché dirigesse il nuovo governo. La risoluzione chiedeva il
ritiro delle truppe sovietiche. Una volta invocato, Nagy, in un discorso pacato fece appello
all’ordine costituzionale e rinviava i negoziati da tenere nel partito. La stessa sera il primo
segretario del partito Gero, in un discorso radiofonico, condannò come colpevoli dei disordini i
nemici del socialismo. Quando la radio fu circondata partirono i primi colpi di fuoco. Frattanto il
Comitato centrale aveva deciso di nominare premier Nagy. Nel momento in cui Chruscev accettava
la nomina di Nagy due divisioni dell’Armata rossa avanzarono mentre la radio annunciava di essere
attaccata da elementi fascisti. Il 25 ripresero le sollevazioni con l’obiettivo di far ritirare i sovietici e
dimettere Gero, al quale si attribuiva la tentata repressione. Ancora una volta le manifestazioni
sfociarono nel sangue. La sostituzione avvenne con Kadar il giorno stesso e sotto questa spinta il 28
Nagy annunciò l’estromissione di tutti coloro che erano legati a Rakosi e l’accordo per il ritiro dei
sovietici. Il 30 annunciò la formazione di un governo su base pluralistica: il governo prometteva
libere elezioni ma aumentavano anche le pressioni per uscire dal Patto. Nagy si illuse di ricevere
l’approvazione sovietica e la crisi diventò di portata internazionale. Qui però era isolato poiché il
resto del mondo era concentrato sui fatti di Suez. All’alba del 4 novembre lancia un messaggio
drammatico alle radio occidentali e si rifugiò presso l’ambasciata Jugoslava. La resistenza continuò
mentre Kadar formava il nuovo governo. Il 22 novembre Nagy fu imprigionato e dopo molte
esitazioni, il 15 giugno 1958, condannato a morte.
Il blocco occidentale si lasciò sfuggire di mano questa occasione non perché troppo concentrata a
Suez, bensì perché si riteneva, ormai, l’assetto europeo come invariato. Si era entrati nell’era delle
coesistenza competitiva. D’altra parte il 56 chiarì anche i limiti del socialismo reale non conducibili
alle deviazioni personalistiche. Ciò fece sì che i partiti comunisti occidentali, che stavano ottenendo
sempre più consensi, cominciarono a distaccarsi dai dettami sovietici.
CAP X: LA COESISTENZA COMPETITIVA E LA DECOLONIZZAZIONE
1. I due campi nei primi anni della stabilizzazione
Il rilancio europeo
Il rilancio dell’iniziativa d’integrazione europea riaccese il motore nella sessione speciale della
Conferenza dei ministri Esteri della CECA il 1 giugno 1955 a Messina: si discusse sulla successione
di Monnet nell’Alta Autorità e sul memorandum Beyen, che propugnava per un’integrazione
generale. Questa volta il rilancio fu per iniziativa europea ed ebbe le aspettative americane.
Nonostante l’evidente spinta per rilanciare il progetto ogni governo affidava a formule diverse la
difesa dei propri interessi. L’accordo venne raggiunto con una dichiarazione di principi: la necessità
di creare un Europa unita con la fusione graduale delle economie nazionali e la creazione di un
mercato comune. Vi era comunque il progetto più concreto di dar vita ad una comunità per un uso
pacifico dell’energia atomica.
I negoziati peri il trattato della Comunità economica europea
La presidenza della commissione a cui vennero affidato gli obiettivi di Messina furono affidati a
Spaak. I lavori iniziarono il 9 luglio e il rapporto fu esaminato dal Consiglio dei ministri degli Esteri
il 29 maggio 1956 a Venezia. Da allora ebbe il negoziato per la stesura dell’Euratom e della CEE
che furono firmati a Roma il 25 marzo 1957.
I tempi dell’approvazione furono caratterizzati anche dagli svenimenti esterni come la crisi
ungherese e quella del Suez. La facilità con cui procedette il progetto per la collaborazione nucleare
trainò anche i lavori per il mercato comune: nel novembre 55 si decise che bisognava eliminare le
barriere interne, definire i regimi doganale verso paesi terzi e l’armonizzazione delle diverse
istituzioni economiche. La conferenza di Venezia si svolse senza troppi intoppi poiché la Francia
era troppo impegnata del nord-Africa. Gli inglesi, invece, ravvisavano il pericolo della distruzione
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dell’OECE: così, con una mossa di retroguardia, istituirono la European Free Trade Association a
cui fecero parte tutti i paesi fuori dalla comunità europea.
I trattati dell’Euratom e della Comunità economica europea
La prima delle due comunità appariva il campo di collaborazione più agevole e quello che sollevava
i maggiori consensi anche dagli USA: il governo americano seguiva con preoccupazione l’evolvere
dei progetti sovietici in ambito nucleare e si temeva che potessero condizionare gli europei una
volta finita la loro fase di espansione economica. L’altra parte si vedeva nell’Euratom uno
strumento per tenere ben stretta la Germania alla comunità, evitando che sviluppasse una politica
nucleare autonoma.
Più complesso invece era il processo dell’attuazione della CEE: si affidava al nuovo organismo il
compito di promuovere il graduale avvicinamento degli Stati: l’unione doganale aveva il carattere
di precondizione rispetto alla nascita della vera Comunità. Le due comunità entrarono in vita a
partire dal 1 gennaio 58: Hallsetin alla CEE e Armand all’Euratom.
Due problemi però si affacciavano: l’effettiva capacità di attuare il mercato comune come premessa
di una comunità economica (un avvicinamento di situazioni non omogenee) e la capacità della
Comunità di darsi forza politica propria: l’esigenza di evoluzione da istituzione meramente
economica in Comunità politica capace di sciogliere i nodi dei rapporti dei singoli Stati.
Di questo problema ne fu consapevole De Gaulle che, rientrando al potere nel 58 e contro le
aspettative di tutti, promosse l’integrazione economica europea, considerata come indispensabile
alla modernizzazione dell’economia francese. Riteneva tuttavia impossibile che il proseguimento di
tali obiettivi fosse affidato ad organi privi di collegamento reale con la politica dei singoli paesi.
Uno degli obiettivi venne, però, raggiunto in anticipo quando il 1 luglio 1968 venne stabilita la
tariffa esterna comune. Parallelamente De Gaulle aveva continuato la sua azione politica, affidando
la missione a Fouchet: la collaborazione politica si doveva svolgere fra i governi. Cercò tutta la
primavera 62 a persuadere le altre 5 controparti, vedendo poi il suo progetto fallire dopo
l’opposizione olandese.
Il sistema sovietico dopo la crisi ungherese
La destalinizzazione, il rapporto segreto del XX congresso del PCUS, e la rivolta in Ungheria
provarono reazioni tali da suscitare problemi di fondo. I polacchi, gli ungheresi e gli jugoslavi
avevano formato una sorta di coalizione revisionistica a tre. D’altra parte il leader sovietico doveva
tenere conto delle esigenze dei governanti comunisti più esposti al dissenso sotterraneo come
Ulbricht. L’esigenza di equilibrio si faceva sentire sempre di più quanto più la Cina mostrava un
crescente dissenso per la politica della destalinizzazione. Mao infatti prendeva come bersaglio Tito
per non attaccare direttamente Chruscev, e questi, a sua volta, prendeva di mira Enver Hoxha.
Nel giugno 57 lo scontro che divideva le gerarchie del PCUS giunsero al momento critico: messo in
minoranza da Molotov, Malenkov e Kaganovic in seno al Presidium, Chruscev riuscì a riportare il
dibattito in seno al Comitato centrale (riuscì a convocare tutti i capi di governo del blocco), dove
l’appoggio dei militari fu risolutivo. I tre vennero bollati di dogmatismo e settarismo. Chruscev ne
usciva rafforzato, basandosi più sul consenso di una direzione collegiale oligarchica che sul
dominio personale.
Si ottennero in questo periodo i primi successi spaziali sovietici con il lancio del satellite Sputnik il
4 ottobre 1957. Al 40° anniversario della rivoluzione d’Ottobre, durante la conferenza aperta, si
scontrarono la spinta revisionistica e quella intransigente. I revisionisti misurarono le loro tesi
dinanzi ad un auditorio ostile nel quale Chruscev non poteva esporsi troppo lasciando a Mao il
compito di sviluppare le tesi intransigenti. D’altronde proprio in quei giorni (15 novembre) i due
leader firmavano un accordo che rafforzava la collaborazione militare facilitando l’avvio delle
ricerche nucleari. Il leader cinese costrinse i revisionisti sulla difensiva riaffermando il primato
dell’Unione Sovietica. Il documento finale ricopriva di fittizia unità l affermazioni spesso
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contraddittorie. Così venne spiegato che la diversità dei modi per costruire una società socialista era
condizionata da “leggi generali”; la guerra non è inevitabile ma con la postilla che finchè ci fosse
stato l’imperialismo esisteva la guerra. Il documento era un faticoso compromesso.
Chruscev doveva, quindi, mantenere un ruolo di mediazione fra le esigenze revisioniste e la
necessità di slogan fortemente mobilitanti.
In Cina, Mao, aveva annunciato lo slogan dei Cento Fiori alludendo alle diverse vie socialismo.
Tale slogan fu interrotto a metà 57 dopo la crisi ungherese. L’URSS di Chruscev, d’altra parte,
superata la fase della destalinizzazione, riuscì a mediare da un punto di forza, ottenne successo dalle
riforme interne. Tale successo fu dovuto anche ad una costante crescita economica che ebbe l’apice
nel 59. Oltre che in termini quantitativi, il regime cercò di migliorare anche le forme di
organizzazione secondo metodi che avrebbero dovuto razionalizzare la distribuzione delle risorse e
la scelta degli obiettivi. A partire dal 59, però, se il PIL continuava quantitativamente a crescere,
qualitativamente esso cominciava a mostrare l’incapacità di ammodernamento e la carenza di alcuni
settori strategici come la produzione di beni alimentari.
Al XXII Congresso tenutosi nel 61 a Mosca, Chruscev rilanciò la politica riformistica e le sue
critiche demolitrici dello stalinismo. Ciò che aveva detto nel 56, stavolta lo disse in pubblico.
Il Mediterraneo orientale e la crisi di Suez del 1956
Negli anni 50 le tensioni della GF vennero gradualmente sostituite da proposte di neutralizzazione o
demilitarizzazione dell’Europa centrale.
Fu il Mediterraneo il teatro di confronto che acquistò maggiore evidenza: lo sforzo per costruire un
sistema di contenimento non incontrò altri ostacoli che quelli derivanti dalla crisi dell’impero
francese e dalla presenza britannica in Egitto. Qui, infatti, rovesciata la monarchia nel 52, si
instaurò il governo del colonnello Nasser che avviò una politica di eliminazione dei residui
colonialisti britannici riaprendo i negoziati per la partenza delle truppe inglesi: l’accordo, raggiunto
il 19 ottobre 54, prevedeva il ritiro delle truppe dal canale di Suez entro due anni.
Gli americani, d’altra parte volevano mantenere una politica imparziale in MO: non potevano
lasciare Israele isolato ma dovevano anche rafforzare i legami col mondo arabo, soprattutto con
quello saudita ed, erroneamente, trascurando quello egiziano.
La scelta neutralistica di Nasser non eliminava il conflitto con Israele: si rivolse agli americani per
la fornitura d’armi, ma questi rifiutarono consigliando di cercare proposte alternative. Nel settembre
55 veniva annunciato un accordo siglato con la Cecoslovacchia per gli armamenti in cambio di
cotone. All’interno del Mediterraneo sotto stretto controllo occidentale, tale accordo poneva le basi
per un rovesciamento della situazione.
Dulles cercò di controbilanciare la situazione proponendo a Nasser i finanziamenti necessari per
completare il progetto della diga di Assuan che gli avrebbe impedito di alimentare proposte
bellicose ad Israele. D’altra parte gli ostacoli che si presentavano erano sia il clima fortemente antioccidentale che i nasseriani avevano diffuso nella regione e sia che il credito era condizionato
all’impegno di non accettare aiuti sovietici. Il negoziato si trascinò fino al 56 quando il ministro
Esteri sovietico, Sepilov, si recò in Egitto per la partenza delle truppe inglesi. Fallita la speranza di
concretizzazione dell’aiuto sovietico tornò a rivolgersi a Dulles che però aveva le mani legate in
quanto l’anno finanziario si era appena concluso. Il 26 luglio diede pubblicamente l’annuncio della
nazionalizzazione della Compagnia del canale di Suez: gli azionisti sarebbero stati indennizzati e i
proventi sarebbero serviti alla creazione della diga.
Nasser era per gli inglesi un elemento scomodo per i loro interessi nella regione, mentre per i
francesi era un avversario militare in quanto principale sovvenzionatore della rivolta in Algeria.
Paradossalmente si poteva fare scudo solamente con l’azione frenante degli USA verso i suoi
alleati. Questi promossero la creazione dell’agenzia autonoma Suez Canal User Association, della
quale avrebbe fatto parte anche l’Egitto. La proposta venne respinta il 2 settembre da Nasser. Era un
mezzo che presupponeva l’accettazione de facto l’accettazione egiziana dell’internazionalizzazione
del canale e la rinuncia anglo-francese a perseguire i loro obiettivi.
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In realtà un progetto di ritorsione militare era già stato programmato sin dall’inizio della crisi: il 27
luglio Eden aveva ordinato allo Stato Maggiore di preparare piani d’intervento ed aveva, inoltre,
istituito la Egyptian Committee per seguire l’andamento della crisi. Il limite stava nel fatto che
l’azione militare sarebbe stata possibile solo se gli USA non si fossero dimostrati ostili.
I francesi, d’altra parte, non avevano preoccupazioni dell’ostilità araba in quanto già bersagli
principali o del deterioramento dei rapporti con gli americani, visto il fallimento della CED. Sin dal
primo momento Mollet avviò colloqui informali con i militari britannici, ma fu deluso dalle loro
incertezze. Una possibile soluzione la trovò negli israeliani: un azione congiunta che doveva essere
innescata con l’attacco alla Giordania. Questa però era di forte interesse britannico e i rischi
sarebbero diventati troppo elevati. Si propense quindi per un azione comune: le difficoltà dei
negoziati vennero superate il 24 ottobre 56 quando i tre paesi firmarono a Sevres l’accordo segreto
che voleva un attacco israeliano verso il canale di Suez che avrebbe e offerto agli anglo-francesi
l’occasione di lanciare un ultimatum per il cessate il fuoco ed intervenire alla contravvenzione di
esso.
L’azione ebbe inizio il 29 ottobre quando gli Israeliano riuscirono ad occupare quasi tutto il Sinai. Il
giorno dopo Mollet e Eden inviarono l’ultimatum ovviamente rifiutato. Il 4 novembre cominciarono
attacchi aerei alla basi egiziane. Fino all’ultimo momento gli inglesi oscillarono fra il timore di
mettere a rischio la special relationship e le loro residue posizioni in MO. GB e Francia furono
isolate dagli USA e da diversi paesi dell’alleanza atlantica. Proprio in quel momento l’opinione
pubblica si spostò dalla crisi ungherese a quella egiziana risultando nella divisione del blocco e dare
la possibilità ai sovietici di recuperare terreno nella lotta contro il colonialismo ciò che essi avevano
perso nell’OP con la crisi ungherese.
Grazie alla formula della Uniting for Peace elaborata per la Corea, si riuscì ad aggirare il veto
anglo-francese nel Consiglio e per impedire la prima mossa ai sovietici, gli americani presentarono
il primo novembre all’Assemblea un progetto di risoluzione che chiedeva l’immediato cessate il
fuoco. Il 6 novembre i governi di Londra e Parigi si trovarono costretti ad accettare la risoluzione.
Gli israeliani, però, traevano il vantaggio della presenza ONU in un territorio di pericolo.
La “dottrina Esienhower” per il Medio Oriente
Dai giorni più difficili della crisi Dulles e Eisenhower resero esplicito il loro duplice obiettivo:
impedire che l’azione anglo-francese venisse assimilata nel mondo arabo come un attacco
occidentale e delineare una politica mediterranea efficace ad impedire che i sovietici potessero
trarre vantaggio dalla crisi.
Superata la fase acuta, nel gennaio 57, il presidente enunciava la Congresso la “dottrina
Eisenhower”: una politica che si sarebbe basata sulla continuazione degli aiuti economico e militari
a quei paesi che, minacciati da un’aggressione militare, ne avessero fatto richiesta. La dottrina
mirava ad impedire che sotto le spoglie del nazionalismo estremista dilagasse l’influenza sovietica.
Nel 57 trovò una prima applicazione quando re Hussein di Giordania, minacciato dalla convergenza
siriano-egizia, chiese aiuto agli USA e nel luglio 58 quando, all’indomani del colpo di stato
antimonarchico in Iraq, il presidente del Libano chiese l’intervento armato americano per sedare gli
scontri fra le fazioni religiose. Era chiaro che la dottrina annunciava un impegno durevole in MO.
2. Decolonizzazione e coesistenza competitiva
La nascita di Israele nel 1948 e le sue ripercussioni
Il più tormentato episodio di decolonizzazione inglese avvenne nella Palestina. Il problema nacque
sostanzialmente tra il 35 e il 47 quando la popolazione ebraica aveva raggiunto il 40% delle
presenze nel territorio. Dai primi anni ’40 le comunità ebraiche spinsero per la creazione di uno
Stato indipendente, obiettivo che nel 42 divenne prioritario nell’Organizzazione sionistica mondiale
e che fu perseguito con tanta più energia a partire dalla diffusione delle notizie della Germania.
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Per contro gli arabi, che nel 45 fondarono la Lega araba in funzione antibritannica, premettero per la
creazione dello Stato della Palestina. Il sovrapporsi delle rivendicazioni, rendeva complesso il
compito inglese di decidere a quale amministrazione affidare la regione.
Il nazionalismo ebraico aveva avuto origine nel XIX secolo: il sionismo, cioè il movimento che ha
come obiettivo il ritorno degli Ebrei nella terra dei padri, nacque dalla disperazione di migliaia di
diseredati e alimentato dall’opera di intellettuali come Herzl, che tra l’altro non ipotizzava uno Stato
necessariamente localizzato in Palestina. In realtà la vera terra promessa furono gli USA dove 3
milioni di ebrei divennero una sfera influente nella politica statunitense. Solo in seguito allo
sgretolarsi dell’impero Ottomano nel primo dopoguerra che le speranze sioniste tradizionali
riaffiorarono. Col flusso migratorio si costituì una comunità operosa con i kibbutz, basati
sull’egalitarismo sociale.
La svolta della politica britannica nel 39, con il Libro Bianco, fu un colpo gravissimo: i nazisti
avviavano la loro politica di sterminio, mentre gran parte dei paesi arabi collaborava con i tedeschi.
In questa atmosfera nacquero una brigata ebraica integrata nell’esercito inglese, una serie di gruppi
estremisti illegali ma tollerati come Haganah o illegali e terroristici come la Banda Stern. Tutto ciò
accompagnato dal rinnovamento ai vertici del gruppo sionista, nel quale emerse Ben Gurion.
I tentativi britannici di fermare l’esodo clandestino faceva sì che l’unica via d’uscita dall’impasse
dovesse venire dagli USA. Roosevelt, però, fece solo promesse in quanto gli interessi nel mantenere
buoni rapporti con i sauditi erano alti. Fu solo con l’avvento di Truman che, colpito dalle notizie
giunte in Europa, i sionisti fecero passi avanti. Con gli americani coinvolti, si cercò di promuovere
una commissione d’inchiesta anglo-americana e la raccomandazione della mitigazione del Libro
Bianco: si proponeva un’amministrazione fiduciaria che portasse alla costituzione di 2 Stati. Le
conclusioni dei lavori, però, scontentarono entrambe le parti e dinanzi a questi insuccessi la GB
rimise il caso in mano all’Assemblea delle NU: ancora una volta si ricorse ad una commissione
d’inchiesta che concluse che si dovevano costituire due stati e prevedere che fossero inizialmente
integrati economicamente con la città di Gerusalemme internazionalizzata. Il rapporto venne
approvato il 29 novembre 47 con il voto sfavorevole di tutti i paesi arabi. Questi si sentirono ancora
una volta traditi dal mondo occidentale e decisero che la costituzione di uno Stato ebraico avrebbe
incontrato la loro opposizione armata.
Dal 15 maggio 48 la Palestina fu abbandonata dalle truppe britanniche e i sionisti si rivelarono ad
essere i più preparati: le bande divennero un esercito regolare che dovette fronteggiare 20.000. Un
aiuto non indifferente, però, stava nell’intesa segreta siglata con re Abdullah di Transgiordania per
l’occupazione del territorio occidentale del fiume in cambio di azioni simboliche. La motivazione di
fondo della riuscita israeliana stava anche nel fatto che questi erano animati dal senso di
sopravvivenza, mentre gli arabi si battevano contro l’imperialismo ma non per una nazione
palestinese. Il nuovo Stato venne immediatamente riconosciuto da USA & URSS.
Dinanzi all’evolvere della situazione l’ONU inviò Bernadotte come mediatore ufficiale per
discutere temporanee interruzioni dei combattimenti. Il 17 settembre fu assassinato da un israeliano
e solo quando questi minacciarono di invadere il Sinai si ottennero 4 armistizi separati con
l’esclusione dell’Iraq. Non era una normalizzazione, in quanto gli arabi la ritenevano
semplicemente una pausa. A rendere più acuta la tensione vi era anche la presenza dei rifugiati nei
territori circostanti: dovettero vivere in condizioni disumane (salvo, un minimo, in Giordania) e
prive del sostegno arabo per la loro integrazione poiché già impegnati a risolvere i loro problemi
interni e poiché ciò avrebbe vanificato il motivo della lotta.
Gli arabi palestinesi non riuscirono a far sentire la loro voce sul piano internazionale, mentre gli
altri paesi si palleggiavano la responsabilità della sconfitta che in realtà rivelava la loro rivalità nel
porsi alla guida del MO.
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La crisi anglo-iraniana: 1951-54
Due episodi furono l’espressione dell’enorme tensione che correva nella regione Medio-orientale:
l’uccisione del re Abdullah il 20 aprile 1951 che avrebbe privato la Giordania di un sovrano
prestigioso e la controversia fra il governo di Londra e quello nazionalista di Mossadegh costituito
il 28 aprile 1951. Questo, infatti, due giorni dopo il suo insediamento, propugnava per la
nazionalizzazione della Anglo-Iranian Oil Company: fu la prima sfida di un paese produttore contro
il predominio delle compagnie concessionarie e fu l’occasione di uno scontro politico nel quale
tentarono d’inserirsi i comunisti iraniani ed ebbero peso gli americani.
Verso la fine del 52 la controversia toccò il punto più alto quando si decise di interrompere le
relazioni diplomatiche con la GB: ciò generò la collisione aperta di Mossadegh con lo scià Reza
Pahlevi. Nel 53 Mossadegh tentò di consolidare il potere che gli stava sfuggendo di mano mediante
un plebiscito totalitario che incontrò l’opposizione dello scià. Questo propugnava per un governo
militare che si instaurò nel 19 agosto 53 grazie all’aiuto americano.
Mossadegh era finito ma il problema delle materie prime tornava ad affacciarsi sulla scacchiera
internazionale. Né era stato cancellato il fatto che la “riconquista” iraniana era stata opera
americana e non britannica. Dopo un anno di negoziati si giunse nel 54 all’accordo con un nuovo
consorzio di compagnie: Anglo-Iranian, Royal Dutsch Shell, Compaigne Française des Petroles. la
National Iranian Oil Company avrebbe guadagnato il 50% dei profitti, divenendo un modello per gli
altri paesi produttori che intravedevano una possibilità di controllo completo sulla produzione.
Lo sgretolamento dell’impero francese del Nord-Africa
Il nazionalismo arabo, alla fine della WWII, era una realtà che non poteva essere più ignorata ed
ebbe il sopravvento, per la prima volta, in Egitto nel 52: il comitato dei liberi ufficiali impose a re
Faruq l’abdicazione e si instaurò la guida di Neguib, poi ereditata da Nasser. Questi avviarono una
politica interna riformatrice che li fece diventare paladini della riscossa araba contro l’Occidente.
L’umiliante sconfitta contro Israele, li spinse ad adottare una politica eversiva verso i residui della
presenza britannica e i paesi dell’Africa settentrionale, prendendo esempio, iniziarono lo slancio
contro la presenza francese.
Nella fase finale della guerra De Gaulle aveva cercato di risolvere i problemi dell’impero francese
confermando la centralità dell’impero e dimostrando la scarsa familiarità di conservare il proprio
controllo cedendo aspetti formali. La creazione dell’Union Française, con la 4° Repubblica,
ribadiva l’unità del mondo francese e indicava la volontà di ripristinare la supremazia del controllo
metropolitano. Alla prova dei fatti si rivelò un insuccesso totale.
Nel 44 il movimento indipendentista marocchino chiese la fine del protettorato come riconoscenza
dell’aiuto svolto nella guerra. Nel 45 l’amministrazione represse una violenta rivolta in Algeria.
Non è escluso che questo rifiuto fosse alimentato da un’errata lettura dell’Unione francese: la
stipulazione dei trattati di associazione, infatti, presupponeva l’esistenza di Stati indipendenti
benché associati alla metropoli. Dall’altra parte delle barricate venne letta come la reiterazione di un
vincolo permanente.
L’indipendenza libica venne presa da esempio e l’incitamento di Nasser fece scattare la scintilla.
Fra il 50 e il 54 la politica francese venne catturata da una spirale di manifestazioni tunisinomarocchine alla quale non seppe rispondere se non con la forza: nel 53 il sultano Ben Youssef del
Marocco fu costretto all’abdicazione. Ma nemmeno con le riforme riuscirono a fermare
l’insurrezione tunisina dello stesso anno. Quando Mendes-France si instaurò al governo nel 54
promise la proclamazione di uno Stato autonomo tunisino: il negoziato fu rallentato dalle pretese
francesi di mantenere alcune restrizioni alla piena indipendenza. Bourgiba era disposto ad un
compromesso, ma fu superato dagli eventi marocchini che nel 55 richiamarono il sultano al potere.
Così nel marzo del 1956 vennero chiuse 2 fronti per impegnarsi in Algeria.
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L’insurrezione e l’indipendenza dell’Algeria
In Algeria l’atteggiamento dogmatico francese impedì l’ascesa di una classe dirigente araba capace
di fare da mediatrice. Qui il governo di Parigi aveva deliberato per la creazione di un assemblea che
rappresentasse per metà e metà coloni ed indigeni. Le deliberazioni, però, prevedevano la
maggioranza dei 2/3: una soluzione che scontentava i coloni ed esasperava gli algerini.
Il movimento di Ahmed Ben Bella, smantellata prima, rinacque nel 54 promuovendo la formazione
di una FLN che il 1 novembre scatenò l’insurrezione che mise a nudo l’inadeguatezza francese a
fronteggiare i vari fronti del suo impero. La Francia cercò di evitare che il conflitto potesse
assumere un rilievo internazionale: la maggiore fonte di preoccupazione era la reciproca influenza
tra il conflitto algerino ed i rapporti con il Marocco e la Tunisia.
Dal 57 anche per effetto della strategia di lotta urbana adottata dai francesi, si produsse la
decimazione dei capi dell’organizzazione ad Algeri. Il controllo della guerra era pertanto sfuggito
alla leadership civile metropolitana: da tempo i coloni avevano preso le distanze dal governo e
progettavano la creazione di un secondo esecutivo. Questo clima portò il 7 maggio 57
all’insurrezione militare guidata dal generale Massu che si estese fino in Francia. Fu per il timore di
un colpo di Stato che si richiamò al potere De Gaulle, l’unico dotato di un sufficiente carisma per
risolvere la situazione. Questo accettò a patto che l’insediamento avvenisse in modo legale: il 1
giugno 58 assunse la carica di primo ministro prima e presidente della Repubblica poi.
Il suo insediamento fu salutato dagli elementi di destra che lo videro come la loro vittoria.
L’atteggiamento fu, invece, ambiguo: promise l’eguaglianza ed elezioni a collegio unico. Si può
ritenere che fosse già incline a risolvere la concessione dell’indipendenza all’Algeria per lasciare la
Francia libera di dedicare le sue risorse alla modernizzazione alla base della grande politica estera
di cui il generale intendeva essere protagonista. E si può pensare che non rese esplicite le sue
intenzioni per evitare la reazione dei coloni e dell’esercito.
I negoziati con Algeri ebbero uno stentato inizio il giugno 60. Furono ripresi seriamente ad Evian
nel 61, ma poi bloccati dal tentativo fallito di golpe di Salan e dalla violenza dell’Organisation de
l’armèe secrète. I lavori ricominciarono nel marzo 62 e si raggiunse un accordo per un’Algeria
indipendente legata alla Francia da accordi commerciali. Due referendum, fra aprile e luglio,
diedero la stragrande maggioranza di voti a favore degli accordi. Nell’intervallo fra questi due,
l’OAC scatenò in Algeria un’estrema resistenza che costrinse i coloni alla fuga per paura di
ritorsioni da parte della popolazione che si accingeva all’indipendenza.
La fine del dominio francese sull’Indocina
La contiguità territoriale della Cina ed il Vietnam, spinse il mondo a riflettere sull’intrecciarsi del
processo di decolonizzazione con quello della guerra fredda.
Alla fine del 49 Truman decise di aumentare gli aiuti militari alla Francia a patto che questa fosse
stata in grado di creare una vera indipendenza degli Stati associati in modo da ottenere con loro una
leale alleanza.
I francesi cercarono di mettere ordine nel sistema di rapporti alla conferenza di Pau nel novembre
50: il progetto prevedeva un quadripartitismo che prevedeva l’armonizzarsi della gestione pubblica
con quella francese, mentre questa pensava alla difesa. Le élite però venivano contestate dai gruppi
di pressione che reclamavano una reale indipendenza o da organizzazioni comuniste, emanazione
del Viet Minh.
Intanto l’attività militare di questi si rafforzò tanto da costringere de Lattre de Tassigny ad attuare
una controffensiva (dal risultato effimero), nella primavera del 51. Il suo comando passò nel 52 a
Salan, meno efficiente ad ingraziarsi la popolazione indigena. Eisenhower aumentò il quantitativo
d’aiuti e l’internazionalizzazione del conflitto portò alla creazione di una commissione militare per
appianare le divergenze di concezioni americane, timorosi dell’effetto domino, e quelle europee.
Nel 53 Salan fu sostituito da Navarre che ebbe il compito di creare una robusta forza operativa per
contrastare il comandante Giap.
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Il governo sovietico, che tenne un basso profilo, lanciò l’idea di una conferenza internazionale per
discutere dei problemi coreani ed indocinesi. In Francia l’opinione pubblica si sentiva sempre più
lontana dallo scontro così periferico. Gli inglesi erano contrari ad un peggioramento della situazione
che avrebbe potuto influenzare il nuovo clima di distensione e paventavano l’effetto domino. Gli
USA, invece, rimanevano intransigenti nelle loro posizioni. Così i paesi occidentali si presentavano
uniti nel Containment, ma in ordine sparso per l’Indocina, offrendo così il fianco all’URSS. Una
conferenza consentiva a questi diversi elementi di vantaggio: era una crisi periferica della loro sfera;
un buon risultato avrebbe influenzato la politica di riarmo occidentale; avrebbe fatto emergere i
sovietici come paladini della decolonizzazione; avrebbe fatto brillare gli occhi dei cinesi invitandoli
al tavolo dei negoziati. Questi, infatti, erano favorevoli all’uscita dall’isolamento internazionale e
sarebbero stati riconosciuti come potenza indispensabile per la stabilità in Asia. Tuttavia, il Vietnam
non era per loro un elemento periferico.
La Conferenza venne fissata per aprile a Ginevra: i Viet Minh intensificarono i loro attacchi per
poter sedere in una posizione favorevole. Le truppe del generale Giap posero sotto assedio a partire
dal 13 marzo la fortezza di Dien Bien Phu, spezzandone la resistenza il 7 maggio. Ciò diede la
spinta risolutiva ai francesi che premettero per velocizzare i lavori. I sino-sovietici si adoperarono
per frenare le rivendicazioni di Ho affinché accettasse le condizioni francesi. L’intesa venne
raggiunta il 21 luglio 1954: il Vietnam sarebbe stato diviso al 17° parallelo e avrebbe atteso due
anni per l’unificazione mediante le elezioni. Gli accordi rientravano nell’ampio compromesso che
Mosca cercava di tessere in vista della discussione francese sulla CED.
Frattanto il governo di Saigon si era dichiarato unilateralmente il 4 giugno e protestava contro molte
clausole definite senza la loro consultazione. Gli USA si rifiutarono di firmare gli accordi e
promisero di appoggiare la causa Sud vietnamita per la mancata consultazione. Anche Laos e
Cambogia divennero indipendenti. Il tutto si concluse, quindi, con formule ambigue. Il governo fu
affidato a Ngo Dinh Diem che fece affidamento più agli USA che non ai francesi. Nel luglio 56 non
si verificò nessuna elezione e l’insurrezione comunista riprese nel 58, appoggiato dal nord nel 59.
La Conferenza di Bandung e la nascita del movimento dei non allineati
L’accesso all’indipendenza di nuovi Stati, le massicce ammissioni all’ONU e il diffondersi del
neutralismo come antidoto al colonialismo, consolidarono la nascente coalizione afro-asiatica che,
all’interno dell’Assemblea generale, sostenuti dalla coalizione comunista, misero sotto accusa le
potenze coloniali per le loro inadempienze.
Importante fu la Conferenza svoltasi a Bandung dal 18 al 24 aprile 1955: frutto di discussioni
sviluppatesi fra paesi asiatici interessati all’andamento della vita del continente, in seguito alla
nascita della SEATO, ottenne la presenza di 29 delegazioni. Originariamente non concepito come
progetto di non allineamento, vide delegati pakistani, cinesi, e anche arabi ed africani, tutti quanti
sensibili ai costi impropri che la guerra fredda metteva in atto, deformando le iniziative di sviluppo.
Il proposito iniziale venne modificato durante i lavori dal ruolo assunto da alcuni partecipanti:
Sukarno, Nehru, Nasser, (Tito), U Nu e Zhou Enlai. Il diritto all’autodeterminazione e la condanna
al colonialismo ebbero un posto importante nel dibattito. Altro punto importante fu l’impegno a non
partecipare ad accordi di difesa collettiva volti a servire gli interesso delle grandi potenze,
delineando così il non allineamento esposto, però, in termini ambigui.
La conferenza ebbe più che altro valore simbolico, ma tale era l’impegno a favore dell’indipendeza
del colonie che avrebbe avuto larga eco nel mondo. Tale, infine, il primo sintomo della volontà
cinese di sviluppare nel mondo afro-asiatico una politica non omogenea a quella sovietica.
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CAP XI: IL SISTEMA INTERNAZIONALE DOPO IL 1956
1. La definizione delle regole della coesistenza competitiva
La competizione nucleare e spaziale fra le superpotenze
La capacità di Chruscev di incunearsi negli spazi lasciati aperti dagli occidentali non fu prevedibile
come quella di Stalin. Vi era la necessità, quindi, di un adattamento delle strategie politicodiplomatiche e si poneva il problema dell’adeguamento militare. Il problema dei costi venne risolto
in modo analogo: si aumentavano i finanziamenti dei programmi nucleari a scapito delle forze
convenzionali. La “diplomazia atomica” diventava un passaggio obbligato del bipolarismo.
Quest’osservazione ci fa capire la contraddizione che, a partire dal 55, vedeva la costruzione di un
immenso arsenale atomico e la continua ricerca del negoziato. Coesistevano il costante bisogno di
poter annientare l’avversario, ma anche il bisogno di poter convivere: significava attendere che
l’altro fosse sconfitto dalla forza delle situazioni.
La corsa al nucleare, iniziata nel 45 con il bombardamento in Giappone, fu colta di sorpresa
dall’esplosione sovietica, nell’agosto 53, della prima bomba ad idrogeno per poi guadagnare il
primato nel 62 con quella termonucleare. Il possesso però non poteva essere disgiunto dal mezzo
con cui colpire: inizialmente furono usati gli aerei, precisi ma con limiti per quanto riguarda il
raggio d’azione e la dimensione degli ordigni trasportati; gli americani ebbero per lungo tempo il
primato con il B-52. I sovietici rinunciarono alla gara in questo campo per sviluppare il settore
missilistico. Per quanto riguarda i sottomarini, la corsa iniziò nel 60 quando gli americani riuscirono
a lanciare i Polaris senza dover emergere.
Il problema divenne più rilevante quando si cominciarono a sperimentare gli IRBM (54?) che,
schierati in Europa, avrebbero potuto colpire il territorio sovietico stesso con i missili Jupiter e Thor
(1500 miglia). Il problema correlato era se dotare o meno gli europei di una capacità autonoma di
risposta nucleare. L’atteggiamento assunto a Suez, infatti, aveva scontentato il vecchio continente:
il 28 novembre 57 Italia, Francia e Germania firmarono un protocollo d’intesa che prevedeva la
collaborazione per la produzione di armi nucleari. Con l’ascesa di De Gaulle, nel maggio 58, si
diede un forte impulso ai programmi francesi che però suscitarono qualche perplessità nei tedeschi
poiché la questione investiva i rapporti fra la G e gli USA da una parte e la Gorientale e l’URSS
dall’altra.
I sovietici fecero entrare in campo i loro SS3/4 solamente nel 55/7. Tuttavia il punto critico stava
nella costruzione dell’ICBM dalla gittata di 10.000Km, che avrebbe potuto colpire dal territorio
sovietico, il santuario americano.
L’anno di svolta fu il 57 quando gli americani cominciarono ad affrontare il problema dell’impatto
ambientale degli esperimenti.
L’inatteso lancio sovietico dello Sputnik il 4 ottobre 57 provocò negli USA reazioni isteriche: la
sconfitta nella corsa spaziale e gli sviluppi balistici che esponevano gli americani, generò un’ondata
di panico. Si svilupparono diverse linee di condotta: sorpassare i sovietici nella corsa spaziale;
perfezionare l’arsenale atomico; avviare un dialogo per saggiare la disponibilità a mettere al bando
esperimenti nell’atmosfera e la riduzione di armamenti strategici. Per quanto riguarda la corsa
spaziale gli americani si resero conto che quella sovietica era solamente una vittoria temporanea e
comunque il numero dei vettori e delle testate era tale da superare di gran lunga quello sovietico: si
confermava il perdurare del primato americano nonostante l’effetto provocato dallo Sputnik.
Restava il fatto che una volta violabile il “santuario” si svuotava il senso della rappresaglia
massiccia e gli USA dovevano porsi la questione della First and second strike: si necessitava la
costruzione di rifugi anti-atomici e la creazione di un sistema di difesa in grado di colpire il missile
avversario prima dell’impatto, ovvero tutti rimedi parziali che non eliminavano il problema alla
radice. Perciò il riesame della strategia americana, imponeva, come risultato, la riduzione degli
armamenti anche se non si aveva la minima fiducia nell’avversario. Si consolidava il clima della
coesistenza competitiva.
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I primi passi verso un controllo della crescita degli armamenti vennero compiuti in seguito al
diffondersi delle proteste per gli effetti nocivi. Nel 57 il delegato ONU Cabot Lodge lanciò in modo
formale il progetto a patto che venisse creata una commissione internazionale di controllo. Nel 58
ebbero inizio a Ginevra dei dialoghi bilaterali per studiare le modalità tecniche delle possibili
ispezioni. Attraversarono momenti altalenanti ma vennero ripresi dopo l’elezione di Kennedy e la II
crisi di Berlino, per poi essere seguita dagli avvenimenti Cuba che fece prendere un passo concreto:
il 5 agosto 1963 USA, URSS & UK sottoscrivevano il Limited Test Ban Treaty.
La crisi di Berlino del 1958-61 e l’effetto Kennedy
Gli ultimi anni di Eisenhower vennero percepiti come un indebolimento della posizione americana
all’esterno, mentre l’amministrazione dovette affrontare il massiccio movimento dei diritti civili
volto ad abolire la segregazione. Nei nuovi paesi, poi, affiorava spontaneamente l’atteggiamento
antioccidentale perché anticolonialista. Tutto ciò rese più difficile la realizzazione di un sistema
economico internazionale che ruotasse attorno agli USA, visto che già grandi fette del globo, come
la Cina, l’India e l’URSS, vi si erano sottratte. L’indebolimento politico era, poi, anche
accompagnato da quello fisico che colpì, con il cancro, Dulles: la sensazione era che un’epoca stava
giungendo al termine. C’era un bisogno di rinnovamento che si realizzò nel 60 con l’elezione di
Kennedy: sarebbe stato identificato come il presidente della nuova frontiera che ambiva a proiettare
gli USA verso progetti più ambiziosi. Gli anni della paura e del pessimismo erano sostituiti
dall’impegno volontaristico. Chruscev dovette affrontare questo cambiamento impregnato di
dinamismo. Non mancarono i momenti di esitazione ed errori, ma fra il 61/3 Kennedy raggiunse i
suoi obiettivi mettendo in mostra i limiti intrinseci dell’Unione Sovietica. Lo stesso Dulles dovette
rivedere le sue posizioni sulla rappresaglia massiccia che si svuotò sempre più di realismo. Si
andava sostituendo con la dottrina della “risposta flessibile” graduata secondo il rischi da affrontare.
Una dottrina che fu adottata ufficialmente dalla NATO solamente dal 67.
Dal punto di vista internazionale i sovietici agivano ancora con la logica del partito che vedeva nella
guerra fredda una guerra totale. Questa visione però dovette modificarsi con l’affiorare dei tanti
spazi grigi offerti dai paesi neo-indipendenti. Una volta consolidatisi al potere, Chruscev e
Bulganin, ripresero la prassi tradizionale della diplomazia fatta dai contatti personali. I sovietici si
preparavano ad esportare il loro modello per erodere il sistema di mercato americano, offrendosi
senza propositi d’influenza. Quegli anni furono dominati dall’ottimismo. L’inadeguatezza dei mezzi
e delle risorse, però, li rese pronti alla sfida ma anche al dialogo per una distensione. La capacità di
reggere alla sfida occidentale richiedeva tempi tranquilli e libertà di manovra. Vi era bisogno di un
clima di distensione anche all’interno del blocco, però. Proprio per questo mostrò una politica
bifronte: atteggiamento distensivo nelle fasi di relativa tranquillità interna o la caduta nello scontro
nelle fasi di polemica. Nell’aprile 59 Nixon visitò Mosca ed invitò il leader negli USA: nel
settembre compì un viaggio di 10 giorni e a Camp David concordò un incontro al vertice con
Eisenhower a Parigi nel 60. Mentre in senso diametralmente opposto agivano la competizione nella
politica di deoccidentalizzazione del MO e di decolonizzazione dell’Africa.
Dai primi passi della distensione Malenkov e Chruscev si dovettero scontrare con l’opposizione
interna al blocco: la Cina era in stato di guerra con gli USA che appoggiavano Taiwan e ne avevano
imposto il riconoscimento come unico governo legittimo cinese a tutti i suoi alleati (una situazione
analoga a quella tedesca). Oltre a ciò Mao doveva realizzare le promesse di sviluppo economico
richiedendo però anche aiuti economici e militari all’esterno. I cinesi cominciarono ad opporre
resistenza a Taiwan cominciando dal 54 a bombardare le isole Quemoy e Matsu. Sul terreno
ideologico, la rappacificazione di Tito con Mosca fu preoccupante. Nell’ottobre del 57 Cina e
URSS sottoscrissero un accordo segreto per lo sviluppo del loro arsenale atomico: la mancata
applicazione diventò ulteriore motivo d’attrito. Durante la visita di Chruscev il 31 luglio 58 a
Pechino, Mao denunciò duramente il deviazionism,o jugoslavo senza troppo celare l’attacco a
quello cruscioviano. I bombardamenti alle isole si interruppero quando gli USA raccomandarono a
Taiwan la rinuncia all’uso della forza come mezzo di riconquista.
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Come Taiwan era motivo di preoccupazione, allo stesso modo lo era Berlino. I sovietici si
trovavano a dover governare due fronti di crisi: dopo il viaggio a Mosca di Adenauer la volontà di
affermare l’unicità della sua Germania dominava la politica estera. La partecipazione di essa alla
CEE ne accentuò il carattere. Ulbricht, d’altra parte, col suo giro di vite, contribuì a mantenere alto
il fenomeno dell’emigrazione: propose la ricostruzione della Germania come confederazione.
Adenauer rispose con una soluzione “all’austriaca”.
Due problemi remoti diventavano paralleli delineando un possibile asse Pechino-Pankow:
bisognava agire ma senza compromettere il dialogo con gli occidentali. Il 27 novembre 58 inviò una
nota alle potenze occidentali per avvertire la volontà di sottoscrivere un trattato di pace separato con
la RDT: sarebbe, quindi, toccato al governo Ulbricht caricarsi della responsabilità della
comunicazione fra la Germania ovest e Berlino, uscendo così dall’isolamento internazionale. La
scelta della forma ambigua era voluta per placare le attese degli intransigenti da una parte e per
lasciar intendere ai destinatari che l’intenzione era quella di dialogare. Valse a rassicurare
l’appoggio a Ulbricht ed a dissuadere la RFT di dotarsi di armamenti nucleari. Eisenhower percepì
il bluff, perciò favorì mosse distensive e offrì di tenere un vertice dei ministri Esteri a Ginevra: il
problema restava aperto, ma l’urgenza veniva meno. Il dialogo con Chruscev significava spingere
sempre più sullo sfondo la rappresaglia massiccia e infatti questo ottenne la rinuncia della
nuclearizzazione della Germania.
Ciò però corrose l’alleanza atlantica che mostrava che l’intenzione di tutela da parte americana
fosse quanto mai dubbia. Un dubbio che crebbe maggiormente con la “risposta flessibile”. Non
vennero, tuttavia, prese decisioni poiché si rimandavano a maggio 60 a Parigi.
Fra il 55/6 gli americani, per sorvegliare gli sviluppi atomici sovietici, costruirono degli aerei U2 in
grado di volare a quote irraggiungibili dai radar e dalla contraerea sovietica, in seguito al rifiuto di
accettare le ispezioni. Il 1 maggio 60, però, l’aereo di Gary Powers venne abbattuto. Il 5 Chruscev
rivelò l’incidente mostrando le prove della cattura dell’aereo spia mettendo in imbarazzo gli
americani. A Parigi chiese che Eisenhower condannasse l’accaduto per trarne il massimo profitto
possibile. Questi si rifiutò e gli avversari interni del russo si prepararono a metterlo in minoranza. Il
leader sovietico reiterò comunque la proposta di tenere, in circostanze migliori, il vertice, rivelando
un atteggiamento teatrale per i nemici interni ed uno sostanziale “continuista”.
Chruscev riprese improvvisamente il 6 gennaio 61 (6-1-61) la sua campagna per il trattato di pace
tedesco: intendeva approfittare della transizione alla nuova presidenza. In febbraio Kennedy
propose un vertice a due a Vienna, che fu programmato per il mese di giugno in seguito al
fallimento della Baia dei Porci. Chruscev ribadì le sue idee e Kennedy mostrò moderazione
rivelandolo, agli occhi del primo, come timido ed incerto. Per questo ritornò allo stile aggressivo e
propose la riforma per il segretariato generale delle NU (1 segretario per ogni fazione). Del resto
Kennedy stava imparando a rimanere freddo e rispose con energia: fece capire che gli americani
abbandonavano la pacatezza di Eisenhower e non si sarebbero lasciati considerare come una
potenza in declino: diede inizio ad un’offensiva d’immagine.
Il 3 agosto 61 Ulbricht reiterò la stipulazione immediata del trattato di pace che restituisse uno
status legittimo al suo paese o ricorrere a misure militari come alternativa. In quel clima, quindi, la
costruzione di un muro a Berlino apparve come compromesso fra l’intransigenza di Ulbricht e la
cautela di Chruscev. Berlino rimase una questione accantonata e non risolta: il 13 agosto 61 le
autorità cominciarono a costruire una serie di barriere che rapidamente divennero l’alta muraglia
che separò le due parti della città. Le misure di sorveglianza confermavano la determinazione di
Ulbricht di porre fine allo stillicidio dei rifugiati. Ciò però significava anche che Kennedy accettava
la situazione europea. Il muro evidenziava l’incapacità di Chruscev di dare ad Ulbricht ciò che
chiedeva. Durante gli anni 60’ divenne chiaro che l’uso delle armi nucleari non si sarebbe avverato.
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2. L’ingresso dell’America Latina nella politica globale
La crisi dei missili a Cuba
Sin dal giugno 59 Eisenhower aveva previsto il pericolo nucleare in un alleanza sovietico-cubana:
era l’occasione per colmare il divario con gli USA sugli ICBM. Il territorio cubano costituiva,
infatti, il territorio ideale per il lancio di missili di media gittata. Proprio per evitare tutto ciò già si
stava pensando di smantellare gli Jupiters e Thors a favore dei Polaris che sarebbero stati integrati
da diverse forze NATO, per evitare la force de frappe.
L’idea di installare basi missilistiche a Cuba era dettata da tre motivi: offrire una migliore
protezione all’alleato, controbilanciare la supremazia americana, lanciare una nuova fase offensiva
diplomatica contro Berlino. L’idea piacque a Castro che nel luglio 62 invio suo fratello Raul e Che
Guevara per regolamentare l’installazione di 40 missili sull’isola e la presenza di 45.000 uomini.
I servizi segreti notarono movimenti di forze superiori alla norma e il 9 ottobre Robert Kennedy
autorizzò un volo di ricognizione: il 15 si concluse che i sovietici stavano installando rampe di
lancio. Il 16 Kennedy venne informato e mise in moto il processo per elaborare una risposta
riunendo i più stretti collaboratori nell’ExComm: segretario di Stato Rusk, segretario della difesa
McNamara, direttore della CIA McCone e suo fratello si riunirono quasi ininterrottamente per 12
giorni.
Vennero valutati i rischi militari e ne risultò che un attacco non sarebbe stato risolutivo per i
sovietici. Fra le proposte figuravano una ritorsione immediata (nella presunzione che i sovietici non
avrebbero risposto) oppure quelle intermedie appoggiate da Kennedy che proponevano di far salire
il livello dello scontro senza escludere vie d’uscita. Paradossale fu l’episodio in cui Gromyko
recatosi negli USA affermò che gli aiuti erano solamente di tipo alimentare. Le discussioni
dell’Excomm continuarono fino al 22 quando fu resa pubblica la soluzione: si fissava una zona di
quarantena, superata la quale si sarebbe proceduti all’ispezione del carico navale.
Contemporaneamente il veterano Acheson veniva inviato nelle capitali alleate per ottenere
l’appoggio all’azione americana.
Le prime reazioni sovietiche furono negative, ma Stevenson, al Consiglio di Sicurezza, riuscì a
dimostrare la fondatezza delle prove. Ciò che più si temeva non era la violazione della quarantena,
bensì una ritorsione verso Berlino. Un primo passo verso il compromesso venne fatto da Chruscev
che il 26 inviò una lettera privata in cui proponeva lo smantellamento dei missili in cambio della
promessa di non attaccare l’isola o comunque appoggiare azioni analoghe. Il mattino del 27 ne fu
inviata un’altra che aggiungeva come condizione lo smantellamento delle testate in Turchia. La
differenza tra le due posizioni è che la prima avrebbe espresso la risolutezza di Kennedy vittoriosa,
mentre la seconda prospettava il compromesso: Cuba in cambio della Turchia senza la
consultazione della NATO. Kennedy rispose ad entrambe le lettere adottando una forma che gli
consentisse di apparire come il vincitore dello scontro: rispose pubblicamente solo alla prima.
Frattanto erano avviati i negoziati con l’ambasciatore Dobrynin per discutere il compromesso
sotanziale: alla base vi era la rinuncia dei missili Jupiter in Turchia e Italia.
Raggiunto l’accordo, la crisi calò rapidamente e il 28 era chiaro che lo scontro era evitato. Per gli
europei la prima cosa che risaltava all’occhio era la gestione bipolare della crisi. D’altra parte la
divaricazione all’interno dell’alleanza coincideva con l’intento di Kennedy di concentrarsi
maggiormente sugli interessi nazionali, promuovendo una forza multilaterale.
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3. Politica atlantica e politica europea
La nuova strategia nucleare americana e l’Europa
La formula della “nuova frontiera” comportava, sul piano internazionale, una risolutezza difensiva
degli USA che, però, acquistava nuove forme. Si diede l’impulso per recuperare la supremazia in
campo spaziale e nucleare. Le crisi di Cuba e Berlino misero in evidenza i rischi di un attacco
massiccio, facendo così ufficialmente abbandonare la dottrina della rappresaglia massiccia per
quella della risposta flessibile: si sarebbe passati all’armamento tattico/strategico a seconda della
gravità del momento.
In questo modo, però, nessuno era in grado di prevedere se e a quali condizioni gli impegni assunti
dagli americani fossero ancora credibili. In questo clima di sfiducia riceveva legittimazione la
risolutezza con la quale De Gaulle proseguiva la costruzione della force de frappe senza godere di
nessun aiuto americano. Oltretutto, in caso di risposta flessibile, il primo scontro delle forze
convenzionali si sarebbe svolto in territorio tedesco, mettendo in luce la contraddizione insita nel
rifiuto americano di consentire un armamento nucleare europeo.
La Gran Gretagna fra Europa e Stati Uniti
L’atteggiamento scettico della GB verso la CEE era stato dettato dalle perplessità del suo
funzionamento e dal fatto che De Gaulle al potere ne avrebbe paralizzato la costruzione. Invece, la
rapidità con cui dava i suoi frutti e il modo in cui De Gaulle cercò di modificarla in una maniera
favorevole alla visione britannica, convinsero McMillan al riavvicinamento verso il progetto.
Elaborò un progetto molto ambizioso: tutti gli interessi britannici sarebbero dovuti essere incanalati
per il riavvicinamento. Voleva porsi come un ponte fra gli USA e la Francia. Tuttavia, intendeva
continuare a ribadire che le preferenze del Commonwealth dovessero essere integrate.
Il premier britannico si rese conto della questione nucleare ai fini del buon esito del suo progetto:
cercò di convincere Kennedy ad approvare la force de frappe a condizione che i francesi
accettassero l’ingresso inglese: era un tentativo d’entrata senza incrinare la special relationship. Non
riuscì comunque a far convergere entrambe le parti.
Il 9 agosto 61 il Londra chiedeva formalmente al presidente del Consiglio dei ministri CEE di
iniziare i negoziati per l’adesione inglese. Si chiedeva però che i negoziati tenessero conto anche
delle relazioni speciali col Commonwealth e l’EFTA, dimostrando l’incapacità inglese di scegliere
fra CEE e special relationship. Gli americani, in nome dei principi liberoscambisti, si rifiutarono di
appoggiare le richieste per il mantenimento delle preferenze imperiali.
La relazione anglo-americana, aveva un suo campo d’applicazione importante nell’ambito nucleare:
emendate le restrizioni dell’atto McMahon, dall’incontro di Bermuda nel 57, era possibile una
collaborazione anche sul piano militare: in cambio di una base in Scozia, gli USA promisero i
missili Skybolt. La svolta avvenne all’indomani della crisi di Cuba quando, il 19 dicembre, in un
incontro a Nassau Kennedy disse a McMillan che il progetto era stato annullato a meno che gli
inglesi non si sarebbero caricati la metà delle spese.
L’insuccesso metteva il premier in una posizione difficile: fu trovata l’alternativa nei missili Polaris,
da utilizzare possibilmente integrandoli nella FML. In questo modo Kennedì cercava di aiutare
l’alleato e di rilanciare il progetto FML. Inoltre i due si accordarono per dar vita al triumvirato
voluto da De Gaulle in cambio dell’ammissione britannica alla CEE. Questo però interruppe il
processo con le sue dichiarazioni pubbliche, affermando che gli americani avrebbero preferito i
Polaris, solamente perchè un attacco alle basi Jupiter e Thor avrebbe fatto vittime statunitensi, la
qual cosa poteva essere evitata se l’armamento era in un sottomarino sotto responsabilità USA.
Questa constatazione distrusse l’alleanze che lasciò i paesi europei privi, per 20 anni,
dell’equivalente degli SS3/4.
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De Gaulle, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la CEE
La sintesi strategica del generale Gallois, spinse De Gaulle a prendere una duplice decisione
radicale. L’adesione britannica alla CEE aveva perso di significato e comunque sia avrebbe voluto
anche dire l’ingresso di molteplici paesi che avrebbero modificato la struttura della CEE. Il 14
gennaio convocò una conferenza stampa nella quale oppose la candidatura inglese per aver
ostacolato il processo di creazione della comunità. Il veto francese era sufficiente per impedire la
continuazione dei negoziati.
La seconda reazione agli accordi di Nassau, fu rappresentata dalla firma, il 22 gennaio, di un trattato
di collaborazione con la RFT: si affermava come un’alleanza fondamentale per la sicurezza europea
che di fatto avrebbe svuotato di significato quella americana. Per il generale francese, esprimeva il
desiderio di slegare la difesa europea dagli americani, mentre per il cancelliere era un mezzo per
fare pressione a questi ultimi: la Bundestag, infatti, fece precedere il trattato da un preambolo che
ribadiva la necessità di collaborare con gli USA e di risolvere i problemi della difesa nel quadro
atlantico, facendolo così perdere di valore.
La Francia e l’evoluzione della Comunità economica europea
L’azione di De Gaulle plasmava anche i rapporti con la NATO e la CEE: il primo segnale di
distensione si ebbe nel marzo 66 quando annunciò l’uscita francese dalla NATO, dovendo così far
spostare la sede a Bruxelles. Frattanto Johnson, preso dagli avvenimenti in Vietnam, lasciò
affossare, nel 65, il progetto MLF.
La pausa per il negoziato sulla creazione di un Unione politica europea e quello riguardante
l’ingresso britannico, non fermarono i lavori della CEE: fra i tanti obiettivi vi era anche quello di
formulare una politica agricola comunitaria che avrebbe garantito i prezzi minimi per ogni prodotto
agricolo, il che significava che la Commissione avrebbe dovuto intervenire sul mercato e ciò
presupponeva che disponesse di proprie risorse. Tutto ciò poneva problemi di fondo su come dare e
controllare tali risorse. La Commissione illustrò nel pacchetto del 1 luglio 65 dei provvedimenti che
avrebbero garantito la destinazione delle risorse percepite, dai dazi doganali nei confronti dei
prodotti importati, alla Comunità, accompagnata da una proposta che avrebbe dato maggiori poteri
al Parlamento sulle questioni di bilancio: era implicito il proposito di rendere la collaborazione fra
Parlamento e Commissione diretta, per accentuare il carattere soprannazionale.
I francesi erano favorevoli ad una politica agricola che li avrebbe avvantaggiati, ma contrari ad un
rafforzamento delle istituzioni comunitarie. Frattanto la Commissione aveva raggiunto le sue
decisioni. I rappresentanti francesi al Consiglio contestarono la legittimità delle decisioni assunte ed
annunciarono che avrebbero sospeso la loro partecipazione alle attività inaugurando la crisi della
“sedia vuota”. Avrebbe rioccupato i suoi posti a condizione che la Commissione non accelerasse
l’integrazione federalistica e che il Consiglio votasse all’unanimità. L’iniziativa francese poneva la
Commissione di fronte ad un bivio: essere realisti e rallentare il processo d’integrazione oppure
essere intransigenti ma vuoti di contenuti.
Il compromesso venne raggiunto a Lussemburgo il 29 gennaio 66 e si ribadì la prevalenza degli
Stati su quella delle istituzioni, confermando, tuttavia che, a partire dal 70, la Comunità avrebbe
avuto a disposizione risorse proprie. L’accordo era diviso in 4 punti: in caso di decisioni che
mettessero in gioco interessi importanti di uno o più Stati membri, toccava al Consiglio trovare una
soluzione che tutti i paesi avrebbero potuto adottare; che nel precedente caso, si dovesse discutere
fino al raggiungimento di un accordo unanime; le parti constatavano la divergenza che continuava
ad esistere nel caso di mancata conciliazione; tuttavia, tale divergenza non impediva l’andamento
dei lavori. Il compromesso impoverì l’istituzione delle sue speranze e la costruzione di una
comunità politica vedeva un percorso sempre più difficile. De Gaulle non nascondeva la sua
insofferenza verso un’organizzazione che giudicava povera di legittimità democratica.
Uno sviluppo positivo si ebbe con Wilson che ripropose la candidatura britannica il 10 maggio 67 e
ancora un’altra volta il generale francese pose il suo veto. Il ministro belga Harmel, propose allora
di spostare il dibattito all’interno dell’UEO dove non esisteva diritto di veto. Il suo successore,
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Pompidou, fu favorevole all’ingresso inglese a patto che venisse conclusa la politica agricola. Il 22
aprile 70 i paesi CEE firmavano l’accordo per determinare risorse proprie e nel 71 venne avviata la
politica di creazione di un unione economica e monetaria. Venne, infine, concluso l’accordo che
avrebbe fatto entrare GB, Danimarca, Irlanda e Norvegia (che non accettò), prevista per il 1-1-73.
Il seguito alla crisi energetica del 73, nel dicembre 74 si decise di modificare la struttura
istituzionale: con gli accordi di Parigi del 10 dicembre 74 il Consiglio dei capi di Stato e di governo
diventavano il vero organo di propulsione dell’attività comunitaria. Per assicurare la coesione,
questi, accompagnati dai ministri Esteri, si dovevano riunire tre volte l’anno. Da ultimo gli accordi
prevedevano la creazione di un Fondo europeo di sviluppo regionale per correggere gli squilibri
esistenti all’interno della Comunità.
5. La crisi vietnamita dal 1954 al 1968
Il fallimento degli accordi di Ginevra del 1954
Nessuna delle due parti rispettò gli impegni presi a Ginevra: non vi furono elezioni per
l’unificazione del paese, bensì un rafforzamento delle loro posizioni.
Dopo il 54 Ho ricevette continui aiuti da parte degli alleati comunisti. In seguito alla crisi sinosovietica del 63/4, però, si orientarono verso le posizioni sovietiche, per consolidare una struttura
militare preparata con durezza e disciplina, totalmente diversa dal disordine delle guardie rosse
cinesi.
La permanenza dei due Stati, portò al riaccendersi del conflitto: elementi nazionalisti fomentavano
la rivolta nel Sud, portando all’escalation dell’intervento americano. Dal 64, l’episodio infiammò
l’opinione pubblica, ripercuotendo ogni aspetto della vita quotidiana. Furono gli anni in cui si
dovettero rivedere le fondamenta della politica estera americana che risaltava i caratteri di politica
di potenza. Era un movimento che partito dai ghetti neri, si allargò ai campus per poi dilagare anche
in Europa nel 68. L’insieme degli avvenimenti, contribuì a fare della guerra in Vietnam un episodio
simbolico superiore alla sua portata poltico-militare.
Il fatto che le due fazioni fossero armate dalle superpotenze, poteva far pensare alla replica della
Corea. Vi erano però due differenze di fondo: la prima, interna, è che il consenso a Syngman Rhee
era vastissimo e solido, diversamente da quella di Ngo Din Dieam. L’altra, di carattere
internazionale, stava nel fatto che nel 50 non si erano ancora delineati i limiti dell’espansione delle
due superpotenze, mentre in quegli anni, l’interesse reciproco era quello di circoscrivere la guerra.
Gli USA e l’Indocina da Dulles a Kennedy. Il colpo di Stato contro Ngo Dinh Diem
Eisenhower e Dulles presentarono l’intervento americano come soluzione alla “teoria del domino”:
se il Vietnam fosse caduto sotto controllo comunista, tutta la penisola avrebbe subito la stessa sorte.
Senonché la serietà del pericolo avrebbe richiesto mezzi superiori a quelli che Washington fu in
grado di mobilitare.
Nei primi anni la politica di Diem parve avere successo. Sebbene dovesse esprimere la forza della
democrazia, i suoi metodi rispecchiavano quelli di una dittatura. Dal 54 il Sud appariva come un
paese rappacificato, che in realtà non corrispondeva alla reale situazione: Diem non fece molto per
riorganizzare l’esercito o mutare la situazione nelle campagne. La sua politica fu, invece,
costantemente rivolta al consolidamento del suo potere e la distribuzione di esso verso le persone a
lui più vicine. I limiti riaffiorarono nel 57 quando ricominciarono le infiltrazioni comuniste che
riuscirono ad impadronirsi gran parte delle campagne. Nel dicembre 60 si creò il Fronte Nazionale
di Liberazione, all’interno del quale era notevole l’influenza dei partigiani vietcong.
L’eredità di Kennedy venne resa più complessa dai paralleli sviluppi della situazione nel Laos: qui,
all’indomani di Ginevra, si era formato un governo filo-occidentale verso cui le forze Pathet-Lao
ripresero le azioni d’infiltrazione. Un intervento statunitense era complesso, mentre, invece, la Cina
confinava direttamente. Si discusse della situazione nuovamente a Ginevra, dove si decise la
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costituzione di un governo di coalizione guidato dal principe Spuvanna Phouma. Nel 62 i comunisti
uscirono dal governo e riavviarono la guerra civile, che divenne un fronte di retrovia di quella
vietnamita poiché parte del sentiero di Ho Chi Minh attraversava il territorio laotiano.
La situazione nel Vs non poteva essere risolta in modi analoghi: Diem non riteneva di essere di
fronte al pericolo e Kennedy giudicava possibile organizzare una contro guerriglia ai comunisti. La
svolta politica americana riguardante l’invio dei consiglieri militari e l’assistenza diretta maturò
durante il 61: prima del viaggio di Johnson, l’NSC aveva già previsto un forte impegno nella
regione anche mediante l’intervento dei servizi segreti. Due furono le strade intraprese: l’invio dei
consiglieri militari e la creazione dei villaggi strategici a modello britannico. Questi servivano a
rendere più sicura la vita dei contadini dall’influenza comunista. Fu, di fatto, un progetto
fallimentare.
Lo scetticismo di Kennedy sull’efficacia di un intervento militare fu superato dai risultati della
missione svolta dal consigliere del dipartimento di Stato Rostow e dal generale Taylor: l’impegno
era necessario per dimostrare la fermezza e migliorare la preparazione e la volontà di combattere
vietnamita mediante l’inserimento di uomini americani. Nell’autunno 62 Hilsman e Forrestal, dopo
aver visitato il Vietnam, consigliarono di migliorare l’idea dei villaggi strategici e persuadere Diem
ad adottare una graduale liberalizzazione della politica autoritaria, ovvero decidere se Diem fosse o
meno la persona adatta.
Nel 63, mentre McNamara e Taylor pensavano ancora ad una buona riuscita, Kennedy temeva un
eccessivo coinvolgimento americano. Invero una vittoria senza un importante impegno avrebbe
necessitato di un Vs solido che invece era tutt’altro: la politica religiosa di Diem provocò le reazioni
dei bonzi che per protesta si diedero fuoco in pubblico, suscitando orrore nell’OP internazionale.
Washignton ammonì immediatamente l’azione e cominciarono a porre in essere i progetti: i
consiglieri erano divisi: McNamara e Johnson erano contrari, mentre a favore erano Harriman, Ball,
Hilsman e Forrestal. Il 29 agosto Kennedy inviava un telegramma segreto in cui si autorizzava ad
iniziare i preparativi e dopo che McNamara e Taylor visitarono nuovamente la regione furono
d’accordo verso il golpe. Così il 27 ottobre un messaggio di via libera venne inviato
all’ambasciatore Lodge: il 1 novembre 63 il palazzo presidenziale fu accerchiato dai golpisti ed il
giorno dopo avvenne l’esecuzione di Diem lasciando profonda amarezza in Kennedy.
Johnson e l’escalation americana nel Vietnam
Johnson non modificò immediatamente le direttive di Kennedy, ma dovette subire il deterioramento
della situazione: Sihanouk, dopo aver accusato la CIA di aver tentato un colpo di Stato, attuò una
politica di neutralità; il nuovo governo era inefficiente come quello precedente e gli attacchi dei
vietcong aumentavano. Bisognava scegliere se disimpegnarsi o meno: il diplomatico canadese
Seaborn si incontrò col premier Pham Van Dong che però gli fece capire che era pienamente
convinto della loro vittoria.
Dello stesso parere erano, d’altronde, gli USA. Alla fine del gennaio 64 Minh fu sostituito da
Nguyen Khan e nonostante Johnson ritenesse l’intervento in Vietnam come un errore, non riteneva
possibile una rinuncia americana che avrebbe avuto ripercussioni nel sistema anticomunista. Di
conseguenza, le notizie allarmistiche, portavano alla soluzione obbligata. Passarono alcuni mesi che
diedero vita all’escalation militare. La svolta maturò nell’estate 64 quando ad Honolulu si
incontrarono i responsabili delle operazioni che decisero di chiarire al pubblico la natura
dell’intervento e di avviare contatti diplomatici per ampliare l’appoggio dei paesi vicini alla guerra.
Il montare delle polemiche, fece sentire il bisogno di un consenso più vasto. Il 3 agosto due navi
americane vennero attaccate e il 5 agosto Johnson inviò al Congresso un progetto di risoluzione
secondo la quale gli USA erano pronti ad un intervento armato per l’assistenza dei membri SEATO.
La risoluzione fu un grande successo, che fu, però, seguito dalla defenestrazione di Chruscev e dallo
scoppio della prima testata nucleare cinese (tutto nell’ottobre 64). Tuttavia Johnson non aveva
ancora l’intenzione di trasformarla veramente in una guerra americana per via del suo maggiore
impegno nella creazione della Great Society.
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La diffidenza fra americani e sud-vietnamiti, intanto, aumentava col perdurare dello stillicidio: i
primi non si sentivano sufficientemente ripagati per gli sforzi atti a tenere in piedi un regime
corrotto. Al tempo stesso le forze nordiste controllavano la quasi totalità della regione ad eccezione
di Saigon e delle basi americane.
Nel dicembre 64 Johnson approvò i piani di bombardamento che si attuarono quando le forze nordvietnamite attaccarono di sorpresa Pleiku: la rappresaglia fu immediata (flaming dart?) e colpì tutto
il territorio controllato dai comunisti. I bombardamenti, infatti, toglievano l’immunità ai vietong e si
poteva sperare che i suddisti fossero rinvigoriti. Sul piano generale, i bombardamenti si
presentavano come esercizio limitato di rappresaglia, rendendo ambiguo il coinvolgimento USA.
L’inefficienza di questi, però, pose la questione di un maggiore impegno: si decise di inviare i
reparti marines presso la zona demilitarizzata del 17° parallelo e l’invio in luglio 65 di 75.000
consiglieri che però potevano svolgere operazioni belliche. La conseguenza fu la prima
manifestazione di protesta a Washington nell’aprile 65.
Da allora l’impegno crebbe continuamente fino al 67 quando le forze raggiunsero 500.000 uomini.
Per 3 anni divenne l’incubo della politica americana che ebbe un costo di 165 miliardi di dollari. La
teoria del domino era un’ipotesi astratta priva di realismo. Più dannosa, invece, l’immagine che ne
derivò per gli USA: un paese diviso con un governo incapace di decidersi per l’impegno o meno.
La rinuncia di Johnson (marzo 1968) e l’avvio dei negoziati di Parigi
Alla fine del 67 molti territori vennero riconquistati e la risolutezza dei vietcong sembrò incrinata. I
bombardamenti sul sentiero rallentarono i rifornimenti e persino le truppe del Sud mostrarono
maggiore volontà di coinvolgimento. Frattanto, nel 65, un altro colpi di stato aveva portato alla
presidenza Thieu. Le notizie ottimistiche del gennaio 68 di Rostow su un imminente collasso
avversario ebbe un’eco grandissima quando ne furono rilevate le infondatezze.
Il 31 gennaio 68, primo giorno del Tet, i comunisti lanciarono di sorpresa un’immensa offensiva
che mirava ai capoluoghi del Sud ed alle basi americane. Riuscirono ad impadronirsi di Hue, antica
capitale imperiale. Dopo poco più di un mese le forze nord-vietnamite furono respinte anche grazie
all’aiuto dell’esercito regolare.
Tuttavia, la vittoria militare, non bastava a calmare l’allarme: i comunisti avevano dimostrato di
essere in grado di combattere anche nelle condizioni più disperate e resistere al di là di ogni
previsione. Pensare di sconfiggerli definitivamente appariva dubbio. Non vi era neanche una
motivazione adeguata per giustificare una tale atrocità.
L’opinione pubblica si divise, in vista delle elezioni, in falchi (repubblicani) e colombe, che erano la
parte più influente. Le incertezze sulla candidatura democratica, vennero risolte con la
presentazione a marzo di quella di Robert Kennedy. Fu in questo clima che il 31 marzo Johnson
pronunciò il discorso che fu il punto di svolta: l’invio di 200.000 uomini, la ripresa di un negoziato
per la pace accompagnata da una pausa nei bombardamenti americani, la volontà di trasferire
maggiori responsabilità all’esercito regolare e la rinuncia alla candidatura presidenziale.
Harriman venne nominato per l’incontro di maggio a Parigi: i nord-vietnamiti precisarono che i
lavori sarebbero potuti continuare solamente con la fine dei bombardamenti che avvenne il 31-10.
Nixon e la “vietnamizzazione” della guerra
L’uccisione di Robert Kennedy il 5 giugno 68, privò i democratici di un candidato credibile. La
corsa alla casa Bianca vedeva come concorrenti Humphrey e Nixon: entrambi promettevano la fine
del conflitto senza però delineare una politica precisa.
I negoziati di Parigi continuavano lentamente poiché Harriman chiese alla controparte vietnamita
che la buona volontà americana doveva essere confortata da un minore appoggio ai vietcong e
perchè Thieu e il FNL si rifiutavano di sedere allo stesso tavolo. L’unica soluzione era vedere
l’esito delle elezioni americane.
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La vittoria andò a Nixon che lanciò la formula della vietnamizzazione del conflitto: diminuire il
peso dell’intervento americano e avviarsi verso un accordo di pace. Il problema consisteva nel non
far ricadere la sconfitta USA tutta d’un colpo: un’operazione che Kissinger portò a termine.
6. Il campo sovietico: crescita e contraddizioni
La sostituzione di Chruscev e la politica di potenza nucleare
La caduta di Chruscev fu il sintomo della fine del periodo di transizione ma anche dei temi che
questa aveva lasciato aperti. Chruscev non era mai stato appoggiato all’unanimità ed inoltre i suoi
progetti grandiosi dovevano scontrarsi con la scarsità delle risorse.
L’aggravarsi dei dissensi con la Cina, la nostalgia degli stalinisti e gli insuccessi economici del 63
fecero da terreno fertile per coloro che nel 64 decisero di pensionarlo: il 14 ottobre fu convocato il
Comitato centrale del PCUS sulla base di una relazione critica di Suslov che sanzionò la decisione
di destituire Chruscev. Il suo posto sarebbe stato affidato al suo vice, Breznev, mentre quello di
primo ministro da Kosygin. Il 16 ottobre la notizia venne resa pubblica.
I successori non modificarono nella sostanza la sua linea politica. Sul piano internazionale non
avevano ragioni per scostarsi dalle linee già tracciate. Il problema era vedere se e quanto fosse
possibile modernizzare il paese. Nel 65 si tentò di riequilibrare la distribuzione degli investimento
migliorando il settore edile e quello agricolo. Fatto negativo era invece l’assenza di ricadute
tecnologiche dalle scoperte in ambito militare si quello civile. Si attuò anche una politica di
distribuzione egualitaristica che esasperò i lavoratori qualificati ed intellettuali.
La crisi in Europa orientale nel 1968 e la “dottrina Breznev”
La frattura sino-sovietica era solamente la più vistosa. Una serie di altre situazioni mostravano
come l’Unione Sovietica non fosse stata ancora in grado di creare un blocco coeso e di inserirsi nei
singoli paesi con eccezione della Germania di Ulbricht e la Bulgaria.
L’Ungheria di Kadar si era mossa lungo una linea di riformismo che aveva cercato di accrescere il
benessere della popolazione. La fase culminante fu l’adozione nel 68 di un “nuovo meccanismo
economico” che allentava la centralizzazione burocratica.
In Polonia, con Gomulka, nel 57, per la prima volta al Parlamento furono eletti rappresentati
cattolici. Concessione, tuttavia, controbilanciata da restrizioni delle libertà politiche come il
ripristino della censura. A poco per volta le maglie della repressione si strinsero fino a provocare
proteste studentesche alla proibizione dell’opera teatrale di un poeta patriottico polacco. L’uomo
che salvò il regime divenne sempre più logoro e fu sostituito da Gierek che seppe affrontare la
nuova ondata di scioperi adottando provvedimenti relativi ai salari.
Ben più carica di conseguenze la Cecoslovacchia che sotto la guida di Novotny seguì, fino al 63,
una politica intransigente e settaria. In seguito al fallimento del piano quinquennale nel 62, questo
accettò l’avvio di un dibattito che mise in luce un gruppo di giovani economisti critici del culto
della pianificazione e promotori di un programma basato sui principi dell’autofinanziamento.
Novotny appariva disposto al dialogo e dal 63/8 la vita cecoslovacca fu percorsa da una corrente di
rinascita. Tornò in evidenza anche la questione del differente trattamento della popolazione
slovacca. Verso la fine del 67 la situazione divenne più accesa a causa di scontri tra polizia e
studenti. All’inizio di gennaio si discusse della possibile rinuncia di Novotny e il 3 gennaio Dubcek
divenne segretario del partito. Dal mese di aprile il fermento democratico acquistò un ritmo
frenetico ricordato poi come “la primavera di Praga”. Dubcek, infatti, insieme al presidente
Svoboda, si era posto il progetto per la creazione di un “socialismo dal volto umano”.
Gli altri membri del Patto, come risposta lo invitarono alla cautela. Dall’inizio di luglio i 5
premettero perché si tenesse una conferenza sulla situazione. Dubcek rifiutò affermando di avere il
pieno controllo. Il 1 agosto 68 a Cerna si svolse un incontro bilaterale fra cecoslovacchi e sovietici:
un dialogo fra sordi. Gli avversari (fra i quali quelli interni) lavoravano silenziosamente per
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rovesciare Dubcek che non trovò il supporto di Tito e Ceausescu. Il 20, 21 agosto le truppe
dell’Armata rossa invasero il paese ed il 22 Dubcek e si suoi collaboratori furono prelevati a Mosca:
dovevano accettare la normalizzazione ed il ritorno al passato. La parentesi praghese doveva essere
cancellata. Il 26 dovettero sottoscrivere un protocollo che sanzionava la loro sconfitta ed affermava
la “dottrina Breznev”. Una volta di ritorno, il potere era formalmente nelle loro mani e furono
costretti a disorientare i loro sostenitori. Solo nell’aprile 69 Dubcek venne rimpiazzato da Husàk, il
Kadar cecoslovacco.
Furono Ulbricht e Gomulka, in particolare, a temere le ripercussioni della parentesi cecoslovacca.
Sul piano internazionale Breznev giustificò la sua azione con la “dottrina della sovranità limitata”:
una delega all’US del diritto di mantenere l’ordine nei paesi del sistema comunista per ripagare i
sacrifici durante la guerra al nazismo. Più che tutela era un rapporto di tipo coloniale.
La dottrina Breznev esprimeva, in verità, una profonda insicurezza data dal fatto che dal 48
pressochè ininterrottamente vi erano stati tentativi di rivolta. Per questo cresceva la premura di
promuovere l’avvio di un grande dialogo con l’Occidente per una conferenza sulla sicurezza
europea. Tale proposta, fatta sei mesi dopo i fatti di Praga, sfociò nell’avvio dei negoziati di
Helsinki del 72 che si sarebbero conclusi nel 75.
Inoltre, dall’invasione della Cecoslovacchia, i partiti comunisti dell’E occidentale, inseritesi nella
realtà pluralistica, presero istituzionalmente le distanze dal sistema del socialismo reale. Ebbe
origine allora il concetto di “eurocomunismo” contrapposto a quello sovietico. Altro aspetto che
accompagnò la crisi di Praga fu l’emergere del fenomeno del dissenso.
CAP XXII: LA GRANDE DISTENSIONE E I SUOI LIMITI
2. Il dialogo tra Stati Uniti e Unione Sovietica
Il trattato di non proliferazione nucleare
Tra il 1968 ed il 74 si assistette al trionfo della diplomazia come strumento per governare la vita
internazionale. Venne segnato l’inizio di un ventennio di dualismo nel quale gli USA riconobbero
l’Unione sovietica come un soggetto eguale, almeno dal PDV politico. Proprio l’impegno
all’uguaglianza imponeva, invece, ai sovietici, oneri che richiedevano sacrifici interni e mostravano
i limiti della loro solidità. L’ascesa di Breznev, dominatore unico della vita politica sovietica, fu un
elemento che indicò il ritorno ad un dogmatismo di ispirazione staliniana.
Il risultato più rilevante prima della fine della presidenza Johnson, fu la firma, nel luglio 68, del
Trattato di non proliferazione degli armamenti nucleari, un progetto partito dall’Assemblea ONU
dal 61: nel 64 si ebbe il primo esperimento nucleare cinese, mentre gli americani dovettero
affrontare i problemi interni alla NATO in relazione al fallimento della MLF, che veniva sostituita,
nel 67, dal progetto di Nuclear Planning Group, con il compito di formulare la strategia nucleare
NATO (urtando però con i desideri francesi). Questi due motivi non omogenei spinsero quindi le
due superpotenze a considerare la proposta delle Nazioni Unite. Inoltre, la limitazione della gara
missilistica sostituita alla fabbricazione di MIRV ed il discorso riguardante gli ABM, spinsero le
due potenze a stipulare il 1 luglio 68 il Trattato di non proliferazione.
Comportava l’impegno di non trasferire armi atomiche a chi non le possedeva e la rinuncia di questi
a possederne, sancendo l’egemonia delle potenze nucleari. Gli USA rinunciavano per sempre al
riarmo atomico della Germania in cambio della condanna sovietica al riarmo atomico cinese.
A loro volta, Mao e De Gaulle si sentirono incoraggiati a perseguire i loro progetti indipendenti che
portarono da una parte ad un totale distacco dalla NATO, e dall’altra agli scontri armati con i
sovietici sul fiume Ussuri nel 69.
Per gli USA di Nixon e Kissinger il primo mandato e l’inizio del secondo furono una fase
politicamente favorevole e ricca di risultati: gli anni dal 68 al 74 segnarono, per la diplomazia
americana, una vera svolta che impresse una spinta al dialogo bipolare. Questo parve assumere il
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carattere di una convergenza nel governo della politica mondiale, mentre invece celava la mutua
volontà di usare il peso politico ed economico dell’altro per risolvere i propri problemi. Gli accordi,
infatti, non erano altro che forme di stabilizzazione provvisoria grazie alle quali ciascuna delle parti
cercava anche di paralizzare i movimenti che l’altra avrebbe potuto attuare.
Proprio per far ricadere sull’URSS tutto il peso delle contraddizioni, Nixinger non esitarono ad
introdurre la Cina nelle Nazioni Unite occupando il seggio di Taiwan: aveva un arsenale
trascurabile, usciva dalla rivoluzione culturale, non era una superpotenza da temere, ma grazie alla
normalizzazione dei rapporti, riuscirono a trasformare la sconfitta nel Vietnam in un episodio
periferico. Il Vietnam restava, così, isolato e aveva come potenziale supporto solo quello indiano. I
nuovi rapporti instaurati con la Cina, inoltre, eliminava il velo d’imperialismo americano, poiché se
la Cina stessa collaborava con loro, gli altri avrebbero potuto seguirne l’esempio.
La distensione si risolveva in una lotta diplomatica, nella quale i sovietici volevano trarne la
soluzione definitiva per la loro influenza nel mondo, mentre gli americani la concepivano come una
ritorno alle posizioni.
Un piano della distensione riguarda il rapporto bipolare sulla materia nucleare: nel gennaio 67
Johnson aveva lanciato la proposta di un negoziato per la limitazione degli armamenti strategici
(SALT). Le esitazioni sovietiche furono molteplici, soprattutto dagli ambienti militari. La soluzione
però apparve nella primavera 68 quando il presidente rinunciò alla candidatura e fermò i
bombardamenti in Vietnam. Alla firma del 1 luglio 68 del TNP i sovietici si dissero pronti ai salt.
L’ottimismo però fu demolito dalla crisi cecoslovacca: Nixon lasciò i sovietici nell’incertezza fino
al giugno 69 quando accettò di iniziare i lavori ad Helsinki nel novembre. Il vero fulcro delle
discussioni fu la definizione delle armi strategiche: il dibattito si dilungò e solo alla metà del 71
convennero di estendere il trattato anche gli armamenti difensivi (ABM).
Nonostante la ripresa dei bombardamenti in Vietnam nel 72 e l’installazione di mine nelle acque
vietnamite non impedì di continuare il dialogo con i sovietici. La sfida dimostrava come ormai il
Vietnam fosse un fatto marginale rispetto alle relazioni bipolari: Nixon il 22 si recò a Mosca ed il
26 sottoscrissero gli accordi SALT 1: disponevano circa i livelli entro i quali ciascuno si sarebbe
dovuto mantenere nei futuri 5 anni. Nella seconda parte degli accordi si parlava dei sistemi
antimissile e si concluse che ciascuno avrebbe potuto costruire due sistemi ABM.
Nixon e Breznev firmarono una serie di protocolli per dimostrare come la distensione potesse
portare a forme più strette di collaborazione. Affermavano, infatti, che nell’età nucleare i rapporti
potevano avvenire solo all’interno di una “coesistenza pacifica” e che a tal fine le parti si
impegnavano a consultarsi per prevenire conflitti militari.
Quando ebbero luogo i vertici a Mosca ed in Crimea nell’estate 74, Nixon era già compromesso dal
Watergate e Breznev non volle spingersi troppo avanti nel negoziato con un presidente che di lì a
poco sarebbe stato rimosso. L’ultimo vertice degli anni della distensione avvenne con Ford a
Vladivostok nel novembre 74 nel quale venne affermato il principio della parità e venne fissato il
limite di 2400 con un massimo di 1320 MIRV.
3. La fine della crisi vietnamita
Le alternative di Nixon e i negoziati di Parigi
Nixon ereditò la guerra in Vietnam da Johnoson che aveva già avviato i negoziati a Parigi e la
vietnamizzazione del conflitto. Tutto ciò, però, non significava la fine della guerra, anzi.
Kissinger prevedeva due ipotesi di soluzione: la prima, militare, esigeva che l’esercito sudvietnamita fosse rafforzato in maniera tale da consentire il ritiro statunitense; la seconda
presupponeva la disponibilità di Saigon ad allargare la base di consenso su cui poggiava. Voleva in
pratica persuadere il Nord ad accettare il ritiro americano in cambio del ritiro del FNL dal sud.
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Queste proposte, però, non si adattavano né ai sud-vietnamiti che negavano a Parigi il diritto di
decidere il destino del loro paese, né al governo del nord che prospettava un ritiro di truppe solo
dopo un accordo politico generale.
Nella fase critica del negoziato (febbraio 1969) le forze comuniste attaccarono oltre 100 obiettivi
americani, mentre Nixon rispose allargando il raggio d’azione dei bombardamenti al Laos ed alla
Cambogia: il negoziato diventava un’area di parcheggio in attesa della vittoria militare.
La “vietnamizzazione” del conflitto
Per vedere l’effettività delle sue scelte, Kissinger, nel marzo 69, inviò il ministro della Difesa Laird:
questi ribadì che se si voleva attuare la vietnamizzazione dovevano creare un vero esercito fromato
da sud-vietnamiti, così da rendere più accettabile il ritiro americano. Kissinger, d’altra parte, in
aprile aveva cominciato a tessere rapporti segreti con il rappresentante vietnamita a Parigi Le Duc
Tho.
Restava il problema di dimostrare ai loro alleati che essi non venivano abbandonati: l’8 giugno
nell’incontro alle Midway, fu Thieu stesso a proporre il ritiro americano e Nixon rispose
premendolo per cercare un dialogo con il nord, cosa impossibile. Nixon lo prese com un via libera
per lo sganciamento, così il 25 luglio 69 pronunciò a Guam l’apologia dei nuovi indirizzi di politica
estera: necessità di non sovresporre gli USA che si attuava con una politica di low profile; gli USA
non potevano fare i poliziotti mondiali e quindi la responsabilità doveva essere assunta dalle singole
nazioni asiatiche: la vietnamizzazione trovava la sua ragion d’essere.
Per porre fine alla guerra, disse il Presidente, c’erano due possibilità: un ritiro precipitoso o la
ricerca di una pace giusta mediante un negoziato accompagnato dal programma di
vietnamizzazione. Acquistava, così, tempo per tener testa all’OP e lasciare una via d’uscita a Parigi.
La fase finale della guerra e la vittoria nord-vietnamita
In quel momento era in atto la crisi sino-sovietica (marzo 69): mentre i rapporti fra Vietnam e
URSS erano diventati strettissimi, quelli con la Cina si erano deteriorati. Il Vietnam non poteva
essere sconfitto militarmente, ma poteva essere isolato sul piano diplomatico, facendo cessare del
tutto l’aiuto cinese.
Questa visione aveva portato all’allargamento dell’azione in Cambogia: Nixon, nel 70, appoggiò un
colpo di Stato che destituì Sihanouk a favore di Lon Nol che, chieste le armi, si vide entrare nel
territorio forze americane e sud-vietnamite. La decisione fu presa partendo dal presupposto che il
successo della vietnamizzazione esigeva che le basi dell’avversario nascoste, fossero colpite. Dalle
reazioni che si manifestarono, si capì che nessuno fu interessato a sostenere l’esiliato Sihanouk.
Nel frattempo l’offensiva in Cambogia aveva riacceso gli animi dell’opposizione interna. I
negoziato segreti con Le Duc Tho continuavano, mentre sul piano pubblico continuava il
disimpegno militare.
Nel marzo 72 il FNL tentarono una massiccia offensiva in cui si fece uso anche di armi pesanti
provenienti dall’URSS, il che rese possibile all’USA di dimostrare come il loro ritiro non
significava la sconfitta. Come l’offensiva del Tet, quella del marzo 72 fece numerose vittime in
campo comunista e questo fatto accompagnato dalla pressione di URSS e Cina verso la
moderazione, ammorbidirono le posizioni nord-vietnamite.
Quando il gennaio 73 gli Americani ripresero la massiccia offensiva aerea, Hanoi finì per accettare
il cessate il fuoco firmato a Parigi il 27 gennaio 73: era la fine dell’impegno USA. L’accordo
prevedeva la restituzione dei prigionieri, il 17° come linea di demarcazione; i vietnamiti si
impegnavano a non utilizzare la Cambogia ed il Laos per compiere offensive. Dunque la condizione
politica proposta dai nordisti sin dall’inizio, venne accolta. Era tuttavia un accordo debole e privo di
garanzie. A Parigi, il 2 marzo 73, la conferenza dei 12 interessati, approvò gli accordi.
Durante tutto il 73/4, invece del cessate il fuoco, era continuata la guerra senza gli americani: la
determinazione dei nord-vietnamiti e dei vietcong permisero l’entrata a Saigon il 30 aprile 75.
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L’Indocina dopo la guerra
La potenza che più di tutti aveva gradito la frammentazione della penisola fu la Cina che pensò di
poter esercitare un’influenza più diretta nella regione. La persistenza della politica di conquista di
tutto il Vietnam, raffreddarono i rapporti con i cinesi.
Nonostante tutto il regime di Lon Nol non era riuscito a consolidarsi: il paese era diviso fra i Khmer
Issarak, filovietnamiti e i Khmer rossi, guidati da Pol Pot, che rivendicavano la propria originalità di
programma. Questi avevano allacciato rapporti con Sihanouk, vale a dire con la Cina. I cinesi,
infatti, individuarono nella Cambogia il mezzo per tenere in scacco il Vietnam rafforzato sotto l’ala
sovietica. D’altra parte questi consideravano il controllo degli altri due stati come una
precondizione per la loro sicurezza. I governanti cinesi offrirono un enorme appoggio per rendere
una rapida azione in concomitanza con l’entrata vietnamita a Saigon: così lo stesso giorno
abbatterono il regime di Lon Nol, mentre in aprile veniva abbattuto il neutralista Souvanna Phouma
dal Pathet Lao filovietnamita.
In apparenza, nel 75, l’Indocina era tutta in mano comunista, ma in realtà era assai frammentata. In
Cambogia i Khmer rossi avviarono la repressione verso tutti gli avversari. Parallelamente si erano
stretti i rapporti sovietico-vietnamiti: installarono basi aeree nella regione e stipularono un trattato
di amicizia e cooperazione che avrebbe garantito la difesa del Vietnam da qualsiasi aggressione.
Alla fine del 77 ci fu la rottura dei rapporti fra Vietnam e Cambogia e primi la invasero come
necessità di porre fine al genocidio perpetrato dai Khmer rossi. L’attacco era illegittimo e
comunque il regime di Pol Pot quello internazionalmente riconosciuto. I cinesi come risposta
entrarono per 30 km in territorio vietnamita, per dimostrare la loro determinazione e per mettere in
luce i limiti dell’alleanza sovietico-vietnamita del 78, in quanto i sovietici si limitarono alla
condanna verbale. L’andamento dei rapporti delle potenze isolava il Vietnam che usciva da 30 anni
di guerra e la Cambogia in un limbo politico-giuridico che costrinse l’intervento delle NU.
4. La “diplomazia triangolare” di Kissinger
La ripresa delle relazioni diplomatiche fra USA e Cina
Il Giappone costituiva la roccaforte americana nel Pacifico e non aveva mai avuto rapporti
antagonistici con la Cina popolare. In questo clima maturò la “rivoluzione diplomatica” americana:
rinunciarono ad una politica di contrapposizione ideologica per sostituirla con una di collaborazione
suggerita dai mutamenti geopolitica in Asia. Il mutamento di clima rispetto all’URSS, la fine della
corsa agli armamenti, la firma del SALT 1, consolidavano una situazione stabile; invece i nuovi
equilibri diplomatici in Asia creavano un sistema di “conteminemto” che limitava l’espansionismo
sovietico, costringendolo a sfociare in Africa.
I cinesi dovettero riconoscere il fallimento di minare l’autorità sovietica all’interno del blocco, visto
il riappacificarsi con gli jugoslavi ed i rumeni. Inoltre, gli anni della rivoluzione culturale, avevano
inferto un duro colpo riguardo la credibilità cinese sul piano internazionale. D’altra parte la
sconfitta americana in Vietnam e la crisi del dollaro fecero sì che l’avversario non fosse aggressivo
come un tempo. Preso fra la constatazione del collasso americano e il riarmo sovietico diretto
contro la Cina, il gruppo dirigente cinese si pose il problema di uscire dall’isolamento.
Mao e Zhou Enali furono i protagonisti della svolta: avvertirono gli americani che l’appoggio cinese
avrebbe frenato il dinamismo sovietico; il mutamento di rapporti diplomatici non avrebbe rimesso
in discussione il carattere della rivoluzione cinese; la Cina avrebbe normalizzato i rapporti
economici con USA e Giappone ottenendo delle ottime ricadute tecnologiche; avrebbero recuperato
uno spazio di manovra diplomatica internazionale.
Una delle ragioni americane era, invece, la volontà di ridar vita ad una tradizionale amicizia con una
realtà che era impossibile fingere di non vedere. Le motivazioni generali di Nixon risalivano al
proposito di creare una circolazione di flussi diplomatici più ricca, tale da costruire un sistema
triangolare.
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L’attuazione ebbe luogo rapidamente: nell’estate 69 gli USA abolirono alcune restrizioni
economiche; nonostante il colpo di Stato in Cambogia durante il 70 i segni della distensione con
l’occidente si moltiplicavano (venne riconosciuta da Italia e Canada).
Gli americani propendevano per la teoria delle “due cine” in Assemblea Generale. Questa però
sanzionò il 25 ottobre 71, il restauro dei diritti legittimi della Cina popolare, decretando l’espulsione
dei rappresentanti di Taiwan che occupavano il seggio illegalmente.
Il momento di svolta fu la visita segreta di Kissinger il 9/10 luglio 71 che pose le basi per il disgelo
e programmò la visita di Nixon. Nel mentre un nuovo tratto fra India e US venne interpretata come
il presagio di un’offensiva indiana alla Cina con appoggio sovietico. La visita del 21/8 febbraio 72
di Nixon, fu un vero trionfo diplomatico: il clima d’amicizia fu superiore alla realtà dei fatti. Gli
americani abbandonavano la teoria delle due cine (ma non sul piano economico). I cinesi in cambio
riconobbero la supremazia americana nel Pacifico ed entrambi dichiararono di opporsi a qualunque
tentativo terzo di affermare la propria egemonia nell’area: un avvertimento a Mosca.
5. L’Europa negli anni della distensione
L’Europa e la politica finanziaria di Nixon
La CEE dimostrava una vitalità inaspettata portando alla vigorosa crescita economica di Francia,
Italia e Germania dall’inizio degli anni 60. Sino al 58 la vita economica del continente era stata
legata all’UEP e i 14 stati membri avevano raggiunto un accordo che stabiliva la convertibilità
generala basata sul gold-dollar standard. Si promuoveva la creazione di un mercato stabile dominato
dall’economia del dollaro, diventando il pilastro della convertibilità generale. Si imponevano di
fatto i prezzi americani sul resto del mondo: prezzi stabili per la stabilizzazione dei prezzi generale.
Tuttavia, il cambiamento avvenuto con la rinascita europea, giapponese e di quella dei paesi neoindipendenti, determinarono una redistribuzione del potere economico che mise in difficoltà gli
USA: intrappolato dalla regola della parità fissa, il dollaro venne sempre più sopravvalutato con la
conseguenza che gli investitori si rivolgevano all’esterno dove i costi erano minori.
In altri termini, dovevano fronteggiare la conseguenza che spostava i dollari-oro fuori gli USA.
Ogni crescita del commercio mondiale e, di conseguenza, della liquidità mondiale minacciava di
trasformarsi in ragione di crisi per il sistema monetario americano. Il dollaro veniva ingabbiato e
non si poteva applicare la svalutazione per correggere il disavanzo.
Inoltre, gli USA, si facevano carico del sistema difensivo alleato, facendo diventare europei e
giapponesi dei profittatori. Vi era un sistema imperiale all’interno della quale la potenza egemone
vedeva diminuire i vantaggi della propria superiorità.
Vi furono progetti di riforma come quello del belga Triffin: stipulare una serie di accordi bilaterali
per minimizzare la conversione dei dollari in oro, dimostrando però la debolezza del gold-dollar
standard. Oppure quello del francese Reuff: ritorno al gold-standard con una politica di svalutazione
simultanea di tutte le valute rispetto all’oro stesso per eliminare la supremazia USA immotivata.
Nixon cercò di porre rimedio attraverso una politica monetaria deflazionistica che non riuscì a
bloccare la disoccupazione e l’inflazione, generando timore negli investitori. Il 15 agosto Nixon
illustrò la new economy policy, il cui cardine era la temporanea sospensione della convertibilità del
dollaro. La svalutazione colpì gli europei e i giapponesi, creando sentimenti di diffidenza.
Solo alla fine del 71 con gli Smithsonian Agreements vennero fissate nuove parità del dollaro e
venne introdotto il principio che le monete potessero oscillare del 2,25% sopra o sotto dei tassi
ufficiali. Il prezzo dell’oro passò a 38$ l’oncia e al sistema precedente si sostituì il dollar-standard.
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La politica di distensione e l’Europa. Brandt e l’Ostpolitik
La partecipazione europea al processo di distensione riguardò gli sviluppi della politica di De
Gaulle, l’ostpolitik tedesca ed i negoziati di Helsinki.
La posizione francese si era avviata verso una distensione unilaterale, segnato non tanto dal ritiro
dalla NATO, quanto al tentativo del generale di avviare un “dialogo” europeo col suo viaggio a
Mosca nel 66, nel quale affermò che la GF era già conclusa. Aspirava, infatti, ad allargare il respiro
della politica francese ed a smuovere gli altri partner europei, al fine di non dover subire
passivamente l’iniziativa americana. Intrecciò il suo nazionalismo con l’affermazione del sistema
europeo come potenziale soggetto autonomo. Con le dimissioni di Adenauer si tròvo, però privo di
un valido alleato.
Erhard e Schroder erano, infatti, atlantismi convinti. Il 1966 fu lo spartiacque che vide al governo
una coalizione con Kiesinger cancelliere e Brandt agli esteri. Questo era stato uno dei maggiori
sostenitori per un mutamento della dottrina Hallstein e nella politica con l’E orientale: sosteneva
che contatti più stretti avrebbero accresciuto la sua limitata indipendenza. Nel 67 la RFT stabiliva
relazioni diplomatiche normali con la Romania e 68 con la Jugoslavia. La crisi cecoslovacca
persuase la fondatezza dei progetti di Brandt, poiché l’unica alternativa sarebbe stato assistere
passivamente alla dottrina Breznev. Per evitare che a causa della risposta flessibile la Germania
restasse scoperta militarmente, era necessario che i rapporti, in particolare con RDT e l’URSS,
cambiassero radicalmente. Doveva sviluppare un’azione politica meno vincolata dalle potenze.
L’essenza dell’Ostpolitik, dunque, consisteva nel vivere diversamente la situazione cristallizzata.
Considerare la divisione della Germania significava poter porre le basi per migliorare la situazione.
Si aspettava una maggiore sicurezza attuando un alleggerimento della situazione a Berlino:
maggiori contatti per ammorbidire gli aspetti umanitari.
Nel 69 Brandt prese l’iniziativa: progettò un trattato con l’URSS per la non interferenza e la
rinuncia all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie; riconobbe il confine polacco
lungo la linea dell’Oder-Neisse; offrì alla Cecoslovacchia un trattato di commercio e di pagamento
dei danni compiuti dai nazisti; firmò il trattato di non proliferazione. Così a pochi mesi dalla crisi
cecoslovacca, la mossa di Brandt, creò uno spiraglio per incrinare dottrina Breznev. Con i sovietici
la normalizzazione avvenne durante il suo viaggio a Mosca nell’agosto 70. il 7 dicembre 70 visitò il
ghetto di Varsavia.
Le relazioni con la Germania erano condizionate da vincoli giuridici: la RFT si riconosceva come
l’unica G, mentre i paesi comunisti avevano deciso che l’unificazione sarebbe dovuta passare prima
col riconoscimento della RDT. Brandt e il premier orientale Erfurt s’incontrarono due volte: non
portarono a risultati concreti ma capirono che per ulteriori movimenti bisognava defenestrare
Ulbricht. Questo sotto pressioni sovietiche dovette dimettersi nel maggio 71 e fu sostituito da
Honecker: ciò dimostrava che per Mosca era più importante la relazione economica con la RFT che
non le esigenze del proprio partner.
Dopo di allora il ritmo delle discussioni fu accelerato: il 3 settembre 71 i rappresentanti delle 4
potenze sottoscrissero un accordo che confermava lo status di Berlino. Il 21 dicembre 72 un trattato
prevedeva rapporti di buon vicinato sulla base dell’uguaglianza dei diritti, con un incremento delle
relazioni commerciali.
Da parte dei democristiani l’ostpolitik venne criticata come dimostrazione della debolezza tedesca.
D’altra parte se considerare questa politica per il lungo termine è un presupposto errato. Tuttavia si
presentò come tatticamente corretta: risucchiando l’est nel dialogo, creava le condizioni perché tali
paesi si sentissero più vincolati all’occidente.
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La Conferenza di Helsinki
Con il clima creato dalla politica di Brandt, si poté avviare il progetto che i sovietici prospettavano
da anni: il tema della sicurezza europea, poiché la neutralizzazione della Germania non aveva più
senso dopo il trattato di non proliferazione. Dopo gli appelli del 69, solamente nel 71 maturò la
disponibilità dei paesi alleati a partecipare ad una conferenza parallela per il Mutual Balanced Force
Reduction e il problema della sicurezza e della cooperazione in Europa.
La prima sessione si tenne il 22-11-72 ad Helsinki e i lavori furono lenti e complessi. Si arrivò al 1
agosto 75 con l’adozione dell’Atto Finale: una dichiarazione di principi ai quali le parti si
impegnavano ad attenersi, firmata dai 33 paesi europei (esclusa l’Albania), l’USA e il Canada.
Suddiviso in quattro parti:
1- enunciazione dei principi politici della sicurezza europea: riconoscere l’inviolabilità dei
confini, salvo variazioni concordate pacificamente; non interferire negli affari interni degli
altri paesi e riconoscere il diritto di appartenenza ad organizzazioni internazionali, alleanze
comprese; rispettare i diritti delle minoranze.
2- Cooperazione in campo economico, scientifico, tecnico ed ambientale.
3- Accettato dai sovietici solo dopo molte pressioni, riguardava la cooperazione nel campo
culturale ed umanitari e rispettare i diritti umani (che contrastavano la reale situazione).
4- L’impegno a riunirsi nel 77 a Belgrado per fare il punto della situazione.
Molti vi lessero la vittoria delle testi sovietiche con la conferma dello status-quo. A lungo termine,
però, il 3° paniere si rivelo tutt’altro che un mero esercizio di retorica: il peso dell’OP era divenuto
tale che poté svolgere un’azione politica che fece dell’Atto finale l’inizio della svolta.
CAP XIII: DALLA CRISI DELLA DISTENSIONE ALLA CRISI SOVIETICA. SVOLTA 1973
1. La guerra dello Yom Kippur e la crisi energetica
La guerra Yom Kippur
Dopo la morte di Nasser, il nasserismo si era diffuso e aveva come obiettivo principale la lotta allo
Stato d’Israele. Con Gheddafi in Libia, il partito baath in Iraq si era modificato in senso antiisraeliano la geografia dell’area. I sovietici erano a conoscenza di un progetto di vendetta egiziano
per la cocente sconfitta del 67.
Sadat, d’altra parte, non era pro-sovietico e lo dimostrò quando chiese il ritiro di tutti i consiglieri
russi dopo il rifiuto di accrescere la fornitura d’armamenti egiziani. Un avviso che poteva far capire
un eventuale cambio di campo. All’inizio di ottobre Sadat informò Mosca delle sue intenzioni, e
questa si guardò dall’applicare le intese Breznev-Nixon del 72 che avevano come obiettivo di fare
tutto il possibile per evitare che i conflitti facessero crescere la tensione internazionale.
Il 6 ottobre Sadat lanciò le sue truppe sulla sponda orientale del canale di Suez, mentre i Siriani
attaccavano le alture del Golan. Riuscirono, all’inizio, a mettere in seria difficoltà gli israeliani che
furono colti di sorpresa durante il festeggiamento della Yom Kippur. I sovietici si precipitarono a
suggerire un cessate il fuoco, in modo tale da non dover dare ulteriori aiuti egiziani e sfidare le
reazioni americane. Sadat non accettò e i sovietici furono costretti ad inviare aiuti.
Intanto, gli israeliani, riorganizzatisi, una settimana dopo riuscirono a fermare l’avanzata ed a
circondare le truppe di Sadat, mentre gli USA attivarono un ponte aereo di aiuti. Gli egiziani
correvano il rischio di essere battuti. La crisi coinvolgeva le superpotenze. Gli americani giunsero il
25 ottobre a decretare lo stato d’allerta generale.
L’iniziativa diplomatica, però, bloccò la crisi: il 22 l’ONU ordinò di cessare le ostilità. Kissinger si
recò a Mosca: Israele non aveva accettato di sospendere le operazioni; i sovietici minacciavano un
intervento militare; Kissinger si faceva forza con l’allerta delle forze. Le due pressioni si
compensarono: l’intervento americano ammorbidì le tiepide intenzioni sovietiche e la minaccia di
questi suggerì più miti consigli agli israeliani.
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Gli egiziani si trovarono isolati e non vennero aiutati dai sovietici, portando alla rottura. Kissinger
portò a termina una grande azione diplomatica, avvantaggiato dalle relazioni aperte con entrambe le
parti e non essendo direttamente toccato dal blocco petrolifero. Incontrò ripetutamente i
rappresentanti militari delle due fazioni e riuscì ad ottenere un cessate il fuoco provvisorio. Poi un
accordo del 18 gennaio 74 portò al disimpegno militare al chilometro 101 interposto dalla forze NU
e si programmò una conferenza più generale a Ginevra per il 31 maggio 74.
La crisi, generò nei sovietici l’idea che la distensione nel continente africano e in MO potesse
assumere una sfumatura differente ed un’applicazione più elastica: una percezione errata.
L’arma del petrolio
Nel 72, il petrolio, rappresentava i 2/3 della materia prima impiegata per la produzione di energia. Il
regime di estrazione, commercializzazione e lavorazione, divenne quindi una questione primaria per
il mondo occidentale. La scoperta di nuovi giacimenti in Indonesia, Venezuela, Nigerie e altri paesi
arabi, portò alla costituzione, nel 60, dell’Organization of Petrolrum Exporting Countries, con
l’obiettivo di coordinare le iniziative politiche dei suoi membri. Miravano a modificare il regime di
proprietà degli impianti, della distribuzione dei proventi, con una chiara tendenza a circoscrivere
l’autonomia delle multinazionali mediante la nazionalizzazione dei campi petroliferi.
A causa della sua composizione, l’OPEC, era particolarmente sensibile ai problemi arabi: tale arma
venne sapientemente usata nel 73 durante la crisi dello Yom Kippur. Il mondo arabo, infatti, in
modo unanime, si era espresso contro Israele. L’arma venne usata per attuare l’embargo verso quei
paesi che non si dimostravano sensibili alla causa Palestinese e mediante la concentrazione sulle
quote di produzione globale da raggiungere al fine di evitare che un eccesso di produzione potesse
provocare una caduta dei prezzi.
Dal PDV politico, tutti i paesi dipendenti dalle forniture arabe furono condizionati dalla necessità di
non deteriorare i rapporti. L’ipotesi di elaborare una risposta comune all’OPEC non ebbe successo e
furono costretti a ripiegare su soluzioni bilaterali. La causa israeliana venne sempre meno tutelata,
mentre quella palestinese trovò una comprensione crescente.
Dal PDV economico, le ripercussioni fecero aggravare la recessione che colpì l’economia mondiale
il 74/6, costringendo i paesi industrializzati a ridurre la produzione. Nel 73/4 i redditi petroliferi dei
paesi dell’OPEC salirono vertiginosamente, senza che tale incremento fosse compensato da un
incremento nella politica commerciale dei paesi produttori. Più grave la situazione per i paesi del
Terzo Mondo che dovettero comprare il petrolio a prezzi proibitivi, rallentando oltremodo il
processo di sviluppo.
La sospensione del gold-dollar standard creò un circolo virtuoso per effetto del quale i deficit della
bilancia dei pagamenti erano finanziati in gran parte dal trasferimento di saldi in dollari in MO e
grazie a crediti concessi dai paesi OPEC a quelli industrializzati, la maggior parte dei petroldollari
tornò in occidente attraverso depositi OPEC sul mercato delle eurodivise.
Rilevanti furono le ripercussioni sull’economia sovietica: il governo sovietico concentrò risorse
nello sfruttamento di riserve per allora marginali. Ciò dava un’enorme capacità di controllo a
Mosca, ma dirotto le risorse dagli investimenti più vantaggiosi verso quelli a breve termine e
costosi. Il prezzo economico e politico di questa scelta fu rovinoso.
La concentrazione, da parte occidentale, di misure tendenti a ridurre l’uso del petrolio e i dissensi
fra i membri OPEC si ripercossero in un indebolimento del cartello che ritornò i prezzi di mercato.
Verso il dialogo fra Egitto e Israele
La posizione dell’Egitto divenne assai delicata: dipendente dai paesi arabi per lo sviluppo, ma
legato alla politica americana per quanto riguarda la sicurezza da Israele, rovinati i rapporti con
l’Unione sovietica.
Eletto alla presidenza Carter, il processo politico relativo ai rapporti israelo-egiziani accelerarono:
nel 77 in Israele era al potere l’ultranazionalita Begin. Dopo brevi scandagli Sadat decise di recarsi
a Gerusalemme per discutere direttamente la possibilità di un accordo di pace che avrebbe dato
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all’Egitto la sicurezza necessaria per affrontare i problemi della crescita economica. L’ala protettiva
USA, avrebbe poi facilitato il compito dal PDV economico. Circondata da nemici, Israele doveva
alleggerire la pressione: Begin era aperto ad un negoziato che prevedesse un trattato di pace in
cambio della restituzione dei territori occupati nel 67, meno la striscia di Gaza in cui erano
ammassati i palestinesi. Sadat, sapeva di poter fare la sua mossa solo a condizione che gli israeliani
concedessero qualcosa al popolo palestinese.
Il momento culminante furono gli incontri a Camp David nel settembre 78, mediati dallo stesso
Carter, che portarono al trattato firmato a Washington nel marzo 79: Begin si impegnava ad
intraprendere negoziati con i palestinesi per la concessine di uno statuto di autonomia all’interno di
Israele, rifiutando però di riconoscere nell’OLP un rappresentante. La questione della Cisgiordania
e dell’indipendenza palestinese furono solo sfiorate. Proprio queste mancanze portarono
all’espulsione egiziana dalla lega araba e Sadat fu condannato di tradimento: pagò il suo gesto con
l’assassinio dell’81. Il successore, Mubarak, seppe gradualmente far uscire il suo paese
dall’isolamento e trasformare l’esempio egiziano in modello per una soluzione di compromesso.
2. La ripresa della politica di espansione sovietica
L’intervento sovietico e cubano in Africa
Negli anni della distensione, entrambe la parti, continuarono a condurre la loro politica
internazionale secondo la propria concezione dei rispettivi interessi e con diverso risultato, ma ciò
che venne considerato normale per gli USA venne invece considerato come una manifestazione
trasgressiva, rispetto alle regole, se compiuto dai sovietici. Questi, tagliati fuori dal Pacifico con gli
accordi sino-americani, dal MO con l’abbandono dell’Egitto e il rafforzamento americano dopo lo
Yom Kippur, dall’America Latina dopo il colpo di Stato in Cile nel 73 e non potendo varcare la
cortina di ferro in Europa, dovettero espandere le proprie mire verso l’Africa.
Nell’aprile 74 il regime portoghese di Caetano, fu abbattuto da Antonio de Spinola. Dopo mesi di
serrata lotta interna, andò al potere il socialista Soana che avviò immediatamente il processo di
decolonizzazione: Mozambico e Angola furono liberati nel 75.
In Mozambico, si consolidò il FRELIMO (fronte per la liberazione del Mozambico) guidato dal
comunista Machel, che incontrò l’opposizione del RENAMO (resistenza nazionale del Mozambico)
sostenuto dal Sudafrica.
Anche in Angola la sinistra andò al potere con la MPLA (movimento popolare per la liberazione
dell’Angola) guidata da Neto e dos Santos che si dovettero fronteggiare con la FNLA (fr nazionale
per la liberazione dell’Angola) legata da vincoli tribali con lo Zaire, e l’UNITA (unione nazionale
per l’indipendenza totale dell’Angola) sostenuta dai sudafricani e americani. Nel settembre 75,
dinanzi alla guerra civile, il governo sovietico dovette prima subire l’irruenza di Castro, temendo
per il clima di distensione, ma poi riconsiderò la situazione ed inviò aiuti militari.
Altri eventi accaduti avevano evidenziato l’instabilità del continente: nel 74 l’imperatore etiope
venne detronizzato e nel 77 si consolidò il potere filo-sovietico di Menghistu. Ad aggravare la
situazione, c’era l’Eritrea che l’imperatore, nel 61, volendola annettere, ne fece un teatro di guerra
dove si scontravano il FLE insieme al FPLE, d’ispirazione marxista.
Dall’immediato dopoguerra fino alla detronizzazione, l’Etiopia era sempre stata schierata a fianco
degli USA. Ciò spiega l’azione intrapresa da Siad Barre, dittatore alleato all’URSS in funzione
antietiope, che decise di intraprendere una lotta di liberazione dell’Ogaden (territorio etiope ma di
etnia somala). Dopo il rovesciamento della situazione etiopica, però, ve ne fu un altro in sede
diplomatica: Sied Barre fu abbandonato dall’alleato (e cambiò fazione) che appoggiò il governo
etiope contro l’aggressione somala. Nell’agosto 77 si decise di inviare migliaia di soldati sovietici e
cubani a sostegno di Menghistu: l’invasione somala fu respinta, ma ciò che colpisce è la dimensione
dell’impegno dinanzi ad una minaccia limitata.
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Ciò dimostra che i sovietici, insieme ai cubani, mantennero sempre stretti contatti con i paesi di
recente indipendenza in Africa. Un esempio della potenziale destabilizzazione della presenza
cubana, è il tentativo avvenuto nel marzo 77 di invasione della provincia zairese di Shaba che
colpiva direttamente gli interessi minerari occidentali.
3. La presidenza di Jimmy Carter: un riesame
Carter e i “diritti umani”
Carter fu un idealista tenace e poco incline agli accomodamenti sulle questioni di principio.
L’insistenza che egli pose nell’esigere che il terzo paniere fosse veramente attuato, rinfocolò il
dissenso all’interno del blocco sovietico. L’offensiva ideologica era più che mai risoluta. Lui e il
suo consigliere Brzezinski, nutrivano l’idea che la distensione con l’lURSS non significasse né la
rinuncia alla tutela degli interessi americani né la rinuncia di mettere in luce le contraddizioni che
minavano il sistema socialista. Inoltre, l’evidenza resa all’inadeguatezza della tutela dei diritti
umani sarebbe servita a spingere Mosca sulla difensiva, impedendogli di usare gran parte delle
argomentazioni che esso aveva utilizzato contro l’Occidente e ritorcendolo, piuttosto, sulla realtà
delle condizioni di vita dei paesi socialisti. La sua mossa fu sottile poiché l’intento era gettare
discredito verso i leader sovietici ed attizzare il dissenso anche nei partiti comunisti d’occidente.
L’idea di distensione fu comunque mantenuta, poiché il ritorno allo scontro sarebbe stato troppo
oneroso. Ciò fu confermato con la firma dei SALT II nel giugno 79, anche se in verità l’intesa era
una situazione ormai superata nei fatti.
L’occupazione sovietica dell’Afghanistan
Nella crisi emersa nel dicembre 79, più che di GF, si poteva parlare di due ordini di avvenimenti la
quale risonanza fu ingrandita dai mass media. Tali avvenimenti furono la questione degli
euromissili e l’invasione sovietica in Afghanistan.
L’Afghanistan aveva goduto di stabilità fino al 73, quando Mohamed Daoud detonò il cugino Shah,
applicando una politica neutrale. Nel 78 lo stesso Daoud venne rovesciato dalle fazioni comuniste,
divise nel Khalaq, più intransigente e guidato da Taraki e Amin, e il Parcham, più moderato,
guidato da Karmal. Quest’ultimo, non riuscì a reggere l’alleanza e si rifugiò in Cecoslovacchia.
Taraki attuò un cambiamento radicale che investì l’intero sistema sociale ed innescando proteste,
rese più pericolose poiché in Iran si stava attuando la rivoluzione sciita. Oltre a ciò cominciò ad
affiorare la rivalità tra Taraki ed Amin che aveva contatti sempre più frequenti con gli USA. Il
primo, dopo un viaggio a Mosca nel settembre 79, cercò di liberarsi di Amin, che però capì in
anticipo la mossa e riuscì a prendere il potere.
Questo quadro deve essere anche correlato con la situazione esterna: l’URSS si stava insinuando in
Africa e aveva promosso l’unificazione dello Yemen; seguiva l’andamento militare vietnamita in
Cambogia; un rafforzamento dei alleanze che corrispondeva ad un indebolimento sul piano
diplomatico: assenza nella mediazione israelo-egiziana; miglioramento delle relazioni fra Cina,
USA, e Giappone che costrinse un rafforzamento sovietico nelle Kurili e lungo il confine con la
Cina, installando missili a gittata intermedia.
A Mosca, la rivoluzione iraniana era vista in modo ambivalente. Lì, infatti, erano situate importanti
stazioni di sorveglianza elettronica americana e il potenziale pericolo era uno spostamento di tali
apparecchiature nell’Aghanistan di Amin che mostrava sempre più affinità con gli Stati Uniti. La
svolta avvenne con l’uccisione di Taraki nel novembre: la soluzione militare ebbe il sopravvento.
Era l’applicazione della dottrina Breznev in Asia: un legittimo intervento all’interno dell’area sotto
controllo per prevenire ogni ulteriore forma di destabilizzazione. Una decisione deliberata due
giorni dopo l’adozione del dispiegamento degli euromissili NATO.
L’invasione della vigilia di Natale, fu presentata al pubblico internazionale, come un appelli di
soccorso da parte dell’inesistente governo di Karmal che entrò accompagnato da 75.000 soldati
sovietici. La reazione americana fu dura: Carter chiese al Congresso di posporre indefinitivamente
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la ratifica dei SALT II, ridusse le esportazioni di grano, bloccate le consegne di merci tecnologiche
e la mancata partecipazione americana alle olimpiadi di Mosca. Dinanzi l’Assemblea generale,
l’azione fu criticata aspramente, tanto da attutire la portata della questione degli euromissli.
L’invasione fu vittima di un errore di calcolo: invece che pacificare la situazione, si innescò una
controrivoluzione di matrice islamica e fece scappare la popolazione in Iran e Pakistan. L’invasione
generò anche il sospetto che i sovietici, approfittando dei disordini iraniani, volessero arrivare al
golfo persico.
Morto Breznev, Andropov cercò la mediazione con l’ONU, mentre Gorbachev nel 85 attuò una
politica similare a quella adottata da Nixon in Vietnam cercando di consolidare un governo più
stabile con Najibullah, finché nel 89 non accettarono di ritirare le loro truppe.
La questione degli “euromissili”
L’altro motivo di frattura riguardava la questione degli INF e il loro dispiegamento in Europa che
nel 79/80 riaprì le diatribe all’interno della NATO.
Dopo la firma dei SALT I nel 72, gli ambienti militari sovietici premettero per un miglioramento
degli armamenti, ottenendo così la serie SS20, dalla gittata di 3000 miglia, con testate multiple e a
combustibile solido: più accurati e più facili da nascondere. Furono installati a partire dal 76 e
puntati verso l’Europa. Tutto ciò non andava contro gli accordi del 72, poiché non vi era nessun
divieto nel rinnovamento degli armamenti. Dal PDV sovietico, le nuove armi avevano
semplicemente carattere difensivo e dissuasivo o comunque miglioravano le posizioni sovietiche in
vista degli accordi SALT II. Inoltre, i sovietici, consideravano gli SS20 come armi strategiche e non
di teatro: una visione non condivisa dagli europei che li vedevano come una minaccia diretta.
Anche gli americani avevano avviato una revisione del loro arsenale nucleare: la sostituzione dei
missili americani in Europa con i più precisi Lance, la progettazione dei Pershing 2, con un margine
d’errore ridotto ed in grado di volare a bassa quota per non essere individuati dai radar. Venne
accelerato anche lo studio degli ERW, che limitavano i danni ma non le radiazioni. Un programma
di revisione avviato da Schlesinger e poi continuato da Rumsfeld.
Dinanzi alla scoperta dell’arsenale sovietico, nel 77, si mise in moto il mutamento di rotta che portò
Washington a porre in sede atlantica il problema della modernizzazione delle difese di teatro. Il
primo argomento affrontato fu quello dell’ERW: dopo una discussione etica, Carter non autorizzò la
fabbricazione di tali armamenti.
L’ampia gamma di scelte presentate agli europei, fece apparire Carter come indeciso. Questo,
invece, si ricollegava alle concezioni di Truman e Eisenhower sulla necessità che la NATO fosse
anche una realtà operativa. L’impegno di Carter risentiva della pressione europea: Schmidt affrontò
il problema della parità degli armamenti strategici dei due blocchi affermando che il primo terreno
di scontro sarebbe stata proprio la Germania. Gli accordi bipolari, codificavano, a suo parere,
solamente le capacità strategiche nucleari mettendo in pericolo l’Europa che non veniva assicurata.
Per gli europei, infatti, ogni missile intermedio era strategico. Il discorso ottenne l’effetto
desiderato: Carter si mostrò disponibile a dotare gli europei degli ERW con il loro consenso e nel
78 ad ammodernare i sistemi d’arma in Europa.
Si sviluppò un’intensa consultazione che portò il Consiglio dei ministri Esteri e Difesa NATO ad
approvare all’unanimità il 14 dicembre 79 ad una doppia decisione che riconosceva la necessità di
schierare nuove forze di teatro e riprendere negoziati per la loro riduzione. La via verso il voto di
dicembre 79, infatti, venne aperta da un vertice anglo-francese-tedesco-americano a Guadalupa
dove si invitarono i sovietici ad avviare un negoziato a Ginevra per la riduzione dei missili di teatro.
La decisione del Consiglio atlantico costituiva una seria sconfitta per i sovietici e restituiva
equilibrio nei rapporti interni alla NATO.
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4. Reagan e Gorbachev al potere
I primi anni della presidenza Reagan
La sensazione che la maggior parte dell’elettorato condivise, fu il calo del prestigio americano
causato dalla presidenza Carter: gli ostaggi all’ambasciata in Iran, una distensione a favore
sovietica. Tutto ciò contribuì alla vittoria di Ronald Reagan: dotato di eccezionali capacità
comunicative, seppe compiere scelte politiche importanti e scegliere persone altrettanto adeguate,
riuscì a farsi eleggere per due mandati. Il primo caratterizzato dalla controffensiva antisovietica di
propaganda mentre il secondo dominato dal dialogo, che con l’ascesa di Gorbachev, cambiò la
natura delle relazioni fra le superpotenze.
Il suo Kissinger fu Brzezinski, radicale antisovietico: Reagan, sin dalla campagna elettorale, non
aveva nascosto i temi forti della sua ideologia secondo la quale l’URSS era l’avversario pericoloso
da ridurre entro i giusti limiti. Circondato da uomini che condividevano la sua visione radicale come
il segretario della Difesa e il suo vice Weindenberg e Perle e da altri che ritenevano essenziale il
tema del linkage che collegava le risposte americane ad azioni compiute dai sovietici. Fra questi i
segretari di Stato Haig e Shultz. Era, infatti, necessario costruire una poderosa forza americana in
grado di far decidere i dirigenti sovietici se continuare nell’impegno globale politico e militare
oppure rimediare alle disfunzioni interne ormai palesi.
Nel giugno 81 Haig persuase Reagan a sospendere l’embargo del grano e riuscì ad avviare per il 30
novembre 1981 a Ginevra il negoziato per la doppia decisione NATO del dicembre 79 dalla quale
dipendeva la sorte degli euromissili. Tuttavia le sue aperture lo lasciarono isolato fin quando non
diede le dimissioni. La sua carica fu assunta da Shultz che non cambiò di molto le linee guida
confermando l’interesse del Dipartimento di Stato nella ricerca del dialogo con i sovietici.
Nel maggio 82 il presidente lanciò l’idea di avviare un negoziato, poi definiti START che Breznev
accettò: iniziarono il 29 giugno 1982 in parallelo con i negoziati per gli euromissili. Frattanto, il
Dipartimento della Difesa diffondendo il rapporto Soviet Military Power, in cui si affermava la
superiorità degli armamenti sovietici, condizionò i lavori fino a portarli alla sospensione quando gli
euromissli furono effettivamente installati. Da non dimenticare, però, il fatto che Reagan alla vigilia
degli START propose l’opzione zero che mirava alla rinuncia americana di dispiegare gli
euromissili in cambio dello smantellamento degli SS20/4/5.
D’altra parte il dialogo con Breznev dovette essere abbandonato quando le sue condizioni fisiche
divennero precarie. Quando morì nel novembre 82, fu sostituito da Andropov: un intervallo
distensivo che fu interrotto con l’asprezza dello scontro per la doppia decisione e la malattia di
questo. Morto nel febbraio 84, fu succeduto da Cernendo, altro anziano, che non dimostrava altro
che le difficoltà interne al partito per trovare un degno leader. Proprio questo periodo d’inerzia
impedì al primo mandato Reagan di svolgere una vera ripresa del dialogo.
In questa congiuntura si manifestò il nuovo volto dell’America rinforzata: incremento delle spese
militari convenzionali affinché gli USA potessero essere presenti in ogni parte del mondo; ripresa
degli studi per la bomba al neutrone; la Strategic Denefence Initiative per un sistema di difesa
antimissilistico in grado di proteggere tutto il territorio americano. Lanciò il progetto il 23 marzo
83, accompagnandolo all’incitamento per la ricerca di un laser per una difesa nello spazio. Erano
progetti ambiziosi e non propriamente legittimi, visti gli accordi sugli ABM. Il senso della sfida
però era politico: mettere pressione i sovietici perché decidessero se concentrare le loro risorse ad
un confronto aspro o per migliorare la società sovietica che stava ginocchio.
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5. Crisi del bipolarismo? I primi sintomi
Un nuovo ruolo per la NATO?
La divaricazione fra gli interessi americani e quelli europei (diversa definizione di distensione,
campagna pacifista per gli euromissili, allargamento CEE) modificarono le relazioni interne
all’Alleanza atlantica. Negli anni 80 NATO & CEE erano istituzioni diverse da quelle iniziali. La
divaricazione delle relazioni avvenne anche quando Carter dopo aver accettato l’impegno degli
euromissli, si ritrovò il rifiuto per l’appoggio nella questione afgana, in quanto una crisi fuori dalla
portata della sicurezza europea, o per l’annullamento della partecipazione olimpionica. Cercarono
di far capire all’Unione Sovietica, come fece d’Estaing, che gli europei avevano idee diverse da
quelle americane sulla situazione mondiale.
Tutto ciò creò disappunto negli americani stessi: questa divergenza esprimeva la volontà degli
europei di non voler essere trascinati in crisi internazionali rispetto ai quali non nutrivano alcun
interesse, mentre la partecipazione avrebbe dato risultati dubbi a costi elevati. La prima fase della
politica Reagan non fece che accrescere questa tensione: per la maggioranza dei dirigenti del
continente, l’elezione del presidente fu più una vittoria dei mezzi di comunicazione che non della
bravura politica. Questi, infatti, non riuscirono a comprendere la portata globale della sua politica:
non si trattava più di contenere, bensì di vedere il risultato finale della lunga attesa prospettata da
Kennan. Si prevedevano misure economiche restrittive verso i sovietici proprio negli anni in cui gli
europei si accingevano a compiere investimenti comuni. A cavallo tra Carter e Reagan, le più
fosche previsioni parvero avverarsi: gli USA aumentavano gli aiuti al Pakistan, appoggiavano
l’UNITA in Angola, i contras in Nicaragua.
Questo clima di tensione fu però attutito fra l’82/3 da una serie di mutamenti od eventi che riportò
le relazioni interne alla NATO verso un clima di stretta collaborazione, come dimostrato dalla
relativa facilità con la quale nell’80/3 vennero ratificati gli accordi per gli euromissili. L’elezione
del socialista Mitterand nell’81 non fu accompagnato dal rifiuto degli euromissili: la questione di
Solidarnosc in Polonia, fu supportata dall’opinione pubblica francese che portò anche all’appoggio
per l’elezione del democristiano Helmut Kohl in Germania, affinché superasse le opposizioni.
Anche se contemporaneamente la Conferenza di Ginevra avrebbe potuto risolvere le questioni sul
piano teorico, molti non lo ritenevano possibile.
Il rafforzamento della NATO venne completato da due eventi: il ritorno della Grecia dalla sua
quarantena: in seguito alla fallita annessione di Cipro da parte della dittatura militare del 74,
Karamanlis protestò per il mancato intervento NATO e replicò l’azione di de Gaulle.
Paradossalmente il governo socialista dell’80 adottò un’azione più atlantista. Il secondo evento fu
l’adesione di Spagna e Portogallo al Patto atlantico e l’integrazione delle forze armate.
Due crisi esterne misero alla prova il grado di recupero della coesione atlantica: la crisi delle
Falkland/Malvinas che videro l’esercito argentino nel giugno 82 invadere l’isola, innescò una
risposta immediata della signora Tatcher che inviò 11.000 uomini. Si aprì un duro scontro che però
volse a favore britannica. L’azione istantanea impedì che affiorassero dissensi e dubbi all’interno
dell’alleanza, che alla fine deplorarono l’azione argentina.
Impegno ancora più importante quello in Libano nell’82 che vide l’azione comune di alcuni paesi
dell’alleanza: dopo il settembre nero del 70 dovuto a Camp David, in Libano si creò uno Stato nello
Stato dove l’OLP collideva col governo libanese. Nel giugno 82 il governo israeliano tentò di
recidere questa anomalia che rendeva possibili continui attacchi, avviando un massiccio intervento
dall’inaudita crudezza. Per evitare ulteriori disordini, l’America propose agli israeliani di togliere
l’assedio e sarebbero stati sostituiti da reparti americani, francesi ed italiani. Reagan propose anche
una soluzione non dissimile da Camp David che prevedeva una confederazione della Palestina con
la Giordania. Gli israeliani respinsero la proposta, e l’uccisione del presidente libanese vide riaprire
la crisi con i massacri compiuti nei campi profughi da parte della falange cristiana. Il nuovo attacco
impose il ritorno della forza multilaterale accompagnato dal ritiro israeliano: queste dovettero subire
pesanti sconfitte, ma si dimostrò che l’alleanza era in grado di mobilitarsi senza dissensi.
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Grazie a questa coesione fu possibile velare le divergenze che accompagnarono gli anni precedenti
l’85 e riguardarono sia il diverso approccio ai problemi del commercio con l’E orientale che la
compatibilità fra i mutamenti in corso in E, la nuova forza economico-politica della CEE e la
permanenza nel continente di 350.000 soldati americani.
6. La crisi del sistema sovietico
Solidarnosc e la crisi del regime comunista in Polonia
Lo slancio della ripresa americana e i progressi dell’Europa comunitaria, fecero risaltare la crisi nel
sistema comunista: il divario stava fra un’enorme forza militare contrapposta all’arretratezza
dell’Unione sovietica, la qual cosa metteva in crisi l’egemonia del PCUS.
Gli eventi che più influirono furono quelli polacchi che iniziarono nell’80. La Polonia fu da sempre
considerata il gioiello dell’Unione Sovietica: era il fulcro della politica di sicurezza sovietica. Ciò
significa che riguardo ai mutamenti polacchi i sovietici dovevano essere pronti all’intervento armato
ma anche attenti ad evitare passi falsi. In Polonia il rapporto fra mondo operaio e partito comunista
non fu mai del tutto integrato per via della forza che la Chiesa cattolica esercitava sul proletariato.
Perciò con l’elezione di Giovanni Paolo II fu chiaro che la scelta ecclesiastica avrebbe portato a
delle conseguenze.
La decisione governativa di accrescere del 10% il prezzo della carne fu la scintilla: nell’agosto
dell’80 iniziarono degli scioperi nelle città polacche. Il 14 agosto entrarono in campo gli operai del
cantiere navale di Danzica, i quali formularono una serie di rivendicazioni (21 domande) che
divennero la base programmatica del movimento Solidarnosc. Sotto la guida di Walesa chiedevano
la libertà di associazione per sindacati indipendenti, il diritto di sciopero. Il 28 agosto fu annunciato
lo sciopero generale. Il governo dovette cedere riconoscendo la libertà di organizzazione sindacale.
Gierek su sostituito da Kania, più disposto al compromesso.
Il successo di Solidarnosc fu favorito da alcune circostanze: il partito comunista, scoraggiato
dall’evidente sconfitta e disorientato dalla scelta dei dirigenti, non ebbe neanche l’appoggio delle
forze armate. Ciò non lasciava alternative fra la ricerca del compromesso o un intervento
dell’Armata rossa: soluzione non accettabile che avrebbe fatto precipitare le cose. Altro elemento
importante per il successo della nuova organizzazione, fu la ritrovata sintonia fra il mondo operaio e
quello intellettuale dominato dai cattolici. Si sviluppò, quindi, il movimento del partito comunista
alla ricerca del controllo sociale e quello dell’opposizione che doveva saldare l’alleanza.
La politica moderata di Kania, fu contrastata tanto da esautorarlo e portare al potere il generale
Jaruzelski che continuò a negoziare Mosca per decidere modi e tempi per imporre la legge marziale.
L’autunno 81 fu il momento più caldo: appoggiare una reazione armata avrebbe richiesto 30
divisioni dell’Armata rossa che però era impegnata in Afghanistan, mettendo in luce i limiti del
governo di Mosca. Nonostante la spinta diplomatica di Brzezinski e Kania rivolti a Mosca,
Jaruzelski accelerò i preparativi sperando nell’appoggio sovietico. Questo non venne, poiché si
riteneva che un’azione del genere non sarebbe stata tollerata dall’OP internazionale.
Il 13 dicembre 81 la Polonia veniva dichiarata in Stato di guerra: Solidarnosc venne dichiarata
illegale e i suoi esponenti arrestati. Il colpo di stato per un certo tempo riportò l’ordine e la
condizione di semi-legalità del sindacato. Gradatamente la situazione si placò e alla fine dell’82 lo
stato di guerra venne modificato, Walesa liberato, e il Papa compì il suo secondo viaggio in Polonia
nel giugno 83. el dicembre 85 si tennero l’elezioni ed il generale venne eletto alla presidenza, ma
quando la politica di Gorbachev investì la Polonia, fu chiaro che Jaruzelski non aveva ottenuto i
consensi desiderati. Nell’89 venne legittimato il sindacato e per la prima volta il premier non fu
comunista.
Anche gli altri paesi maturarono, ma più lentamente. In Romania si vedeva il culto della persona di
Nicolae Ceausescu. In Ungheria, Kadar, affidando il governo a tecnici riformisti, riuscì ad aprire
poco per volta l’economia ungherese con l’economia di mercato. La figura di Nagy venne
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riabilitata. Nel settembre 87 venne riconosciuto il “Forum democratico” come nucleo
d’opposizione. Gli eventi si susseguirono: privo dell’appoggio di Gorbachev, Kadar dovette
rinunciare a guidare il partito comunista. Il 18 settembre 89 il partito fu costretto ad accettare un
referendum che aprì il ritorno al regime democratico.
I cecoslovacchi, per via dei troppo recenti avvenimenti del 68, si mossero con cautela: il dissenso
serpeggiava senza erompere. L’iniziativa, infatti, venne dall’esterno: Gorbachev annunciò la
necessità di riformare i metodi di governo dello Stato socialista. Da lì l’OP cominciò a mobilitarsi
con centinaia di manifestazioni. Il movimento Carta 77 riprese a propagandare le sue opinioni ed
alla fine dell’89 il partito comunista si rese conto di non esser più in grado di controllare la
situazione: attorno a Havel si creò un governo di coalizione senza la partecipazione comunista. Era
la rivoluzione di velluto. Con le elezioni del 90 si ebbe Havel alla presidenza e Dubcek alla
presidenza del Parlamento. Durante una riunione del Patto, i 5 paesi che intervennero nel 68
dichiararono le loro colpe e affermavano l’azione come illegale.
Le conseguenze più serie si ebbero in Germania: dopo l’iniziale timore di Honecker per il
propagarsi dell’effetto polacco, una volta dichiarato il colpo di Stato, di sentì abbastanza tranquillo
per poter riprendere contatto con la controparte occidentale. La Germania est divenne un grande
partner commerciale. Solo con Gorbachev al governo, nel 87, fu possibile per Honecker visitare
l’altra parte. I tedeschi dell’est si rendevano conto che pur essendo i maggiori produttori di
ricchezze all’interno del Patto, erano un paese in via di sviluppo in confronto alla loro controparte:
una constatazione che alla fine dell’89 provocò la caduta del partito comunista.
7. Le trasformazioni extrasistemiche: la guerra Iran-Iraq
Lo scià Mohamed Reza regnava in Iran dal 41. In seguito alla crisi di Mossadegh del 53 fu costretto
ad appoggiarsi agli USA. Le rendite petrolifere gli permisero di mettere in piedi il più forte esercito
della regione ed avviare una modernizzazione amministrativa che suscitò profondo scontento fra
studenti e ceto borghese. Quando nel 71 celebrò il 30esmi anno dall’incoronamento, il gesto fu mal
visto dagli islamici che lo ritennero un atto di ribellione verso Dio. Le conseguenze non furono,
però, subito evidenti. L’aiuto americano venne rinnovato con la presidenza Nixon che poteva
armare un alleato in MO senza neanche dover pagare, poiché gli armamenti sarebbero stati pagati
con le rendite petrolifere. L’ottimismo fu però smantellato dall’affiorare della crisi: l’imperatore
doveva far fronte ad un malcontento sempre più vasto e lo faceva con i mezzi militari ed
allontanando il clero con l’esilio.
L’ayatollah Khomeini, esiliato a Parigi, con l’aiuto della tecnologia, riuscì ad infiammare gli animi
dei fedeli con le sue registrazioni su videocassetta. All’inizio del 79 gran parte del clero fu schierato
dalla sua parte nella lotta contro Reza Pahlevi. Le manifestazioni iniziarono nel febbraio 78 nella
città santa di Qom, dilagando in tutto il paese senza che la repressione potesse rimediare. Un anno
dopo Khomeini ritornò trionfalmente in patria: iniziò un periodo di transizione che portò al governo
un moderato sostenitore dell’ulema, Bazargan, che nel novembre 79 proclamò la repubblica
islamica. Pahelvi, infatti, non aveva ufficialmente abdicato e si temeva una replica del 53.
Alla morte di Khomeini nel 3 giugno 89 in Iran si contrapposero i più ortodossi con i più
pragmatici, ma alla fine gli succedette Rafsanjani. Gli oppositori interni furono perseguitati. La
perdita dell’alleato statunitense fu uno scacco che si allargò quando nel novembre 79 gli studenti
iraniani assediarono l’ambasciata americana senza che Carter riuscisse a trovare una soluzione
efficace. La variabile iraniana si sottraeva da ogni schema di bipolarismo.
L’Iraq, che aveva subito decenni di prevalenza politica iraniana, approfittò delle difficoltà provocate
dalla rivoluzione ed il primo ministro Saddam Hussein cercò di rovesciare la situazione e contenere
la rivoluzione sciita, risolvendo a favore iracheno le questioni di confine: nel settembre l’Iraq prese
l’iniziativa invadendo l’Iran lungo tutta la frontiera di confine. La lentezza dei movimenti e
l’inefficienza dell’esercito iracheno si dovettero scontrare con un gravissimo errore di calcolo:
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l’esercito iraniano non si era dissolto e in più fu affiancato dalla guardia rivoluzionaria. Due anni
dopo una controffensiva iraniana riportò più o meno il tutto alla situazione iniziale. Gli israeliani
non potevano che giovare di uno scontro inter-islamico, mentre gli altri paesi si schieravano in
maniera differente. Visto l’aumento della tensione, gli Emirati, il 26 maggio 81 proposero la
creazione del Consiglio di cooperazione del Golfo. Il Kuwait per paura di veder coinvolti i
giacimenti petroliferi, chiese aiuto americano.
I due contendenti divennero grandi acquirenti delle armi più moderne per gli USA e URSS. Quando
la situazione militare fu a favore iraniana, Hussein propose nell’87 un cessate il fuoco in seno alle
Nazioni Unite. Dopo le perdite provocate dall’offensiva irachena, Khomeini si rese conto
dell’inutilità di una guerra che non faceva che esaurire le risorse a sfavore del programma del
regime islamico. Così il 18 luglio 88 accettò le proposte di pace delle NU. L’Iraq usciva senza aver
raggiunto i suoi obiettivi ma comunque in una posizione di forza.
10. L’ascesa al potere di Gorbaschev nell’Unione Sovietica
I caratteri strutturale della crisi economica sovietica
Durante il primo mandato Reagan, l’America fu in grado di sostenere una fase di crescita imponente
sostenendo anche una poderosa politica di riarmo. Tutto ciò forzò le regole tacite del sistema di
coesistenza bipolare.
Da anni il declino della società sovietica era noto: le riforme avviate da Malenkov in poi non ebbero
successo e il decremento era drammatico nel settore dei beni di consumo e dei generi alimentari. Il
26% della forza lavoro era dedicata ad un’agricoltura incapace di superare il livello d’arretratezza,
improduttiva e dipendente da aiuti esterni. Un sistema tecnologico indegno per una superpotenza,
rivelava come l’URSS fosse riuscita a saldare la sua forza nucleare ma senza aver saputo risolvere il
problema del 1917: una ricchezza equamente distribuita, l’eguaglianza nel benessere, la libertà
conquistata con la giustizia.
La crisi aveva le radici nella scelta di Stalin di costruire un apparato economico fortemente
centralizzato, sulla proprietà pubblica dei mezzi di produzione, partendo dal presupposto di risorse
abbondanti, lavoro a basso costo con una tecnologia grossolana. Dagli anni 60 era chiaro che
l’economia sovietica non poteva più contare sulle risorse.
Un problema reso più acuto dal fatto che qualunque scelta compiuta avrebbe riguardato il rapporto
fra investimenti militari e beni di consumo, destinati ad un pubblico reso più esigente dal confronto
con la produzione occidentale. Non scegliere significava avviarsi verso una crisi ancor più grave.
Tutto ciò portava all’unica conclusione: una riduzione degli investimenti militari significava creare
un clima politico internazionale di pace duratura. Il legame di politica estera ed interna si affacciava
in tutta la sua portata, dimostrando come le scelte internazionali dipendessero da quelle interne.
L’ascesa al potere di Gorbachev. I primi accordi con Reagan.
La designazione dell’11 marzo 85 di primo segretario del PCUS di Gorbachev, fu l’esito di un
processo decisionale combattuto. Le scelte di Andropov e Cernendo erano chiaramente state di
transizione.
Il progetto del nuovo leader era rendere il partito più efficace, moderno ed onesto. Ebbe come punti
cardine la perestrojka, riforma e la glasnost, la trasparenza. Volle mobilitare ogni energia in un
grande sforzo di risveglio internazionale. Dedizione e disciplina socialista erano il perno per andare
avanti. Alle idee vecchie, dunque, ci aggiungeva coraggio, determinazione ed acutezza. Le riforme
furono sempre concepite come aggiustamenti che correggessero lo stato delle cose, senza
modificarne la struttura: non si superava mai la soglia oltre il quale il cambiamento diventava
irreversibile.I punti cruciali riguardavano i diritti umani e la riforma del regime di proprietà in
agricoltura. Gorbachev affrontò questi problemi con l’intenzione di migliorare per conservare e
proprio quest’illusione lo portò alla sconfitta politica.
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Con la perestrojka come precondizione, l’azione internazionale di Gorbachev acquista una profonda
coerenza: all’indomani della rielezione Reagan, Shultz e Gromyko raggiunsero un accordo di
massima per la ripresa dei negoziati di Ginevra: ripartiti il 12 giugno urtarono subito il problema
dell’SDI che poneva un grave dilemma ai sovietici: celare la loro arretratezza o rivelare subito la
loro debolezza e sperare nel condono americano.
Il 20 novembre 1985i due leader si incontrarono a Ginevra: dagli incontri cordiali, Shultz vide nel
sovietico un interlocutore affidabile e caldeggiò per un compromesso nel cui ambito anche la SDI
fosse sacrificata. Reagan però era più propenso alle posizioni di Weinberger che sosteneva un
negoziato che presupponeva la resa dell’interlocutore. Non si ottenne niente di rilevante se non la
promessa di un altro incontro per ridurre del 50% gli armamenti nucleari senza che ne fosse
specificata la natura.
La seconda fase fu ancora più nettamente condizionata dal SDI: nell’86 la questione costituì la
precondizione di tutte le proposte di compromesso avanzate dai sovietici. A mostrare la debolezza
sovvenne, però, l’episodio di Chernobyl che rivelava come anche il settore più avanzato della
tecnologia sovietica fosse arretrato, costringendo Gorbachev sulla difensiva, specialmente dopo che
gli USA dichiararono di non sentirsi più vincolati agli START II mai ratificati. Anche il secondo
incontro nell’ottobre 86 a Reykjavik, quindi, si svolse in un clima costruttivo che però si bloccò sul
tema dell’SDI. Fu il momento cruciale per il leader sovietico che doveva mostrare se pur di
giungere ad una conclusione fosse disposto ad accettare che gli USA continuassero in una
sperimentazione che non era in grado di permettersi
Tutto l’87 fu caratterizzato dalla ricerca di una via d’uscita dallo stallo dell’incontro islandese: il
lavoro diplomatico venne svolto dai ministri esteri Shultz e Sevarnadze. Il passo più facile da
compiere per Reagan fu quello di rinunciare al dispiegamento ed al ritiro degli euromissli in
posizione: non aveva più senso la questione della credibilità americana con i mutamenti in corso:
Khol si disse pronto a rinunciare ai nuovi missili se le due parti avessero distrutto tutti i missili a
medio e corto raggio esistenti in Europa. Nel dicembre 87, infatti, a Washington, si stabilì che entro
3 anni tutti missili di teatro (non ancora quelli tattici) fossero distrutti. L’accordo venne siglato in un
clima di tale armonia che si previde anche un meccanismo d’ispezione reciproca. Il limite era
appunto che la minaccia rimaneva per la Germania.
Il quarto ed ultimo incontro a Mosca nel giugno 88 fu in pratica una cerimonia d’addio, con
discussioni generali e manifestazioni d’amicizia reciproca. Gorbachev, infatti preparava il terreno
d’intesa con George Bush.
Gorbachev, Bush e gli accordi START
Con Bush ebbe inizio la fase conclusiva dello smantellamento delle strutture della GF. Già nel
dicembre 88 Gorbachev annunciò unilateralmente il proposito di richiamare i soldati sovietici dai
paesi del Patto. Il primo incontro dei due avvenne a Malta nel dicembre 89, dopo la caduta del
Muro: G non esitò a parlare delle difficoltà interne e sebbene continuasse ad affermare la
supremazia sovietica in Europa, affermò l’importanza della permanenza americana nel continente.
Ottenuti i consensi delle due alleanze, il 13 febbraio ad Ottawa, i rappresentanti delle due fazioni si
accordarono per un massimo di 195.000 uomini di entrambe le parti in Europa.
A Camp David e Washington nel giugno 90, misero a punto i termini del trattato START,
confermando la distruzione del 50% dell’arsenale nucleare, impegnandosi nella distruzione delle
armi chimiche e siglarono nuovi accordi commerciali.
Durante la riunione della CSCE a Parigi nel novembre 90, i membri delle due alleanza firmarono un
trattato riguardante le forze convenzionali e ribadirono gli impegni di Helsinki. Il secondo
documento, definiva i principi della Carta di Parigi per una nuova Europa.
L’iter del negoziato si concluse il 31 luglio 91 con la firma degli START a Mosca, completati nel
92 dagli START 2 (con Eltsin) che dimezzava ulteriormente il numero stabilito dal primo. Gli
accordi del 91 segnarono l’apice dell’attività di statista di Gorbachev.
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Il colpo di Stato dell’agosto 1991 e l’ascesa di Eltsin
Il successo in politica estera di Gorbachev, corrispondeva a complicazioni interne: nell’88 promosse
l’elezione di un Congresso del popolo con membri votati e nominati. Un’innovazione notevole in
cui i candidati comunisti a Mosca e Leningrado furono sonoramente battuti. Nel febbraio 90 dopo
molte discussioni fu abolita la funzione dirigente del partito comunista. Gorbachev fu eletto
presidente dell’URSS, conservando la testa del partito. Mentre nel marzo fu eletto Eltsin alla
presidenza della Repubblica federativa russa. In realtà il potere era conteso da 3 fazioni: il
riformismo avanzato di Eltsin, l’ala conservatrice si Ligacev ed il centrismo riformista di
Gorbachev.
Intanto la perestojka mostrava sempre più i limiti del sistema sovietico: le riforme si scontrarono
con l’apparato burocratico; tasse elevatissime alla produzione privata. Si faceva strada la proposta
di abbandonare il metodo della pianificazione a favore di un’economia di mercato: un progetto
totalmente opposto a quello voluto da Gorbachev.
Si erano anche aperte le questioni della nazionalità, rivendicata dagli stati baltici, dalla Bielorussia e
dall’Ucraina. Tutto ciò spinse il leader a cercare posizioni cautelative avvicinandosi all’ala
conservatrice. Sul piano internazionale la sua ultima mossa fu quella di chiedere a Londra
l’ammissione alla Banca mondiale ed al Fondo monetario internazionale, ma gli venne concessa
l’ammissione solamente con lo status di associato. Mentre si preparava, in patria, a sottoscrivere il
testo che avrebbe trasformato l’Unione in senso confederativo, fu tradito dal colpo di Stato.
Solo con l’energia con cui Eltsin riuscì a mobilitare l’OP, riuscì a tornare al potere per qualche
tempo, anche se sotto le redini del presidente russo. Eltsin divenne il fautore di una radicale
trasformazione della federazione, basata sull’abbandono del sistema comunista e sull’abolizione del
partito in vista della creazione di un economia di mercato.
La prima fase del governo di Borsi Eltsin
Il presidente russo incontrò tutti i problemi derivati da un passaggio di transizione brusco. Nel
dicembre 91 avviò una serie di accordi con Bielorussia ed Ucraina per creare un’Unione delle 3
repubbliche slave. Si percepì però il tentativo egemonico di Eltsin e fu così che per controbilanciare
si aggiunsero le altre repubbliche ex-sovietiche (meno gli stati baltici e la Georgia) il 21 dicembre
91 per dar vita alla Comunità degli Stati Indipendenti: una formazione che doveva ancora ricevere
contenuti economico-politici e giuridici.
Su alcuni problemi l’accordo si arenò: la distribuzione del patrimonio e del debito pubblico
dell’URSS, il destino della Banca di Stato, se mantenere o meno il Rublo come moneta di scambio.
La Russia operò in modo da esser riconosciuta come primus inter pares: subentrò all’URSS nelle
Nazioni Unite e si accollò gran parte del debito pubblico e le spese di mantenimento dell’esercito.
Nel maggio 92 a Tashkent venne stipulato un trattato di sicurezza collettiva senza che fosse, però,
possibile darne un contenuto: dovevano risolvere la mancanza degli stati baltici, della guerra
endemica fra l’Armenia e l’Azerbajdzan e le tensioni create dalle comunità musulmane.
Dopo il ritiro dall’Afghanistan, vennero normalizzati i rapporti con la Cina, confermati quelli con
l’India e impossibile riconciliarsi col Giappone per via delle Kurili. Cadeva la competizione con gli
USA per la mancanza dei mezzi: tutti gli alleati si dovettero adeguare al cambiamento di rotta.
Solamente Castro non volle abbandonare la bandiera del socialismo. L’azione sovietica, quindi, a
partire dall’85 e più ancora nel 91 diventò convergente con quella americana.
11. La rivoluzione democratica nell’Europa orientale
L’estendersi della democratizzazione nell’Europa orientale
Il processo avviato negli anni 80 in Polonia, Ungheria e poi Cecoslovacchia, che portò
l’allontanamento dei partiti comunisti, diventò la regola. Anche in Germania, infatti, Honeckerfu
costretto ad uscire di scena.
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Restava la Romania: la dittatura di Ceausescu, macchiata di infinite responsabilità, aveva imboccato
la via dell’esasperazione nazionalistica sfidando le tradizioni della popolazione ungherese nella
Transilvania: la pretesa di una trasformazione urbanistica, fece scoppiare manifestazioni che
dilagarono in tutta la Romania, grazie alla collaborazione fra coloro che volevano semplicemente
liberarsi del dittatore e coloro che, invece, puntavano ad un effettivo cambiamento in senso
pluralistico. I comunisti, invece, accettarono le elezioni per il 20 maggio 90, mascherandosi nel
Fronte di salvezza nazionale ed ottenendo la vittoria elettorale.
In Bulgaria il 10 novembre 89, il capo di stato Zivkov fu costretto a dimettersi e dalle elezioni dello
stesso mese si ebbe una svolta riformatrice.
In Albania, dopo la 40ennale dittatura di Hoxha, si aprì al pluralismo e nel 92 il potere venne
assegnato a Sali Berisha che mostrò solamente un’apparente democrazia e tanta fragilità nella classe
dirigenziale da sempre divisa nella lotta dei clan regionali.
La fine del Patto di Varsavia
In tutta l’Europa orientale, i sistemi comunisti avevano in gran parte lasciato il campo a quelli
pluralisti. Dal momento che la politica di disarmo e gli accordi allontanavano il pericolo americano,
e dal momento che aumentava l’interesse per l’inserimento nella CEE, ci si chiedeva se avesse
ancora senso tenere in piedi il Patto di Varsavia.
Un punto a favore l’avrebbe avuto se fosse stato simmetrico alla NATO. Ma mentre questa ero lo
strumento di coordinamento delle potenze occidentali, il Patto di Varsavia era il mero strumento
sovietico per il controllo degli alleati. Gorbachev tentò di difenderlo fino allo stremo, tant’è che
dopo il crollo del muro, affermò che non avrebbe obiettato una Germania est non comunista a patto
che questa rimanesse nell’alleanza.
Ciononostante il suo mantenimento era diventato impossibile: nel 90 Ungheria, Cecoslovacchia e
Polonia chiesero il ritiro delle truppe sovietiche e Gorbachev dovette accettare. Nella riunione del
giugno 90 a Mosca, i membri convennero sulla necessità di modifica nell’organizzazione militare e
furono favorevoli a trasformare il Patto in un mero strumento di consultazione temporanea sulle
questioni di disarmo.
12. La riunificazione della Germania
Gorbachev e la Germania orientale
La ostpolitik di Brandt e la westpolitik di Honecker dimostravano il bisogno d’integrazione delle
due germanie. Se dall’esterno agivano forze centrifughe miranti all’affermazione dello status,
all’interno il movimento era centripeto.
Quando però la forza di coesione di uno dei due blocchi cominciò ad incrinarsi, vennero meno le
ragioni per continuare un dialogo nascosto. Il primo grande risultato della grande distensione
europea e della crisi sovietica fu quindi la rinascita di una Germania unificata ed integrata all’ovest.
La diversità tedesca, infatti, finì per coincidere con le stesse intenzioni di Gorebachev che rese
esplicite in due occasioni: nella visita della RFT nell’89 in cui affermò il diritto di ogni popolo di
determinare liberamente il proprio destino e nell’ottobre di quell’anno durante i festeggiamenti per i
40 della RDT in cui espresse il suo disappunto verso Honecker.
La caduta del muro di Berlino
Migliaia di tedeschi, con la possibilità di poter viaggiare all’interno del Patto, cominciarono la
trasmigrazione. Un problema che divenne presto di primo piano per Budapest: il governo era
incerto se rispedire la migrazione verso casa o infrangere la regola e spezzare la cortina di ferro.
Gorbachev, interpellato, si rimise alle decisioni ungheresi che l’11 settembre 89, aprirono gli
accessi verso l’Austria.
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Un deflusso così imponente dimostrava che la Germania est era una prigione, cosa che Gorbachev
aveva sempre cercato di negare: Honecker il 18 ottobre fu sostituito, la gerarchia e le organizzazioni
di partito cominciarono a sgretolarsi. In quel clima il 9 novembre 89 fu annunciato il via libera per
chi volesse lasciare la Germania est: a Berlino si accalcarono per distruggere il muro.
Il 28 gennaio il governo annunciò libere elezioni: le principali opinioni, si dividevano fra la
proposta democristiana che puntava ad un’unificazione immediata e quella socialista che pendeva
per un processo graduale. I risultati elettorali furono schiaccianti ed a favore dei centristi.
Sarebbe stata riconosciuta la parità dei marchi e la nuova Germania, nata ufficialmente il 3 ottobre
90, si sarebbe collocata in seno alla NATO.
La riunificazione della Germania e la comunità internazionale
L’accelerazione del processo di unificazione, aveva presentato problemi non indifferenti sul
panorama internazionale soprattutto a Francia, Polonia ed Unione Sovietica.
Quando i tedeschi proclamarono il diritto di autodeterminazione, la CEE l’accolse con qualche
riserva mentale. A ciò si aggiunse alla rinascita di un organismo ancora in vita: la Commissione
alleata di controllo. Nel gennaio 90 Gorbachev si disse disponibile ad accettare le decisioni che il
nuovo Parlamento avrebbe preso, ma consigliò un’unificazione graduale che sarebbe dovuta passare
per uno stato confederale e sarebbe dovuta diventare neutrale o comunque far parte,
alternativamente, della NATO e del Patto.
Khol, grazie alla stretta collaborazione con Bush, ad una riunione del CSCE ad Ottawa, propose di
concordare le procedure all’interno dei due stati tedeschi e poi le 4 potenze avrebbero concordato
l’estinzione dei loro diritti sulla Germania. Una proposta che non piaceva a tutti poiché escludeva i
paesi interessati, ma d’altra parte si presentava come la più logica per riconoscere la piena sovranità
e libertà.
La soluzione avvenne quando Khol si recò il 16 luglio 90 da Gorbachev e riuscì a convincerlo che
un Centro-Europa opulento sarebbe stato funzionale al disegno della prestrojka: l’Unione sovietica
era pronta a riconoscere la piena sovranità della Germania e la sua appartenenza alla NATO a patto
che l’organizzazione non avesse messo piede prima del ritiro sovietico. Il governo federale, d’altra
parte, s’impegnava a sostenere il mantenimento dei soldati sovietici, del limite di 370.000 uomini,
delle forze NATO completamente tedesche e ribadì il trattato di non proliferazione.
Il 14 novembre venne firmato il trattato con la Polonia che riconosceva i confini del 45, mentre la
partecipazione agli accordi di Parigi nel novembre 90 sugli armamenti convenzionali completò il
quadro. La Germania imparò che la politica d’influenza produceva più frutti di quella di dominio.
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