Tempo di vita/tempo di lavoro - Università degli studi di Pavia

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Tempo di vita/tempo di lavoro
nell’esperienza femminile
Lezione di Marita Rampazi
al corso “Donne, Politica, Istituzioni” a.a. 2005-06
1. Il rapporto fra tempo di vita e tempo di lavoro è molto ambiguo perché riflette la stessa ambiguità
che ruota attorno al significato moderno di “lavoro”.
Si tratta di un tema che oggi incomincia ad essere oggetto di un dibattito generalizzato, alla
luce:
- da un lato, dei mutamenti intervenuti nella realtà lavorativa dei soggetti, sempre più condizionata
dall’esigenza di flessibilità (spazio-temporale, oltre che funzionale e organizzativa) delle
imprese contemporanee e dalla crescente atipicità dei modelli occupazionali (cfr. ad esempio,
Beck, 200; Accornero, 2000)
- dall’altro lato, di quella che, con Gorz (1992), potremmo definire la critica della ragione
economica, stimolata dalle trasformazioni che si aprono per l’economia e la società del XXI
secolo, in connessione con l’avvento della Rivoluzione scientifica e tecnologica.
Nel dibattito, che ormai sta interessando anche il grande pubblico, ci si dimentica di
sottolineare come i motivi di ripensamento del ruolo e del significato che il lavoro ha assunto nelle
società formatesi a seguito della Rivoluzione industriale, sono stati messi in luce da tempo e che il
merito della loro valorizzazione va attribuito in buona parte alla riflessione delle donne. In
particolare, le fratture nella biografia e nella vita quotidiana degli individui che la società industriale
ha prodotto assegnando al lavoro per il mercato un’assoluta priorità – etica, prima ancora che
temporale –sono state una fonte di sofferenza che le donne, impegnate sul terreno della doppia
presenza, hanno, non solo sperimentato, ma anche saputo tematizzare.
Per questo, il mio intervento cercherà, seppure sinteticamente, di illustrare le ragioni per cui
ritengo che, nell’attuale riflessione sulla possibilità di configurare un modo nuovo, sostenibile, di
coniugare vita e lavoro, non si possa prescindere dal patrimonio di conoscenza maturato dalle donne
nel loro difficile cammino verso la conquista delle visibilità sociale e dei diritti di cittadinanza. Nel
fare ciò, è necessario fare riferimento ai principali elementi della trasformazione economica e
sociale in atto ed ai tratti qualificanti della riflessione femminile su tempo e lavoro.
2. Il paradigma temporale dominante nella società industriale identificava nel tempo dedicato al
lavoro pagato, per il mercato, il cardine attorno al quale far ruotare la scansione collettiva e
individuale della vita. A partire da questo tempo, si è così definita, secondo una piramide
gerarchica, la scala di valore di tutti gli altri tempi e, per ciò stesso, di tutte le altre attività umane.
In questa prospettiva, il tempo si è incominciato a identificare con l’orologio, diventando
un’entità prevalentemente quantitativa – relativamente astratta dal significato delle azioni che in
esso si dipanano – che ben presto assurse al ruolo primario di punto di riferimento per la
valutazione e la remunerazione del lavoro. In tal senso, nella società industriale, è importantissimo:
- poterlo misurare con precisione e in modo neutro (attraverso uno strumento meccanico come
l’orologio, appunto)
- organizzarlo in maniera efficiente, senza sprechi, il che significa gestirlo secondo una logica di
stretta razionalità strumentale, quella che astrae dai valori, dalle molte componenti – anche
affettivo-emotive - che entrano in gioco nelle relazioni sociali, per ridurre l’agire ad una ricerca
di massima coerenza fra mezzi e fini, oggettivamente definiti e dalle conseguenze prevedibili
- riuscire ad imbrigliarlo ed a renderlo uniforme, secondo ritmi rigidi, che rispondono alle
esigenze del sistema del lavoro industriale basato sulla produzione standardizzata di massa
(quella tipicamente esemplificata dalla catena di montaggio). Questa caratteristica della
produzione industriale nella fase taylor-fordista, provoca, come nota Beck (2000) una triplice
standardizzazione del lavoro: rispetto al contratto, al luogo e al tempo.
Senza dilungarmi ulteriormente su questi aspetti, che sono parte integrante dell’esperienza di
molti adulti ancora oggi, vorrei solo ribadire che il modo di produrre industriale ha imposto:
a) un tempo uniforme, standardizzato, simboleggiato dall’orologio e
b) una separazione rigida tra sfere e fasi della vita,
che hanno avuto un’influenza lacerante sul vissuto degli individui. Tale concezione, di fatto, dà per
scontata la capacità e la disponibilità dei soggetti ad accettare di considerarsi, per buona parte della
giornata, come entità programmabili, alla stessa stregua delle “cose”, anziché come identità
differenti le une dalle altre, che si realizzano pienamente attraverso una pluralità di attività e di
interessi, variamente intrecciati fra di loro.
3. L’ordine temporale della società industriale, o della prima modernità secondo un’espressione
corrente nel linguaggio sociologico (cfr. Giddens, 1994), sta entrando in crisi, soprattutto perché,
come si è accennato, stanno cambiando la fisionomia e la natura del lavoro:
- sempre più frequente è il ricorso a modalità di lavoro – e tempo – flessibile,
- in molti paesi europei il part-time è una prassi usuale per una quota consistente di soggetti
(soprattutto donne),
- i contratti atipici diventano la norma (basti pensare al rapidissimo sviluppo del lavoro interinale
o delle nuove forme contrattuali “a progetto” per i giovani),
- al lavoratore non si chiede più di specializzarsi in compiti specifici in base ai quali si costruisce
nel tempo “il mestiere” o “la professionalità”, né costituisce più un valore la permanenza nello
stesso posto di lavoro lungo tutto l’arco della vita lavorativa; ci si aspetta, piuttosto, che sappia
essere polivalente, poliattivo, aperto all’apprendimento lungo tutto l’arco della vita (formazione
permanente o continua) e disponibile al cambiamento,
- lo stesso luogo di lavoro si ridefinisce, con la scomparsa delle strutture tradizionali (pensiamo
alla fabbrica che riuniva in un unico spazio le principali attività connesse a produzione,
progettazione, controllo, gestione, distribuzione) in cui si svolgevano le attività economiche,
- si incomincia a sviluppare il settore del non profit, che rivaluta attività socialmente utili, in
passato sottostimate in quanto non immediatamente e visibilmente produttive.
L’elenco potrebbe continuare, tuttavia, già da questi primi riferimenti, si può capire perché
taluni intravedono oggi la possibilità di una ridefinizione globale di modi, tempi, luoghi e significati
del lavoro per il mercato, che rendono pensabile la ricomposizione delle fratture prodottesi
nell’esperienza della società industriale. Si tratta di una possibilità che può essere sfruttata appieno
solo se matura la consapevolezza del suo reale significato e della natura ambivalente dei fenomeni
in corso. E’ precisamente ai fini della maturazione di questa consapevolezza che l’esperienza
femminile può diventare un punto di riferimento prezioso.
4. Vediamo, rapidamente quali sono gli aspetti che hanno caratterizzato l’esperienza temporale delle
donne, soprattutto – ma non solo - in relazione al problema della difficile conciliazione fra lavoro
per il mercato e lavoro di cura.
a) Il lavoro per il mercato è stato ed è importante per le donne, in quanto rappresenta un
fattore di visibilità sociale, la condizione che ha consentito loro di rivendicare la pienezza
dei diritti di cittadinanza.
Tuttavia, nel vissuto femminile il tempo di lavoro non si è mai potuto sovrapporre in
modo totalizzante a quello “della vita” come invece è avvenuto per gli uomini, appiattiti
sul ruolo primario di “breadwinner”, dal modello di biografia al maschile dominante nella
società industriale.
Da sempre, come sottolinea anche Carmen Leccardi (1995) le donne, più che il
lavoro, hanno i lavori: la loro giornata e la loro biografia si sono costruite e si costruiscono
attraverso la combinazione di un mix di attività di vario genere, da quelle pagate per il
mercato, a quelle di cura e gestione del ménage familiare, a quelle connesse alla
costruzione relazionale del loro universo. Questo fatto ha comportato la costante necessità
(Rampazi, 1991; 1994; 1995) di fare i conti con logiche e codici culturali multipli e
differenziati: da un lato, quelli della razionalità strumentale, dell’efficienza economica e,
dall’altro lato, quelli della relazionalità, degli affetti, della reciprocità
Il nucleo della difficoltà, ma anche dell’importanza simbolica connessa
all’assunzione del modello della doppia presenza, è che le donne adulte hanno cercato di
“tenere insieme” tutti questi “mondi” della vita, senza sacrificarne a priori nessuno. In
effetti, l’accettazione della doppia presenza ha comportato la gestione di una temporalità
frenetica, una sorta di schizofrenia biografica, dovuta alla contrapposizione fra l’etica
dominante sul lavoro e quella su cui si modellano i rapporti e le attività nella famiglia. Esse
hanno gestito un sovraccarico di fatica fisica e psichica che ha fondato il costante senso di
inadeguatezza, tipico del vissuto femminile.
Nel vivere la doppia presenza, le donne sono state condizionate dalla protratta
tradizione di sfruttamento del lavoro femminile tipica della realtà italiana, che, non va
dimenticato, prima ancora che un fatto culturale, ha rappresentato una risorsa funzionale
alla “tenuta” del nostro sistema sociale, a fronte dei ritardi e delle lacune con cui il welfare
state si è sviluppato, nel nostro Paese, come ha messo in luce per prima Laura Balbo
(1979).
Tuttavia, a conferma delle profonde ambivalenze che caratterizzano i fenomeni
sociali, con la doppia presenza, esse hanno fatto un’esperienza meno mutilante sul piano
dell’identità, di quella che ha caratterizzato la componente maschile. In effetti, esse hanno
maturato la consapevolezza che la vita, mutevole, imprevedibile, ricca di contenuti
differenziati, non si può ridurre ad un’attività standardizzata nei suoi modi, tempi, luoghi e
significati.
b) Per la loro particolare sensibilità ad un codice etico legato alla relazionalità e alla cura
(come nota Carol Gilligan), anche nella fase di massimo dominio dell’orologio, le donne
hanno saputo mantenere viva la consapevolezza che il tempo ha una natura fortemente
qualitativa. Con la loro esperienza quotidiana, esse hanno testimoniato che, accanto ad un
tempo astratto, dell’orologio, c’è e va valorizzato anche il tempo vissuto delle relazioni e
degli affetti. In proposito, merita attenzione l’analisi di Ida Rende sui tempi lunghi delle
donne, vale a dire, sulla loro capacità di cogliere e dilatare l’importanza persino di
minime parcelle di tempo che, per i loro contenuti, possono illuminare una intera giornata.
Questa capacità rappresenta un richiamo costante al significato di che cosa si fa nel tempo
e al senso che questo assume per i soggetti e per coloro che li circondano.
5. Per il fatto di essere così fortemente ancorate al tessuto delle relazioni, alla complessità e
multiformità della vita, le donne hanno difficoltà ad accettare una temporalità organizzata secondo
una logica piramidale, fatta di priorità assolute, definite una volta per tutte..
La loro coscienza temporale segue piuttosto un modello a rete, in cui, fra l’altro, è
particolarmente arduo compiere delle scelte, dato che tutto può essere importante per stabilire,
conservare ed estendere la rete di relazioni.
Questa resistenza a fare delle scelte, vissute come “perdite” (di ciò che si scarta quando si
sceglie), giustifica, oltre al costante senso di inadeguatezzza, anche l’enorme abilità delle donne a
sfruttare persino i minimi ritagli di tempo, anche facendo due cose contemporaneamente, in modo
da trarre le configurazioni più efficaci per riuscire ad avere tempo per tutto. Tale abilità si traduce
nella gestione estremamente flessibile delle situazioni, in una ricerca di combinazioni sempre nuove
delle risorse esistenti, che Lévi-Strauss considera il tratto tipico del bricoleur.
Alla luce di quanto ho detto sin qui, si capisce come mai le rivendicazioni delle donne in
termini di politiche di conciliazione fra lavoro extradomestico e lavoro di cura, abbiano avuto come
punto centrale il tempo. Soprattutto esse si sono battute per avere la possibilità di costruirsi forme di
strutturazione temporale meno rigide, associata ad una ridefinizione dei tempi dei servizi e, in
genere, dei tempi della città (Paolucci, 1998).
6. Vediamo ora in che senso questi motivi, tipici della coscienza temporale femminile, si sono
generalizzati nel passaggio dalla società industriale a quella contemporanea, definita in vario modo
dagli osservatori (post-industriale, dell’informazione, post-moderna, ecc.) e che, per semplificare,
continuerò a designare ricorrendo al concetto di seconda modernità.
Nell’attuale fase di transizione stiamo assistendo ad una molteplicità di cambiamenti, alcuni
dei quali sono particolarmente rilevanti ai fini della ridefinizione del rapporto tra lavoro e vita. Di
seguito, mi limiterò a richiamarne due.
a) La tecnologia (soprattutto con la robotica e lo sviluppo delle comunicazioni telematiche)
sta riducendo con una velocità vertiginosa il tempo di lavoro umano necessario alla
produzione, soprattutto di quello non qualificato.
Da un lato, ciò profila scenari drammatici di disoccupazione tecnologica in tutto il
mondo e di nuove forme di discriminazione fra pochi privilegiati che hanno un vero e
proprio lavoro, quindi, sono cittadini a pieno titolo, e molti che non l’hanno, e che, per
questo, come nota anche Beck (2000) quando paventa i rischi della “brasilianizzazione
dell’Occidente” ai fini della tenuta della democrazia, sono considerati, e si considerano,
cittadini di serie B.
Dall’altro lato, vi è una oggettiva contrazione del tempo globale della vita dedicato al
lavoro: si entra più tardi sul mercato, si esce più presto, si sperimentano più
frequentemente fasi di congedo per aggiornamento o altro, talvolta si deve accettare un
part-time pur di trovare una occupazione, ecc. La sensibile riduzione del tempo di lavoro
per il mercato nella biografia dei soggetti, induce a rivalutare altre attività (ad esempio,
l’aggiornamento, le attività di cura e, in genere, di volontariato) sino ad ora trascurate
perché socialmente valutate come residuali. Corollario di tutto ciò è che il concetto di
lavoro incomincia a modificarsi, sino ad includere fra le attività degne di riconoscimento
sociale anche quelle non remunerate dal mercato. Si tratta, a ben vedere, delle attività su
cui, tipicamente, si è concentrata sino ad ora la grande mole di lavoro “invisibile” (perché
non pagato, quindi, senza valore per la società) delle donne: quelle per la riproduzione e la
cura.
Le donne si sono battute perché fosse riconosciuta la rilevanza sociale di queste
attività, ne hanno portato il peso, ma le hanno anche difese dall’invadenza del mercato che,
tendenzialmente, assegna un prezzo ad ogni cosa.
b) con la diffusione delle tecnologie informatiche in molti contesti lavorativi, il lavoro tende
a smaterializzarsi, diversificarsi, flessibilizzarsi in modi, luoghi e tempi. Basti pensare alle
possibilità offerte dal telelavoro che, comunque, costituisce un fenomeno da analizzare
più da vicino, soprattutto in quanto i suoi effetti sono estremamente diversificati secondo
le singole situazioni in cui esso viene realizzato (Rampazi, 1998).
Poiché i nuovi lavori nati con la tecnologia informatica consistono in compiti con un
contenuto prevalentemente intellettuale, da potenziare costantemente per tenere il passo
con i progressi, velocissimi, della scienza e della tecnologia, i confini fra le attività di
lavoro e quelle di formazione/crescita personale sfumano progressivamente.
La rinuncia alla standardizzazione in favore della flessibilità significa che i momenti
della vita dedicati al lavoro vero e proprio si intersecano in modi più complicati e
differenziati con quelli di non lavoro. La giornata e la vita appaiono così non più come una
linea, interrotta da “paletti”, che separano in modo prevedibile un’attività da un’altra, ma
come una sorta di patchwork, in cui le diverse tessere si possono combinare e ricombinare,
secondo le necessità.
Questa è una modalità che le donne sperimentano da sempre, almeno da quando
lavorano sui due tavoli della produzione e della riproduzione, come ho sottolineato
assimilando la donna al bricoleur di Lévi-Strauss. Non a caso, fra l’altro, Laura Balbo ha
applicato per prima il concetto di patchwork al vissuto temporale, proprio in riferimento
all’esperienza femminile.
7. Dall’esperienza delle donne, chi riflette sul futuro del lavoro e sulla gestione del tempo della vita
nelle società contemporanee può trarre non solo il conforto di un modello alternativo possibile
rispetto a quello centrato sulla dominanza del mercato, ma anche indicazioni utili per identificare i
rischi connessi alla flessibilità e alla destrutturazione spazio-temporale in corso.
Il lavoro flessibile richiede una normativa molto chiara che lo tuteli contro qualsiasi
possibilità di sfruttamento e di precarizzazione.
Questo rischio è ben conosciuto dalle donne che, essendo state tradizionalmente dei soggetti
deboli sul mercato del lavoro, lo hanno sperimentato sotto forma di lavoro nero o, comunque, di
lavoro invisibile in quanto esercitato a domicilio o, comunque, in nero.
Allo stesso modo, l’esperienza femminile consente di mettere a fuoco i rischi connaturati ad
un altro carattere della flessibilità: la caduta dei confini, anche spaziali, fra aree di attività diverse.
La confusione dei confini, da un lato favorisce la ricomposizione ad unità dei diversi mondi della
vita, sino ad ora tenuti separati. Dall’altro lato, tuttavia, può rendere estremamente difficile stabilire
quale è la soglia di non disponibilità del soggetto, trasformando la sua vita in una continua battaglia
per soddisfare le attese crescenti che, in ciascuna area, si generano nei suoi confronti.
Questa esperienza rappresenta uno dei motivi principali di sofferenza – e di perdita di potere,
nella logica asimmetrica delle relazioni – sperimentato dal vissuto femminile. Se tutto è importante,
non si sa mai bene quale è il punto oltre il quale occorre dire “basta! Non sono disponibile perché
ora devo pensare ad altro”. Soprattutto nel campo delle relazioni – privilegiate in ambito familiare,
ma che le donne tendono a rivalutare anche nella sfera pubblica, tipicamente sul lavoro – il dire
“basta” equivale a negarsi, creando una situazione incomprensibile per gli altri e difficile da
realizzare per chi si sente responsabile prima di tutto verso le persone, come è tipico, secondo
Gilligan, dell’etica femminile.
La segnalazione di questa difficoltà non significa che si debba giungere al rifiuto di tale
assunzione di responsabilità verso le persone, quanto piuttosot rivalutarla, declinandola in termini di
condivisione. La condivisione della responsabilità va di pari passo con il principio della reciprocità,
due elementi qualificanti non solo della cultura della parità, ma della crescita personale e dello
sviluppo di qualunque sistema fondato sulla solidarietà sociale (De Sandre, 2002).
8. Prima di chiudere, va richiamata l’importanza del tempo per sé. Si tratta di un altro elemento
peculiare della riflessione femminile sul tempo, che merita un’attenzione particolare, soprattutto in
società come la nostra, in cui la soggettività, pur essendo diventata un valore, viene poi declinata in
termini che la negano, perché sopravvalutano l’apparire sull’essere.
Pensiamo al mito del successo, che governa la difficile ricerca di identità dei giovani: ciò che
conta sono l’impressione immediata che si offre agli altri, la capacità di sapersi giocare in pubblico,
di distinguersi dalla massa puntando su elementi di valutazione esterni – il look, la stravaganza del
linguaggio o del comportamento – finalizzati a creare un impatto forte e subitaneo. In questa logica,
è estranea l’idea di darsi tempo per pensare e far sedimentare l’esperienza, sulla quale si fonda la
capacità di riconoscere veramente l’altro e, quindi, di stabilire soddisfacenti relazioni personali,
fondate sull’intimità.
Il tempo per se, che le donne hanno sempre appezzato e rivendicato, anche perché ne hanno
sempre avuto così poco, è un tempo solo apparentemente “da sprecare” perché, in realtà, è quello
della riflessività, quello in cui si ritrova il senso di sé, ridando voce a ciò che non è visibile
immediatamente dall’esterno e ricostruendo, così i presupposti che danno un senso e un valore
all’intimità.
Riferimenti bibliografici
A. Accornero, Era il secolo del lavoro, Il Mulino, Bologna, 2000
L. Balbo, R. Siebert Zahar, a cura di, Interferenze. Lo Stato, la vita familiare, la vita privata,
Feltrinelli, Milano, 1979
L. Balbo, a cura di, Time to care, Angeli, Milano, 1987
L. Balbo, a cura di, Tempi di vita. Studi e proposte per cambiarli, Feltrinelli, Milano, 1991
D. Barazzetti, C. Leccardi, a cura di, Fare e pensare. Donne, lavoro, tecnologie, Rosenberg, Torino,
1995
U. Beck, Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro, Einaudi, Torino, 2000
A. Giddens, Le conseguenze della modernità, Il Mulino, Bologna, 1994
A. Gorz, Metamorfosi del lavoro. Critica della ragione economica, Bollati Boringhieri, Torino,
1992
G. Paolucci, La città macchina del tempo. Politiche del tempo urbano in Italia, Angeli, Milano,
1998
M. Rampazi, Le radici del presente, Angeli, Milano, 1991
M. Rampazi, Il prisma femminile fra Nord e Sud: uniformità e differenze nella transizione alla vita
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M. Rampazi, “Tempo di lavoro e tempo di vita alla luce del Piano Delors”, in Sociologia del
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M. Rampazi, Telelavoro: quale modificazione dello spazio-tempo?, in G. Paolucci, cit, 1998
M. Rampazi, a cura di, L’incertezza quotidiana. Politica, lavoro, relazioni nella società del rischio,
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