Euripide, poeta bistrattato dal suo tempo di Mario Forella Terzo sommo tragedo dell’antica Grecia, Euripide nacque a Salamina il 5 settembre del 480 a.C., il giorno in cui gli Elleni riportarono la memorabile vittoria sui Persiani. se un dio non avesse Quando nacque, erano ancora in vita gli altri due grandi: Eschilo, valoroso sconvolto e sprofondato le combattente a Salamina, e Sofocle, che cantò le glorie di quella vittoria. sorti di questa terra, noi non La mala lingua di Aristofane, contemporaneo e irriducibile avversario di avremmo nome e non Euripide e della sua arte, non perse occasione per mettere in cattiva luce vivremmo nel canto dei poeti, il mirabile autore delle due Ifigenìa, delle Supplici e delle Troiane. dando voce alla poesia dei Egli ci dice infatti che non fu altro che uno scopiazzatore di Eschilo e di mortali che verranno. Sofocle, senza riuscire ad eguagliarne la grandezza, anche a causa, secondo lui, delle sue umilissime origini (pare invece che Euripide fosse [EURIPIDE, Troiane, vv. 1242-1245] di nobilissima famiglia) e della sua vita scapestrata piena zeppa di disavventure coniugali che non gli avrebbero permesso di assurgere a fama meritata e imperitura. Al di sopra di tali pettegolezzi e apprezzamenti, mi sembra che Euripide sia stato prevalentemente, se non unicamente, poeta. E poeta drammatico nel più alto senso della parola, con la sua inconfondibile concezione della vita, del mondo, dell’arte. E non a torto, egli viene oggi riconosciuto come componente della triade di geni fiorita in quel mirabile V secolo a.C., durante il quale la civiltà greca – ma non solo greca – toccò altezze forse irraggiungibili. In giovanissima età aveva composto odi, inni, epinici, epicedi e opere teatrali, ma solo nel 455 – dopo la scomparsa di Eschilo – riuscì a conseguire un qualche successo con le Pelladi. Ma, ciò nonostante, in tutta la sua lunga carriera di drammaturgo, raramente venne riconosciuto il suo valore ed apprezzata la sua opera. A ciò contribuirono indubbiamente sia le novità da lui introdotte nel teatro, sia la sua spregiudicatezza in fatto di religione, sia alcuni difetti della sua arte scenica. Gli ultimissimi anni della sua vita Euripide li trascorse lontano da Atene che aveva lasciato nel 408, dopo la rappresentazione dell’Oreste, avvenuta in quell’anno, stanco d’essere continuamente preso in giro dai comici e amareggiato per l’incomprensione dimostratagli dalla sua città natale che continuava a preferirgli mediocri autori a lui tanto inferiori. Si recò dapprima a Magnesia dove godette di popolare ospitalità e poi si stabilì a Pella, in Macedonia, presso la corte di Archelao che lo accolse con generosità e stima, essendo questo monarca munifico protettore e mecenate di artisti. A Pella morì nel 406. Narra una leggenda che venisse sbranato da una muta di cani ferocissimi aizzatigli contro da alcuni poeti rivali; altri dicono sia stato dilaniato da donne. Ad Atene i concittadini, ora pentiti, gli eressero un sepolcro sul quale fecero incidere un epitaffio (sembra dettato da Tucidide) che suona così: “ Tutta quanta l’Ellade è la tomba di Euripide; ma il suo frale è rimasto nella terra macedone. Sua patria è la patria dell’Ellade, ossia Atene. Le sue incantevoli opere gli hanno procurato molte lodi ”. Si racconta che, alla notizia della sua morte, Socrate si mostrasse in pubblico paludato di neri indumenti in segno di lutto ed esigesse che anche i corèuti e gli attori non si cingessero il capo di corone dinanzi agli spettatori addolorati e piangenti. Euripide scrisse molte tragedie: secondo alcuni, 92; secondo altri, 77. Fra queste, i suoi autentici splendidi capolavori. Una produzione cospicua, stimata ed apprezzata più dai posteri che dai suoi contemporanei, come si è visto. Di tutta questa copiosa opera sono giunte sino a noi 17 tragedie e un dramma satiresco, e precisamente: Alcesti, Andromaca, Le Baccanti, Ecuba, Elena, Elettra, Eracle, Gli Eraclidi, Le Fenicie, Ifigenìa in Aulide, Ifigenìa in Tauride, Jone, Ippolito, Medea, Oreste, Le Supplici, Le Troiane, oltre al dramma satiresco Il Ciclope. Tutta la materia delle tragedie è stata prevalentemente attinta dalle leggende concernenti la guerra di Troia; altre ei ricollegano al ciclo tebano o dionisiaco; altre ancora alle favolose origini di Atene o di altri luoghi. Tra gli autori drammatici di ogni tempo, quello che sembra assomigliare maggiormente a Shakespeare è proprio Euripide; mi riferisco naturalmente ai drammi fiabeschi ove appare delicatissimo e ad un tempo profondo il gioco dell’immaginazione. Ma si può dire di più: spesso, in qualche accento, in qualche movenza di Shakespeare, pare di udire la voce lontanissima e il tono inconfondibile del grande figlio di Atene.