Appunti SRI

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STORIA DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI
07.03.2014
L’Europa nel 1870: quali sono gli interessi principali delle grandi potenze europee nel 1870 e quale
equilibrio si sta profilando? Il primo avvenimento da ricordare è la grave sconfitta subita dalla Francia a
seguito della guerra franco-prussiana, la quale segna l’inizio del pieno predominio continentale della
Germania, che non si è soltanto avvantaggiata dal punto di vista territoriale con la conquista dell’Alsazia
Lorena, ma che è diventata l’arbitro dell’equilibrio continentale europeo. L’equilibrio mediterraneo e d ei
mari continua ad essere rappresentato e garantito dalla Gran Bretagna, che non vuole assolutamente
essere coinvolta in alleanze impegnative sul continente, né però disinteressarsi  la Gran Bretagna vuole
avere la certezza che sul continente europeo non predomini alcun paese.
Bismarck gestisce con molta prudenza il predominio tedesco, vigilando affinchè si mantenga un buon
equilibrio sul continente. Il suo obiettivo principale, nonché faro conduttore della politica estera, è il
mantenimento della tranquillità in Europa continentale, tenendo a bada l’Austria (reduce dalla sconfitta di
Sadowa del 1866, la quale segna la sua fine e la sua uscita dal suo ambito di controllo e dominio +
l’abbandono dei territori italiani. I confini italiani si attestano così sulle zone irredente, che non potranno
essere messe in discussione, come il FVG e il Trentino, e che fino al 1914 non si staccheranno da Austria, in
quanto l’Austria non le riterrà MAI oggetto di contrattazione). L’Austria si rassegna rapidamente al nuovo
status quo e cerca di conseguenza una nuovo spinta espansionistica-difensiva altrove: come impero
multinazionale, l’Austria cercava la protezione e la sicurezza dei propri confini imperiali  le esigenze
interne finiscono così per influenzare le esigenze di politica estera e l’Austria si proietta verso i Balcani.
Inizia infatti per l’Austria un periodo di ricerca di tranquillità nei Balcani, in quanto la Dalmazia e lungo tutta
la costa croata erano snodi commerciali importantissimi per l’impero austriaco, che vuole assicurarsi la
stabilità proprio in Bosnia Erzegovina, una zona ballerina che occorreva mantenere ben salda nel dominio
austriaco. Bosnia = Dalmazia = traffici commerciali. Quella zona era insidiata dall’Impero Ottomano, che era
in quel periodo sia il grande malato d’Europa, sostenuto però dalla buona volontà della Gran Bretagna, sia
un attore ancora insidioso. Anche l’Impero Ottomano, che trovava faticoso il processo di modernizzazione a
cui tutti gli stati stavano partecipando, sarà influenzato dalle riforme interne e il suo carattere interno era
prevalentemente la staticità.
Nel 1867 avviene l’Ausgleich austriaco (kaiserliche und kӧnigliche Monarchie): si riconosce il dualismo
dell’Austria-Ungheria (Impero d’Austria e Regno di Ungheria) e si riconosce al governo ungherese la facoltà
di esprimere tutti i ministri, tranne il ministro della guerra e il ministro degli esteri. Gli ungheresi avevano
non solo sudditi ungheresi, ma anche slavi e si dimostreranno tiepidi verso le loro istanze di indipendenza.
È nei Balcani che si manifesta la volontà di autonomia delle diverse popolazioni che li abitano, con
l’emergere delle richieste di riconoscimento di istanze nazionali, che trovano appoggio in Russia. Essa vuole
accelerare il processo di disgregazione dell’Impero Ottomano; tuttavia, la Russia stava dirigendo il proprio
interesse verso tutti i mari caldi, principalmente il Mediterraneo: la Russia guarda agli stretti mediterranei,
che le permetterebbero di proiettarsi fuori dal Mar Nero, ma essa si trova in una posizione svantaggiata
rispetto a quella di altri paesi, soprattutto a seguito di una serie di accordi (come la Conferenza di Londra
1841), in cui si decise che la sua flotta sarebbe stata relegata al Mar Nero e che gli stretti sarebbero stati
posti nominalmente sotto il dominio ottomano, di fatto controllati dagli inglesi. In realtà gli inglesi sono
fortemente interessati a presidiare il Mediterraneo e la Gran Bretagna non ha alcuna voglia di far uscire
flotta russa nel Mediterraneo  questo trattato consente l’entrata nel Mar Nero di altre flotte, qualora lo
suggeriscano il sultano e le circostanze speciali, ma nessuna possibilità per la Russia di avventurarsi nel
Mediterraneo. In questo modo, la Gran Bretagna riesce ad avere una certa forma di controllo sulla gestione
degli stretti (che caratterizzeranno la politica estera russa fino a dopo la SGM).
La Russia e l’Austria Ungheria si scontrano nei Balcani, che sono visti dall’Austria-Ungheria come una
minaccia interna: pensare che la Serbia potesse gravitare attorno alla Bosnia Erzegovina era un problema
rilevante per l’Austria-Ungheria, al quale si aggiungeva la composizione etnica del proprio impero, che
poteva costituire un elemento di disgregazione per l’impero austroungarico. La Serbia poteva diventare
infatti il portatore e faro illuminante del panslavismo e del nazionalismo slavo: vi era il rischio reale che si
trasformasse in un paese canaglia. Tuttavia, per il primo decennio della sua indipendenza (1878- 1890
circa), la Serbia rimane saldamente sotto l’amministrazione austriaca, da cui si allontanerà solo in seguito.
La Germania con Bismarck vuole gestire saggiamente la propria vittoria: forse l’incauta mossa
dell’annessione dell’Alsazia Lorena fu una frattura terribile in Europa. Da essa, infatti, nasce la volontà di
revanche francese, che Bismarck deve gestire lungo tutto il suo cancellierato. Egli cerca di dirottare il
revanchismo francese verso la politica coloniale, che effettivamente la Francia sposerà. Bismarck teme che
volontà di revanche sia una minaccia concreta verso la Germania, soprattutto se la Francia trovasse un
alleato, magari utile e l’unico paese con cui si potrebbe prospettare un accordo del genere è la Russia.
Un’alleanza tra Russia e Francia avrebbe però significato l’accerchiamento della Germania, la quale inizia a
temere l’attacco su due fronti, che diventa l’assillo di ogni generale tedesco. Bismarck ha ben presente
questa eventualità, ma riconosce anche che questa sia ovviamente molto remota. Russia e Francia erano ai
tempi molto diverse: la Russia era impenetrabile a qualsiasi forma di modernizzazione ed era ancora un
impero statico, con un imperatore per volontà divina (non dei sudditi). La Russia è estremamente
conservatrice e su questo Bismarck cerca di fare perno, ad esempio quando cerca di trattenere la Russia
accanto a sé, cercando di legare a sé anche l’Austria-Ungheria. Di fatto, Bismarck vi riesce attraverso la lega,
l’alleanza dei tre imperatori (“dreikaiserBund”), firmata nel 1873. Questa è un’alleanza conservatrice per
tenere sotto controllo la latente conflittualità presente in Austria-Ungheria e per rassicurare la Russia sulla
neutralità tedesca in caso di coinvolgimento russo in qualche conflitto. Inizia qui un’epoca storica in cui
l’equilibrio europeo si gioca sul concetto bismarckiano di equilibrio.
La Francia, allo stesso tempo, ha sopportato perdita dell’Alsazia e della Lorena e la Comune di parigi  il
revanchismo è ormai un dato di fatto della politica estera francese. La Francia cerca alleati potenziali:
escluse Russia e Austria-Ungheria, rimane solo l’Italia.
Nel 1870 l’Italia è un paese sostanzialmente isolato, che, grazie a ciò che è successo nel 1870 (Roma
capitale e annessione del Lombardo Veneto, grazie al sostegno tedesco), ha condotto una politica
provocatoria verso la Francia, culminata con la breccia di Porta Pia. Se un tempo la Francia era una solida
alleata (indicativamente durante il primo periodo di regno sabaudo), ora nel 1870 l’Italia percepiva di aver
infranto una sorta di regola sacra, mettendosi contro tutto il mondo cattolico e ciò diventa evidente con la
pubblicazione del Non Expedit. L’Italia teme che il revanchismo dei cattolici possa portare dei problemi,
proprio perché la presa di Roma fu elemento di rottura con il mondo cattolico (basti ricordare che la Francia
era cattolica!). Quest’ultima non può quindi rappresentare un potenziale alleato e finirà al contrario per
diventare presto il principale competitore dell’Italia, soprattutto nel momento in cui l’Italia capirà che
l’opzione irredentista è venuta meno e che non si potranno più portare avanti le istanze irredentiste,
perché le caratteristiche politiche internazionali post 1870 non lo permetteranno più. L’Italia è allora isolata
e l’isolamento, in politica internazionale, può rappresentare una duplice condizione: o una condizione di
grande forza, vedi lo splendido isolamento inglese o, nel caso italiano, una condizione pericolosa, che
occorre sanare presto. Nel quadro delle possibilità per la politica bismarckiana c’è sia l’avvicinamento con
Russia e con l’Austria-Ungheria, che il mantenimento di una Francia isolata, che il punto interrogativo
rispetto all’Italia.
Ciò che ostacola l’alleanza tra Italia e Austria-Ungheria sono le velleità irredentiste tra i due paesi. Bismarck
è titubante nell’avvicinamento all’Italia, perché sa bene che il suo prezioso alleato austriaco non intendeva
cedere altri territori all’Italia. Essa è anche una nazione neofita nelle relazioni internazionali, ancora alla
ricerca dei propri obiettivi internazionali. Inoltre, l’Italia ha una forza limitata, a livello militare, economico e
politico.
I problemi sono destinati a profilarsi presto, provenendo dai Balcani. Nei Balcani ben presto si concretizza il
malessere crescente nei confronti del dominio ottomano, di cui si percepisce l’estrema debolezza. Esso
viene chiamato il grande malato, ma verrà ancora salvato perché la Gran Bretagna e la Francia, le stesse
che potrebbero “ucciderlo”, non permettono il suo collasso, che avrebbe causato la rottura del vaso di
pandora, ovvero dell’equilibrio continentale. Si aprirebbe infatti una corsa degli stati europei per
cannibalizzare i Balcani, la quale coinvolgerebbe l’ Austria-Ungheria, la Russia e sicuramente la Germania. In
questa occasione emerge chiaramente la terzietà della Germania rispetto ai Balcani, dove non vuole
svolgere un ruolo, perché nei Balcani non risiede l’interesse tedesco. Dal 1870 al 1890 il secondo reich si
definisce una potenza soddisfatta, che non cerca l’espansione, né le avventure (“Drang nach Osten” e
nessuna pulsione alla Weltpolitik, che partirà con Guglielmo IV). La Germania tenterà di premere
sull’impero ottomano per modernizzarsi, cosa che avvierà ormai in tardo periodo, ovvero nel 1916, quando
non sarà più il momento.
La spinta alla rottura può venire allora soltanto dalla Russia, che si sente chiamata a tutelare gli interessi del
mondo slavo: vuole controllare il mondo slavo e gli stretti, aprendosi un varco verso i Balcani. Proprio in
questa zona si scatena una rivolta, più precisamente dal Montenegro, con la possibilità che essa si estenda
a macchia d’olio in tutti gli altri stati balcanici. Ciononostante, una rivolta è destinata sicuramente ad essere
sconfitta, salvo l’intervento di una grande potenza. Un intervento militare appare così alla Germania da
scongiurare, soprattutto tra Austria-Ungheria e Russia. La Russia vuole però assicurarsi con un accordo e nel
1876 le dilaganti rivolte nei Balcani portano la Russia all’intervento armato, avendo però siglato in
precedenza un accordo con l’ Austria-Ungheria. Si avvia un tentativo di spartizione razionale, per tutelare
gli interessi di entrambe e nel 1876 si arriva al momento cruciale nei Balcani, dove avviene il tentativo ed
effettivo accordo russo-austriaco. Sembra che i russi si apprestino a fare guerra nei Balcani e che
accomodino le esigenze austriache, tutelando gli interessi austriaci di ripartizione dei possedimenti
ottomani. L’accordo infatti prevede la spartizione dei territori ottomani in Europa, Asia Minore e Africa del
Nord: la Bosnia Erzegovina poteva rientrare tra possedimenti dell’Austria-Ungheria e lo stesso avveniva
specularmente per la Bulgaria verso la Russia. Essa sarebbe stata uno stato autonomo e molto ampio,
soggetto pienamente all’influenza russa e varco di apertura russo verso l’Europa e i mari caldi. La Grande
Bulgaria, estesa dal Mar Nero, all’Egeo, alla Macedonia e fino su al Danubio: la longa manus dell’influenza e
la pressione russa si eserciterebbero così in una vastissima parte dell’Europa. Tutto questo avviene con il
pieno appoggio dell’Austria-Ungheria, con la Russia che si garantisce il non intervento austriaco nel
conflitto con l’impero ottomano. La Gran Bretagna vede chiaramente che le ostilità tra Impero Ottomano e
Russia si stanno protraendo in una guerra vinta militarmente, ma persa dal punto di vista diplomatico dalla
Russia e le condizione poste dal trattato di Santo Stefano del 1878 (quando la Russia detterà le sue
condizioni da vincitrice) verranno smentite da congresso di Berlino alla fine di quello stesso anno.
Gli errori russi furono i seguenti:
1. Russia non è forte militarmente da poter proseguire le ostilità, in caso di mancanza di rispetto
delle condizione poste, è estremamente stanca
2. Russia sembra voler archiviare il precedente accordo con l’Austria-Ungheria e inizia a meditare
un’annessione della Bosnia Erzegovina alla Serbia.
Nel 1878 Bismarck, il grande mediatore e l’onesto sensale, non vuole intromettersi, ma neanche accettare
che i fatti balcanici stravolgano l’equilibrio che egli stesso ha creato: la Germania avrebbe dovuto scegliere
tra due alleati e la scelta si sarebbe risolta a favore dell’Austria-Ungheria, staccando così la Germania dalla
Russia, che presto o tardi si sarebbe rivolta alla Francia. Il congresso di Berlino si propone di dirimere le
controversie nate dopo la pace di Santo Stefano, ma finisce per scontentare tutti: la Bulgaria torna ad
essere uno stato ipertrofico e i russi devono accettare il negoziato perché non sono in condizioni di
protrarre il conflitto. Per l’Austria-Ungheria la pace di Santo Stefano era una minaccia e non rappresentava
alcuna tutela: l’Austria-Ungheria non aveva lo stesso peso politico nei Balcani, con una situazione che si
sbilanciava chiaramente a favore dei russi. Perciò l’Austria-Ungheria chiede che il congresso di Berlino
regoli diversamente la questione dei confini, che era diventata una questione di SICUREZZA della Bosnia
Erzegovina e dello stato cuscinetto del Sangiaccato di Novi Pazar  l’Austria-Ungheria mantiene su di esso
il diritto di guarnigione, ovvero il diritto di presenziare militarmente il territorio del sangiaccato. Esso divide
la Serbia dal Montenegro e alla fine viene assegnato all’Austria-Ungheria. Esso diventa un elemento
fondamentale soprattutto alla vigilia della PGM, perché era la chiave per consentire alla Serbia di unificarsi
con il Montenegro e così di espandersi nei Balcani, con uno sbocco sul mare vicinissimo ai traffici
commerciali dell’Austria-Ungheria nell’Adriatico, generando una fortissima pressione russa sulla politica
continentale. La Bulgaria del trattato di Santo Stefano viene considerata inaccettabile dagli inglesi, che ne
chiedono il ridimensionamento: la vittoria russa si profila quindi come una vittoria MILITARE, NON
DIPLOMATICA e alla fine essa viene meno. La Gran Bretagna nel frattempo si era garantita il pieno controllo
su Cipro e sugli stretti, che formalmente rimangono sotto la piena sovranità ottomana, di fatto inglese.
Intanto l’amministrazione della Bosnia Erzegovina passa all’Austria-Ungheria, mentre la sua sovranità
territoriale rimane quella esercitata dall’impero ottomano: il controllo austriaco è così pieno, anche se si
parla solo di amministrazione. (Per un primo buon decennio della sua indipendenza, la Serbia rimane un
protettorato austriaco, che ne protegge anche gli scambi economici. Un protettorato è un paese la cui
politica estera viene esercitata da un paese terzo. La Serbia era nella condizione di non poter stipulare
alleanze con paesi terzi senza previo consenso austriaco e diventa così una pedina nelle mani dell’AustriaUngheria).
L’Italia, dal 1870, si trovava nella condizione di pericoloso isolamento, che andava aggirato. L’Italia
partecipa quindi al congresso di Berlino e cerca di capire quanto sia verosimile la stipula di un’alleanza (una
possibile è quella con Germania), mantenendo intatti alcuni postulati. Dato l’orientamento inorientato
della duplice monarchia (Donaumonarchie), l’Italia cerca di capire come operare per ottenere il Trentino e il
Friuli Venezia Giulia e ultimare il suo cammino risorgimentale. Si inizia a profilare così l’idea che, quando
l’Austria-Ungheria otterrà altri territori nei Balcani, a quel punto essa potrebbe essere disposta a cedere i
territori di confine con l’Italia, che potrà così realizzare il proprio progetto di unità nazionale risorgimentale.
Non si profila l’opzione di una guerra contro l’Austria-Ungheria, ma di uno scambio, di una politica di
compensi territoriali nei Balcani all’Austria-Ungheria in cambio dei territori abitati da italofoni: con la
compensazione ad est si sarebbe potuto compensare l’Italia  L’AUSTRIA ERA ASSOLUTAMENTE
CONTRARIA e non contemplava quest’opzione, godendo in questo del favore della Germania. Le
rivendicazioni italiane non avevano quindi senso per i diplomatici tedeschi e austriaci. Crispi si troverà a
dover “passare per Vienna se voleva un accordo con Berlino”: ciò significava che era impensabile
un’alleanza con Germania fino a che reggeva l’alleanza tedesca con l’Austria-Ungheria, primo alleato
tedesco!
L’Italia ha difficoltà a staccarsi dalla politica irredentista, ormai colma anche di retorica, ma è ben
consapevole delle proprie debolezze, a livello internazionale e militare. All’Italia serve raccoglimento e una
politica che le eviti qualsiasi opzione potenzialmente aggressiva: no forza, ma politica delle mani nette
(Corti), con Italia che non vuole cercare guai altrove. Bismarck propone così all’Italia di prendersi l’Albania,
che per ora non rientrava negli interessi italiani. L’Albania però era un’annessione strategica: essa chiude
canale di Otranto ed è una chiave per l’Adriatico, permettendo all’Italia di giocare un ruolo importantissimo
nel Mediterraneo! Pare che la reticenza italiana abbia portato al dirottamento da parte di Bismarck del
revanchismo francese, che viene traslato dallo statista tedesco nel Nord Africa, dove si stava disgregando
l’impero ottomano. La Tunisia, ad esempio, diventa il luogo in cui la Francia può esercitare il suo diritto di
prelazione, sancito nel 1881 con il protettorato ufficiale francesce sulla Tunisia. L’italia subisce lo schiaffo di
Tunisi, considerando soprattutto che in Tunisia c’era una colonia di italiani, che rappresentavano una
enclave che doveva legittimare l’interesse italiano in Tunisia. C’era quindi una pretesa di prelazione italiana,
che rimane insaziata.
Al congresso di Berlino, l’Italia è timida e guarda più che altro all’Austria-Ungheria, mentre la Francia fa la
voce grossa  l’Italia capisce che deve cambiare la propria politica estera necessariamente. Essa sta
portando avanti una politica estera a fondo cieco, in quanto è timida e non riesce a rimanere al passo delle
altre potenze europee, che si stanno spartendo il mondo disponibile. Ciò appare ben chiaro a Crispi,
imbevuto di ideali risorgimentali: egli capisce che è opportuno rinunciare all’irredentismo e dedicarsi ad
una politica coloniale, ad un posto al sole che fallirà miseramente ad Adua. Cadendo l’opzione irredentista,
cade l’unico ostacolo all’alleanza con la Germania: nel 1882 nasce la Triplice Alleanza, che consente all’Italia
di uscire dall’isolamento e a carattere assolutamente difensivo. L’Italia riceve la protezione tedesca qualora
essa venisse attaccata dalla Francia. Non si parla di compensi territoriali in questa prima stesura e l’Italia
riesce ad uscire da un isolamento pesante e pericoloso. (inizialmente Crispi tendeva, come del resto
l’opinione pubblica e la classe dirigente, a ritenere che un’alleanza con Austria-Ungheria era contro natura;
sarà solo successivamente che Crispi ne diventerà uno strenuo sostenitore. Inoltre, l’ Austria-Ungheria
chiederà di far tacere la voce dell’irredentismo, che saliva dal Trentino e da Trieste. Bisogna ricordare che ai
territori irredenti era comunque accordata una certa autonomia).
Nel 1882 si abbandona la Francia e la politica sabauda, per avvicinarsi all’eterno nemico e ora solido alleato,
l’ Austria-Ungheria.
10.03.2014
Riassunto del primo sistema bismarckiano: innanzitutto, un sistema è un modello in grado di garantire un
equilibrio che rende stabili tutti gli attori in gioco. Nel 1882 tutte le istanze bismarckiane sono compiute:
1. Isolamento della Francia, impossibilitata ad allearsi con l’Italia, che rimaneva ancora saldamente
legata alla Triplice Alleanza;
2. La Russia legata all’alleanza dei tre imperatori con Germania e Austria-Ungheria
3. Inghilterra è invece isolata, ma ciò è frutto della scelta precisa di garantire comunque la propria
influenza sull’equilibrio nel Mediterraneo. Sono i negoziatori italiani in questa fase a rendersi conto
di quanto sia importante garantirsi un buon rapporto con la Gran Bretagna. Nella prima stesura
della Triplice è prevista la “Clausola Mancini”: in nessun caso, ciò che è stabilito dalla Triplice può
essere rivolto contro la Gran Bretagna, la quale garantiva in cambio la sua distanza dalla Francia.
In realtà, dal 1881 con trattato del Bardo, la Francia (ministro degli esteri: Jules Ferry) inizia la sua
avventura coloniale e prenderà una strada diversa dalle altre potenze europee, facendo il gioco di Bismarck
e trovando comunque piena soddisfazione dei suoi appetiti.
La Triplice è un accordo segreto, che non fu divulgato e questo ebbe ripercussioni anche sul piano interno:
non specificando il contenuto effettivo degli accordi, le potenze straniere (vd. Francia) sono libere di
sospettare qualsiasi cosa riguardo al trattato stipulato. Ci si illude che, per un certo periodo, il sistema
bismarckiano possa funzionare.
L’ Austria-Ungheria è invece soddisfatta dalle conseguenze e dall’esito del congresso di Berlino, perché
vede riconosciute le proprie istanze di sicurezza interna. Il teatro balcanico dovrebbe quindi corrispondere
allo scenario bismarckiano: i Balcani orientali di influenza russa, mentre i Balcani occidentali a influenza
austriaca. L’accordo tra l’Austria-Ungheria e la Russia poteva mantenersi proprio grazie a questo equilibrio
nei Balcani. Tuttavia, Russia e Austria-Ungheria avevano obiettivi diversi di politica estera: l’AustriaUngheria si voleva tutelare di fronte all’irredentismo slavo e voleva preservare i propri confini e traffici
commerciali sull’Adriatico + Austria-Ungheria guarda alla “via per Salonicco” e quindi verso l’Egeo: non si
trattava solo di una pulsione difensiva, ma si trattava anche di trovare nuovi sbocchi economici
sull’Adriatico, facendo dell’Adriatico una sorta di monopolio, controllando di conseguenza anche l’Albania,
dove ci sarà un braccio di ferro con l’Italia (tutto questo sempre sotto sovranità nominale ottomana). Ecco
che l’Italia poteva sentirsi soffocata dalla presenza austriaca nell’Adriatico  nuovo motivo di scontro
possibile e potenziale tra stati appartenenti allo stesso sistema bismarckiano, il quale conteneva di già i
semi del proprio fallimento.
I Balcani, che Bismarck vedeva come luogo di pacificazione, erano in realtà un accomodamento parziale e il
futuro luogo di disputa! Ad esempio, la Romania si vedeva privata della Bessarabia (affidata a Russia), ma
riceveva la Dobrugia come “contentino”. La Romania sente allora che deve tutelarsi contro la Russia e cerca
un accordo con gli Imperi Centrali dal 1883. La Romania affianca la Triplice senza dirlo a nessuno e
nemmeno il governo lo sa: è re Karol che spinge e trova un accordo segretissimo con la Triplice per
proteggere la Romania da un eventuale attacco russo. Il parlamento non ne è informato perché esiste un
grandissimo irredentismo slavo e magiaro (vd. Transilvania, abitata da rumeni cui non vengono garantiti
diritti etnici, né giuridici), che guardano alla Romania come una sorta di Piemonte rumeno.
Nemmeno per la Russia il congresso di Berlino fu un successo e vennero soddisfatte poche sue aspettative:
quando nei Balcani si ritorna a smuovere la situazione, tutto questo movimento parte dalla Bulgaria,
governata dal nipote della zarina (Alessandro di Battenberg), che vuole affrancarsi dalla politica e
dall’influenza russa. Il principe diverrà sempre più scomodo per la Russia. (citata la Rumelia). La situazione
in Bulgaria preoccupa molto non solo l’Austria-Ungheria, ma anche gli stessi paesi che sono appena
diventati indipendenti. La Serbia stessa non vede con favore un ingrandimento della Bulgaria e mandava giù
faticosamente la politica espansionista bulgara; inoltre, i suoi interessi erano pienamente salvaguardati
dall’Austria-Ungheria e quindi la Bulgaria decide, certa di una vittoria, di intervenire contro i serbi, lungo il
cui confine erano schierate le proprie armate. La Serbia subisce una sconfitta e l’Austria-Ungheria pone
delle condizioni ben chiare da non oltrepassare per non scatenare un conflitto tra le due potenze
protettrici. La garanzia che tutto questo non avvenga sarebbe stato il sistema messo in piedi da Bismarck.
Tuttavia, la Germania e l’Austria-Ungheria avevano siglato anche un accordo a due, dove l’Austria-Ungheria
era saldamente sotto la protezione tedesca, anche militare (1885). Il profilarsi di una guerra tra le due
potenze porta Bismarck a cercare una mediazione tra i due paesi, anche se di fatto si delinea una situazione
di diverso peso assegnato dalla Germania ai suoi diversi alleati: succede quindi che l’Italia, pienamente
protetta dall’accordo, viene “sacrificata” come anello debole dell’accordo e per essa si concluderà qualsiasi
eventualità di veder riconosciute le proprie istanze di politica estera  Italia ha una ridotta potenza
politica, il cui peso è infatti inversamente proporzionale all’accordo tra Austria-Ungheria e Russia, tra le cui
non sarebbe dovuta esserci alcuna rivalità. Quando questa rivalità emerge, l’Italia diventa alleato più
prezioso, perché ben presto bisognerà ricostruire un nuovo sistema di equilibrio, di nuovo soddisfacendo
Austria-Ungheria e Russia.
Anche in Bulgaria presto nascono sospetti austriaci verso un tentativo presunto russo di far diventare la
Bulgaria un satellite russo: all’Austria-Ungheria si alzano le antenne e si partecipa alla ricerca di un nuovo
regnante. Si profila l’idea che sul trono bulgaro possa salire un ufficiale austro-ungarico cattolico,
Ferdinando di Sassonia …, alterando l’equilibrio di una zona che per Bismarck doveva essere sotto
l’influenza russa e non austriaca.
In questo malessere balcanico, nel 1887 l’Italia è in grado di rinegoziare la Triplice Alleanza, ridando vigore
alle proprie richieste di riconoscimento di un ruolo di maggior peso a livello internazionale: non più Italia
come anello debole, ma Italia può costituire un peso determinante ante temporum. La Germania ha
bisogno dell’Italia, perché si sta apprestando a deludere seriamente la Russia: Bismarck comincia a
costruire una serie di alleanze più traballanti, contraddicendosi a vicenda. All’apice della crisi tra Russia e
Austria-Ungheria, egli fa sapere all’ambasciatore russo che Germania e Austria-Ungheria erano legate da un
accordo bilaterale. Quando lo fa, Bismarck cerca di persuadere i russi da un attacco, il quale è inopportuno
e latore di guai per la Russia. Allo stesso tempo, Bismarck rimaneva saldamente convinto che il vero
pericolo sia l’accerchiamento tra il fronte occidentale e quello orientale: non bisogna far sentire la Russia
totalmente tradita dalla Germania! La Francia, considerata allora la culla di fermenti rivoluzionari o
conservatori, diventa allora una meta possibile per un’alleanza con la Russia, la quale potrebbe ingrandire
la propria sfera di influenza sul continente. In Francia tra l’altro sale al potere Boulanger, il rappresentante
del revanchismo più tremendo e scatenato.
D’altronde, la Russia non può certo guardare alla Gran Bretagna, con cui è in lotta per gli stretti e con cui
cominciano contrasti nelle zone periferiche dell’Impero, ovvero attorno all’India: si pensi all’interesse
espansionista russo verso l’Afghanistan.
Cresce anche il peso internazionale dell’Italia in occasione del primo rinnovo della Triplice, quando si
separano parallelamente i due accordi con Germania, la quale garantisce all’Italia un posto al sole e una
politica coloniale possibile (Tripolitania e Cirenaica diventano possedimenti appetibili per l’espansionismo
italiano, in quanto erano in decadenza ottomana, MA nasce un timore italiano per un possibile intervento
francese nel Nord Africa. Il casus foederis è quindi il casus belli: l’eventualità nella quale l’alleato ha
l’obbligo di intervenire. L’Italia non voleva più trovarsi davanti ad un fatto compiuto come avvenne nel
1881, anche perché essa sapeva benissimo che la Francia si stava rivolgendo verso il Marocco) e AustriaUngheria.
Crescono le tensioni tra Italia e Francia e quando sale al potere Crispi, che inizialmente aveva criticato
Depretis, si rivelerà un sostenitore acceso della Triplice alleanza, in funzione antifrancese e con sfumature
di intervento militare e potenziale politica espansionista. Si inizia a parlare della Triplice come accordo
militare che la renda effettivamente operativa: nel 1888 si inizia a negoziare un accordo militare che
prevede un invio di forze armate italiane sul Reno, in caso di aggressione non provocata a danno della
Germania e da parte francese. Si inizia a capire che qualcosa sta cambiando nelle relazioni europee e Crispi
ammette che lui e Bismarck stanno “congiurando per la pace europea”, a cui la Francia non crede
assolutamente. Aumenta inoltre la spesa militare sul bilancio pubblico italiano: Crispi vuole fare una politica
da grande potenza e prende a modello in questo Bismarck, iniziando ad espandersi a Massaua  si trova in
un’altra zona, è all’ingresso del Mar Rosso! Non bisogna dimenticare che l’Italia arriva tardi nel banchetto
coloniale, ma Massaua non infastidisce la Gran Bretagna, quanto provoca fastidio agli austriaci: le chiavi per
l’ingresso nel Mediterraneo passano per il mar Rosso e si rivolge verso l’Abissinia. Ecco la virata operata da
Crispi in politica estera: abbandono di qualsiasi tensione irredentista, anche in parlamento, per investire
totalmente sulla Triplice alleanza, anche in termini economici. Eppure l’Italia ha problemi interni, vedi la
situazione economica al sud Italia e la Francia nota benissimo questa situazione: nonostante il tentativo di
negoziare un accordo commerciale, Francia e Italia ingaggiano una lotta commerciale basata sulle tariffe
doganali e i rapporti economici tra Francia e Italia diventano squilibrati a favore della Francia  l’economia
italiana ne risentirà pesantemente, proseguendo un risentimento tra i due paesi che partiva dalla questione
romana e continuava con la questione coloniale.
Bismarck rinnova la Triplice Alleanza nel 1887 e rinnova il trattato d’amicizia con l’Austria-Ungheria, nel
tentativo di calmierare la posizione austriaca (politica di ragionevolezza nei Balcani), ma Bismarck sa che la
Russia potrebbe a questo punto decidere di allearsi con la Francia e quindi propone alla Russia un trattato
di contro-assicurazione contro una politica tedesca percepita come troppo sbilanciata a favore dell’AustriaUngheria: Bismarck garantisce il rispetto della benevola neutralità, qualora uno dei due paesi si trovi in
guerra contro un paese terzo (1887). In caso di guerra russa contro l’Austria-Ungheria o di Germania contro
la Francia, non cadrebbe quindi questa garanzia di benevola neutralità: ciò significa che, sintetizzando, la
Germania avrebbe potuto decidere in un senso o nell’altro quale dei suoi due alleati sostenere. Bismarck si
lascia le mani libere e non si preclude alcuna via, godendo sempre di legittimazione. Non esiste
l’aggressione tout court del paese cattivo contro il paese buono: ci sarà sempre un incidente, un casus belli,
una provocazione  aggressione non provocata diventa così un concetto estremamente aleatorio.
L’Italia riesce intanto ad andare oltre la clausola Mancini con l’approdo a Massaua, anche se l’Italia
vorrebbe in realtà far entrare la Gran Bretagna nella Triplice, facendola diventare una Quadruplice e
immobilizzando quindi sia la Russia che isolando definitivamente la Francia; tuttavia, nessuno ha il coraggio
di chiedere ciò e la Gran Bretagna non concepisce di vincolarsi ad alleanze continentali, preferendo agire
attraverso accordi che comportano minor vincolo. Ecco che quando la Gran Bretagna accetterà un accordo
con l’Italia, essa riceverà il nulla osta alla propria politica coloniale in Africa, il cui caposaldo è il
mantenimento dello status quo nel Mediterraneo e nel Nord Africa, con la Gran Bretagna che avalla la
volontà italiana di non vedere la Francia impossessarsi del Marocco, come fece nel 1881 con Tunisia 
l’Italia è ammessa alla discussione sulla politica nel Mediterraneo. Nel momento in cui status quo in Nord
Africa venisse meno, ciò non avverrebbe senza previo trattato.
Inoltre, i contrasti anglo francesi nel Mediterraneo sono in crescita, perché di mezzo c’è l’Egitto ed
entrambe le potenze sapevano che chi avrebbe controllato le sorgenti del Nilo avrebbe poi controllato tutta
l’Africa (vd. Incidente di Fashoda).
Per quanto riguarda l’estremo Oriente, questione a cuore dell’ Austria-Ungheria e dell’Inghilterra, si cerca lì
di tenere a freno l’espansionismo russo verso l’Oriente e verso gli stretti: l’Austria-Ungheria e la Gran
Bretagna parlano del mantenimento della libertà degli stretti, dove la libertà era sì per tutti, tranne che per
la flotta russa. Esse concordano inoltre sul mantenimento del decaduto Impero Ottomano, verso cui la Gran
Bretagna si era garantita una posizione di favore, ma non la prevaricazione. (ad esempio, il governatore
Rumelia orientale era eletto dall’Impero Ottomano nominalmente, sempre con approvazione della GB).
Nel 1888 muore il re Guglielmo IV, il sovrano tedesco che aveva lasciato carta bianca a Bismarck  la nuova
politica estera tedesca, in quanto alle soluzioni diplomatiche paventate e sempre favorite da Bismarck, ora
la nuova classe politica proponeva una politica di efficiente e veloce riarmo, con un attacco preventivo alla
Russia. Il trono passa al nipote di Guglielmo, contraddistinto da una soggiacenza a varie influenze e non
particolarmente intelligente. Egli subisce quindi i vari umori della cancelleria berlinese: parrebbe che
Guglielmo sia pronto a rinegoziare il trattato di contro-assicurazione ormai scaduto con la Russia, ma molto
abilmente Guglielmo riceve un documento, in cui sembra che lo zar parlasse di lui come un ragazzo
maleducato e infido. L’imperatore percepisce quindi il tradimento russo e si rende conto che Bismarck gli
ha celato questo documento, considerandolo un politico marginale in politica estera: Guglielmo si infuria e
Bismarck non accetta di rinegoziare il trattato di contro-assicurazione  tanto vale non correre il pericolo
di una guerra su due fronti! Inizia così l’elaborazione del piano Schlieffen, piano di tattica e strategia veloce
di guerra, sostenuto dagli junkers, i nobili guerrieri tedeschi.
13.03.2014
Il primo rinnovo della Triplice Alleanza è in realtà conosciuto anche come seconda edizione della Triplice,
riferendosi con queste due espressioni al trattato rinnovato nel 1887. L’Italia del 1887 riesce ad ottenere
che la Triplice non si limiti più a quel carattere di uscita dall’isolamento diplomatico, come era stato per la
prima stesura, ma riesce a soddisfare le proprie istanze riguardo alla possibilità di una politica coloniale in
Nord Africa, prevendendo l’eventualità di colpo di mano francese e ottenendo dalla Germania la garanzia
che se ci fossero stati fastidi con la Francia riguardo alle questioni coloniali, la Germania avrebbe protetto
l’Italia dalle ire francesi. Per quanto riguarda l’Austria, essa riconosce quello che diventerà il principio dei
compensi, rivolto soprattutto allo status quo nei Balcani: qualsiasi modifica dello status quo sarebbe dovuto
essere concordato e compensato territorialmente. Questo principio va tenuto ben a mente, perché esso
genera incomprensioni e fraintendimenti, che risorgeranno all’alba della prima guerra mondiale e che non
verrà mai dimenticato dagli irredentisti e dall’opinione pubblica italiana (giornali e classe dirigente,
concetto forse eccessivamente moderno per questo periodo in Italia). L’opinione pubblica italiana era
quindi ancora embrionale.
Il principio dei compensi dà luogo al fraintendimento di base, riguardo all’eventualità che, qualora l’Austria
avanzi nella sua strada verso Salonicco inoltrandosi nei Balcani e trovandovi delle soddisfazioni ai propri
appetiti territoriali, l’Italia avrebbe potuto ragionevolmente avere più chances rispetto alle proprie
speranze di una futura annessione del Trentino. Tuttavia, questa eventualità era esclusa ad ogni livello
dall’Austria-Ungheria, che non avrebbe concesso nulla altro oltre ai territori ceduti nel 1866 all’Italia.
Inoltre, operare cessioni territoriali all’Italia avrebbe portato ogni nazionalità a rivendicare dei territori 
politica dei compensi non contempla il Trentino. Nel 1887 l'Italia diventa inoltre un elemento necessario
per la politica tedesca e la Germania preme di più sull’Austria, affinché accetti anche alcune condizioni e
richieste italiane avanzate nei Balcani, nonostante l’Austria-Ungheria considerasse l’Italia un’intrusa nei
Balcani. Altro attore fondamentale con cui Austria-Ungheria deve confrontarsi nei Balcani è la Russia.
La triplice passa da un solo accordo a due accordi separati, uno con la Germania e uno con l’AustriaUngheria. Il motivo dei due accordi è che l’Austria-Ungheria non accetta di garantire il rispetto delle
clausole riguardanti il Nord Africa e l’ Austria-Ungheria non si fa garante delle istanze italiane nei Balcani.
Nel 1891 si parla del secondo rinnovo della triplice e in quell’occasione cade la struttura del primo rinnovo
(ovvero i due accordi separati), ma nella sostanza gli articoli non vengono toccati  un unico accordo a tre
vincola maggiormente gli attori coinvolti nelle garanzie che offrono. L’Austria è inoltre chiamata a farsi
responsabile della garanzia tedesca sulle future eventuali acquisizioni coloniali dell'Italia e la Germania è
chiamata a farsi garante del principio dei compensi, secondo il primo articolo del primo rinnovo della
triplice nei trattati tra l’Austria e l'Italia. Il primo articolo del primo rinnovo del 1887 diventa nel secondo
rinnovo e nell’unico trattato l’articolo 7 della triplice alleanza, che garantisce principio della consultazione
in caso di modifica dello status quo nei Balcani  l’instabilità politica europea deriva dalle questioni
balcaniche.
Nel 1891 avviene il secondo rinnovo triplice: ormai è chiara l’idea in Europa che la triplice alleanza preveda
anche un accordo militare, come pattuito dal 1888 da Italia e Germania, previsto rispettivamente nelle zone
dell’arco alpino e sul Reno. Il coinvolgimento militare in realtà contribuisce a creare in Europa un processo
di polarizzazione delle alleanze, processo pericolosissimo che innesca dei meccanismi di creazione di due
blocchi rigidi e contrapposti, che avanzano ragioni legittime di difesa  contrapposizione rigida tra blocchi
in Europa è un elemento estremamente pericoloso. Le ragioni di difesa sono essenzialmente continentali e
riguardano i Balcani e le questioni coloniali, anche se a breve inizieranno anche i primi screzi sul fronte
orientale. La polarizzazione inizia certamente nel 1890, quando finisce l’era bismarckiana e il concetto di
equilibrio in base al quale la funzione fondamentale della Germania era quella di tenere separate Russia e
Francia: la Germania avrebbe dovuto alleviare le naturali diffidenze della politica russa nei confronti di
quella tedesca, proprio perché la politica tedesca era così costantemente coesa con le istanze austriache.
Bismarck, essenzialmente attraverso lo strumento della contro-assicurazione verso la Russia, tenta di non
alimentare la diffidenza, ma al contrario di farla venir meno. Con la caduta di Bismarck, che cade proprio su
una questione legata al rinnovo del trattato di contro-assicurazione, prendono piede nel ministero degli
esteri e nella cancelleria altre tendenze e prende piede una concezione della politica del reich abbastanza
diversa da quella bismarckiana, espansiva e a tutto tondo  Weltpolitik e politica coloniale. È errato dire
che Germania bismarckiana non aveva politica coloniale, perché una grossa parte delle acquisizioni
territoriali tedesche vennero fatte durante il periodo bismarckiano, ma semplicemente in quel periodo la
Germania era riuscita a garantirsi delle colonie e delle espansioni territoriali senza urtare la Francia o la
Gran Bretagna. Per principio Bismarck non era un anticolonialista, ma sicuramente aveva una visione
eurocentrica, in cui la politica coloniale era un questione di second’ordine. In primo piano stava la
questione della politica continentale europea, dove la Gran Bretagna non avrebbe mai dovuto mettere il
becco per non insidiare il dominio continentale tedesco. I Balcani sono considerati da Bismarck una
polveriera per l’equilibrio europeo e sono essenziali perché lì si gioca il contrasto austro-russo, cosa che
non doveva scoppiare per evitare l’accerchiamento della Germania e la disgregazione del suo sistema di
alleanze. Nel 1890, quando prendono piede altre correnti di pensiero nella cancelleria, iniziano a farsi
strada delle idee che affermano che la Germania ha libertà reale di manovre (secondo Bismarck
inesistente), senza essere costantemente ossessionata dall’attacco su due fronti. L’evoluzione del pensiero
esterno tedesco passa anche per la disgregazione nel 1890 del principio di equilibrio europeo secondo il
sistema bismarckiano. Il Kaiser inoltre era un individuo estremamente permeabile a certe influenze e a
giochi estremamente complessi in questa fase. In Germania cambia infatti il pensiero strategico e si inizia
ad elaborare il piano Schlieffen, piano strategico con cui la Germania arriva alla guerra: esso viene
concepito in questo periodo e prevede che la Germania dia per scontato l’attacco su due fronti  l’incubo
di Bismarck diventa qualcosa di assodato nella nuova politica strategica tedesca + si dà per scontata
un’alleanza franco-russa e si pensa che la potenza militare tedesca sia assolutamente in grado di reggere
una guerra su due fronti. La Germania, per avere garanzia di pieno successo militare, dovrà prima
annientare la Francia e poi volgersi verso la Russia con il pieno delle proprie forze  l’estrema ratio della
guerra su due fronti, che rappresentava il fallimento della politica bismarckiana, diventa ora il paradigma
dominante in Germania. Occorreva dunque
1. Lasciar cadere il trattato di contro-assicurazione, facendo percepire ai russi i cambiamenti della
politica strategica tedesca
2. Nel 1891, il secondo rinnovo della Triplice avviene in una situazione di confusione sullo scenario
internazionale: non si capisce se siano previsti anche accordi militari dietro alle alleanze politiche.
La Francia ha le antenne tese e aumenta la tensione tra Germania e Francia, la quale commette
l’errore di ritenere che l'Italia possa essere indotta ad allontanarsi dalla Triplice attraverso la
pressione economica e finanziaria (guerra doganale e non rinnovo dei trattati commerciali): al
contrario, l’Italia si stringe ancora più saldamente alla triplice alleanza  politica dei giri di valzer e
crescente avvicinamento dell'Italia alla Francia, che si rende conto che non servono ricatti e
intransigenza verso l'Italia. Piuttosto la Francia voleva sapere le clausole dell’accordo militare della
Triplice, ma a questo punto l’Italia non può far altro che rimanere nell’alleanza, al di là delle
maggioranze parlamentari più o meno tripliciste.
L’Italia può trovare i suoi spazi anche all’interno della Triplice, che non diviene più discutibile e che
permetterà all’Italia di trovare vari accomodamenti: viene riconosciuto il principio dei compensi, viene
accordata la garanzia delle istanze coloniali dell’Italia e viene mantenuta la clausola della desistenza nei
confronti della Gran Bretagna: questi diventeranno poi gli accordi mediterranei nel primo rinnovo, che non
verranno invece rinnovati nel secondo nel 1891, quando la Francia sarà convinta che la triplice non si è solo
rafforzata militarmente, ma ha anche inglobato la Gran Bretagna. In realtà la convinzione francese è
sbagliata e la Gran Bretagna gode ancora, pur difficilmente, della sua condizione di splendido isolamento.
La Francia teme la Triplice, ha rapporti pessimi con l’Inghilterra e stanno per esplodere i conflitti con la Gran
Bretagna sull'Egitto, che esploderanno nel 1898 con l’incidente di Fashoda. I francesi non sono disposti ad
accettare il che il Sudan sia inglese e i rapporti resteranno tesi. Ecco che nel 1891 ormai si sta facendo
strada l’idea della possibilità di un’alleanza Russia-Francia: nonostante i rapporti non siano così piani e
semplici tra le due potenze, anzi, sembra ci sia una sorta di incompatibilità naturale tra i due, con la Russia
che prova orrore per la Francia repubblicana, giacobina, che è temuta e pericolosa, la loro alleanza appare
quella più verosimile al momento.
I tedeschi son così inabili nella loro politica estera dopo la caduta di Bismarck che riescono a far cambiare
idea alla Russia e a far ingoiare allo zar il rospo di un’alleanza che consente alla Russia di uscire
dall’isolamento e che di fatto è l’unica strada percorribile per la Russia: qualsiasi contrasto con l'Austria non
sarebbe stato protetto da alcun trattato di contro-assicurazione sul fronte tedesco e quindi si può postulare
che qualsiasi contrasto con l’Austria nei Balcani avrebbe portato la Germania ad intervenire a favore del
suo alleato, l'Austria, nei Balcani con l’aggravante dell’intervento della Gran Bretagna  paura russa e
francese! La Russia inizia a mostrare i propri interessi in Oriente e sugli stretti e altrettanto isolata è la
Francia, che non ha vincoli con nessuno, ma ha contrasti coloniali con la Gran Bretagna, che hanno come
fulcro centrale l’Africa e l’Indocina. È evidente che tutte le circostanze internazionali sembrano spingere la
Francia e la Russia una nelle braccia dell’altra e l’avvio del negoziato per la loro alleanza avviene nel 1894
quando però, già nel 1892, l’alleanza si era compiuta con una convenzione militare, che ne rappresentava il
braccio operativo e tecnico. La prima caratteristica del negoziato franco-russo sono i contatti conosciuti
anche a livello internazionale: vi è una reciprocità di visite ufficiali e di contatti di vertice. L’oggetto
dell’alleanza è l’eventualità di un’aggressione e in generale, in questa fase, ciò che muove tutti i paesi verso
la ricerca di alleanze è un’esigenza difensiva e, in alcuni casi, anche il desiderio di uscita dall’isolamento
diplomatico per tutelare la propria posizione internazionale. La Russia non stava pensando ad un colpo di
mano garantito da un appoggio francese, ma a garantirsi sicurezza di fronte alla crescente instabilità del
continente europeo. Al contrario, la Francia teme l’appoggio tedesco all’eventuale attacco italiano, che in
realtà non era in preparazione, perché anch’essa continua a pensare in termini difensivi. Addirittura, Crispi
e la classe dirigente guardavano ancora alla Francia come potenziale aggressore e si considerava ancora
aperta la questione romana. La Francia e la Russia si alleano quindi per la paura di un attacco e l’alleanza
con la Russia diventa un rospo da ingoiare anche per la Francia, la quale fa una retata di anarchici russi e dà
un primo segnale politico alla Russia circa l’orientamento francese in politica interna.
L’accordo con la Russia prevede l’intervento francese nel momento di un attacco ai danni di Russia da parte
della Germania o dell'Austria e dalla Germania insieme; viceversa, la Russia garantiva il suo intervento in
caso di Francia attaccata da Germania o da Germania e Italia contemporaneamente. Non si prevede alcun
lasso di tempo teso ad allentare i vincoli alle alleanze (vincolo della previa consultazione), salvo il caso in cui
la Russia venga attaccata dall'Austria: Francia interverrà previa consultazione, altrimenti sarebbe stata
immediatamente invischiata nelle beghe balcaniche tra Russia e Austria-Ungheria. Laddove le questioni
dell’alleato sono calde (vd. Balcani), l’alleato non voleva essere direttamente collegato. La convenzione
militare tiene conto delle frontiere: l’Austria e la Francia non confinano e diventa difficile un’immediata
invasione della Francia in caso di attacco austriaco.
Il momento è estremamente complesso e la formalizzazione dell’alleanza franco-russa avviene nel
1894,anche se essa nasce già due anni prima: bene o male si è rotto il tabù che due paesi politicamente e
culturalmente così diversi possano trovare un’alleanza vera, che diverrà in futuro l’Entente, cui si unirà
anche l’Inghilterra, seppur con dei vincoli molto meno solidi rispetto a quelli che legavano Francia e Russia.
Peraltro, la polarizzazione non è conclusa fintanto che l’Inghilterra mantiene il suo splendido isolamento, la
sua piena autonomia, che essa si può garantire attraverso la sua superiorità sui mari. Tuttavia, nella nuova
concezione politica tedesca, si modifica anche la percezione dei rapporti con la Gran Bretagna in modo
abbastanza confuso: in realtà, la Germania pensa di mantenere un rapporto stabile e non conflittuale con la
Gran Bretagna, ma allo stesso tempo la Germania ritiene di poterlo fare portando avanti una politica di
riarmo navale a partire dalla seconda metà degli anni ’90. In quel periodo, la Germania agiva secondo le
idee della geopolitica dell’epoca, che propugnavano l’idea della forza navale come chiave indispensabile
per il dominio non solo sui mari, ma in senso più globale. Ecco che la Germania abbraccia l’ideale della
Weltpolitik, una politica mondiale che ha una concezione globale dell’interesse tedesco, in cui le
acquisizioni coloniali non sono più elementi marginali, ma anzi diventano i nuovi obiettivi dell’ambiziosa
politica tedesca  qualsiasi potenza dovrà fare i conti con la Germania. Ecco che la Germania si impiccerà
in questioni in cui prima la Germania non era intervenuta e aveva spesso lasciato l’ultima parola alla Gran
Bretagna; ad esempio, azioni volte a far frenare l’espansionismo francese in Nord Africa o perlomeno a
segnalare alla Francia che senza il consenso tedesco non si poteva compiere alcun passo. Nel fare questo, la
Germania non intendeva inimicarsi l’Inghilterra, perché ciò sarebbe illogico, ma vuole da un lato stabilire e
oscurare il ruolo di primo piano della Germania sul continente europeo, nella convinzione che la Gran
Bretagna possa essere convinta a stringere un’alleanza con la Triplice proprio nel momento in cui le si
dimostri quanto la Germania sia in grado di portare avanti delle azioni di disturbo nei suoi confronti
politica delle inutili provocazioni alla Gran Bretagna, che si manifesta ad esempio in Sud Africa, nella
regione del Transvaal, una regione estrattiva soggetta ancora all’influenza boera. In questa fase,
l’autonomia del Transvaal diventa un elemento sempre più pesante per la Gran Bretagna: infatti, il grosso
dei minatori sono inglesi i cui diritti non vengono sostanzialmente riconosciuti e c’è una disparità di
trattamento tra inglesi e boeri. Avviene quindi un colpo di mano ordito dalla Gran Bretagna per togliere di
mezzo il governatore del Transvaal (von Krüger), che non riesce e la Gran Bretagna dichiara
immediatamente la propria estraneità ai fatti. In quel momento, il Kaiser invia al governatore (nel
frattempo rispristinato) un telegramma per congratularsi di essere riuscito a mantenere il proprio dominio
sulla regione  anche questa azione è volta a disturbare la Gran Bretagna in una zona in cui essa riteneva
di avere la mano libera.
La Germania invece vuole farle sentire il fiato sul collo, per spingerla a rompere il proprio splendido
isolamento ed accelerare la propria adesione alla Triplice Alleanza, a cui la Gran Bretagna si era avvicinata
con gli accordi mediterranei e la clausola Mancini. In realtà questa politica ottiene l’effetto contrario e nel
momento in cui si risolveranno gli screzi coloniali anglofrancesi, la Gran Bretagna marcerà verso un’alleanza
con la Francia, in quanto la Gran Bretagna si riterrà minacciata dalla politica di riarmo navale tedesco e non
gradirà le continue infiltrazioni tedesche negli affari coloniali inglesi  errata percezione della realtà da
parte di Berlino, che immagina i contrasti tra Francia e Gran Bretagna come insolvibili. Al contrario, dopo
Fashoda, culmine della tensione tra i due stati, il percorso diverrà in discesa e le due potenze si
accorderanno sulle questioni coloniali, creando la cornice alla loro futura alleanza cordiale.
La scarsa visione degli strateghi tedeschi compì così un errore grossolano, ma legittimo: si ritenevano
insanabili i conflitti con la Francia nelle colonie e con la Russia nell’Asia Centrale. Se la Germania avesse
praticato una politica accomodante verso la Gran Bretagna, come aveva fatto fino ad allora, avrebbe potuto
ripetere la firma di accordi come gli accordi del Mediterraneo, i quali costituirono un bel passo avanti per la
Triplice Alleanza.
L’elemento italiano rappresenta qui un elemento di estraneità: Crispi (tornato al potere nel 1893) ritiene
fondamentale la triplice alleanza, abbandonando l’opzione irredentista, anche perché la Libia e l'Abissinia
saranno i prossimi passi della politica estera italiana. La visione strategica italiana si attesta su un
allargamento delle proprie posizioni sul Mediterraneo e nel Mar Rosso, insediandosi a Massaua e
immaginando che il Mar Rosso sia la chiave per il Mediterraneo. La tardiva politica coloniale italiana si
disegnava così degli spazi in cui si riteneva che l’Italia non avrebbe nuociuto né alla Francia né alla Gran
Bretagna, la quale sembra avallare da subito gli interessi italiani a Massaua, posta immediatamente dopo
l’occupazione sotto il controllo italiano. Tuttavia, la Francia si irrita quando vede che l’espansione italiana,
dopo essersi attestata sulla Baia di Massaua, procede verso l’interno. Crispi, tuttavia, si cura poco
dell’interesse francese, perchè ritiene che qualsiasi percorso coloniale debba essere portato avanti con un
preventivo assenso della Gran Bretagna, dominus assoluto del Mar Mediterraneo. In realtà, l’Italia sta
pensando di ritagliarsi uno spazio proprio, anche perché appunto è stato individuato uno spazio espansivo,
ma c’è il contrasto con la Francia e la difficoltà di trovare un compromesso accomodante con i vari re delle
tribù abissine. Un protettorato non sarà quindi così semplice da imporre, nonostante la firma nel 1889 del
trattato di Uccialli, che di fatto sanciva il protettorato italiano sull'Abissinia. Gli abissini non erano molto
disposti a riconoscere il protettorato italiano e l’Italia inizia da subito a sottovalutare quella che può essere
la realtà abissina  nel 1893 il rais abissino denuncia il trattato di Uccialli, che non viene riconosciuto
dall’Abissinia e l’Italia inizia a prepararsi per un conflitto, che essa pensa di vincere facilmente. Ottenuto nel
1891 il pieno assenso inglese, l’Italia si era accontentata di esso e si vedeva riconosciuta la propria
influenza sull'Abissinia, che però non è sufficiente  il rais inizia ad accumulare armi attraverso il porto di
Djibuti, nelle mani della Francia, che è ben felice di infastidire i disegni italiani. La Francia ha questo
atteggiamento perché l’obiettivo francese non è tanto l’Italia, quanto l’Inghilterra, di cui l’Italia è
considerata un cliente in Africa orientale, dove la competizione tra le due potenze è totale. L’Italia è
dunque vittima della competizione anglofrancese su tutta l’Africa orientale, con la Francia che riarma gli
abissini e l’Inghilterra che accorda un tacito benestare sulle istanze italiane, che non è da intendere come
legittimazione. Tuttavia, inizia l’avanzata italiana, da subito ben più difficile di quello che si pensava e
traballa anche la preparazione diplomatica che l’Italia aveva posto in essere: l’alleato tedesco non si
dimostra pronto a sostenere le istanze italiane contro la Francia, adducendo come ragione il carattere
difensivo della Triplice Alleanza a fronte di un desiderio espansionistico italiano, che non contemplava
l'Abissinia. Nel gennaio 1896, quando si concretizza la sconfitta di Adua, l’Italia si scontra con un insuccesso
drammatico, che la segnerà a lungo. La mancata conquista dell'Abissinia rappresenta la frustrazione dei
legittimi appetiti coloniali italiani sull’Africa e la sconfitta subita da parte di “selvaggi” è un’onta
pesantissima. Questa causerà la caduta di Crispi e costringerà la politica estera italiana ad un drammatico
ripensamento: fino a questo momento non ci sono stati frutti da parte della politica estera italiana e la
Germania ha ragione quando non vuole sostenere l’impresa coloniale italiana  che politica aveva creato
l’Italia?
L’approccio della discussione politica italiana sulla politica estera va a ridiscutere la triplice alleanza, che
non ha portato garanzie all’Italia  che garanzie può avere l’Italia e è davvero giusto rischiare di avere
contro anche la Gran Bretagna, irritata dalla nuova politica tedesca? Non soltanto c’è il rischio di trovarsi
contro la Francia senza un’adeguata protezione tedesca, ma l’Italia corre anche il rischio di trovarsi
contrapposto un potenziale alleato nella politica coloniale italiana come la Gran Bretagna. Sorge quindi
l’interrogativo rispetto alla Triplice e si sente la necessità di riproporre con forza la clausola Mancini,
ribadendo la non-volontà di istigazione della Gran Bretagna. Da questo punto di vista, i tedeschi sono
abbastanza sordi: la Germania sa benissimo che la strada per l’Italia è già segnata e non è ipotizzabile
un’alleanza italiana con la Francia, però, se non è pensabile un passaggio di alleanze, è pensabile un
ripensamento del rapporto italiano con la Francia, con cui si tenta di riaprire un dialogo. Ecco che inizia un
equilibrismo della politica italiana, la famosa politica dei giri di valzer, che lascia il marito tedesco per
ballare con la Francia e che diventa la connotazione principale della politica estera italiana tra la fine
dell’Ottocento e l’inizio del Novecento  la percezione della triplice non è quella percezione esclusiva che
si aveva in epoca crispina, ma è ormai solo una delle possibili scarpe in cui tenere i piedi.
14.03.2014
La sconfitta di Adua costituisce a tutti gli effetti un momento di necessario ripensamento della politica
estera italiana e di ridimensionamento delle mire coloniali italiane, che si estendevano dall'Abissinia e dal
Mar Rosso alla Tripolitania e alla Cirenaica, dove occorreva scontrarsi con la Francia, senza dimenticare che
quei territori sono ancora formalmente sotto la sovranità ottomana. In effetti, l’azione italiana in Libia è
condotta a largo spettro e si concluderà con la guerra del 1911, ma che ha una lunghissima preparazione,
con l’Italia che cerca di presidiare economicamente, finanziariamente, militarmente quei territori. Si cerca
di avviare una rete di finanziamenti italiani in Libia, legando economicamente queste due zone e cercando
di rendere la Libia un’enclave italiana (vd. Apertura di filiali del Banco di Roma in Libia). Anche la rete
spionistica si attiva per scalzare il potere italiano in quei territori, accrescendosi per permettere
l’espansione italiana in Libia, anche perché la zona del Mar Rosso è off-limits per la presenza britannica.
L’Italia inizia quindi a ricercare il dialogo con la Francia, assente per la prima metà degli anni ’90 per
questioni come quella romana o le varie guerre doganali e commerciali; in qualche modo, dopo Adua, la
scelta di arrivare ad una forma di dialogo franco-italiano è rimessa alla Francia, perché da parte italiana c’è
la volontà esplicita di avvicinarsi. Tuttavia, nel 1896 l’Italia rinnova la Triplice senza particolare
convincimento, anche perché l’Austria blocca qualsiasi espansione italiana nei Balcani e, al contempo,
l’alleanza con la Germania inizia ad essere non idonea, non adeguata agli obiettivi perseguiti dalla politica
italiana  per espandersi in Libia occorre l’avallo anglofrancese, con la Gran Bretagna che si attesta su
posizioni di reticenza rispetto ad un accordo e la Francia che prosegue la sua politica del più forte con
l’Italia, imponendole delle condizioni politiche per arrivare ad una forma di dialogo e di accomodamento
economico, commerciale e politico.
Tuttavia, lo splendido isolamento della Gran Bretagna si sta per incrinare: essa inizia a capire che molto
probabilmente, è necessario stipulare accordi che le consentano il mantenimento dei suoi principali
interessi imperiali, che risiedono nell’agibilità e nel primato pieno del Mediterraneo e nella tranquillità
inglese rispetto alle questioni aperte con la Francia riguardo alle colonie, ad esempio. La Gran Bretagna
vuole riprendersi il Sudan, toccando così la questione egiziana, che sfocerà nella crisi del 1898 con
l’incidente di Fashoda.
Tutto questo porta la Gran Bretagna a cercare un possibile dialogo con la Germania, per la ragione già citata
della politica a “doppio binario” tedesco, che determina che da un lato la Germania voglia affermare la
propria Weltpolitik (tra l’altro, questi sono gli anni in cui la Cina conosce una feroce industrializzazione e si
risvegliano degli interessi tedeschi anche in Estremo Oriente  applicazione dei diritti ineguali =
prerogative economiche e territoriali riservate ai paesi europei, per cui ogni stato si sarebbe preso una
parte di territorio su cui esercitare delle forme di assoluto privilegio), dall’altro la competizione si rivolge
verso tutti i paesi europei. Ciononostante, la Germania concepisce ancora la bontà dei propri rapporti con
la Gran Bretagna, mentre la Francia rimane fuori da qualsiasi disegno di alleanza tedesca, con l’eventualità
che la Germania conceda una minima autonomia all’Alsazia-Lorena, cosa che Germania si guarda ben dal
fare. In Francia risorge il revanchismo, che si manifesta anche in politica estera, e rimangono stabili le
tensioni con i tedeschi. La Germania può dunque procedere nell’avvicinamento alla Gran Bretagna, nel
tentativo di cercare la quadratura del cerchio con essa e raggiungendo l’obiettivo di una Francia isolata.
Inoltre, la Germania continua a pensare di doversi affermare come potenza navale, soprattutto sul mare del
Nord e così stabilire l’inattaccabilità della Germania, che nonostante ciò, non sta pensando ad un attacco
verso la Gran Bretagna, ma al contrario ad un’alleanza! Per affermare la Weltpolitik, la Germania rischia di
rimanere chiusa in un’alleanza che è destinata a diventare sempre più sterile come la Triplice  politica
estera miope esercitata dai tedeschi. Nel 1898, la crisi con la Francia è un momento drammatico e lo
scontro di Fashoda è un vero e proprio scontro militare per il dominio dell’Egitto. Si può quindi postulare la
possibilità di un conflitto contro la Gran Bretagna, con la Francia che sta intanto vivendo un momento di
crisi interna dovuto allo scoppio e alla perpetrazione del caso Dreyfus. L’unico alleato francese appare
quindi la Russia, la quale potrebbe partecipare al conflitto, ma essendo la sua flotta bloccata nei mari del
nord, è impossibile per la Francia ingaggiarsi in un conflitto  emergono per la prima volta i limiti
dell’alleanza franco-russa, in quanto l’alleanza militare non riesce a scattare tra le due potenze e questo
blocca di fatto l’alleanza. Inoltre, la Russia era interessata a tutto, tranne che ad intromettersi in conflitti
contro la Gran Bretagna per le questioni coloniali francesi: questa è una follia!
La soluzione possibile è quindi la ricerca di un accordo, che non può che essere un accordo generale
complessivo sulla divisione delle sfere di competenza tra Gran Bretagna e Francia, che si compirà
solamente con l’Entente Cordiale del 1904. Essa può forse garantire all’Italia proprio ciò che essa sta
cercando, ovvero la possibilità di aprire un negoziato, in quanto in Italia c’è la volontà di portare avanti una
politica estera commisurata ai mezzi che essa ha a disposizione, per ottenere in ogni caso la Libia. Questo
tipo di accordo si può ottenere solo quando cambia la dirigenza in Francia, che significa cambio di
ambasciatore in Italia e del ministro degli esteri, che indicano come la Francia finalmente capisca che la
triplice alleanza in realtà può essere svuotata dei propri contenuti principali. Non necessariamente la
Francia deve pretendere dall’Italia la denuncia dell’accordo della triplice alleanza, ma essa può
assolutamente rivestire un’importanza minore nella politica estera italiana, nel caso in cui la Francia si
predisponga in maniera migliore nei confronti dell’unico interesse avanzato dall’Italia, cioè la desistenza
sulla Tripolitania e la Cirenaica (tacito avallo della Francia). Si assiste dunque in questa fase ad una
interpretazione molto più libera dei vincoli previsti dalla triplice, con l’Italia che cerca di ritagliarsi uno
spazio più ampio al di fuori della triplice. Questo anche perché l’Austria non mostrava cenni di concessioni
nei Balcani, continuando ad esercitare la propria influenza sulla Bosnia e sul Sangiaccato, mentre rimaneva
aperta l’opzione della loro annessione. L’Austria rimanda sine die questa annessione e il suo errore è di non
procedere all’annessione della Bosnia Erzegovina proprio ora che l’Austria esercita ancora una buona
influenza sulla Serbia. Inoltre, nel 1898 Russia e Austria siglano l’ennesimo accordo sui Balcani, in cui
continua un dialogo tra sordi: gli austriaci intendono acquisita la possibilità di una futura annessione di
questi territori, considerata invece dalla Russia una modifica dello status quo nei Balcani. Su questo
converge con l’Italia, nel senso che anche l’Italia considera queste annessioni una modifica dello status quo,
che ridestano il diritto italiano di essere ricompensata, ma l’Austria ritiene che questa prerogativa le derivi
in realtà già dal congresso di Berlino e quindi non va interpretata come modificazione dell’equilibrio. Russia
e Austria non condividono quindi la stessa concezione di modificazione dello status quo!
In questo quadro, la rigidità austriaca rispetto alla propria politica nei Balcani, la rigidità tedesca rispetto
alla Weltpolitik e all’apertura con la Gran Bretagna, la crisi del ‘98 e la crisi interna in Francia portano
all’avvicinamento con l’Italia. Una prima fase negoziale si conclude con un accordo fondamentale nel
gennaio 1901 per garantire all’Italia la possibilità di modificare lo status quo in Tripolitania e Cirenaica in
conseguenza aad un atto analogo francese in Marocco; lo scambio tra Francia e Italia avviene su queste
basi, a pochissimi giorni dal rinnovo segreto della triplice nel 1901. I contenuti della triplice nel 1901 e i
contenuti dell’accordo reggono perché l’Italia ritiene di non avere in alcun modo alterato il senso della
triplice, ma di essersi solo garantita un appoggio della Francia verso il soddisfacimento delle richieste
italiane, ma è evidente che la realtà è cambiata dal 1882.  la triplice non è più il perno attorno al quale
ruota la politica estera italiana! Italia ha un marito, la Germania, e un amante, la Francia, con cui intrattiene
relazioni parallele e da cui cerca di trarre il massimo. Il punto interrogativo rimane solo sull’accordo militare
del 1888 che lega Italia e Germania, anche se esso viene ridiscusso e alterato in alcune sue clausole, in
quanto non sembra essere così necessaria la presenza italiana sul Reno.
L’Italia, in realtà, sta cercando di consolidare un sistema diplomatico di alleanze che le consentano il
raggiungimento di obiettivi ad ampio raggio, come quello libico. L’accordo del 1901 è destinato a
modificare la politica italiana, ma allo stesso tempo esso trascende il postulato che l’Italia possa agire in
Libia in un secondo tempo, solo quando la Francia agirà in Marocco, viene a cadere. Il secondo accordo,
infatti, l’accordo Prinetti-Barrère, consente all’Italia di agire liberamente in Tripolitania e Cirenaica
indipendentemente dalla situazione francese in Marocco. È chiaro che questa libertà d’azione passa
attraverso un passaggio più difficile da far collimare con la triplice alleanza, perché Francia e Italia si
promettono una neutralità reciproca in caso di aggressione o in caso una delle due decida di andare in
guerra in seguito ad una provocazione diretta; all’interno della triplice, l’Italia ha invece garantito il proprio
intervento a fianco della Germania, qualora vi sia un intervento militare da parte della Francia. Viceversa,
ora garantisce alla Francia una benevola neutralità in caso di aggressione tedesca e consultazione in caso la
Francia decida una guerra perché ha subito una provocazione, che delinea un ampio spettro di possibilità.
Quando un paese ha in piedi un accordo come la triplice e uno come il Prinetti-Barrère, si ampliano le
possibilità italiane di comportamento in caso di guerra franco-tedesca. Forse l’operato di Prinetti è
discutibile, ma di fatto questo è ciò che fece Bismarck a sua volta.
In questa fase l’atteggiamento tedesco si può definire di incosciente arroganza, che la porterà ad avere
come unico vero alleato l’Austria, vincolandola così ad un unico tipo di percorso. Nel 1902 succedono due
cose importanti: l’accordo Prinetti-Barrère con distacco dell’Italia dalla triplice (avvicinamento Francia-Italia
è vero strumento per spezzare la triplice al proprio interno, sfruttando l’alleato meno soddisfatto) e nel
1897 si arriva anche ad un accordo sulla mantenimento dello status quo in Albania, formalmente sotto
sovranità ottomana, ma informalmente zona di influenza austro-italiana, dove si decide che nessuna delle
due prenderà il sopravvento sull’altra. L'Albania è considerata un presidio adriatico fondamentale per
chiudere l’Adriatico e l’Italia cita ripetutamente Valona e Saseno, dove essa cerca di avere un presidio
militare, per chiudere il canale di Otranto. Di fatto, le varie discussioni tra ambasciatori italiani e austriaci
continueranno fino al la conferenza degli ambasciatori del 1913 , alla ricerca di un accordo sulle questioni
albanesi. L’Albania, però, si dichiarerà indipendente nel 1912 (successivamente all’annessione austriaca
della Bosnia Erzegovina del 1908), che creerà un ulteriore equivoco tra Italia e Austria rispetto al reale ruolo
austriaco in Bosnia  l’Austria interpreta a proprio favore il diritto di prelazione sulla Bosnia che le era
stato accordato dalla conferenza di Berlino, intendendo di poterla annettere in qualunque momento lo
desideri. Questa visione si scontra però con quella italiana e quella russa, che bloccano le rivendicazioni
austriache, ma l’Austria procederà all’annessione nel 1908 fuori tempo massimo e mollando il Sangiaccato.
Nel 1902, l’accordo Prinetti-Barrère segna il definitivo avvicinamento Italia-Francia e si registra un altro
importante passo avanti con l’accordo anglo-giapponese sull’Estremo Oriente, che deriva dal fatto che il
Giappone è un paese è in rapidissima crescita militare, cosa che le grandi potenze europee non vedono di
buon occhio. A seguito del primo conflitto tra Giappone e Cina, vinto dal primo (Giappone vedeva la
Manciuria e la Corea come proprie zone di espansione territoriale), un accordo tra Russia, Gran Bretagna,
Francia e Germania lo costringe a rimangiarsi i frutti politici della sua vittoria, che sostanzialmente
coincidevano con la Manciuria, la Corea e altre zone della Cina.  Giappone non deve esercitare alcun
ruolo predominante sulla Cina, ma le potenze europee siglano un accordo traballante; inoltre, la Russia
concepisce l’Estremo Oriente come luogo di sfogo della propria politica estera, frustrata nei Balcani, ma con
reali possibilità di influenza nell’Estremo Oriente, dove però appunto ritrova l’aggressività giapponese. La
Gran Bretagna si preoccupa per le velleità russe e deve evitarle ad ogni costo  la Cina divisa così in tante
piccole zone, che vengono occupate dai paesi europei per motivi di sfruttamento economico. Solo in Italia
cade il governo su una questione di occupazione economica e territoriale in Cina, anche se successivamente
l’Italia manterrà il presidio del Tientsin. L’Italia ha questa costante difficoltà legata al fatto di trovarsi in un
ruolo intermedio tra una grande potenza, che non è, e la difficile rassegnazione ad una politica di costante
raccoglimento.
L’evidente volontà di espansione della Russia in Estremo Oriente deve essere fronteggiata dalla Gran
Bretagna e il Giappone, contendente della Russia, sta cercando una forma di riconoscimento necessario da
parte delle potenze europee per evitare che una vittoria della Russia porti ad una sconfitta non solo
militare, ma anche politica  gli serve un assenso preventivo con almeno una delle grandi potenze, la Gran
Bretagna in questo caso. Tutto sommato c’è una buona disposizione della Gran Bretagna a trovare un
accordo con il Giappone. L’accordo del 1902 è molto particolare: esso si arroga la funzione di monito, cioè
ribadisce alla Francia che, nel momento in cui la Russia entrasse in guerra col Giappone, non è il caso che la
Francia entri in guerra a sostegno della Russia  tentativo di evitare l’alleanza franco-russa nel caso di
conflitto russo-giapponese. La Gran Bretagna sarebbe intervenuta a fianco del Giappone, qualora esso fosse
stato attaccato da due potenze: infatti, nel 1904, la Russia se la dovrà vedere con il Giappone senza poter
contare sull’aiuto della Francia e questo è il secondo impedimento all’operatività dell’alleanza franco-russa.
Allo stesso tempo, la Germania fa capire che si sarebbe attenuta ad una benevola neutralità nel caso di
guerra della Russia in estremo oriente  qual è l’obiettivo tedesco? Anche la Germania avrebbe avuto
interesse a spingere la Russia in Estremo Oriente, perché ciò significava un minore impegno russo nei
Balcani. Tra l’altro, nel 1902 si erano chiuse le possibilità di accordi con la Gran Bretagna e la distanza con la
Francia aumentava. Nonostante ciò, la Germania lascia il via libera in oriente alla Russia. Il Giappone può
quindi aver raggiunto un obiettivo di politica estera, ovvero una guerra, che permetterà al Giappone di
mostrare e di sfruttare tutta la sua potenza militare; tuttavia, nel momento in cui nel 1902 il Giappone si
garantisce la neutralità della Gran Bretagna in caso di guerra contro una potenza e l’intervento della Gran
Bretagna in caso di guerra contro due potenze, il Giappone ha effettivamente ottenuto ciò di cui ha bisogno
per ottenere un buon successo in un’eventuale guerra contro la Russia. Il trattato deve quindi deve essere
reso pubblico, soprattutto per le conseguenze che avrebbe sulla Francia: nel 1902 per la prima volta viene
meno l’isolamento britannico  è tempo di concludere lo splendido isolamento e di stringere alleanze,
che comunque non sono vincolanti rigidamente, ma al contrario sono alleanze settoriali, che garantiscono
la salvaguardia degli interessi strategici britannici e l’intesa anglo-francese del 1904 è interamente
concepita in chiave coloniale, per risolvere in primis il problema della vertenza sull’Egitto e sul Sudan, che
rimangono territori di influenza inglese. Al contrario, la suddivisione del Siam va a vantaggio della Francia,
che godrà anche della desistenza britannica rispetto alla propria eventuale espansione nel Marocco  con
la regolazione anglo-francese delle questioni coloniali ottenuta nel 1904, la Gran Bretagna esce sempre più
concretamente dal proprio isolamento, per rivolgersi però verso la controparte, e non verso la Germania!
Gli accordi mediterranei, d’altra parte, stretti tra Italia e Gran Bretagna, e la clausola Mancini avrebbero
potuto far pensare ad un’entrata anche marginale e settoriale della Gran Bretagna nella triplice alleanza,
ma con l’avvicinamento alla Francia e la risoluzione di alcuni screzi coloniali, questo non avviene e nel 1904
in realtà si è arrivati ad una ulteriore polarizzazione delle alleanze in Europa, anche se la struttura
dell’Intesa (basata sull’alleanza franco-russa) non è assolutamente paragonabile alla struttura della
triplice cadono le divergenze coloniali su cui è fondato il conflitto anglo-francese. La Germania dovrebbe
quindi avere molto a cui pensare, anche perché l’Italia ha trovato un ampio spazio di manovra nella triplice,
attraverso l’intesa con la Francia: gli avvenimenti del 1904 sono particolarmente rilevanti dal punto di vista
tedesco, cui la politica estera tedesca non fa seguire dei cambiamenti sostanziali. La Germania continua a
perseguire la propria idea di affermazione del proprio ruolo continentale, di riarmo navale (cosa che
indispettirà ulteriormente il riarmo navale tedesco) e sta ulteriormente perturbando quello che tutto
sommato era consolidato ai tempi di Bismarck, ovvero i buoni rapporti tra Gran Bretagna e Germania  il
riarmo navale tedesco è quindi un potenziale elemento di disaccordo. Nel 1882, in occasione della prima
stesura della triplice e con la richiesta di Mancini (clausola che in nessun caso la triplice possa essere intesa
contro la Gran Bretagna), Berlino implicitamente risponde che non sarebbe mai stata toccata la Gran
Bretagna; ora, la politica estremamente spigliata della Germania rispetto a punti come il riarmo navale e il
bilanciamento delle flotte preoccupavano la Gran Bretagna, che vedeva ridisegnate le proprie zone di
influenza, che non erano più zone di suo dominio esclusivo.
A questo punto, perché l’Italia rimane nella triplice, quando ormai essa sembra sterile? Perché in realtà,
nonostante nella politica interna ci siano molti stimoli all’uscita dalla triplice, nonostante non venga a
mancare l’elemento irredentista, nonostante non manchino le discussioni sugli autentici vantaggi della
triplice per l’Italia, il suo abbandono richiederebbe una forza politica, militare ed economica che l’Italia non
ha.; non bisogna dimenticare che all’interno della triplice esiste anche un elemento difensivo, di riparo
dall’eventualità di problemi con l’Austria-Ungheria, con la quale ci si garantisce il confine alpino. Tuttavia,
ora chi trae più vantaggio difensivo dalla triplice è sicuramente l’Austria-Ungheria, che può così dedicarsi al
suo fianco orientale e in Austria c’è chi medita la possibilità di un attacco preventivo all’Italia ben prima del
1915. Il concetto di una guerra preventiva sorge perché viene messa in dubbio la fedeltà dell’Italia alla
triplice nel momento in cui sorgano problemi seri altrove, ovvero nei Balcani. In questo periodo, la Serbia
inizia a dare qualche problema: dopo il congresso di Berlino, essa era legata da un accordo commerciale
all’Austria-Ungheria, da cui si svincola ben presto, soprattutto quando re Milan abdica a favore del figlio
Alessandro Obregovic  la politica austriaca inizia a vacillare e in Serbia si alternano due dinastie al trono
(Obregovic e Karadordevic, che vanno al potere proprio nei primi del Novecento), indicatrici di due diversi
indirizzi di politica estera. Nel momento in cui la Serbia si svincola dalla dipendenza dall’Austria-Ungheria,
essa diventa la punta di diamante del panslavismo, diventando non solo una minaccia esterna ai confini
dell’Austria, ma anche una minaccia interna: i milioni di slavi inglobati nell’impero austro-ungarico
potevano vedere nella Serbia una latrice delle loro istanze irredentiste. Questo cambio di dinastia e
l’instabilità interna della Serbia porteranno ad una spinta maggiore verso l’indipendenza serba e
preoccuperanno notevolmente l’Austria. Con l’assassinio di Alessandro Obregovic, si risvegliano tutti gli
elementi panslavisti in Serbia che promuovono un’esaltazione del regno serbo in chiave antiaustriaca:
questo rimetterà in gioco tutto il discorso sul Sangiaccato, la cui funzione era quella di essere uno stato
cuscinetto per impedire l’annessione serbo-montenegrina, ma sulla Serbia ci sono due problemi, appunto
uno interno, cioè il panslavismo che non poteva essere tollerato dall’impero multietnico austro-ungarico e
uno esterno, ovvero la maggiore presenza aggressiva serba nei Balcani, che tornano ad essere
estremamente instabili. Si ripropone l’annosa questione sull’articolo 7 della triplice, la quale ha preso una
connotazione sempre più austro-tedesca, con le due potenze che si stanno isolando sempre più, seppur la
natura dell’alleanza austro-tedesca si basasse su alcune condizioni talvolta contraddittorie.
17.03.2014
Ai primi del Novecento, si assiste ad un processo di crescente destabilizzazione in Europa. Nell’ordine,
avvengo
1. La polarizzazione delle alleanze;
2. La fine dell’isolamento della Gran Bretagna;
3. Le crescenti instabilità e divergenza di interessi all’interno della Triplice Alleanza: ognuno viaggia
per conto proprio. Ad esempio, l’Austria-Ungheria è sempre più condizionata da problemi interni di
impero multinazionale, che deve fronteggiare le ondate di nazionalismo interno, alimentato anche
da spinte esterne. L’orientamento dell’Austria-Ungheria verso i Balcani va verso il tentativo
austriaco di riportare la Serbia sotto il proprio dominio, a fronte di una crisi interna (all’AustriaUngheria) che richiederebbe un nuovo spunto di modernizzazione nella gestione dell’impero. In
realtà, agli inizi del 900, si discute la possibilità di una triplice monarchia: si trattava di riconoscere
l’autonomia all’elemento slavo parallela a quella riconosciuta all’elemento magiaro. Il grosso
dell’elemento slavo si trova nella parte magiara ed è in questa fase che si comincia a ventilare l’idea
che possa esistere un elemento di coesione tra tutti gli slavi presenti nella monarchia  Il
panslavismo può essere un elemento di unione tra popoli abbastanza diversi. Ci fu anche il
tentativo nell’impero di istituire in riferimento alla Boemia qualcosa teso a riconoscere gli speciali
diritti dei tedeschi di Boemia, ad esempio riconoscendo loro i diritti linguistici. (vd. Tentativo del
primo ministro Badeni di introdurre il bilinguismo negli uffici pubblici, provocando la rivolta dei
germanofoni, che temevano l’estromissione dalla funzione pubblica)  scontro che anticipa e fa
comprendere i problemi complessi che stanno emergendo nella gestione e amministrazione
dell’impero austro-ungarico. L’elemento tedesco è infatti contrario a queste rivendicazioni e anzi si
parla di un irredentismo di stampo tedesco: pangermanismo e predominanza assoluta
dell’elemento di lingua tedesca, per portare il centro gravitazionale dell’impero attorno alla
Germania.
Anche gli ungheresi si stavano risvegliando e chiedevano il riconoscimento della magiarizzazione
soprattutto tramite le forze armate. Infatti, quando entrò in vigore l’Ausgleich, ciò che rimase nella mani
del potere centrale furono la politica estera e la difesa, ovvero i pilastri costitutivi di uno stato. (vd. Si
discuteva ora la possibilità di lanciare ordini in ungherese ai reparti che erano a maggioranza ungherese) 
iniziava in germe la disgregazione dell’impero austroungarico. Nella Triplice Alleanza sale anche l’odio
austriaco verso l’Italia, considerata inaffidabile, in quanto continuavano le manifestazioni di irredentismo
nelle zone di confine: ecco che il capo dell’esercito maggiore austriaco Conrad teorizza la possibilità di un
attacco preventivo sul fronte meridionale, in quanto l’Italia è un alleato nemico assolutamente inaffidabile,
ma ciò succederà solo nel 1915. Inoltre, l’articolo 7 della Triplice, quello che prevedeva il principio dei
compensi territoriali in caso di espansione di una potenza nella propria zona d’influenza, viene ancora
considerato dall’Italia un elemento degno di considerazione, mentre l’Austria-Ungheria aveva capito che
nei Balcani si doveva trovare un accordo con la Russia; al contrario, le frizioni italo-austriache si riflettevano
invece solo in Albania ed era lì che andavano risolte. L’Austria-Ungheria, nei momenti di crisi, ritiene di
dover cercare accordo sui Balcani proprio con la Russia e questo diventa ancora più urgente quando nei
Balcani scoppia l’ennesima rivolta. La rivolta macedone, da sempre terreno di scontro, è fortemente
appoggiata dalla Bulgaria e la reazione ottomana si esprime in repressioni e riprovazione da parte
dell’opinione pubblica europea. Tra l’altro, risale alla fine dell’Ottocento l’inizio della persecuzione turca ai
danni degli armeni.
Inoltre, nello scenario internazionale, appare evidente dal 1903 che russi si concentrino in politica estera
contro il Giappone per il controllo di Port Arthur: la guerra russo-giapponese era alle porte.
Tra la Macedonia e l’Impero Ottomano si arriva ad un primo tacito accordo (Mürzsteg ) nel 1903,
nell’ombra di un accordo austriaco-russo, che metteva d’accordo le superpotenze e che imponeva al
sovrano alcune riforme da svolgere nell’interno. L’Austria-Ungheria immaginava la formazione di una
grande Austria, la Romania nel suo disegno di grande Romania in funzione antiserba, la Bulgaria voleva
invece realizzare una grande Bulgaria: ora la Bulgaria può essere una sorta di stato leader nei Balcani,
strettamente saldata alla Triplice. In senso difensivo si applica una politica antiserba, la quale avrebbe
potuto danneggiare l’equilibrio balcanico e quindi inizia l’allontanamento austriaco dalla Serbia, la quale si
rivolse di conseguenza alla Francia. Inizia quindi guerra doganale tra Serbia e Austria-Ungheria (guerra dei
porci, perché vengono bloccate le importazioni austriache di porci dalla Serbia, in quanto quest’ultima
aveva iniziato ad importare armamenti dalla Francia)  Serbia doveva essere sotto il controllo austriaco!
L’accordo di Mürzsteg , che garantisce la pacificazione nei Balcani, permette di raggiungere nel 1904 un
accordo più ampio tra russi e austriaci: un trattato di alleanza e amicizia che prevede la benevola neutralità,
che viene mantenuta da entrambe qualora ci fosse attacco di una terza potenza che cerchi di modificare
status quo balcanico. In questa fase, la politica estera degli stati non si forma solo sulla volontà dei
governanti, ma esiste un processo di formazione di politica estera che riguarda anche il condizionamento
che possono esercitare i vari ministri degli esteri (vd. Influenza dei vari cancellieri e dei ministri degli esteri,
soprattutto di von Bülow , sull’imperatore Guglielmo II). La formazione della politica estera contemplava
passaggi e condizionamenti che passavano dai ministri. Inoltre, l’accordo potrebbe essere contestato in
rapporto alla Triplice Alleanza  ciò evidenzia ulteriormente il fatto che l’Italia era trascurabile di fronte
alle questioni balcaniche.
La Germania reagisce positivamente all’accordo, ma per la prima volta dopo anni la politica austriaca è
svincolata quasi totalmente dalla politica tedesca: l’Austria-Ungheria non è più un alleato sicuro e fedele,
obbediente, ma anzi persegue le proprie istanze di politica estera. Anche la Gran Bretagna inizia a pensare
di sciogliere il proprio isolamento e di eliminare l’Impero Ottomano dallo scenario politico.
Conrad voleva un attacco preventivo, cui era assolutamente contrario Francesco Giuseppe e il quale
accresce il clima di diffidenza presente in Italia verso l’Austria: in Italia si assiste alla politica del giro di
valzer (vd. scorsa lezione), che la porta a siglare accordi con la Francia per avere la mano libera in Africa del
nord e Tripolitania.
Nel 1902 viene firmata l’alleanza franco-inglese, che tuttavia non assomiglia per nulla a quello della Triplice
Alleanza; al contrario, le alleanze continentali della Gran Bretagna sono molto specifiche e non la vincolano
preventivamente ad alcun intervento sul continente + Anche l’uscita della Gran Bretagna dall’isolamento
non significa una volontà di maggior impegno sul continente. La Germania dovrebbe quindi correre ai ripari
e riattrarre verso di sé la Russia, per evitare la creazione di un fronte franco-russo. La Germania dovrebbe
ritornare sull’errore del 1890 (di non considerare più come un pericolo la guerra su due fronti,
abbandonando la concezione strategica bismarckiana) e ritessere i rapporti con la Russia; tuttavia i tentativi
sono destinati al fallimento, anche perché la Germania è ancora imbevuta della sua Weltpolitik, politica per
far valere a tutto tondo le proprie ragioni anche in ragioni che precedentemente erano state più ininfluenti
per la Germania.
La Francia inizia quindi a rivolgersi verso il Marocco e a Fez arriva una spedizione francese agli inizi del 1905,
per assicurarsi una pressione politica sul sultano: da un lato mantenimento, la spedizione cerca il
mantenimento dello status quo con l’Impero Ottomano, dall’altro, in realtà lo si stava smantellando. La
Francia sta preparando il suo protettorato sul Marocco, senza aver preventivamente interpellato la
Germania; la Russia è rivolta altrove, mentre la Germania, con von Bülow e un altro politico, tenta un colpo
di mano affinchè la Francia ritiri le proprie istanze sul Marocco. Il kaiser Guglielmo viene quindi dirottato
verso Tangeri, dove effettuerà uno sbarco presentandosi come difensori dei diritti del sultano e dell’islam
(marzo 1905). In realtà, la Germania vuole ribadire il fatto che non possa esistere uno sconquassamento
così profondo degli equilibri internazionali senza il parere tedesco: ciò significa umiliare la Francia, cui viene
lasciata solo la possibilità di convocare una conferenza internazionale. La questione marocchina viene
riportata dalla Germania al tavolo delle trattative internazionali, in quanto essa vuole vedersi riconosciuto il
suo predominio continentale, ma la Gran Bretagna si attiva per evitare che la Germania si potesse
impossessare di porti ad esempio sul Mediterraneo  avvicinamento Francia-Gran Bretagna, nonostante
l’entente non sia ancora pienamente operativa. Vi sono ancora dubbi tra gli aiuti degli alleati e viene
convocata la conferenza di Algeciras (1906) per definire le sfere e l’entità dell’influenza politica europea sul
Marocco. Poteva avere grandi problemi in questa conferenza l’Italia, che doveva tentare di fare
l’impossibile; infatti, essa era sia vincolata con la Germania, sia con la Francia da accordi specifici sulla
questione marocchina, con i quali la Francia si era assicurata la libertà di operare per il meglio nel territorio
marocchino.
Nell’estate 1905 Germania e Russia cercano di riavvicinarsi a seguito dell’inasprimento dei rapporti RussiaFrancia. Si avvia una corrispondenza tra il Kaiser e lo zar, ma il loro accoro riguarda una difesa reciproca in
caso di un attacco in Europa da parte di un qualsiasi attacco europeo: tuttavia, era più verosimile un
attacco fuori dall’Europa! L’accordo finisce per scontentare tutti la Russia dovrebbe forse sacrificare la
propria alleanza francese per riportarsi sull’asse tedesco?? No, Vitte vuole trovare l’appoggio francese, ma
visto che esso mancava, la Russia, per non portarsi contro la Gran Bretagna, decide di continuare a
rimanere nell’orbita francese, destando preoccupazioni nella Germania, dove si constatava di fatto un
isolamento tedesco ante litteram.
L’Italia, rappresentata alla conferenza da Visconti Venosta, raggiunge il minimo storico della propria
influenza nella sua Triplice alleanza: l’idillio con l’Austria-Ungheria e la Germania è arrivata ai minimi storici.
In Italia cambia nuovamente il governo, Sonnino è ora presidente del consiglio e San Giuliano è agli esteri:
egli cerca di riaggiustare i rapporti italiani con la Germania, da acceso triplicista. Anche nel 1906 Sonnino
credeva che, per l’Italia, l’unica alleanza possibile fosse quella con la Germania e chiede ai francesi di poter
comunicare a Germania il contenuto dei rapporti del 1901 e 1902, cosa che chiaramente la Francia non
permette.
La Germania riafferma una politica di forza e sposta equilibrio internazionale nel senso di un aumento della
revanche francese nei confronti della Germania; nonostante ciò, il Marocco diventerà un pieno
protettorato francese e la politica di forza tedesca condurrà semplicemente al fallimento della politica
estera stessa tedesca. Alla Germania rimane solo l’Austria-Ungheria, che ha dal 1907 un nuovo ministro
degli esteri, Aehrental, convinto assertore di una nuova politica estera per la sua nazione. Egli credeva che
occorresse trovare un accordo con Serbia e con una Bosnia Erzegovina sempre più difficile da controllare:
bisogna arrivare ad una conclusione con essa. Si pensa ad una vera e propria annessione della Bosnia
Erzegovina, ricca di sudditi slavi e ciò avrebbe significato un’ulteriore spinta alla soluzione trialistica,
accrescendo l’elemento slavo.
Nel 1908, dunque, l’annessione della Bosnia Erzegovina all’Austria-Ungheria di fatto scoperchia il vaso di
Pandora. Nonostante avesse cercato una preparazione diplomatica con la Russia, la quale nel 1905 aveva
appena concluso il suo conflitto con il Giappone, l’Austria-Ungheria ora può solo prendere come atto il dato
che l’interesse russo tornava a rivolgersi nei Balcani. L’Austria cerca allora un accordo con i russi, che bene
o male si gioca sul filo dell’equivoco. La Russia cerca di ottenere il libero accesso agli stretti, barattando con
esso l’annessione della Bosnia, ma al contempo l’Austria-Ungheria si prepara a fare quella che ritiene una
grandissima concessione: rinunciare al proprio diritto di guarnigione sul sangiaccato di Novi Pazar. Conrad e
Aehrental discutono questa mossa politica e strategica e il primo inizia quindi a capire che per preservare
l’essenza dell’accordo occorre anche concepire un attacco preventivo alla Serbia, aggirando la promessa
alla Russia e facendo risultare il do ut des austriaco- russo a favore della Russia, quando invece l’AustriaUngheria aveva stabilizzato la situazione a proprio favore.
L’annessione della Bosnia è un momento di grave destabilizzazione: la Russia si sente presa in giro
dall’Austria-Ungheria, l’Italia è messa davanti all’evidenza che l’articolo 7 sulle compensazioni non conta
nulla e che dal congresso di Berlino era implicito che l’Austria-Ungheria avrebbe prima o poi potuto
decidere di annettere il territorio bosniaco si scatena una nuova fase di irredentismo in Italia e la Triplice
Alleanza viene continuamente messa in discussione. Nel 1908 l’Italia è saldamente ancorata ad un accordo
che non le sta garantendo nulla e che anzi vede l’Austria-Ungheria giocare un ruolo predominante nei
Balcani, nonostante ciò che è stato concordato dalle varie alleanze. D’altro canto, l’annessione della Bosnia
è un elemento di grave frustrazione, ma in realtà nel 1907 la Gran Bretagna decide di appianare anche le
controversie che la dividono dalla Russia, che riguardano essenzialmente la Serbia e l’Afghanistan. La Gran
Bretagna sta uscendo dall’isolamento non con alleanze classiche, ma attirando attorno a sé tutti i potenziali
nemici  la Persia viene quindi divisa in varie aree di influenza, una grande a nord russa e una piccola a sud
britannica, con una al centro neutrale, il Tibet passa sotto l’influenza cinese e l’Afghanistan resta un paese
ad influenza russa, di fatto non esercitata.
20.03.2014
La crisi del 1908 si manifesta nelle sue numerose conseguenze in Europa: innanzitutto, viene intaccato il
prestigio della Russia. Essa aveva tentato di perpetrare un’intesa con l’Austria-Ungheria, tra i rispettivi
ministri degli esteri Aehrental e Izvolski, che si basa sull’equivoco fondamentale che fosse realmente
realizzabile l’accesso russo agli stretti in cambio dell’annessione austriaca della Bosnia Erzegovina.
Bisognava inoltre che la Russia consolidasse una rete di appoggi ben più ampia: le frustrazioni e le
incomprensioni che si creano in questa fase della politica europea saranno determinanti nello scoppio della
prima guerra mondiale: l’annessione bosniaca è infatti uno dei punti critici che portano allo scoppio della
prima guerra mondiale. La Germania, dal canto suo, non svolge più la funzione di moderatrice delle istanze
austriache nei Balcani. Al contrario, la Germania sostiene pienamente le pretese austriache, anche perché
essa è la sua unica alleata. L’Italia infatti, nonostante sia ancora nella Triplice Alleanza e continui a
rinnovarla, di fatto è in crisi nelle sue alleanze e nelle sue strategie di politica estera. Anche nei dibattiti
parlamentari italiani, emerge la sensazione di una pubblica umiliazione che si subisce costantemente dalla
politica austriaca, perché al solito, la speranza di Tittoni (allora ministro degli esteri) sarebbe quella di
ottenere dei compensi territoriali, legittimati dalla politica aggressiva condotta dall’ Austria-Ungheria nei
Balcani, in quanto in quella zona si era modificato lo status quo; al contrario, per l’Austria-Ungheria
l’occupazione della Bosnia decretata dal congresso di Berlino avrebbe sicuramente portato in futuro alla
sua annessione  era data per scontata come una naturale conseguenza della concessione e del privilegio
ottenuto con il trattato di Berlino! L’italia quindi non riesce ad ottenere quel ruolo di primus inter pares
nelle questioni balcaniche, non riesce a giocare un ruolo determinante e continua il rigurgito l’irredentista.
Emerge infatti la questione dell’università di lingua italiana: all’interno dell’impero austro-ungarico gli
studenti italiani chiedono l’istituzione di una facoltà di giurisprudenza di lingua italiana, preferibilmente a
Trieste o a Trento, ovvero nelle zone irredente  l’ Austria-Ungheria però non è disposta a rendere questa
richiesta una proposta di trattativa. Allora viene proposto uno scambio: l’Italia avrebbe accettato che la
Bosnia non diventasse un oggetto di rivendicazioni per compensi territoriali che spettavano all’Italia a patto
che l’ Austria-Ungheria avesse aperto una facoltà di giurisprudenza in lingua italiana  bocciatura piena
austriaca, che propone invece la creazione di una facoltà di giurisprudenza a Vienna e non nelle città
irredente, cosa che viene effettivamente realizzata.
Si evidenzia, tuttavia, la riduzione della flessibilità austriaca nelle trattative, con un’ Austria-Ungheria che si
attesta fermamente sulle proprie posizioni e che è saldamente interessata a non lasciar permeare
condizionamenti italiani sulle zone della Venezia Giulia e del Trentino  cala un muro da parte austriaca
nei confronti dell’Italia + aumentano le tensioni austriache con la Russia e l’Italia.
Sicuramente anche il regno serbo è leso da quest’annessione: nella Bosnia, dove vivevano un gran numero
di serbi, c’erano delle pressioni sull’elemento nazionalista serbo per tenere vive le rivendicazioni serbe  il
suo passaggio sotto la sovranità austriaca è un pericolo e al tempo stesso un avvertimento che l’ AustriaUngheria manda alla Serbi, la quale arriva a mobilitare le proprie forze armate. Ciononostante, la Serbia
dichiarerà guerra all’ Austria-Ungheria solamente quando avrà la garanzia del pieno appoggio russo, non
solamente militare; al contrario, nel 1908, la Russia ha gli artigli spuntati e non è ancora pronta a sostenere
un conflitto militare efficacemente. Qualsiasi tipo di reazione serba deve quindi limitarsi al piano interno e
di conseguenza nasce in Serbia la Narodna Ovrana, un’organizzazione para-terroristica, ma riconosciuta, di
cui l’Austria-Ungheria chiederà l’eliminazione dell’ultimatum dell’estate 1914. Era quest’organizzazione a
celarsi dietro l’omicidio di Francesco Ferdinando d’Austria, in quanto essa proteggeva gli interessi serbi nei
territori esteri. Dagli inizi del Novecento, la Serbia viaggia quindi su un doppio binario di una politica estera
ufficiale e una nascosta, entrambe fondamentali e irrinunciabili. L’Austria sa benissimo che, oltre ai fanatici
assassini, erano presenti in Serbia delle organizzazioni riconosciute e legittimate, che permeavano la
politica interna serba. Il contrasto con essa diventa fondamentale, anche perché la Serbia inizia a guardare
al Sangiaccato di Novi Pazar, territorio libero per le rivendicazioni serbe e che sarebbe potuto diventare il
primo sbocco verso l’Adriatico, che era il reale obiettivo della politica estera serba e che costituiva una
reale occasione per la Serbia di ampliare i propri confini. La situazione è così ancora più instabile: l’Austria
ha sì ceduto il proprio diritto di guarnigione sul Sangiaccato, ma non è disposta ad accettare l’annessione
del Montenegro alla Serbia, che avrebbe pericolosamente insidiato i suoi interessi commerciali.
L’annessione della Bosnia non fu certamente un tentativo per stabilizzare i Balcani, nonostante fosse
questa la visione austriaca: gli austriaci non volevano certo annettere la Serbia (che avrebbe significato
incamerare altri slavi nell’ Austria-Ungheria), ma volevano rendere la Serbia incapace di nuocere in una
zona che ormai era considerata di preminenza austriaca. L’Austria cerca quindi un contatto più stretto con
la Bulgaria, che nel 1908 dichiara la propria indipendenza rispetto all’Impero Ottomano. Essa era dal
congresso di Berlino un principato autonomo, ma nel 1908, di fronte alla palese instabilità dell’Impero
Ottomano, la rivolta dei giovani turchi assesta un colpo quasi definitivo all’impero. I giovani turchi
chiedevano una nazione turca, riaprendo il discorso delle autonomie nell’Impero Ottomano  volevano la
ricostituzione della forza dell’antico Impero Ottomano e qualsiasi spinta che portava all’indebolimento
dell’Impero veniva recepita come una possibilità di ottenere maggior libertà nazionale.
Non si muove solo l’Austria, ma il cambiamento di status nei Balcani seguito all’indipendenza della bulgari
ha certamente destabilizzato l’Impero Ottomano  ci si illude che l’equilibrio sia mantenuto tale, quando
invece palesemente non è così. Inoltre, si inizia ad interrogarsi sulla reale tenuta di un’alleanza come
l’Entente Cordiale. L’Italia nel 1908 ha ancora l’obiettivo della Tripolitania e della Cirenaica e quindi non può
certo trascurare l’alleanza con la Francia: l’Italia cerca di avvicinarsi ulteriormente all’equilibrio libico con
una visita in Italia dello zar di Russia, che di conclude con la firma degli Accordi di Racconigi, con cui l’Italia
ottiene la desistenza russa rispetto all’eventualità di muoversi in Cirenaica e in Tripolitania  l’Italia si sta
preparando diplomaticamente per l’annessione della Libia, preceduta anche da due accordi nel 1902
(Barrère- Visconti Venosta e Barrère-Prinetti). Inoltre, l’Italia sapeva benissimo che l’Austria aveva un
atteggiamento negativo verso di essa e oltre alle tensioni internazionali, nel 1908, a seguito del terremoto
di Messina, in Austria esce un articolo su una rivista militarista che afferma che quello fosse il momento
giusto per sferrare un attacco preventivo all’Italia. Questo umore rappresentava anche l’idea del ministro
Conrad von Hötzendorf, che rappresentava una certa corrente, ma in realtà non erano solo i militari a
sostenere questa visione, come emerge dall’appoggio accordatole anche da Francesco Ferdinando e da
personalità vicine al trono. Nel 1909 l’Italia trova questa ulteriore chiave di dialogo con la Russia a Racconigi
e ritiene di essersi ulteriormente avvicinata al suo obiettivo primario in politica estera: il consolidamento di
una serie di rapporti per poter avviare la propria politica coloniale in Tripolitania e Cirenaica. La posizione
dei territori di Tripolitania e Cirenaica è strettamente legata alla questione marocchina: nel 1909 la Francia
cerca un accomodamento con la Germania per la questione marocchina  alla fine, viene riconosciuta la
preminenza francese in Marocco, entro i limiti stabiliti dalla conferenza di Algeciras, che tuttavia non
permette alla Francia di instaurare un protettorato.
Tuttavia, nel 1911 si scatena una crisi: a fronte di una serie di riforme in Marocco, i francesi inviano una
serie di aiuti al sultano verso l’istituzione di una qualche forma di protettorato sul di esso. La Germania
assume un atteggiamento ostile alle mosse francesi, manda un incrociatore nel porto di Agadir e nel 1911 si
apre un nuovo fronte di crisi franco-tedesco. A questo punto, anche la Gran Bretagna comincia a guardare
con crescente preoccupazione alle mosse della Germania, che in quel periodo portava avanti una “politica
delle punture di spillo”. Gli inglesi sono realmente preoccupati di fronte a questa mossa tedesca  la
Germania cerca forse un appoggio in Marocco e magari nelle isole Canarie? Nel 1911 si aggrava anche la
tensione tra Inghilterra e Germania, che inizia anche una politica di riarmo navale, cosa che preoccupa
massicciamente la Gran Bretagna e che renderà i loro rapporti ulteriormente tesi. L’accomodamento
raggiunto tra Francia e Germania è visto con un certo sospetto, anche perché passa da una serie di
compensazioni: la Francia ottiene via libera in Marocco concedendo in cambio libertà alla Germania nel
Congo francese, ma l’Inghilterra non ne è affatto contenta  la Germania spadroneggia sul continente e la
Francia sta a guardare, provocando i fastidi britannici. È ormai evidente la cancellazione totale della politica
bismarckiana, visibile anche dalle nuove garanzie che la Germania concede all’Austria-Ungheria: la
Germania sta ora preparando il piano Schlieffen e tra gli sponenti politici, inizia a diffondersi la visione che
la strategia militare prevale sulla politica, la quale deve essere funzionale all’esercito e alla strategia militare
 la Germania va a mettersi volontariamente nell’idea di conflitto contemporaneamente su due fronti,
quella che era stata la bestia nera di Bismarck. Se Vienna dovesse decidere di aggredire la Serbia e in
conseguenza di ciò la Russia dovesse intervenire a fianco della Serbia, la Germania si mobiliterebbe
immediatamente a fianco della sua alleata. È fondamentale per la Germania precedere la mobilitazione
russa, che sarebbe stata ben più lunga di quella tedesca  ecco che il casus foederis della Triplice non
diventa più un’alleanza difensiva, quanto aggressiva: l’efficienza militare tedesca coprirà sempre eventuali
mosse spregiudicate o dimostrazioni di violenza nei Balcani. L’Austria, aggredendo la Serbia, sarebbe stata
protetta dalla Germania e così cade il principio in base al quale la Germania avrebbe dovuto costituire
l’elemento moderatore dell’Austria nei Balcani. La situazione è estremamente fluida e pericolosa e la
Germania, consapevole di accordi che legavano la Russia alla Francia, avrebbe volto il grosso delle forze
verso la Francia mentre l’Austria veniva impegnata a est e solo successivamente, dopo una blitzkrieg, la
Germania si sarebbe volta verso la Russia.
La Germania quindi appoggiava sì politicamente l’Austria senza troppe condizioni, ma ciò implicava anche
una guerra su due fronti per la prima, sia sul fronte francese che sul fronte russo e orientale. Il gioco si
faceva così estremamente rapido. Tra l’altro, l’accordo in Marocco prevedeva che si toccassero le colonie
tedesche in Camerun, che sarebbero passate alla Francia, e una parte del Congo francese, che sarebbe
diventata invece tedesca, ma dal 1911 Francia ha via libera in Marocco  la situazione è allarmante per
l’Italia, che viene spinta a calcare sull’acceleratore, velocizzando la preparazione per la campagna in Libia,
preparata bene dal punto di vista politico, molto peggio dal piano militare. L’Italia ritiene di dover reagire in
Libia, da sempre territorio dei desideri coloniali italiani, ma essa teme che la Francia, avendo ottenuto il via
libera sul Marocco, possa in qualche modo irritarsi rispetto ad un’operazione analoga condotta dall’Italia in
Cirenaica e Tripolitania  la Francia si irrita per la questione coloniale. L’Italia, dal proprio punto di vista,
pensa che sia giunto il momento di invadere la Libia. Il presidente del consiglio Giolitti si decide ad un colpo
di mano che molti giudicarono improvvido. L’Italia dà un altro colpo ad un equilibrio che era appena in fase
di ricostruzione dopo la crisi in Bosnia e l’Italia si espone a delle critiche internazionali che trovano tutt’oggi
un senso  anche l’Italia ebbe responsabilità nello scoppio della prima guerra mondiale, aizzandosi le ire
dell’Impero Ottomano e scatenando le prime guerre balcaniche e contro la Grecia. Giolitti fu accusato di
aver scelto questo tipo di politica in ragione di vicende interne, nel tentativo tipico giolittiano di trovare un
consenso più ampio per importantissime riforme interne che egli doveva portare avanti, come la riforma
elettorale. Tuttavia c’erano anche ragioni di politica estera che potevano permettere di agire: l’Italia
preparava l’annessione da almeno 50 anni di lento lavoro diplomatico contro l’Impero Ottomano da anni
decadente. Nel 1912 l’Italia riesce a vincere la guerra e viene sancito il passaggio di sovranità della
Tripolitania e della Cirenaica dalla sovranità ottomana a quella italiana; militarmente la vittoria non è piena
e alcune zone rimangono inconquistate, evidenziando una debolezza intrinseca dell’esercito.
Dal punto di vista internazionale, l’Italia agisce solo quando avrà benestare di Gran Bretagna e la sicurezza
del sostegno tedesco previsto nella Triplice, ma almeno due potenze saranno scontente. La prima è la
Francia, che dimostra la sua scontentezza rifornendo con armamenti i resistenti libici (incidente del
Carthage e del Manouba) e successivamente ci saranno anche risvolti europei della questione libica: l’Italia
guarda ad un contesto mediterraneo e con scusa di bloccare le navi turche nei porti ottomani, l’Italia
occupa parte della costa albanese e le isole del Dodecaneso con Rodi  l’Italia si sta muovendo nel
Mediterraneo orientale e nell’Adriatico come zone di potenziale espansione. Ciò scontenta più di qualcuno
ad esempio l’Austria, che vedeva come le mosse italiane andassero ad urtare i disegni austriaci
nell’Adriatico. L’Austria-Ungheria non può tollerare un futuro dominio assoluto dell’Italia sull’Albania:
occorre cercare una equa ripartizione dell’Albania tra Italia e Austria.
Nel 1912, si scatena una rivolta albanese per tentare di affrancarsi dall’Impero Ottomano, che coinvolge
principalmente gli interessi di Italia e Austria; tuttavia, anche la Serbia non sta a guardare, ma anzi vuole
espandere le proprie sfere di influenza (vd. Kosovo già sotto influenza serba).
Nel 1912 Conrad si fa sentire con Francesco Giuseppe e, bypassando il ministro degli esteri, tenta di
estorcere l’assenso di Francesco Giuseppe ad un attacco preventivo all’Italia, che secondo lui stava
meditando altri colpi di mano e che non avrebbe rispettato la Triplice Alleanza: un’Italia in guerra con
l’Impero Ottomano era estremamente vulnerabile. Il difetto di Conrad fu probabilmente la volontà di
incidere militarmente sulle scelte di politica interna ed estera e Francesco Giuseppe lo licenzierà, anche se
solo per un anno. Conrad aveva anche l’ossessione di un’Austria totalmente impegnata sul fronte orientale
balcanico e centro orientale, a protezione dei tedeschi impegnati sul fronte centro occidentale.
24/03/14
L’effetto che ebbe la guerra in Libia fu potenzialmente destabilizzante, nonostante una parte della
storiografia ritenga che essa fosse sicuramente una guerra dichiarata all’Impero Ottomano dopo un’annosa
preparazione diplomatica e che ora si percepiva come non più rinviabile; un’altra parte della storiografia è
più concentrata sulla politica interna ed interpreta la guerra come uno strumento utilizzato per ottenere
sostegno interno a favore della riforma elettorale. Tuttavia, c’è da notare che entrambe le visioni
sottovalutavano la forza di opposizione presente all’interno del paese. Sangiuliano ammette infine che la
guerra ha scontentato un po’ tutti, anche gli stessi alleati Germania e Austria, per non parlare dei francesi e
dei loro affari con l’impero ottomano, che mostrano così di “tradire” il tacito accordo di desistenza francese
rispetto a quest’azione italiana.
Nel 1912 l’Italia stringe la pace con l’Impero Ottomano e si attesta sulla Libia, su Rodi e su altre isole del
Dodecaneso, garantendosi temporaneamente una valida posizione strategica nel Mediterraneo orientale,
punto di grande rilevanza per l’espansionismo italiano. L’occupazione è temporanea perché il Dodecaneso
era ancora presidiato dall’Impero Ottomano, che lo aveva invaso comunque con navi.
Nel 1912 avviene però anche l’ultimo rinnovo della Triplice Alleanza. Questo rinnovo chiama l’Italia, la
Germania e l’Austria a dichiarare che quest’alleanza deve essere efficace e ciò non è scontato, a causa dei
ben noti dissapori tra Italia e Austria. L’Italia, infatti, sente che nell’alleanza l’Austria-Ungheria gioca un
ruolo mai pienamente riconosciuto dall’alleanza (nel senso che è predominante rispetto all’Italia e questo
non era assolutamente previsto) e rimangono irrisolti gli screzi legati all’irredentismo, all’espansionismo
austriaco, senza ricompense territoriali per l’Italia, e la convergenza sull'Albania, la quale nel 1912 diventa
preda anche degli appetiti serbi. La Serbia, che si era posizionata anche nel Sangiacctao, vuole espandere la
propria influenza anche nella parte nord dell'Albania, arrivando al porto di Durazzo. Nel 1912 l’Albania
cerca di affrancarsi dal territorio ottomano, si dichiara indipendente, ma ha grosse difficoltà a causa di
contrasti locali. L’Austria-Ungheria e l’Italia le offrono la loro protezione internazionale, sponsorizzando
l’indipendenza albanese con operazioni di lobbying disinvolte e favorevoli ai loro interessi.
Tuttavia, Giolitti e Sangiuliano rischiano un’implosione dell’Impero Ottomano, che avrebbe
conseguentemente alterato l’equilibrio europeo e questo è ciò che assolutamente si vuole evitare in
Europa  si forma la Lega Balcanica, lega di stati che parte incentrata sull’alleanza tra Bulgaria e Serbia.
L’alleanza tra i due stati appare però da subito impossibile, perché essi avevano pochi interessi in comune,
ma con spinta e avallo della Russia, che vuole risollevare le proprie sorti nell’andamento della propria
politica balcanica. Questo accordo prevede la divisione della Macedonia, dove il Sangiaccato e Kosovo
sarebbero dovuti andare alla Serbia, mentre i territori ad est sarebbero andati alla Bulgaria. Inoltre, una
convenzione militare segreta prevedeva un consistente intervento militare reciproco di una a favore
dell’altra, in chiave anti-ottomana, ma con una diversa clausola per la Grecia, con cui la Bulgaria si
disputava Salonicco  la Bulgaria sarebbe dovuta arrivare all’Egeo. L’interesse comune è dare una spallata
all’Impero Ottomano, nel momento in cui questa spallata può essere davvero efficace. Ad essa si unisce il
Montenegro, che partecipa con accordi verbali e avanza interessi sul Sangiaccato e su una futura
spartizione delle zone. Nella spartizione della Macedonia sono impliciti i futuri conflitti.
Interessante è che questo sottobosco di accordi fortemente pilotato dagli ambasciatori russi non viene
portato a conoscenza della Francia, principale alleato dei russi  qual è la solidità dell’Entente Cordiale,
dove emerge la reticenza russa ad informare i francesi delle manovre russe sui Balcani? La Russia si sta
preparando velocemente ad un riarmo, deve risollevarsi militarmente e nel 1912 non è ancora pronta
all’intervento, ma avrebbe dovuto informare la Francia, perché la Francia era vincolata da un intervento a
fianco della Russia in caso di attacco offensivo con la Germania, la quale è legata all’Austria e un eventuale
screzio nei Balcani avrebbe causato lo scoppio dell’antagonismo russo-austriaco, coinvolgendo tutti i
sistemi di alleanza.
Nel 1912 si lancia quindi un ultimo ultimatum all’Impero Ottomano riguardo alla concessione di autonomie
e indipendenze, con la richiesta all’Impero Ottomano di uscire dallo scenario politico europeo. Questa lega
riesce ad avere la meglio sulle forze ottomane. Inoltre, si è da poco conclusa la guerra libica e l’Impero
Ottomano si trova in difficoltà a causa di un attacco concentrico su vari scenari, ma la difficoltà è anche per
gli altri paesi europei  è sempre più difficile mantenere l’equilibrio e preservare la pace, evitando lo
scoppio del conflitto. Si indice quindi una conferenza nel dicembre 1912 a Londra  le sei principali
potenze impongono all’Impero Ottomano di accettare le conseguenze della sua sconfitta. L’Impero
Ottomano deve ritirarsi ad est della linea Enos-Midia, due fiumi stabiliti come confine occidentale
dell’Impero Ottomano. In effetti, le truppe bulgare stanno arrivando a 50 km dalla capitale Costantinopoli e
l'Albania è intanto invasa da greci (provenienti dall’Epiro) e dai serbi, che si prendono Durazzo e trovano
così uno sbocco sul mare, scatenando le ire austriache. In realtà il rischio è che sia Italia che Austria vedano
stravolte le proprie aspettative riguardo all'Albania: da un lato i serbi prendono il controllo dell’Adriatico,
pericolosissimo per l’Austria; viceversa i greci, a sud del paese, arriveranno a Valona, che da sempre è
potenziale punto di prelazione italiana. Nel 1913 l’Albania diventa uno stato indipendente, per il quale
bisognerà trovare una modalità di governo, magari eterodiretto dalle grandi potenze che hanno interessi
sul territorio albanese  breve reggenza dello sfortunato principe.
Tuttavia, la conferenza lascia un grande scontento, perché non è facile tra Austria e Italia spartirsi l’Impero
Ottomano, perché la Bulgaria avanza richieste consistenti sulla Macedonia e non trovano d’accordo né i
serbi, né i greci. Anche la Romania ne esce scontenta, perchè vorrebbe dalla Bulgaria la Dobrugia, regione a
sud sotto sovranità bulgara, ma alla fine alla Romania viene concessa una fascia territoriale costiera sotto le
foci del Danubio e sul Mar Nero. Ricominciano i contrasti all’interno della stessa Lega Balcanica  seconda
guerra balcanica nell’estate 1913. In realtà, essa è la reazione dei bulgari ad un accordo tra la Serbia e la
Grecia, che si attestano su un confine non condiviso dalla Bulgaria. La Bulgaria, che ha da poco firmato un
armistizio con Impero Ottomano, volge le sue forze contro i precedenti alleati e nasce un’unione di intenti
tra Serbia e Grecia per far fuori la Bulgaria, cui si aggiunge anche la Romania, che vuole appunto
espandersi. In realtà, ciò che si era ritenuto di accomodare per il meglio a Londra nel maggio 1913 con la
risoluzione non porta ad alcun miglioramento dello status quo e ciò costringe nell’agosto 1913 a concludere
la pace di Bucarest: ai bulgari, sconfitti, viene assegnata una piccola parte della Macedonia, mentre la
Grecia si annette tutta la parte di Macedonia a sud del lago di Ochrid. L’Impero Ottomano recupera almeno
una piccola parte dei territori perduti (Imirne e la Tracia orientale) e la Romania si annette la Dobrugia
meridionale  gli stati successori dell’impero ottomano hanno difficoltà a trovare un accomodamento
territoriale, anche perché le rivendicazioni su basi etnica sono molto frammentate. Nel marzo 1914 arriva in
Albania il principe von Wied, nipote della regina di Romania e di religione protestante, il quale è un
candidato accettabile per l’Austria-Ungheria e per l’Italia (che non voleva principi troppo vicini a Roma e al
papa), nonostante conosca ben poco l'Albania e di cui tutti si fanno beffa. Egli controllava una piccola parte
del paese e pensa di avere pieno sostegno dei notabili albanesi, mentre in realtà ciò non è vero e sarà solo
utilizzato come un fantoccio. Egli rappresenta l’accordo austro-italiano e tentativo di tenerlo in piedi.
L’Italia sta guardando all'Albania e alle manovre austriache con grande preoccupazione, perchè l’Austria
vuole impossessarsi di una regione montuosa che domina uno sbocco a sud sul mare (bocche di Cattaro),
nel tentativo di chiudere il controllo del mare Adriatico.
Le reazioni austriaca e italiana non si fanno attendere: entrambe devono tutelare un ritiro serbo
dall’Albania, mentre la Russia ancora una volta non vuole intervenire direttamente, ma sta guardando alle
manovre balcaniche, sempre immaginando un futuro ridimensionamento della politica austro-ungarica di
Aehrental. Nel 1913 si va molto vicino ad un conflitto generalizzato  l’Austria-Ungheria dovrebbe essere
trattenuta dalla Germania, che invece è sul piede di guerra e vorrebbe addirittura bombardare Belgrado. La
Francia si sta spostando su posizioni differenti, essa si sente forte e fa comprendere alla Russia che è pronta
a schierarsi al suo fianco. Nel 1913 si va molto vicino allo scoppio della guerra, perché l’Austria-Ungheria
deve evitare un ridimensionamento della Serbia, affermando che non voleva distruggere la Serbia, né
ridimensionarla, ma d’altro canto la Serbia stessa non vuole essere riportata sotto il controllo austriaco:
molti leggono l’uccisione di Francesco Ferdinando come un tentativo di chiudere all’Austria-Ungheria
qualsiasi possibilità di disegno di tripartizione dell’Austria Ungheria  fare con l’elemento slavo ciò che si
era fatto con l’elemento magiaro. Francesco Ferdinando però era più un accentratore e odiava gli
ungheresi, che stavano disgregando la Duplice monarchia, laddove invece egli voleva tornare ad un drei
kaiser Bund, ad una nuova alleanza tra Austria, Germania e Russia, tra i tre imperi. Ecco una chiave di
lettura dell’assassinio di Francesco Ferdinando il 28/06, giorno di San Vito, sacro ai serbi in ricordo di una
loro battaglia. In realtà, Francesco Ferdinando era un centro di potere? Esisteva sì la cricca del Belvedere
(palazzo), ma non aveva di fatto molto potere. Nel 1912, una delle ragioni per cui l’Italia si affretta a firmare
la Triplice, è che Francesco Giuseppe sta tirando gli ultimi colpi e se davvero la successione è imminente, ciò
ridefinirà anche la politica estera italiana. Nel 1914 l’Austria Ungheria è scarsamente propensa al dialogo,
perché ritiene di aver già ceduto troppo nel 1912 e nel 1913.
Giugno 1914: come mai l’Austria Ungheria coglie l’opportunità dell’assassinio dell’erede al trono per
chiudere la partita con la Serbia? Egli viene ucciso da un gruppo di moderni terroristi, ramificati dentro allo
stato serbo (Serbia stato canaglia per l’Austria Ungheria). Indipendentemente dalla scelta del governo
serbo di venire a patti con l’Austria Ungheria, quest’ultima è fermamente decisa ad arrivare allo scontro
con la Serbia: l’ultimatum è confezionato apposta per non essere accettato. Nella sostanza perché poneva
fine alla sovranità serba su molti territori e nella forma perché i termini di accettazione erano troppo brevi.
Al ministero degli esteri a Vienna era stata vagliata l’opportunità di una totale accettazione dell’ultimatum,
ma il piano b prevedeva già un altro modo per poter intervenire contro la Serbia  Austria VOLEVA
INTERVENIRE, senza se e senza ma. Da parte della Serbia ci si propone di negoziare, ma la clausola delle
indagini interne è inammissibile.
La Germania firma il famoso assegno in bianco, non ponendo vincoli all’azione del governo di Vienna, che
viene esortato a decidere celermente. A Vienna decide il governo, il parlamento, il ministro degli esteri
Berchtold; il primo ministro ungherese assolutamente contrario all’intervento austriaco in guerra e la
possibilità di assorbire nuovi elementi slavi nella triplice è preoccupante per gli ungheresi. Poi c’è
l’imperatore, che non è manovrato da terzi e anzi, Francesco Giuseppe è perfettamente razionale e in
realtà sa bene cosa sta accadendo a livello internazionale, con sguardo realista sul presente e sul futuro.
Nel momento in cui l’Austria-Ungheria deciderà un’azione militare contro la Serbia, le probabilità di un
intervento russo sono molto elevate. In questo, l’Austria-Ungheria ha pieno sostegno tedesco. Il casus
foederis è spinto molto aggressivamente contro la Russia e questo per vari motivi: una politica ormai da
anni avversa alla Russia, che rende lo scontro inevitabile e l’aggravante del problema della fretta, a cui è
particolarmente sensibile Berlino. I tedeschi hanno fretta perché i russi si stanno riarmando, la
mobilitazione russa è lenta e a fronte dell’opzione militare si cerca di giocare sul vantaggio derivante dai
tempi (Blitzkrieg e velocità sono una chiave di interpretazione). Per di più, il desiderio di ridurre i due fronti
a uno solo si fa sempre più pressante: il fronte occidentale deve essere rapidamente concluso e questo è il
primo errore tedesco  NON CI SARA’ ALCUNA VELOCITA’ NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE e dopo la
guerra veloce con la Francia ci sarebbe stato l’intervento contro l’Austria Ungheria. I tedeschi pensavano di
inviare in Prussia orientale al massimo un corpo d’armata  si pensava ad un’altra manovra!
L’invasione del Belgio per prendere i francesi da dietro, risolvere velocemente la questione francese e poi
rivolgersi ad est era la strategia della politica estera tedesca, che in questo periodo rileva una piena
coesione tra generali e politici, dove la Weltpolitik era volta a questo tipo di conclusione. Anche gli ultimi
tentativi di mediazione tra inglesi e tedeschi erano praticamente falliti. La questione del riarmo marittimo
della Germania, che nel 1912 vara l’ennesimo provvedimento di riarmo sulla marina, continua ad infastidire
la Gran Bretagna: la doppia azione tedesca va a toccare gli interessi a cuore da un lato della Gran Bretagna
(da cui si isola totalmente) e dall’altro si abbandona totalmente la visione di Bismarck, affiancando le
istanze austriache nei Balcani, che è ben più debole di quanto si pensasse. Nonostante l’abilità di comando
di Conrad, tornato al comando dell’esercito nel 1914, l’esercito austriaco non stupisce per azioni militari e
egli vede presentarsi l’occasione di dare un colpo definitivo alla Serbia, la quale voleva dare un colpo
definitivo alla sopravvivenza della duplice monarchia. Il ministro degli esteri e il primo ministro austriaco
sono ben contenti dell’intervento e il 3 luglio arriva a Berlino la missione Hoyos: la Germania è ben convinta
dell’intervento, anche se all’inizio Conrad si trova sprovvisto ad est dell’aiuto tedesco e se ne stupisce. La
previsione per gli austriaci è di una rapida azione contro la Serbia, che avrebbe causato l’intervento russo,
che provocherà l’intervento tedesco  tutti avevano ben chiara la situazione balcanica. Tuttavia, i tedeschi
si continuano ad illudere su un intervento britannico, il quale non doveva avvenire  solito errore tedesco.
I francesi sono convinti e ben disponibili a rendere operativo il casus foederis e non cercano scuse contro un
eventuale intervento tedesco  immediata disponibilità ad intervenire a fianco dei russi e anche alla
Francia spetta l’onere e la responsabilità di non aver in alcun modo trattenuto i russi dall’azione militare in
difesa della Serbia. L’incognita rimane l’atteggiamento britannico: Lord Bray cerca di riaprire un tavolo
negoziale, di cui gli austriaci non vogliono più sentir parlare: la Gran Bretagna inizia a pensare ad un
intervento e questo sarebbe avvenuto a favore della Francia. Anche qui il Kaiser spera che nel 1914 di poter
trattenere Inghilterra dall’intervento pro Francia. Inoltre, la Germania viola la neutralità del Belgio, che
riceve un ultimatum tedesco, ovvero la preghiera di lasciar passare le truppe tedesche sul territorio belga, i
quali rispondono negativamente.
Anche l’Italia rimane in forse e la sua entrata faceva una gran differenza: stante la necessità di truppe ad est
di Conrad, egli aveva necessità che il fronte meridionale fosse tranquillo e occorreva che la triplice fosse
ben salda di fronte al confine meridionale. Finalmente nel 1914 Conrad si convince che l’Italia gli presterà
fedeltà, nella figura garante del generale Pollio, capo di stato maggiore, che tranquillizza Conrad  l’Italia
sarebbe quindi intervenuta addirittura sul Reno e a favore dell’intervento tedesco, come precedentemente
accordato.
Tuttavia, a giugno 1914 il generale Pollio muore e l’Austria si costerna per questo. L’estate del 1914 vede
tutti i protagonisti accesamente intenzionati a proseguire su una strada già segnata e soprattutto i
principali attori europei escludono il negoziato e la trattativa, mentre sono più possibilisti gli inglesi.
L’Austria-Ungheria considera l’imminente guerra come un dato imprescindibile della propria politica estera
e l’aggressione alla Serbia non è più rinviabile: ecco che avviene la distinzione, all’interno della duplice
monarchia, tra falchi e rassegnati. Paradossalmente la Germania si catapulta in un conflitto nel quale in
realtà non ha interessi ben precisi da tutelare, trascurando inoltre il peso della mobilitazione russa.
I russi, da parte loro, si stavano riarmando e riorganizzando dal 1904, nonostante la precaria situazione
politica interna. Esistono anche pulsioni interne che spingono verso il conflitto, come la necessità di
dirottare parte del malcontento popolare verso un conflitto di portata totalizzante, anche se la durata del
conflitto è la vera incognita che rimane: si pensava infatti che il conflitto sarebbe stato di breve durata e
rapido, quando invece sarà estremamente logorante e ben più lungo di quanto preventivato. In realtà,
l’unico che aveva capito la novità della guerra pendente era il vincitore di Sedan, lo zio del futuro generale
von Moltke, che affermava come fosse finita l’idea di guerra per gabinetto.
L’atteggiamento dell’Italia è importante: la Triplice, rinnovata nel 1912, si regge in modo precario
soprattutto rispetto all’Austria-Ungheria, perché gli interessi sono sommamente divergenti. Nel 1914,
l’Italia non ha intenzione di affiancare l’Austria-Ungheria nella propria azione contro la Serbia:
legittimamente, l’Italia contesta l’esistenza di un casus foederis e della presenza di un’aggressione serba nei
confronti dell’Austria-Ungheria. Nel frattempo, l’Italia rammenta come la sua rivale non rispetti l’articolo 7
della Triplice, non ricevendo compensazioni territoriali e anche la visita di Hoyos a Berlino indica come
l’Austria consideri la Germania l’alleato principale, mentre l’Italia è semplicemente un alleato infedele e
ballerino  timore che nel 1914 l’Italia possa compiere definitivamente il suo giro di valzer.
In Italia regna un clima di irredentismo sovra-eccitato. A livello governativo, Sangiuliano (ministro degli
esteri ancora per pochi mesi) è molto prudente e la via della neutralità è per ora quella più ragionevole, ma
in realtà egli non esclude nulla, nemmeno un’entrata in campo nel campo che soddisfi maggiormente gli
interessi italiani. Da questo punto di vista, i neutralisti schierati con Giolitti non hanno intenzione di entrare
in campo, quindi l’analisi dell’atteggiamento dell’Italia lascia capire come ci si avvii sempre più ad un
passaggio della dirigenza italiana verso una trattativa disinvolta a doppio binario, condotta da una parte con
gli austriaci e i tedeschi (cosa si può ottenere in cambio della neutralità italiana?  politica del parecchio) e
dall’altra una segretissima trattativa con gli anglo-francesi, in particolare con il ministro degli esteri francese
Barrère. La diplomazia italiana è favorevole ad un intervento pro intesa, salvo gli ambasciatori italiani a
Vienna e Berlino (Varna e Bollati), che rassegnerebbero le proprie dimissioni in caso di intervento italiano
pro Intesa. Prima dell’intervento italiano, passerà però quasi un anno, in cui si svilupperanno le varie
trattative con i paesi  da chi si può ottenere di più?
Italia non si considera tenuta a rispettare un accordo, adducendo come motivo il comportamento austriaco
e si sente legittimata a liberarsi da alleanze e svolgere liberamente le proprie trattative. Ora, ciò che si
considera sono le ambizioni italiane, rivolte a
1. Trentino
2. Zone irredente di Trieste e della Venezia Giulia, sebbene l’Austria-Ungheria neghi assolutamente la
loro possibile cessione. Nasce una profonda divergenza tra la monarchia austriaca e la Germania, la
quale cerca una mediazione tra le due per non portare l’Italia al cambio di fronte. Berlino inizia
inoltre ad erogare contributi per “ungere” la stampa italiana, raggiunta a Fiuggi tramite i colloqui
tra gli ambasciatori tedesco e italiano. L’ambasciatore austriaco, invece, è estremamente
intransigente e ritiene nella sua lunga missione in Italia che essa sia pronta a vendersi al miglior
offerente  accusa all’Italia di perseguire la politica della mano tesa e al contempo, l’AustriaUngheria ostenta una certa vanagloria rispetto alle forze che gli imperi centrali possono mettere in
campo e al potenziale militare della Germania, quando invece lo stato delle forze austriache non è
così brillante.
L’Austria-Ungheria è estremamente rigida verso le richieste italiane: la cessione del Trentino potrebbe
infatti aprire il vaso di pandora dell’impero multietnico austriaco  perché, a questo punto, i rumeni non
dovrebbero chiedere la cessione della Transilvania? L’Austria entra in guerra per mantenere integralmente
la struttura della monarchia austriaca e l’eventuale discussione tra l’Austria e l’Italia viene deviata su zone
periferiche, come l’Albania, ribadendo ancora una volta che i territori irredenti non sono oggetto di
discussione. La Germania preme perché l’Austria inizi a cedere qualcosa, anche perché la prima nota come
l’Austria non sia preparata benissimo; per di più, la Germania è impegnata sul fronte occidentale e questo
sarebbe un ulteriore motivo per l’Austria a dover cedere con l’Italia.
Le pulsioni della politica estera italiana non sono più però totalmente irredentiste, ma anzi l’idea di politica
estera italiana è quella di dispiegare il proprio ruolo di grande potenza e di proiettarsi nel Mediterraneo
orientale  da irredentismo a imperialismo. In tutto questo, l’Italia capisce che c’è la grande opportunità
di dare una vera spallata all’Austria-Ungheria, dominando dapprima l’Adriatico, poi il Mediterraneo
orientale, dove l’Italia si era attestata sul Dodecaneso, continuando una politica iniziata prima della guerra
di Libia, tesa a porre sotto il controllo e l’influenza economica italiana una zona dell’Anatolia da Smirne
all’entroterra ottomano, in previsione di un disfacimento dell’impero ottomano. E’ infatti diffusissima l’idea
di spartizione dell’Asia minore ottomana tra Italia e Francia e si parlava ancora di diritti ineguali e di
prelazione sull’impero ottomano. Anche il governo spingeva per questi investimenti, preservando anche gli
interessi di altri investitori, come le banche (vedi il Banco di Roma, in mano ai cattolici), che hanno interessi
riguardevoli nella politica estera italiana. Quando però scoppia la guerra tra l’Italia e l’Impero ottomano, gli
investitori devono ritirarsi velocemente e questo possibile futuro mercato viene frettolosamente
abbandonato. In uno scenario di implosione dell’impero ottomano (forte presenza tedesca di interessi
nell’impero ottomano + dopo il 1908 i giovani turchi si collocano su una politica filo-tedesca, affidando alla
Germania l’addestramento del proprio esercito) e di indebolimento dell’Austria-Ungheria, risorge l’idea
italiana di considerare le coste italiana e mediterranea come assi di espansione, convivendo nell’idea di
dominio dei mari con la Gran Bretagna, con la quale i rapporti si incrineranno successivamente in questioni
riguardanti la Grecia.
Si capiva che, in caso di vittoria dell’intesa, alla fine della guerra l’Austria si sarebbe grandemente
ridimensionata (finis Austriae) e l’Italia valuta bene come aggregarsi all’Intesa: gli anglo-francesi possono
forse promettere più degli imperi centrali, ma l’Italia ha anche ben chiaro che, laddove essa voglia cercare
di prevalere nel Mediterraneo, sarà indispensabile un accordo benevolo con la Gran Bretagna; tra l’altro,
l’idea dell’irredentismo slavo, proveniente dalle zone che si sarebbe in futuro annessa l’Italia,
rappresentava un elemento preoccupante per l’Italia, in quanto esso poteva essere usato in funzione antiitaliana (Istria, costa dalmata e Trieste).
Quando iniziano le trattative per portare l’Italia a fianco della Triplice, la Francia promette all’Italia i territori
irredenti del Trentino, di Trieste e della Venezia Giulia, ma NON Fiume, lasciando intendere anche la
possibilità di cedere all’Italia di tutti i domini strategicamente interessanti per l’Italia, che appartenevano
all’Austria  L’Italia voleva far diventare l’Adriatico un lago italiano!
L’idea di vittoria mutilata nascerà perchè l’Italia non avrà considerato alcuni fattori che avrebbero seguito
lo scenario post-guerra. Si può affermare che il disegno italiano è ambizioso sì per l’epoca, ma non
fantascientifico  da irredentismo a IMPERIALISMO ITALIANO.
A Pollio, appena deceduto, succede Cadorna, che inizialmente appoggia le alleanze militari italiane, ma
all’interrogativo austriaco sulla disponibilità italiana all’intervento pro Imperi centrali, egli deve
temporeggiare, esattamente come fa il re Vittorio Emanuele III.
A Londra, nel frattempo, iniziano a svolgersi le trattative tra le potenze dell’Intesa, cui fino all’ultimo l’Italia
cerca di rimanere esterna, per garantirsi una certa disinvoltura. Le promesse che la Francia e la Gran
Bretagna sono in grado di fare a Sonnino (che porterà avanti con gran decisione l’interventismo in una
guerra dall’esito incerto, ma che volge in favore dell’Intesa), nuovo ministro degli esteri italiani, non
contemplano Fiume tra le posizioni future su cui si attesterà l’Italia: è difficile poter pensare
ragionevolmente che oltre a Trieste, l’Austria dovesse cedere l’altro porto che aveva sull’Adriatico, ovvero
Fiume. Trieste è quindi l’oggetto delle rivendicazioni, con l’Istria e la costa dalmata, le isole quarnerine
(Quarnero) e Zara  zone in cui il discorso etnico ha sicuramente una rilevanza e dove sin da subito
emerge la difficoltà di disgregare il complesso melting pot balcanico. Le bocche di Cattaro, in Montenegro,
erano il punto in cui era stanziata una parte della flotta austriaca e sarebbero state il punto di maggior
espansione verso sud dell’Italia.
D’altra parte, il Sud Tirolo va di spettanza alle pretese irredentiste dell’Italia, insieme al Brennero  zona
non etnicamente italiana, ma strategicamente migliore per il nostro paese. Ottenere territori oltre il
Trentino significava combinare al meglio le proprie rivendicazioni strategiche e militare. La minima
resistenza che trova l’Italia è quella russa, in quanto la Serbia sarebbe stata estromessa dall’Adriatico e la
Russia, da protettrice della Serbia, si vede tagliata fuori dallo scenario balcanico. Anche la Russia viene
persuasa a fare delle concessioni all’Italia  la portata delle concessioni ad essa rivolte evidenzia come
essa non fosse assolutamente irrilevante!
L’Albania, invece, secondo il patto di Londra, sarebbe potuta diventare un protettorato italiano, che parte
dalla città di Valona e da Saseno; è interessante inoltre sapere che l’Italia avanza rivendicazioni in Asia
minore, ma su tono abbastanza generico. Inglesi e francesi restano vaghi sulla spartizione dell’ex impero
ottomano, in particolare sull’Antalia. Tra l’altro, lungo la costa dell’Asia minore, c’è il Dodecaneso, presenza
italiana.  Italia avrebbe prevalso sul Mediterraneo orientale.
Firmando il patto di Londra (26/04/1915), l’Italia si impegna ad entrare in guerra entro un mese dalla firma
contro tutti i paesi che minacciano l’Intesa, ma l’Italia non ha alcun pretesto di dichiarare guerra alla
Germania: la dichiarazione arriverà solo nel 1916 e da parte dell’Intesa c’è la richiesta di un fronte coeso,
quando in realtà l’Italia si impegnerà prevalentemente contro l’Austria-Ungheria e impegnando le forze
austriache sul confine di Gorizia e Trieste.
Caporetto, episodio più tragico della guerra per l’Italia, mostra la debolezza militare italiana agli occhi degli
alleati, anche perché nel 1917 l’Italia dovrà invocare l’aiuto esterno; tuttavia, era ben chiaro che ci sarebbe
stato un attacco austriaco sul fronte italiano, in quanto la Russia aveva già annunciato la propria uscita dalla
guerra. L’effetto sorpresa non giocava più alcun fattore e per forza di cose ci si trovò a difendere
strenuamente sul Piave, mettendo in gioco addirittura la posizione di Venezia!
La strategia diplomatica italiana viene sconvolta dall’entrata in guerra degli USA e dai famosi 14 punti di
Wilson. (occorre non dimenticare che anche gli USA erano un paese multietnico, che si tengono
inizialmente su posizioni di isolamento tranquillo riguardo ai fatti europei ed intanto esercitavano la
dottrina Monroe nel Sud America). In realtà gli USA, istigati anche da una guerra sottomarina ingaggiata dai
tedeschi poco prudentemente, entrano in guerra nel 1917 e determinano le sorti del conflitto e dell’Italia
nel dopoguerra, con l’elemento politico che giocherà a sfavore dell’immagine che l’Italia si è creata della
pace post guerra.
27.03.2014
L’Italia si appresta a fronteggiare i trattati di pace con una serie di rivendicazioni piuttosto ampie,
fatalmente destinate a non trovare necessariamente piena soddisfazione. In realtà la prima guerra
mondiale distrugge tre imperi, l’impero ottomano, l’impero austro-ungarico e l’impero russo. La sconfitta
russa si consuma nel marzo 1917, seguita dall’immediato proclama di una “pace senza annessioni e senza
indennità”: la Russia perde parte del suo territorio, della sua popolazione e di oltre il 70% della propria
produzione pesante  Russia ormai fuori dal contesto europeo, salvata in questo senso solo dalla sconfitta
tedesca, con cui troverà una sinergia in politica estera. Nonostante l’instabilità interna e la precarietà che
doveva fronteggiare il neo-instaurato governo bolscevico (che però non fronteggiava alcuna opposizione),
gli alleati si troveranno a trattare con una Russia bolscevica, la quale doveva essere isolata con un cordone
sanitario, altrimenti avrebbe esportato il pericoloso comunismo, infettando realtà politiche già instabili nel
dopoguerra europeo.
Il 1917 è anche l’anno dell’entrata di guerra degli USA (sotto la presidenza Wilson), sin dall’inizio neutrali
riguardo al conflitto nel rispetto del melting pot americano (ci sarebbero potute essere potenziali gravi
divisioni al proprio interno, in caso di intervento americano pro una o altra fazione). Tuttavia, la neutralità
americana non era certo isolazionista, anzi essi sono attivamente coinvolti nel conflitto europeo con
grandissime quantità di export verso l’Intesa  assoluta convergenza di interessi tra USA e Intesa, che si
indebita esponenzialmente nei confronti dell’industria statunitense (armi, armamenti logistici, che vengono
prestati a fondo perduto in cambio di riconoscimento agli USA del ruolo di creditore europeo).
Successivamente, gli USA verranno accusati di isolazionismo e la presidenza di Wilson sarà chiamata la
presidenza delle lobby, che spinse per l’entrata in guerra solo a causa di fattori economici. In realtà, Wilson
era fortemente connotato da un’impronta idealista, che avrà un grosso peso in sede di trattative. L’ingresso
degli Stati Uniti è favorito dalla scelta strategica tedesca, ovvero: tra il rischio di avere gli Stati Uniti contro e
il soffocamento del blocco navale, i tedeschi scelsero di ingaggiare contro gli USA una guerra sottomarina,
boicottando i commerci dell’Atlantico  altro pretesto per l’entrata in guerra statunitense.
Altro pretesto fu l’incidente diplomatico del telegramma Zimmermann: viene intercettato un dispaccio tra
l’ambasciatore tedesco Zimmermann e l’ambasciatore tedesco a Washington nel tentativo di contattare
l’ambasciatore del Messico per fare in modo che, qualora non si fosse riusciti ad evitare il conflitto USAGermania, la Germania potesse contare sul sostegno del Messico (animato dal proprio spirito di revanche
contro gli Stati Uniti) al proprio fianco. Gli inglesi intercettano il dispaccio e lo portano a conoscenza degli
americani: a due anni di distanza dall’affondamento del Lusitania, questa è la goccia che fa traboccare il
vaso. Da non trascurare sono anche i condizionamenti derivanti dagli appuntamenti elettorali: nel 1916
Wilson era stato rieletto e questo lo aveva rafforzato nella conduzione della sua politica estera.
Wilson si era inoltre introdotto nei tentativi del re Carlo d’Austria di trovare una pace separata durante la
guerra con l’Intesa, chiedendo ai belligeranti di definire i propri obiettivi e di trattare per un’intesa futura,
cosa che la Germania rifiuta categoricamente, mentre l’intesa si dimostra più pronta alle trattative. Anche
le potenze dell’Intesa hanno alcuni obiettivi, manifestati attraverso accordi durante la guerra. Ad esempio,
gli accordi Sykes-Picot determinano, prima della conclusione del conflitto, la spartizione dei territori
ottomani nella zona dell’ex-mezzaluna fertile, ovvero Iraq, Palestina (GB), Libano e Siria (FR), con territori a
governabilità non semplice dopo la caduta dell’Impero Ottomano. L'accordo Sykes-Picot del 16
maggio 1916 fu stipulato fra i governi del Regno Unito e della Francia per definire segretamente, dopo la
fine della prima guerra mondiale, le loro rispettive sfere d'influenza e di controllo sul Medio Oriente, in
particolar modo sui territori fra la Siria e l'Iraq. Al Regno Unito fu assegnato il controllo delle zone
comprendenti approssimativamente la Giordania, l'Iraq ed una piccola area intorno adHaifa. Alla Francia fu
assegnato il controllo della zona sud-est della Turchia, la parte settentrionale dell'Iraq, la Siria ed il Libano.
La zona che successivamente venne riconosciuta come Palestina doveva essere destinata ad
un'amministrazione internazionale coinvolgente l'Impero russo e altre potenze.
Sull’Asia minore si prevedevano una zona di influenza francese e una inglese, che corrono ad accaparrarsi
la migliore collocazione marittima e commerciale. A questa corsa partecipa anche l’Italia, che rivendica i
propri interessi sulla zona costiera dell’Anatolia fino a Smirne. L’impero ottomano sarebbe stato spartito
quindi anche laddove l’identità era un’identità turca: si sta parlando del cuore dell’identità ottomana e
bisognava capire in che misura mantenere la sovranità ottomana. Sarebbe stato un diritto ineguale alla fine
a dettare le regole, sotto forma di sovranità economica e commerciale. Tuttavia, nei riguardi della
spartizione dell’Asia minore, l’Italia, che era in guerra dal 1915, non viene consultata: gli italiani vengono
tenuti all’oscuro di un rapporto preferenziale tra Gran Bretagna e Francia, che passa per un loro accordo
coloniale. Si rimprovera all’Italia di aver condotto il conflitto in maniera troppo settoriale e di non aver
speso grossi contingenti di uomini in zone che non fossero di pieno interesso italiano (vd. fronte alpino);
l’Italia ribatte che essa ha però impegnato forze ingenti degli imperi centrali sui propri fronti di
combattimento. Purtroppo la sconfitta di Caporetto non ha giovato al prestigio politico dell’Italia e si riflette
negativamente sulle aspettative e sulle richieste italiane  il principio dell’etnicità cozza con le
rivendicazioni imperialiste firmate a Londra, dove il patto di Londra non era stato firmato né avallato dagli
USA, che sono quindi portati a disconoscerlo.
La Grecia, che entra nel conflitto in modo tardivo e approssimativo, condottavi principalmente dalla Gran
Bretagna, la quale diventa protettrice della Grecia, per vedere soddisfatti tutti i suoi appetiti sull’Asia
minore e sul Mediterraneo, assicurandosi una posizione di privilegio nel Mediterraneo e sul fronte
mediorientale. L’Italia quindi, in sede di trattativa, si troverà a scontrarsi con le rivendicazioni avanzate
dalla Grecia, appunto protetta dagli inglesi. La Turchia, d’altra parte, vive la rivoluzione kemalista,
riorganizza l’esercito e smentisce i progetti che le potenze estere si stavano facendo sulla spartizione turca.
Smirne, rivendicata dagli italiani, viene infine concessa ai greci, soprattutto perché premevano gli inglesi;
inoltre, Smirne era una città ad etnia mista e con una gran componente greca. Con la rivolta kemalista,
Smirne subisce immediatamente le conseguenze dell’assegnazione alla Grecia e si verifica un’epopea
drammatica di profughi, che si spargeranno dalle isole del Dodecaneso all’estero  la Gran Bretagna ha
grandi responsabilità nel futuro conflitto tra Grecia e Turchia, dove oltre alle rivendicazioni delle potenze
europee, si scontrano il sentimento pan-turco e le istanze greche.
Ben presto, si capisce come il concetto di rispetto delle etnie dei 14 punti di Wilson fosse difficilissimo da
rispettare: occorreva tutelare ogni minoranza e ogni istanza di autodeterminazione, ma questo comportava
una politica e delle normative ben avanzate in materia di diritti alle minoranze. Era impossibile tracciare dei
confini geografici per stati in cui erano ovviamente presenti grandi enclave religiosi e culturali, anche
perchè la prima guerra mondiale è il momento dei discorsi ipernazionalisti, che porteranno le potenze
vincitrici a sfogarsi sulle istanze esterne a fronte di una situazione interna che era tremenda. L’economia
era a terra, demograficamente si era verificato un crollo di nascite e matrimoni e in Italia, paese nuovo sul
panorama dell’industrializzazione, la situazione era particolarmente delicata: la politica estera in questo
caso è funzionale agli equilibri interni, perché bisognava salvare la faccia e la trattativa di Parigi si dimostra
da subito estremamente complessa. Da un lato si rivendica ciò che era previsto dal patto di Londra, ma
dall’altro si aggiunge la questione fiumana, con Fiume che nel 1918 rivendica la propria annessione all’Italia
 quale criterio sostiene l’Italia? Come e con quale forza devono essere rivendicati Fiume e il patto di
Londra? Fiume si è autoproclamata italiana, ma era ben presente una componente slava che abitava
l’immediata periferia delle città (gli italiani invece abitavano nel centro delle città e quindi si prospetta
anche l’idea di annettere solo la parte cittadina, tagliando fuori il contado. Ovviamente era irrealizzabile).
Era difficilissimo individuare le “linee etnicamente riconoscibili” di cui parlava Wilson!
Inoltre, per l’Italia, era cambiato lo scenario in Asia minore, nonostante con accordi di San Giovanni di
Moriana (Gli accordi di San Giovanni di Moriana furono un patto d'intesa tra Francia, Italia e Regno Unito,
firmato a San Giovanni di Moriana il 26 aprile 1917 e ratificato tra il 18 agosto e il 26 settembre 1917. Il
testo redatto dal Ministero degli Esteri italiano era volto al raggiungimento di un accordo tra le tre nazioni
al fine di trovare l'equilibrio dei loro interessi in Medio Oriente. Fu principalmente negoziato e
successivamente firmato dal ministro degli esteri italiano, il barone Sidney Sonnino, insieme con i ministri
italiani, inglesi e francesi. La Russia non era rappresentata nell'accordo poiché il regime zarista era in uno
stato di collasso. L'accordo era necessario agli alleati per assicurarsi la presa di posizione delle forze italiane
in Medio Oriente. L'obiettivo era di equilibrare le forze militari coinvolte nel "teatro del Medio Oriente della
prima guerra mondiale", dove le forze russe (zariste) erano impegnate nella campagna del Caucaso che
avrebbe portato alla nascita della Repubblica Democratica di Armenia.), firmati nel 17 con la Gran Bretagna
e la Francia sulla spartizione dell’Asia minore, stabiliscono che la loro entrata in vigore sarebbe stata
approvata con il pieno appoggio russo. I russi, appena usciti dal conflitto, pubblicano tutti gli accordi e
quando si arriva alla conferenza post conflitto, la loro validità era ormai terminata, proprio perché tutti li
conoscevano. La Grecia, nel frattempo entrata nel conflitto, rivendica il sud dell’Albania (Epiro) e Smirne 
alleato già ben scomodo.
L’Italia inoltre si scontra contro gli “slavi del sud”, che nel 1915 erano ritenuti ancora un’entità spuria e tale
si pensava sarebbero rimasti; tuttavia nel 1918, viene proclamato il Regno dei serbi, dei croati e degli
sloveni: l’Italia vede questa nuova realtà come una minaccia oggettiva e Wilson, che sostiene attivamente
questo regno, non capisce tutta la preoccupazione italiana derivante dal esso  ridimensionamento totale
dell’influenza italiana nei Balcani e nell’Adriatico.
L’Italia non riconosce il regno dei serbi, croati e sloveni ed anzi, inizia a foraggiare tutti gli elementi
disgregatori nazionali del regno perché portassero avanti le proprie istanze nazionali (vd. Croati vs serbi) 
Italia si aggrappa ai croati nell’idea momentanea che possano far implodere il regno. Al tavolo delle
trattative, la Gran Bretagna e la Francia non sostengono le istanze italiane, ma si rivolgono a favore di
Wilson, il quale comunque deve venire a patti per far passare il suo più importante punto della politica: la
Società delle Nazioni. La grande creatura politica di Wilson, il suo desiderio principale, lo porta a fare
alcune concessioni territoriali proprio per ottenere la sua nascita  ecco che la SdN indebolisce alcuni
ideali americani di rispetto delle etnie, aprendo alla Francia la possibilità di contrattare sulla questione che
essa riteneva più importante, ovvero la sicurezza in Europa, dando quindi spazio alle rivendicazione
revanchiste francesi contro la Germania.
Riguardo alla questione coloniale, le colonie diventano stati amministrati formalmente da dei mandati: gli
USA non avevano colonie e quindi, pur non cambiando nulla nella sostanza per i paesi colonizzatori, la
Francia e la Gran Bretagna continuano ad esercitare il proprio dominio sulle loro colonie, ricevendo, a
seguito di una spartizione, anche i domini tedeschi. La Germania, infatti, era ritenuta indegna di
amministrare le proprie colonie, ma dalla spartizione rimane fuori l’Italia!  mito vittoria mutilata.
L’Italia a Parigi ha una politica miope, focalizzata sul problema delle proprie rivendicazioni, tanto più che nel
maggio 1919, in piena trattativa, Wilson si rivolge all’opinione pubblica italiana, spiegando con un certo
paternalismo le ragioni per cui si ritiene di dover affossare le rivendicazioni dei politici italiani: Sonnino,
presente a Parigi, si indispettisce e rientra in Italia sdegnatamente, aspettandosi un bagno di folla. Al
contrario, l’audience italiana accoglie meglio il discorso di Wilson e a Parigi i lavori continuano senza la
delegazione italiana  doppia beffa per Sonnino, sia in termini di prestigio personale (era personalmente
garante degli accordi da lui firmati a Londra) sia in termini di politica negoziale. Si concludono anche le
ultime fasi del trattato di spartizione dell’Asia minore e di pace con la Germania e anche in quell’occasione,
l’Italia sembra mantenere quello stesso atteggiamento del 1915, quando per un anno non aveva dichiarato
guerra alla Germania  Germania non è un interesse per Italia.
A Parigi nel 1919 manca uno sguardo complessivo sul nuovo scenario di politica estera che l’Italia voleva
disegnarsi. In patria si alimenta un clima incandescente e le azioni di D’Annunzio, che va ad occupare
Fiume, destabilizzano chiaramente la situazione, ponendo la questione del comando dell’esercito. A chi
obbedisce l’esercito italiano? Nonostante si cerchi di lavorare sul piano negoziale, D’Annunzio continua a
portare avanti il proprio progetto sul Carnaro e su Fiume, alimentando la tensione che si respirava già in
patria, dove l’estrema conflittualità verso la classe dirigente e politica aveva provocato i primi scioperi. Ciò
che emerge ben presto è l’impossibilità di trovare un compromesso tra la situazione interna e le
rivendicazioni di politica estera. Iniziano i primi scioperi, le truppe italiane all’estero e nelle zone di confine
non sanno a chi obbedire (erano presenti truppe in Bulgaria, Albania, Carinzia e a Fiume, in Russia e si
vaneggiava di una spedizione ipotetica nel Caucaso), dove gli inglesi attraggono gli italiani e le loro mire
espansionistiche  il 1919 è il momento di massima discrepanza tra mezzi e fini, dove alle altissime
rivendicazioni italiane trovano riscontro le scarsissime possibilità di ottenerle. Gli scioperi interni si
affrontavano con l’esercito e, quando ad Ancona l’esercito si ammutinerà invece di partire per l’Albania, la
situazione sarà davvero complessa.
Il problema effettivo che si pone per il negoziato di pace è la Germania e la gestione della sconfitta degli
imperi centrali. La pace è sicuramente una pace dei vinti e dei vincitori e classicamente, la pace imposta è
un Diktat, una serie di imposizioni successive all’armistizio che la Germania non può fare altro che
accettare. Tutti i negoziati di Parigi non contemplano la presenza degli sconfitti al tavolo dei negoziati: alla
Germania vengono presentate le risultanze del negoziato con l’obbligo di accettarle. Ciò che condiziona
profondamente la politica verso la Germania è l’esigenza francese di garantirsi un’assoluta sicurezza nei
confronti della Germania, realizzando l’annichilimento tedesco. La Germania implode prima di tutto
politicamente, ma la sua forza industriale ed economica era praticamente integra. Nel 1918 essa era quindi
ancora un pericolo ed era in grado di rimettere in sesto le proprie energie. La Francia voleva evitare un altro
attacco tedesco e ciò porta ad una serie di clausole estremamente vessatorie: in primis territoriali, con
l’immediata annessione dell’Alsazia-Lorena alla Francia, con la creazione di un insieme di stati successori
della Duplice Monarchia che vanno a pesare sui territori della Germania e ad isolarla. Ad esempio, la
Polonia viene creata con dei territori dell’impero austro-ungarico, ma inglobando anche territori tedeschi
 la suddivisione del territorio tedesco porta all’estromissione della Prussia orientale attraverso il
famigerato corridoio di Danzica, futuro porto polacco. Il corridoio polacco passava all’interno del territorio
tedesco ed isolava la Germania orientale. Queste clausole vessatorie furono così drammatiche perché
ispirate al concetto inaccettabile per i tedeschi della loro responsabilità per aver scatenato il primo
conflitto mondiale  nessun dirigente tedesco lo vorrà riconoscere e anche l’entità delle riparazioni verrà
rapportata a questo principio di responsabilità:
1. Costi di occupazione del paese;
2. Germania deve pagare i danni gravissimi susseguiti al conflitto;
3. Germania deve pagare le pensioni dei militari alleati.
Ciò accresce il conto esorbitante che la Germania dovrà pagare agli alleati, seppur non venga da subito
individuato come la Germania avrebbe potuto pagare il conto. La Germania doveva essere 1. Isolata
territorialmente, 2. Indebolita economicamente, 3. annichilita nell’esercito  le clausole militari sono
estremamente rigide e prevedono il divieto di coscrizione obbligatoria (divieto di chiamata alle armi e
quantità irrisoria di soldati + totale demolizione dello stato maggiore, delle accademie, delle scuole di
guerra) + misure territoriali a scopo difensivo di tutela del confine francese, come la smilitarizzazione della
linea difensiva a sinistra del Reno. Inoltre, veniva ribadito il divieto di Anschluss dell’Austria, cosa che
sarebbe verosimilmente accaduta. L’Austria infatti viene fortemente ridimensionata nei propri confini dalla
pace di Parigi e viene connotata in senso tedesco: era dunque lecito immaginare un’annessione austriaca
come Land meridionale alla repubblica di Weimar. (Art. 80 del trattato di pace e art. 88 del trattato di
Saint-Germain con l’Austria). Il trattato di Saint-Germain utilizzerà l’obbligatorietà dei pagamenti e delle
riparazioni come principale strumento di vessazione contro l’Austria.
CIAO BOOOOOZZZ <3 <3 TANTI BACINI DA ZHONG GUO!!
28.03.2014
La Germania è stata punita e messa in condizioni di non nuocere sotto l’aspetto territoriale:
-
perdita di Danzica e la creazione del corridoio polacco (Kӧnigsberg viene estromessa dal Reich);
-
per la zona dell’alta Slesia si prevede in futuro un plebiscito, che sarà convocato per definire
l’annessione della regione alla Danimarca, cosa che verrà decretata, nonostante risultato del
plebiscito fosse favorevole alla Germania. Anche la regione dello Schleswig passa alla Danimarca;
-
concessione ai danesi delle parti più produttive della Slesia;
-
il confine occidentale della Germania viene demilitarizzato (Renania), come previsto dalle clausole
di ordine militare e l’Alsazia-Lorena viene posta sotto sovranità francese, mentre la Saar verrà
amministrata congiuntamente dalla Francia e dalla Società delle Nazioni, fino ad un plebiscito
previsto per il 1935;
-
perdita del 100% delle colonie e dell’80% della flotta navale.
Sotto il profilo tecnologico non è prevista la possibilità per la Germania di proseguire con lo sviluppo e la
ricerca nel settore militare e in particolare dell’aviazione, l’arma futura di qualsiasi conflitto. In qualche
modo passa a Versailles il concetto di un’esigenza di sicurezza francese, che è ulteriormente rafforzato dal
crollo di un postulato fondamentale del dopoguerra, ovvero la presenza USA  ben presto, il presidente
Wilson, dopo aver fatto passare in Europa la Società delle Nazioni, non riuscirà a consolidare in patria una
maggioranza in senato tale da permettergli di far accedere gli USA ad un trattato internazionale. Wilson
fallisce in casa e già dentro al senato inizia a crearsi un nucleo abbastanza forte di posizioni scettiche
riguardo alla sua politica (si parla dell’isolazionismo violento di alcuni senatori). Questa bocciatura significa
che gli USA non entrano nella Società delle Nazioni e quegli accordi di garanzia che la Francia aveva ritenuto
di poter ottenere dagli USA vengono meno, destabilizzando parzialmente le credenze francesi nel
dopoguerra. Le posizioni francesi non però trovano ostacoli nella politica britannica: la Gran Bretagna, con
la voce di Keynes che critica i provvedimenti economici presi contro la Germania, decide di avallare
comunque la scelta francese di condurre questo tipo di politica, perché avviene l’incontro comune degli
interessi anglo-francesi, ricalcati sull’accordo precedente e anteguerra, che esce addirittura rafforzato dalla
conferenza di pace.
In sede di conferenza, la Germania viene accusata di essere la sola colpevole e l’unica responsabile dello
scoppio della guerra e i dirigenti tedeschi si attestano dell’impossibilità di accettare la sostanza di questo
trattato di pace  è ingiusto attribuire solo alla Germania la responsabilità della guerra. Per la Germania
inoltre, si pone da subito la questione dell’impossibilità di far fronte ai pagamenti (riparazioni, consegne di
materie prime e prelievi di oro), che il trattato le imponeva. Successivamente, le somme, seppur di grande
entità, verranno costantemente ridiscusse, ma si tratta comunque di somme notevoli. È evidente quanto la
Francia cerchi di colpire il cuore produttivo della Germania, agendo sulla zona della Saar che è molto ricca
di materie prime e industrializzata; lì, la politica francese sarà volta a sostenere la grande impresa tedesca
già esistente e i movimenti di protesta contro i tedeschi a fronte della grande crisi del dopoguerra.
Il trattato di Versailles non è però negoziabile per la Germania e i delegati tedeschi lo devono solo firmare;
tuttavia si possono discutere le modalità di imposizione del trattato: inizialmente, le relazioni tra Francia e
Germania vengono poste sul piano economico, con la Francia che esercita pressioni per ottenere
pagamenti puntualmente, mentre la Germania vuole rinegoziare l’entità del debito e le scadenze dei
pagamenti. In realtà, il revisionismo tedesco non può che essere presente a tutti i livelli della politica di
Weimar, forse con eccezione del partito comunista: il nemico è nemico di classe, non nazionale. Il centro, le
forze moderate e liberali sono revisionisti rispetto alle riparazioni e ai territori orientali  la vera ferita del
trattato sono i territori orientali e il corridoio di Danzica. Le modalità con cui la risposta francese si articola
sono estremamente rigide; difatti, non si ipotizza una possibile negoziazione delle riparazioni, ma si passa
alla politica del pegno produttivo: i francesi esercitano sulla Germania una pressione decisa sull’entità e
sulla puntualità del pagamento, occupando il territorio tedesco in caso di inadempimento tedesco (idea di
prelievo di riparazione).
La Società delle Nazioni, che nasce dagli accordi di pace, ha però due grandi difetti. Innanzitutto, non vede
la partecipazione degli Stati Uniti che l’hanno creata e secondariamente, da essa sono esclusi gli stati vinti,
principalmente l’Unione sovietica, da isolare dal consesso dei paesi capitalisti, e la Germania. Non c’è al suo
interno una rappresentazione globale, oltre al fatto che essa non ha uno strumento effettivamente valido
per dirimere le controversie: non era un reale strumento di deterrenza. Tutto questo è affidato alla volontà
dei membri della Società delle Nazioni di accordarsi su questioni comuni, ma l’eterogeneità degli interessi
e dei fini nazionali non consentiva un’azione coesa  limite della Società delle Nazioni, che viene ritenuta
un paravento delle azioni di politica estera dei paesi partecipanti. L’isolamento principale esercitato dalla
Società delle Nazioni è verso la Germania e l’URSS.
Nell’estate 1920 si aprono le conflittualità tra Turchia e Grecia, rimettendo in discussione l’ordine stabilito
dal Tratto di Sèvres. Il trattato di Sèvres è stato il trattato di pace firmato tra le potenze alleate della Prima
guerra mondiale e l'Impero ottomano il 10 agosto 1920 presso la città francese di Sèvres. Con esso,
l'Impero ottomano, già drasticamente ridimensionato col trattato di Londra del 1913, si ritrovò ridotto ad
un modesto Stato entro i limiti della penisola anatolica, privato di tutti i territori arabi e della sovranità sugli
stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Con esso la Grecia, realizzando la "Megali Idea", guadagnava le città
di Adrianopoli e Smirne, da cui i Greci sarebbero stati allontanati nel 1922, nella fase finale della Guerra
Greco-Turca e la Catastrofe dell'Asia Minore, dalle truppe di Mustafa Kemal. Il Trattato, inoltre, prevedeva
ampie tutele per le minoranze presenti in Turchia e, ai suoi articoli 62-64, garantiva ai Curdi la possibilità di
ottenere l'indipendenza all'interno di uno Stato, i cui confini sarebbero stati definiti da una commissione
della Società delle Nazioni designata ad hoc.
Il trattato non venne ratificato dal Parlamento ottomano poiché questo era stato precedentemente abolito
il 18 marzo 1920, e quindi non entrò mai in vigore. Esso ricevette il sostegno del Sultano Mehmed VI ma fu
invece fortemente osteggiato da Mustafa Kemal Pasha, il quale vinse la Guerra d'indipendenza turca e
costrinse le ex potenze alleate a tornare al tavolo negoziale. Le parti firmarono e ratificarono un nuovo
accordo col trattato di Losanna nel 1923.
A seguito del trattato di Sèvres, Kemal rinuncia ad una prospettiva di islamizzazione dei territori e in Turchia
scoppia la guerra di indipendenza, che vedrà prevalere Kemal  scoppia conflitto Grecia-Turchia, con la
seconda che riesce parzialmente a neutralizzare le condizioni del trattato di Sèvres. La firma del trattato di
Losanna del 1923 evidenzia la vera azione kemalista ed infine la Turchia riesce a ripristinare la propria
sovranità sui territori propriamente turchi. La mezzaluna fertile rimane spartita dagli accordi Sykes-Picot e
Cipro resta saldamente sotto il controllo britannico; la Turchia si riprende la Tracia e Smirne.
Nel frattempo, la Turchia si era accordata con i bolscevichi con il trattato di Kars, un trattato di amicizia tra
la Turchia e le Repubbliche Socialiste Sovietiche di Armenia, Azerbaigian, e Georgia con la partecipazione
della Repubblica sovietica russa. Venne firmato a Kars il 23 ottobre del 1921 ed è stato ratificato
a Erevan l'11 settembre del 1922. Con questo trattato vengono trasferiti alla Turchia i territori acquisiti
dall'impero russo nel Caucaso meridionale con il Congresso di Berlino del 1878, tranne il Governatorato del
Caucaso sud-occidentale, ossia Batumi e il suo circondario, che vengono assegnate alla RSS Georgiana. Il
trattato segnò la pace ad est e consentì ai turchi di concentrare le loro forze ad ovest nella guerra
d'indipendenza turca e guerra greco-turca e rappresentò una delle prime azioni di politica estera dello stato
bolscevico, che in quegli anni affronta la guerra contro i polacchi); al di là della conclusione della guerra
russo-polacca, da quel momento la dirigenza bolscevica ha la percezione di essere sotto una minaccia
costante  paura che si riesca a concretizzare in Europa la possibilità di armare un esercito multinazionale
su base volontaria nel tentativo di sconfiggere il bolscevismo. Esso poneva come problemi
l’internazionalizzazione del bolscevismo e poneva per la Russia al contrario l’ipotesi di subire un attacco:
l’URSS è isolata e vive l’isolamento come un grave pericolo. Si tratta anche di cercare di ripristinare dei
rapporti commerciali che sono stati cancellati dai rivoluzionari: la Russia sovietica si rifiutava e si rifiuterà di
risarcire i debiti contratti prima e durante la prima guerra mondiale, indispettendo i francesi, principali
creditori russi. Lo stesso appoggio che arrivava dagli Usa viene cancellato.
La Germania è altrettanto isolata, senza possibilità di dialogare con la Francia. In occasione di una
conferenza internazionale convocata a Genova, cui vengono invitate anche Germania e URSS per accordarsi
su relazioni commerciali e riparazioni, la Francia e la Gran Bretagna ritengono di poter imporre alla Russia e
alla Germania delle condizioni precise, in quanto esse sono prive del potere di negoziazione. A Genova, la
conferenza fallisce, ma al contempo chi trova l’accordo sono i russi e i tedeschi: nel 1922 si firma accordo di
cooperazione politica, economica e militare, che rimane in vigore fino agli accordi Molotov-Ribbentrop. La
coesione deriva dalla convenienza della necessità di uscire da un isolamento diplomatico e di stringere delle
relazioni economiche. L’accordo di Rapallo del 1922 è molto importante, perché prevede il riconoscimento
reciproco e l’annullamento reciproco dei debiti tra URSS e Germania e di fatto l’accordo con la Russia pone
e formalizza la sostanza di una serie di contatti che erano iniziati tra russi e tedeschi già nel 1921,
convergenti sulla necessità di entrambe di aggirare segretamente le clausole militari del trattato di pace per
la Germania e per la Russia di riuscire a consolidare l’Armata Rossa come uno strumento efficiente.
L’accordo militare è assolutamente segreto (elaborato dal generale von Seeckt), che viene riconfermato a
livello politico nel 1922, favoriva la possibilità per la Germania di trovare degli spazi dove l’esercito si
potesse sviluppare ed esercitare, individuati sul territorio sovietico; al contempo l’URSS beneficiava del
know-how tecnologico dei tedeschi che ai sovietici mancava: scambio spazi-know how. Questo tipo di
accordo è in realtà contro-natura: un generale prussiano che si allea con i bolscevichi è improbabile! Il
comunismo era un elemento di preoccupazione, ma in Russia stessa viene meno il dato ideologico, proprio
per la necessità di uscire dall’isolamento diplomatico. Ovviamente esso esiste, tant’è che si è convinti che il
fronte capitalista si sfalderà presto sotto l’ondata deli rivoluzionari, ma per ora vengono accantonate le
istanze politiche e ideologiche.
Le potenze europee vincitrici sono preoccupate per il consolidamento dei rapporti Germania-Russia: nel
1923, in assenza dei pagamenti tedeschi, la Francia e il Belgio occupano il bacino della Ruhr. La Francia
esercita una pressione che costringerà la Germania a pagare (essa aveva tardato a pagare le riparazioni,
anche nella consegna delle materie prime)  occupazione del territorio della Ruhr, bacino carbonifero
matrice dell’industria pesante tedesca, a cui la Germania risponde con la resistenza passiva. I lavoratori e i
minatori della Ruhr dichiarano lo sciopero e ciò costringe francesi e belgi a inviare lavoratori propri al posto
dei locali. La scelta dello sciopero è una scelta politica del governo, con cui la Germania si oppone alla
politica francese  da dove arrivavano però i soldi per pagare i lavoratori scioperanti tedeschi? Non c’era
più la produzione della Ruhr, non c’erano più le entrate provenienti dalla Ruhr + iperinflazione colpisce la
Germania. Il risultato per la Francia è che la situazione è destinata ad arrivare ad uno stallo: la Francia non
trae benefici economici dall’occupazione, anche perché la produzione della Ruhr in quell’anno si dimezza.
Manca il dialogo tra Francia e Germania, con la Gran Bretagna che non condivide la politica francese, ma
non la condannerà né riterrà necessario farlo. Dopo un anno di occupazione, il governo tedesco deve
cambiare politica e capisce che occorre riaprire il dialogo con la Francia: se ne fa carico Gustav Stresemann,
un uomo politico del centro, prima cancelliere poi ministro degli esteri, che ha nel programma del suo
governo la cancellazione della questione della Ruhr. Stresemann è estremamente importante perché
rappresenta quel revisionismo moderato attraverso cui la Germania sperava di recuperare il proprio ruolo
in Europa, riaprendo un negoziato a tutto tondo sulle riparazioni e sulle questioni territoriali, pur sapendo
che la revisione delle frontiere orientali rimaneva un punto caldo e pur capendo che la Francia doveva
ricevere garanzie e sicurezza nella propria politica estera.
Stresemann decide di porre fine, a duro costo, alla resistenza passiva (nonostante i borbottii dell’opinione
pubblica, che sponsorizzava gli elementi meno moderati della politica tedesca  si apre la stagione
dell’estremismo politico, sia di destra che di sinistra). Anche per i francesi è giunto il momento di cambiare
qualcosa e in Francia è ministro degli esteri Briand, figura moderata e ragionevole. In quel momento la
Germania non è in condizioni di fare la voce grossa e non può chiedere una revisione del trattato di
Versailles: si può riaprire il dialogo intanto sulla resistenza passiva. Anche la Gran Bretagna sostiene
attivamente la riapertura del dialogo franco-tedesco e riemergono le critiche keynesiane rivolte al
trattamento durissimo a cui è stata sottoposta la Germania dopo la guerra. La pesantezza delle riparazioni e
la volontà di distruggere la Germania sottolineano l’incoerenza delle condizioni poste dal trattato.
È importante aprire una parentesi sulla politica USA dopo l’uscita di scena di Wilson. Nella fase post
wilsoniana, gli Usa si ritirano nel loro isolazionismo di politica estera, disinteressandosi totalmente della
politica europea. In realtà non è così, perché rimangono con l’Europa vincoli economici molto forti, sotto
forma di crediti che gli USA vantavano verso i paesi europei dal 1914  una questione economica, il
credito, diventava così una questione politica nell’interesse nazionale americano, che giustificava qualsiasi
azione di politica estera fuori dai propri confini. Allo stesso tempo c’è ormai la grande espansione
industriale e produttiva degli USA, che quindi cercano un mercato su cui esportare, motivo per cui una crisi
in Europa non avrebbe giovato alle esigenze economiche statunitensi. La grande discussione politica sulla
Germania di quegli anni coinvolge anche gli Stati Uniti, che si rendono conto di come non possano
prescindere dai legami economici con l’Europa e la Germania, verso la quale il tipo di politica condotta fino
a quel tempo non aveva portato ad alcuna soluzione  la Germania non poteva far fronte ai pagamenti e
quando si riapre con forza il problema delle riparazioni tedesche, gli USA si mostrano attivissimi sulla scena
europea, economica e politica. Tutto il nuovo dialogo che si abbozza tra Francia e Germania passa
attraverso una rinegoziazione delle riparazioni e un punto di accordo su come evitare questo problema. La
scusa utilizzata dai debitori degli Stati Uniti, in particolare la Francia, è che i debiti sarebbero potuti essere
onorati solo quando la Germania avrebbe consegnato le proprie riparazioni  bisogna far ripartire
economicamente la Germania e nel 1924 viene presentato il Piano Dawes, un banchiere a cui è affidata la
presidenza delle commissione che ridiscute le riparazioni tedesche. Dawes ritiene che serva una svolta
radicale, rimettendo in sesto il motore produttivo dell’economia tedesca. Bisognava riorganizzare la banca
centrale (Reichsbank di Schahct, che lavorerà in strettissima collaborazione con la Gran Bretagna e gli USA).
Principalmente, la Germania ha bisogno di ripristinare le proprie infrastrutture, rimettendo in gioco ciò che
la Germania già possedeva  politica del grande volano economico e, tra l’altro, anche la Gran Bretagna è
indebitata in misura pesante nei confronti degli Stati Uniti, ma a sua volta è creditrice nei confronti delle
altre potenze dell’Intesa. Negli Stati Uniti, l’opinione pubblica è inoltre convinta che il credito americano
non debba essere cancellato verso i paesi europei rafforzamento di una linea intransigente
Il governatore della Bank of England vede la possibilità di investire nell’economia tedesca, accordando
appunto questi prestiti alla Germania: anche la sterlina era uscita indebolita dalla prima guerra mondiale e
l’impero stava già traballando. Quando avvengono i primi contatti tra banca centrale inglese e i grossi
banchieri americani, la Gran Bretagna si rende conto che gli investitori americani sono in grado di mettere
in campo una massa di fondi consistente, facendo defluire i dollari verso la Germania. Se riparte la
Germania, essa avrebbe potuto rifondare i propri debiti e successivamente pagare i debitori, che a loro
volta avrebbero risarcito gli Stati Uniti  ingresso della grande finanza americana sul problema tedesco.
Non si può quindi parlare di vero isolazionismo americano, in quanto l’economia è un fattore indissolubile
nei rapporti USA-Europa.
Il piano Dawes è la premessa degli accordi di Locarno dell’ottobre 1925: riparte dialogo franco-tedesco e
Stresemann ribadisce la sua prima convinzione, ovvero che la Germania doveva uscire dall’isolamento
diplomatico e porsi al pari dei propri interlocutori internazionali, entrando infine nel 1926 con Stresemann
nella Società delle Nazioni: l’entrata sancisce il riconoscimento del percorso tedesco di parità con le altre
potenze. Nel 1925 gli accordi di Locarno riguardano la necessità di garantire e rassicurare la Francia
riguardo all’ assoluto rispetto della frontiera occidentale della Germania  essa non rimetterà in
discussione il confine con Francia e Belgio, rinunciando a ciò a cui le è più semplice rinunciare (Alsazia
Lorena e alcuni cantoni), mentre rimane fissato il plebiscito della Saar e la demilitarizzazione della frontiera.
Garanti dell’accordo sono la Gran Bretagna e l’Italia (Mussolini). Tuttavia c’è una CONTRADDIZIONE  le
frontiere orientali non vengono assolutamente garantite e ci si può accordare su un’eventuale espansione
tedesca verso est e quindi verso una Polonia che si poteva “sacrificare”. La Polonia era stata concepita
come ipertrofica e la Germania conclude con la Polonia e con la Cecoslovacchia degli accordi di arbitrato =
Germania promette alla Polonia e alla Cecoslovacchia che, qualora fossero sorte vertenze a livello
territoriale, esse sarebbero state sottoposte ad un tribunale arbitrale e non sarebbero state affrontate con
guerra, conflitto o azioni militari. La Francia garantisce a propria volta il proprio sostegno alla Polonia e all
Cecoslovacchia, in caso di aggressione tedesca.
Locarno prevede quindi che le frontiere con l’Austria debbano essere rispettate, senza possibilità di
Anschluss (art. 80 Trattato di Versailles e art. 88 Trattato di Saint-Germaine). Nonostante Mussolini fosse
inizialmente recalcitrante, egli aveva cercato di porre la questione della frontiera del Brennero (voleva dalla
Germania una garanzia su di essa), che Stresemann non aveva ritenuto opportuno di dare, perché tutte
quelle frontiere erano per Stresemann da rivedere in futuro. Al principe ereditario, egli spiega che
l’Anschluss austriaco non è escluso, ma evidenzia come in quella fase non sia nemmeno una priorità 
contraddizione numero 2!
L’Anschluss preoccupa soprattutto l’Italia, che si sarebbe trovata ai confini la Germania e l’Austria  gli
obiettivi di Stresemann dovevano essere perseguiti solo dopo aver trovato un clima pacifico con la Francia,
un’accettazione internazionale nella Società delle Nazioni e solo allora si sarebbe potuta riaprire la
questione frontaliera  questo era il contesto in cui Stresemann immaginava lo svolgersi della sua politica.
In riferimento al rapporto privilegiato della Germania con la Russia, Locarno preoccupa l’URSS, che a questo
punto ipotizza davvero che si chiuda il cordone sanitario attorno a lei: un nuovo ruolo continentale della
Germania sarebbe stato un gran pericolo per la Russia sovietica, ma Stresemann va a riconfermare con la
Russia gli accordi di Rapallo (cooperazione economica e militare), in una sorta di contro-assicurazione di
stampo bismarckiano: non cambia la volontà tedesca di collaborazione con l’URSS.
31.03.2014
Il Trattato di Locarno (1925) si fonda attorno ad un probabile nuovo accordo tra la Germania e la Francia,
fondato sul revisionismo tedesco, che punta a ricondurre la Germania su un piede di parità e uno status di
potenza, in un crescendo di revisione del trattato di Versailles, rimettendo quindi mano alle clausole
gravemente limitative della sovranità territoriale tedesca imposte dal trattato. Per la Germania era inoltre
aperta la questione relativa al confine orientale e, al contempo, Stresemann opera in un orizzonte ideale
bismarckiano, ovvero di equilibrio con l’URSS, la quale rischia di sentirsi isolata e messa da parte a fronte di
una Germania nuovamente integrata nel contesto europeo. L’accordo di Rapallo del 1922 era stato
l’incontro tra due pericolosi isolamenti e nel 1926, con il trattato di Berlino, Stresemann è pronto di nuovo
ad un nuovo trattato di contro-assicurazione con l’URSS, a garanzia della continuità degli scambi
commerciali, dell’accordo segreto sul piano militare e di un nuovo accordo di neutralità con cui ci si
promette neutralità reciproca in caso di attacco da parte di un paese terzo. Il ruolo francese, con Briand, è
più rivolto a rivedere in parte l’assetto generale europeo rispetto a quanto fatto con la politica del pegno
produttivo: ora la politica francese è più ad ampio raggio.
In URSS regna l’insicurezza: sta per cominciare la NEP, c’è un processo di grande accentramento in atto,
sono gli anni in cui arriva al potere Stalin. Ciò significa che il paese è ancora ripiegato su se stesso e sulle
proprie esigenze interne, con una politica estera giocata in chiave difensiva; inoltre, è appena finita la
guerra contro la Polonia, una guerra vissuta dalla Russia come guerra di accerchiamento da parte della
potenze capitaliste nei suoi confronti. Deve ancora passare qualche anno prima che l’URSS diventi un attore
con ruolo centrale nelle relazioni internazionali. Infatti, ancora nel 1927 i rapporti con la Gran Bretagna
erano nulli e ancora reggeva la situazione dell’indebitamento russo, che doveva essere rifondato agli alleati
e che causava conflitti all’interno del fronte stesso degli alleati, tra USA e Gran Bretagna.
Per quanto riguarda la politica estera italiana, emerge tra le due guerre, l’esigenza per la politica italiana di
cambiamento: con la marcia su Roma e l’ascesa del fascismo, la politica estera deve muoversi su orizzonti
diversi. In realtà, soprattutto nella prima fase, la politica estera fascista continua sostanzialmente la politica
precedente. Mussolini lascia che il dicastero sia guidato da Contarini, quando poi nel 1926 Mussolini
assumerà la carica e farà dimettere il primo. Tra i due c’erano state tensioni riguardo al rapporto da tenere
con il regno di Jugoslavia.
Dopo le trattative di Versailles, l’Italia si sente una potenza non perfettamente soddisfatta nelle sue
ambizioni e ciò fu dovuto agli ideali wilsoniani, che palesemente sostenevano la Jugoslavia, oltre al fatto
che l’Italia non riteneva di aver ricevuto equi compensi al tavolo negoziale aperto riguardo alla questione
coloniale e alle spartizioni coloniali (Italia richiedeva ampie rivendicazioni). Il problema sostanziale riguarda
il fatto che una serie di ex alleati (Jugoslavia, Grecia, posizioni britanniche sulla Grecia) avevano
progressivamente eroso il pacchetto di Londra, che non aveva più una matrice irredentista, quanto
imperialista  l’Italia voleva il Mediterraneo orientale e lì voleva avere voce in capitolo. Ecco che la politica
estera italiana continua a rivolgersi verso i seguenti fronti: Fiume e l’Asia minore, dove nel frattempo si era
consolidata la Turchia e la rivoluzione di Kemal, l’Albania, Trento e Trieste.
Nel 1919 cade il postulato dell’indipendenza albanese, perché l’Italia ritiene che l’Albania sia troppo
minacciata a nord dalla Jugoslavia e al sud dalla Grecia  l’Italia si sente minacciata strategicamente e
viene meno la garanzia italiana dell’indipendenza albanese, la quale diventa una sorta di protettorato. Nel
1920 però i presidi italiani non sono più in grado di sostenere la rivolta nata nel territorio albanese e i
presidi militari italiani si ritirano a Valona rapidamente in un mese. Valona viene tenuta quindi come
avamposto, anche se alla fine gli italiani non riusciranno nemmeno a fare questo, decidendo con Giolitti per
il ritiro e il mantenimento dell’isolotto di Saseno, anche se ciò è chiaramente una farsa.  Albania viene
meno! Essa è importantissima per il futuro ed effettivamente essa costituirà il motivo di scontro con la
Jugoslavia negli anni a venire e, quando l’Italia penserà di arrivare ad una forma di accomodamento sulle
questione territoriale su Fiume e sulla Dalmazia, riemergerà la questione albanese, coinvolgendo tutta la
politica italiana.
Nel 1920 Giolitti risolve il problema albanese e insieme tutti i conflitti dove l’Italia aveva truppe schierate
nella fase armistiziale. Dove si sono schierate le truppe, poi si può consolidare la presenza italiana (idea di
Sonnino). Ciò non avviene in Albania e nemmeno in Asia minore, dove trionfa la rivoluzione kemalista. La
Turchia non è in discussione e nodo irrisolto è anche lo stesso Fiume: i trattati di Versailles non dirimono la
controversia e nel 1920, le posizioni jugoslave con la bocciatura del sostegno americano e della Società
delle Nazioni negli Stati Uniti, la Jugoslavia perde il suo massimo sostenitore e portatore delle proprie
istanze. Inoltre, l’Italia nota la differenza di interessi e di caratteristiche tra serbi e croati  i croati e gli
sloveni guardano verso le rivendicazioni italiane, le quali riguardano territori abitati da croati e sloveni; al
contrario, la Serbia guarda ad un discorso balcanico di consolidamento della propria presenza in
Montenegro e in quelle zone come la via di Salonicco che puntavano all’Adriatico.  divergenza in politica
estera e interna, che si ripercuote anche sulla politica italiana.
Nel 1920 termina con Giolitti anche la questione fiumana: egli sa accordarsi praticamente con chiunque e
anche Mussolini capisce che non si può continuare a sostenere D’Annunzio, in quanto la sua impresa si
stava rivelando controproducente. L’avventura dannunziana si conclude con il Natale di sangue e si arriva
agli accordi italo-jugoslavi di Rapallo, rimandando le controversie ad una loro risoluzione bilaterale tra Italia
(che stabilisce il proprio confine sul Monte Nevoso e ottiene l’indipendenza di Fiume) e il regno dei serbi,
croati e sloveni, per comodità jugoslavi. Per Fiume si trova la soluzione della città libera legata all’Italia da
un corridoio, mettendo fine ad una situazione che era seriamente fuori controllo. Con la conclusione
dell’avventura fiumana, ciò che l’Italia porta a casa in termini territoriali sono i seguenti confini strategici:
 Monte Nevoso;
 Pieno controllo dell’Istria ;
 La città di Zara e le isole più esterne del Quarnero della Dalmazia, Cherso, Lussino, Pelagosa e
Lagosta (non geograficamente appartenenti al Quarnero)  posizioni strategiche per il controllo
delle isole dalmate più esterne.
Il criterio è strategico e prevede il controllo delle isole più esterne, per agire più facilmente nell’Adriatico.
L’Italia deve abbandonare le velleità di Londra, di fronte all’ambizione del regno jugoslavo e si rinnova
l’impossibilità italiana di portare avanti una conflittualità all’estero, perché i contingenti italiani si
ammutinano all’estero.
Con l’ascesa del fascismo, ci si aspetta un netto cambio della politica estera italiana. Pur assumendo
Mussolini stesso il dicastero degli esteri, il controllo viene lasciato a Contarini e Mussolini sa che esistono
determinate questioni che lo chiamano a garantire la continuità con la linea giolittiana, che era stata a sua
volta in continuità con la linea di Sforza, il quale aveva trovato accordi politici con la Jugoslavia,
abbandonando quella che era stata l’opzione iniziale dell’immediato dopoguerra: l’Italia decide di attuare
una politica di non riconoscimento della Jugoslavia, anzi al contrario di fomentare l’instabilità balcanica
finanziando i croati. Sforza abbandona questa politica e inizialmente la abbandona anche Mussolini: l’Italia
ragiona sulla possibile opzione che in realtà forse convenga cercare un accordo con l’elemento serbo 
non c’è ragione di destabilizzare dall’interno l’assetto del regno, perché un accordo con la Serbia e con la
sua politica estera è raggiungibile. La Serbia stava infatti guardando altrove (via di Salonicco) e non certo
alle rivendicazioni italiane; i serbi volevano un fronte esterno compatto, perché il fronte interno riusciva ad
essere già abbastanza instabile.
Sostanzialmente durante il fascismo la diplomazia italiana non aveva reagito al fascismo, ma anzi si era
adattata al cambio di regime e questo fu forse l’errore dei diplomatici. C’è una linea di continuità che porta
nel 1924 ad un nuovo accordo, basato sul fatto che l’autonomia fiumana era un esperimento che non
funzionava, perché la città era soffocata da un’autonomia che non poteva essere foriera di sviluppo. Non si
troverà mai una vera collaborazione e Fiume non decollerà come città autonoma: la situazione è
migliorabile e rimane spazio per le rivendicazioni italiane specificamente sul centro città. Per una parte di
essa, di maggioranza italiana e non croata, avviene il passaggio sotto la sovranità italiana e la dirigenza
serba è ben convinta di dover trovare un ampio accordo con l’Italia, cedendo parte di una parte di Fiume e
questo accomodamento porterebbe con sé una serie di riconoscimenti reciproci difficili: la difficoltà
estrema delle conseguenze della guerra riguardano il fatto che le ampie minoranze rimangono comprese
all’interno di altri stati e l’ampia minoranza slovena e quella croata rimangono nel territorio italiano, come
gli italiani rimangono sotto il territorio croato e sloveno. Inoltre, la politica di nazionalizzazione estrema che
viene portata avanti anche nei modi più astrusi, senza realmente capirne la ratio e anche nel Dodecaneso si
instaura un governo nazionalista può soltanto creare dei nuclei di resistenza. Questa politica di
nazionalizzazione e di non riconoscimento dei diritti alle minoranze (lingue autoctone, modificazione dei
cognomi) è estremamente praticata in tutta l’Europa del dopoguerra, con sfumature più o meno calcate in
Europa post prima guerra mondiale. Lo stesso problema si presenta in Dalmazia riguardo alla salvaguardia
dei diritti degli italiani in Dalmazia. Nel 1924, accanto al trattato di Roma, gli accordi raggiunti vorrebbero
sistemare in modo omogeneo le relazioni internazionali tra il Regno di Italia e quello di Jugoslavia.
Nel 1924 si cerca quindi una risoluzione sull’Albania: essa era gestita facendo fronte all’ipotesi che
l’elemento austriaco potesse prevalere in territorio albanese no, pericolo da evitare e per questo, si trova
un accordo con l’Austria a tutela dell’indipendenza albanese. Si cerca di gestire strumentalmente
l’indipendenza albanese, la quale torna ad essere la soluzione politicamente più utile per l’Italia, evitandone
la frammentazione tra Kosovo e Grecia.
I trattati di Roma si fondano sul presupposto ben presto equivocato dagli jugoslavi di una loro non
ingerenza nelle questioni albanesi, o per lo meno questa è la lettura italiana. La lettura jugoslava è un tacito
accomodamento sulla questione fiumana, accordandosi finalmente sulle questioni ancora aperte
nell’entroterra in cambio di un ruolo più decisamente attivo della Jugoslavia nel territorio albanese 
l’intesa viene interpretata come forma di desistenza italiana sull’Albania, ma nel 1924 la questione è
aperta, perché in realtà il fronte albanese è ben aperto. L’Italia opererà quindi un netto cambiamento di
politica estera.
Inoltre, in Europa orientale si era formata la piccola intesa (1921), un accordo tra Cecoslovacchia, Romania
e Jugoslavia, tenute insieme dall’elemento antiasburgico e antirevisionista, che non combaciano. Bene o
male tutti e tre sapevano che dovevano prevenire il proprio territorio dal revisionismo degli stati confinanti
e risultati sconfitti dopo la Prima Guerra Mondiale  Ungheria ha perso 2/3 del proprio territorio in favore
della Romania e difficilmente l’Ungheria potrà entrare nella piccola impresa. Un altro stato antirevisionista
dovrebbe essere la Polonia, antirevisionista contro la Germania, ma in realtà essa ha in piedi una disputa
contro la Cecoslovacchia, che sarà invasa da Hitler e le cui briciole andranno alla Polonia. Presto si pone la
questione della zona di Teschen, zona di rivendicazioni aperte e si consolida uno schieramento di questo
tipo in chiave antiasburgica perché l’ultimo velleitario tentativo di Carlo d’Asburgo di costruire una
confederazione danubiana in realtà fallisce e anzi è osteggiato anche dall’Italia  per Sforza, l’Italia deve
essere paese leader contro il revisionismo ad oltranza ed egli cercherà un avvicinamento con la Francia.
Su piccoli stati come la Grecia, l’Albania, i paesi usciti vinti dalla prima guerra mondiale si giocano le
politiche strumentali delle grandi potenze, che cercano di perseguire i loro interessi. Le grosse
rivendicazioni nazionali appena avanzate emergono chiaramente nel 1919 ed è chiaro che nella logica della
Realpolitik, dell’Ungheria ad esempio rimane pochissimo. La politica delle grandi potenze tra le due guerre
non è così lungimirante, in quanto assoggettano alla loro politica le conflittualità tra stati cuscinetto ma
anche tra potenze. Risorge la rivalità tra Italia e Francia, ad esempio nel momento in cui bisognerà trovare
un protettore internazionale alla piccola intesa. C’erano stati ipertrofici, anche rispetto alla capacità di
mantenere i loro territori attuali, nonostante sia necessario dare delle garanzie di sicurezza agli stati appena
nati. Inoltre, non era un caso che alcune questioni fossero state regolamentate (fronte occidentale tedesco)
ed altre invece non stabilizzate  gli stati più piccoli o neonati cercavano una protezione internazionale,
che d’altra parte era una possibilità per le potenze europee di espandere le proprie zone di influenza. A
questo punto si pone un bivio per la politica estera italiana, che si qualifica come revisionista o
antirevisionista? Il mito della vittoria mutilata porta a pensare al revisionismo, alimentato dal nazionalismo
e dalla propaganda fascista, ma in realtà i primi passi della politica estera italiana sono mossi in direzione
contraria nel momento in cui si capisce che l’Italia può giocare un ruolo importante nell’Europa orientale,
con accordi e può influenzare la protezione degli interessi di questi paesi.
Nel momento in cui l’Italia trova accordo con la Jugoslavia, essendo la Jugoslavia così intimamente parte
della piccola intesa, l’Italia capisce che potrebbe giocare un ruolo trascinante nei Balcani e nell’Europa
centro-orientale, collocandosi su posizioni pericolosamente antirevisioniste. Gli interessi diretti dell’Italia
sono in parte costruiti sull’anti-revisionismo, ad esempio contro l’Anschluss dell’Austria alla Germania 
l’Italia aveva già tentennato nel 1919, quando Mussolini si era fatto ripetere che non ci sarebbe stata
l’annessione. Tuttavia, è da quegli stessi anni che l’Austria cerca di procedere ad un’annessione alla
Germania, per uscire da una situazione politica ed economica disperata: ad essa vengono accordati prestiti
finanziari in cambio della promessa che non avverrà l’annessione  con il protocollo di Ginevra del 1922,
l’Austria ribadisce che non cercherà di annettersi alla Germania, ma lo stesso Stresemann ritiene che
questo dato sarà prima o poi realizzato, in quanto è un passaggio naturale.
La politica di una potenza più corposa, come la Germania, e la ragione logica di ammissione di una politica
austriaca volta ad annettere tutta la popolazione di lingua tedesca sono fattori che destabilizzano il confine
del Brennero, dove viveva popolazione di lingua tedesca  autodeterminazione del Brennero? La politica
italiana era a riguardo rigidamente osservante del trattato di Parigi.
La vittoria mutilata stava nelle questioni coloniali  a metà anni 1920, l’Italia aveva delle rivendicazioni
coloniali da avanzare contro la Francia, ad esempio in Etiopia. Essa è parte della Società delle Nazioni, ma
comunque territorio aperto di pretese italiane e francesi e delle reciproche politiche coloniali. Il grosso
malinteso con la Jugoslavia sul destino albanese fa sgretolare la politica pro-serba avanzata inizialmente da
Mussolini: quando emergerà la volontà serba di rivendicare delle aspirazioni sull’Albania contro l’Italia, la
Jugoslavia comincerà a foraggiare una delle due parti in campo e a questo punto esisterà all’interno della
Consulta l’idea che si possa svoltare la politica estera italiana e che la svolta si giochi sulla questione
albanese  non vale più l’opzione del mantenimento dell’indipendenza albanese, ma anzi, l’Italia cerca di
farsi sentire sempre più sul territorio albanese. Nel 1924 avviene il delitto Matteotti, punto di non ritorno
per l’instaurazione del regime fascista.  diversa visione sulla politica estera, che porta alla rottura nel
1926 tra Mussolini e Contarini, con il primo che ne prende il controllo e che svolta le relazioni con la
Jugoslavia, firmando il Patto di Tirana del 1926, con cui l’Italia pone un punto fermo sulla sua politica
albanese, verso la quale vuole esercitare un ruolo di prim’ordine, di fronte al contraltare della Jugoslavia
che cerca la protezione francese ed entra nella sua sfera d’influenza, allargando la longa manus francese
nei Balcani, non solo nelle zone coloniali, ma anche nell’Europa continentale  contrapposizione con la
Francia si sfoga quando l’Italia chiama a raccolta gli insoddisfatti verso le conseguenze della prima guerra
mondiale. Ci si rivolge agli stati revisionisti, come l’Ungheria e autentico terreno di scontro tra Italia e
Francia si gioca nei Balcani.
Lo scontro continua fino agli accordi Mussolini-Laval del 1935, ma l’avvicinamento sarà molto breve. È
evidente che questo nuovo andamento della politica estera italiana porterà necessariamente a riscoprire
quello che era stato il protocollo Badoglio, facendo sì di indebolire il regno di Jugoslavia, incitando i
movimenti indipendentisti per far saltare il regno di Jugoslavia. Quando la politica estera serba si scontrerà
con quella italiana, ci sarà bisogno per la Jugoslavia di indirizzarsi verso la Francia, che assumerà
pienamente la guida della piccola intesa, letta come schieramento sotto l’egida e la guida della Francia. La
polarizzazione franco-italiana porterà la Francia ad essere antirevisionista, mentre l’Italia ad essere sempre
più revisionista, pur non discutendo il confine sul Brennero. L’Italia si porta su posizioni che fanno pensare
che la politica italiana trovi la propria collocazione di potenza più in Europa continentale che nelle colonie
 per un certo periodo, il posto al sole non sembra una priorità mentre al contrario lo sembra il
consolidamento delle posizioni nell’Europa orientale.
In questa fase vengono al pettine i nodi irrisolti dei trattati e ben presto Locarno si mostra inadeguata a
mantenere la pace europea, innanzitutto perché il piano Dawes ha funzionato entro certi limiti,
successivamente perché si è creato una specie di circolo vizioso tra prestito e riparazioni e i prestiti fatti alla
Germania servivano per pagare le riparazioni: mancava una coerenza d’insieme e nel 1928-29 c’è la
necessità di rivedere le riparazioni e il piano Dawes  ridimensionamento della rateazione con il piano
Young, che ribadisce il ruolo di primo piano dell’economia americana sul problema delle riparazioni
tedesche. Tuttavia, la crisi è necessariamente un elemento di aggravarsi degli equilibri precari a livello
politico, con l’Austria che inevitabilmente si sente spinta verso l’Anschluss e si destabilizza la crisi tra Austria
e Germania con l’accordo di un’unificazione doganale, letta immediatamente da Francia, Inghilterra e
Francia come tentativo di portare avanti un’annessione mascherata. Benchè le caratteristiche dell’accordo
siano economiche, l’obiettivo è l’unificazione politica e territoriale. Nonostante il mal di pancia italiano,
l’Italia si convince ad appoggiare la rigidità francese nella rinuncia all’accordo. L’Inghilterra, che ancora una
volta dovrebbe fungere da mediatrice, investe la faccenda con un carattere di legittimità internazionale e
sottopone la faccenda al giudizio della corte internazionale dell’Aia.
In realtà, questa piccola crisi, a cui segue una discussione arbitrale all’Aia, non è sufficientemente
rassicurante per i francesi e in qualche modo si passa alle vie di fatto, ovvero esercitare una pressione vera
e sostanziale su uno dei due attori, Germania o Austria. Nel 1931 la grande banca centrale austriaca
(ӧsterreichisches Kreditanstalt) rischia il fallimento e risulta che essa potrebbe dichiarare la bancarotta 
una crisi finanziaria evidenzia le crescenti e sensibili ripercussioni della crisi americana in Europa. La Francia
ha una posizione ancora finanziariamente consistente e potrebbe salvare l’Austria a condizione che
l’Austria rinunci unilateralmente all’accordo doganale con la Germania. È evidente che l’improvvisa
difficoltà finanziaria del Kreditanstalt fosse stata aiutata dalla Francia, che poteva ancora far leva
sull’elemento finanziario – per lo meno in quel periodo storico. La dirigenza austriaca decide di seppellire il
progetto di unificazione doganale, illegittimo anche secondo la corte dell’Aia.
1. Capiamo l’importanza dell’aspetto della crisi economica nel fallimento della repubblica di Weimar.
Il cancelliere Brüning cerca di far passare questo progetto anche in chiave di salvezza di ciò che può
rimanere della repubblica di Weimar (In Germania si sta affermando l’estrema destra);
2. La Germania si trova umiliata una seconda volta nelle sue aspirazioni a livello politico, nonostante le
aspirazioni di Stresemann avessero trovato una soddisfazione negli accordi di Locarno. Inoltre, la
moratoria Hoover del 1931 su tutti i crediti darà il colpo di grazia alla crisi economica.
Rimangono nodi irrisolti a cui si aggrapperà Hitler nel momento della sua salita al potere.
01.04.2014
In questa fase dei primissimi anni ’30 siamo entrati in un periodo di ridiscussione degli equilibri a livello
europeo, perché ormai si sono ampiamente seminati in Europa gli effetti della crisi finanziaria ed
economica, con ovvie ripercussioni sullo scenario politico. Si manifesta inoltre l’inadeguatezza della Società
delle Nazioni, che a partire dai primi anni ‘30 conosce una serie di crisi di immagine che denotano il primo
scossone vero e momento di disaccordo profondo. Emerge anche come essa non sia in grado di
fronteggiare le situazioni di crisi, come avvenne nel caso della crisi manciuriana, con il tentativo del
Giappone di annettersi la Manciuria.
Il Giappone era una potenza in continua crescita dal 1870-80, che si era alleata con la Gran Bretagna, aveva
sconfitto la Russia e aveva partecipato alla PGM a fianco dell’Intesa  la militarizzazione del paese e la
politica estera di grande espansione coinvolsero la Korea e si tradussero in una serie di possibili inserimenti
in territori, che erano stati oggetto del contendere con la Russia. In Manciuria l’elemento della contesa era
la ferrovia trans-manciuriana, di cui il Giappone deteneva gran parte delle azioni: era un’enclave
extraterritoriale giapponese all’interno del territorio cinese. La Cina era estremamente debole
politicamente, con il movimento nazionalista cinese che si stava sviluppando parallelamente al partito
comunista di Mao, con sostegno a ritmi alterni dell’URSS. La Cina non ha pieno controllo sul proprio
territorio e il Giappone può facilmente attaccare la Cina. Nominalmente alcune zone erano ancora sotto
influenza europea, ma in misura minore. Dopo la prima guerra mondiale inoltre, la Cina, territorio asiatico
che gli stati europei si erano spartiti rivendicandone delle zone di prelazione, fu riportata in un alveo di
piena legittimità per tutelarla a fronte di un paese che poteva esercitare una potenza predominante su di
essa. Non essendovi all’interno della Cina alcuna potenza dominante, essa poteva continuare ad essere
oggetto di spartizione delle diverse politiche estere. Per queste ragioni, la Cina diventa la meta
dell’espansionismo giapponese  agli americani preme quindi di isolare nuovamente il Giappone,
rompendo l’alleanza con la Gran Bretagna. La politica americana cercava di limitare il riarmo giapponese a
livello navale, ma gli USA già nel 1922 commettono la svista di sottovalutare il pericolo giapponese nel
pacifico e si accordano per non fortificare le basi USA nel pacifico. I negoziati navali sono quindi
scarsamente lungimiranti. La politica americana passa attraverso lo strumento del disarmo, con il Giappone
che deve accettare un disarmo navale: gli USA sono ben convinti a persuadere gli inglesi dall’abbandonare
l’alleanza con i giapponesi, cosa che successivamente avverrà.
C’era appena stata anche la débâcle russa e quindi l’unico elemento che poteva opporsi al territorio
giapponese non ritrovava immediatamente la forza di opporsi al Giappone  l’URSS è consapevole della
propria debolezza e i sovietici si sforzano di condurre una politica di moderazione verso i giapponesi. In
questa fase comunque la dirigenza giapponese è divisa tra militaristi e liberali e nel 1931, con il pretesto di
un incidente occorso lungo una linea ferroviaria, i giapponesi intervengono militarmente in Manciuria,
territorio sotto sovranità cinese. La Manciuria si appella alla Società delle Nazioni e i giapponesi ne
accettano la competenza, la quale può significare tutto o niente. Tutto è rimesso all’atteggiamento delle
grandi potenze, senza le quali la Società delle Nazioni non si può muovere autonomamente. C’è da
considerare inoltre che i due principali paesi di peso direttamente coinvolti dall’espansionismo giapponese
sono l’Unione Sovietica e gli USA, entrambi fuori dalla Società delle Nazioni nel 1931. La politica estera
giapponese è quindi molto intelligente, anche perché la politica americana aveva chiarito bene che non si
sarebbe intromessa nell’attività dell’organizzazione internazionale. Per un lungo periodo, gli USA pensano
realmente di poter proseguire il loro isolazionismo. La politica estera degli USA è assolutamente
isolazionista e anche all’interno si condivide questa visione di politica estera, fomentata dalla crisi
economica, che ha allentato vincoli economici tra la politica estera americana e le riparazioni  è infatti il
new Deal ad essere percepito come necessità imminente, non tanto un cambio di politica estera (1932
Roosevelt alla presidenza e inoltre non bisogna dimenticare nel 1931 la moratoria Hoover dei pagamenti. I
legami economici con l’Europa sono costituiti dai debiti interalleati (enormi crediti verso tutti i paesi
dell’Intesa) e questo lega la politica USA alla questione delle riparazioni, con gli USA che percepiscono la
minaccia proveniente dall’occupazione della Ruhr  no fondamento economico di questa politica punitiva.
I giapponesi sono sempre più disinvolti nella loro politica di espansione e ciò preoccupa gli USA: si arriva ad
un processo di annessione della Manciuria, attraverso uno stato fantoccio del Manchukuo. In questo
quadro, che delinea potenzialmente la totale immobilità statunitense di fronte all’espansionismo
giapponese, il quale è percepito con timore, l’azione politica statunitense è bloccata da un lato dalla paura
di un’azione giapponese (che sarebbe stata rapida ed efficace) e dall’altro dalla convinzione che nessuna
condizione politica avrebbe potuto permettere agli Stati Uniti o a qualsiasi attore di fermare la politica
giapponese. Sono gli stessi giapponesi a chiedere la convocazione di una commissione che si installasse sul
territorio manciuriano, affidata ad un inglese, per controllare che i giapponesi non stessero portando avanti
una politica di espansione in Manciuria; tuttavia, l’inchiesta della commissione evidenzia la realtà ben nota
che i giapponesi stavano portando avanti un’annessione e che quindi si sarebbero dovuti ritirare, ma
avevano ormai proceduto ad annettere quasi totalmente la regione, agendo così su due binari di politica
estera. Da una parte, l’opinione pubblica internazionale non riconosce la politica giapponese di annessione
della Manciuria, ma dall’altra l’isolazionismo paralizza l’azione politica estera statunitense anche laddove
essa avrebbe dovuto avere un interesse dominante. (Nel 1923 avviene la crisi di Corfù: per risolvere
l’annosa questione delle frontiere albanesi era stata indicata e incaricata una commissione di tracciare i
confini dell’Albania. La commissione era presieduta dal generale Tellini, il quale viene ucciso in un attentato
a sud dell’Albania e la prima ipotesi sviluppata è di una matrice attentatrice greca. Mussolini risponde
duramente, ma in realtà da questo episodio emerge la difficoltà dei rapporti dell’Italia con la Grecia e
l’atteggiamento italiano è un atteggiamento di intransigenza, basato sull’invio di un ultimatum alla Grecia (il
quale è chiaramente inaccettabile per il paese, in quanto consisteva nella consegna in 5 giorni i responsabili
dell’omicidio) e a cui l’Italia bombardando dal mare l’isola di Corfù, passando così dalla parte del torto e
uccidendo alcuni profughi. In realtà, l’atteggiamento di Mussolini era teso a disconoscere la legittimità della
Società delle Nazioni a risolvere questa controversia.)
Nel 1933 il Giappone decide di uscire dalla Società delle Nazioni ed essa subisce un secondo forte colpo alla
sua legittimazione. Inoltre, Hitler diventa cancelliere in Germania proprio in quell’anno, discutendo e
sfruttando ampiamente la questione della Gleichberechtigung, della parità dei diritti della Germania in
materia di riarmo, la quale diventa il nuovo centro del dibattito della Società delle Nazioni. Hitler pone
nuovamente la questione del riarmo tedesco, ma, al contrario di quello che aveva fatto Stresemann con la
sua politica conciliatoria, egli cerca una rottura sul fronte internazionale. Ecco che nel 1933 anche la
Germania esce dalla Società delle Nazioni e di ciò se ne farà un manifesto per la politica estera: di fronte
alle difficoltà vissute dai precedenti cancellieri, Hitler fa capire che l’antifona è cambiata. Hitler va al potere
con largo consenso elettorale e popolare  Hindenburg si trova quasi costretto a nominarlo cancelliere.
Inoltre, nel 1933, una larga parte della classe dirigente tedesca (vd. Junkers e generali, come von
Schleicher) pensano ancora di potersi avvalere strumentalmente di Hitler, trascinando il cancelliere a
seconda delle opinioni dei generali prussiani. L’uscita tedesca dalla Società delle Nazioni è un monito da
sfruttare nel piano interno  massima delegittimazione della Società delle Nazioni.
Tutta la questione del disarmo costituisce una premessa del disarmo generale e i governi di Weimar
chiederanno di conseguenza il diritto a riarmare. Su questo versante, anche l’Italia sta rivedendo la propria
politica  dal 1926 è in atto la fascistizzazione della politica estera italiana e nel 1927 diventa ministro degli
esteri Dino Grandi. In realtà non c’è una più chiara attribuzione del ministero degli esteri e ciò prelude ad
un drastico cambio politico; Grandi è semplicemente il volto più presentabile del fascismo, è un uomo
internazionale ed è convinto che l’Italia debba sostenere la Società delle Nazioni in una partita giocata nel
tentativo di capire qual è il vero prestigio dell’Italia e il suo vero ruolo. Lo scenario internazionale era però
tutt’altro che limpido: con la Francia si stava aprendo la competizione sull’Europa orientale, mentre con la
Germania si riapre nella questione del disarmo e dell’Anschluss, che va letto in una chiave ampia di
minaccia sul Brennero, sull’Alto Adige e potente leva di ripotenziamento tedesco nell’area centrodanubiana. La polemica che divide Francia e Italia sul disarmo riguarda non a caso l’entità della flotta
navale: l’Italia chiede che l’entità di essa sia uguale a quella francese (non si parla di diminuire, ma di
limitare il tetto navale) perché politicamente si vagliano le varie necessità nazionali (e la Francia a questo
punto adduce le sue necessità di una flotta più grande per l’ampiezza dei suoi traffici commerciali)  sarà
la Gran Bretagna a decidere infine quali limiti imporre ai paesi europei. In secondo luogo, l’Italia pretende e
chiede livello di parità con la Francia, che viene riconosciuto alla prima conferenza del disarmo nel 1919;
successivamente, la Francia non sarà più disposta alla discussione, anche perché dall’inizio degli anni Venti,
essa fronteggerà il problema tedesco, per cui le serviva il sostegno italiano. Quando si consumerà il
contrasto tra anti-revisionismo francese e revisionismo italiano nei Balcani e nell’Europa danubiana, la
politica francese si irrigidirà contro le richieste italiane, anche perché, anche dal punto di vista politico,
l’Italia fascista non può accettare una diminuzione di ciò che era stato ottenuto dall’Italia pre-fascista 
Italia non può arrischiarsi verso manovre troppo militariste, ma anzi le conviene tenere bassi gli armamenti
fino al 1931, data in cui Grandi viene dimesso, perché in realtà tutta la sua idea di politica estera era ormai
contestata da Mussolini. Non appena Mussolini capirà che la politica societaria (orientata a favore della
Società delle Nazioni) di Grandi non può funzionare, egli fa ricadere sulle spalle di quest’ultimo il peso di
una scelta che non era sua. Inizialmente i due erano concordi di mostrarsi con un volto ragionevole sullo
scenario politico, ma nel ‘31 si conferma un rapporto privilegiato anglo-francese, che lascia l’Italia da parte.
Un accordo a due tra Francia e Gran Bretagna sembra non riconoscere all’Italia il ruolo di grande potenza
che le spettava. Nel 1932, quando mussolini avoca a sé il ministero, si svolta la politica estera fascista e
questo viene esemplificato con l’assunzione del dicastero da parte di Mussolini stesso. Egli però si rende
conto di aver sbagliato, avallando una politica che non aveva dato i risultati sperati: ormai l’Italia si è
fortemente orientata verso l’obiettivo del famoso “posto al sole”, ovvero di una politica coloniale finalizzata
a lavare l’onta di Adua (desiderio dei fascisti più radicali, come Cesare Balbo) e dal 1932 si inizia a
predisporre quest’operazione.
Nel 1932, l’assunzione del dicastero degli esteri da parte di Mussolini significa l’abbandono della politica
societaria, che però non si esplicita nell’uscita italiana dalla Società delle Nazioni, ma in una serie di
interrogazioni che riguardavano la natura di tale strumento come modo migliore per perseguire la nostra
politica estera. Parallelamente riprende vigore la politica estera tedesca e occorre quindi ridisegnare la
politica estera italiana. Di fronte all’impeto del revisionismo tedesco e in Francia la politica estera viene
rappresentata dall’azione diplomatica di Barthou, che cerca una nuova forma di contenimento del
revisionismo tedesco, oltrepassando Locarno nel senso anche orientale  ritorna in gioco anche l’Unione
Sovietica, che stava attuando grandi cambiamenti in politica estera. Avviene anche la presa d’atto che
l’Unione Sovietica debba uscire dal proprio isolamento di fronte ad un ritorno della minaccia tedesca. A
fronte di una politica tedesca molto dinamica, l’URSS cambia la propria politica estera e inizia a concepire il
mondo dell’imperialismo occidentale, che prima era visto come praticamente tutto uguale, dal 1933, con
l’insediamento agli Esteri di Litvinov, come un fronte di paesi in grado di contrapporsi nettamente contro il
revisionismo tedesco, che preoccupava abbondantemente l’URSS. Ora, seppur Litvinov incarnasse la
rappresentazione di politica estera di Stalin, egli era arrivato a capire che esistono degli imperialisti meno
cattivi di altri e nel campo delle relazioni internazionali l’URSS intraprenderà delle azioni meno
ideologicamente orientate (la politica sovietica in questa fase ha due percorsi: nel 1934 i comunisti
appoggiano i governi di sinistra da una parte e d’altra parte Lenin disprezzava il mondo capitalista,
composto da Germania, Francia e Gran Bretagna. Con Litvinov, si vedono le differenza tra i periodi e di
fronte alla minaccia diretta della Germania, l’URSS tenta la strada verso una alleanza contro la Germania,
che ne insediava la sicurezza) nel tentativo di interagire con le potenze capitaliste e per risollevare il
cammino della Società delle Nazioni. L’URSS, difatti, ne entra a far parte nel 1934, cercando di costituire
una rete di alleanze con i paesi capitalisti, ma in un fronte ideologico antirevisionista. L’impatto di Hitler alla
cancelleria è immediato e l’escalation dei colpi di mano della Germania non cessa dalla presa di potere di
Hitler. Nel 1933 l’uscita dalla Società delle Nazioni della Germania esemplifica l’uscita di una potenza che
perseguiva una politica propria  tutti rivedono le proprie posizioni di politica estera.
Tra l’altro, nel 1933, Mussolini propone il patto a quattro con le quattro potenze egemoni in Europa, che si
impegnano a far fronte al revisionismo: attraverso questa politica di collaborazione, la Germania può
ridiscutere le proprie frontiere, ridimensionando il territorio di Danzica  ogni nazione percepisce il
messaggio che le fa più comodo dal patto. In quella fase la politica anglofrancese non era totalmente
antirevisionista, ma al contrario essa era parziale: la volontà dell’anti-revisionismo di contrapporsi al
revisionismo tedesco è fortemente limitata dai propri interessi soggettivi e alle differenti esigenze nazionali.
I vari fronti opposti al revisionismo hitleriano non diventeranno mai operativi e non si tramuteranno mai in
qualcosa di più attivo, sebbene Hitler sia ben attivo in senso opposto!
Nel 1934, dopo l’uscita tedesca e l’entrata dei sovietici nella Società delle Nazioni, anche i sovietici non
hanno voglia di chiacchiere e iniziano a cercare un accordo secondo quanto era stato fatto in precedenza
con il revisionismo tedesco, mentre la Gran Bretagna e la Francia sono ben più scettiche. L’idea di un patto
a quattro in qualche modo non trova troppi consensi, mentre si persegue il progetto di Barthou attraverso
un accordo anglofrancese e l’utilizzazione delle entrature che la Francia ha nel mondo balcanico, ad
esempio con la Jugoslavia.
Il 1934 è però anche l’anno dei tre omicidi politici. A Marsiglia muore il ministro Barthou insieme al re
Alessandro di Jugoslavia, a seguito di un attentato ordito da una matrice separatista croata, quella parte
dell’estrema destra ustascia che aveva tutto interesse ad eliminare Alessandro (= l’esemplificazione della
possibilità dell’unità della Jugoslavia) e di Barthou e del suo progetto anglofrancese. Hitler ora sta
guardando a Mussolini come un modello, ne ha grandissima ammirazione e prende spunto da molte delle
sue azioni, guardando all’Italia come ad un potenziale interlocutore, con cui è ben evidente che esistono
degli interessi totalmente divergenti.
Infatti il primo elemento del revisionismo tedesco è rappresentato dall’unificazione di tutti i popoli di lingua
tedesca presenti in Europa. L’Anschluss vuole essere ottenuto da Hitler senza necessariamente passare per
l’Italia, anche perché, soprattutto in questa prima fase, l’avallo italiano non c’è. In Austria, satellite rispetto
all’Italia, era salito al potere Dollfuss, cancelliere fascista austriaco (nazionalista, ma non pantedesco),
estremamente legato a Mussolini anche perchè essa stava vivendo un momento di difficoltà economica e
politica: ora sono i tedeschi a premere prevalentemente per l'Anschluss e l’idea dell’annessione è
fortemente ai primi punti nell’agenda del revisionismo hitleriano. Si ritiene che sia possibile arrivare
all’Anschluss senza la rottura con l’Italia e nel 1934, quando c’è il tentato Putsch che costa la vita a Dollfuss,
Hitler è pronto a disconoscere totalmente l’Austria non appena il colpo di stato fallisce. Hitler non vuole
dare il colpo di grazia ad un’Austria che non sarebbe resistita, anche perché l’Italia era ancora
profondamente ostile ad un’unione dell’Austria con la Germania  Mussolini sposta dei reparti
dell’esercito sul fronte alpino, correndo un bel rischio, ma inviando un preciso messaggio politico: nel 1934
Mussolini è ancora fortemente legato all’idea che occorra fermare il revisionismo tedesco nell’Europa
centro-danubiana, ma egli sa che il ruolo prospettato potenzialmente all’Italia in questa zona è destinato a
scomparire con l’ipertrofismo del Reich. In più, l’indipendenza austriaca deve essere preservata per evitare
che vengano avanzate pretese verso l’Alto-Adige. Nel 1934, quindi, l’intransigenza di Mussolini è ancora
decisa e la morte di Barthou, che era un alleato di Mussolini, andò contro lo stesso interesse italiano.
L’Italia non è propensa a sposare totalmente la politica hitleriana e anzi l’assassinio di Barthou è un
elemento scoraggiante non solo per la politica estera italiana, ma anche per la politica di Litvinov e
dell’URSS, che passava attraverso un accordo con la Francia. Quando successivamente Laval sostituirà
Barthou si arriverà ad un momento di accomodamento e di compromesso verso il revisionismo tedesco e in
realtà, la figura di Laval riesce maggiormente ad avvicinarsi verso Mussolini, dialogando con l’Italia verso un
accordo importante: l’accordo Mussolini-Laval nel gennaio 1935, importantissimo perché è un accordo di
desistenza. L’Italia sta preparando il terreno diplomatico per ottenere un nulla-osta in Etiopia e ha bisogno
dell’avallo francese. In qualche modo l’Italia ritrovava nell’Etiopia una propria possibilità di sbocco, ma per
perseguirla, occorre il consenso prima di tutto della Francia e la risoluzione degli ultimi conflitti coloniali che
ancora dividevano i due stati transalpini. Si riapre quindi la questione degli italiani in Tunisia, con l’Italia che
accetta di perdere il proprio status privilegiato e quindi pone tutti i suoi sudditi sotto la sovranità francese;
in più, si procede a vari impegni di natura territoriale, piccole concessioni economiche e piccole
sistemazioni territoriali, lette e interpretate da Mussolini come la desistenza della Francia nella fine della
ricerca di posizioni a scapito dell’Italia  queste azioni vengono interpretate come la formale desistenza
francese rispetto ad un atto di forza italiano, con l’instaurazione di un mandato o protettorato sull’Etiopia,
la quel è però uno stato membro della Società delle Nazioni. Laval intendeva dare il placet francese ad
un’azione italiana in Europa e in quell’occasione Mussolini fa esperienza della grande disinvoltura francese
nell’avallo delle proprie pretese coloniali, ma quando ci sarà lo stop inglese, la Francia cambia
atteggiamento e nega di aver mai dato il via libera ad un intervento militare italiano in Etiopia, quando
invece fino a quel momento, l’Italia aveva avuto la piena libertà di movimento a livello nazionale, non
chiudendosi in alleanze né in alcun polo. L’Italia si riteneva favorita dalla situazione politica e su questo,
lasciandosi una possibilità di manovra, l’Italia pensava di poter ottenere i migliori risultati e il massimo dalla
propria politica estera  politica del peso determinante, con Italia che è il fattore che fa la differenza e
quella politica conosce un momento di distacco proprio in Etiopia, quando l’Italia vede misconosciute le
proprie velleità a livello coloniale.
La Gran Bretagna si pone in contrasto con l’Italia non per approcci ideali anticoloniali, in quanto non sono
stati lesi diritti di alcuno, quanto per la pericolosità dell’azione italiana  la Gran Bretagna è ancora sotto i
livelli di sicurezza di armamento, non è pronta al conflitto e con un tale colpo di mano italiano avrebbe un
fronte troppo lungo e indifendibile da presidiare in Africa, che non le garantiva sicurezza. Nel 1935 la
politica estera italiana realizza il postulato che ogni azione coloniale dovesse passare per un avallo della
Gran Bretagna. L’Italia si pone all’interno di un vicolo cieco da cui non riuscirà ad uscire, ma anche dopo il
1935 l’Italia ha ampi spazi di manovra e nel momento in cui si intercetta la volontà degli appeasers
britannici, in realtà c’è ancora margine di ritrovare la politica di assenso con la Gran Bretagna. L’intervento
in Etiopia provoca una polarizzazione delle alleanze, da cui trae un incredibile vantaggio la Germania, che
pone un cuneo di fronte ad un fronte unico contro le pretese italiane. Per Hitler, l’invasione dell’Etiopia è la
quadratura del cerchio, che gli permette di solidarizzare con l’Italia a livello pubblico, mentre di nascosto
alimenta la resistenza etiope ed essendo fuori dalla Società delle Nazioni, ottiene i livelli di massimo
consenso anche nell’opinione pubblica italiana.
Il piano Laval-Hore cerca di riportare l’Italia dalla parte della Gran Bretagna, promettendole la zona di
influenza che ricercava in Etiopia senza colpo ferire, ma sarà successivamente smentito da Eden e dalla
politica anti-italiana perseguita dalla Gran Bretagna.
03.04.2014
Con l’ascesa di Hitler, continua la centralità della Germania nella politica europea. Il cambio della politica
sovietica ad esempio è senz’altro ascrivibile alla rigidità ideologica e al realismo accentuato che seguono
alla nuova aggressività tedesca; in realtà, in questa fase, la politica sovietica è volta alla costruzione di un
fronte da opporre al pericolo hitleriano. Hitler sarà sempre percepito come un pericolo, con il timore
costante che egli possa esercitare su Inghilterra e Francia una sorta di richiamo affascinante per queste
nazioni contro il bolscevismo sovietico  Hitler poteva fare un gioco uguale e opposto per guadagnare
consensi contro il nemico sovietico. Il cambio di politica a cui si assiste dal 1933 in URSS è funzionale alla
percezione dell’URSS del nazionalsocialismo in ascesa in Germania; tuttavia, le due nazioni avevano in piedi
dagli anni Venti una relazione speciale, in piedi e ribadita nel corso dei vari anni. Nel maggio 1933 viene
riconfermato il trattato di Berlino, nonostante nell’autunno 1933 le installazioni tedesche presenti sul
territorio sovietico iniziano ad essere smantellate: l’accordo segreto si basava anche sulla possibilità
tedesca di usare il territorio sovietico per installare opere militari che le erano vietate dal trattato di
Versailles  il rapporto nell’autunno del 1933 si interrompe, salvo poi essere recuperato con il patto
Molotov-Ribbentrop. Nel 1934, per un periodo molto breve, Hitler cerca di capire se la Germania può
ottenere i suoi obiettivi di politica estera e come: 1. Uscita brusca dalla Conferenza di Ginevra e 2. Uscita
brusca dalla Società delle Nazioni, con il cancelliere che cerca di fare la voce grossa. In questo si scontra con
la Gran Bretagna, preoccupata dal riarmo navale tedesco, ma con un’auto-percezione di condizione di
grande debolezza. Essa non è sufficientemente armata e deve iniziare a riarmarsi (cosa che avverrà nel
1936 con tempi abbastanza lunghi)  ecco perché la GB si comporta in un certo modo e accetta
l’appeasement + spiegazione della reazione britannica alla campagna d’Etiopia italiana.
In Italia, la Francia aveva concesso il nulla osta all’Italia, con la convinzione di Laval che nel 1935 anche la
Gran Bretagna avrebbe dato il suo assenso. Non casualmente l’Italia persegue il suo obiettivo coloniale
quando la Germania inizia ad insidiarla nella propria sfera d’influenza in Europa centro-danubiana 
rinasce l’idea coloniale di lavare l’onta di Adua. La Gran Bretagna è disposta alla rottura con l’Italia non solo
per questioni di principio, ma essa aveva interesse ad imporre sanzioni economiche in una zona in cui
tecnicamente l’Inghilterra non aveva apparenti interessi, ma di mezzo c’era il lago Tana che la Gran
Bretagna voleva usare per abbeverare il Sudan e per avvicinarsi al Nilo. Si trattava quindi di un problema
strategico, perché, se l’Italia avesse davvero preso possesso dell’Etiopia, il confine da difendere da parte
britannica era assolutamente troppo lungo, a fronte della politica estera italiana nuova e più insidiosa.
Sembrava che l’Italia avesse dimenticato la clausola Mancini di non interferenza negli affari britannici e la
Gran Bretagna inizia a preoccuparsi e a chiudersi a seguito della questione etiope: essa si sente
scarsamente sicura e sa che se davvero l’Italia pone l'Etiopia sotto il suo controllo, essa sarebbe stata
vulnerabile nelle zone in cui era più debole. La Gran Bretagna non si decide mai a perseguire per davvero
una politica che sarebbe stata, col senno di poi, in grado di far fronte all’espansionismo aggressivo tedesco,
ovvero una politica di sistema: una politica di sistema solido, di collaborazione politica e alleanze vere tra
Gran Bretagna, Francia, Unione Sovietica e Italia, che poteva ancora giocare la carta della politica del peso
determinante, in quanto manteneva una certa dose di indipendenza in politica estera.
In realtà, l’impresa etiope ha facilitato ampiamente la strategia di Hitler, che procedeva rapidamente alla
demolizione del sistema di Versailles, iniziando a rivedere le clausole territoriali e cercando nel 1935 un
accordo territoriale di stabilizzazione con la Polonia. Quest’ultima era minacciata da URSS e dalla Germania,
che cercano inizialmente una politica di accordi e a cui la politica polacca risponde con delle azioni deliranti
e presuntuose  auto-percezione polacca è altissima, crede di poter riuscire a tenere in vita un gioco di
alleanze pericolose, immaginando uno spazio di manovre che non ha. La salvezza della Polonia sarebbe
passata attraverso un accordo, che necessariamente passava per l’URSS, ma che la Polonia non si premurò
di firmare. Negli accordi franco-sovietici, la Francia sta cercando una forma di negoziato e accordo con
l’URSS in funzione antitedesca. Probabilmente l’unico accordo che si poteva stipulare era una riedizione
dell’accordo del 1892, che nasceva da una convenzione militare  a fronte della minaccia tedesca nel
1935, si doveva riproporre un accordo militare, ma il problema che si pone è l’esistenza della polonia. Nel
momento in cui c’è una garanzia reciproca tra URSS e Francia, si tira in mezzo la Polonia, la quale non
acconsente al passaggio delle truppe sovietiche dell’Armata Rossa sul proprio territorio, svuotando di
significato l’accordo. I polacchi rifiutano di lasciar entrare le truppe sovietiche, nemiche fino a pochi anni
primi, sul territorio polacco e quindi la stessa folle idea polacca di poter contrastare la Germania attraverso
accordi diplomatici causa la morte della Polonia  Hitler non aveva mai nascosto di volerla inglobare e
cancellare.
Nel 1935, a seguito della politica di Litvinov (su indicazione di Stalin, che dava prova di idealismo sul piano
internazionale, mentre sul piano interno aveva avviato le purghe), i tedeschi si convincono che l’esercito e
lo stato maggiore sovietici erano assolutamente deboli e necessitavano di essere ricostituiti + come poteva
funzionare l’esercito in un clima di terrore? Nasce un grande grado di sfiducia riguardo ad un possibile
accordo con l’URSS da parte di Inghilterra e Francia, in quanto l’Unione Sovietica non pareva un alleato
affidabile. Al di là di tutto, nel 1934 l’entrata dell’URSS nella Società delle Nazioni aiuta la rilegittimazione di
quest’ultima e porta nel 1935 ad un accordo con la Francia. L’URSS stava cercando di tutelarsi a fronte di un
futuro attacco di Hitler al mondo orientale e al mondo slavo, ma in realtà l’accordo ha valore limitato per
prima cosa, per l’opposizione polacca (Polonia non avallerà il passaggio delle truppe sovietiche sul suo
territorio) e come seconda cosa, la Gran Bretagna richiede di circoscrivere l’operatività dell’accordo,
connettendo l’effettività dell’accordo agli accordi di Locarno e alla Società delle Nazioni. L’idea di
aggressione poteva essere convalidata come tale solo se si fosse pronunciato a questo riguardo anche il
consiglio della Società delle Nazioni  limitazioni ad efficacia e deterrenza dell’accordo. L’URSS non
avrebbe permesso che scattasse il casus foederis contro il Giappone, con cui l’URSS stava portando avanti
una politica prudente.
I sovietici vendono al Manchunko pacchetti azionari della ferrovia transiberiana, riconoscendo il governo
fantoccio filo-giapponese e portando avanti una politica quasi compiacente con il Giappone. L’URSS sta
cercando infatti un accordo di non-aggressione, importantissimo per l’interesse sovietico, anche perché in
Cina si era sviluppato un forte partito comunista da parte del quale ci si potevano aspettare delle
rivendicazioni.
Nel 1934 Hitler aveva colpito gli alleati cercando un’alleanza con la Polonia e tenendo diviso il fronte che gli
si poteva contrapporre in futuro: occorreva isolare la Polonia + assecondare il tentativo di Putsch in Austria
+ 1935 Hitler ripristina unilateralmente la coscrizione obbligatoria per l’esercito e infastidisce l’intervento
italiano in Etiopia. Gli obiettivi tedeschi erano essenzialmente tre (1937):
1. Ritorno di Danzica alla Germania
2. Comunicazione diretta attraverso il corridoio tra Reich e Prussia orientale
3. Accordo di non adesione al Komintern, in funzione antipolacca.
Nel 1935 era chiaro alle cancellerie europee che l’Italia si stava avviando al proprio colpo di mano in Etiopia.
La risposta generale fu il fronte di Stresa, che in realtà fu uno strumento senza effettiva deterrenza
sull’aggressività tedesca. Esso era una rappresentazione dei propositi comuni di Inghilterra, Francia e Italia
e non diventa un sistema (= qualcosa che è in grado di contrapporre un equilibrio laddove un nuovo
equilibrio si sta creando), ma a Stresa nessuno volutamente vuole affrontare il discorso fondamentale delle
aspettative italiane sull’Etiopia. Inghilterra, Francia e Italia, pur determinate a fronteggiare il revisionismo
tedesco, sono però saldamente ancorate ai loro interessi soggettivi, come l’impresa in Etiopia per l’Italia e
per la Gran Bretagna la questione di disarmo. A quest’ultima continua a preoccupare l’idea di non riuscire a
fermare il riarmo poderoso tedesco e subito dopo Stresa viene stretto un patto navale tra Gran Bretagna e
Germania, a dimostrazione della facilità della rottura di qualsiasi fronte che si poteva provare a costituire.
Tra l’altro, il fronte operava contraddittoriamente in quanto, ancora nel 1935, esso si era pronunciato a
favore della preservazione dell’integrità e dell’indipendenza dell’Austria, un grosso stato revisionista legato
alla Germania, ma è chiaro che con le operazioni italiane in Etiopia e i malumori britannici, i tedeschi
possono porsi come nuovi fari della politica estera italiana. L’Italia si troverà più isolata dopo il colpo di
mano in Etiopia e nonostante non tutto il Foreign Office si schieri contro l’Italia e le sue richieste
(addirittura viene elaborato un piano di concessioni all’Italia, che poteva essere molto appetibile), gli inglesi
si rimangeranno ben presto le loro promesse, perché l’opinione pubblica era pacifista e su posizioni
societarie. L’Italia si presenta quindi anche agli occhi dell’opinione pubblica inglese dalla parte del torto e
sotto le spoglie di un paese aggressore.
Si arriva quindi alla politica delle sanzioni, a seguito del ritiro (ordinato dalla Gran Bretagna alla Francia) del
patto Laval-Hore. Tuttavia, le sanzioni non costituiscono nulla di decisivo nel far desistere l’Italia dalla
propria azione coloniale, si possono svincolare e garantiscono all’Italia e a Mussolini un enorme consenso
interno, che non avrà eguali. In questo periodo, il regime ha un consenso altissimo e l’effetto delle sanzioni
ha esiti diversi sul piano internazionale e interno.
Hitler era quindi riuscito a dividere il fronte che gli si poteva contrapporre, in quanto i britannici sentono
continuamente il bisogno di ribadire la propria volontà negoziale con la Germania  segno di insicurezza
britannica, sempre sulla questione del disarmo, in quanto Hitler poteva compiere atti di forza da un
momento all’altro. La questione dell’Etiopia fratturerà il fronte anti-revisionista e farà il gioco di Hitler:
l’Italia distoglie forze e attenzioni dallo scenario dell’Europa danubiana, cosa che permette a Hitler di
focalizzare una potenziale unione tra Germania e Austria. È evidente che Hitler voglia unificare e riportare
nel Reich tutta la popolazione di lingua tedesca (Austria, Sudeti in Cecoslovacchia e Danzica  tre ovvi
passaggi territoriali). L’Italia cerca il suo posto al sole, per porre fine e lavare l’onta di Adua e cercando la
piena soddisfazione dei propri interessi territoriali, mentre la Germania stava consolidando il suo fronte di
sicurezza. Hitler era libero da qualsiasi vincolo con la SdN, sostiene non apertamente il negus etiope per
rendere più impegnativa l’impresa italiana, che avrebbe quindi visto nella Germania un aiuto fondamentale,
proprio quell’aiuto che non poteva ricevere dalla Gran Bretagna e dalla Francia.
Nel marzo 1936, a seguito dell’invasione dell’Etiopia, si prospetta per la possibilità reale per la Germania di
sfruttare le divisioni del fronte a lui contrapposto (contando sull’esclusione italiana da una alleanza con
Francia e Gran Bretagna) e di fare una mossa molto rischiosa e azzardata: Hitler decide la rimilitarizzazione
della Renania = strategicamente significava che, in un futuro e potenziale conflitto, con la Germania che si
sarebbe volta verso la Polonia e il suo confine orientale, la Francia sarebbe stata legata alla Polonia da
trattati da garanzia stipulati ancora ai tempi di Locarno, che difendevano la Polonia da un attacco o
invasione tedeschi. Questa azione di rimilitarizzazione avrebbe portato al blocco sul confine occidentale
della Francia, in quella che sarebbe stata poi conosciuta come “drôle de gruerre” senza possibilità di
intervenire a favore della Polonia  perde qualsiasi valore il patto di garanzia che la Polonia aveva da un
attacco tedesco.
La politica polacca è senza via d’uscita, soprattutto perché ci sono grandi avvisaglie del processo di
“satellizzazione” che la Polonia ormai presagiva. Tuttavia, Hitler sapeva benissimo che la Germania non era
ancora militarmente pronta a fronteggiare la risposta armata di Francia e Gran Bretagna: egli parte dal
presupposto, rischioso ma corretto, che le due potenze europee non avrebbero reagito, cosa che di fatto
fecero. In caso di reazione di Gran Bretagna o Francia, Hitler sarebbe dovuto tornare sui propri passi,
perché il riarmo tedesco non era ancora finito. Nel 1936 Francia e Inghilterra perdono l’occasione di reagire
al colpo di mano tedesco, per cui la rimilitarizzazione renana alla fine si rivela una mossa rischiosa, ma
vincente. In quell’anno, inoltre, Hitler dà una crescente caratterizzazione ideologica alla sua politica, con la
firma del patto anti-Komintern, patto che nasce inizialmente tra un’alleanza tra Giappone e Germania per
contrastare il bolscevismo. Esso vuole da un lato convogliare il consenso ideologico delle destre e dei regimi
militari (coinvolgendo l’Italia, che dopo la guerra in Etiopia è sempre più propensa a spostarsi a favore della
Germania, nonostante Mussolini non sia realmente convinto di questa svolta così forte della politica
estera). L’Italia chiedeva indipendenza e libertà di manovra, assolutamente da preservare per poter
proseguire la politica coloniale, ma allo stesso tempo si vede chiaramente che lo spazio di manovra italiano
si è ridotto per lo screzio nato con la Gran Bretagna e per lo strascico di rivalità che ci si trascina con la
Francia. La Francia è considerata lo stato traditore che non ha rispettato i patti!
In Etiopia, la Francia aveva deciso abbandonare le promesse accordate all’Italia nei termini di un accordo
abbastanza controverso, decidendo di accodarsi alla politica inglese, che già di per sé non era ben definita.
La Francia cercava di tenersi saldamente ancorata alla Gran Bretagna, in quanto era momentaneamente
spaesata. Nel 1936, la legittimazione della rimilitarizzazione in Germania viene dalla supposta violazione
della Francia degli accordi di Locarno, alleandosi con l’URSS  cogliere l’opportunità favorevole alla
Germania di vanificare la protezione francese sulla Polonia, la quale è totalmente priva di difesa sul fronte
tedesco. D’altro canto, né in Francia né in Inghilterra non vi è una percezione di quanto stia
pericolosamente avanzando la politica tedesca, la quale stava già pensando al colpo di mano da effettuare
verso est.
L’URSS stava già considerando la seconda opzione? Nel momento in cui salta un accordo con Francia e Gran
Bretagna, si pone la questione se non sia più vantaggioso accordarsi direttamente con la Germania,
secondo una visione di politica estera prudente e societaria, rivolta quindi alle due grandi nazioni europee.
La crescente preoccupazione sovietica riguardo all’espansionismo tedesco si accresce con la nascita
dell’Anti-Komintern e con l’intervento nella guerra in Spagna. La guerra civile spagnola delinea di fatto i due
futuri schieramenti della guerra, con un’alleanza che non era assolutamente scontata tra Francia, URSS e
Gran Bretagna  in realtà, la partecipazione sovietica alla guerra di Spagna con le Brigate Internazionali
sarà riconosciuta all’estero, ma non in patria + quelli erano gli anni del fronte popolare, in cui l’URSS ha
posto in essere un tentativo politico di cambiamento delle relazioni con i propri partiti comunisti in Europa.
È Mosca che detta la linea politica e non esistono voci contrastanti. I fronti popolari, contrariamente a
quanto fatto negli anni Venti, delineano invece la ricerca della piena collaborazione tra partiti comunisti e
partiti di sinistra in Europa, nel tentativo di opporsi alla Germania.
07.04.2014
Nel 1936 la situazione è la seguente: la guerra civile era appena cominciata in Spagna, facilitando la
coesione ideologica tra Germania e Italia, a cui si era opposto da subito un comitato di non-intervento
composto dalle altre potenze europee. Esistevano interessi specifici e la guerra in Spagna contribuisce ad
accrescere le insidie che l’Italia poteva rivolgere verso la Gran Bretagna, acquistando posizioni
strategicamente rilevanti nel Mediterraneo: si trattava di controllare le isole Baleari e il Mediterraneo
intero. L’Italia stava inoltre insidiando il governo inglese ancora in Etiopia, causando la strenua opposizione
del ministro agli Esteri Eden, che si opporrà a qualsiasi forma di concessione territoriale verso l’Italia  il
Sudan non egiziano avrebbe presentato una frontiera debole e scoperta rispetto all’Etiopia, che era
enormemente pronunciata a danno della Gran Bretagna. La politica italiana va quindi assumendo una
connotazione filo-tedesca, anche se questa attribuzione è sbagliata. L’ambizione italiana è resa
perfettamente dal discorso del novembre 1936, che conclude la stagione di grandissimo successo (o
perlomeno definita tale da Mussolini) e con il quale viene proclamato l’impero italiano. L’Italia ora chiede
l’avallo britannico per procedere in Etiopia, sulla quale si stavano concentrando tutte le aspettative della
propaganda interna. A Milano, nel 1936, Mussolini pronuncia il discorso dell’Asse, affermando che si stava
creando tra Berlino e Roma un asse = concetto che si stava prospettando tra Italia e Germania per
impaurire soprattutto la Gran Bretagna. Dopo la rimilitarizzazione della Renania, vero colpo al sistema di
Locarno, Hitler è percepito ed è realmente una minaccia, con l’Italia che può pesare e fare la differenza in
quella che può essere una crescente polarizzazione dei rapporti europei. Tuttavia, con la Gran Bretagna è
aperta la questione di riconoscimento de iure dell’impero italiano, che all’interno del foreign office spacca i
ministri. Eden ritiene che gli interessi britannici nel Mediterraneo siano minacciati direttamente dalla
politica italiana, mentre Neville Chamberlain, appena salito al potere, è convinto che l’asse e la convergenza
di idee tra Italia e Germania debbano realmente concretizzarsi in un’alleanza  divergenza interna al
foreign office.
“L’Italia è un’isola che si immerge nel Mediterraneo, un mare che per la Gran Bretagna è una scorciatoia
verso i suoi territori periferici. Per noi italiani, il Mediterraneo è la vita” (discorso di Mussolini a Milano): da
questo discorso si capisce però che esiste ancora un margine negoziale aperto tra Italia e Gran Bretagna,
che avrebbe potuto trascinare l’Italia distante dalle posizioni tedesche  Italia voleva il riconoscimento del
suo peso nel Mediterraneo, con un’intesa rapida e schietta per il riconoscimento dei propri reciproci
interessi. Solo con il mantenimento della libertà di manovra italiana, essa pensa di avere un peso
determinante; infatti, nel gennaio 1937, nasce il Gentlemen’s Agreement, ovvero uno scambio di note tra
ministri italiani e britannici per accordarsi sulle rispettive zone di influenza lungo tutto il Mediterraneo, nel
tentativo britannico di staccare l’Italia dalla Germania. Tuttavia, è ancora distante il riconoscimento de iure
dell’impero e la sistemazione delle zone di influenza nel Mediterraneo  per ora, impegno reciproco a non
modificare lo status quo nel Mediterraneo, nonostante il carattere molto vago dell’accordo. Anche la
pressione italiana in Spagna diventava uno strumento pesante da sopportare per la Gran Bretagna.
Nel frattempo, Hitler aveva cercato di trarre il massimo dalla situazione, mettendo zizzania tra Italia e Gran
Bretagna e cercando l’asse con l’Italia, ma soprattutto dando un immediato riconoscimento tedesco
all’impero italiano. L’alleanza con essa passava però per la risoluzione dell’Anschluss, laddove nel luglio
1937 si era stipulato un accordo tra Austria e Germania, con l’Austria che lascia spazio alla propaganda
tedesca nel proprio territorio. La propaganda NSDAP poteva quindi ora rivolgersi anche in Austria, la quale
era formalmente riconosciuta indipendente, ma dove in realtà il partito di Hitler aveva piena libertà di
manovra. Tra il 1934 e il 1936 era Mussolini che si era fatto garante dell’indipendenza austriaca, mettendo
la sentinella al Brennero che infatti infastidiva Hitler. Egli voleva sia annettere l’Austria, che cercare un
accomodamento con l’Italia, senza disturbare i propri alleati. Il cancelliere austriaco cerca quindi il consenso
italiano per l’annessione austriaca alla Germania e Mussolini alla fine acconsente che nell’accordo venga
contenuta una generica garanzia di mantenimento dell’indipendenza austriaca: Mussolini lascia l’Austria al
proprio destino e, nonostante egli avesse sostenuto le Heimwehr di Stahremberg in funzione antihitleriana
(formazioni di destra contrarie all’Anschluss) fino a quel momento, dal 1936 Mussolini fa cadere il suo
sostegno ad esse. L’asse dà all’Italia la possibilità di aver una via spianata verso l’accordo con la Germania.
L’appeasement viene, in modo abbastanza netto e manicheo, ascritto all’ascesa di Chamberlain a primo
ministro inglese (1937), quasi a cesura tra il maggio 1937 e ciò che c’era stato prima. L’appeasement è un
atteggiamento politico che parte dal convincimento che fosse possibile ricondurre Hitler alla calma,
permettendogli una serie di cambiamenti sullo scenario europeo-orientale = disponibilità a trattare e
dialogare con la Germania, che passa attraverso la convinzione che questo dialogo avrebbe potuto evitare
la guerra mondiale. Questa è la distinzione tra Hitler e il fronte alleato: al primo va bene evitare la guerra,
che è messa in conto, ma non è fondamentale al raggiungimento dei suoi fini; al contrario, Francia e Gran
Bretagna erano imperativamente contro la guerra, sia per la contrarietà dell’opinione pubblica, sia per la
scarsa preparazione bellica e l’evidente debolezza militare inglese. La Gran Bretagna era entrata in una fase
di crisi imperiale e finanziaria (indebolimento della sterlina) e si fa strada in qualche modo l’idea della decolonizzazione. Essa ha un impegno strategico a 360 gradi, difendendo posizioni mondiali e non solo
europee (anche per questo Eden è contrario all’Italia e alle sue rivendicazioni  avrebbero intaccato le
posizioni mondiali inglesi nel Mediterraneo e nel Medio Oriente). L’appeasement quindi non è solamente
giustificato dai filo-britannici; per altri, esso fu intriso di un elemento ideologico su cui Hitler cercò per un
certo periodo di puntellare le proprie relazioni diplomatiche con la Gran Bretagna  egli riteneva possibile
un accomodamento tra le due politiche, basato sul trait d’union dell’anti-bolscevismo. Gli appeasers non
erano così ideologicamente distanti e ritenevano che il nazismo e la Germania armata e rivolta ad est
fossero ben più accettabili dell’URSS e utili in funzione anti-sovietica. Questi appeasers, conservatori, erano
convinti che il nazionalsocialismo fosse il male minore  accordo tra Germania e Gran Bretagna era quindi
possibile e la Germania sarebbe stata un ottimo presidio anti-bolscevico. Si poteva passare sopra alla
politica interna di Hitler, il quale contava moltissimo su queste idee che mandava all’estero. Anche per
questi motivi nasce il patto anti-Komintern, interpretato da Hitler come un patto attorno al quale
convogliare eventualmente anche il consenso britannico, ma la Gran Bretagna era preoccupata dalla
presenza giapponese, aggressiva, revisionista, militarizzata, in un patto anti-bolscevico e che insidiava gli
interessi mondiali britannici.
Il patto anti-Komintern vedrà l’adesione italiana nel 1937 ed esso fungerà inoltre alla creazione di un
sistema di satelliti o protettorati tedeschi, soprattutto in Europa dell’est, dove stati oggettivamente inferiori
militarmente alla Germania ne accetteranno la sua protezione.
Non fu quindi solo con Chamberlain che iniziò l’appeasement: egli, pressato da avvenimenti storici e dalle
necessità di riarmo, rende operativa una politica preparata già dal precedente governo Baldwin (vd.
Accordo navale del 1935, con trattative inglesi con la Germania sul dominio dei mari). “Accontentiamo le
rivendicazioni revisioniste della Germania, in quanto anche noi inglesi non ne eravamo così d’accordo, così
che la Germania sarà presto accontentata e pronta a schierarsi sulle nostre posizioni, magari rientrando
anche nella Società delle Nazioni.” Lo stesso Eden, anti-appeaser, aveva cercato degli accordi con la
Germania, in quanto era convinto che, così facendo, non avrebbe dovuto aprire alcun tavolo negoziale con
l’Italia per il riconoscimento delle pretese italiane in Europa; al contrario, Chamberlain era convinto di
quanto fosse fondamentale la negoziazione con l’Italia per allontanarla dalla Germania  questo scontro
porterà alle dimissioni dagli Esteri di Eden nel 1937.
Le sanzioni in Etiopia erano state eliminate e l’Italia vi aveva insediato una sede consolare 
riconoscimento non di diritto, ma di fatto le si permetteva di fare ciò che riteneva. Ancora nel 1937
l’elemento di attrito tra Germania e Italia era la questione austriaca, sulla quale l’Italia era però ben
disposta a trattare: fase di grande eterogeneità di pensiero. D’altro canto, Mussolini si era dimostrato
flessibile e alla fine del 1937 egli confesserà a Ribbentrop che era stanco di presidiare la frontiera del
Brennero  Italia al Brennero non ha più un potere di deterrenza, in quanto le sue forze militari sono
impegnate in Spagna e in Abissinia.
Dal 1937 si delinea quindi quella che sarà la politica tedesca sul territorio europeo, con l’interesse volto
all’Europa orientale e danubiana (Lebensraum + Drang nach Osten) e l’Italia sarà pronta ad avallare questo
tipo di politica. Ora Hitler vuole giocare d’anticipo su Francia e Gran Bretagna, anche perché il quadro
internazionale gli è estremamente favorevole, agendo su Austria e Cecoslovacchia per avvantaggiarsi
rispetto ai contendenti ancora disarmati. Un eventuale intervento sarebbe stato uno scontro durevole e
continuato, per il quale è impensabile che Francia e Gran Bretagna fossero adeguatamente armate  Hitler
decide di agire, convocando il cancelliere austriaco e ponendo un ultimatum inaccettabile per poter
procedere nel marzo 1938 all’Anschluss. Nonostante il cancelliere austriaco cerchi di opporvi una minima
resistenza, non è possibile alcuna resistenza austriaca senza appoggio italiano, che in quel momento
mancava.
L’Italia nel 1937 aderisce al patto anti-Komintern, aumentando la propria caratterizzazione ideologica nel
tentativo di premere sulla Gran Bretagna per aprire una trattativa e un tavolo negoziale. L’uscita dalla
Società delle Nazioni dell’Italia nel 1937 e l’ascesa di Ciano al ministero degli Esteri sono ulteriori segnali di
una più stretta alleanza con la Germania e le varie politiche indicano un cambio di politica del dittatore. Nel
1937 anche la politica inglese reagisce a questi cambiamenti, con le dimissioni di Eden e la successione di
Lord Halifax.
L’Anschluss avviene con ampio consenso popolare austriaco, che non mancava dalla fine della prima guerra
mondiale. A Vienna nel 1938 Hitler scatenerà una pesantissima repressione contro gli ebrei = Vienna era il
coacervo del decadentismo culturale odiato da Hitler, era la città dove egli era etichettato come un
“poveretto” e ora egli prevedeva la sua occasione di rivincita. Hitler agisce a colpo sicuro e con l’avallo
italiano; tuttavia, l’Austria non è che la premessa per il passo successivo della Cecoslovacchia, dove è
presente il territorio dei Sudeti con cospicua presenza tedesca. Tra l’altro, nei Sudeti opera il SüdetenDeutsche Partei, che rappresenta il braccio destro del NSDAP in Cecoslovacchia, dove la democrazia era tra
l’altro traballante  piena garanzia da parte di Francia e Gran Bretagna. È evidente che neanche queste
nazioni siano disposte a spendersi come garanti della Cecoslovacchia e quindi ora il problema diventa di
convincere Hitler ad accontentarsi dei Sudeti. La vera questione riguardava il ruolo dell’URSS  un accordo
militare con l’Unione Sovietica avrebbe potuto rappresentare la via di salvezza per la Francia e la Gran
Bretagna, che avrebbero potuto usare quest’alleanza per limitare la futura rivendicazione tedesca su
Danzica, la quale era assolutamente scontata e prevedibile.
La politica sovietica, dal canto suo, è orientata ad evitare la formazione di un fronte unico contro l’URSS,
che teme l’accerchiamento dei paesi capitalisti, la politica anti-Komintern e soprattutto l’inclusione della
Germania in una tale alleanza. Allo stesso tempo, Francia e Gran Bretagna si fidano pochissimo dell’URSS e
neppure sono convinti dell’efficienza di una tale alleanza, in quanto non si sapeva quanto potesse essere
abile l’Armata Rossa, anche alla luce degli scontri in Mongolia del 1938 e della successiva guerra contro il
Giappone + le purghe erano una realtà ben nota. Si poneva anche un problema di convergenza sui confini:
come sarebbe intervenuta l’URSS in Germania? Occorreva assolutamente passare per la Polonia.
Sulla Cecoslovacchia, né Gran Bretagna né Francia potevano dare una garanzia e nel 1938 arriva
contemporaneamente una nuova forma di spinta di accordo inglese verso la Gran Bretagna: Chamberlain e
Mussolini firmano gli accordi di Pasqua, coronamento della politica del peso determinante in Italia, con cui
si vogliono sistemare le questioni del Mediterraneo. Gli accordi riguardano la questione coloniale, sono
estremamente specifici e sono l’ennesimo tentativo di trascinare l’Italia verso la Gran Bretagna. Si
stabiliscono confini, prelazioni su laghi e fonti, ci si danno garanzie reciproche di passaggio e transito anche
in tempi di guerra. Inoltre, tra Ciano e Lord Perth c’è uno scambio di lettere riguardo alla diminuzione degli
effettivi dell’esercito italiano in Libia + sulla Spagna l’Italia promette di non cercare vantaggi territoriali
politici ed economici ritirando tutto il materiale bellico.
Nel 1938 l’accordo mette nero su bianco che la Gran Bretagna avalla pienamente l’annessione dell’Etiopia
all’impero italiano. Nel frattempo, in aprile, si tiene il congresso della Südeten-Deutsche Partei, che si
prefigge di annettere al più presto possibile la regione dei sudeti alla Germania. È chiaro che la crisi
cecoslovacca in qualche modo è alle porte ed è altrettanto chiaro che il limite negoziale per cercare una
trattativa con la Germania è molto vicino ad un ultimatum. La conferenza di Monaco (1938) è costruita nel
tentativo di salvare il salvabile, nonostante sia ben chiaro che gli anglo-francesi non si sarebbero impegnati
militarmente nella difesa dell’integrità territoriale cecoslovacca. L’annessione sarà così immediata e non
progressiva e l’Italia è ormai definitivamente entrata nell’orbita tedesca.
Nel settembre 1938 avviene l’annessione immediata dei Sudeti alla Germania, con la dirigenza cecoslovacca
che viene totalmente superata dalla mediazione di Hitler, Mussolini e Chamberlain  qual è l’effettività
degli accordi di Pasqua? I mancati accordi preventivi sulla gestione della crisi cecoslovacca sono in realtà
accordi assolutamente farlocchi. L’esito vero della conferenza di Monaco (trionfo dell’appeasement nel
senso più negativo) è l’estromissione dell’URSS dalla questione cecoslovacca e questo lascia ampi margini
per supporre che da quel momento in poi l’URSS cercherà di accordarsi velocemente e direttamente con la
Germania. Un accordo antisovietico fatto alle proprie spalle era visto dall’URSS come molto probabile da
parte degli anglo-francesi e quindi si decide di accordarsi direttamente con la Germania. Nonostante
Litvinov non venga sostituito per lasciare uno spiraglio aperto al negoziato con gli anglo-francesi, i sovietici
non concepiscono la nascita di accordi che abbiano una deterrenza vera contro la Germania, che doveva
essere circondata ad est e ad ovest.
10.04.2014
Con lo smembramento della Cecoslovacchia, comunque non definitivo fino all’invasione della Boemia e
della Moravia nel marzo 1939, con cui Hitler segnala che l’espansionismo tedesco non si limita alle zone di
lingua tedesca inizia a realizzarsi il progetto di nuovo ordine hitleriano riguardo all’Europa orientale. Nel
settembre 1938, la conferenza di Monaco crea una serie di illusioni, come l’illusione italiana di aver svolto
un ruolo di mediazione che potesse durare nel tempo e di politica di peso determinante, che in realtà è
costretta in una sorta di vicolo cieco. La libertà italiana è invece sempre più costretta, man mano che la
politica hitleriana prende piede, non interrotta dagli anglofrancesi, che sono disposti al dialogo sempre e
comunque  la concezione tedesca riteneva quindi che un colpo di mano sulla Polonia non avrebbe visto
l’intervento degli alleati. Inoltre, essendo l’URSS estromessa dalla politica sul continente, Stalin adotta un
approccio pragmatico, non idealistico: non si contrappone al nazionalsocialismo in quanto regime di destra
autoritario e antidemocratico, quanto egli si oppone alla Germania perché la sua politica estera è
aggressiva e mette in pericolo la sicurezza dell’URSS. L’alleanza con Inghilterra e Francia è unico deterrente
contro un attacco tedesco, ma l’aggressione all’URSS è ritenuta non realmente possibile da parte di un
Hitler ragionevole  quale convenienza trarrebbe Hitler dall’attacco all’URSS nel momento in cui si profila
una guerra sempre più vicina con Francia e Gran Bretagna?
Dal punto di vista sovietico, l’attacco sui due fronti doveva ancora essere un incubo per la Germania, incubo
a cui essa ancora non riusciva a far fronte. Non concludendo nessuno la trattativa con l’URSS, a Stalin
balena in mente l’idea di accordarsi con Ribbentrop, secondo la logica del realismo politico e della sicurezza
nazionale. L’Inghilterra e la Francia conducevano una politica inconcludente verso l’URSS, che lasciava
intendere che una guerra russo-tedesca fosse la soluzione migliore e preferita dagli alleati europei (non
volevano entrare negli screzi di queste potenze). Il settembre 1938 è uno dei punti di minimo della politica
estera alleata: l’Anschluss del 1938 esemplifica il fatto che finalmente si possa arrivare ad una forma più
stretta di accordo con l’Italia (punto di arrivo del rapporto tra Italia e Germania, con Hitler che riesce a
vincere il revisionismo italiano  è venuta meno la ragione fondamentale che ostacolava un accordo tra
Hitler e Mussolini). Hitler esprime l’assoluta gratitudine all’Italia dopo essersi annesso l’Austria e promette
che la Germania non vorrà in nessun modo annettersi il Sud Tirolo (fino al 1943). Nel frattempo, il dialogo
Italia-Francia e Italia- Gran Bretagna stava peggiorando e diventando sempre più difficile. L’invasione
italiana in Albania è una sorta di dimostrazione alla Gran Bretagna di quanto la politica mediterranea
italiana non sia cambiata e anzi si voglia rafforzare a fronte di un’Inghilterra sempre più debole.
Il primo arbitrato di Vienna prefigura la nuova sistemazione europea hitleriana, che riguarda la
risistemazione parziale delle frontiere cecoslovacche  la Cecoslovacchia viene invitata a cedere parte
delle due frontiere all’Ungheria (1938), che fino a quel momento era stato il paese revisionista per
definizione nell’Europa orientale, con cui era alleata l’Italia per portare avanti le proprie rivendicazioni
revisioniste. A Vienna, gli italiani fungono da mediatori nel cercare di assecondare il disegno di ordine
hitleriano in Europa orientale, non solo riprendendosi i Sudeti e Danzica, ma procedendo alla completa
satellizzazione dell’Europa orientale per circondare l’URSS.
Nel marzo 1939 l’invasione della Boemia e della Moravia pone la questione in altri termini, con
l’appeasement che è davanti alla realtà  Hitler non avrebbe fermato le sue pretese e il destino della
Polonia è segnato. Anche in questa fase la dirigenza polacca sembra viaggiare in un mondo parallelo ed
essa affronta l’armata tedesca con una brigata corazzata: follia!
Chamberlain aveva garantito davanti alla Camera dei Comuni l’indipendenza della Polonia (1939), che non è
l’integrità  esiste ancora il margine della trattativa di accomodamento con Hitler che avrebbe previsto il
sacrificio di Danzica. Si vuole scongiurare l’ipotesi che la Polonia sparisca dalla cartina geografica,
nonostante la spartizione della Polonia fosse già stata oggetto di discussione di trattati tedesco-sovietici
degli anni Venti. Inoltre, come mai la Cecoslovacchia garantita dalla Francia può essere smembrata senza
intervento di Francia e Gran Bretagna? Lo smembramento cecoslovacco poteva essere una sorta di atto
consenziente. L’ipotesi che anche in questo caso inglesi e francesi fossero paralizzati rispetto all’eventualità
di intraprendere un’azione militare era corretta e non bisogna dimenticare che Hitler aveva messo in conto
la guerra, ritenendola accettabile, salvo un problema: non era il caso di affrontare una guerra con uno
schieramento così aperto e senza sapere cosa avrebbero fatto i sovietici. In questa fase Hitler decide di
attaccare la Polonia nella primavera del 1939 e in aprile egli denuncia il patto con la Polonia (firmato nel
1934, sorta di accordo di garanzia). Pare che gli inglesi e i francesi non si rendessero ben conto di questo e
inoltre, la Germania denuncia l’accordo navale con la Gran Bretagna negoziato nel 1935 da Eden. Inoltre,
nel maggio 1939 a Litvinov succede Molotov; il primo aveva incarnato la politica filo-occidentale di Stalin,
volta ad un negoziato con Francia e Inghilterra e nel maggio 1939 la dirigenza sovietica trae le conclusioni
del temporeggiare francese e pensa alle proprie esigenze politiche: 1. Politica di garanzia ai paesi baltici, a
cui l’URSS guardava come territori da annettersi e da influenzare maggiormente e 2. Apertura con la
Germania di un dialogo e un negoziato, opzione sorprendente per la Germania, che nel 1939 aveva anche
firmato il Patto d’acciaio con la Germania.
Il Patto d’acciaio fu un’alleanza con la Germania, che a quel punto sembrava un sentiero univoco, ma il
primo principio di questo patto andò contro qualsiasi logica  Italia si legò mani e piedi ad un alleato
effervescente e imprevedibile, nonostante essa fosse militarmente impreparata e consapevole a priori di
questo. Mussolini cerca disperatamente di far capire all’alleato che prima del 1942 l’Italia non sarebbe stata
in grado di entrare in guerra, ma nonostante questo l’Italia si lega indissolubilmente alla Germania, anche
nel caso in cui la Germania non venga sfortunatamente attaccata, ma sia lei stessa l’aggressore. È per di più
particolare la volontà con cui il patto viene portato avanti  Ciano si avvicina alla politica tedesca, per
rendersi conto successivamente dell’eccessiva disinvoltura tedesca nelle trattative, ad esempio nel caso del
protocollo Cavallero, il quale faceva presente alla Germania le necessità italiane di colmare i propri deficit e
i propri ritardi militari. Esso non è una conditio sine qua non, bensì una clausola aggiunta successivamente e
che di fatto perde ogni valore. Quando a malincuore l’Italia deve dichiarare la propria non belligeranza, con
una lista di materiali che mancavano ancora all’esercito e all’industria italiana, l’Italia appare chiaramente
inferiore e può solo assecondare l’azione tedesca  Italia è un buon secondo, cui non è nemmeno
necessario comunicare la conclusione dell’accordo Molotov-Ribbentrop.
Il patto Molotov-Ribbentrop (23/08/1939) viene concluso velocemente. I sovietici stanno tenendo in piedi
una trattativa con inglesi e francesi e quella con i tedeschi: quanto è corretto o scorretto l’atteggiamento
sovietico? L’URSS si stava solo tutelando in caso di fallimento del negoziato con i tedeschi. In questo
accordo la centralità è data dal protocollo segreto, che è la prova dell’eccezionale pragmatismo delle due
nazioni: esso prevede la spartizione politica ed economica della Polonia. Nel caso in cui i tedeschi
provocassero una modificazione dello status quo in Polonia, l’URSS avrebbe ingabbiato i territori ucraini e
bielorussi della Polonia, riprendendosi i confini persi durante il conflitto russo-polacco. Erano territori di
grande peso strategico, laddove l’Ucraina è fondamentale per i sovietici, in quanto da essa possono
avanzare rivoluzioni e malumori (elemento strategico da tenere calmo e ben saldo, interamente sotto il
controllo sovietico) e questa viene considerata da Stalin una politica di sicurezza, a cui si aggiungeva la
Polonia etnica (per lo meno nella prima stesura, che prevedeva Lubin e Varsavia all’Unione Sovietica). I
russi avrebbero avuto mano libera nei paesi baltici e in Finlandia, mentre la Polonia sarebbe stata gestita
secondariamente da Germania e URSS. Sarà solo in futuro che verrà deciso il destino polacco. Al contempo,
l’URSS manifesta il particolare interesse sovietico alla Bessarabia rumena, il cui sottosuolo era ricco di
materie prime. Ecco che il destino polacco è segnato e sia Germania che l’URSS si sentono ora più sicure
riguardo ad un’azione in Polonia. Nel momento in cui si era smembrata la Cecoslovacchia, la Polonia si era
presa Teschen.
C’è ancora la speranza che il Lebensraum tedesco e il Drang nach Osten fosse ormai accantonato da parte
della Germania, con un Hitler che agisse razionalmente e che si guardasse bene dall’andare oltre i confini
definiti dal patto Molotov-Ribbentrop  grande errore di valutazione di Stalin, che però in quel momento
era convinto di aver compiuto il passo migliore per garantirsi contro la Germania. Si stava però a guardarsi
sempre da una possibile alleanza tra i paesi capitalisti in funzione antisovietica e questa era un’altra
ossessione staliniana. Tuttavia, la prima prova militare dell’URSS in Giappone (Manciuria) non fu negativa e
i giapponesi dovettero arretrare. (al contrario in Finlandia ci fu un totale fallimento militare).
La Polonia non è militarmente in grado di sostenere l’attacco tedesco e tra l’altro con l’invasione della
Polonia scatta la risposta anglo-francese a tutela della Polonia; ai primi di settembre si realizza ciò che era
stato ampiamente preventivato: la drôle de guerre vede una Germania che si mangiava la Polonia, insieme
ai sovietici che arrivarono il 17 settembre. Già il 28 settembre c’è una prima modifica degli accordi
territoriali tra Germania e URSS, che riguardano il dato della Polonia etnica, a cui ora rinunciano i sovietici.
Lublino e Varsavia sono lasciate alla Germania (che acquisisce Memel), dando in cambio all’URSS la
Lituania, unico dei paesi baltici che sarebbe dovuto andare alla Germania. Questa è l’opzione razionale di
Stalin, perché egli si leva il peso di tenere al proprio interno in futuro una rivolta in più che non è
assolutamente necessaria a lui  i paesi baltici erano strategici per la sicurezza sovietica, come lo era la
Finlandia che era vicinissima a Leningrado. I sovietici avvisano cortesemente la Finlandia per ottenere un
confine sicuro e ulteriore territorio intorno a Leningrado + base militare in Finlandia in cambio della Carelia
russa. I finlandesi avrebbero così rinunciato alla loro sovranità militare di fatto (insignificante rilevanza
strategica), con l’influenza sovietica che si sarebbe estesa su tutto il territorio. L’assoluta mancanza di
qualsiasi provvedimento militare o strategico, difensivo, a tutela dell’URSS contro l’azione politica ed
espansiva tedesca fa presagire una fiducia cieca sovietica verso l’alleato: Stalin sceglie quindi di fidarsi fino
alla fine dell’accordo Molotov-Ribbentrop, nonostante la politica estera sovietica fosse a tratti ondivaga a
tratti orientata ad ottenere il massimo.
Nel novembre 1939 parte l’attacco sovietico alla Finlandia, che si rivelerà fallimentare e la Società delle
Nazioni decreterà l’espulsione dell’Unione Sovietica; negli Stati Uniti, la campagna finlandese ha effetti
prorompenti nell’opinione pubblica e la non buona prova militare sovietica annebbia il prestigio dell’alleato
tedesco. I tedeschi si interrogano quindi sulla possibilità di portare a termine il nuovo ordine militare e
iniziano a riflettere su un potenziale attacco della Wehrmacht all’Armata Rossa + l’URSS aveva un approccio
realista che guardava sempre alle sue esigenze di evitare l’accerchiamento. Nel 1940, la Germania invade
Norvegia, Danimarca e a maggio la Francia, con cui a giugno si firma l’armistizio. A giugno inoltre, l’Italia
pugnala alla schiena la Francia e le dichiara guerra, perché Mussolini temeva di essere tagliato fuori dalla
Blitzkrieg che stava procedendo  le truppe tedesche sembravano inarrestabili e l’armistizio con la Francia
a giugno significa per la Germania aver grossomodo risolto il conflitto. Innanzitutto, Hitler pensa di potersi
accordare con la Gran Bretagna, in quanto gli interessi tedeschi non confliggevano direttamente con quelli
inglesi; in realtà a luglio, la Gran Bretagna respinge le proposte di pace della Germania (perchè era già in
guerra con la Germania) e a settembre viene stipulato il patto tripartito tra Italia-Germania-Giappone =
elemento con il quale Hitler porta avanti la sua politica in tutta l’Europa orientale.
Nel 1940, la Gran Bretagna godeva di una posizione insulare, che le permetteva di trattare con l’aggressore
senza averlo nelle proprie vicinanze. All’alba del 1940 gli Usa non sono ancora entrati in guerra, eppure
sono pronti a foraggiare la Gran Bretagna in ogni modo possibile, permettendole di godere di un vantaggio
che sarà rilevante sul lungo periodo. La politica USA raggiunse il massimo del suo isolazionismo negli anni
trenta, dopo la crisi di Wall Street, quando i movimenti conservatori del congresso e quelli pacifisti si
schierarono nettamente contro l’intervento, ma dal 1932, quando Roosevelt diventa presidente, che inizia
il cambiamento del sentore pubblico riguardo alla politica estera americana. La politica di Roosevelt è
assolutamente isolazionista nella prima fase della sua politica estera, in quanto il suo obiettivo domestico è
il New Deal + leggi di neutralità = serie di bills che vengono votati al congresso in maggioranza isolazionista
che orientano la politica americana verso il mantenimento di una neutralità assoluta, in quanto gli Usa non
devono in alcun modo essere coinvolti in un conflitto, indipendentemente da aggressori o aggrediti.
Quando poi i pacifisti e i conservatori convergeranno favorevolmente sull’intervento pro-UK, gli Usa
decideranno quindi di convogliare le loro forze a sostegno della Gran Bretagna. Passerà poi un
emendamento che permetterà al presidente USA di decidere dove c’è in atto una guerra e dove non vi è
(ad esempio, guerra Cina-Giappone non sarà considerata guerra).
Alcuni atti di neutralità sono la legge Cash and Carry del 1937, che prevede che gli acquirenti di merci sul
mercato Usa tra i belligeranti dovevano pagare cash (quindi no prestiti) e trasportarle autonomamente, per
evitare che convogli americani fossero soggetti a incidenti di percorso. Dal 1938-39 Roosevelt tiene
monitorata la situazione della politica interna americana, con sondaggi di opinione utilizzati per la prima
volta in modo sistematico per valutare la politica e l’orientamento americano è teso ad offrire prima una
mediazione e i discorsi del caminetto già indicano l’orientamento di portare l’opinione pubblica USA di
intervenire come grande arsenale delle democrazie (prima di Pearl Harbour). L’ultima legge di neutralità
sarà nel 1941 la legge degli Affitti e dei prestiti, che di fatto segnerà l’ingresso Usa nel conflitto, a suggello
dello scambio epistolare tra Churchill e Roosevelt.  chiaro sostegno economico, militare e politico alla
Gran Bretagna.
28.04.2014
Nel primo 1940, durante la battaglia d’Inghilterra, è fondamentale capire l’andamento delle relazioni tra
Germania e Unione Sovietica, per capire come può avvenire l’operazione Barbarossa e il rovesciamento di
un’alleanza (quella del patto Molotov-Ribbentrop), che stava dando risultati convenienti ad ambe le parti,
nei termini di protezione sul fronte orientale per la Germania e per l’Unione Sovietica di porre in essere una
politica difensiva, allargandosi verso l’occidente, inglobando l’Ucraina e la Bielorussia nella propria sfera di
influenza e evitando che vigessero i confini stabiliti dal Trattato di Riga (1921) considerati alquanto insicuri.
In qualche modo la politica sovietica viene definita in chiave difensiva; concetto di difesa dell’URSS
facilmente si confonde con il contrario, cioè l’avanzata verso territori non sovietici. Dalla prima stesura del
patto Molotov-Ribbentrop i sovietici cambiano d’avviso e rinunciano alle Polonia etnica per occupare i
territori del Baltico, mettendo in sicurezza i confini verso la Finlandia: infatti, la distanza del confine
finlandese da Pietrogrado era minima. È evidente che l’attacco temuto non era quello dei finlandesi,
quanto si temeva l’influenza che i tedeschi avrebbero presto esercitato sulla Finlandia, con l’URSS che
sarebbe stata di conseguenza più vulnerabile. Non è corretto pensare che l’URSS non si tuteli minimamente
dalla Germania, ma una volta che Stalin decide di correre il rischio legandosi alla Germania esso si rivela
presto irreversibile : si inaugura uno stato di diffidenza temporanea e cecità permanente di non voler
vedere che il fine ultimo di Hitler dal 1940 è proprio orientato a portare l’attacco verso l’URSS sul fronte
orientale. Tuttavia, nel corso di tutti questi decenni la Germania è sempre stata terrorizzata dall’attacco su
due fronti e ora ciò non sembrava più spaventare i tedeschi  quali ragionamenti giustificano l’operazione
Barbarossa? Inoltre, nonostante la Francia fosse ormai battuta, la battuta con l’Inghilterra non era stata
risolutiva né tantomeno sarà combattuta in un futuro prossimo. L’operazione Leone Marino di invasione
tedesca ai danni britannici sarà infatti rimandata ad un secondo momento e poi mai attuata  Hitler
sceglie di aprire un secondo fronte orientale quando non ha ancora chiuso il fronte occidentale. Le ragioni
di questa scelta sono da ritrovare nelle seguenti motivazioni:
1. L’elemento ideologico prende il sopravvento sulle scelte strategiche e razionali, con l’intrinseca
avversione del nazionalsocialismo al bolscevismo e agli Untermenschen. Si teorizza una inferiorità
razziale di popoli abitati in maniera nutrita anche da ebrei;
2. Il dato logistico acquista un’importanza fondamentale, in quanto vincerà la guerra chi sarà in grado
di far fronte ai rifornimenti e di approvvigionarsi costantemente  l’est Europa era ricco di materie
prime, soprattutto di metalli e quindi poteva essere ampiamente sfruttato. La Germania ha un
bacino siderurgico ricco, ma le mancano metalli ferrosi indispensabili alla creazione di armi per il
conflitto (vedi nella Battaglia d’Inghilterra tutto l’uso di aerei che si dispendono). Il disegno tedesco
di battere la produzione britannica fallirà per quanto riguarda gli aerei. Non c’è solo l’Ucraina da
sfruttare nella sua produzione agricola, ma ci sono tanti altri bacini petroliferi che non devono
essere sottostimati e per di più, il tutto avviene prima del totale e pieno coinvolgimento Usa nel
conflitto;
3. L’eventualità che Hitler si riappropri del suo disegno iniziale di dominio sul continente, nel quale
rientrava secondariamente anche la Gran Bretagna, verso la quale la Germania non aveva delle
precise rivendicazioni, se non di accettare il nuovo ordine tedesco. La Gran Bretagna non avrebbe
sopportato alcuna perdita territoriale, ma avrebbe semplicemente verificato l’instaurazione del
nuovo ordine hitleriano sul continente  i tedeschi nutrono la speranza costante che l’Inghilterra
ceda rispetto a questo progetto, accettando che la Germania faccia il lavoro sporco di liberarsi dei
bolscevichi. Ciò che l’URSS temeva maggiormente era una convergenza di tutti i paesi capitalisti
contro i bolscevichi, ovvero lo scenario prospettato dai primi appeasers secondo cui, a fronte delle
minacce e dei pericoli provenienti sia dalla Germania nazista che dal bolscevismo, la Germania era
tutto sommato il male minore.
Il conflitto avrebbe ricevuto quindi una caratterizzazione più ideologica, portando la Gran Bretagna a
sostenere il nuovo ordine. Inoltre, si stava creando qualche problema all’interno dell’alleanza MolotovRibbentrop: da un lato i sovietici cercano di rassicurare la Germania riguardo al loro rispetto dell’accordo,
ma dall’altro essi dichiarano le loro pretese, che non toccavano solo i paesi baltici, ma anche la Bessarabia
rumena e una serie di ulteriori rivendicazioni territoriali che rivelano il disegno difensivo e geostrategico
dell’URSS per diventare inattaccabile. I tedeschi non vogliono che la presenza sovietica nei Balcani possa
essere rilevante e appena essi chiedono di occupare la Bucovina (regione con popolazioni di origine ucraina
e mai menzionata dai precedenti accordi) e la Bessarabia, i tedeschi si risvegliano sull’evidente
competizione russa e tedesca sull’occupazione di questi territori. A giugno 1940 la Russia si annette quindi
sia la Bucovina del Nord che la Bessarabia rumena e i tedeschi rispondono attraverso l’accordo del Secondo
Arbitrato di Vienna. Il primo arbitrato aveva sistemato le faccende slovacche: l'Italia fascista e la Germania
nazista obbligarono la Cecoslovacchia a cedere vaste porzioni della Slovacchia meridionale e
della Rutenia all'Ungheria ed esso va quindi ad intendersi in una logica di politica revisionista dell’Ungheria,
mentre il secondo arbitrato prevede che la Romania ceda gran parte della Transilvania all’Ungheria e la
Dobrugia meridionale alla Bulgaria, con il resto del territorio rumeno che viene garantito territorialmente
dalla Germania, prevenendo qualsiasi sorta di istanza sovietica nei Balcani. Il secondo arbitrato di Vienna
esemplifica il nuovo ordine germanico, di cui si avevano avute le prime avvisaglie già dalla conferenza di
Monaco, quando Hitler aveva risistemato la situazione polacca strappando alcuni territori alla
Cecoslovacchia e dando Teschen ai polacchi: la filosofia era quella di una sorta di “divide et impera”, di
spartizione interna ai paesi dell’Europa orientale per ribadire e rafforzare l’influenza tedesca su questi
paesi; con il secondo arbitrato, la Germania vuole togliere dalla Romania tutti i territori che storicamente
erano oggetto di rivendicazione da parte dei paesi vicini, rendendo quest’ultima una enclave tedesca nei
Balcani. Qualsiasi ulteriore velleità di espansione sovietica viene chiarita rispetto a quelle tedesche: da un
lato, la volontà sovietica è quella di rassicurare i tedeschi riguardo all’integrità del patto MolotovRibbentrop, mentre dall’altro l’URSS dimostra una certa rigidità verso le istanze tedesche  non conviene
alla Germania avanzare una politica estera aggressiva verso l’URSS. Il 27 settembre nasce il patto tripartito
tra Italia-Giappone-Germania, chiarendo il ruolo guida della Germania e dell’Italia sul continente europeo
ed esso ingloberà presto l’Ungheria e la Romania e successivamente vi entrerà volontariamente anche la
Jugoslavia. In qualche modo la stretta tedesca sui Balcani e sull’Europa orientale diventa un dato
irreversibile e il patto tripartito delinea benissimo l’influenza tedesca dei Balcani. Da ultima, il patto
tripartito accoglierà 1941 anche la Croazia, dove era al potere il regime di destra ipernazionalista, fascista,
razzista degli ustascia.
Nel novembre 1940 avviene il viaggio di Molotov a Berlino e in questo frangente i tedeschi cercano di
persuadere i sovietici ad entrare nel patto tripartito, con una volontà tedesca di influenzare
incondizionatamente la politica sovietica  Molotov accoglie questa proposta come una provocazione, in
quanto l’URSS si sarebbe dovuta piegare al nuovo ordine instaurato dalla Germania. È già ben chiara a tutti i
vertici militari tedeschi la prossimità di un’operazione militare contro l’URSS. Nel marzo 1941 la Jugoslavia e
il suo reggente Paolo dichiarano di voler entrare nel patto tripartito, ma alcuni giorni dopo un colpo di
mano serbo fa saltare dal trono l’attuale reggente Paolo, a cui succede re Pietro, sostenitore della
resistenza alla Germania e non propenso a firmare il patto tripartito. La Germania si vede così porre davanti
l’eventualità di invadere la Jugoslavia per controllare totalmente i Balcani; inoltre, l’alleato principale della
Germania, l’Italia, è in gran difficoltà in Grecia (attaccata per calcolo tedesco di destabilizzare la Gran
Bretagna) e la dispersione delle forze per l’Italia è rilevante, la quale stava sopportando anche un fronte in
Africa e il tutto era particolarmente difficoltoso data la scarsa preparazione italiana. La Germania
comunque condivide l’idea italiana di porre saldamente sotto controllo la Grecia, che avrebbe indebolito la
posizione britannica nel Mediterraneo orientale. Solitamente si dice che Hitler abbia dovuto ritardare
l’operazione Barbarossa proprio per la necessità di soccorrere gli italiani in Grecia. In realtà, il ritardo
dell’operazione Barbarossa avviene perché in primis i tedeschi devono sistemare la vicenda jugoslava e
chiarire l’entrata di essa nel patto tripartito  l’invasione della Jugoslavia comporterà inoltre la spartizione
del suo territorio da parte delle truppe tedesche. La Jugoslavia sceglierà di resistere e verrà
successivamente creato un regno di Croazia di estrema destra fascista, razzista, ipernazionalista sotto gli
ustascia e da qui inizierà una guerra estremamente cruenta, che avrebbe dovuto consentire all’Italia di
rimettere mano alla Jugoslavia e conquistando nuove posizioni sulla costa dalmata, consentendo inoltre ai
tedeschi di puntellare le loro posizioni nel Balcani.
La collocazione temporale dell’operazione Barbarossa è molto importante. Il dato climatico è
estremamente importante da considerare, perché il tempo per agire e avanzare è poco. Il 22 giugno 1941
ha inizio l’operazione Barbarossa, con le prime truppe corazzate tedesche che passano la frontiera
sovietica. L’unico elemento con il quale l’URSS aveva rafforzato la propria posizione nei confronti della
Germania durante l’irrigidimento delle relazioni tra queste ultime è il trattato di neutralità stipulato con il
Giappone nell’aprile 1941, con cui l’URSS si garantisce la neutralità del nemico storico. Il Giappone è
convinto di doversi focalizzare verso i possedimenti britannici in estremo oriente e guarda di conseguenza
alla Birmania e ad un altro percorso; la neutralità reciproca giova quindi sia al Giappone che all’Unione
Sovietica. L’URSS non era quindi rimasta immobile, sfruttando anche il peggioramento delle relazioni tra
Giappone e Usa che inizia nell’aprile 1941, in quanto il Giappone non aveva alternative al tipo di politica
aggressiva che stava portando avanti. È innegabile che il Giappone avesse enormi difficoltà logistiche e di
approvvigionamento militare, in quanto non dispone di risorse interne per provvedere alla creazione e al
sostentamento di un apparato militare e deve guardare altrove  si rivolge alla Cina e ai possedimenti
dell’impero orientale britannico, poiché gli Usa chiudono al Giappone con una politica di sanzioni
economiche ed embargo. Questo è sufficiente per garantire agli Stati Uniti che presto o tardi si avvicinerà il
momento di una guerra contro il Giappone. È interessante che nel 1941, dopo l’inizio dell’operazione
Barbarossa, per i primi 10 giorni le truppe tedesche non incontrano alcuna resistenza e Stalin non dà alcuna
notizia di sé  giorni di crisi estrema del regime. A Stalin si sta profilando il peggiore degli incubi, ovvero
una guerra combattuta sul territorio russo, laddove l’ultima guerra combattuta sul territorio russo aveva
significato il crollo del regime degli zar. La responsabilità politica di Stalin è evidente, è lui che ha scelto la
politica del patto Molotov-Ribbentrop di alleanza con la Germania ed è lui che ora ne fa politicamente le
spese. Si pone un punto interrogativo sul destino politico dello stesso Stalin, che dopo 10 giorni riprende
però in mano la situazione, modifica la propria politica nel corso della guerra con la Germania e la volge al
ritrovamento dei valori panrussi e della vecchia madre Russia  Russia contro il nemico storico tedesco. In
realtà, la campagna tedesca sul fronte orientale è estremamente cruenta e la Wehrmacht non solo
continua nello sterminio degli ebrei, ma stermina anche civili, nonostante queste comunicazioni vengano
ben presto occultate. I militari devono sopportare il peso di un conflitto drammaticamente cruento e
giocato in modo sbagliato; non si sfrutta l’eventualità di una ribellione ucraina contro il dominio sovietico e
i tedeschi non considerano queste sottigliezze politiche. L’Ucraina è e rimane il tallone d’Achille dell’URSS
ed è un’ossessione per Stalin durante tutta la guerra. Ora conta il dato militare: è vero che i tedeschi
penetrano in profondo nel territorio sovietico, ma è altrettanto vero che una serie di elementi (clima,
vastità territoriale) giocheranno ben presto a favore dei sovietici, che iniziano immediatamente le tappe
forzate del trasferimento dei grandi impianti industriali sovietici oltre gli Urali. Allo stesso tempo sono
fondamentali per il sostentamento del fronte sovietico gli aiuti americani  nel 1941 gli Usa hanno
definitivamente mutato la loro politica.
Roosevelt non è più totalmente neutrale, anzi è riuscito pian piano a portare gli Stati Uniti verso un
coinvolgimento diretto inizialmente economico poi militare all’interno del conflitto. Ad esempio, l’ultima
legge economica statunitense, la Cash and Carry, che prevedeva che chi dei belligeranti avesse acquistato
sul mercato americano avrebbe dovuto farlo in contanti e avrebbe dovuto trasportare sui propri convogli la
merce, faceva presumere quindi che gli Stati Uniti si rivolgessero a quelle potenze che esercitavano un
controllo sull’Atlantico, ovvero la Gran Bretagna, prevenendo l’isolamento degli Usa in politica estera. Nel
1941 la svolta di Roosevelt è definitiva e l’opinione pubblica è in modo crescente benevolente verso il suo
presidente. Anche i calls, i sondaggi di opinione che diventano uno strumento consuetudinario per cogliere
l’umore americano, rilevano il favore popolare all’entrata in guerra e Roosevelt entra nel conflitto certo di
un pieno appoggio della società, avendo abilmente strumentalizzato anche l’attacco giapponese a Pearl
Harbour. Gli statunitensi infatti sapevano presumibilmente sia la data dell’attacco che le modalità di esso e
lasciando ancora alle Hawaii parte della flotta americana perseguirono vari scopi: innanzitutto, la
distruzione di una parte di flotta anziana e vuota, minimizzando il danno e permettendo all’industria di
lavorare ulteriormente per il rinnovamento della marina e secondariamente, l’attacco e la sua
pubblicizzazione favorirono lo sdegno pubblico e la crescita del sentimento popolare di interventismo.
Il primo strumento con cui gli Usa entrano nel conflitto è la legge Affitti e Prestiti della primavera 1941: la
politica americana viene modificata in favore di un aiuto totale verso la Gran Bretagna, unica nazione
rimasta a resistere contro la Germania. Tuttavia, la Gran Bretagna ha bisogno di ulteriori finanziamenti e la
legge Affitti-Prestiti indica la predisposizione Usa di affittare simbolicamente delle somme all’Inghilterra e
alle potenze belligeranti  primo grande coinvolgimento Usa nel conflitto con tutto il loro peso economico.
Successivamente, la Gran Bretagna siglerà l’accordo delle cacciatorpediniere, nell’occasione in cui Churchill
chiederà direttamente agli Stati Uniti e otterrà la concessione di 50 cacciatorpediniere americane, che
simbolicamente rappresentano l’affiancamento Usa alla Gran Bretagna, ormai sola a sostenere con le
proprie forze il conflitto. Con la legge Affitti-Prestiti avviene il cambiamento decisivo nella concezione di
politica estera statunitense e Roosevelt utilizzerà la metafora della casa bruciata per spiegare l’aiuto pronto
e puntuale alla Gran Bretagna (se al vostro vicino di casa brucia la casa, gli prestate un idrante e gettate
acqua sulla casa, senza chiedergli di pagarvi in anticipo). La politica di coinvolgimento in guerra e della
legittimità di esso viene inculcata passo dopo passo nella mente dei cittadini americani, in un’ottica
lungimirante delle necessità difensive degli stessi Stati Uniti, i quali sanno di poter vedere direttamente
minacciati da questo conflitto europeo anche i loro interessi. Questa è la condizione della legge AffittiPrestiti, la quale ancora una volta simboleggia il modo attraverso il quale gli Usa garantiscono dall’inizio
prima alla Gran Bretagna poi all’URSS dei rifornimenti costanti, attraverso il Golfo Persico o i porti artici, di
petrolio, cibo, materiali e vestiario per i soldati. I bisogni sovietici sono infiniti e gli Usa danno una risposta
eccezionalmente efficiente, perché l’industria statunitense è nel pieno della propria produttività e questo
tipo d’aiuto è il primo grande punto di forza per la Gran Bretagna e per l’URSS. Dall’estate del 1941, quando
sembra che le sorti del conflitto siano segnate, si attivano questi aiuti, ma attenzione, l’URSS non era
disarmata e aveva truppe corazzate! Ben presto l’URSS dimostra di saper tener testa militarmente alla
Germania e nel momento in cui l’URSS contrattacca, Stalin chiarirà da subito con il proprio alleato Churchill
il dato fondamentale che in nessun caso l’URSS è disposta ad accettare il ripristino del trattato di Riga.
Fin dall’estate 1941 il destino dei polacchi comincia ad essere segnato e la vertenza polacca sarà un fattore
di divisione del fronte alleato nel dopoguerra, ma su cui la posizione di Stalin è in realtà ferma: le frontiere
del trattato di Riga, giudicate non convenienti dal punto di vista strategico per l’URSS, non vanno
ripristinate. C’è un accordo tra i sovietici e il governo di Londra, il governo polacco in esilio: i sovietici con il
tempo volevano delegittimare il governo nazionalista in esilio di Londra per invece sostenere l’Unione dei
Patrioti Polacchi, longa manus sovietica per tenere sotto controllo la dirigenza polacca. Se formalmente i
sovietici disconoscono inizialmente l’accordo Molotov-Ribbentrop con i polacchi, essi chiariscono che non
vogliono assolutamente tornare sulle posizioni del trattato di Riga e iniziano ad insistere per l’apertura
ovvia di un secondo fronte, teso a scaricare l’attacco tedesco. A quel punto, con una Francia occupata, il
mondo orientale sotto l’egida tedesca e il patto tripartito, il grosso del conflitto viene sostenuto dai
sovietici, che non chiedono un fronte secondario come quello africano, ma un secondo fronte europeo
evidentemente in Francia. Psicologicamente, la mancata apertura di un secondo fronte a ovest pone gli
inglesi e gli americani in una situazione di difficoltà rispetto all’alleato sovietico, che riceve tante promesse,
ma nessun fatto. La sua apertura viene quindi costantemente rinviata e fino al 1944 esiste un elemento che
condiziona gli angloamericani, ovvero il fatto che, seppure con i fondamentali aiuti economici che
elargiscono ai sovietici, è vero che sono questi ultimi a sostenere il peso dell’offensiva tedesca. Il 1943
segna un fatto importantissimo per i sovietici, ovverp la loro vittoria definitiva a Stalingrado, che segnerà il
punto di non ritorno per i tedeschi, che perdono qualsiasi possibilità di vincere; eppure, nel settembre 1943
avviene la resa italiana, con l’Italia che diventa uno scenario solo di impegno marginale per gli
angloamericani. L’impegno è anche calcolabile in termini numerici e il valore dell’intervento italiano sarà
squisitamente politico.
La questione dell’apertura del secondo fronte diventa una costante negli incontri di vertice anglo-sovietici e
successivamente a tre  l’apertura del secondo fronte sarà rinviata a oltranza, nonostante nell’agosto
1942 Churchill garantisca a Mosca a Stalin che gli alleati si stanno adoperando per aprire un secondo fronte,
cosa che avverrà sì in Africa, ma non certo sul continente europeo. I costanti rinvii sono un elemento che
pesa nelle relazioni tra sovietici e angloamericani. Inoltre, regna una sostanziale diffidenza da parte
dell’URSS verso gli angloamericani: perché loro non avrebbero potuto firmare una pace separata con la
Germania, lasciandola compiere la sua invasione verso est? Ritorna l’incubo di un’alleanza dei paesi
capitalistici contro il bolscevismo e lo stesso Roosevelt nel 1941, quando gli Usa sono ormai pienamente nel
conflitto, si sospetta fosse a conoscenza dell’attacco giapponese, della data e dell’entità della perdita. Il
danno fu sicuramente “accettabile” e l’entrata in guerra avvenne senza minime opposizioni dell’opinione
pubblica e gli Usa non dovettero nemmeno dichiarare guerra a Italia e Germania, in quanto furono esse
stesse a dichiararla agli Stati Uniti. Roosevelt cerca da subito di connotare precisamente il suo grande
disegno rispetto all’assetto del dopoguerra  ruolo centrale degli Stati Uniti, ma diverso da quello che
eserciteranno dopo il 1945. Un ruolo di primus inter pares all’interno delle Nazioni Unite, ma anche un
insieme di relazioni internazionali che consentiranno agli Stati Uniti di rientrare nel loro mondo. Inoltre
Roosevelt pensa che sia sbagliato agire con precisi accordi preventivi: la mancanza di accordi preventivi
precisi e la morte dello stesso Roosevelt nell’aprile 1945 sono elementi che favoriscono l’addensamento di
nubi sul fronte interalleato. Innanzitutto Roosevelt voleva lavorare per eliminare la diffidenza sovietica e
immediatamente si parla della resa incondizionata, in base alla quale nessun belligerante avrebbe dovuto
firmare una pace separata con la Germania, che doveva firmare una sconfitta definitiva e tout court; al
contrario, la possibilità di trovare un accordo politico con la Germania era la possibilità più temuta
dall’URSS, in quanto si poteva prevedere che l’URSS fosse lasciata sola a sostenere il fronte di
combattimento contro la Germania. Roosevelt ha una gestione molto personale della politica estera e
poche figure vicine a lui sono al corrente delle misure di politica estera che intende prendere;
essenzialmente egli è un accentratore e questo elemento sarà una difficoltà per il suo vice e futuro
presidente Truman nel trovare una continuità con la politica precedente. Le caratteristiche di Roosevelt
sono quindi degne di comprensione, in quanto da esse possiamo capire quanto la morte del presidente
abbia pesato sulle sorti dell’alleanza tra gli anglo-sovietici.
Churchill è portatore di una visione più classica e di interessi differenti, in quanto Roosevelt non pensa di
avallare in alcun modo l’esistenza in vita di un impero britannico, modificando il proprio assetto imperiale
dopo la fine della guerra  necessità di indipendenza indiana e matrice anticoloniale. Sia Stalin che
Churchill partono da presupposti classici di politica estera e non vogliono rompere: Churchill cerca di
prevenire l’eventualità che l’URSS, alla fine della guerra, possa esercitare un’influenza o portare avanti delle
istanze su zone classicamente di influenza inglese, come il Mediterraneo e gli stretti, e per questa ragione
Churchill corteggia la Turchia, che si trova in una situazione pericolosamente traballante tra le due alleanze,
con il premier inglese che la vuole portare all’intervento. Anche Stalin concepisce la possibilità di un
accordo preventivo per tutelare le esigenze sovietiche e, nonostante il destino della Polonia sia segnato, la
Gran Bretagna difende a spada tratta i suoi alleati sovietici soprattutto dopo l’episodio della foresta di
Katyn. Pur con l’apparenza di difendere il governo polacco in esilio a Londra, al ritrovamento dei massacri di
Katyn e dopo la ritirata tedesca, i sovietici attribuiscono immediatamente la responsabilità dell’eccidio ai
tedeschi e gli inglesi li appoggiano nelle loro accuse. A questo punto il primo ministro polacco in esilio
chiede che la Croce Rossa Internazionale possa recarsi in loco a svolgere un’indagine e Churchill,
terrorizzato dall’eventuale scoperta di una responsabilità sovietica e quindi di un appannamento del
prestigio alleato, rifiuta qualsiasi ispezione sui morti, in quanto ormai erano tali e non sarebbero tornati in
vita la stessa Gran Bretagna, che inizialmente aveva difeso le sorti polacche, è ora disposta alla ricerca del
compromesso con l’alleato sovietico, riportando la Polonia nei suoi confini etnici (=non avrebbe inglobato
né territori ucraini né bielorussi). Nel 1943 i sovietici si relazionano ormai solo con l’Unione dei Patrioti
Polacchi e si prevede una Polonia etnica spostata verso ovest, che incameri una fetta di Germania e lasci i
territori ad est sotto sovranità sovietica. La Polonia non potrà che gravitare nell’orbita sovietica, a ragion
del fatto che doveva difendersi dal revanchismo tedesco, essendo il confine sulla linea Oder-Neisse. La
politica strategica sovietica è classica e nel lungo termine guarda a questo assetto territoriale, per evitare
ritorni aggressivi della Germania. Non ci si affida solo al modello wilsoniano, affidandosi ciecamente al
modello delle Nazioni Unite.
05.05.2014
Nel corso del conflitto, tra il 1942-43, i rapporti interalleati si orientano sempre più verso una serie di
blocchi psicologici: Stati Uniti e Gran Bretagna devono costantemente far fronte alla richiesta sovietica di
aprire un secondo fronte, che per i sovietici doveva essere qualcosa di cospicuo. Le operazioni in Africa, in
Sicilia, fino alla resa italiana del settembre 1943 non erano sufficientemente consistenti per l’URSS, ragion
per cui il vero secondo fronte era rappresentato dall’avvio dell’operazione Overlord, che avrebbe aperto un
fronte in Francia. Negli incontri a tre, rimandando sempre l’apertura di questo fronte, soprattutto dopo la
battaglia di Stalingrado che segna la superiorità sovietica, Stalin inizia a trattare da una posizione
privilegiata. Dall’ottobre 1943 gli incontri non saranno più quindi a due, tra americani e inglesi, ma a tre,
con sovietici, inglesi e americani, laddove inizialmente i primi vertici coinvolgeranno i ministri degli esteri,
ma successivamente tutto culminerà nella Conferenza di Teheran.
Nel settembre 1943 l’Italia esce di scena, firma l’armistizio e dal punto di vista delle relazioni internazionali
il settembre 1943 è un primo vero banco di prova nelle relazioni effettive tra gli alleati: per la prima volta, si
tratta per gli alleati di arrivare ad un pre-accordo di pace con una potenza dell’asse. Sebbene dalla
conferenza di Casablanca si sia stabilito il principio della resa incondizionata, avallando l’idea che qualsiasi
armistizio sarebbe stato comunque deciso “a tre”, in realtà l’armistizio italiano è diverso. Lo sbarco alleato
in Sicilia avviene ad opera degli alleati, con l’aiuto della popolazione locale che tendenzialmente non resiste
all’avanzata. Tuttavia, Badoglio sa che l’annuncio dell’armistizio significa mostrare ai tedeschi l’entità del
tradimento italiano e questo ha come conseguenza il disperato tentativo di Badoglio di rimandare
l’armistizio. Si parla quindi di armistizio breve e lungo  l’armistizio breve, quello stipulato a settembre,
contiene le clausole militari dell’armistizio e le clausole della resa italiana; l’armistizio lungo contiene tutte
le clausole della pace e della sconfitta italiana. Nonostante gli italiani si illudano che la cobelligeranza possa
ammorbidire la posizione italiana, dopo l’armistizio e dopo la dichiarazione di Roma come città aperta (nel
senso che non verrà difesa, ma lasciata in balia dei tedeschi), ci saranno grosse ripercussioni.
I sovietici non partecipano alla liberazione dell’isola, dal momento che stanno ancora respingendo i
tedeschi, ma quando si parla di armistizio ci si riferisce al caso italiano con l’espressione “precedente
italiano”: gli alleati preparano clausole senza ascoltare il parere sovietico, data anche la diffidenza di Stalin
verso gli angloamericani. Stalin, in questa occasione, fa buon viso a cattivo gioco, in quanto le logiche
stanno rispondendo al suo disegno di avanzata militare che serve a stabilire il dato politico  la maggior
avanzata delle truppe di liberazione stabilirà i futuri confini politici del paese. Gli angloamericani si terranno
l’Europa meridionale, ma dovranno riconoscere la supremazia dell’Armata Rossa nell’Europa orientale,
perlomeno sotto l’influenza sovietica, aprendo così la discussione non ancora risolta riguardo al carattere
della politica staliniana, se essa sia espansionista e aggressiva oppure ossessivamente difensiva (sindrome
da accerchiamento). Le incognite del dopoguerra sono affrontate da Roosevelt con il sistema delle Nazioni
Unite: un sistema internazionale in grado di bilanciare le relazioni interalleate. In questo c’è pochissimo
dell’idealismo wilsoniano, in quanto Roosevelt non porta avanti un negoziato finalizzato a cercare il
consenso per la creazione dell’ONU sul piano interno Wilson non aveva un reale nulla osta, mentre
Roosevelt ha ben chiaro il consenso interno sulla sua figura, ma al contempo ha molto chiara l’idea che gli
USA potrebbero essere tentati ancora una volta dall’isolazionismo. Inoltre, Roosevelt non considera
l’ipotesi che gli USA possano essere impegnati a tempo indefinito in Europa: a guerra finita gli Stati Uniti
sarebbero dovuti, nell’ottica rooseveltiana, rientrare nel loro emisfero, non nel senso isolazionista, ma
evitando un coinvolgimento a 360 gradi sul continente, cosa che poi avverrà e che si trasformerà in
competizione con l’URSS. Roosevelt ritiene un potenziale scenario per il futuro quello di un realistico
bilanciamento della forze tra USA-GB sul fronte occidentale, URSS sul fronte orientale e Cina per quanto
riguarda l’Asia (concetto dei quattro poliziotti)  si potrà portare avanti un rapporto collaborativo con
l’URSS! Quest’idea fondamentale di Roosevelt gli costerà dei rimproveri e il presidente sarà poi accusato di
aver fatto una serie di concessioni tra il 43-44 per quanto riguarda il futuro assetto di paesi dell’est Europa
(vd. Polonia).
Riguardo alla Polonia, Stalin chiarisce che non intende transigere su quella questione e le richieste
sovietiche sulla Polonia dal 1944 si definiscono bene: essa deve spostare le proprie frontiere verso ovest,
compensandosi a spese della Germania (confine sulla linea Oder-Neisse), contando che 1. La Polonia
necessita di appoggiarsi all’URSS, perché dovrà tutelarsi dalla revanche tedesca, anche perché i tedeschi
inglobati nei territori della nuova Polonia usciranno da quei confini e si trasferiranno in Germania
occidentale e 2. Stalin aveva considerato che questa sistemazione avrebbe punito ulteriormente la nuova
Germania. Le sorti tedesche nel 43-44 non erano ancora ben definite  quale destino per la Germania?
All’URSS erano ben chiari due punti: che i nazisti avrebbero perso la guerra e che la Germania nuova non
doveva assolutamente avere velleità aggressive verso l’URSS. La Germania poteva dunque anche essere
unita, ma completamente neutrale e quindi sotto la sfera di influenza sovietica: questa era un’ipotesi presa
in considerazione da Stalin. Sulla Germania la politica di Stalin è abbastanza incoerente; mentre bene o
male sulla Polonia ed sull’Est Europa, le sue idee erano chiare, Stalin in Germania è contraddittorio e
perderà. Roosevelt e gli angloamericani accettano questa politica alla conferenza di Teheran nel novembredicembre 1943 e si spartiscono il mondo  a Yalta non si decise sulla che non si fosse già deciso a Teheran.
Il quadro non è ancora certo, ma è evidente che l’URSS guarda all’Europa orientale come al proprio
“orticello”, in cui si evidenziano anche le sorti della Polonia, senza assenso formale da parte degli
angloamericani. Già nel 1943 gli angloamericani si presentavano disposti a trattare sul quadro delineato da
Stalin e su quel tipo di configurazione delle frontiere polacche e questo perché alla fine del 1943 non erano
ancora avvenuta l’operazione Overlord  se non aprite il secondo fronte in Francia, io comando e detto la
futura sistemazione dell’Europa perlomeno orientale. Chiaramente il sostegno del fronte sovietico contro i
tedeschi fu possibile per i sovietici solo grazie alla legge Affitti e Prestiti statunitense.
L’operazione Overlord rimane un gran punto interrogativo, anche perché significava un numero di perdite
elevatissimo e per un successo che non era neppure certo. Non è neppure vero che nel 1944 le forze
tedesche erano annientate (infatti sferreranno l’offensiva delle Ardenne) e c’era l’incognita su come
sarebbe andata l’operazione Overlord; per di più su Roosevelt pesava anche l’appuntamento
elettorale  quanti elettori di origine polacca avrebbero votato per lui, nonostante il destino della
Polonia? Stalin non ha questo impedimento, ha stabilità politica. Alla fine le cose avvengono man
mano che la situazione si chiarisce da un punto di vista militare e nel 1944 tutta l’azione militare
sovietica avrà un chiaro e pieno significato politico, come chiarisce l’episodio di Varsavia. A Varsavia,
nel 1944, la popolazione insorge contro i tedeschi sapendo che stavano arrivando i sovietici, ma
improvvisamente Stalin ordina che l’avanzata sovietica si arresti: egli aspetta che i tedeschi facciano
il lavoro sporco, liberandosi di una potenziale potente classe dirigente polacca, che poteva vantarsi
della liberazione di Varsavia, con i tedeschi che alla fine vincono sulla popolazione e Stalin che
attacca i “quattro criminali” insorti di Varsavia, intervenendo solo in un secondo momento in
Polonia. L’eccidio di Katyn, inoltre, ebbe lo scopo di annientare lo stato maggiore polacco e ridurre la
Polonia a ciò che doveva essere storicamente, uno stato che non ha ragione d’essere. Nell’agosto
1944 si prefigura il fatto che Stalin manovra l’avanzata dell’Armata Rossa basandosi su una
concezione politica, pensando alla sistemazione europea del dopoguerra e ciò lo può fare perché
mancano accordi ben definiti sul futuro assetto politico europeo  si consuma un grosso equivoco in
base al quale gli angloamericani sono scandalizzati dall’atteggiamento sovietico, ma lasciano che i
russi sconfiggano il governo polacco di Londra in esilio: è giunto ora il tempo dei polacchi di Mosca,
una dirigenza che Mosca ha costruito a proprio uso e consumo e che sarà legittimata per il futuro
stato polacco. In Polonia si esemplifica il destino di una larga parte dell’Europa orientale, ma nel 1944
la situazione in Est Europa non era ancora ben definita, con Churchill che sperava di contrastare
l’avanzata sovietica. Quando avviene a Mosca l’incontro tra Churchill e Stalin, cui Roosevelt non
partecipa in segno di mancata approvazione di quella politica, i due leader dividono le percentuali di
attribuzione di influenza tra URSS e angloamericani riguardo ai paesi il cui futuro era ancora in
dubbio: la Romania sarebbe stata spartita 90-10 a favore URSS, la Grecia 90-10 a favore degli
angloamericani, la Jugoslavia 50-50. L’accordo delle percentuali corrisponde alla speranza di Churchill
di recuperare il tempo perduto, arrivando a degli accordi preventivi che possano fermare l’avanzata
sovietica prima che diventi politicamente e strategicamente troppo vincolante: la Gran Bretagna mira
sempre al Mediterraneo e si tiene la Grecia, con URSS che comunque voleva arrivare ai mari caldi e
voleva arrivare agli stretti (la richiesta di Stalin riguardava il controllo sovietico degli stretti), con
quella rivendicazione che è tutt’oggi una costante per la politica estera russa, sovietica e di nuovo
russa. Gli accordi di Montreux furono i primi di cui l’URSS chiese la revisione nel dopoguerra, in
quanto disciplinavano proprio l’accesso agli stretti. La convenzione di Montreux venne firmata nel
1936 da Turchia, Francia, Grecia, Romania, Regno Unito e Unione Sovietica. La convenzione aveva
lo scopo di regolamentare la navigazione ed il passaggio attraverso lo Stretto dei Dardanelli, il Mar di
Marmara ed il Bosforo (compresi tutti sotto la denominazione di Stretti Turchi). Nel 1938, anche
l’Italia sottoscrisse l'accordo. Nella Convenzione, per garantire la sicurezza alla Turchia e agli Stati che
si affacciano sul Mar Nero, è affermato il riconoscimento della piena libertà di transito delle navi
mercantili di qualsiasi bandiera in tempo di pace, con la sola condizione di soddisfare i diritti di
transito e le prescrizioni sanitarie.
Si evidenzia da subito la scarsa propensione sovietica al perdurare dell’alleanza con gli angloamericani e
quando la Wehrmacht resiste in Ungheria, Stalin inizia a chiedere a Roosevelt perché le truppe tedesche
siano così impegnate a resistere di fronte a pochi villaggi ungheresi, mentre hanno già abbandonato il
Reno. La domanda è legittima e i militari tedeschi ormai tengono testa solo ai sovietici, mentre si arrendono
agli angloamericani, perché i tedeschi sapevano benissimo cosa avevano fatto ai russi e per l’ideologia
politica di poter ottenere una pace separata con gli angloamericani, sperando magari un cambio di fronte
tedesco, con un possibile confronto Usa e Occidente vs URSS. Questo è il sospetto non infondato di Stalin e
in parte c’è anche la tentazione angloamericana di firmare una pace separata, che porterebbe secondo
Stalin ad un cambio di alleanze contro l’Unione Sovietica, nonostante questa ipotesi non sia mai
contemplata né da Churchill né da Roosevelt. Qua si pongono le radici della guerra fredda.
Ora, l’armistizio con l’Italia dell’8/9/43 viene considerato il precedente italiano, con i sovietici che lasciano
stendere l’armistizio agli angloamericani, perché si predispongono ad esigere lo stesso comportamento in
Europa orientale. L’annuncio dell’armistizio significa la repentina fuga di Badoglio, della gran parte dello
stato maggiore e del re verso il sud, con il Regno d’Italia che rimane rappresentato dal maresciallo Badoglio.
Lo spazio di trattativa per l’Italia è nullo con gli angloamericani, in quanto l’Italia non ha resistito contro gli
angloamericani e allo stesso tempo, Eisenhower può dettare chiaramente le condizioni dell’armistizio.
Quando Badoglio chiede di posticipare al più tardi l’annuncio dell’armistizio ai tedeschi (che sapevano tutto
da agosto), gli USA rifiutano e obbligano all’annuncio dell’ 8 settembre. Il primo problema si verifica nei
confronti dei militari, che non recepiscono il contenuto poco chiaro dell’armistizio e non capiscono più da
che parte combattere: avviene la tragedia di Cefalonia, di reparti che fino al giorno prima erano alleati dei
tedeschi e ora, dato che l’esercito non era fedele al regime ma al re, gli ufficiali sono senza ordini  a chi
tenere fede, all’alleato o al re? Il re fa dichiarare a Badoglio che i combattimenti con il nemico sono stati
sospesi e non si chiarisce a chi debba rispondere l’esercito. Ora le trattative si concentrano sul futuro di
Roma, dichiarata città libera (e di conseguenza non difesa dagli italiani) perché si diceva che la presenza
tedesca nella capitale fosse massiccia, tanto da mettere in pericolo le truppe italiane. In realtà, i tedeschi
avevano presente che dovevano abbandonare la capitale, in quanto c’erano molte divisioni italiane pronte
ad intervenire sulla capitale e radunate sui colli romani, tanto più che gli angloamericani avevano garantito
l’appoggio aereo all’esercito italiano, sottoposto alla precondizione del controllo degli aeroporti. Quando
viene inviato a Roma un ufficiale di collegamento americano per capire a che punto sia l’operazione sulla
città, egli si accorge che nessuno ha fatto nulla e anzi, gli alti ufficiali italiani cadono dalle nuvole. Questo fa
ipotizzare a una parte della storiografia che ci sia stato un accordo preventivo tra Kesselring e Badoglio, tra
tedeschi e la casa regnante, secondo il quale gli italiani non resisteranno nella capitale purchè al re sia
consentito di andarsene indisturbato. A quel punto lo spazio di azione politica per Badoglio era minimo e
non c’era possibilità di trattare clausole armistiziali con gli alleati  il principio della resa senza condizioni
viene applicato anche all’Italia, se non che la situazione italiana è ben particolare anche dal punto di vista
interno.
Nelle fasi successive all’armistizio, nella lenta risalita verso il nord, si sviluppa la lotta partigiana e si
dovrebbe costituire il fondamento di una diversa accezione dell’Italia  la cobelligeranza prefigura una
serie di equilibri all’interno del CLN, che hanno peso dal punto di vista internazionale. I comunisti
partecipano alla resistenza italiana e rispondono agli ordini dell’URSS (Togliatti è a Yalta in questo
frangente) e quindi si offre a Stalin la possibilità di rivedere parzialmente l’atteggiamento tenuto fino a quel
momento rispetto all’armistizio con l’Italia. Nell’ottobre 1944 Stalin esorta a Togliatti di rientrare in Italia e
questa è conosciuta come la svolta di Salerno. In quel momento si delinea un quadro diverso rispetto a
quello analizzato fino ad ora: i sovietici entrano nelle questioni italiane non dalla porta principale per
evitare che gli USA facessero lo stesso in Europa orientale, bensì cercano di aiutare Badoglio (che cercava di
accordarsi con qualcuno per darsi un peso politico in sede di trattativa con gli angloamericani e di ritagliarsi
una sfera d’influenza). Badoglio si tutela quindi attraverso accordi diretti con i sovietici e avviene in
riconoscimento reciproco diplomatico tra l’URSS e il Regno d’Italia di Badoglio, con Togliatti che rientra in
Italia appoggiando il governo del maresciallo e ricoprendovi delle cariche politiche  i comunisti sono
esecutori della linea di Mosca, la quale fa intendere che non tutto è perduto riguardo all’Italia e che la
potenziale influenza sovietica in Italia passa attraverso il grosso consenso del partito comunista in Italia.
(accordi Badoglio-Visinsky).
Sul finire della guerra, l’Italia si trova di fronte alle elezioni, con la possibilità per i comunisti di vincere le
elezioni  verso chi confluirà l’Italia?
Un altro elemento non trascurabile nell’idea di Roosevelt è l’enfasi posta sulla costituzione delle Nazioni
Unite, le quali nascono come un organismo per sua natura impossibilitato a funzionare senza consenso
assoluto in assemblea generale. È previsto un concetto di veto, su cui i sovietici insistono perché temono
che vengano prese risoluzioni senza il loro accordo, che di fatto ne blocca il funzionamento e un ulteriore
problema riguarda la rappresentanza nell’assemblea di ogni singolo stato dell’URSS, che verrà riconosciuta
solo alle repubbliche dell’Ucraina e della Bielorussia. L’altro aspetto è il paragone che viene spontaneo con
la politica di Wilson, ma i presupposti delle visioni dei due presidenti sono diversi e Roosevelt fa tesoro
dell’esperienza di Wilson: gli umori isolazionisti dell’opinione pubblica statunitense sono tenuti in
considerazione e le Nazioni Unite dovrebbero permettere agli USA di non prendere impegni troppo
pressanti sul continente europeo, dal containment in poi. Roosevelt è inoltre ben attento all’aspetto
economico, dal momento che gli Stati Uniti vivono un momento di gran rilancio economico e sono destinati
ad essere dei punti di riferimento per la futura sistemazione economica internazionale. Ormai la sterlina sta
decadendo, parallelamente all’impero, e, anche se fino alla crisi di Suez gli inglesi non vogliono rendersene
conto, è inarrestabile il processo di decadenza della Gran Bretagna. Roosevelt pone il punto della
decolonizzazione come viatico per i dominions di ottenere la loro autonomia ed infatti nel 1947 l’India sarà
indipendente. Soprattutto è evidente che dal punto di vista della prospettiva economica, la Gran Bretagna è
drammaticamente provata alla fine del conflitto e i provvedimenti presi saranno punitivi contro i lavoratori,
innescando una profonda crisi economica, che farà perdere le elezioni a Churchill  politica interna pesa
più che la vittoria della seconda guerra mondiale. Al contrario gli USA devono cercare un mercato per il loro
progresso economico e il dollaro diventerà quindi la nuova valuta convertibile in oro  con gli accordi di
Bretton Woods da un lato gli Stati Uniti razionalizzano i meccanismi del mercato finanziario, dall’altro si
sancisce in via definitiva il ruolo predominante del dollaro nella politica degli scambi. Non sarà più la Gran
Bretagna controllore degli scambi, ma le subentreranno gli Stati Uniti.
La politica di Roosevelt è ben più avveduta di quella di Wilson, in quanto mancano per Roosevelt i
presupposti ideali, sui quali prevalgono i presupposti economici e politici. Inoltre, le Nazioni Unite si
predispongono da subito ad accogliere il numero maggior possibile di paesi, mentre è ristretto ai vincitori il
Consiglio di Sicurezza, che spesso si trova in situazioni di paralisi politica, prezzo che americani pagano per
ottenere la stabilità e per ottenere un accordo con i sovietici. L’interesse statunitense è quello allora di
garantire una sorta di collaborazione con l’URSS, dove ben si chiarisce la situazione della Polonia e dei paesi
baltici (i confini finlandesi verranno tracciati in maniera favorevole all’URSS) e i paesi baltici vengono
incamerati come repubbliche sovietiche; al contempo, il nodo fondamentale delle questioni sono quei paesi
su cui rimane il punto interrogativo, come la Jugoslavia. Lì, Tito è riuscito a costituire una resistenza efficace
nei confronti dei tedeschi, largamente appoggiata dalla Gran Bretagna in un paese in cui era esplosa una
sanguinosissima guerra civile e dove c’era il problema dei contrasti interetnici tra cetnici serbi monarchici,
ustascia croati fascisti e partigiani comunisti, più interessarsi a farsi guerra tra loro che all’invasore. Si
profilava lo scenario della liberazione di un paese ad opera della guerriglia comunista senza il fondamentale
sostegno sovietico  paese comunista potenzialmente autonomo, con i partigiani titini che potevano dire
di aver combattuto con successo senza l’intervento diretto dell’Unione Sovietica, le cui truppe arrivano solo
tardivamente. I cecoslovacchi (Benes presidente) cercano un accordo immediato con i sovietici, nel
tentativo di tutelare una vaga parvenza di autonomia per la Cecoslovacchia, instaurando un governo misto
cecoslovacco-sovietico e questo scenario regge fino al 1948, quando poi i sovietici effettueranno il golpe di
Praga ed installeranno un governo eterodiretto da Mosca. Sulla Jugoslavia il discorso è ben diverso.
06.05.2014
Il problema che si pone a Roosevelt e allo stesso Churchill è capire in che misura si possa gestire il rapporto
con l’URSS e Stalin  concetto di relazione semplice di collaborazione, piuttosto di alleanza o
competizione. Il punto di vista sovietico è condizionato dalla diffidenza di Stalin verso un possibile cambio
di fronte della Germania o degli USA e dalla paura, a guerra finita, di un ritorno aggressivo della Germania,
con l’ulteriore problema dei confini polacchi, che oggettivamente dovrebbero mettere in difficoltà la
Germania. La questione di sudditanza psicologica fu propria della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, fintanto
che non fu compiuto lo sbarco in Normandia, in quanto si rileva la difficoltà per gli angloamericani a
recuperare un atteggiamento produttivo dal punto di vista dei risultati  i risultati rimangono favorevoli
all’opzione iniziale di Stalin. In questo senso, nonostante nell’ultima fase delle trattative gli angloamericani
si oppongano, la Polonia rimane il fulcro delle rivendicazioni staliniane e della strategia univoca del leader
sovietico; al contrario, il rapporto tra Churchill e Roosevelt vede emergere finalità differenti e mezzi
parzialmente diversi. Churchill è legato a logiche vecchie imperiali, mentre Roosevelt è un innovatore,
nonostante il giudizio su di lui sia storicamente controverso: la guerra fredda, imputabile a lui, fu alla fine
un insuccesso, il suo insuccesso! Roosevelt muore nell’aprile 1945, mentre la conferenza di Yalta si tiene a
febbraio: la morte di Roosevelt segna la mancanza di una figura comunque centrale in quel periodo.
Truman, il suo vice, era abbastanza al di fuori della sfera della politica estera di Roosevelt e si dovette
affidare a funzionari del dipartimento di stato che avevano fino a quel momento trattato con l’URSS:
quanto quei funzionari conoscevano la politica, gli scopi e la mentalità di Stalin? In realtà, secondo Kennan,
la stretta cerchia di collaboratori di Roosevelt non sapeva nulla dell’URSS e nemmeno quindi poteva capirne
la politica, anche perché la realtà non era così chiara. Stalin attua all’estremo una politica di sicurezza, ma
emergeranno rivendicazioni con carattere espansivo e di stampo russo (imperialista), come l’usuale
direttiva di politica estera che preme sugli Stretti verso il Mediterraneo.
Altre difficoltà vengono anche dal fatto che Roosevelt e Churchill devono rendere conto all’elettorato e
anche per questo la loro politica è prudente: si creano anche equivoci, ma già da prima di Yalta Churchill
cerca un cambio di passo, modificando la sua strategia ed adattandola a quella duramente realista di Stalin.
È importante la corsa a Berlino  chi prima libera la Germania e Berlino ipoteca il proprio futuro, ma su
questo la strategia angloamericana è ondivaga e prima dell’operazione Overlord, Churchill non è così
predisposto allo sbarco in Normandia, preferendo liberare l’Italia e i Balcani, mentre Roosevelt era più
preparato ad aprire il fronte francese (scelte più nette e decise). In sostanza, non è vero che Churchill non
voleva lo sbarco in Normandia, mentre Roosevelt lo avrebbe permesso: la realtà è più sfumata e in ogni
caso si verifica un’incredibile coesione operativa tra gli inglesi e gli americani, che ovviamente si scontrava
nei limiti dei divergenti obiettivi di politica estera dei due paesi. Sul finire della guerra, nel periodo della
conferenza di Yalta, già Roosevelt stava ponendo il suo futuro; facendo i conti con l’isolazionismo
americano, Roosevelt aveva gettato le basi per una futura sistemazione in Europa e, a suo avviso, la
garanzia della pace europea si puntellava su un accordo tra Gran Bretagna e URSS, tra cui già stavano
emergendo differenze ineludibili. Roosevelt inoltre emargina costantemente la Francia e non si considera
mai la Francia come un interlocutore vero nella gestione degli equilibri, perché non si può dimenticare il
cambio di fronte francese e non bisogna sottovalutare anche la fortissima antipatia personale di Roosevelt
verso De Gaulle. Al di là del riconoscimento unanime che De Gaulle avrebbe ottenuto sul piano interno,
Roosevelt non avrebbe accettato di perdonare alla Francia il proprio passato e presente di paese
colonizzatore, che per giunta nel 1940 era diventato collaborazionista  la politica francese era
intrinsecamente distante da quella di Roosevelt. Già a Yalta nel febbraio 1945 emerge il fallimento del
grande design americano rispetto al futuro dell’Europa e delle relazioni internazionali. Sulla questione
stessa del ritiro, Roosevelt non può promettere, come fece Wilson, un impegno a tempo indeterminato sul
continente: gli americani si sarebbero ritirati e Stalin può accrescere e irrigidire le proprie richieste e la
propria posizione. La morte di Roosevelt del 1945 lascia aperto il disaccordo tra gli alleati: Truman non sa
come affrontare una situazione fluida e senza accordi scritti.
A Trieste, il 1 maggio 1945, la città viene liberata dai tedeschi ad opera dei partigiani di Tito. Trieste
mescola le opzioni nazionali e quelle ideologica (rivendicazioni slave su Trieste, ben antecedenti la salita di
Tito). Tito riesce ad entrare a Trieste 24 ore prima degli avamposti alleati (reparti neozelandesi) che
arrivano dalla costiera. Nei giorni successivi gli alleati e i titini si incontrano non amichevolmente e non è
chiaro a nessuno a chi competa l’occupazione della città, così le truppe del nono corpus titino l’avrebbero
occupata a tempo indefinito. Tuttavia, gli angloamericani 1. Non avrebbero consentito che il fatto compiuto
diventasse un precedente insostenibile per loro  verrebbe premiata sempre la prevalenza militare su
quella politica sul territorio e per Churchill era scontato che Trieste non sarebbe passata sotto la sovranità
jugoslava, ma 2. Trieste ha un’importanza logistica vitale ed è il porto logisticamente utile per spingersi
verso Vienna e nel momento in cui gli angloamericani sono operativi verso Vienna (una città in cui si
assisterà alla comune convivenza tra sovietici e alleati), i punti di incontro diverranno spesso punti di
frizione. Si verifica il rifiuto assoluto degli jugoslavi di ritirarsi, come invece chiedono i reparti americani, cui
viene ordinato di non abbandonare la città  pericolosissimo stallo.
Due risvolti di questa situazione: Stalin non è nella sua mentalità uno squilibrato, quanto un realista. Non
vuole rischiare scontro diretto con gli alleati per favorire Tito, che non è neppure una sua creatura 
probabilmente Tito era da tenere sotto controllo e non è possibile contrapporgli un leader di comodo
eterodiretto da Mosca. Il dato della dominanza ideologica c’è e la forza di Tito è consistente anche per i
sovietici, in quanto egli è il leader che ha liberato il territorio senza l’aiuto dei sovietici, quindi Stalin 1. Non
vale a pena rischiare uno scontro che a questo punto diventerebbe insostenibile con gli alleati, 2. Non vale
nemmeno la pena sostenere qualsiasi istanza a oltranza, ma anzi è meglio chiarire a Tito che nelle questioni
internazionali la voce in capitolo parte da Mosca e non da Belgrado. Tito successivamente verrà espulso dal
Kominform.
Su Trieste Stalin si mostra realista e dopo 40 giorni di occupazione jugoslava, la città passa sotto il pieno
controllo alleato e gli jugoslavi si ritirano in un confine pressoché simile a quello odierno; si formano le due
zone A e B di Trieste, si forma il TLT (territorio libero di Trieste), con una zona di occupazione A
angloamericana e una zona di occupazione B fino a Cittanova jugoslava. L’accordo di pace non è comunque
in grado di risolvere la questione di Trieste.
Nel febbraio 1945 si svolge la conferenza di Yalta, ad aprile muore Roosevelt e a luglio si tiene la conferenza
di Potsdam, la prima cui partecipa l’amministrazione Truman. Ne emerge la goffaggine di Truman, che
comunica il ritiro dei convogli in partenza per l’URSS, verso la quale rimaneva in vigore la legge Affitti e
Prestiti  i sovietici percepiscono questo gesto come un segno di profonda inimicizia. Il passo falso di
Truman si era verificato al congresso, ma il dato peggiore era che i convogli erano stati fatti rientrare in un
secondo momento negli Stati Uniti e questo, nel contesto delle relazioni USA-URSS, voleva preludere a
un’epoca di contrasti e tensioni ben più gravi. L’esordio di Truman è quindi negativo e scarsamente
lungimirante; tuttavia, è giusto ricordare a favore di Truman che la legge Affitti e Prestiti non era un
programma di ricostruzione.
Sul nuovo presidente pendeva anche il fattore importante del Giappone  pesa infatti la decisione di come
comportarsi con il Giappone, il quale è, in quel momento, un paese altamente bombardato dagli Usa, dove
la capitale Tokio è rasa al suolo, però non si arrende ancora. Il progetto Manhattan attorno al quale stanno
lavorando un nucleo di scienziati sta dando i suoi primi esiti: bene o male, negli USA, ci si chiede in che
misura si sapeva cosa si aveva tra le mani. Si sapeva che si stava gestendo un’arma pericolosissima, ma non
si conosceva esattamente l’entità della forza di questa nuova arma. La politica di Truman era consapevole
di poter usare politicamente uno strumento militare, ma la bomba atomica è un’arma che si può usare
anche politicamente: l’arma atomica originava uno squilibrio incolmabile e la bilancia degli armamenti era
sbilanciata a favore degli Usa. I sovietici erano a conoscenza del progetto Manhattan e spiavano ogni azione
americana.
Ormai i giapponesi non avevano più possibilità di resistere, sia in termini logistici che umani; da parte loro,
gli Stati Uniti ritenevano che la guerra si stesse prolungando troppo, ma d’altra parte volevano dare una
prova di forza sia ai giapponesi che ai sovietici. Gli effetti si sarebbero visti sul campo, nonostante gli
accordi sul Giappone fossero già chiari tra gli alleati  gli americani avevano chiesto ai russi di intervenire
contro il Giappone a tre mesi dalla sconfitta della Germania in Europa ed effettivamente questa promessa
sarà mantenuta, portando alla rottura del patto di neutralità che i sovietici avevano firmato il 13/4/1941
con l’alleato giapponese.
Una delle ragioni per cui dopo Hiroshima i sovietici non cambiano immediatamente la propria politica è una
certa incuranza rispetto al monopolio nucleare americano, ma i sovietici non erano fermi nella loro ricerca
scientifica, anzi 4 anni dopo risponderanno facendo esplodere a loro volta una bomba nucleare.
Soprattutto i sovietici hanno una costante superiorità in termini di armamenti convenzionali nei confronti
degli americani, i quali lasciano che il proprio assetto e armamento convenzionale sia deficitario, proprio
perché hanno la sicurezza del fronte atomico. Tuttavia, ciò che preoccupa gli americani è il dato
incontrovertibile della presenza sovietica in Europa, mentre gli americani sono localizzati in alcuni punti
strategici del continente, come Berlino, e la loro presenza non è definitiva né a lungo termine. Riguardo al
Giappone, Stalin sa che esso è un affare americano e lascia fare perché in cambio ha ricevuto ciò che gli
preme la parte sud di Sakhalin e altri possedimenti verso la Cina gli erano già stati riconosciuti e la Cina di
Chiang Kai Shek è ancora impegnata dalla guerra civile fino al 1949. Per l’URSS, la Cina rimane un
competitore sul quale far deviare le vertenze russe, ma al tempo stesso la Cina di Chiang Kai Shek è
protetta dagli Usa, che vogliono farla diventare una dei quattro poliziotti sul continente asiatico. Il rapporto
con Chang fu un evidente fallimento degli agganci americani sui leader locali da sostenere, in quanto egli fu
molto difficile da gestire perchè circondato da una serie di elementi corrotti, nonostante i comunisti
costituissero una minaccia oggettiva al potere di Chang. I nodi per l’amministrazione Truman sono quindi
tanti e dopo il primo passo falso a maggio a Trieste e la storia dei convogli ritirati, Truman cerca di
ammorbidire le proprie posizioni verso i sovietici.
Fintanto che dura il monopolio atomico americano i sovietici quasi ostentano un atteggiamento tranquillo,
ma esso (il monopolio) non viene tradotto dagli americani in un vantaggio politico: il monopolio atomico
non sarebbe comunque rimasto tale a lungo. Le problematiche sono molteplici: Trieste, la legge Affitti e
Prestiti, le pressioni sulle zone dove gravava un punto interrogativo (stretti, questioni coloniali). I sovietici
chiedono difatti l’amministrazione fiduciaria sulle ex colonie italiane, nonostante si sia convenuto di guidare
i paesi ex colonizzati verso un processo di indipendenza  le richieste sovietiche insospettiscono gli
angloamericani, proprio perché vengono al pettine le questioni derivanti dalla mancanza di accordi veri e
sostanziali. Nel 1947 è concluso il processo di satellizzazione di alcuni paesi dell’Europa orientale, come la
Polonia, la Bulgaria, la Romania, l’Ungheria e le repubbliche baltiche, mentre rimaneva un punto
interrogativo la Cecoslovacchia. La gestione delle zone calde riguardava anche la Grecia: scontri tra
monarchici e partigiani filocomunisti, ma chi deve foraggiare la resistenza monarchica? Lo fanno gli inglesi,
che avevano l’interesse a controllare e proteggere la Grecia, attestandosi sul Mediterraneo, ma la Gran
Bretagna non è più grado di fare fronte ai costi della propria politica estera. Il governo laburista di Attlee
non può finanziare queste direttive di politica estera e quindi, quando nel 1947 questo quadro è
decisamente certo, l’incognita rimane la misura dell’impegno americano. Cos’avrebbero fatto? Torneranno
all’isolazionismo nel senso di assenza di alleanze stabili sul continente europeo, ma si lasceranno
coinvolgere in una collaborazione economica? Ciò non basta più perché la controparte è in crescente
espansione e la stessa URSS avrebbe avuto bisogno di riconsiderare la propria ricostruzione. Al contrario gli
Usa sono usciti dal conflitto con un sistema economico incredibile, non devono far fronte a nessun tipo di
costo e ad alcuna ricostruzione, però è chiaro che non è così semplice presentare all’opinione pubblica
americana l’opzione di un impegno fermo sul continente europeo. Questo processo avviene in misura
graduale e la prima fonte di nuova ispirazione è il lungo telegramma di Kennan  studio del 1947 sulle
origini del comportamento sovietico e studio vero e approfondito sulle ragioni che spingono l’URSS nel 47 a
determinati comportamenti. Studio delle modalità di condotta di Stalin. Kennan è funzionario
all’ambasciata di Mosca, che presenta un ritratto serio della politica estera sovietica: egli afferma che non
necessariamente l’espansionismo sovietico doveva manifestarsi territorialmente, ma l’influenza sovietica
poteva facilmente penetrare in quei paesi con una situazione economica e politica instabile e precaria,
utilizzando mezzi non militari. Ecco che l’URSS può entrare non solo nei paesi dell’Europa orientale, ma
anche in Italia. Nonostante nel 1946 De Gasperi vada negli Stati Uniti a chiedere aiuti alimentari,
anticipando il futuro piano Marshall, sull’Italia vertevano anche gli appetiti sovietici essa era un punto
strategico nel Mediterraneo e nonostante gli alleati le abbiano fatto firmare un trattato della stessa
sostanza di quello di un paese vinto, l’Italia otterrà poi la protezione americana grazie al piano Marshall.
Non è un caso, infine, che l’Italia ottenga come unica compensazione territoriale il Brennero e l’Alto Adige
(con i trattati Gruber-De Gasperi), perché anche l’Austria era stata sconfitta e non era neppure uno stato (lo
sarà solo nel 1955 con il trattato che garantirà la sua neutralità). Riguardo all’ex impero italiano, De Gasperi
sperava di mantenerlo in quanto le colonie italiane erano state colonie di popolamento, ma l’Italia è un
paese sconfitto e sia la Gran Bretagna che la Russia iniziano a pensare di spartirsele.
L’Italia ha un forte partito comunista e delle elezioni alle porte: ecco che essa si inserisce pienamente nel
contesto della guerra fredda e della competizione tra sovietici e occidentali. Il contrasto è sempre più
evidente e Kennan ha delineato quanto il contrasto poteva diventare pericoloso in un’Europa così in crisi
finanziaria, la quale poteva effettivamente essere soggetta ad una nuova forma di contaminazione
comunista nei confronti di zone estremamente vulnerabili. Anche la Grecia, tra l’altro inserita nei Balcani
che Churchill doveva proteggere dall’avanzata sovietica, era un nodo fondamentale e nei Balcani inoltre
nasce la Jugoslavia, partigiana a favore di Tito e non sottoposta alle direttive di Mosca. Ecco che sull’Europa
cala la cortina di ferro e il long telegram diventa operativo attraverso la dottrina Truman del contenimento
 la sua finalità militare e pratica è la necessità di aiutare in primis la resistenza in Grecia e di far fronte alle
pressioni sulla Grecia e sulla Turchia. Gli americani promuovono un piano di aiuti sia alla resistenza greca,
che alla Turchia ed esso va a sostituire i finanziamenti che fino a quel momento aveva erogato la Gran
Bretagna: la dottrina di Roosevelt cade già adesso. Nel containment si assoda il fatto che il ruolo di paciere
inglese sul continente con l’URSS non sia possibile, in quanto il rapporto tra i due è già competitivo e non
collaborativo  gli Usa devono prendersi le proprie responsabilità, anche perché nel 1946 avviene la prima
crisi iraniana, quando l’Iran, occupato congiuntamente da Usa e URSS, che sarebbe dovuto essere liberato
dopo la guerra, in realtà non vede una liberazione dai sovietici, i quali, anzi, appoggiano movimenti
filocomunisti. Iran = pozzi petroliferi nelle mani britanniche e zone assolutamente strategiche, dove i
sovietici sentono che si può presentare una possibilità di esercitare una certa influenza. In ogni caso,
bisogna tenere a mente che Stalin non aveva alcuna intenzione di mettere in discussione la tenuta di una
pace già molto fragile.
08.05.2014
Siamo ormi all’entrata vera e propria nella realtà bipolare, nella quale il dialogo tra gli ex alleati sembra
diventato molto complicato a causa delle ragioni di attrito già citate precedentemente: il rifiuto sovietico ad
abbandonare l’Iran nel 1946, i presupposti di Teheran, Yalta e Potsdam che non sono mai rispettati a pieno
e le modalità di satellizzazione utilizzate dall’URSS nei confronti dei paesi dell’Europa orientale, la quale si
compie già nel 1947, anno cruciale perché in quell’anno la stessa politica americana prende una posizione
più strategica rispetto all’iniziale ritiro delle forze in Europa. Nel mese di marzo si enuncia la dottrina
Truman del containment, che rivela l’impossibilità inglese di continuare a sostenere le forze
controrivoluzionarie in Grecia: la Gran Bretagna non è in grado di far fronte ai suoi impegni imperiali e di
conseguenza essi si rivolge al suo potenziale successore, gli Usa. Gli Stati Uniti non percepiscono ancora a
pieno la strategicità del Mediterraneo in Europa, ma dal 45 essi acquisiscono sempre maggiore
consapevolezza riguardo alla sua centralità conseguentemente, si amplifica il ruolo strategico dell’Italia,
che nel 1947 ha firmato il trattato di pace del dopoguerra, che tuttavia lascia irrisolta la questione di Trieste
e si limita a istituire il TLT con una zona A di Trieste ad occupazione angloamericana e una zona B ad
occupazione jugoslava. Le rivendicazioni italiane e jugoslave riguardavano TUTTO il TLT e la questione è
speculare rispetto all’andamento della guerra fredda. Rimane impregiudicata la questione coloniale e i
possedimenti ottenuti dal fascismo in Libia, in Somalia e in Etiopia vengono immediatamente annullati,
riconoscendo all’Etiopia la propria sovranità statale e ponendo la questione dell’amministrazione fiduciaria
 come gestire il passaggio dal periodo coloniale all’indipendenza? L’unico punto che la politica estera
italiana riuscirà realmente a risolvere è il confine al Brennero, con gli accordi Gruber-De Gasperi del 1946.
Nel 1947 il containment, condizionato almeno in parte dal lungo telegramma, si propone di arginare
l’avanzata sovietica, che significa non già il roll back di Eisenhower, ma un semplice contenimento e un
chiaro e definito argine all’influenza sovietica in quelle zone rimaste nel “limbo”  la Grecia e la Turchia
erano esempi storici di paesi contesi. In sostanza gli Usa forniranno aiuti concreti e in primis militari a questi
paesi e il passaggio è epocale: l’orientamento americano è in concreta sostituzione dell’impegno britannico.
Il contenimento può essere variamente giudicato: essenzialmente è fuori discussione che l’andamento dei
rapporti Usa-URSS abbia preso un’impronta manichea, si tratta di una lotta tra bene e male senza
sfumature e negli Usa, soprattutto nei repubblicani, sta germogliando il maccartismo (movimento
d’opinione di anticomunismo isterico, con azioni tese a sconfessare il comunismo in qualsiasi modalità
possibile, vd. Processi di Hollywood, con gli artisti che vengono accusati di compiacenza con il nemico). È
fuori discussione che questa polarizzazione anche ideologica si stia estremizzando sempre più. Tra l’altro,
gli Usa operano sempre nel mantenimento della loro immagine di paese guidato da principi e regole
libertari e democratici, ma già con la dottrina del contenimento gli Usa scelgono di appoggiare regimi che
sono tutto fuorché democratici  struttura ideologica del contrasto della guerra fredda. Dall’altra parte
l’URSS ha un crescente bisogno di concentrare e incrementare il proprio controllo sui paesi satelliti e il
processo di satellizzazione significa, per l’URSS, assunzione di controllo anche verso paesi che non lo
avrebbero sopportato; ecco che, nel 1948, si crea la rottura storica tra Mosca e Belgrado, con la cacciata di
tito dal Kominform. L’URSS, applicando un giudizio ideologico e di realismo estremo, decide nella persona
di Stalin di stringere sulla direzione univoca di politica estera e di arrivare alla rottura con Tito, che era un
leader indipendente: Tito è un comunista nemmeno sui generis, ma è il leader di paese che ritiene di poter
condurre una politica estera in proprio e che ritiene di gestire a proprio piacere la politica nei Balcani 
rottura drastica e totale, con Tito che viene sconfessato da Mosca.
Allo stesso tempo l’URSS teme particolarmente non tanto il long telegram, quanto il piano Marshall del
giugno 1947: si teme un provvedimento politico e non militare! Il piano European Recovery Program nasce
da un’idea in linea con il long telegram di Kennan e con l’idea che era necessario quanto prima ripristinare
un’autosufficienza economico-finanziaria in Europa, per garantirle stabilità politica. Questo periodo è anche
ricco di elezioni e appuntamenti elettorali e la contrapposizione tra bene e male era assoluta: le forze della
sinistra confluiscono attorno ai partiti comunisti, mentre le forze popolari confluiscono sulla destra. In
Francia come in Italia erano molto forti i partiti comunisti, ma in realtà nel 1947 questi partiti cessano la
loro collaborazione con i governi; De Gasperi stesso rompe con i comunisti proprio nell’anno in cui si
inaspriscono i contrasti tra Usa e URSS e in cui viene erogato il piano Marshall. Kennan aveva capito la
fragilità sovietica in economia, che provocava una conseguente instabilità politica in cui gli Stati Uniti si
sarebbero potuti insidiare, ma il piano Marshall si rivolge anche alla Germania.
In Germania, nel marzo 1947, era stato prodotto l’Hoover report, un rapporto con il quale si imputava alla
scelta di Potsdam di smantellare l’apparato industriale tedesco la gravissima responsabilità di produrre
rischi effettivi per la stabilità e il controllo statunitense in Europa. L’opzione di Potsdam sulla Germania si
rifaceva ancora al piano Morgenthau, che prevedeva la deindustrializzazione forzata per la Germania con
una sorta di ripetizione dell’approccio tenuto con la Germania post prima guerra mondiale. Il rapporto
Hoover invece arriva a cadenzare ulteriormente i pagamenti  era importante favorire una lenta, ma
persistente ricrescita tedesca, in quanto la Germania era un avamposto fondamentale sul continente per gli
statunitensi contro l’URSS, la quale, a propria volta, temeva il riarmo della Germania. Stalin, poco razionale,
non ha progetti chiari, salvo l’idea di evitarne il riarmo, ma non chiarisce in che modalità intende evitarlo 
Incentivandone l’unificazione e neutralità o la divisione? Non è chiaro, ma l’URSS per il momento applica
una politica di razzia sul territorio di propria competenza, trasportando industrie in Unione Sovietica 
idea di spogliazione, che crea contrasto sempre maggiore con la trizona alleata, ben presto unificata in una
zona unica. I sovietici capiscono che quella zona di occupazione verrà in qualche modo resa autonoma e dal
1947, quando gli Stati Uniti decidono di battere moneta tedesca per ridare alla loro zona di occupazione
una limitata sovranità e autonomia statale, i sovietici si insospettiscono, rendendosi conto che la loro
politica nel lungo periodo non li avrebbe ripagati, ma semplicemente avrebbe provocato un enorme
movimento di emigrazione verso la zona americana. Nel giugno 1948 l’annuncio del piano Marshall non
viene compreso dall’URSS nella sua reale entità; inizialmente, i sovietici pensavano che il piano Marshall
fosse una nuova denominazione di un lend-lease act, che prevedesse una serie di aiuti a pioggia per i paesi
ex alleati e quindi l’atteggiamento sovietico è inizialmente interlocutorio. Il dialogo culmina con la
partecipazione ingenua, ma accordata da Molotov, di una delegazione sovietica accompagnata dai dirigenti
dei paesi satelliti alla conferenza di Parigi, dove verrà illustrato il funzionamento dello European Recovery
Act; nel frattempo era stato commissionato uno studio a Varga (economista del regime sovietico) sul piano
Marshall, dal quale ci si attendeva una risposta per l’orientamento sovietico  l’esito dello studio è che gli
Stati Uniti stavano erogando un gran prestito economico, sapendo che non ne avrebbero ricevuto il
pagamento da parte dei paesi dell’Europa occidentali che ne avrebbero beneficiato, ma sapendo anche di
estendere la propria influenza economica e politica sul continente e lavorando nella direzione
dell’unificazione della Germania, che successivamente si potrà riarmare e potrà tornare potente sotto
l’egida americana. Questo è l’esito dello studio di Varga, che evidenza esattamente la minaccia che
rappresenta il piano Marshall per gli interessi sovietici. In realtà è chiaro che la conferenza di Parigi è
destinata ad un esito sgradevole e le delegazioni dei paesi della sfera sovietica rientrano velocemente nei
paesi satelliti dopo il “niet” di Mosca: il piano Marshall era costruito per non poter essere accolto dai
sovietici! La rinascita economica europea passava per la rinascita economica della Germania e il piano
Marshall è in questo senso veramente efficace per far ripartire l’industrializzazione, con gli aiuti che
cadevano non a caso solo sulle industrie salve dalle ingerenze sindacati di sinistra. C’è un fattore di
rafforzamento politico che non è un mistero per nessuno e gli Stati Uniti sono schierati in qualsiasi paese
d’Europa che considerano strategico, con De Gasperi che è essenzialmente l’uomo degli Stati Uniti in Italia.
Washington gli accorda piena fiducia e l’atteggiamento italiano in quel periodo è ben preciso. La politica
estera italiana si concentra ora su Trieste, in quanto mancava una ripresa economica, non c’era un esercito
né forza militare  l’Italia decide di passare alla rivendicazione nazionale di Trieste. Nel 1947 l’Italia ha
ottenuto Gorizia, ma ha perso l'Istria e le conquiste fasciste (e questo era prevedibile da De Gasperi, che
però non accettava che l'Istria non tornasse all’Italia); la Jugoslavia però era riuscita militarmente ad
occupare quelle zone ed era impensabile chiederle di abbandonarle. Si stabilisce quindi che Trieste debba
essere governata da un governatore, che non sarà mai nominato per convenienza reciproca, dalle Nazioni
Unite, ma è meglio lasciare che la cosa rimanga così com’è; tuttavia, fino al 1948, l’Italia si sente
potentemente sostenuta dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti  nel marzo 1948 gli alleati dichiarano
tripartitamente che auspicano il ritorno di tutto il TLT all’Italia, a rafforzamento del fronte politico interno a
de Gasperi nel momento delle elezioni, ma l’Italia inizierà a dover sostenere posizioni negoziali difficoltose.
Dopo le elezioni, l’Italia diventa saldamente occidentale, ma allo stesso tempo Tito ha rotto con l’Unione
Sovietica, diventando il “nostro figlio di puttana” e gli Stati Uniti elaborano dunque l’idea che Tito debba
essere accontentato in tutti i modi possibili, perché l’influenza su Tito significava il controllo strategico e
militare della Jugoslavia e di conseguenza dei Balcani, il quale avrebbe segnato una gran superiorità nei
confronti dell’URSS.
Togliatti è diviso dalla questione triestina: allearsi a fianco di Mosca o ascoltare gli umori dell’opinione
pubblica e scegliere un punto di vista nazionale? Se da un lato Togliatti ha rotto con Tito per ovvie ragioni di
direttive da Mosca, dall’altro egli arriva a proporre Gorizia (che non era ancora italiana) come scambio per
Trieste, la quale non era neppure interamente jugoslava! Da un lato Tito ha superato la prova del 1948 e
dall’altro è stato cacciato dal Kominform  gli americani iniziano a foraggiarlo immediatamente subito
dopo aver visto la sua rottura, in quanto a loro non interessa mettere in discussione il comunismo
balcanico, ma vogliono avvicinare la Jugoslavia per una collaborazione. A quel punto, dopo la rottura, la
Jugoslavia rischiava di trovarsi in un isolamento molto grave: la paura era quella di un colpo di mano
sovietico, non tanto degli italiani, anche perché si stavano verificando golpe in vari paesi satelliti.
Gli avvenimenti di Praga del 1948 erano l’indicatore di una piena polarizzazione e un monito per la
Jugoslavia : la Cecoslovacchia pagava il fatto di non avere un governo pienamente comunista, con soggetti
non totalmente controllabili da Mosca e quindi doveva essere ricondotta sotto l’influenza sovietica.
Quando Tito rompe con Mosca, la questione di Trieste si affievolisce lentamente e diventa un ferro vecchio
della guerra fredda. L’Italia rivendicava una zona (B) che non controllava e le possibilità di controllo per
l’Italia erano minime  così come Trieste si era salvata dall’occupazione permanente nel 1945 grazie al
fatto che era punto fondamentale nei contrasti nella guerra fredda, successivamente Tito riesce a smussare
la questione triestina, si riavvicina agli USA per proteggersi dall’URSS e aumenta le frecce al proprio arco
per la questione di Trieste.
È evidente che, risolto il nodo della vera natura del piano Marshall per i sovietici (non aiuti a pioggia, ma
strumento politico), le direttive di Mosca sono lineari e vanno nella direzione di indicazioni precise per tutti
i partiti comunisti; il piano Marshall è da combattere sia per il partito comunista italiano che francese, in
quanto è una misura di condizionamento politico e questi partiti si devono chiudere al progetto. Esso
avrebbe posto delle basi per la collaborazione economica tra i vari paesi europei, facendo presagire una
futura integrazione economica. Il piano Marshall fu in definitiva uno strumento geniale che funzionò
egregiamente per quanto riguarda le richieste americane e che aiutò fortemente il ripristino e il riavvio
dell’economia europea e conseguentemente la stabilizzazione a livello politico. D’altro canto, nel marzo
1948, si arriva all’Unione Occidentale, ovvero un accordo tra Francia, Gran Bretagna e Benelux per un
trattato di reciproca garanzia di sicurezza, un primo accordo di quello che diventerà la Nato e una
collaborazione militare permanente degli Usa in Europa. Sull’onda di questo accordo a Bruxelles iniziano i
pentagon talks, che riguardano l’opzione americana su questo accordo, sul loro appoggio reale o meno e
come dev’essere strutturato l’asse portante. La strutturazione sembra essere atlantica, a privilegio dell’asse
Gran Bretagna-Stati Uniti, con un possibile ruolo secondario per l’Italia e per i paesi sul Mediterraneo 
qual è percezione strategica del ruolo italiano? L’Italia è un paese chiave nel Mediterraneo e di convenienza
per le basi americane, ma nel 1948 l’Italia è ancora fortemente condizionata nella propria politica,
soprattutto nel dato fondamentale della questione triestina e dell’amministrazione delle proprie colonie.
L’auto percezione che l’Italia ha di sé è quella di un paese militarmente nullo e in difficoltà economiche, che
ha bisogno di raccoglimento politico. L’Italia però non perde la propria attitudine di porre condizioni: prima
che, nel marzo 1948, le venga offerta la possibilità di entrare tra i paesi fondatori del patto di Bruxelles,
l’Italia pone come condizione do ut des della propria entrata la risoluzione della questione di Trieste, quasi
che Italia potesse valutare come negoziazione l’entrata nel patto di Bruxelles  in realtà era una sorta di
elargizione e la direttrice era atlantica e si poteva benissimo escludere l’Italia! Non è chiaramente delineata
la situazione italiana e all’interno della stessa DC esisteva un’ala che propugnava un certo neutralismo
dell’Italia, a fronte di un deciso schieramento pro Stati Uniti. In quel momento gli Usa stavano valutando
quanta autonomia potesse avere l’Europa nel suo processo di integrazione e realisticamente che valore
poteva avere questo patto europeo senza l’appoggio americano?
L’URSS nel frattempo guarda alla propria zona di occupazione in Germania, in quanto guarda con timore
l’accelerare dell’indipendenza della parte occidentale e Mosca reagisce contestando il diritto americano di
consentire alla Germania di battere moneta regolare, bloccando Berlino. La capitale tedesca orientale è
un’enclave completamente circondata dalla zona di occupazione sovietica e gli accordi sulle vie stradali e
tramviarie, attraverso cui passavano i rifornimenti, vengono trasgrediti con la chiusura delle vie di
comunicazione e l’obbligo per gli Stati Uniti di creare un ponte aereo per rifornire la città. Gli usa si possono
permettere di far partire un aereo ogni due minuti per rifornire Berlino e i sovietici riescono a premere per
la risoluzione della questione tedesca. I cittadini di Berlino est stavano già scappando verso ovest e quando
muore Stalin, nel 53, la prima sommossa scoppia da parte degli operai di Berlino, speranzosi di un
cambiamento, ma ciò indica un malessere crescente per la Germania est: concetto di vetrina della
Germania ovest con confronto diretto tra le due ideologie. In realtà il tentativo sovietico di stringere su
Berlino provoca una risposta americana che è una dimostrazione di potenza, con il fatto che gli Usa escono
dalla guerra con forze ben maggiori che l’Unione Sovietica, la quale deve anche ricostruirsi interiormente.
Procede nel frattempo il discorso del trattato di Bruxelles come concreto impegno statunitense sul
continente europeo, su cui lo schieramento di forze convenzionali continua ad essere a favore dei sovietici
e nel giugno 1948, avviene la risoluzione epocale e storica per la politica estera USA, con l’adozione della
risoluzione Vandenberg. Essa consente agli Stati Uniti di associarsi ad accordi regionali sul continente
europeo basati sul principio dell’autodifesa e che concernono la difesa degli interessi americani 
negazione del presupposto isolazionista, con gli Usa che preparano il terreno per la stipulazione di accordi
permanenti sul territorio europeo, a patto che venga messa a rischio la national security statunitense. Gli
Usa escono dall’isolazionismo e superano Roosevelt stesso, che ai suoi tempi aveva capito l’impossibilità di
farlo. Tuttavia, nel 1948 l’ottica diventa quella di impegnarsi in Europa per allontanare l’ipotesi di
un’avanzata sovietica e assicurarsi la propria sicurezza nazionale.
Nel 1948 la questione tedesca si pone chiaramente e gli Usa non vogliono più battute d’arresto sul principio
di processo di autonomia e di ripresa della Germania  cambiamento dei postulati di Potsdam, con il piano
Marshall ormai pienamente operativo: si rilevano le difficoltà dell’URSS a corrispondere con un piano
altrettanto valido e la reazione sovietica sarà la rottura con Tito e il golpe in Cecoslovacchia  Stalin serra i
ranghi verso una possibile aggressione esterna ed esclude dall’URSS tutti gli elementi che avrebbero potuto
destabilizzarla, in un contesto di totale polarizzazione del confronto tra USA e URSS, di cui si può parlare di
a partire dal 1948.
Pola zona A! italiana
12.05.2014
Nel 1948-49 vediamo che c’è una crescente militarizzazione e polarizzazione della guerra fredda: ciò
significa che le principali potenze europee si raggruppano attorno al patto di Bruxelles e necessariamente
bisogna cercare una risposta con una maggior risposta militare ed efficace  scambio imprescindibile con
gli stati uniti (trattato di washington e formazione nato, permessi entrambi dalla risoluzione vandenberg,
varco nella tradizione isolazionista usa), ma esistono anche altri elementi che contribuiscono a creare un
contrasto non dichiarato, una dicotomia decisa tra il blocco sovietico e il blocco occidentale, cui contribuì il
piano Marshall. 49 primo esperimento nucleare sovietico e fine del monopolio americano, con tutto questo
che comporta una tensione crescente e probabilmente la stessa vittoria di Truman (secondo mandato,
primo mandato elettivo) rafforzò particolarmente l’amministrazione Truman, il presidente. Il successo della
posizione americana rispetto alla questione di Berlino, il blocco aereo e la presa di posizione usa ha aiutato
e rafforzato le posizioni di Truman in politica estera. Si può spiegare un irrigidimento dell’amministazione,
che si sente confermata nella politica estera e può virare verso una politica estera più decisa. Piuttosto che
smussarsi sembra che i contrasti siano destinati a crescere e a coinvolgere aree sempre più ampie. Nel 1949
arriva un altro colpo per la sicurezza usa, con la vittoria di mao in Cina. L’idea iniziale di Roosevelt che
vedeva nella Cina nazionalista di Chiang kai shek uno dei quattro poliziotti sull’asia orientale, questa politica
viene sconfessata dalla vittoria di mao, Chiang si ritira a formosa, usa non riconoscono il governo comunista
come legittimo e unico governo titolare della rappresentanza della Cina sarà quello in esilio a Chiang.
Il trionfo di Mao viene accolto dall’URSS in maniera ambivalente, in quanto essa considera sia il dato
numerico che il dato geografico  l’Unione Sovietica aveva ben chiaro che non avrebbe potuto satellizzare
la Cina, ma l’unica opzione considerabile sarebbe stata l’apertura di un dialogo tra pari, con la Cina che,
visto il suo dato demografico, avrebbe costituito il partner privilegiato dell’Unione Sovietica ad est. In
realtà, la politica sovietica in Asia Orientale è estremamente realista e anche nei confronti del Giappone
prevale il dato realista, che lo consacra un bastione dell’influenza statunitense. Fino a quel momento, i
rapporti con la Cina erano basati sul realismo, che viene prima del dato ideologico: questo emerge anche in
occasione dell’alleanza che i comunisti siglano con Chiang. Un altro episodio di realismo avviene nel 1945
nell’occasione dell’accordo tra URSS e Cina, la quale deve acconsentire a cedere all’URSS la Manciuria, Port
Arthur e i possedimenti che rientrano nelle rivendicazioni classiche della politica estera sovietica. Nella
politica estera di Stalin, infatti, non vengono meno degli elementi costanti già dalla tradizione zarista: lo
sbocco sul Mediterraneo e sui mari caldi e l’influenza sul Pacifico, insieme alle logiche di politica sovietica a
livello continentale. L’accoglienza che l’URSS riserva al nuovo stato cinese è strategica: la Cina affiancherà
l’URSS nel dominio dell’Asia orientale, ma alcuni storici individuano una sorta di entusiasmo contenuto di
Stalin rispetto al grande successo di Mao, perché c’era già la consapevolezza che la Cina sarebbe potuta
diventare un elemento di disturbo  in quel momento storico, il monopolio ideologico è sovietico e in
questa fase il mondo del comunismo si muove come una sorta di chiesa, dove le direttive arrivano da
Mosca, non da altrove. L’atteggiamento cinese ne deve essere consapevole e nonostante si profilino già
quelli che saranno i futuri contrasti tra comunismo cinese e sovietico, l’occidente percepisce la Cina
comunista come un grande insuccesso. Tuttavia, lo stesso Chiang era vissuto da qualche tempo come un
elemento fuori controllo, un soggetto al quale era impossibile dettare le linee, molto autonomo rispetto al
sostegno americano. Le ragioni del fallimento del sostegno accordato a Chang erano ben note già prima
della vittoria di Mao  gli Usa sapevano che avrebbero perso la Cina! Ciononostante, da un lato gli Stati
Uniti avevano iniziato a preoccuparsi dell’estremo oriente, una zona ampia e pericolosa che rischiava di
fuggire al loro controllo, anche perché si era avviata la decolonizzazione (nell’Indocina e nei possedimenti
ex olandesi, essa assume ben presto delle caratterizzazioni fortemente comuniste e antioccidentali) e
dall’altro essi si trovano ben presto coinvolti nel problema coreano: nel 1949 la Corea viene divisa secondo
il 38esimo parallelo. Con lungimiranza, i sovietici avevano abbandonato la parte nord, lasciando bene o
male un regime filo comunista, mentre nella Corea del Sud gli Usa non avevano instaurato un regime
altrettanto forte (non era particolarmente democratico, né liberale). Nell’occupazione della Corea le due
potenze lasciano aperta la possibilità di sforare oltre le reciproche frontiere e per questo, nel 1949, Kim Il
Sung si reca a Mosca, a chiedere l’appoggio sovietico per tentare di unificare la Corea sotto il regime
comunista, ma Mosca rifiuta  già dal 1949 i sovietici e i cinesi sapevano cosa si stava preparando in Corea
e quando nel giugno 1950 la Corea del Nord interviene, gli americani pensano si tratti di un semplice
incidente di confine e non di un’invasione in grande stile. In questa fase il dittatore coreano non si sogna di
agire da solo, ma nel 1950 riesce ad ottenere il consenso sovietico, accordato con l’idea di arrivare alla
vittoria attraverso l’appoggio cinese. La politica sovietica è estremamente realista e Stalin non prende mai
rischi eccessivi, anche perché Truman, nell’eventualità di una partecipazione aperta sovietica all’invasione,
aveva già deciso che avrebbe sganciato una bomba nucleare sull’URSS  l’opzione nucleare era ancora
contemplata e non si era ancora arrivati all’idea della distruzione reciproca. Un coinvolgimento dell’URSS
anche in estremo oriente significava che lo scontro nucleare Usa-URSS sarebbe pericolosamente potuto
accadere, ma la politica americana stava facendo degli errori derivanti dal passato  nonostante Dean
Acheson avesse definito il teatro asiatico marginale rispetto a quello europeo, nel 1950 le vicende europee
e quelle asiatiche vanno di pari passo e si intrecciano. Nel momento in cui gli Stati Uniti decidono di
rispondere con la forza in Corea, guardano all’Europa e al precedente asiatico.
In Europa è primario il problema della Germania, separatasi nel 1949 in BRD e DDR. La sua precarietà
costante è un elemento che contribuisce ad accrescere le tensioni tra gli ex alleati e l’URSS, che in ogni caso
non voleva necessariamente rendere stabile la divisione tra le due Germanie, punta come obiettivo
diplomatico al NON RIARMO della Germania, perlomeno ad occidente, in quanto da subito si era posta la
questione del riarmo tedesco, collegata alla Nato. Negli anni 50, infatti, il riarmo tedesco è coerente con la
politica statunitense rispetto alla Germania occidentale; gli Stati Uniti non avevano esteso il piano Marshall
alla Germania per mera benevolenza, né tantomeno avevano preservato gran parte della classe dirigente
tedesca compromessa con il nazismo per magnanimità  si trattava di un calcolo politico estremamente
delicato in un momento in cui, in Europa, si apre il discorso sulla volontà espansionista sovietica, sempre se
di espansionismo si tratti. La Nato, il patto di Bruxelles, l’Unione Europea Occidentale sarebbero rimasti
progetti campati per aria senza il riarmo tedesco e questo lo sapevano bene tutti. Da un lato la Corea è
l’indicatore di un teatro marginale per gli Stati Uniti, ma dall’altro ciò che succede, con le manovre coreane
che appaiono chiaramente come un’invasione di grande stile, porta gli Stati Uniti ad un intervento militare
e soprattutto ad un attento presidio posto attorno all’isola di Formosa, dove era in esilio il governo
nazionalista cinese. La settima flotta presidia Formosa, a garanzia che non si invada la Cina nazionalista, e al
contempo la risposta militare può avvalersi della circostanza fortuita dell’assenza dell’URSS al Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite, permettendo alla risoluzione di passare all’unanimità. L’assenza sovietica è
plateale e dovuta ad una protesta per la presenza della Cina nazionalista presso il Consiglio di sicurezza
delle Nazioni Unite, invece della Cina comunista di Mao; l’ONU obbliga infine i sovietici a dichiarare il
“cessate il fuoco”. Da questo episodio emerge come la controreazione statunitense avvenga a livello delle
Nazioni Unite, anche se è chiaro che il grosso delle operazioni militari sarà svolto dal contingente
americano. Al di là dell’iniziale ipotesi Truman, nel corso del conflitto, la politica di Truman diventa più
avveduta e prudente, attenta ad evitare un’escalation del conflitto ed è chiaro che il conflitto diventa
globale nel momento in cui viene coinvolta la Cina. L’URSS, che guardava alla guerra di Corea tirando il
sasso, ma ritraendo la mano, invitava i cinesi a sostenere militarmente i nordcoreani e nell’ottobre 1950 si
verifica l’intervento cinese, anche perché l’andamento del conflitto era stato altalenante. Ora l’entità
dell’appoggio sovietico è improntata al realismo e i sovietici non vogliono che risulti il coinvolgimento
sovietico, quindi non garantiranno alcun appoggio aereo e questo è il primo elemento di tensione nelle
relazioni tra Cina e URSS. I sovietici, per farsi perdonare, sposteranno e armeranno meglio le zone di
confine (Manciuria) per dare un chiaro segnale che, come gli Usa non tolleravano minacce su Formosa,
l’URSS non avrebbe tollerato un’eventuale tentata invasione della Cina comunista.
Dal punto di vista militare l’atteggiamento e i limiti che la politica interna impone alla politica americana
sono tollerati a fatica dal generale Mac Arthur, vincitore della guerra con il Giappone  secondo lui
occorreva un bombardamento e il coinvolgimento della Cina nazionalista, in uno scontro diretto tra Cina e
Stati Uniti, cosa che amministrazione statunitense è restia ad approvare. Nonostante la fama di Mac Arthur
e i suoi successi in Giappone, il grosso della dirigenza cinese non venne toccata dagli americani, che si
guardarono bene dal toccare anche l’imperatore giapponese, elemento centrale della politica giapponese,
nel nome sì di un ammodernamento del paese, ma senza destabilizzarlo troppo. Fino al 1950 la politica
statunitense verso il Giappone si profila come una politica di successo e Mac Arthur inizia improvvisamente
a giocare un ruolo politico, rilasciando interviste politiche e bypassando ordini di Truman  è chiaro come
il generale e il presidente siano in rotta di collisione, che culminerà con le dimissioni obbligate di Mac
Arthur e con scelta di Truman di contenere il conflitto. Emerge già il realismo sufficiente da entrambe le
parti, perché il realismo usa sia sufficiente a limitare un crescendo di violenza nel conflitto.
Sul fronte europeo, nel frattempo, l’Europa vede la guerra di Corea come una sorta di prefigurazione del
proprio futuro. Tutti in Europa erano a conoscenza dell’ingente armamento convenzionale e militare di cui
disponeva l’URSS e i suoi stati satelliti e ben presto nasce il timore di un’apertura di ostilità tra blocco
sovietico e occidentale, si sente al centro di un potenziale terzo conflitto, che aleggia con alti e bassi fino
alla prima distensione: anche l’opinione pubblica vive l’incubo di un terzo conflitto mondiale. La Corea ha
una situazione interna non troppo diversa da quella della Germania, già oggetto di crisi con il ponte di
Berlino ed è chiaro che l’incertezza europea deve stimolare il dibattito sul riarmo tedesco, cosa tutt’altro
che facile. Sono passati pochissimi anni dalla fine del conflitto mondiale e in Europa c’è ancora la
convinzione che la Germania debba essere tenuta prudentemente disarmata, come volevano i francesi, che
d’altro canto si rendevano conto che il modello di difesa europeo sostenuto dagli Usa è realmente efficace
solo nel momento in cui è prevedibile un riarmo della Germania occidentale. Si inizia a pensare ad
un’integrazione militare che abbia come sua specificità un esercito integrato (sì al riarmo della Germania,
senza che esercito sia totalmente sotto il controllo tedesco  riarmo tedesco sotto il controllo europeo,
CED presentata dai francesi tra il 50-51, con il piano Pleven). Questo è il progetto entro il quale si ragiona in
Europa nei successivi tre anni, considerando sempre l’impulso americano. Si cerca di integrare il riarmo
tedesco con una guida europea, ma ciò è molto difficile, perché l’integrazione comporterebbe per i francesi
la condivisione delle loro forze armate, tema non così semplice. Per il momento, tuttavia, l’URSS continua a
condurre una politica incerta riguardo alla Germania perché neanche Stalin sa che pesci pigliare. Stalin non
si fossilizza sull’idea delle due Germanie, ma anzi propone nel 1951 una Germania unificata con
un’impronta pacifista, non necessariamente neutrale, che non aderirebbe a nessun tipo di organizzazione
politico-militare, in sostanza una Germania debole e facilmente addomesticabile. La BRD sarebbe così ben
lontana dalla Nato: una Germania sì unita, ma militarmente debole sarebbe comunque facilmente
controllabile dall’URSS e alla lunga, URSS avrebbe potuto estendere un’influenza abbastanza rilevante su di
essa. Nel 1955 questo sarà ciò che avverrà con l’Austria, che pure era soggetta alla doppia occupazione, la
quale diventerà neutrale = essa deve bilanciarsi con attenzione tra i due blocchi. Tuttavia, il disegno sulla
Germania sarà irrealistico, in quanto gli Usa non stavano lavorando per una Germania unita ma neutrale,
magari sotto influenza sovietica  scarsa lucidità e lungimiranza di Stalin. Molto probabilmente la
Germania costituisce il nodo centrale per l’URSS, che nel frattempo estende la propria smisurata volontà di
espansione o smisurata ricerca di sicurezza in Europa, strizzando l’occhio al processo di decolonizzazione in
atto. Il long telegram di Kennan svela chiaramente come gli stati europei insoddisfatti della politica
occidentale siano ben disposti a passare sotto il paese anticoloniale per eccellenza, l’URSS. Le potenze
coloniali o ex tali (GB e Francia), che si erano alleate con gli Usa, non possono presentarsi come sostenitrici
della libertà e la democrazia, mentre è ben più facile farlo per l’URSS. L’india era già indipendente dal 1947,
e secondo l’URSS sarebbe diventata il primo paese comunista; Israele nascerà nel 1948 con il pieno
sostegno sovietico, nonostante il sionismo sia mal interpretato da Stalin, che ritiene che Israele possa
essere un avamposto di comunismo nel Medioriente arabo e sempre di più l’URSS si infiltra in zone prima
inconcepibili. Nel 1954, in concomitanza con la sconfitta francese in Indocina, avverrà l’infiltrazione dei
sovietici e questa politica sarà percepita nel tempo come una minaccia crescente verso gli Stati Uniti, che si
sentiranno a loro volta accerchiati (Eisenhower e Dulles) e sempre più condizionati nei rapporti con questi
paesi dalla logica bipolare, quando in realtà alla fine la politica sovietica non riuscirà a mantenere le proprie
promesse. Il Nord Africa, ad esempio, resterà estraneo all’influenza sovietica, perché ai sovietici mancherà
sempre uno strumento economico operativo, una sorta di piano Marshall, in quanto l’URSS si premurava di
intervenire con consiglieri e armamenti militari, ma alla fine i suoi mezzi non erano mai sufficientemente
potenti  non ci sarà mai un piano Marshall sovietico e il sostegno sarà più ideale e teorico che pratico,
con gli americani che sopravvaluteranno il potenziale sovietico; tuttavia, nella pratica, queste politiche
sovietiche si riveleranno sterili e l’URSS non consoliderà la propria influenza in nessun paese in via di
decolonizzazione. Tuttavia, la minaccia percepita dagli Usa si spiega molto bene in ragione della geografia
dei focolai di crisi, in zone che classicamente erano state di influenza britannica; il containment viene
enunciato in riferimento alla Grecia (guerra civile) e alla Turchia, che sente la pressione sovietica. Quella è
la zona rispetto alla quale la Gran Bretagna si sta ritirando, in quando essa non riesce più a portare avanti
una politica costosa, dal momento che sterlina è ormai debole (e lo era già da prima di bretton Woods) e
quindi essa lascia le sue consegne in politica estera dagli Stati Uniti, che da un lato si propongono come
stato portatore di un pensiero contrario al colonialismo e quindi come democratici e liberali, ma allo stesso
tempo devono affiancare la Gran Bretagna (paese coloniale di lunga storia) per evitare che si espanda
l’influenza sovietica.
In Iran, ad esempio, nel 1951 sale al potere Mossadeq; la situazione era molto delicata, in quanto il paese
asiatico aveva accordi economici riguardo alle proprie riserve petrolifere con la Gran Bretagna e rientrava
nella sfera di sicurezza di quest’ultima. Caduto il colonialismo inglese, l’Iran conosce un momento di velleità
di maggiore autonomia: tutti i pozzi iraniani sono in mano agli inglesi (sfruttamento coloniale) e Mossadeq
potrebbe essere tentato dalla nazionalizzazione dell’estrazione del petrolio sotto l’egida protettrice
dell’URSS. Non potendo intervenire da soli in un territorio di propria competenza storica, gli inglesi si
rivolgono agli Stati Uniti nel 1951, dove però il dipartimento di stato fa orecchie da mercante alle richieste
inglesi, che rischierebbero di mettere gli Usa in posizione molto scomoda. Tra l’altro, in Gran Bretagna era
tornato al potere Churchill, il quale riprende la sua politica convinta della special relationship angloamericana. Si capisce che Mossadeq non ha nulla a che vedere con il comunismo, ma egli cerchi l’appoggio
strumentale dell’URSS e realisticamente l’URSS si rende conto di aver bisogno di leader se non assoggettati,
quanto meno ubbidienti o suoi amici. Al di là dell’Europa orientale, i sovietici non hanno la pretesa di
instaurare regimi comunisti, ma vogliono far capire che la spalla su cui appoggiarsi è quella sovietica, che
avrà sempre il grave limite dell’assenza di uno strumento economico! Nel 1951 le pressioni per liberarsi di
Mossadeq vengono interpretate in un’ottica bipolare: non solo si sarebbe verificato un notevole danno
economico per la Gran Bretagna, ma Mossadeq è un potenziale leader bolscevico, ricalcando il timore
americano di una potenziale nascita del comunismo in qualsiasi luogo. In realtà, nel 1951, le richieste
britanniche non trovano una risposta definita, ma la troveranno nel 1953 con Eisenhower, quando i
repubblicani di Dulles reagiranno alle logiche del containment con quelle del roll back: non solo contenere
l’espansionismo sovietico, ma respingerlo oltre la cortina di ferro. Questo proposito, essenzialmente
elettorale, verrà tradito nella pratica da azioni di contaiment e man mano che passa il tempo si evidenzia
sempre più quanto uno scontro generalizzato e nucleare sia impossibile e a somma zero. Il roll back indica
la disponibilità americana ad utilizzare armamenti nucleari contro l’URSS e questi propositi erano tesi a
disorientare l’URSS, che percepiva in questa fase la politica statunitense come una politica minacciosa verso
le posizioni sovietiche in Europa. Stalin ha l’idea fissa dei complotti ovunque e ciò lo porterà, verso la fine
della sua vita, a purghe indiscriminate. Nel 52 si conclude la guerra di corea, con una pace di pan bun gion
che sancisce la stessa divisione al 38esimo parallelo che conosciamo oggi e di fatto non c’è il roll back in
politica estera. 53 operazione ajax mossadeq viene eliminato. Khomeini sarà sostenuto fino al 79 dagli
americani e se nel 53 è evidente quanto la nuova amministrazione voglia portare a conclusione
determinate vicende, è altrettanto evidente che gli usa recepiscono la politica sovietica come una politica di
espansione e dip di stato, pentagono sono convinti della politica aggressiva in grande stile  è chiaro che la
risoluzione vandenberg, che apre le porte ad un’alleanza sul continente europeo, debba essere
contrapposto l’indirizzo di una risposta ferma verso l’URSS, con usa che diventino potenza garante in tutte
quelle zone che gb aveva dovuto abbandonare  passaggio di consegne tra gb e usa, per i quali c’è il
grosso rischio da un lato di doversi sostituire alla gb, er evitare che la decolonizzazione destabilizzi troppo il
fronte europeo, ma l’appeal anticoloniale statunitense rischia di cadere + al contempo continua il discorso
sulla rimilitarizzazione della Germania e nel 52 si è approdati al piano pleven, che deve essere ratificato dai
paesi che ne fanno parte, ma nel 54 i francesi, reduci dalla sconfitta di diem piem phou e prossimi alla
conferenza di ginevra, non approvano la comunità Europea di difesa, con la giustificazione di una influenza
troppo rilevante sulla politica interna. I francesi, che pur avevano promosso questo piano, vorrebbero
un’integrazione unilaterale sì per la Germania, ma non per la Francia! Al contempo, nel 54 i francesi a
ginevra tentano di ingraziarsi i favori di mosca bocciando un progetto che trattando della rimilitarizzazione
della Germania non avrebbe costituito un buon biglietto da visita per la Francia nei suoi rapporti con l’URSS.
Tutto questo e la discussione della ced vengono mandanti avanti obtorto collo, perché in qualche modo gli
euuropei devono provvedere autonomamente alla propria difesa e nonstante fossero sì stanchi della
geuerra, ma una geurra tra usa e URSS li vedrebbe fare le spese per primi di questa guerra: si devono allora
difendere! Non bisona dimentaricare che sia in Francia che in Italia i pc assumano supinamente le direttive
di mosca e si schierino contro la ced e all’epoca la politica estera italiana si divideva anche all’interno della
stessa dc, che propendeva per una politica neutralista dell’Italia. Dulles: angosciose ripercussioni della
politica americana su quella europea e nel 55 la Germania ovest entra nella nato, questa è la risposta al
fallimento della ced e la rispsota assolutamente speculare del blocco sovietico è quella del patto di varsavia
(14-5-55): esso nasce in risposta all’ingresso della brd nella nato. Differenzaz sostanziale tra patto di
varsavia e nato è che patto di varsavia opera all’interno della cortina di ferro e dei paesi satelliti urss, come
in Ungheria.
14.05.2014
La situazione successiva alla morte di Stalin va analizzata a tre livelli: a livello interno, nei paesi satelliti e
nell'occidente. Si chiude un periodo lungo per la politica sovietica, terminato con una transizione non facile,
nel senso che non è chiaro quali siano gli equilibri interni al PCUS. Nella fase iniziale prende il potere il
triumvirato composto da Kruscev, Malenkov e Berija, che poi porterà Kruscev ad ottenere il potere e
facendo pensare all'occidente che sia l'ala più aperta a prevalere. Tuttavia, non bisogna pensare che
l'assunzione del potere di Kruscev sia analoga a quella di Gorbacev, anche se dopo qualche anno si terrà il
XX congresso del PCUS, che aprirà la strada alla destalinizzazione, che però appare da subito nei suoi limiti,
tant'è che, immediatamente dopo la morte di Stalin, i paesi satelliti pensano che avevnga un
ammorbimento delle posizioni dell'Urss con delle proteste che si scatenano ad esempio a Berlino est, ma
che vengono subito ricondotte all'ordine --> questo atteggiamento sarà una costante dell'atteggiamento
krusceviano per quanto riguarda i paesi satelliti, ovvero, da un lato si ammette la critica verso Stalin, ma
dall'altro la briglia sarà tenuta molto corta verso le zone di influenza sovietica nell'Europa orientale, come
non macheranno di ricordare da lì a poco gli avvenimenti del 1956 in Ungheria. Nel momento in cui in
Ungheria, con una rivoluzione che era partita dall'interno dello stesso partito comunista, si rivela l'ipotesi
allarmante essa marci verso l'autonomia ed esca dal patto di Varsavia, gli spazi di autonomia torneranno ad
essere limitati come lo erano nel periodo staliniano e l'intervento sovietico in Ungheria culminerà con
l'arresto di Nagy, che verrà giustiziato in un secondo momento, e in una transizione post-staliniana difficile
se non inesistente per i paesi dell'est.
Sul versante mediorientale si sta intanto consumando la crisi di Suez, momento caldo a cui il mondo
accorda un'attenzione mediatica elevata, anche grazie ai nuovi mezzi di comunicazione di massa. In questo
scenario politico, l'amministrazione di Eisenhower non può praticare la sua dottrina del roll back, che
dovrebbe contrapporsi al containment di Truman, il quale in realtà rimane solo teorico. Dal long telegram di
Kennan alla metà degli anni 50 ciò che si è modificato è la tendenza sovietica a voler espandere la propria
influenza in tutti quegli ambiti dove effettivamente si registra una debolezza e un'instabilità economica e
politica, quindi anche in settori che possono risultare nuovi per la politica russa. Le rivendicazioni sugli
Stretti non sono una novità, ma una novità è l'attenzione accordata dall'URSS all'Africa, anche perchè in
quaesta fase il Nord Africa è soggetto alla decolonizzazione, che mette in gioco i consolidati rapporti di
colonizzazione che avevano caratterizzato quel contesto. Il nuovo attore, gli Usa, che non avevano alcun
debito con l'Africa politicamente parlando, sembra inoltre insidiare l'URSS.
Nel 1948 ottiene la propria indipendenza anche Israele --> la questione del riconoscimento di Israele è il
frutto della spinta sionista, che si fa sempre più forte e consistente e che accelererà dopo la seconda guerra
mondiale con la shoah. Alle Nazioni Unite pare verificarsi la strana unità d'intenti sia sovietica che
americana, ma in realtà gli stessi sovietici vedono nello stato israeliano una potenziale zona di influenza
sovietica in un Medioriente arabo; in questa fase transitoria e contraddittoria i sovietici malinterpretano i
lasciti della politica stalianiana, che immaginava di poter veramente estendere la propria influenza al
Medioriente e per questo rilevava la necessità vitale per l'URSS di sfruttare Israele come un proprio
avamposto. Nel 1948 sono gli arabi però a non riconoscere l'esistenza dello stato d'Israele ed operano un
accerchiamento che avrebbe dovuto portare alla cancellazione di Israele addirittura dalle Nazioni Unite, ma
che sfocia in realtà nella prima guerra israelo-araba: emerge lo spirito di revanche nel mondo arabo,
animato dall'idea che l'elemento dell'antisionismo sia il collante della politica estera, pur diversa, di
qualsiasi stato arabo e di un mondo eterogeneo, che però si muove verso l'obiettivo comune della
distruzione di Israele, stato esemplare di un retaggio coloniale occidentale, che non ha ragione di esistere in
quel territorio. Israele, infatti, appare come una proiezione del colonialismo occidentale, vissuto come una
moderna edizione dell'imperalismo e come un rinnovamento del dominio coloniale e gli ebrei confluiti in
territorio israeliano sono recepiti come un corpo estraneo, proprio come lo erano i dominatori coloniali. Si
crea un concatenamento ideologico quasi immediato per il quale i sostenitori di Israele diventano
automaticamente delle potenze coloniali: ecco che avviene l'identificazione USA = potenza neocoloniale,
soprattutto dopo che l'URSS abbandona Israele e la possibilità che gli Usa avevano di farsi riconoscere nel
Medioriente verrà quindi compromessa dal sostegno accordato a Israele e dal fatto di trascinare con loro
Gran Bretagna e Francia, che invece incarnavano ancora una mentalità vetero-coloniale.
Questa concatenazione di eventi si manifesta nella crisi di Suez nel 1956. Nel 1954 va al potere in Egitto il
generale Nasser, leader carismatico, che ha una strategia di lungo periodo per quel che riguarda la politica
e il ruolo dell'Egitto nel Medioriente e nel Nord Africa. L'Egitto è parte integrante del Medioriente e per
questo esso si pone come faro guida nel problema dello scontro tra un paese arabo e un paese sionista, in
quanto in questa fase Israele era percepito come tale. Nasser vive l'elemento dell'antisionismo come
collante del mondo arabo, con il quale egli spera di porsi alla testa di un movimento arabo, profondamente
dipendente dall'occidente, ma desideroso di rendersi indipendente ad esempio dalle potenze coloniali
europee (la Tunisia sarebbe stata indipendente in quegli anni, mentre l'Algeria era ancora lontana dalla
decolonizzazione) --> Nasser guarda nella direzione di Israele, guarda all'obiettivo di poter conseguire un
successo che faccia dimenticare la sconfitta del 1948-49. In questo, la politica Usa vive una situazione
estremamente complicata: l'Egitto è evidentemente strategico, in quanto si tratta del canale di Suez, ma lo
è anche per l'URSS. Nonostante gli americani si chiedano cosa vogliano i russi dall'Egitto, a maggior ragione
perchè i sovietici sono indipendenti dal punto di vista energetico, l'URSS cerca un maggior controllo della
flotta americana che si affaccia sul Mediterraneo e quindi, da questo punto di vista, emerge chiaramente
come i sovietici non siano più mossi da alcuna ideologia in tutte le zone che NON TOCCHINO LA LORO
FASCIA DI SICUREZZA. Ai sovietici interessava che Nasser cercasse, trovasse e accettasse l'appoggio
sovietico piuttosto che quello americano. A questo punto Nasser cerca di tenere entrambi i contendenti
sulle spine, sondando da quale dei due avrebbe potuto ottenere di più, ma nel momento in cui gli Usa non
invieranno armi agli egiziani (i quali chiaramente le avrebbero utilizzate per colpire Israele), loro le
chiederanno alla Cecoslovacchia = URSS, la quale non aveva più alcun legame ideologico con Israele ad
impedirla. La diga di Assuan, per cui erano stati stanziati inizialmente dei fondi americani , vede lo stesso
refrain: ora, gli Usa ritireranno il loro appoggio, perchè si stancheranno della politica di Nasser troppo
orientata verso l'Unione Sovietica e i sovietici subentrano agli americani, nonostante l'URSS non avesse un
potenziale economico, anche a lungo termine, così notevole. In questo la politica sovietica trova una
rispondenza soprattutto in quella fase con l'Egitto e gli Usa vengono scalzati da quella zona.
A quel punto, Nasser diventa il problema per tutto l'occidente, soprattutto perchè nel 1956 Nasser procede
alla nazionalizzazione del canale di Suez, che prima era gestito da una compagnia privata legata a francesi e
inglesi. Ora, gli americani sono fortemente in difficoltà, anche perchè l'idea fondamentale di Dulles era che
gli Usa dovessero fare di tutto per riuscire a mantenere un aggancio con il mondo arabo --> gli Usa
praticano una politica altamente limitante, ovvero essi leggono il problema mediorientale alla luce del
bipolarismo. Ad un certo punto gli Usa arriveranno a temere la deriva comunista di Nasser, la quale era
assolutamente fuori dalla realtà e non aveva ragion d'essere, in quanto Nasser si appellava principalmente
al panarabismo e al riscatto del mondo arabo contro l'occidente colonizzatore. Questo è il limite americano,
l'ossessione della logica bipolare, che loro applicano ovunque e in contesti geopolitici totalmente diversi e
che li porta a semplificare in maniera estrema il contrasto a due e a temere un'ulteriore polarizzazione. Le
capacità stesse di interpretare le soggettività culturali diventano minime ed è anche vero che in molte di
queste zone agli Usa viene a mancare una conoscenza e una capacità di interpretazione che in fondo è
anch'essa un retaggio coloniale. Paradossalmente, questa conoscenza era un appannaggio britannico, ma
gli Stati Uniti difettano di quello che si rivela un necessario appiglio culturale. Ad esempio, in Iran,
l'operazione Ajax sarà possibile anche grazie ai consigli e al know how britannico. Gli inglesi, però, erano
portatori di interessi coloniali e imperiali e in Iran il vero problema sono ancora le compagnie petrolifere e
gli interessi economici che gravitavano attorno ad esse. Sul canale il problema è lo stesso: come si può
pensare che il canale, importantissimo tratto commerciale, possa essere nazionalizzato? Ecco che la
questione diventa un problema politico, ovvero accordare a Nasser il permesso di chiudere il passaggio sul
canale a suo piacimento sarebbe stato un minaccioso precedente politico per gli anglofrancesi. Gli inglesi
sono terrorizzati da questo e quindi sono fortemente orientati a procedere allo stesso modo dell'Iran nel
1946, trovando in questo una piena convergenza con i francesi di De Gaulle --> la crisi di Suez non è
solamente una questione economica per la Francia, ma si trattava anche di sbarazzarsi di un leader
fastidioso in quanto propugnatore del panarabismo e quindi di trovare una maniera per salvaguardare gli
interessi francesi in Algeria, la cui causa indipendentista Nasser sosteneva attivamente con armamenti.
Israele vive male la nazionalizzazione del canale, in quanto Nasser poteva aumentare conseguentemente il
suo potere regionale; in questa fase Israele non ha però possibilità di negoziare, perchè non ha territori su
cui negoziare (secondo il principio terra-pace) e anche se con la prima guerra arabo-israeliana riesce a
strappare un po' di territorio, ciò comunque non costituisce un fattore possibile di negoziazione, che
d'altronde non volevano neppure gli arabi. Inoltre, i segnali egiziani contro Israele non erano stati solo
teorici, quanto i primi avevano evidenziato l'idea di indebolire Israele e di isolarlo. L'Egitto aveva chiuso gli
stretti di Tiran, impedendo ad Israele di avere sbocchi sul mare e cercando di farlo crollare sotto la
pressione araba ed egiziana. Perciò, nel 1956 Israele converge con gli anglofrancesi, per la ragione pratica di
una guerra impossibile contro l'Egitto, che tuttavia si trattava solo di rimandare --> Israele si aspetta
continuamente una guerra contro l'Egitto, essa era solo rimandata.
In Gran Bretagna, Eden è ossessionato dalla questione di Nasser e lo vuole assolutamente eliminare, ma la
sua concezione di politica estera è ormai vecchia e ancora impregnata del retaggio imperiale inglese (in una
parola, anacronistica), che lo porta a sposare concezioni imperiali e che gli fa pensare che l'Impero possa
agire autonomamente, anche senza l'assenso americano. Nonostante il dipartimento di stato statunitense
avesse chiarito bene che non avrebbe sostenuto alcuna operazione contro Nasser, in quanto Dulles 1. non
sapeva con chi sostituire Nasser e 2. pensava che questo avrebbe aperto un varco potenziale contro l'Urss e
chiuso con il mondo arabo, gli inglesi, sebbene avvertiti, captano l'interesse francese e le preoccupazioni
israeliane. I tre attori stringono quindi un accordo preventivo che prevedeva l'invasione israeliana sul Sinai,
seguita dall'arrivo sul canale di contingenti di Francia e Gran Bretagna, che avrebbero intimato un "cessate
il fuoco", circondando nel frattempo i punti strategici del canale con le loro truppe (ma non intervenendo
militarmente direttamente): così Nasser sarebbe stato destabilizzato sul fronte interno, il canale sarebbe
tornato di nuovo sotto il controllo anglofrancese e gli israeliani che arriverebbero in Sinai, occupando la
terra in cambio di pace (vi diamo la terra se non ci attaccate). Se non che questi non calcolano che
Eisenhower e Dulles erano assolutamente contrari all'azione dei loro alleati; invece, i sovietici possono
sfruttare il fronte diviso e si proclamano a questo punto sdegnati contro un'operazione coloniale,
minacciano l'uso dell'arma nucleare, mentre, nel frattempo, gli israeliani hanno riportato un nuovo
successo militare, arrivando al canale e occupando il Sinai, con i francesi e gli inglesi che stavano sì
presidiando il canale, ma a quel punto viene a mancare a loro il sostegno Usa --> gli Stati Uniti impongono il
ritiro e riportano la questione nell'ambito della gestione delle Nazioni Unite.
Le conseguenze della crisi di Suez sono molteplici: Eden impazzisce; la special relationship tra Gran
Bretagna e Usa ne esce ridimensionata: la Gran Bretagna ha capito suo malgrado che ha un limitato spazio
di manovra se non ottiene precedentemente un avallo politico e militare degli Stati Uniti e con Suez
vengono effettivamente tracciati i limiti della politica estera britannica; la Francia non ha ottenuto nulla,
perchè non è riuscita a far cadere Nasser nè tantomeno ad installare un regime ad essa più compiacente.
Dal canto suo, Nasser è uscito rafforzato da quella che è una sconfitta militare e ancora una volta gli
israeliani hanno riportato un successo militare, nonostante il SUCCESSO POLITICO SIA QUELLO DI NASSER,
aggredito da Israele e dalle potenze coloniali e per di più riuscito ad ottenere il sostegno sovietico. In realtà
i sovietici hanno sapientemente de-ideologizzato il contrasto bipolare, cosa che si possono permettere di
fare solo in Medioriente --> avviene un do ut des molto pragmatico, che però non si ripete nell'ottobre
1956, quando i sovietici sono molto più ideologici e in Ungheria si leggono chiaramente i limiti della
destalinizzazione. Nel momento in cui Budapest pensa di uscire dal Patto di Varsavia, avviene l'intervento
sovietico: sarebbe stato inammissibile rimettere in discussione l'ordine europeo.
Dulles e la dottrina Eisenhower (ovvero riportare il Medioriente di nuovo al centro della scena politica)
hanno il limite grosso di essere visto come scontro bipolare, quando invece la situazione è carica di
sfumature. La Francia e l'Inghilterra sono le grandi sconfitte, l'Egitto vince politicamente, Nasser ne esce
rafforzato e Israele ha ottenuto un ampliamento territoriale (nonostante non avesse politica aggressiva in
quella fase; in ogni caso, si ritova con il Sinai, Gaza e altri territori che un domani saranno parte del
negoziato terra-pace). Si chiude qui qualsiasi possiiblità per la Gran Bretagna di azioni autonome per le
zone che fino a quel momento essa considerava zone di propria prelazione: non solo la Gran Bretagna viene
allontanata dall'Egitto, ma gli americani sono ben chiari su un altro punto --> non ci sarebbe stata alcuna
azione inglese senza l'appoggio americano (eccetto durante il conflitto delle Falklands, ma in quel caso gli
inglesi saranno attaccati dagli argentini e risponderanno senza avere l'appoggio statunitense).
Dal 1947, momento in cui l'Italia stipula il trattato di pace, essa è un paese in forte difficoltà. Il 1947 non
dirime la questione centrale di Trieste, che trova la sua risoluzione ufficiosa, non ufficiale, con il
memorandum d'intesa del 54. In realtà nel 48, anno in cui Tito e Stalin rompono e in cui il primo viene
cacciato dal Kominform, la Jugoslavia esce dall'area sovietica ed inizia il corteggiamento americano, perchè
gli Stati Uniti non vogliono che essa torni nel lato dello schieramento militare orientale. E' evidente che la
Jugoslavia teme un attacco sovietico e in questo frangente emerge la bravura di Tito, abile a sfruttare bene
il proprio ruolo di ago della bilancia, facendo in modo che già dal 1951 arrivino aiuti alla Juglosvia, non solo
economici. La Jugoslavia non è più una protetta di Mosca e ha più voce in capitolo sulla questione di
Trieste, particolarmente difficile per gli italiani, perchè la zona B è sotto il controllo jugoslavo, mentre la
zona A è sotto controllo militare alleato (e quindi di Francia, Inghilterra e Usa, non dell'Italia, a cui tuttavia si
sarebbe dovuto sostituire un mai nominato governatore delle Nazioni Unite). Accade che Trieste passa
dall'essere l'avamposto della guerra fredda all'essere un ferro vecchio; gli italiani iniziano a pensare di
risolvere il problema così la Jugoslavia si collocherà definitivamente militarmente. Chiaramente non ci si
aspettava un'entrata della Jugoslavia nella NATO, ma essa si sarebbe legata con dei patti regionali
all'occidente. In questo il segretario di stato Dulles aveva una sorta di "patto-mania": riteneva che le
alleanze dovessero essere composte da tanti patti concentrici, non direttamente da un'alleanza
solidamente occidentale, ma ad esempio si sarebbero potute creare delle alleanze balcaniche tra
Jugoslavia-Grecia-Turchia) o delle alleanze mediorientali, come sarà il Patto di Baghdad e altri patti
bilaterali, per unire elementi che magari sono ben distanti.
Nel 1954 il memorandum d'intesa stabilisce che la zona A fino al confine odierno passi sotto il controllo
italiano, mentre la zona B rimanga sotto il controllo jugoslavo. Il memorandum viene considerato ufficiale,
anche perchè in quella fase è necessario chiudere la questione in tempi brevi e nonostante il TLT fosse
rivendicato sia dall'Italia che dalla Jugoslavia interamente, nel 1954 si giunge ad una chiusura della
questione triestina; l'Italia si sente liberata da un'ipoteca che gravava sulla propria politica estera, in quanto
questo era il primo punto da risolvere. In realtà la crisi di Suez apre nuovi spazi per la politica estera
italiana, che comincia a sviluppare una vocazione sempre più mediterranea, rendendo l'Italia una zona
strategicamente interessante per gli americani. Essa si propone in un nuovo spazio di manovra, nel
momento in cui è caduta in disgrazia la Gran Bretagna; al contrario, l'italia è in grado di mediare nel mar
Mediterraneo, politica che cuminerà nella persona di Enrico Mattei, una sorta di uomo nero per tutte le
lobby petrolifere americane.
Verso il Medioriente devono confluire una serie di aiuti non solo economici, ma anche militari, che
provengono dagli Usa con una serie di patti concentrici difficili da gestire (con tavolta la richiesta inglese di
entrarci) e con governi instabili in alcuni paesi. L'equilibro militare che si crea in termini di armamento tra
Usa e Urss è ormai paritario, dal momento che anche i sovietici avevano acquisito un deterrente nucleare e
da allora, con una incredibile scioltezza, le due potenze iniziano a condurre con estrema ingenuità
esperimenti nucleari anche potenti, di cui non si conoscevano le reali ricadute radioattive sul territorio e
sulla popolazione. Tuttavia, da entrambe le parti si capisce che il possesso dell'armamento nucleare rende
l'ipotesi di un conflitto un'eventualità non contemplata, se non nella misura in cui la dotazione nucleare
consente un'effettiva deterrenza. Non si ferma inoltre la ricerca in due direzioni: da un lato, nella direzione
di un aumento del potenziale di energia sprigionato e dall'altro verso la possibilità di sganciare la bomba
con vettori aerei --> avvio in Germania, con Von Braun (padre ricerca missilistica) della ricerca missilistica e,
avendo capito che oltre ad un certo potenziale distruttivo non avrebbe avuto più senso confrontarsi, la
ricerca si concentra sulle modalità di trasporto della bomba nucleare. Nel 1957 i sovietici lanciano lo
Sputnik, satellite a gittata intercontinentale che destabilizza fortemente la psiche del Pentagono, il quale
percepisce una netta superiorità militare sovietica a fronte di un ritardo tecnologico americano, che ne
avrebbe determinato la perdita della loro condizione di superiorità. La ragione per cui quello che viene
presentato con un esperimento spaziale pericolosissimo è che si rileva la paura di un attacco militare
missilistico nel territorio statunitense: un missile a lunga gittata rendeva vulnerabile lo spazio americano e
nel 1957 inizia la corsa allo spazio. Avviene inoltre anche un incidente spionistico, per cui l'URSS scoprì di
essere spiata dagli americani.
Nel 1957 i russi hanno sì un missile che va lontano, ma che è anche fortemente impreciso e in realtà gli
americani sopravvalutano ciò che Kruscev vende molto bene. Riprende quindi e si velocizza la corsa al
riarmo, dove la superiorità americana era dettata solo dal numero maggiore e della collocazione geografica
delle basi militari che avevano.
15.05.2014
Il lancio dello Sputnik prelude ad una crisi interna per gli Stati Uniti: essi sentono una sorta di inferiorità
militare e la necessità di riprendere la corsa tecnologica; i sovietici, infatti, avrebbero potuto sancire la loro
superiorità sugli americani, ma questo senso di divario (inside gap?) ha delle conseguenze abbastanza
rilevanti in vari settori. Innanzitutto, Kruscev utilizza il gap millantando la superiorità tecnologica sovietica,
che però gli armamenti sovietici, per la loro infima qualità, non rappresentavano veramente. Si capisce nei
primi anni 60, con le prime esplorazioni satellitari, che questo gap è in realtà una mezza fandonia (inziano le
esplorazioni satellitari con i missili u2) e d'altro canto lo stesso gioco che Kruscev portava avanti nei
confronti dell'occidente prosegue nei confronti dei cinesi, i quali si persuadono che lo stato di avanzamento
della ricerca tecnologica sovietica sia effettivo e sostanziale e questo porta i cinesi a domandarsi
logicamente perchè, a questa superiorità, non segue una politica sovietica più volitiva in politica estera.
Questa curiosità mette in difficoltà Kruscev, che realisticamente sapeva che un attacco nucleare, da
qualsiasi parte provenisse, avrebbe portato alla distruzione reciproca e cambia in definitiva la percezione di
una guerra. Questo concetto per i cinesi è qualcosa di diverso, perchè per i cinesi contava il dato
demografico (anche se ci bombardano con la bomba nucleare, noi siamo milioni di persone) e a Kruscev
perviene l'accusa di essere troppo timido verso l'occidente. Non bisogna dimenticare che l'ideologia cinese,
durante tutto il periodo staliniano, era stata saldamente assoggettata a quella sovietica; al contrario, con la
destalinizzazione, Kruscev aveva messo in discussione alcuni fondamenti dell'ideologia e i cinesi possono
contendere lo scettro dell'ideologia all'URSS. Kruscev inoltre riavvicina la Jugoslavia non appena arriva al
potere: non è un caso, perchè la Jugoslavia si trova in una posizione strategica e Kruscev fa capire a Tito che
è ben disposto ad accoglierlo nuovamente sotto l'egida sovietica. Tito gioca questo vantaggio anche nei
confronti dell'occidente, non teme più l'attacco dell'URSS e anzi inizia a sfruttare il suo spazio di manovra
scegliendo la strada nel non allineamento (inaugurata con la conferenza di Bandung del 1955), che strizza
l'occhio anche alla Cina. Ecco che il rapporto tra Urss e Cina inizia ad essere difficoltoso, nonostante i due
paesi comunisti abbiano siglato un accordo nel 1957, in base al quale l'Urss avrebbe dovuto fornire del
know how tecnologico e strategico alla Cina, che si sarebbe potuta dotare pe rragioni di sicurezza di una
bomba nucleare. In realtà è evidente come si stia creando un malessere tra le due, che tuttavia gli
occidentali non avevano ancora rilevato --> si pensi al fatto che la politica di riavvicinamento Usa-Cina
inizierà solo nel 1971 con Kissinger e Nixon e sarà effetticamente tardiva, a maggior ragione se si pensa che
alcuni analisti fanno risalire l'origine dei contrasti sino-sovietici addirittura alla guerra di Corea.
E' rimasto anche aperto il discorso della difesa europea: viene creata e fallisce nel 54 la CED e nel 55 si
arriva all'ingresso della Germania Ovest nella Nato. il discorso della difesa europea non si può concludere
qui: cosa sarebbe successo se davvero si fosse arrivati ad un confronto militare tra i due blocchi? Da chi
sarebbe stata difesa l'Europa, che comunque sarebbe stata abbandonata dagli Usa? L'Europa rimane
ancora un terreno di scontro e il processo di integrazione europea, che parte da una strutturazione
economica, fa fatica a trovare una coesione politica e militare, anche a causa dell'atteggiamento ambiguo
degli Stati Uniti. Il problema tedesco rimane ancora irrisolto e la situazione tedesca rimane indeterminata > non c'è nulla di assodato e anzi si presenta l'ulteriore opzione di nuclearizzare la Germania Occidentale
(gli Stati Uniti prendono in considerazione l'opzione di dotare le loro basi tedesche con l'arma nucleare). Il
problema tedesco rimane una spina nel fianco per i sovietici, nella misura in cui i sovietici non hanno
ancora trovato una strategia a lungo respiro per la Germania. Inoltre, nel confronto diretto a Berlino tra i
due modelli di vita, appare chiaro il fallimento del modello sovietico, dato che un sesto della popolazione di
Berlino est è passata a Berlino ovest. La Germania occidentale si trincea nella dottrina Hallenstein, che
prevede che la Germania occidentale non intratterrà rapporti nè politici nè economici con qualsiasi paese
che intrattenga rapporti politici/economici con la Germania orientale -> politica di non riconoscimento,
stante anche il fatto che la Germania ovest era una potenza in via di sviluppo e lanciata economicamente.
La BRD viene lasciata isolata, tanto quanto lo è a DDR all'interno del blocco di Varsavia. La DDR non è
riconosciuta a occidente e per Kruscev rimane la vecchia convinzione che la Germania costituisse ancora un
punto debole non solo per l'Urss, ma anche per gli Usa, laddove attraverso Berlino i sovietici potevano
esercitare pressioni anche sulla zona occidentale amministrata dagli alleati. A quel punto Kruscev sa che il
controllo delle vie d'accesso a Berlino è ancora nelle mani dei sovietici per il momento: ora, il controllo
delle vie d'accesso alla capitale deve passare alla DDR, minacciando la Germania occidentale con
un'ulteriore pressione e i sovietici chiedono inoltre che tutta Berlino passi alla DDR -> le provocazioni sugli
americani, che nel frattempo stanno valutando l'ipotesi della nuclearizzazione della Germania occidentale
(e i sovietici lo sapevano), hanno effetto e gli americani si trovano a dover agire su più fronti, ponendosi
anche il problema del trasporto e dei vettori nucleari e iniziando a lavorare ora sia su missili a medio che a
lungo raggio. I missili a medio raggio, installati in Italia e Turchia, sono effettivamente in grado di colpire il
territorio sovietico e parallelamente gli americani sviluppano la ricerca di basi mobili per il lancio dei loro
missili ("polaris"), ovvero sottomarini da cui avrebbero potuto sganciare le loro armi nucleari. E' un fatto
però che quando Kennedy viene eletto presidente, con alle spalle una trionfale campagna elettorale con cui
ha battuto Nixon, promettendo una politica nuova, Kruscev ritiene almeno nella fase iniziale della sua
presidenza di poter premere sul nuovo presidente e sulla sua amministrazione, poichè ci si trova ancora in
un momento di assestamento per la politica statunitense. Tra l'altro, l'esordio sulla scena internazionale
dell'amministrazione Kennedy non è brillante, in quanto avviene in concomitanza dell'incidente della baia
dei porci con Cuba.
Cuba è da qualche anno passata sotto il controllo di un regime rivoluzionario e castrista, che almeno
inizialmente non è così allineato a Mosca e all'Urss. Con Batista, Cuba era sotto il controllo americano e
questo permetteva alle grandi compagnie agroalimentari che investivano sull'isola di operare
tranquillamente e di spadroneggiare sul territorio. Quando Castro va al potere egli parla di nazionalizzare le
grandi compagne economiche americane, provocando l'indisposizione verso Cuba sia degli Stati Uniti che
delle compagnie economiche e al solito, se l'amministrazione Usa nell'era Eisenhower aveva voluto vedere
ogni realtà locale come scontro bipolare, questo limite è ancor più evidente in America Latina, in quanto
essa rappresenta il punto di vulnerabilità massima degli Stati Uniti. E' evidente che un moto rivoluzionario a
Cuba avrebbe potuto spargersi nei paesi vicini e quindi che la rivoluzione castrista avrebbe potuto essere
internazionalizzata, aprendo la porta ad un potenziale ingresso dell'Urss nel giardino di casa degli Stati
Uniti; in America Latina, inoltre, la rivoluzione castrista va a ledere interessi diretti di compagnie
agroalimentari, che sono rappresentate al congresso da potenti lobby, almeno quanto lo sono gli esuli
cubani stabilizzati in Florida e quando Kennedy diventa presidente, la CIA ha già elaborato un piano atto a
destabilizzare Castro con una core operation (operazione sotto copertura). Essa consisteva nella
preparazione di un tentativo di sollevazione popolare contro Castro, previo lo sbarco ad opera statunitense
di alcuni esuli cubani nella baia dei porci, il tutto ovviamente sostenuto dalla CIA. Kennedy dà il via libera
all'operazione, azione che apre un dilemma nel giudizio del suo effettivo operato in politica estera,
nonostante l'operazione alla baia dei porci risulti un fallimento. Gli americani non intendono venire allo
scoperto ad ogni modo e Kennedy rifiuta imemdiatamente di accordare una copertura aerea all'operazione,
in quanto ciò avrebbe significato scoprirsi di fronte all'opinione pubblica e svelare il proprio coinvolgimento
e quindi bene o male gli sbarcati sono lasciati al loro destino. Dal fallimento dell'operazione ci guadagna
Cuba, che si avvicina definitivamente all'Urss in ragione della sua necessità di protezione militare e per non
essere isolata politicamente, e l'URSS, che incassa un successo inaspettato in una zona altamente
strategica, ad una distanza ridicola dalle coste americane. La politica americana verso Cuba fu davvero
limitante e sebbene Kennedy volesse condurre una politica di progresso verso Cuba, smettendo di
foraggiare proprietari fondieri corrotti dell'America Latina, egli non ebbe tempo per agire concretamente.
E' da notare come, tra le ipotesi a riguardo dell'assassinio di Kennedy, fu presa in considerazione anche
quella degli esuli cubani.
Quindi, la nuova ammistrazione democratica da un lato registra questo insuccesso e dall'altro procede a
colmare nell'inside gap con le esplorazioni satellitari: gli Usa iniziano a rendersi conto che non è vero che i
sovietici sono così potenti e al contempo Kennedy deve gestire la questione di Berlino,su cui confluisce la
pressione sovietica. Questo porterà necessariamente kennedy ad accettare il male minore, che quindi
significa accettare il muro --> quando i sovietici, dopo l'ennesima provocazione, annunciano di aver passato
alla DDR il controllo delle vie d'accesso a Berlino, l'Urss fa costruire il muro, che svolge primariamente la
funzione di impedire il flusso umano di abitanti che stava subendo la DDR. Gli americani e Kennedy
accettano comunque una sistemazione della questione tedesca non troppo ottimale in via di principio,
perchè così facendo per lo meno congelano un problema e un elemento di frizione potenzialmente
pericoloso e destabilizzante. Il problema delle relazioni e dell'approccio della Germania occidentale con la
DDR rimane tale fino a fine anni 60, quando salirà al potere Willy Brandt e procederà alla Ostpolitik.
Dunque, la situazione di Cuba successiva alla crisi della baia dei porci vede il baricentro spostarsi
totalmente a favore dell'Urss, con la quale Cuba riesce a stringere un grosso accoro economico, riguardo
all'esportazione di materie prime (soprattutto canna da zucchero) --> dopo questo primo avvicinamento
economico si capisce come la "conquista" di Cuba da parte di Mosca sia una vittoria ben più consistente di
quella che era riuscita ad ottenere in Egitto. Con Cuba, Kruscev trova una piena convergenza non solo
economica quanto ideologica e Cstro ha bisogno di proteggere il proprio regime comunque da un
potenziale attacco americano che ovviamente non è così onirico nè imprevedibile. Gli Usa hanno tutto
l'interesse del caso a far saltare il regime castrista e Kruscev coglie l'occasione di questa nuova relazione
come un'opportunità per collocare dei missili sovietici sull'isola. I vantaggi erano molteplici: 1. non
sarebbero serviti missili a lunga gittata, 2. la collocazione geografica avrebbe permesso un'elevata
possibilità di intervento e 3. Cuba sarebbe stata sicura che gli americani non avrebbero infastidito il regime.
Ora gli americani avevano visto le foto di quella che era ormai l'installazione e la costruzione di rampre di
lancio missilistiche per testate nucleari a Cuba --> l'amministrazione Kennedy è posta in una situazione
difficile e sicuramente, in tutta la guerra fredda, la crisi di Cuba fa vermente sfiorare il rischio di un conflitto
militare. L'amministrazione statunitense non è assolutamente disposta a consentire una minaccia effettiva
e un'incredibile vulnerabilità del territorio americano, nè che i sovietici entrino nell'emisfero americano
ponendo una minaccia così grave al territorio americano: inizia l'excalation della violenza e gli Usa intimano
ai sovietici di ritirare consiglieri, navi, costruttori di navi e missili dall'isola, dichiarando un blocco navale
attorno all'isola di Cuba. Ciò avrebbe significato che le navi sovietiche avrebbero trovato un impedimento
nella loro navigazione verso Cuba e l'ipotesi che effettivamente ci possa essere un blocco rende concreta
uno scontro diretto.
Kruscev non è uno sconsiderato quando decidere di mettere dei missili a Cuba, ma anzi è consapevole di
prendersi un gran rischio, ma è altrettanto consapevole e fermo nella convinzione che la guerra militare si
sarebbe combattuta in zone periferiche al territorio statunitense o sovietico, in quanto, con una buona
dose di realismo, la guerra nucleare non era di certo presa in considerazione. D'altra parte, Kruscev agiva in
un contesto in cui l'asimmetria nucleare era già sbilanciata a favore degli Usa, che potevano contare su basi
nucleari installate in Turchia e in Italia, dalle quali si poteva facilmente colpire il territorio sovietico, mentre
i sovietici si sarebbero potuti rivalere solo sul territorio europeo, non direttamente su quello americano.
Inoltre, i segnali che arrivavano dall'attitudine al compromesso dell'amministrazione Kennedy, che aveva
fallito con lo scarco sulla Baia e aveva accettato il muro di Berlino senza troppe insistenze, gli aveva fatto
intendere di poter attuare questa prova di forza. In terzo luogo, la storiografia occidentale non prende mai
appieno in considerazione l'importanza delle relazioni con i cinesi, il cui pessimo andamento stava
influenzando anche la politica estera sovietica, a cui Mao continuava a chiedere una prova di forza. In
questi anni, inoltre, i sovietici rompono l'accordo del 1957 riguardo allo scambio di tecnologia militare, che
segna un punto di rallentamento nel processo di creazione cinese di una propria bomba nucleare. Kruscev
sperava che o gli Usa facessero buon viso a cattivo gioco o al limite pensava di trascinarli ad un piano
negoziale, ma, in realtà, la risposta di Kennedy fu assolutamente rigida e l'amministrazione Usa decise di
correre il rischio e di aspettare e verificare se l'Urss stesse bluffando. Entrambe le parti corsero un gran
rischio, ma soprattutto il culmine della tensione si toccò con il blocco navale, potenzialmente foriero di
incidenti pericolosissimi; siccome però alla fine prevalse il buonsenso, i sovietici chiedono per lo meno di
avere la garanzia che gli Usa rispettino l'indipendenza cubana (tentativo di ascrivere la crisi ad un equilibrio
interno cubano). Inoltre, i sovietici chiedono con una lettera non pubblica che avvenga il ritiro dei missili
americani dall'Italia e dalla Turchia, cosa che poi non avverà, sebbene gli americani accettino
ufficiosamente di ritirare i propri missili. Al contempo la rinuncia americana è parziale, in quanto gli Usa
stavano portando avanti la ricerca su un nuovo vettore di potenziale vantaggio che erano i missili polaris, i
missili sottomarini. Per il momento il bilancio è questo, con la vicenda cubana che sicuramente non aiuterà
il prestigio interno di Kruscev.
Un altro fronte che si apre è quello vietnamita: quando si parla delle responsabilità nel coinvolgimento
americano in Vietnam il confronto non è semplice. Il coinvolgimento è ascrivibile, durante la presidenza
Kennedy, all'interessamento che la politica americana aveva sviluppato verso il Vietnam del Sud,
successivamente agli accordi di Ginevra post sconfitta francese del 1954. Il Vietnam del sud è fortemente
instabile e gli Usa lo sostengono perchè il Vietnam nord stava evidentemente cercando di unificare il paese
sotto il governo comunista. La politica statunitense è quella di accordare un sostegno politico ed economico
al Vietnam del Sud, scegliendo Diem come referente politico Diem, che sceglierà di perseguire una politica
piuttosto religiosa che militare (lui era cattolico e il suo regime si sosteneva sui cattolici, in contrasto con i
profughi buddisti), ammazzando buddisti e provocando solamente il disgusto dell'opinione pubblica. Quindi
gli Stati Uniti non trovano il giusto referente politico e la contraddizione della politica americana sarà quella
che gli americani ben presto si renderanno conto che Diem è incontenibile, decideranno di farlo cadere e lo
uccideranno. In questa fase gli Usa iniziano ad inviare consiglieri militari in Vietnam, preludendo ad un
futuro coinvolgimento militare in questo territorio --> Kennedy non scatenò il conflitto, ma il crescendo del
coinvolgimento inizia con l'amministrazione Kennedy, in quanto sarà proprio Johnson, futuro presidente, ad
essere inviato in quei territori.
La crisi di Suez ha lasciato i caschi blu attestati nella zona del Sinai, con Nasser politicamente rafforzato sul
fronte interno, ma al contempo con il mondo arabo ancora in attesa di rivalersi su Israele. Gli americani
hanno pienamente preso in gestione il problema, anche se i sovietici non perdono tempo e cercano uno
spazio in Medioriente presso i paesi arabi, cosa che risulterà ben più facile per loro dopo il 1956. Alla metà
degli anni 60, quando gli Usa inizieranno un crescente impegno militare in Vietnam, i sovietici trovano uno
spazio più ampio e facile da sfruttare in Medioriente e non essendo compromessi con la politica sionista,
essi hanno un vantaggio decisivo rispetto agli Stati Uniti. Nel 1967 Nasser cerca di riaprire la questione,
chiedendo alle Nazioni Unite di ritirarsi dal Sinai. A questo punto viene concluso un accordo internazionale
che prevede la sanzione internazionale verso l'Egitto nel caso in cui quest'ultimo avesse chiuso gli stretti di
Tiran, non permettendo ad Israele di avere uno sbocco sul mare e, non appena Nasser muove verso il Sinai,
cosa che avrebbe dovuto causare l'applicazione dell'accordo, di fatto nessuno sembra interessato ad
applicarlo e a difendere Israele. Gli Stati Uniti erano sicuramente impegnati principalmente in Vietnam e
non potevano correre ad aiutare l'alleato, così gli israeliani si rendono conto dell'excalation di violenza da
parte di Nasser, il quale stava ammassando le truppe egiziane sul Sinai e stava siglando una serie di accordi
di mutua difesa con Giordania e Iraq, contando sull'amicizia di lunga data con la Siria. L'Egitto si stava
proiettando in un disegno panarabo di radunamento di tutte le forze esistenti all'interno del mondo arabo
per riuscire a condurre un attacco vincente nei confronti di Israele e, a questo punto, nel giugno 1967 gli
israeliani decidono di passare all'attacco preventivo contro l'Egitto e nei confronti degli alleati dell'Egitto
(Siria e Giordania) per evitare l'accerchiamento e l'attacco su tre fronti. La Siria aveva alture del Golan, che
erano appetibili per Israele come frontiera di difesa; nel momento in cui gli israeliani avessero reagito ad un
attacco, avrebbero colpito anche la Siria.
Ecco che si scatena la guerra dei sei giorni, nel 1967, con cui Israele riesce a distruggere completamente
l'aviazione egiziana e a vincere sulla Siria, sulla Giordania e sull'Egitto e ottenendo un quantitativo di
territori piuttosto cospicuo: Sinai, la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, le alture del Golan e Gerusalemme est.
Gli israeliani portano a casa territori che saranno successivamente oggetto di scambio per una garanzia
precisa di un pieno riconoscimento dello stato di Israele e dei suoi diritti: accordo di pace vero in cui gli
israeliani pensavano di ritirarsi dal Sinai e dal Golan. Nel settembre 1967, al vertice di Khartoum, la
coalizione araba elabora la propria risposta politica che consiste nella necessità di unire le proprie forze e
vengono enunciati i famosi "tre no" di Khartoum: no alla pace, no al riconoscimento e no ai negoziati. La
risposta araba è di assoluto irrigidimento e nel novembre 1967 la risoluzione 242 dell'Onu sembra risolvere
la questione arabo-israeliana, ma la risoluzione stessa contiene un dato politico formale molto
interessante: nella risoluzione inglese si dice che gli israeliani dovranno andarsene da territori occupati (e
quindi da alcuni); nella versione francese di dice che gli israeliani si sarebbero dovuti ritirare dai territori
occupati (tutti)--> Kissinger parlerà di ambiguità costruttive. Il problema arabo israeliano è pesante a livello
internazionale, soprattutto perchè è accompagnato dal problema dei profughi che vanno verso tutti i paesi
arabi. I profughi sono stati volutamente tenuti in quella tale condizione e non è mai stato previsto un
insediamento decente --> essi diventano uno strumento di pressione politica ai danni di Israele, soprattutto
perchè nei campi profughi, composti da migliaia di persone e radunati in luoghi come la Giordania, si
riorganizzerà la resistenza palestinese di Arafat attorno all'OLP (Organizzazione per la Liberazione della
Palestina), cui seguirà una durissima risposta giordana con il settembre nero.
Il problema dei profughi viene lasciato impregiudicato e il problema palestinese riemerge nei primi anni
Settanta, quando i giordani decisono di fare piazza pulita dei vertici palestinesi che si stavano
riorganizzando nel territorio giordano e che premevano sul re giordano; inoltre, nei primi anni 70 il
problema arabo israeliano si fonde con il terrorismo internazionale e si manifesta negli atti terroristici non
solo sul territorio israeliano, ma anche a livello internazionale, come avvenne nel 1972 alle Olimpiadi di
Monaco. I palestinesi decidono di usare il terrorismo anche sotto forma di dirottamenti aerei per agire su
Israele, fino al 1973 quando avverrà un ulteriore conflitto tra Israele e l'Egitto.
19.05.2014
Seminario Relazioni Israelo-Palestinesi
1967: guerra dei Sei Giorni. Gli effetti sono i seguenti: a livello geografico, Israele vede la propria superficie
precedente raddoppiare e incamera un milione e mezzo di profughi palestinesi e arabi, che vanno ad
alterare la struttura demografica; inoltre, Israele si estende su territori ad est, sulla Città Vecchia, sul Sinai,
sulla Cisgiordania, sulla striscia di Gaza, sulle alture del Golan, territori che non gli spettavano, secondo la
risoluzione 181 del 1946, ma anzi apparterebbero ad uno stato di Palestina che ancora non c'è. A livello
internazionale, la guerra del 1967 chiarisce gli schieramenti: l'URSS rompe i rapporti con Israele, che
diventa un protetto degli Usa --> effetto diretto della guerra del 1967 è la risoluzione ONU 242, che sarà
alla base di ogni successivo tentativo di risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Il 67 rafforza molto il
movimento palestinese e già dal 1964 la Lega Araba aveva riconosciuto l'OLP come unico rappresentante
del mondo arabo e unico interlocutore, che viene rafforzato nel 67. L'OLP si sposta dal Cairo ad Amman e
inizia la costruzione di uno stato nello stato in Giordania, che culminerà con gli avvenimenti del settembre
nero del 1970 (espulsione dell'OLP da Amman e dalla Giordania, tensioni tra la corona giordana e il
movimento palestinese e la fuga da Beirut). A livello politico interno degli stati arabi ci sono due grandi
sommovimenti da tenere a mente: nel 1967 avviene la sconfitta politico-militare che dà il colpo finale al
nasserismo in Egitto e nel mondo arabo, che peggiora nel marzo 1970 con la sua morte. Nasser muore
quando vede che ciò che aveva costruito era ormai in crisi e gli succede Sadat, personaggio di seconda fila,
suo fedelissimo, che tuttavia non aveva il suo carisma; era un rivoluzionario, ma minore, che ha subito due
grossi problemi da risolvere --> 1. deve crearsi una base di sostegno politico e deve diventare una
personalità politica riconosciuta all'interno dello stato israeliano, 2. deve riavviare l'economia egiziana e per
fare questo occorre abbandonare l'ingombrante modello di sviluppo sovietico, per rafforzare il privato e
incentivare il commercio = ciò significa aprirsi all'influenza economica degli Usa, che potevano dare nuovi
aiuti all'Egitto e politicamente questo rappresenta un cambiamento di campo! L'avvicinamento agli Stati
Uniti avviene lentamente, con Sadat che, a fronte del suo potere debole in Egitto, si rivolge a questi ultimi,
mentre in Siria, Assad prende il potere con l'ennesimo golpe e diventa il capo di stato della Siria. Per certi
versi, Assad ha gli stessi problemi di Sadat: è un militare, ma deve costruirsi una base politica e così come
Sadat fa della riconquista del Sinai il punto della sua politica interna e internazionale, Assad trasforma la
necessità di riconquistare le alture del Golan la propria stella della politica interna --> successo militare per
legittimarsi a livello di politica interna. A livello politico, ciò che potrebbe rilegittimare i regimi è una nuova
guerra contro Israele: Sadat la userebbe per iniziare un dialogo con gli Stati Uniti verso la pace con Israele e
sempre per questioni di popolarità, mentre Assad la utilizzerebbe per scopi politici interni e per delle
rivendicazioni territoriali.
6 ottobre 1973 scoppio della guerra dello Yom Kippur, che non nasce dalle dall'intento roboante di spazzare
via i sionisti dalla carta geografica del Medioriente, quanto dal tentativo sirio-egiziano di legittimare i
confini e i loro regimi e di ricominciare e coinvolgere gli Usa in dialogo politico-militare senza
apparentemente tradire (Egitto) la fiducia dei sovietici, con i quali gli egiziani avevano rinnovato delle
convenzioni di cooperazione militare nel 1972. L'attacco del 1973 avviene su due fronti, dalle alture del
Golan e dal Sinai, durante la festività dello Yom Kippur: shock politico-militare per Israele, in quanto crolla
il mito della sua invincibilità --> Israele subisce una duplice invasione (per quanto limitata), ma in brevissimo
tempo si riprende, avviando una contro offensiva e portandosi in vantaggio sui contendenti, arrivando a 30
km da Damasco e Sharon, nel deserto del Sinai, si va ad incuneare tra due divisioni egiziane, stabilendo una
testa di ponte sulla sponda occidentale del canale di Suez, arrivando a minacciare direttamente Il Cairo. A
quel punto l'Urss interviene, minacciando un intervento militare diretto, al quale risponde la posizione
americana e si giunge ad uno stop ritardato delle operazioni (stop ritardato da parte israeliana, perchè si
voleva terminare l'occupazione di alcune parti del Golan), approdando all'approvazione di tre risoluzioni
(338, 339, 340) per cessare le ostilità e ripristinare lo status quo. La guerra del 73 fa capire che Israele
militarmente non si può vincere, ma si può piegare a livello politico, incidendo sui suoi alleati --> gli stati
dell'OPEC usano politicamente l'arma energetica, ponendo l'embargo petrolifero contro gli alleati di israele;
l'embargo si ripercuote sulla politica estera degli stati europei, che inizieranno a porre un'attenzione nuova
sulla causa palestinese, anche quando essa si manifesterà con il terrorismo.
Gli effetti di questa guerra non si riprecuotono a livello territoriale, non ci sono vantaggi per nessuno, ma i
vantaggi rilevati sono tutti politici, poichè la guerra del 73 segna una vittoria di israele, che, dalla condizione
di aggredito, si difende, contrattacca e vince; a livello politico, emerge la sconfitta israeliana e la vittoria
degli stati arabi della Siria e dell'Egitto, che infliggono colpo mortale al mito dell'invincibilità di Israele
(tant'è che ancora oggi il 6 ottobre è festa nazionale in Egitto e in Siria). Gli stati arabi non ci guadagnano,
ma la loro popolarità e il loro prestigio cresce nel mondo arabo e nei due anni successivi avverranno le
elezioni in Israele, che vedranno il crollo del partito laburista e la vittoria della coalizione di destra
conservatrice del Likud.
A livello pattizio, la Siria si rifiuta di parlare con Israele, per la questione di principio della restituzione del
Golan, ma tra 1973 e 74 vengono siglati gli accordi del km 101 con l'Egitto, che permettono, grazie a
mediazione di Kissinger, di liberare la terza armata israeliana bloccata nel deserto e di istituire di una fascia
smilitarizzata lungo il canale di Suez, una fascia cuscinetto che verrà affidata ai caschi blu dell'ONU. Con
l'intervento Usa riparte il dialogo Israele-Egitto, grazie all'intervento di Kissinger si ristabiliscono a pieno le
relazioni insraelo-egiziane e Sadat riesce a ottenere l'appoggio economico statunitense, staccando un
pilastro della politica economica statunitense (Israele) e riuscendo (Sadat) a garantirsi l'appoggio
statunitense per iniziare a normalizzare le relazioni con Israele --> coinvolgere gli Usa nello scacchiere
mediorientale, per ottenere il loro favore nelle trattative di pace.
9 Novembre 1977: con una mossa a sorpresa, Sadat propone a Begin (primo ministro israeliano del Likud) di
raggiungerlo a Gerusalemme e di parlare di un piano di pace di fronte alla Knesset, tradendo la linea
politica degli stati arabi (suggellata dal vertice di rabat negli anni 60, ovvero NO alle paci separate con
Israele) e a Gerusalemme avverrà il dialogo su un piano di pace basato sul concetto di scambio di territori
contro la pace --> inizieranno negoziati diretti tra Egitto-Israele, che culmineranno il 26 marzo 1979 con la
firma del trattato di Camp David, svolta definitiva nelle relazioni tra Israele e il mondo arabo, che rompe il
tabù degli arabi di parlare con Israele. Tuttavia, il trattato non è un armistizio nè un accordo temporaneo,
ma un trattato di pace definitivo: a fronte della restituzione del Sinai, l'Egitto accetta di normalizzare le
relazioni con Israele e questo è il primo trattato di pace tra uno stato arabo e Israele. Il mondo arabo
reagisce rompendo le relazioni diplomatiche con l'Egitto, che per molti anni viene isolato sul panorama
arabo, benchè nel mondo arabo si profili una spaccatura tra un fronte intransigente, rappresentato da Siria,
Iraq, Yemen, Algeria e Libia sotto il cappello sovietico e una seconda cordata di stati arabi più esposti verso
l'occidente come gli stati del Golfo persico, l'Arabia Saudita, il Marocco, la Giordania e gli Emirati arabi.
Coloro che risultano perdenti da questo trattato sono i palestinesi.
Camp David nel 1979 rappresenta anche lo storico tradimento della causa palestinese, che non viene citata
se non un vago accenno alla possibilità di una futura autonomia del mondo palestinese, ma non si va oltre a
questo. Quest'autonomia rappresenta da un lato, per Sadat, la base per la richiesta di statualità prevista
dalle risoluzioni dell'Onu, ma dall'altro Begin non la pensa così: l'autonomia palestinese non ha senso se
non nella misura di eventuali sacche all'interno dei territori occupati da Israele e quindi aumenta la
frustrazione e il risentimento del mondo palestinese, tradito dall'Egitto e dal mondo arabo e questa rabbia
confluisce nella base politica che sosterrà, nel dicembre 1987, lo scoppio della prima intifada. L'ultimo
effetto riguarda la Siria, dove Assad può riprendere in mano le proprie politiche interna de internazionale,
si è legittimato e capisce che nel mondo arabo, l'Egitto è fuori gioco e non c'è più nessuno che possa tener
testa alla supremazia siriana nel mondo arabo --> nel dicembre 1975, Assad può intervenire nel dramma
libanese, nella guerra civile appena scoppiata. Il Libano, che dal 1861 era gestito da un regolarmento
organico che regolava i rapporti tra le varie comunità confessionali ed etniche (il Libano è un crogiuolo di
etnie e religioni, così come la Siria del resto), e data la sua particolare condizione etnica e sociale
estremamente frammentata e differenziata, il Libano aveva goduto di un regime protetto sotto l'Impero
Ottomano, il quale viene beceramente alterato dai francesi con il mandato del 1920, che diluisce il piccolo
Libano nel "grande Libano", uno stato nuovo di dimensioni enormi, dove le vcchie comunità sono sciolte
all'interno di uno stato che non percepiscono come proprio. Si giunge a due scadenze: nel 1932 avviene
primo censimento in Libano e la stipulazione del 1943 del patto nazionale. Esso è un accordo non scritto tra
tutte le comunità libanesi, il quale prevede un accordo di power sharing, secondo il quale la repubblica
libanese avrebbe sempre avuto un presidente della repubblica cristiano-maronita, un presidente del
consiglio dei ministri (quindi capo del governo) musulmano sunnita e un presidente del parlamento
musulmano sciita. Questo accordo denuncia una difficoltà interna a gestire il potere, nonostante le fratture
politiche religiose non abbattano il Libano per una quarantina d'anni. Tuttavia, la vicinanza con il mondo
arabo, instabile e particolarmente volitivo, fa vacillare la stabilità interna. Inoltre, l'aumento delle
disuguaglianze interne nello stesso mondo arabo e tra mondo arabo e mondo ebraico e le guerre,
infastidiscono ulteriormente le componenti del mondo palestinese, che vedono chiaramente la
disomogeneità con cui vengono distribuiti i flussi di denaro provenienti dall'estrazione del petrolio; i
proventi finanziari fluivano solo verso alcune componenti della comunità libanese. Nel 1970 l'OLP si sposta
da Amman a Beirut e grazie ad un accordo con Nasser, l'OLP palestinese fa del Libano la propria base
operativa, con un grado di autonomia militare e politica straordinario --> ingestibilità dell'OLP, stato nello
stato all'interno del Libano (da rivedere la parte sopra), che si manifestava nella presenza costante dei
militari israeliani sulle zone di confine, alterando l'equilibrio demografico; nel 1967 il governo libanese, per
cercare di equilibrare l'influenza della varie comunità, vara una legge disastrosa che aumenta l'autonomia
delle varie comunità libanesi, le quali, nel clima dell'instabilità mediorientale, procedono alla propria
autonomizzazione, cui seguirà la loro politicizzazione e infine la militarizzazione delle comunità religiose,
sicchè quando nel settembre 1975 alcuni incidenti tra maroniti e musulmani prendono piede, scoppia una
guerra civile che flagella il Libano. Lo stato centrale libanese perde completamente il controllo del proprio
territorio.
Il governo libanese può solo chiedere aiuto alla Siria di Assad, che non chiede altro, in quanto riesce a 1.
entrare in Libano e a pacificarlo a condizioni siriane, che prevedono l'estensione di un'influenza politica,
l'eliminazione dell'OLP e l'aumento del divario politico-militare contro Israele. Il 31 maggio 1976 la Siria
entra in Libano, il quale diventa il giardino di caccia della Siria, ai confini con Israele. Ora, nel quadro
internazionale, di lì a breve, l'Egitto si sarebbe pacificato con Israele con gli accordi di Camp David, nel
maggio 1977 la destra intransigente israeliana vince le elezioni e tra il 1977-79 scoppia la rivoluzione
iraniana, che provoca la fuga dello scià e la ricostruzione della Repubblica Islamica dell'Iran. Israele ha
dunque mani libere sul fronte meridionale, l'Egitto è pacificato, gli Usa hanno perso un grande alleato come
l'Iran e quindi essi sono obbligati ad essere più sensibili verso Israele, il quale può sbarazzarsi dei
palestinesi, ormai suo unico problema. Nel marzo 1978 scatta operazione Litani (Prima guerra del LIbano):
Israele invade il Libano meridionale per "bonificare l'area" e per colpire definitivamente l'OLP, ma
l'operazione è un insuccesso perchè l'OLP, che perde sì il controllo dei territori del Libano del sud, fugge a
nord e nel giugno 1982 avviene una seconda grande operazione di Israle contro il Libano con l'operazione
"Piccoli Pini" (si rivolge alla pulizia del Libano meridionale dai fedayyin): essa sarebbe dovuta essere un bis
dell'operazione Litani per bonificare l'area, ma contemporaneamente a questo, sotto la responsabilità di
Sharon e con la connivenza segreta e presunta del governo e dello Stato Maggiore israeliani, avviene
l'operazione "Grandi Pini", che porta all'invasione completa del Libano da parte del contingente isralieno,
alla distruzione di Beirut e alla distruzione fisica e materiale del Libano. L'OLP viene scacciato dal Libano,
esso si trasferisce a Tunisi (esilio tunisino di Arafat), l'influenza dell'OLP sarà vanificata per diversi anni,
nonostante le grandi potenze internazionali vengano costrette all'intervento per raggiungere nel 1989
l'accordo di Taif, firmato in Arabia Saudita. Esso prende atto della situazione sul campo: il patto nazionale
del 1943 viene riconfermato in vigore, si riducono poteri del presidente siriano e della componente
cristiano-maronita, aumentando i poteri della comunità musulmana. Nel 1982 avvengono i massacri nei
campi profughi di Sabra e Shatila, una strage che non venne certo ostacolata da Israele e che fu perpretata
dalle milizie cristiano-maronite alleate di Israele; è anche vero che furono i soldati israeliani a fermare i
massacri. Le stragi nei campi profughi cominciano però nel 1976 e i fedayyin palestinesi vengono massacrati
dai siriani e sempre nel 1982 Assad rade al suolo la città di Homs in Siria, con una ripercussione sulla
Fratellanza Musulmana, che considerava Homs una propria roccaforte.
La guerra civile libanese termina nell'ottobre 1989 con gli accordi di Taif, con i quali, avendo constatato la
sola presenza di vittime, i contendenti confermano la situazione sul campo, ribadendo il patto nazionale del
1943 leggermente modificato a vantaggio della popolazione musulmana e prescrivendo un protettorato
siriano all'interno del mondo arabo, con Assad che ne esce vincitore (Libano ne esce tacitamente come
protettorato della Siria). A livello politico, Israele ci mette la faccia per le stragi contro i profughi e ciò
indebolisce il sostegno internazionale ad Israele, sempre meno quotabile nella comunità internazionale
(italiani accusati di essere alleati degli stragisti) e nel 1982 si verifica il tentativo di riemersione del
problema palestinese: la comunità internazionale, dal 1975, si focalizza sull'espansione continua di Israele
nei territori occupati e quando nel 1982 l'OLP scappa in tunisia, esso viene allontanato e non può
controllare la situazione sul campo, con Israele che indebolisce l'influenza palestinese, favorendo la nascita
di formazioni musulmane parallele come i gruppi religiosi (non nazionalismo palestinese) e questo si rivela
drammatico per Israele. Si verifica un aumento della rabbia palestinese, l'invivibilità della vita quotidiana
non tanto nella Westbank, quanto nella striscia di Gaza, la nascita di una generazione palestinese in
cattività che si trova con un'OLP lontana e inefficace e si ritrova a Gaza a convivere con delle associazioni
che promulgano la religione come cura delle oppressioni e elemento di liberazione --> la Fratellanza
Musulmana da assistenzialista si politicizza e a metà anni '80 sotto la spinta di Yassin, esse si militarizzano e
la Fratellanza Musulmana passa a Hamas alle Brigate Ezzebin al-Qassam di stampo islamista e nel dicembre
1987, quando la situazione è invivibile, la situazione scoppia e si scatena una rivolta popolare inattesa
(rivolta delle pietre), in cui questa generazione di palestinesi sfoga la propria rabbia contro l'occupazione
israeliana e contro il disinteresse dell'élite araba e di quella palestinese riguardo alle loro condizioni -->
prima Intifada.
L'OLP a Tunisi non sa come agire, le brigate Ezzedin al-Qassam espandono la loro influenza, cogliendo di
sorpresa Israele che subisce un'altra sconfitta politica: Israele non è abituato a sparare contro bambini e
neppure a dotarsi di armi "piccole" e non letali --> smacco internazionale. Non può esserci una soluzione: o
si rade tutto al suolo o non se ne esce; allora Israele capisce che a livello politico e sociale esiste davvero
una questione palestinese, in quanto i fatti del 1977 non hanno definito nulla e il problema palestinese è
ancora aperto. Dall'altro lato l'OLP capisce di dover modificare la linea politica di intransigenza e di
terrorismo, che non sta portando al alcun risultato, anzi Arafat capisce che si sta indebolendo a livello
internazionale e interno.
L'Intifada coinvolge le potenze e bisogna ripalestinizzare il conflitto arabo-israeliano: al massimo si poteva
pensare ad una soluzione giordana (la striscia di Gaza non ha nessuna importanza, però la Westabank, che
confina con la Giordania ed è più grande sarà assorbita dalla Giordania), che secondo Israele sarebbe
potuta essere assorbita dalla Giordania (Giordania è protettore palestinese nella Westbank, di cui ha una
responsabilità politico-amministrativa). Nel luglio 1988, la corona giordana ha in mano la chiave di svolta: la
Giordania può sfruttare o rifiutare questa situazione e re Hussein afferma che, in ossequio alla volontà
dell'OLP, rescinde i legami politico-amministrativi con il mondo israeliano nella Westbank. Letto al
contrario, questo comunicato significa che, se Israele si ritira dalla Cisgiordania, la responsabilità sarebbe
andata in capo all'OLP come unico rappresentante del mondo palestinese = indicare che nessun altro per la
Palestina poteva essere l'interlocutore, che diventava solo l'OLP di Arafat. Questo è uno smacco per politica
del Likud, che aveva sempre individuato nella Giordania un alleato tacito, mentre l'OLP, dal canto suo, è a
Tunisi, lontano dal territorio, ha subito l'Intifada, è stato sconfitto in Libano, è in competizione con Hamas e
con la Fratellanza Musulmana --> come i primi coloni sionisti, l'OLP capisce che, se vuole avere una parola
nella politica palestinese, deve cambiare rotta politica e deve rinunciare alla linea dura di riprendersi
l'interezza della Palestina, accontentandosi di ripartire dalle frazioni del territorio che gli spetterebbero non
tanto dalla risoluzione 181 dell'ONU, ma rinunciando alle rivedicazioni storiche della Palestina: l'OLP si
spacca in due tronconi, uno duro che non vuole rinunciare a tutta la terra che a loro spetta, che perde e la
linea possibilista del novembre 1988 di Arafat, che afferma che realisticamente non ci si può riprendere
tutta la Palestina -> occorre avviare un negoziato di pace con Israele, accettare delle risoluzioni ONU su
base delle precedenti 181, 242, 338 = occorre accettare le condizioni internazionali sulla Palestina. I
palestinesi rinunciano alle loro rivendicazioni storiche e rendono vani i moti che sono stati fatti contro
Israele, ma queste sono le condizioni per avere l'appoggio statunitense nelle trattative per la pace. Nel
settembre 1988, Arafat emana una dichiarazione detta Khalaf, con la quale egli accetta le risoluzioni ONU,
accetta di negoziare con Israele e a dicembre 1988, accetta di rinunciare al terrorismo, accetta di
riconoscere i confini di Israele, accetta la risoluzione 242 del 1967 e le sue successive modificazioni in toto,
tutto questo per il favore statunitense e quindi OLP può trattare con la presenza di Israele.
L'apertura di Arafat ai negoziati non è ciò che cercano Begin e il Likud, non vogliono una soluzione pacifica
della questione palestinese, perchè per Israele la situazione sul campo è favorevole e non ci sono ragioni
per negoziare: nell'89 viene elaborato un piano di pace per i palestinesi che prevedeva condizioni
assolutamente inaccettabili: no alla Palestina stato, no alla trattativa con l'OLP, ma eventualmente far
eleggere dai palestinesi locali una rappresentanza con cui negoziare un accordo transitorio di autonomia,
ovvero ciò che i palestinesi non vogliono. Anche il partito laburista rifiuta questa proposta.
A gennaio 1989, Bush padre diventa presidente USA e insieme a Baker (segretario di stato) introduce una
spinta forte verso il negoziato Israele-Palestina, anche a causa della seconda guerra del golfo (agosto 1990,
invasione Kuwait da parte dell'Iraq e formazione di una coalizione multinazionale in cui, a fianco gli Usa,
combattono con la Siria, l'Egitto e stati arabi che storicamente erano stati nemici degli Usa ed essa porta ad
una apertura nel mondo arabo e la spaccatura tra possibilisti e intransigenti si annullanel marzo 1991, con
la sconfitta iraquena e alla sconfitta dell'unico alleato di Saddam Hussein, che ora l'OLP di Arafat); anche la
Giordania si schiera con Iraq, in modo strumentale e d'accordo con gli Usa, per difendere il proprio confine.
Rimasti gli Stati Uniti come unica grande potenza, non c'è ragione di dividere il fronte arabo e nel marzo 91
l'Iraq è prostrato, l'OLP è retrocesso politicamente e deve riabilitarsi a occhi della comunità internazionale;
in questo contesto, gli Usa lanciano l'idea di una conferenza multilaterale di pace a Madrid nel 1991, che
porta allo stesso tavolo tutti i nemici storici, Stati Uniti e Urss che la copresiedono, Libano, Siria, Egitto,
Israele, Giordania e rappresentanza palestinese --> sarà un fallimento. Gli obiettivi saranno 1. la
riappacificazione dell'area e 2. dei negoziati tra Israele e gli stati arabi della zona, ma la conferenza non
funziona e i negoziati si arenano su questioni procedurali. Il Likud perde le elezioni in Israele e i laburisti di
Rabin, con Peres agli esteri, vincono in contemporanea alle trattative di Madrid. Il mondo laburista
riconosce la necessità del principio scambio territori-pace per assicurare la certezza della sicurezza di
Israele. I negoziati non procedono particolarmente bene, gli israeliani vogliono il Golan, ma la Siria non lo
molla e in questo stallo infruttoso, ad Oslo, il ministro delle finanze dell'OLP incontra alcuni studiosi
israeliani per degli incontri culturali e inizia un dialogo, prevedendo una potenziale apertura palestinese. Gli
studiosi tornano a Tel Aviv e, essendo collegati a Peres e all'ala giovane dell'OLP, si decide di continuare
questi dialoghi informali nel più assoluto segreto, tanto che neppure i negoziatori di Madrid sapevano nulla
di questo, finchè non si giunge a rispolverare l'idea pensare ad un progetto di prova ad interim (invece che
ad un accordo definitivo) per negoziare un futuro accordo definitivo --> gli israeliani si sarebbero nel
frattempo dovuti ritirare da alcune zone (Khalaf) e si giunge all'idea di un accordo su due basi: 1. possibilità
riconoscimento reciproco tra OLP-Israele e 2. possibilità di giungere ad una dichiarazione di principi, per un
accordo ad interim che possa portare ad un ritiro israeliano da Gaza e Gerico (Cisgiordania), mentre il resto
dell'accordo definitivo sarebbe stato negoziato circa 9 mesi dopo il primo.
13 settembre 1993, la base dell'accordo temporaneo porta agli accordi di Oslo I, firmati a Washington: 1.
riconoscimento reciproco, 2.accettazione della pace e della tranquillità dei confini israeliani, 3. nascita
dell'autonomia palestinese su alcuni territori a fronte di un limitato ritiro israeliano da queste zone, ma
mancano accordi su 1. status di Gerusalemme, sui confini israelo-palestinesi, sul ritorno dei profughi nelle
loro terre, sulla rimozione degli insediamenti nei territori occupati. I negoziatori di Madrid sono stupiti e
ritengono di essere stati presi per i fondelli, anche perchè la firma dell'accordo negli Usa non era
giustificabile, data la completa ignoranza statunitense in materia. Tuattavia, Washington rappresenta un
accordo con il nemico storico e la copertura statunitense era fondamentale per ragioni di politica interna -> un governo laburista poteva essere accusato dal Likud di aver svenduto la causa israeliana. L'accordo
storico rappresenta però il tradimento delle speranze palestinesi.
Seminario 20 maggio 2014
L'elemento che balza gli occhi nel 1973 è la grande capacità di Sadat di allontanarsi dal campo sovietico e di
avvicinarsi al campo occidentale e statunitense, con l'unica pretesa di risovere la questione con Israele,
tradendo in un certo senso il fronte arabo, avvicinandosi al fronte occientale e israeliano, con un trattato di
pace che arriva nel 1979 con gli accordi di Camp David. Essi sono un trattato storico, che segna il grande
tradimento del fronte arabo e che si ripercuoto sulla situazione palestinese sotto forma di un aumento del
loro risentimento e della loto frustrazione, in quanto percepiscono di essere lasciati a loro stessi. Il
tradimento si somma alla balzata diplomatica della guerra in Libano, che non si risolve nè con una vittoria di
Israele nè dell'OLP. Anzi, l'OLP viene allontanata dal Libano e Israele sostiene la nascita di associazioni
assistenzialiste, che vengono successivamente a politicizzarsi e infine a militarizzarsi --> trasformazione
della Fratellanza Musulmana in Hamas e poi nelle brigate Ezzedin al-Qassam. Tutto questo va ad unirsi alla
tensione palestinese, alla mai cessata colonizzazione israeliana dei territori contesi e alla presenza di una
nuova generazione palestinese che vuole eliminare Israele, in quanto esso è un nemico noto.
Nel 1987 si scatena quindi la prima Intifada, che in un certo senso indebolisce politicamente Israele, perchè
da piccolo Davide ebraico contro il gigante Golia arabo (come era successo nel 1948 e nelle occasioni di
tutte le altre guerre), Israele si trova ad essere il cattivo, mentre il palestinese è il piccolo Davide che lotta
contro il nemino israeliano --> avviene uno stravolgimento di ruoli e di posizioni politiche. Dall'Intifada
emerge che l'OLP, se vuole pensare di avere un ruolo nel futuro della Palestina e se vuole pensare che
possa in futuro esistere uno stato di Palestina, deve scendere a compromessi con lo stato d'Israele. Questi
compromessi sono quelli che pongono gli Usa, ovvero l'accettazione dell'esistenza di uno stato d'Israele, la
rinuncia al terrorismo, l'assicurazione dei confini reciproci e l'accettazione delle risoluzioni 242, 338 e
seguenti dell'ONU, che definiscono la nascita di uno stato di Palestina su una determinata porzione del
territorio --> rinuncia palestinese alle richieste iniziali del movimento al-Fatah e delle richieste della
Palestina. Nel dicembre 1988, l'accettazione delle richieste Usa da parte dei paelstinesi si avvia e ci sono i
presupposti per un processo di pace, che però Israele non vuole: a quel punto interviene la seconda guerra
del golfo del 1991, che destabilizza gli equilibri regionali. L'Iraq invade il Kuwait, cosa che gli Usa non
possono accettare in quanto unico garante dell'ordine internazionale, ma nemmeno gli stati arabi possono
accettare questo colpo di mano: questo significherebbe per loro accettare richieste del subnazionalismo
regionale, che disgregherebbero il panorama mediorientale e soprattutto permetterebbero e
legittimerebbero azioni di forza di qualsiasi stato contro un altro stato sovrano.
Nel 1991, nell'agosto avviene l'invasione iraquena e la reazione Usa, che culmina con la sconfitta di Saddam
nel febbraio 1991, riconosciuta come una contestuale sconfitta politica dell'Iraq e del suo unico alleato
politico, che è l'OLP. La Giordania, infatti, era sì alleata dell'Iraq a livello politico, ma solamente per una
causa di sicurezza interna e di protezione dagli eventuali missili che potevano arrivare da Baghdad. Questi
missili, lanciati dall'Iraq, raggiunsero però anche Israele e solo con la forte mediazione statunitense fece in
modo che Israele non rispondesse militarmente a propria volta, per evitare una excalation del conflitto.
Nell'ottobre 1993 gli Stati Uniti capiscono che hanno combattuto contro un nemico assieme a degli stati
arabi, in una coalizione che comprendeva la Siria, l'Egitto, gli Emirati Arabi e altre 29 nazioni tra cui l'italia,
che ha interessi nel Mediterraneo. Si pensa a questo punto di indire una grande conferenza multilaterale a
Madrid, che permetta ad Israele di parlare con i siriani per risolvere il nodo del Golan, con i libanesi per la
questione della striscia del Libano meridionale martoriata dal Golan e da Israele, con l'Egitto e con una
delegazione mista giordano-palestinese, alla ricerca intanto di un accordo con la Giordania (unico vero
risultato della conferenza di Madrid) e in secondo luogo, di giungere ad una soluzione quantomeno
territoriale con i palestinesi dell'OLP. A Madrid non si trova la quadratura del cerchio, ma nel frattempo ad
Oslo cominciano i colloqui e gli incontri informali tra il responsabile economico dell'OLP e degli studiosi
israeliani, che si confrontano con Peres e Rabin, finchè nell'estate 1993 anche Rabin si rende conto che le
cose si fanno serie e che i palestinesi si stanno muovendo dalle proprie posizioni, accettando di riconoscere
Israele; dall'altro lato, gli israeliani hanno offerto una autonomia palestinese, secondo il concetto di "Gaza e
Gerico first", ovvero prima Gaza e Gerico (dall'altra parte del confine e testa di ponte in Cisgiordania), o
perlomeno questa era l'idea di Rabin. Ora, assicurare il ritiro israeliano da Gerico, l'autorità autonoma di
autogoverno palestinese, il riconoscimento reciproco e l'accettazione della pace e dei confini formano la
base degli accordi di Oslo siglati a Washington del settembre 1993. Questa iniziativa non nasce quindi sotto
l'egida americana.
Gli accordi di Oslo sono quindi formati da due parti: una prima parte è composta da lettere di mutuo
riconoscimento (Arafat accetta di fronte al governo israeliano di rinnegare la violenza e di sconfessare il
terrorismo palestinese, si accettano le risoluzioni 242 e 338 e le loro successive modifiche, si accetta la
presenza di uno stato d'Israele e del suo diritto a vivere in pace, cui Rabin risponde riconoscendo l'OLP
come rappresentante dei palestinesi e riconoscendo la necessità di una forma di autonomia palestinese, ma
NON SI PARLA DI STATO). Il 13 settembre 1993, l'accordo viene siglato a Washington tra Rabin e Arafat, con
il secondo che è ben più contento e con Clinton che riporta un gran successo per la sua politica estera. Gli
accordi di Oslo non sono quindi un accordo definitivo vero e proprio, piuttosto sono un accordo ad interim,
che dice che per un certo periodo si procederà in una determinata maniera, laddove successivamente
potranno partire i negoziati per uno statuto definitivo. Lo statuto definitivo significa giungere ad un accordo
completo e onnicomprensivo sulla questione israelo-palestinese, che vada a toccare anche tutti gli aspetti
non accennati ad Oslo e quindi: regolamentazione dello status di Gerusalemme (nel 1967 Israele era
entrata nella città vecchia e l'aveva conquistata), problema dei profughi palestinesi e questione dei campi
profughi che non vengono accettati neppure dagli stessi stati arabi, definizione dei confini, chiari e nitidi tra
autonomia palestinese (che i palestinesi interpretano come base della loro statualità, mentre gli israeliani
lasciano intanto parlare di autonomia, non specificando cosa sarà in futuro), la questione pressante di
Israele sugli insediamenti in Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme est, l'espansione di Israele e
dell'urbanizzazione di Gerusalemme est. Questi argomenti, non toccati ad Oslo, provocano all'interno
dell'OLP l'ennesima spaccatura tra chi aveva negoziato ufficialmente a Madrid per trovare un accordo
anche su questi temi, trattando direttamente con gli israeliani e tra chi, da Tunisi, intratteneva accordi
segreti ad Oslo, alle spalle di chi negoziava in modo ufficiale.
Questa spaccatura nell'OLP culmina con l'accusa di una fazione all'altra di aver tradito la causa palestinese,
già tradita nel 1988 con la dichiarazione Khalaf e ora avviene il tradimento definitivo con la firma di un
accordo con i nemici storici --> banalizzazione del negoziato ufficiale. Tuttavia, queste dinamiche interne
all'OLP sono ancora gestibili, mentre quello che non lo sono sono le organizzazioni palestinesi non OLP, in
modo particolare Hamas e Al-Fatah. Se l'OLP con gli accordi di Oslo 1 e Oslo 2, diventata AP (Autonomia
Palestinese), accetta di abbandonare la armi, gli accordi non sono validi per Hamas e per i gruppi nati prima
delle intifade. Il periodo che va dall'applicazione degli accordi di Oslo nel maggio 1994 fino al maggio 1996
con le elezioni israeliane e la vittoria del Likud sono il periodo più violento della storia recente di Israele. La
spirale di odio è profonda, perchè Hamas e i gruppi jihadisti islamici rifiutano gli accordi e continuano la
guerra terroristica contro Israele, mentre Israele dal canto suo spinge per rintuzzare = respingere i
palestinesi; posto che Arafat non è in grado di farlo, come può Arafat andare a colpire i gruppi palestinesi
che avevano sempre combattuto contro gli israeliani? Come poteva bloccare i gruppi che avevano da
sempre combattuto contro l'oppressore? Da un lato Arafat era incapace di bloccare questi gruppi, ma
dall'altro, la risposta israeliana contro i palestinesi andava ad indebolire l'unico rappresentante palestinese
che aveva accettato di parlare gli israeliani. Dal lato israeliano le critiche arrivavano dal Likud, dalla destra
israeliana che aveva accusato Rabin e Peres di avere svenduto la sicurezza nazionale di Israele, esponendo
lo stato al terrorismo palestinese, di aver aperto la porta ai terroristi e di non aver rispettato il dogma
basilare dello stato d'Israele, ovvero assicurare la sopravvivenza di Israele come stato ebraico immerso in
un mondo arabo, che ne minaccia l'esistenza quasi quanto l'Europa. Se gli ebrei sono dovuti scappare in
Israele per scappare dall'Europa nazista, che senso ha ora esporre Israele al pericolo del terrorismo
palestinese? Ecco che quindi si verifica una crisi e ne fa le spese Rabin, che il 4 novembre 1995 viene
assassinato da un estremista ebreo a Tel Aviv, a margine di una manifestazione popolare a favore del
processo di pace. Peres diventa primo ministro e apre un governo ad interim fino al 1996 quando vengono
indette le elezioni generali, che Peres è sicuro di vincere, non tanto capitalizzando l'assassinio di Rabin,
quanto è sicuro di avere dalla sua parte la maggioranza degli israeliani, che vogliono sinceramente arrivare
ad un accordo di pace con la Palestina. Tuttavia, nel maggio 96 la vittoria va alla destra israeliana del Likud,
Netanyahu diventa primo ministro e inizia a cambiare l'antifona.
Il 26 ottobre 1994 avviene la stipula del trattato di pace Israele-Giordania: l'unico grande effetto del
processo di Madrid è questo e che sigla la pace e la fine delle conflittualità tra i due paesi. In realtà, dal
1987 la Giordania occupava uno spazio particolare nelle relazioni con Israele, era un sua amica e pur
essendo uno stato nato da un compromesso di Churchill, di fatto fu sempre filo-occidentale. Il secondo
elemento ottenuto a Madrid fu il proseguimento del dialogo con la Siria, che però non viene proseguito, in
quanto ci sono di mezzo le alture del Golan, strategiche militarmente e ricche di risorse naturali (acqua).
Nel 1996 Netanyahu vince con una maggioranza risicata, la destra torna al potere e benchè ufficialmente si
attenga ad una linea di rispetto e prosecuzione degli accordi internazionali, di fatto la politica del Likud non
ha piacere a parlare con i palestinesi. Neppure i laburisti hanno piacere a dialogare con i palestinesi, ma si
attestano su posizioni più possibiliste. Netanyahu va al potere, accetta di proseguire il negoziato che però
nei fatti non si traduce in realtà, anzi, proseguono gli insediamenti israeliani, il dispiegamento di forze a
Gaza e Gerico, con il rallentamento di ciò che era stato deciso ad Oslo, e nell'ottobre 1996, Clinton,
infastidito dalla politica israeliana, richiama Arafat a Washington per far ripartire dei negoziati --> a gennaio
1997 si concretizza la stipula dell'accordo su Hebron, una città storica per la presenza araba e sacra per gli
israeliani, in quanto ospita le quattro tombe di Adamo ed Eva, Mosè e Sara. La città viene divisa in parti e si
trova un accordo per la gestione della città ormai araba. La firma dell'accordo di Hebron non aiuta a far
ripartire definitvamente il dialogo, il terrorismo palestinese continua, con Arafat che fa fatica a controllarlo
e l'espansione degli insediamenti israeliani non cessa, colonizzando la città vecchia; Clinton si trova quindi a
dover intervenire nuovamente. Nell'autunno 1998 Arafat e Netanyahu vengono richiamati a Washington
per dei negoziati che si rilevano inconcludenti fino quasi all'ultimo giorno, quando grazie alla mediazione
della Giordania (con re Hussein che si reca appositamente in America) si giunge ad un accordo che prevede
il ritiro israeliano dal 13% della Cisgiordania, a fronte dell'impegno bilaterale di cominciare i negoziati su
uno status definitivo dei territori e a fronte dell'impegno palestinese di bloccare definitivamente il
terrorismo palestinese di qualsiasi orientamento politico e di cancellare dalla carta dell'ANP (carta
nazionale palestinese) tutti gli articoli che prevedevano come oggetto sociale la distruzione dello stato di
Israele. Nell'ottobre 1998 avviene stipula degli accordi di Wye River tra Netanyahu e Arafat; tuttavia, il
governo del Likud non rispetta esattamente gli accordi. Netanyahu torna e cambia il governo, perde la
fiducia alla Knesset e si arriva nel maggio 1999 a delle nuove elezioni e alla vittoria dei laburisti di Barak.
Barak è un militare altamente decorato, è un piccolo Napoleone nazionale e afferma la necessità di
cambiare completamente approccio: il governo israeliano non avrebbe dovuto continuare a fare accordi ad
interim cedendo il 10-13% della Cisgiordania e di Gaza, quando, così facendo, erodeva il suo potere
negoziale; invece sarebbe meglio giungere ad un accordo definitivo, discutendo di tutti i temi e chiudendo
definitivamente la bocca ai palestinesi. Vince questa linea politica nel maggio 99 e questaproposta di Barak
converge nella convocazione del vertice internazionale di Sharm El-Sheik alla presenza di Usa, Egitto,Arabia
Saudita e Giordania.
All'ordine del giorno ci sono diversi punti. Il primo riguarda la questione israelo-palestinese: era giunto il
momento di chiudere con i palestinesi. Il secondo punto riguardava il ritiro dal Libano meridionale, con la
fascia occupata dagli israeliani che era oggetto di continue scaramucce e il terzo punto trattava di giungere
ad un accordo con la Siria. Da questo punto decide di partire Barak, ma i negoziati si arenano ben presto,
perchè non si trovano accordi nè sul Golan nè Israele vuole concedere alla Siria di avere una sponda sul lago
di Tiberiade: Barak non può accettare che le acque del lago di Tiberiade taglino il confine siriano, tanto più
che nel settembre 2000, Affez Al-Assad muore e gli succede il figlio Bashar, con un processo politico interno
che blocca qualsiasi speranza internazionale. A quel punto Barak, nel 2000, decide che Israele si ritiri dalla
fascia del Libano meridionale unilateralmente, per indebolire la posizione siriana. Resta in peidi il problema
palestinese, che viene nuovamente ridiscusso con un vertice a Camp David nel 2000, dove Barak e Arafat si
incontrano, con Barak che offre ai palestinesi l'offerta più generosa della storia: uno stato indipendente
sulla striscia di Gaza e sull'80% della Cisgiordania, con il resto che sarà per metà occupato da Israele e l'altro
occupato. Il 20% del territorio cisgiordano rappresenta la fascia di occupazione che Israele si vuole
mantenere per tutelare i propri abitanti. Barak offre un progressivo lento riassorbimento dei profughi
palestinesi, ad una quota di circa 500 l'anno e offre la spartizione di Gerusalemme (si fa riferimento alla
dichiarazione 181 ONU del 1947), ma nega il controllo palestinese sui luoghi santi e sulla parte più simbolica
della città. Ora, la Palestina può prendere o lasciare, ma Barak specifica che l'accettazione precluderà la
possibilità di qualsiasi altra concessione israeliana ai palestinesi. Arafat negozia e rifiuta l'accordo, per
ragioni di politica interna (era indebolito dalla competizione interna palestinese), per la questione dei
profughi (500 all'anno è una cifra irrisoria) e perchè arriva impreparato al vertice; non si era preparato, ma
Clinton andava verso la fine del suo mandato e voleva stringere i tempi. La risposta storica a quest'offerta di
Barak sarà lo scoppio della seconda intifada, nel settembre 2000, che viene sostenuta dall'OLP, dai
palestinesi e dagli arabi israeliani, stanchi di essere considerati cittadini secondari.
Conclusioni: nel 2000, Giovanni Paolo II andò in Palestina e alla domanda se il conflitto avrà mai una fine,
egli rispose che ci potranno essere due soluzioni: una miracolosa, che prevede un accordo tra i due paesi, e
una realistica, che non prevede alcun accordo. La questione israelo-palestinese presenta difficoltà storiche,
culturali e politiche, ma dal punto di vista degli accordi si possono evidenziare alcuni elementi: un primo
elemento può essere un processo di pace che parte attraverso la guerra. E' dopo la guerra del 67 che un
primo leader arabo cerca la pace attraverso lo strumento della guerra e sarà la guerra dell'82 a portare agli
accordi di Oslo del 1993 in prospettiva, andando a modificare le condizioni che poi sapienti mediatori fanno
fiorire. Il secondo elemento riguarda i negoziatori: innanzitutto Israele ha il grosso problema di dover
rinunciare a dei territori in cui ha una presenza stabile e se questo può essere quotabile per un governo
laburista, non lo può essere per il Likud --> spesso i negoziati si perpetrano in cattiva fede. Al contrario i
palestinesi sono incapaci di gestire il negoziato da un'ottica statuale: Arafat continuerà a trattare da una
posizione simile a quella di un delegato di un'ONG a stampo terroristico; egli doveva controllare tutto e
dominare la situazione, ma fu incapace di leggere i fenomeni politici da un'ottica di stato, benchè spesse
volte abbia mostrato un buona flessibilità. Per quanto riguarda gli Usa, essi si attestarono su una posizione
che, per quanto equilibrata, è sempre stata percepita dai palestinesi a favore palesemente di Israele e
questo inficerà la bontà dei negoziati.
IL GOLFO PERSICO
Il golfo persico è una zona geografica che dal 1973 vive una serie di modifiche particolarmente rilevanti. Nel
1973 la guerra dello Yom Kippur avvia un processo di riappacificazione, ma che per la prima volta in modo
forte fa vedere agli stati arabi la potenza strategica dell'arma petrolifera. Il 16 ottobre 1973 gli stati arabi
decidono di utilizzare l'arma petrolifera aumentando il prezzo del petrolio e ponendo l'embargo agli alleati
di Israele, non colpendo quindi gli Usa (che potevano contare su delle risorse proprie), ma indebolendo gli
alleati europei, le cui economie boccheggiano a fronte di un travaso monetario molto forte nei paesi
produttori, dove gli squilibri economici non fanno altro che aumentare (condizione di stati rentiers). Gli stati
rentiers sono stati che vivono di rendita e redistribuiscono i proventi derivanti dal petrolio tra l'esercito e
l'economia e generano un reddito di cittadinanza. Il petrolio quindi è certamente uno strumento di sviluppo
in quanto genera reddito, ma rischia di diventare il freno più grande alla democrazia e allo sviluppo politico
dei paesi produttori; esso diventa la variabile più importante nella vita di alcuni paesi, attorno al quale
girano quesioni politiche, identitarie e di indipendenza. Lo stato che storicamente ha vissuto in modo più
incisivo dal petrolio è l'Iran.
Nell'agosto 1941 gli alleati hanno il problema di rifornire l'URSS, che altrimenti sarebbe rimasta isolata:
occorre rifornirla di materiali, armi e cibo o attraverso la rotta polare o da sotto, passando per l'Iran. Data
l'impossibilità di passare per la rotta artica, nell'agosto 1941, i sovietici incontrano gli inglesi in Iran e il
paese viene occupato militarmente (a nord dai sovietici, a sud dagli anglo-americani). Lo scià Mohamed
Reza padre abdica nel 1944 e sale al potere il figlio Mohamed Reza. Dal 1941 fino al 1953 l'Iran vive la
stagione dell'interregno nazionalista o intervallo democratico, in cui, essendo il potere della dinastia
regnante sempre frenato dalla presenza sul territorio di altri stati, si generano le condizioni per uno
sviluppo sociale e politico dell'Iran, emergono i due grandi partiti del Tudeh (partito comunista), che
sopravvive anche al 1946 e al ritiro delle forze anglosovietiche e dall'altra parte fiorisce il fronte nazionale,
nelle cui file si trova la personalità di Mohamed Mossadeq, uomo politico di educazione europea, il quale
aveva dedicato la sua vita alla causa nazionale iraniana. Egli si trova a lottare contro gli oppressori
anglosovietici e contro chi era stato posto sul trono, Reza. Il suo obiettivo è quello di tutelare
l'indipendenza iraniana, ma il problema è che l'Iran è un gran produttore di petrolio di ottima qualità, di cui
rifornisce gli alleati. In breve la titolarità di queste risorse diventa l'elemento centrale dell'indipendenza e
dell'autonomia dell'Iran. Lo scià è assoggettato chiaramente agli alleati e nel marzo 1951 l'Iran emula gli
altri stati dell'area, votando la nazionalizzazione del petrolio come stavano facendo altri paesi. Il caso vuole
che due giorni dopo Mossadeq venga nominato a capo del governo; il petrolio viene nazionalizzato il 20
marzo 1951, provocando una fortissima crisi politica con la Gran Bretagna, in quanto nazionalizzare il
petrolio = togliere risorse alla longa manus inglese in Iran e quindi toccare i rifornimenti energetici
britannici, aumentando la tensione tra Iran e Gran Bretagna e inasprendo il braccio di ferro tra i britannici e
lo scià da un lato e Mossadeq dall'altro. La CIA e i servizi segreti permettono allo scià di effettuare un golpe,
portandolo al potere e allontanando Mossadeq; nel 1963 termina il momento di interregno democratico e
si instaura quindi un governo forte dello scià, che prende in mano la situazione, espande capillarmente il
controllo sul paese grazie all'opera dei servizi segreti (1957 nascita della polizia politica) e nel 1961
Mohamed Reza riprende in mano un programma già avviato dal padre. Ritorna a gestire i traffici energetici
la Anglo-Persian Oil Company, con un accordo nuovo tra il governo iraniano e l'Anglo-Persian Oil Company,
che si allinea con lo standard degli accordi di concessione petrolifera. Nel 1961 lo scià Reza riprende in
mano un percorso di riforme radicali interne, con l'idea di trasformare l'Iran in una grande potenza e di
modernizzare il paese segnato profondamente da una forte cultura nazionale che va ad essere intaccata.
Nel 1961 avviene la rivoluzione bianca: modernizzazione e occidentalizzazione del paese, oppressione da
parte della polizia politica --> la rivoluzione porta ad una ripresa delle relazioni sociali ed economiche,
perchè la riforma agraria ed economica, insieme al concetto di rentier state, generano una grande
disomogeneità economica interna e nel frattempo emerge una grande opposizione trasversale allo scià, dal
partito comunista, al partito nazionalista erede di Mossadeq, ma dalla metà degli anni 60, inizia ad emerge
la figura di un ayatollah, Khomeini, che spicca non tanto quanto leader religoso, quanto come uno dei più
strenui oppositori allo scià. In modo particolare, Khomeini sottolinea l'innovazione nel mondo sciita: l'islam
sciita è l'islam minoritario, quello dei "perdenti" e della minorità rispetto alla grande maggioranza sunnita.
Khomeini stravolge questo assunto e predica l'opposizione all'intossicazione occidentale propinata dallo
scià, che deve essere strenua e attiva, perchè l'identità sciita è la vera e unica identità dell'iraniano. Egli
reinterpreta il messaggio sciita in chiave rivoluzionaria, prende questo messaggio e ne fa una rivoluzione,
ma, nel 1964, Khomeini viene arrestato ed esiliato.
Reza viene riportato al trono, sostenendo l'idea che l'Iran, paese estremamente religioso, debba diventare
una potenze moderna. L'Iran dei primi del novecento non ha uno stato, che anzi si realizza grazie
all'intervento dei servizi segreti, che con terrore e violenza, unificano il paese e permettono l'esercizio di
un'autorità generalizzata. Iran è la denominazione del 1935, prima il paese si chiamava ancora Persia. Il
padre di Mohammad Rezah trasforma l'Iran in uno stato moderno e il figlio continua questo processo.
Nel novembre 1964, lo scià manda in esilio Khomeini, in Francia, ma, anzichè fargli un danno, gli dà la
possibilità di predicare la sua idea politica anche dall'occidente, da dove Khomeini ha la possibilità di
continuare la sua battaglia contro lo scià, coinvolgendo sia gli iraniani fuori dal paese, che i cittadini
all'interno. In questo periodo, Khomeini elabora il progetto di Velāyat-e faqih, letterlamente di tutela del
giurisperito, ovvero una dottrina politica che prevede che il potere, in Iran, debba appartenere all'empio
sovrano o al giurisperito, a colui che conosce le leggi di Dio, le studia e le medita e quindi è in grado di dare
al popolo leggi. Il potere deve appartenere al Faqui, al giurisperito, che sa tradurre la legge di Dio in legge
umana e poichè c'è Dio, egli dà agli umani la legge. Questo messaggio corre velocissimo fuori e dentro l'Iran
e tutti i partiti politici interni si ritrovano ad essere improgionati ed imbavagliati dallo scià, mentre il clero
era libero --> quando lo scià affermerà che il clero è l'ostacolo alla modernizzazione iraniana, ecco che
avverà una frattura interna, data dall'importanza della fede religiosa per la popolazione iraniana.
Nell'ottobre 1973 si verifica un boom economico grazie all'aumento del prezzo del petrolio, ma i soldi non
si traducono in uno sviluppo omogeneo, anzi, al contrario, in una maggior sperequazione sociale. Nel
frattempo si verifica la rivoluzione bianca: lo scià tocca le linee di lealtà del paese, inimicandosi la base
sociale; un paese è in preda allo scià e alle sue rivendicazioni, all'interno regna una situazione di grande
stress economico e sociale, mentre da fuori Khomeini predica la rivoluzione. Nel 1977 il figlio di Khomeini
viene ucciso da mano ignota (in realtà si sapeva benissimo che l'assassinio era stato ordinato dagli Usa) e
nel gennaio 1978 sul maggior quotidiano iraniano esce un articolo in cui si accusa Khomeini di essere un
comunista al soldo dell'URSS--> l'articolo accende la miccia della rivoluzione, che si radicalizza, esplode in
maniera virulenta e, sfruttando le condizioni di salute precarie dello scià, si impone definitivamente il 16
gennaio 79, quando Reza Pahlavi scappa definitivamente dall'Iran e Khomeini torna in patria, dopo un esilio
che durava dal 1964. Ora comincia la rivoluzione iraniana e Khomeini si pone immediatamente con forte
competizione con tutte le anime dell'opposizione, che prima contestava lo scià. In breve tempo, nel
novemrbe 1979, il referendum sull'istituzione di una repubblica islamica viene largamente approvato: nasce
la Repubblica Islamica dell'Iran. A livello internazionale, l'Iran era un grande alleato degli Stati Uniti, che
perdono un paese forte e alleato nella zona; tuttavia, nemmeno l'URSS canta vittoria, in quanto avere uno
stato anticomunista che può fomentare i sentimenti islamici degli abitanti sovietici sotto i propri confini
nazionali non fa piacere. Il quadro regionale è destabilizzato, con gli sciiti che hanno ripreso in mano il
proprio destino e l'Iran islamico può diventare ora il punto di riferimento delle comunità sciite sparse negli
stati arabi e in particolare nel vicino antipatico iraqueno. Gli sciiti si collocano, tra l'altro, proprio sui pozzi
petroliferi, facendo sì che i rapporti tra Iran e Iraq, che di per sè non sono mai stati amichevoli, a metà degli
anni 70 si incrinino ulteriormente, a causa dell'impegno iraqueno in guerra contro la propria minoranza
curda, a favore della quale interviene l'Iran. Si giunge nel 75 al trattato di Algeri tra le due parti: riconferma
della necessità della non ingerenza negli affari interni dei propri paesi. Gli iraniani non pungoleranno la
minoranza curda in Iraq e viceversa gli iraqueni non foraggeranno i sunniti iraniani, ma soprattutto il
confine viene stabilito su una linea mediana alla foce del fiume Tigri (?). Le due parti però non sono
soddisfatte del trattato, perchè gli iraniani non sono arabi! In Iraq prende allora il potere Saddam Hussein,
allontana i capi politici e si accorge che l'Iran è sconvolto dalla rivoluzione, ha epurato l'esercito (che era la
base potente del potere di Reza) e pensa che, dato che agli iraniani manca anche il favore della comunità
internazionale, si possano invadere gli iraniani, per ristabilire i confini e per riprendere il controllo sul Golfo
persico. Nel 1980 scoppia la prima guerra sanguinosa tra Iran e Iraq, contando su una supposta
predominanza iraquena, ma il grosso degli ufficiali era rimasto al proprio posto e l'Iran usa questa
aggressione come modo per propugnare la causa jihadista e anzi riarmarsi. Questa guerra dura otto anni,
distrugge i paesi e si risolve con un nulla di fatto e alcun risultato territoriale. Nel 1987 il consiglio di
sicurezza dell'ONU approva la risoluzione 597 di "cessate il fuoco", nonostante la situazione territoriale non
sia variata.
Ci rimettono la pelle 1 milione di persone e i curdi, contro cui l'Iraq di Saddam usa il gas (Halabja), ma si
ottengono due grandi risultati politici interni: in Iran la guerra comporta il rafforzamento del regime, viene
propugnata la causa della jihad e della guerra contro l'empio, che permette di riorganizzarsi e di mobilitarsi
contro l'iraqueno, con Khomeini che allontana fisicamente quelli che credevano a mezzo cuore nella
rivoluzione iraniana e tutti gli oppositori. Il 3 giugno 1989 muore Khomeini, sapendo di aver battezzato nel
sangue la Repubblica islamica e chi le succederà. Gli succede l'ayatollah Khamenei come guida suprema.
(nel 1981, dopo l'assassinio di Muhammad ʿAli Rajāi, e durante la guerra Iran-Iraq, Khāmenei fu eletto
Presidente dell'Iran con numerosissimi voti alle Elezioni presidenziali iraniane dell'ottobre 1981 e divenne il
primo religioso a ricoprire la carica. Khāmeneī fu inizialmente ricercato fuori dalla Presidenza per aiutare i
religiosi ma questa intenzione fu compromessa: molti videro la presidenza di Khāmeneī come il segno
dell'abbandono di una politica laica. Per mantenere l'equilibrio tra i gruppi di potere in Iran, Khomeyni gli
impose come primo ministro Mir Hosein Musavi. Khāmeneī fu rieletto per il secondo mandato nel 1985. Fu
un fermo alleato di Khomeynī e durante la sua carica venne raramente in contrasto con la Guida Suprema,
diversamente dal primo presidente dell'Iran Abolhassan Banisadr). E' il momento che le forze del paese
tirino il fiato, occorre liberalizzare l'economia iraniana e far respirare la gente e le successive riforme vanno
lentamente nella direzione di un reinserimento dell'Iran nella dimensione internazionale, con l'avvio di un
dialogo economico con l'Unione Europa e di dialogo con gli Usa. Il primo tentativo è quello di riallacciare
l'Iran inizialmente a livello economico, per ampliare poi l'influenza su di esso a livello sociale, ma le riforme
economiche non danno risultato e le riforme politiche vengono bloccate dai conservatori frustrati. Khatami
e i cattivi risultati economici determinano la sua fine politica e dal 2001 l'Iran è descritto dagli Usa come
l'asse del male, consegnando la vittoria elettorale nel 2005 ad Ahmadinejād.
In Iraq la distruzione è palpabile e l'establishment politico militare capisce che il loro leader non è così forte
--> la guerra è stata un bagno di sangue economico e umano, il paese non ha infrastrutture, ha miliardi di
debito verso gli stati sunniti del Golfo che l'avevano sostenuto nella guerra contro l'Iran persiano e sciita.
Saddam si reca quindi all'OPEC, afferma che deve far ripartire la propria economia e chiede di aumentare il
prezzo del petrolio per guadagnare di più, ma gli stati petroliferi rifiutano per non turbare i mercati. Allora
l'Iraq decide di invadere il vicino Kuwait, che storicamente non è mai pienamente stato considerato uno
stato (sebbene nel 1962 abbia ottenuto l'indipendenza da Gran Bretagna), anzi borderline e poco definito.
Nell'agosto 1990 Saddam invade il Kuwait, perchè i fratelli kuwatiani vogliono liberarsi di una dinastia
interna opprimente. Ora, l'Urss è in macerie, gli Usa sono rimasti l'unica grande potenza e sono tutori
dell'ordine internazionale, la Germania aveva destabilizzato la situazione internazionale e l'Iraq torna ad
essere aggressore: se l'Iraq può invadere un altro stato, perchè Israele non può tenersi i propri territori
palestinesi? E' inaccettabile; si forma una coalizione di 29 stati che costringono l'Iraq e che gli intimano di
ritirarsi dal Kuwait, salvo la possibilità per i membri del Consiglio di Sicurezza di comportarsi come meglio
ritengono. Nel 1991 scatta la guerra contro l'Iraq, velocemente piegato dall'occidente e a questo punto
Saddam cerca di salvarsi la pelle.
Il regime viene indebolito da bombardamenti e da operazioni di guerra, ma gli Usa non sono disponibili ad
operare completamente e invadere totalmente un paese, destabilizzandone il governo --> ecco che sciiti e
curdi si fanno avanti da sud e nord per riprendersi e nel marzo 1991, a sud dell'Iraq (Bassora) e nel
Kurdistan, scoppiano le intifade curde e sciite, sollevazioni popolari con pieno appoggio verbale
occidentale, salvo che poi non mosse un dito per vent'anni. Saddam invia la propria guardia repubblicana,
che compie una repressione durissima e a metà 91 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU autorizza la Gran
Bretagna e gli Usa a bombardare Saddam e tutelare queste minoranze.
Dalle intifade, Saddam riesce a uscirne, soffiando sul fuoco delle divisioni fra le varie comunità, gioca la
carta dei sunniti contro i cattivi sciiti al sud e di giocare la carta araba contro i curdi. L'occidente applica
delle sanzioni economiche contro l'Iraq aggressore, ma bloccando lo sviluppo economico iraqueno a causa
delle sanzioni si riconfermava il dominio sul sistema produttivo e distributivo del governo iraqueno: pochi
proventi del petrolio distribuiti solo a chi vuole il governo e Saddam riesce così a far passare l'idea
propagandistica che gli occidentali stavano togliendo le loro risorse agli iraqueni stessi, rafforzandosi sul
fronte interno.
A metà anni 90 la situazione di conflitto israelo-palestinese è ad un punto di svolta, tra Madrid e Oslo, ma
non risolve la maggior polarizzazione conflittuale del mondo arabo. L'Urss è crollata, si è verificata
l'implosione dell'Iraq, è nato uno stato ostile all'occidente, l'Iran, e nella seconda guerra del golfo, gli Usa
sono consacrati l'unica potenza nella regione: Di Nolfo parla di pax americana.
Nel Medioriente, l'effetto diretto della fine della guerra fredda determina una situazione di stallo concreto:
il Golfo rimane blindato all'interno delle conflittualità irrisolte tra mondo arabo e cristiano e questo significa
che gli stati dell'area si indeboliscono e che le realtà statutali che emergono dal crollo impero ottomano
sono realtà fragili, quanto emergono attori subnazionali e regionali che spopolano nella regione e si
pongono come nuovi leaders.
21.05.2014
La crisi dei missili a Cuba si risolve con un successo internazionale a livello di immagine per Kennedy, con
l'URSS che deve recedere di fronte alla politica del pugno di ferro statunitense, nonostante la doppia lettera
tra Kennedy e Kruscev (lettera aperta divulgata pubblicamente, che segna la "sconfitta diplomatica"
sovietica e lettera segreta tra i due presidenti) preveda il do ut des tra i due --> si rivedono le posizioni
americane in Europa, attraverso il ritiro dei missili stanziati in Turchia e in Italia. Questa politica da un lato
non tocca la centralità della strategia missilistica statunitense, che in realtà stava già studiando missili a
lunga gittata e si stava evolvendo verso i missili Polaris; dall'altro lato, si viene incontro a certe richieste
dell'URSS, facendo un'azione che comunque si sarebbe fatta (limitare i missili attuali) al di là dell'aspetto
negoziale. E' anche vero che si inizia a percepire la necessità di avviare un negoziato per quanto riguarda le
armi strategiche il prima possibile, portando ben presto l'URSS al tavolo delle trattative e facendolo da una
posizione di forza. Dopo lo shock dello Sputnik del 1957, gli Usa vogliono comunque mantenere una
superiorità tecnologica, ma la crisi di Cuba pone nuovi interrogativi sullo scenario geostrategico globale, tra
cui la posizione della Cina.
Nel 1957 Cina e Urss avevano siglato un accordo in base al quale i russi avrebbero ceduto alla Cina il know
how per potersi dotare dell'arma atomica, ma è anche vero che già dal 1957 si coglie qualche perplessità
sovietica rispetto alla politica estera cinese, che è destinata ad aumentare, destando il sospetto sovietico
che la Cina voglia impossessarsi del monopolio ideologico della dottrina comunista, anche perchè kruscev si
era impegnato a riavvicinarsi a Tito appena salito al potere. Per evitare l'eccessivo avvicinamente tra Usa e
Jugoslavia, l'Urss intervenne, ma i cinesi urlarono all'eresia, che ovviamente non era nelle intenzioni di
Kruscev. La Cina mette in discussione il monopolio ideologico sovietico, facendosi paladina della dottrina
ideologica comunista e questo nasce anche dalla situazione in cui si trovava il comunismo cinese: esso era
un comunismo ancora convintamente sperimentativo e nelle proprie fasi embrionali, era ancora un
comunismo agricolo. La crisi Urss-Cina parte quindi dall'aspetto ideologico, prima ancora che dalle
divergenze seguite alla crisi dei missili di Cuba e si sostanzia lentamente un'evoluzione negativa nei rapporti
sino-sovietici. Immediatamente viene meno l'accordo del 1957 (succederà nel 1960), quando l'Urss ritira il
proprio appoggio alla Cina nel campo scientifico. I cinesi non avevano bisogno, secondo l'Urss, della bomba
atomica e il primo accordo globale sugli armamenti del 1964, siglato tra Usa e Urss, stabilisce proprio la
messa al bando degli esperimenti nucleari in atmosfera. Questa messa al bando, successiva ai fatti di Cuba
e che dovrebbe rappresentare un inizio di distensione, nasce anche dall'esigenza sovietica di fermare la
Cina sul proprio cammino nucleare --> RIBADIRE CHE LE UNICHE DUE SUPERPOTENZE CON IL MONOPOLIO
ATOMICO SONO URSS E USA. Da un lato l'Urss si contrappone alla Cina e dall'altro gli Usa si
contrappongono all'Europa: anche l'Europa inizia ad interrogarsi sulla politica che gli Usa stavano
conducendo nei loro confronti. Il ritiro dei missili dal territorio europeo significava che l'Europa era
scoperta di fronte ad un possibile attacco nucleare sovietico e che viene accontonato il concetto della
"massive resiliation?" di Eisenhower --> il ritiro dei missili significa che ci si avvia all'introduzione del
concetto di risposta flessibile della Nato e della presidenza Kennedy, con gli europei che si interrogano sul
problema di un probabile scoppio della terza guerra mondiale, dove l'Europa sarebbe stata la primissima
linea di attacco.
La risposta dell'entrata della Germania Ovest nella Nato nel 1955 era ancora una risposta parziale e
rimanevano molti interrogativi aperti: da un lato, gli Usa si dimostrano sì forti, ma i fatti successivi alla crisi
di Cuba avevano fatto capire agli europei che comunque c'è stato un oggetto di scambio con l'Urss, che è
stato in parte la sicurezza europea. Gli americani lasciano intravedere la convizione di dover controllare
perennemente l'armamento nucleare: forse la strada per rassicurare l'Europa è dotare la Germania di un
armamento nucleare? Il primo a rompere su questo fronte è Charles De Gaulle, che si crea una dotazione
nucleare autonoma, la quale in ogni caso non avrebbe potuto sostenere una guerra nucleare, ma egli vuole
piuttosto ribadire il margine di indipendenza francese nella determinazione della politica estera. Tuttavia, in
chiave europeista, la Francia stava agendo in maniera ambigua: per certi versi, cercava di essere più
autonoma e di procedere per la propria strada, ponendos contro gli accordi di Roma del 1957 (ad esempio,
De Gaulle è contro la burocratizzazione europea); per altri versi il generale francese vorrebbe un'Europa
forte e con una voce meno flebile nei confronti degli Usa, un'Europa che sarebbe stata chiaramente a guida
francese. Gli inglesi, invece, dopo il terribile colpo di Suez, cercavano di ritrovare la special relationship
come punto fondamentale della loro politica estera e dopo i primi momenti dalla crisi di Suez, la Gran
Bretagna assume il suo ruolo consapevole dei propri limiti e anche gli accordi stipulati di lì in avanti, come
gli accordi delle Bermuda, che dotano la Gran Bretagna dell'arma nucleare, sono condotti sempre sotto
l'egida americana. De Gaulle, quindi, legge nella politica ingelse il lungo braccio della politica americana e
anche per questo la Francia pone il veto all'entrata della Gran Bretagna nella Comunità Europea --> scelta
politica americana in quella fase di far entrare la Gran Bretagna in Europa, di modo tale da far entrare gli
Stati Uniti nelle faccende europee.
Sul fronte orientale, la crisi interna al blocco sovietico era ben peggiore: nel 1964 Kruscev viene destituito,
poichè il comitato centrale non aveva gradito il bilancio magro della sua politica --> viene sostituito da
Breznev, che dovrebbe rappresentare un cambiamento della politica sovietica. Tuttavia, il cambiamento
non è possibile, perchè il dato economico influisce pesantemente sulla situazione interna dell'Unione
Sovietica. Innanzitutto, la crescita economica è lenta e stagnante, i progressi sono limitati, non esiste un
benessere interno all'URSS tale da trasmetterlo ai paesi satelliti e nonostante il potere centrale debba
controllare sia i satelliti che le repubbliche sovietiche, il rigido controllo sovietico non riesce a vincere sulla
situazione economica disastrata già dai primi anni 60. A questo si aggiunge la preoccupazione per l'Europa
Orientale, con paesi satelliti che devono essere rigidamente controllati --> l'unica defezione che si registra a
seguito della rottura con la Cina è quella tutto sommato gestibile dell'Albania, mentre la Romania si
destreggia tra Mosca e Pechino. Nonostante la calma apparente, i fatti del 1953 a Berlino e del 1956 a
Budapest non nascondevano l'insofferenza ancora presente.
Per gli Usa inevce si stava profilando un problema ben più grande, quello del conflitto in Vietnam: è un dato
di fatto che Johnson, cui sono attribuite tante responsabilità, ha portato avanti una politica che si stava già
portando avanti dai tempi di Kennedy. Si stava continuando a ragionare secondo la teoria del domino, in
base alla quale se cadeva il Vietnam, poteva essere messa a repentaglio un'ampia fascia di sicurezza
americana nel Pacifico --> la destabilizzazione di un'area marginale poteva scatenare un conflitto ben più
rilevante. Già Kennedy aveva preso opportuni provvedimenti, sostenendo prima il cattolico Diem e
successivamente destabilizzandolo, tuttavia ora Johnson capisce che bisogna porre un freno all'avanzata
comunista dal Vietnam del nord, che minacciava di unificare tutto il paese sotto l'egida comunista.
All'amministrazione Kennedy si attribuisce anche la responsabilità di aver affossato chi prima si era
sostenuto (Diem), ma il 22 novembre 1963 muore Kennedy, cui subentra il suo vice, Lyndon Johnson. Nel
64 si verifica l'incidente del Tonchino: in questa fase gli Usa avevano pensato di esercitare una positiva
influenza sul Vietnam del sud, favorendone la crescita economica e sociale, ma i vietkong pongono una
minaccia militare --> due cacciatorpediniere vietnamite attaccano due navi americane nel golfo del
Tonchino e il congresso Usa vota nel 1964 la risoluzione del Tonchino: Johnson non agisce in maniera
dittatoriale, ma con un buon appoggio del Congresso e dell'opinione pubblica, che verrà meno negli anni
successivi. Ora Johnson non è più il vice di Kennedy, ma un presidente legittimato da una vittoria elettorale
ottenuta soprattutto grazie alle idee sul fronte interno, dove egli ingaggia delle battaglie per il Welfare
state e per l'abolizione del regime razziale. In politica estera egli invece aveva immaginato un
coinvolgimento militare in Vietnam, ma senza mandare a morire i ragazzi americani: il punto è sempre la
sicurezza nazionale, ma è ovvio che sarebbero stata gli asiatici a combattere per la loro patria, cosa che
sosterrà successivamente anche Nixon. La risoluzione del Tonchino permette agli americani di bombardare
i vietkong nelle loro basi, a cui succederà un attacco da via navale. Inizialmente l'impegno statunitense
manca di una visione strategica: si va in Vietnam e ci si impegna in un intervento sempre più massiccio, ma
senza un vero disegno, senza un progetto politico, che possa poi portare ad una vittoria. Il Vietnam viene
letto secondo l'impostazione di Dulles, ovvero che anche dal Vietnam poteva nascere un problema di
avanzata del comunismo, laddove i vietkong erano sicuramente appoggiati dall'Urss, ma avevano delle
caratteristiche proprie, che non risentivano dell'influenza sovietica.
Il Vietnam coinvolge esponenzialmente un'amministrazione che in realtà sta avanzando in maniera
progressista sul fronte interno, procedendo sulla linea del New Deal rooseveltiano verso un Welfare State e
procedendo verso l'eliminazione della segregazione razziale. La politica estera di Johnson non fu invece
particolarmente brillante e l'effetto psicologico sul Vietnam del sud fu la deresponsabilizzazione del
Vietnam del sud --> gli americani sono i grandi protettori e il Vietnam è una pedina nelle loro mani. Nixon,
quando si ritirerà, cercherà prima di vietnamizzare il conflitto. A fronte della sconfitta che si profilava
sempre più vicina, Johnson afferma nel 1967 che non si sarebbe ricandidato alle elezioni dell'anno
successivo, provocando la caduta del fronte interno: innanzitutto per un coinvolgimento personale e
psicologico, in quanto il Vietnam inizia ad essere percepito come lontano e non influente sulla sicurezza
nazionale statunitense; perciò, l'opinione pubblica inizia a chiedersi che senso abbia andare a morire in
questi posti, o meglio, che senso abbia mandare a morire i propri giovani i quei posti (la coscrizione in Usa
era ancora obbligatoria). Inoltre, il conflitto vietnamita è il primo conflitto mediatizzato, nel quale
l'appoggio dell'opinione pubblica diventa un fondamentale feedback per la politica estera. Cominciano a
trapelare le informazioni per cui, seppure nella violenza, era difficile, per i soldati americani essere onesti e
essere portatori di valori supremi e per l'opinione pubblica sarà uno shock scoprire l'uso delle bombe e del
Napalm sulla popolazione vietnamita. Nel 1968, con l'offensiva del Tet, in realtà si verifica un successo di
immagine per i vietkong, con gli Usa che corrono ad asserragliarsi all'ambasciata di Saigon, ma, negli scontri
sul campo aperto, vincevano gli americani. Con l'offensiva del Tet comincia la politica di rientro americano
dal Vietnam e Johnson decide di non ricandidarsi, in quanto è provato da quanto accaduto in Vietnam ed è
lui che respinge la richiesta del generale Moreland di inviare in Vietnam altri 200.000 uomini. Da quel
momento, Johnson chiede l'apertura di un negoziato, laddove la sfida che si apre al suo successore è ora
abbastanza difficile --> ricerca di una exit strategy e far uscire gli Stati Uniti dal Vietnam, tenendo presente il
fatto che gli Usa non possono giustificarsi facilmente.
Siamo nel 1968, si sta aprendo un fronte di protesta giovanile, di crisi dei sistemi bloccati, che coinvolge
non solo l'occidente, ma anche il blocco orientale, dove si scatena la primavera di Praga: la temutissima
rivolta interna al blocco orientale si scatena definitivamente in Cecoslovacchia, rivelando il limite sovietico =
non riconoscere che la rivolta praghese è interna al partito. La conduzione di Novotny, prona al volere
dell'Urss, è contestata da Dubcek, propugnatore di un socialismo dal volto umano, che cerca una nuova
interpretazione del comunismo, ma i sovietici di Mosca non lo capiscono --> si contesta il partito, non i
principi fondanti del comunismo, che dovevano essere applicati in maniera differente e magari
diversamente da come li predicava l'Urss. Si mette in discussione inoltre il concetto di dottrina comunista,
di ideologia e di paese satellite, con Breznev che ha gli stessi timori di Stalin! La Cecoslovacchia viene quindi
invasa dall'Armata Rossa, intervento deciso dopo la consultazione tra Breznev e i vertici del patto di
Varsavia. I sovietici useranno il pugno di ferro, Dubcek dovrà retrocedere dalle sue posizioni, ma non sarà
giustiziato (scomparirà politicamente) --> l'Urss non può tollerare alcun tipo di cambiamento, in quanto per
sopravvivere il sistema sovietico ha bisogno di rimanere immobile e questo è percepito in occidente come
un segno di chiusura e assenza di libertà.
Nel 68 inoltre Breznev dichiara la dottrina Breznev, in base alla quale si asserisce che gli spazi di critica in
Urss e nei apesi satelliti non esistono, legittimando l'intervento dell'Armata Rossa e del Patto di Varsavia,
nel momento in cui vi siano destabilizzazioni in Europa orientale --> ruolo di liberazione dei paesi
dell'Europa orientale ed è chiaro che le varie dissidenze anti-comuniste e anti-sovietiche vengono lette
come capitaliste e occidentali.
Ancora una volta rimane pienamente al centro delle relazioni est-ovest la Germania, il luogo dove la visione
dello scontro è fisica e percepibile. La dottrina che vige nella Germania di Adenauer per quanto riguarda i
rapporti con la DDR è la dottrina Hallstein del non riconoscimento; inoltre, la carta costituzionale tedesca
prevede che solo la BRD possa attribuirsi la definizione di "tedesco". Per tutta la fase di Adenauer, quindi, la
DDR non sarà riconosciuta e inoltre la BRD è allarmata da qualsiasi provvedimento della politica estera
statunitense, quindi sia le conseguenze di Cuba sia il rapporto tra Germania e Francia destano ora timori e
inizia una discussione sull'orientamento della politica estera europea: conveniva stringere con la Francia o
rispondere a Washington e alla special relationship angloamericana? In realtà ci saranno accordi tra De
Gaulle e Adenauer, nonostante il punto di svolta per la politica tedesca arrivi con la grosse Koalition, la
grande coalizione che porta al governo anche i socialdemocratici e al ministero degli esteri Willy Brandt,
che pone in discussione la dottrina Hallstein. La BRD, secondo Brandt, deve iniziare a guardare a est,
costituendo dei rapporti con la DDR e con gli stati del blocco orientale. La Germania ovest sta vivendo
inoltre un miracolo economico, mentre la DDR era assoggettata a Ulbricht e a Mosca. In realtà, lo spazio di
mavnovra della politica della BRD è stretto, ma esso si amplifica perchè la dottrina della risposta flessibile
della Nato 1967 vede l'Europa rispondere con un tentativo di distensione e di ricerca di maggiore
autonomia. Brandt incontra quindi i sovietici e i polacchi, con la Germania che si sta disponendo a
riconoscere i confini acquisiti del 1945 --> solo attraverso questo atto può iniziare un dialogo verso est. Dal
1970, con i trattati di Mosca e successivamente quelli di Varsavia, con Brandt che si inginocchia davanti al
ghetto ebraico di Varsavia, da un lato si apre all'est, dall'alto si rassicura il blocco orientale, riconoscendo le
frontiere polacche. Le ultime tappe di questo processo si stanno ancora scrivendo e Brandt apre ad un
nuovo ruolo sovietico; essi erano molto interessati all'apertura di rapporti commerciali, cosa che
terrorizzava la DDR, che temeva di essere divorata dalla Germania voest. Furono i tedeschi della DDR a
premere per l'edificazione del muro, per porre fine alla crisi economica che si stava verificando in quei
territori e per questo premettero su Mosca. La Germania orientale non era abbastanza forte e Mosca invita
Ulbricht a farsi da parte a favore di Honecker, il nuovo segretario del partito comunista tedesco. I sovietici
hanno ancora la percezione della loro debolezza economica, ma in questa fase sicuramente lo sviluppo
tecnologico sovietico è accelerato e notevole, nonostante la necessità perenne dell'URSS di avere maggiori
certezze economiche --> la vulnerabilità sovietica passa per la sua debolezza economica.
Con l'amministrazione Nixon, chiamata a risolvere la questione vietnamita, avviene attraverso un primo
ritiro delle truppe di terra, via via accompagnato da un irrobustimento di interventi di altro tipo, come i
bombardamenti. Il conflitto ora prende la piega della vietnamizzazione del conflitto, con Nixon che ne cede
la responsabilità agli abitanti interni: prima mossa politica di nixon. allo stesso tempo, però, gli americani si
rendono conto che vacilla qualcosa nel fronte urss. Nel 1969 si arriva alle prime scaramucce militari sul
fiume Ussuri tra la Cina e l'Urss ed è evidente che agli americani servirebbe una ventata di novità rispetto
alla politica del Two China policy: la Cina rimane sempre un punto delicato della politica estera americana
da gestire. Nixon sgombera l'aspetto ideologico da quello pratico, attuando un'apertura storica alla Cina,
che in sostanza significa 1. gestione più facile della chiusura del conflitto vietnamita (l'implicazione cinese è
evidente perchè il conflitto si sta espandendo a macchia d'olio) e 2. pressione potente sull'Urss,
trascinandola ad un tavolo negoziale sugli armamenti che ormai è indispensabile.
22.05.2014
Siamo alla vigilia dei negoziati sul disarmo: nell'amministrazione Nixon spicca la figura del presidente,
rivalutata nel complesso negli anni, nonostante egli si costringa spontaneamente alle dimissioni nel 1973,
per non essere sottoposto al processo di impeachment. Lo scandalo di Watergate, che riguardava un caso
di spionaggio interno, ha condizionato l'immagine del presidente a livello interno, sebbene
complessivamente il giudizio della sua politica non sia così negativo. La figura di Nixon nel contesto è quindi
chiaro-scura, soprattutto per quanto riguarda la politica estera, di cui fu il grande interprete Kissinger,
nonostante Nixon l'abbia sempre seguita da vicino  si può parlare di un tandem Nixon-Kissinger, che
intraprese scelte liberali, alcune anche non semplici, come quella di ritirare i soldati dal Vietnam, con
un'impresa che richiese un lungo periodo di preparazione e un cambio di strategia politica. Bisognava
preservare la faccia di fronte alle pressioni dei democratici sul congresso, ma allo stesso tempo fuoriuscire
dal Vietnam, laddove la gestione dell'exit strategy si prospettava particolarmente complessa; tuttavia, l’exit
strategy dal Vietnam intercettava la questione sino-statunitense: avvicinamento alla Cina, la quale in quella
fase era in aperto dissidio con l’URSS (nel 1969 avvengono i primi scontri lungo il fiume Ussuri) e che dava
adito a speranze di poter realizzare un avvicinamento per far uscire la Cina dal suo isolamento
internazionale e per infastidire i sovietici, cogliendo l'occasione di portarli ad un tavolo per un negoziato
sugli armamenti strategici. Questo negoziato era una prosecuzione dell'accordo grazie al quale si era messa
al bando la sperimentazione nucleare in URSS, servita per porre paletti ai cinesi e ai francesi. In questa fase
esiste ancora un bipolarismo che, anche in termini di armamenti nucleari sovietici e statunitensi, è
intenzionato a rimanere tale. L'exit strategy non consistette in un immediato rientro, ma al contrario c'è
una fase di allargamento del conflitto.
Infatti, da un lato è vero che (anche con Johnson) si ridimensiona il numero di uomini occupati in Vietnam,
ma dall'altro Nixon allarga ulteriormente il fronte vietnamita, estendendo alla Cambogia e al Laos il
controllo statunitense, nel tentativo di tagliare i rifornimenti al Nord Vietnam. Questo tipo di politica in
realtà aumenta una condizione già drammatica e successivamente in estate si estenderà l'influenza
sovietica sulla Cambogia. La Cina vede il progresso dell'influenza sovietica in una zona che potrebbe essere
il suo giardino di casa, in quanto l’Urss appoggia chiaramente Vietnam del nord, con Hanoi che si riferisce
all’URSS e non alla Cina! La Cina invece estende la propria influenza sui khmer rossi cambogiani,
aumentando le criticità sino-sovietiche. Allo stesso modo, Nixon parla apertamente di vietnamizzazione del
conflitto, ridando responsabilità al Vietnam del sud, perché da quando gli Usa decisero negli anni 60 di
inviare consiglieri militari americani in Vietnam del sud, si avvia in realtà una situazione in cui il Vietnam del
sud passa sotto la tutela militare degli Usa, che fanno la guerra al posto dei vietnamiti. E' evidente che è
tardi ormai per la vietnamizzazione del conflitto e nel momento in cui i vietkong, che sono estremamente
efficaci militarmente (anche se non lo sono in territorio aperto), sono stati in grado di tenere in scacco le
forze americane, è impensabile per gli Usa arrivare ora ad una stabilizzazione del conflitto, a maggior
ragione della chiarezza che il Vietnam del nord ha una strategia anche politica di cui è sprovvisto il Vietnam
del sud e nel momento in cui l'exit strategy americana sarà portata al termine lasciando il territorio, sarà
evidente che il Vietnam del sud sarà destinato a cadere. Nel 1975 il Vietnam sarà unificato sotto il nord,
salvo poi la zona del conflitto e dell'estensione, che si allargherà conflittualmente in tutta l'Indocina.
A tutto questo si lega un problema del fronte interno, di come Nixon vive la situazione post 68, con
un’opinione pubblica ancora fortemente vigile su quello che sta accadendo all'interno e in Vietnam,
orientata alla contestazione e in questa fase si verificano molte fuoriuscite di informazioni: nella prima fase
dell'amministrazione Nixon escono i pentagon papers, dei documenti che riguardano un'analisi fatta sul
coinvolgimento americano in Vietnam che non dovevano arrivare nel circuito mediatico. Nixon è
costantemente ossessionato dall'idea di chiudere le falle, da cui potevano fuoriuscire queste informazioni e
ciò lo fa grazie al lavoro costante di alcuni uomini, i plumbers, che dovevano tappare le falle informative.
Ciò significa che si porta avanti una politica borderline sul fronte interno per quanto riguarda la legalità, in
cui si esercita un controllo molto stringente sui cittadini americani. --> quanto l'amministrazione Nixon
riesce a rimanere in un ambito di piena legittimità? L'atteggiamento si ripercuote sulla politica estera, dove
avviene una dicotomia tra la “mission” americana e la lotta al comunismo, portata avanti al contempo con
mezzi sempre più disinvolti e imputabili non sempre agli Usa (vedi Diem, che era sì sostenuto dagli Stati
Uniti, ma le politiche nazionali non potevano essere portate avanti dagli Usa e inoltre inizia un periodo di
uccisione dei dittatori dispotici); anche in Cile gli Usa ostacolano l'ascesa democratica al potere di Allende,
non fermandosi di fronte all'elezione democratica e libera del presidente cileno  gli Usa cercano di
rovesciare un regime legittimamente eletto e questa disinvoltura in politica estera pone il problema che,
essendo quest’ultima interpretata in maniera particolarmente realista per Nixon e Kissinger, il realismo
possa prendere la mano sulla razionalità e sull’efficacia di quello che era, secondo Kissinger, lo strumento
primario della politica estera, ovvero la balance of powers.  Lo scontro bipolare deve essere gestito in
termini equilibrati tra sovietici e americani, considerando che il disarmo non è più un problema simile a
quello degli anni ’50 e anzi ora si pone non più il problema nucleare QUANTITATIVO, in quanto entrambe
hanno lo stesso quantitativo di armamento ma bilanciato, quanto il concetto di deterrenza: creare un
deterrente ad aggressione altrui, laddove il deterrente non è più potenziale in termine di bombe, ma in
termini di collocazione geostrategica delle bombe e alla gara missilistica: quanto sono in grado di far
arrivare le bombe sull'obiettivo, con precisione e velocità? Nel 1957 gli Usa avevano percepito il missile
gap: idea statunitense secondo la quale i sovietici avevano realmente messo in dubbio la prevalenza
americana, ma poi si scopre il bluff dello Sputnik, inizia lo sviluppo dei missili polaris, che continua lungo
tutti gli anni Sessanta; nel campo sovietico la ricerca in campo missilistico prosegue con la gara nella spazio,
con i sovietici tengono più al colpo di teatro per condizionare l'opinione pubblica, gli altri e se stessi della
loro superiorità. Gli Usa sviluppano invece tutta una ricerca sull’imitazione degli armamenti strategici, con
gli americani che rispondono efficacemente all'ipotesi di un'aggressione sovietica che porti gravi danni agli
Usa con il second strike e con grande efficacia, distruggendo i centri vitali sovietici e l'idea che l'avversario
sia in grado di vincere e chiudere automaticamente il conflitto. Il nuovo fulcro del dibattito nucleare sono
quindi il “first strike-second strike”, ma in realtà la questione è complicata, anche perchè gli Usa stanno
facendo ricerche sui sistemi antimissile, che sarebbero in grado di destabilizzare il confronto in termini di
armamenti  se ho un efficace sistema anti missile, sono in grado di neutralizzare un attacco nemico e non
è detto che un sistema anti missile debba essere un'arma difensiva; al contrario, essere in possesso di un
sistema antimissile difensivo renderebbe gli Usa in grado di portare un attacco efficacissimo, creando uno
squilibrio e non commettendo l’errore di pensare che sia difensivo, non offensivo.
Si lavora anche al MIRV: missili a testata multipla, che prefigurano un risparmio di risorse economiche per
la loro produzione. La discussione ha in realtà molte sfumature e la discussione sul disarmo è molto
articolata: i negoziati del SALT I e II, attorno ai quali ruota tutta la politica strategica statunitense e
americana negli anni 70, c'è la possibilità di usare l'armamento strategico, anche grazie al nuovo
riavvicinamento con la Cina, che potrebbe avvantaggiare gli Usa. Nonostante nei primi anni 70 la Cina porti
a casa il posto nel consiglio di sicurezza all’ONU, essa non parteciperà ai SALT, in quanto già nel 1964 si
verifica la prima esplosione nucleare cinese e quando vengono firmati i primi Salt, la Cina è in possesso di
un arsenale nucleare a media gittata che le permetterebbe di colpire il territorio sovietico. Per i sovietici si
pone l'ipotesi che gli Usa possano colpire per primi e successivamente i cinesi su un altro fronte:
sicuramente l’ipotesi è fantascientifica, ma è considerata e questo per i sovietici è una fonte di
preoccupazione  al tavolo dei negoziati, gli Usa arrivano con il pensiero di uscire dal Vietnam, ma con un
successo della collaborazione cinese; Mao è realista e si tratta sempre di un paese culturalmente
lontanissimo e le trattative di avvicinamento sono comunque improntate ad un grande realismo, per cui gli
Usa lasciano Formosa (non lasciando però che essa passi sotto sovranità cinese o autonoma,
semplicemente abbandonano la Two China policy  gli Usa conservano però la giurisdizione su Formosa).
Tuttavia, sul fronte interno, dal giugno del 71 emerge il Watergate e l'andamento di esso è abbastanza
prolungato, con implicazioni pesanti dal punto di vista sociale. Nel 1973 quando ormai il congresso ha
concluso il capitolo iniziato con la risoluzione del Tonchino e che si chiude con il warfare, non è consentito
agli Stati Uniti di partecipare o mettere le mani nei confronti del Vietnam e in Indocina e questo viene
sancito a livello congressuale. Dal momento in cui si apriranno i negoziati, gli Usa dovranno esserne fuori e
l'exit strategy di Nixon non sarà più facile come egli pensava.
Quando Nixon decide di fare invadere la Cambogia, lo fa con un'operazione segreta, negando di aver
mandato aerei da bombardamento con una core operation (è impensabile fare partire segretamente degli
aerei per bombardare, questo significa modificare i dati dell'operazione all'opinione pubblica): la mania di
segretezza è abbastanza ingenua, come si può pensare che il coinvolgimento Usa non emerga? Il Nixon del
1972 è un presidente che già sente le problematiche interne che stanno uscendo e nonostante entrambe la
potenze volessero andare al negoziato da una posizione di forza, a questo punto prevalgono esigenze
politiche e militari, con l’emergenza in Vietnam che deve essere affrontata, nonostante gli Usa non abbiano
un disegno preciso su di esso.
Nixon ha un gap di credibilità, con un impatto sulla sua politica e nel 1972, quando nel giugno di arriva ai
Salt, la discussione riguarda i limiti ai sistemi di difesa: per riportare l'equilibrio e la deterrenza ad uno stato
soddisfacente è necessario trattare il problema dei sistemi antimissile, che devono essere ridotti e si
realizza una convenzione provvisoria che congela lo status quo dei rispettivi contingenti nucleari basati sulla
terra (ICBM) + si pone tetto alle flotte dei sottomarini, come un tentativo di dare un relativo vantaggio ai
sovietici, ma in realtà il vantaggio sovietico viene dal fatto che la tecnologia basata sui raggi
intercontinentali a testata multipla era americana e quindi ci avrebbero perso gli Usa. Nel 1972 si raggiunge
la PRIMA FORMA DI ACCORDO e si può iniziare a parlare di distensione: in qualche modo il realismo di
Kissinger e di Breznev porta a casa dei risultati. A questo risultato si aggiunge il fatto che i sovietici sono
anche spinti da una molla che è in realtà la molla forte della necessità di cercare anche accordi commerciali
con l'occidente (politica di Brandt, che riesce a trovare un fronte morbido grazie al fatto che l’URSS è
interessata a trovare uno scambio economico con l’ovest). Senza un nuovo apporto di grano, l’URSS
avrebbe rischiato l'ennesima carestia e per la stabilità politica interna, bisognava aprirsi al commercio per
attutire una tale mancanza di autonomia economica e finanziaria e bisognava inaugurare una politica
stabile commerciale per evitare gli effetti devastanti di una mancante autonomia economica e finanziaria,
dove gli Usa risulterebbero il partner commerciale in grado di fornire prestiti e approvvigionamenti di
grano. Per la prima volta però, negli anni settanta, anche gli Usa stanno vivendo un periodo di crisi, con il
dollaro che si deve sganciare dalla convertibilità aurea (dopo Bretton Woods del 1944) e gli Usa avevano
iniziato a importare più di quanto esportavano: anche la moneta americana viveva un periodo di minor
prestigio. In questa fase anche l’elemento economico può portare i sovietici al tavolo negoziale e il
tentativo di agganciare la distensione passa anche per gli scambi commerciali, sebbene ci sia chi, nel
congresso, pone questioni di principio: rispetto all’eventualità di accordi commerciali con l’Urss, si pone
come primaria la questione dei principi = emendamento Jackson-Vanik passato in congresso, che lega la
questione degli accordi commerciali all’Urss al problema dei profughi verso Israele, provenienti dall’URSS.
La politica sovietica era di chiusura contro Israele: i cittadini di religione ebraica non potevano emigrare
verso Israele e questa questione è un esempio di negazione dei diritti fondamentali della persona. Il
congresso cerca di affermare il ritorno della politica americana alla tutela di questi principi basilari: questo
emendamento è un deterrente all’elargizione del prestito all’URSS e i sovietici sono ben alterati di fronte a
questo tipo di condizione. Spesso in termini di risultato paga più il realismo che il principio  momento di
arresto del processo di distensione, che invece si doveva fondare anche sugli accordi commerciali, cui i
sovietici tenevano moltissimo.
L’Europa si sta orientando nel senso di un’apertura verso la Germania orientale, con l’amministrazione
americana che non vede questa nuova politica di buon occhio. Questa politica orientale rientra nel
processo di distensione, dove rientra anche la concezione di balance of power (di Kissinger): gli accordi che
Germania stipula con Mosca e Varsavia garantiscono il rispetto delle frontiere stabilite dopo la seconda
guerra mondiale e anche su Berlino viene garantito un accordo: non deve più costituire un luogo da cui si
fomentano le crisi e tutto questo può essere risolto con accordo che riconosca la status di Berlino siglato
dalle ex potenze occupanti. Nessuno minaccerà l’unificazione dell’unificazione di Berlino e la Germania
abbandona la dottrina Hallstein, si inserisce in un quadro positivo che è destinato a progredire quando in
Europa si apre il discorso propositivo sulla CSCE.
La CSCE deve essere letta con una buona continuità rispetto a quanto detto finora, ovvero dev’essere
interpretata come un tentativo di portare avanti il discorso sul disarmo e di estendere questo discorso
all’Europa. Si mette in gioco anche quello che era stato aperto con la Ostpolitik = continuità dei rapporti tra
Europa occidentale e orientale, ma si sa che gli elementi di debolezza sovietici sono non solo dati
economici, ma anche il dato politico diventa importante, nella misura in cui l’Urss cerca di mantenere il
controllo saldo sui paesi satelliti e sulle repubbliche sovietiche interne e dove si registra una certa
continuità. Sull’anello esterno, come dimostra la primavera di Praga del 1968 e la dottrina Breznev, è chiaro
che queste azioni dimostrano quanto l’Europa orientale sia un anello vitale per la sopravvivenza dell’URSS.
È altrettanto evidente che la Ostpolitik ha in qualche modo costituito un elemento di iniziale e potenziale
rottura di questo controllo, in quanto lascia un margine d’iniziativa all’Europa occidentale e orientale,
riportando la centralità delle relazioni all’Europa. Kissinger è convinto che non sia il caso di iniziative
indipendenti da parte dell’Europa verso l’URSS, ma questo è un momento di miopia da parte del segretario
Usa, perché l’iniziativa europea si iscrive in un punto debole sovietico: l’iniziativa europea intercetta la
volontà sovietica di stringere dei legami sovietici con l’ovest.  oltre al discorso sul disarmo, si può parlare
di accordi economici. Nel 72-73 si apre la conferenza con l’idea di riportare tutto il discorso ad un progetto
di distensione, mentre successivamente ci sarà la conferenza MFBR sul disarmo che tratta del disarmo e
dell’armamento convenzionale in Europa. (The aim of the negotiations was an agreement on
disarmament and control of conventional arms and armed forces in the territories of Federal Republic of
Germany, the Netherlands, Belgium and Luxembourg (from NATO) and East Germany, Czechoslovakia
and Poland (from the Warsaw Pact). The talks were attended by representatives from these nations, as
well as the United States, Britain, Canada and the Soviet Union.)
In questa chiave l’amministrazione americana continua ad essere sfidata e Ford, salito al potere nel 1973,
continuerà sostanzialmente la politica di Nixon: egli continua a gestire i rapporti est-ovest sulla base della
politica di balance of powers. Nell’agosto 1975 la CSCE approda all’atto finale di Helsinki: questo accordo
coinvolge stati europei, stati del blocco sovietico, Canada e Stati Uniti. La caratteristica di quest’atto è che
non ha un contenuto vincolante, sembra una raccolta di buone intenzioni, ma in realtà a Helsinki si arriva
alla fase culminante del processo di distensione. Innanzitutto, l’Europa è tornata alla ribalta ed è un attore
attivo in grado di prendere iniziative riguardo all’ovest, ma anche all’est. Si parla di cesti, di panieri di
accordi, che sostanzialmente portano avanti la Ostpolitik e riguardano la sicurezza in Europa, la non
ingerenza nelle questioni interne, la rinuncia all’uso della forza, il rispetto dei diritti umani, il
riconoscimento dei confini post seconda guerra mondiale, la cooperazione economica, l’indizione nel 77 di
una nuova conferenza a Belgrado. La questione del rispetto dei diritti umani contraddice spesso le
condizioni dei diritti nei paesi orientali, ma alla fine, grazie al realismo sovietico e statunitense, questo terzo
punto sui diritti umani viene accettato. Il processo sui diritti umani diventa un futuro sostegno per quei
movimenti che continuano a prodursi nell’Europa orientale, come Charta 77 in direzione di maggior
autonomia e liberalizzazione. Tuttavia, l’URSS censura il punto sui diritti umani in Cecoslovacchia, Havel si
ribella e gli intellettuali redigono la famosa Charta 77: molte forze interne nei paesi dell’Europa orientale si
organizzano per ribellarsi e questo paniere sui diritti umani è sottovalutato dagli stessi sovietici, che da un
lato non vogliono abbassare il controllo sui satelliti, ma dall’altro sono attirati dalla questione dei diritti
umani, che non si è certo spenta dopo Praga.
Un nuovo interprete nel cambio di amministrazione sale al potere dopo Ford, Carter, democratico, che ha
una concezione molto diversa della politica americana rispetto a Kissinger  egli portava avanti
l’affermazione dei principi che portava a degli esiti di politica estera di irrigidimento (paradossalmente).
L’esito finale più volte è stato un necessario irrigidimento, perché i principi hanno come necessità
collaterale un irrigidimento delle proprie posizioni. Carter vuole un gestione meno disinvolta dei principi
della politica estera ed è chiaro che carter, con le sue azioni, si ripercuoterà in una ridiscussione del riarmo
e di sottoporre la questione est-ovest alla questione dei diritti umani. La sua amministrazione sarà in linea
rispetto ai diritti umani del terzo paniere di Helsinki. Il realismo di Kissinger ha portato ad una grande
distensione, mentre con Carter il discorso si va complicando, perché si pone il problema che i sovietici
hanno l’idea di invadere l’Afghanistan.
L’Afghanistan è un nodo strategico della politica sovietica, che si rifà alla politica russa. La valenza strategica
dell’Afghanistan è indubbia, ma gli americani sono stupiti rispetto ad un’operazione speculare rispetto alla
loro in Vietnam, così inusuale per i sovietici: si tratta di dare man forte al regime comunista afghano, che
aveva vinto le elezioni autonomamente ben prima dell’intervento sovietico, ma che poi sarà travolto da
quello che è la multietnicità dell’Afghanistan. I sovietici pensano che un’invasione potrebbe essere
risolutiva, ma in realtà si verificherà il Vietnam sovietico. Per l’URSS essa fu la tomba politica, essa costò
moltissimo in termini politici e nel breve periodo l’Afghanistan ha significato il blocco della politica di
distensione. A questo punto, gli Usa bloccano il dialogo e emergono la crisi iraniana, la crisi degli ostaggi e
l’inizio dei nuovi problemi in Europa orientale, con agitazioni in Polonia. Nel 1980 Solidarnosc inizia a
movimentare le folle polacche, proprio come fa anche il papa Karol Wojtyla e in quel decennio il sistema
sovietico entra definitivamente in una crisi che era iniziata ben prima, aveva i suoi germi molto prima (anni
60), anche perché economicamente non funzionava la politica economica sovietica nei satelliti. Con la
politica reaganiana gli Usa riprendono la corsa agli armamenti verso lo scudo stellare, che per i sovietici
però non è più sostenibile e nel giro di un decennio l’Urss cadrà.
23.05.2014
Il 1989 è un anno di avvenimenti epocali: se fino a quel momento la realtà bipolare sembrava demolibile
solo a prezzo di un’instabilità permanente e se Andreotti definiva la pace ormai garantita proprio
dall’esistenza del muro, come mai la caduta del muro è avvenuta in un contesto di tale calma? Come mai la
rivoluzione non comportò alcuno spargimento di sangue? Carter cerca di improntare la sua politica estera
accordi si può cancellare il modello di distruzione reciproca, per il quale si era mantenuta la deterrenza fino
a quel momento. Il suo approccio non era meno realista, ma anzi Carter voleva premere sull’URSS
sfruttando il paniere dei diritti umani promosso dalla CSCE. Nella mente di Carter, i diritti umani dovevano
costituire un punto di discussione comune (anche dando sfogo alle rivendicazioni interne al blocco
sovietico, come quelle emerse in Cecoslovacchia nel 68). Tuttavia, l’Urss sembrava una creatura immobile,
rappresentata ancora da un segretario statico come Breznev, che non si poneva il problema del dialogo.
La presidenza di Carter è completamente condizionata dagli avvenimenti iraniani, non c’è alcun tipo di
avvenimento di politica estera che abbia più condizionato il presidente americano, portandolo ad un
drammatico insuccesso. Carter in realtà si trovò di fronte ad una vicenda iraniana che coinvolgeva uno
scenario ben più ampio e strategico, che si estendeva anche sul golfo persico. L’idea di Carter è comunque
di portare avanti i SALT e quindi gli accordi sul disarmo e sulla riduzione dell’armamento. Il piano che
prosegue rileva una riduzione agli armamenti risibile, infatti gli armamenti rimarranno su livelli alti e stabili;
nei SALT non si vede una riduzione consistente dell’armamento. È vero però che comunque gli accordi e il
negoziati tracciano dei confini intorno alle paure reciproche, allentano il clima di tensione e tutto questo è
ssa invaderà nel dicembre 1979
l’Afghanistan, a quel punto Carter interromperà la discussione in senato rispetto al SALT II e
l’atteggiamento dell’amministrazione si irrigidirà verso l’URSS. Vengono immediatamente boicottate le
olimpiadi di Mosca, vengono ostacolati i negoziati commerciali, ma allora viene da chiedersi perchè l’URSS
invada l’Afghanistan. L’intervento militare diretto fuori dalla sua area è una novità nella politica sovietica e
avviene perché in Afghanistan si poteva pensare di estendere l’influenza sovietica, in quella che era
comunque una zona calda per gli interessi sovietici, in quanto esso confina con le repubbliche sovietiche,
primo cerchio della politica sovietica. Le repubbliche sovietiche potevano diventare un problema potenziale
se attorno alle frontiere si fosse creata un’influenza musulmana, che avrebbe causato agitazioni interne alle
repubbliche. L’Afghanistan significava anche Golfo persico nell’ottica americana e l’intervento in
Afghanistan diventa per gli Usa un intervento che i sovietici compiono per influenzare il Golfo persico, nel
domino e se l’Afghanistan fosse stato
totalmente satellizzato dall’URSS, essa avrebbe esteso il proprio controllo su un’area che era di vitale
importanza per gli Usa. Da un lato quindi, questo era il modo in cui gli Usa intendevano l’invasione sovietica
in Afghanistan; dal canto loro, i sovietici imputano la scelta di questa invasione a Breznev, che infine
approva l’intervento militare, rispetto a consiglieri a lui vicini che erano convinti del rischio che stavano
correndo. Ci si attendevano le reazioni americane, come il boicottaggio economico (accordi su cereali e
sulle esportazioni) e in realtà la situazione economica sovietica era estremamente difficile. In dieci anni
l’URSS imploderà, ma già nel 1979 l’URSS sembrava tecnologicamente all’avanguardia (dal 1957 in poi il
sistema sovietico si muove verso l’investimento dell’armamento e nell’industria pesante), ma al di là del
settore militar-industriale che era ipersviluppato, gli altri settori erano davvero atrofizzati e l’URSS sapeva
bene che l’approvvigionamento agricolo e alimentare era fragilissimo. L’URSS si struttura su uno scambio
economico di energia verso l’Europa contro materie prime alimentari, ma questo scambio porta l’URSS a
continua a dipendere all’estero per il rifornimento di materie prime e anche l’innovazione viene meno,
perché manca la capacità innovativa del regime, in quanto ormai tutto avveniva in un’estrema segretezza:
non si disponeva dei dati reali e attuali sulla condizione e sulle situazioni sovietiche (forse solo il KGB li
conosceva). Questo sistema ha quindi i limiti chiari posti da Breznev quando i suoi consiglieri gli consigliano
di non intervenire. La situazione in Afghanistan però era delicata, in quanto si coinvolgevano le repubbliche
sovietiche e per primi i sovietici si trovavano di fronte al rischio di islamizzazione delle repubbliche: fattore
di destabilizzazione su cui potevano intervenire gli americani. I sovietici iniziano inviando consiglieri militari
come fecero gli Usa in Vietnam e sperano di poter contenere i disordini interni attraverso l’invio di
consiglieri militari, ma ci sono grandi difficoltà, che sono destinate ad esplodere dopo lo scoppio della
rivoluzione khomeinista in Iran. Gli americani vedono crollare il loro solidissimo appoggio in Iran, la
rivoluzione khomeinista spiazza tutti perché è totalmente fuori dalle logiche di potere che lo renda
assimilabile ai leader occidentali. Si tratta di un concetto di potere religioso ed egli cerca di impedire
qualsiasi possibilità di laicità dello stato. L’elemento forte di questa rivoluzione è l’elemento islamico, che
sfugge dalla logica bipolare. I sovietici non erano dietro alla rivoluzione iraniana, ma anzi pensano che ci sia
poter intervenire nella zona vitale del Golfo persico, giustificandosi dietro ad un attacco sovietico. Anche la
rivoluzione iraniana va sul piatto dei “pro” per Breznev ed questa diventa un buon motivo per il leader
sovietico per intervenire in Afghanistan. C’è anche il fatto che all’interno dello stesso nucleo di comunisti
filosovietici in Afghanistan ci sono delle rivalità: i sovietici vanno ad impelagarsi su un territorio difficile, con
una guerra asimmetrica e dagli attori non ben definiti. Questa è inoltre un costo enorme per uno stato che
non se lo poteva permettere e il dato umano, che è una componente delle grandi scelte che condizionano
l’andamento della guerra è dato anche dal dissidio tra i comunisti filosovietici afghani (Taraq e Amin, che fa
incarce
sovietiche. Applicare le categorie bipolari a scenari periferici è ancora l’errore principale
dell’amministrazione sovietica, una destabilizzazione che, nel caso statunitense, sarebbe arrivata fino al
Pacifico in Vietnam, oppure, nel caso sovietico, nel golfo persico in Afghanistan. Gli Usa avevano sostenuto
mujaheddin
il nemico del mio nemico diventa
mio amico è la filosofia di tutto questo periodo, ma è anche diventato foriero di problemi ancora più grandi.
I sovietici non immaginavano l’intervento Usa! In Afghanistan ci sono anche zone che sono permeabili dal
Pakistan e dal Libano e quando i sovietici decidono di intervenire, si verificano azioni di guerriglia anti
sovietica, cosa che loro non avevano certo valutato. Lo smacco, gli effetti intollerabili, lo scontro
tecnologico furono elementi non trascurabili all’interno del conflitto, in quanto gli Usa utilizzarono missili
nuovi per lanciare un messaggio ai sovietici: siamo tecnologici quanto voi. Al di là del fatto che i conflitti
interni in Afghanistan siano un colpo ammortizzabile, bisogna anche controllare ciò che i soldati riferiscono
sospensione dei SALT. Si è giunti al problema degli euromissili e ancora una volta l’Europa si interroga sul
proprio ruolo e la propria sorte nell’atto finale di Helsinki. Gli euromissili erano schierati dall’URSS
nell’anello più esterno in modo tale da poter colpire a 360 gradi tutto il pianeta. Ora, questo pone il
problema riguardo alla reale efficacia dei SALT, che non possono risolvere il problema dei missili. L’Europa
ancora una volta era al centro dei discorsi e l’Italia tra loro.
Nell’aprile 1980 avviene il disastroso tentativo di Carter di liberare gli ostaggi americani prigionieri in Iran:
in realtà, questa operazione affosserà l’amministrazione Carter in un momento critico e il presidente fallirà
in seguito a questa crisi. Carter prenderà pochissimi voti alle elezioni e perderà in quasi tutti gli stati
americani, lasciando l’idea di un presidente estremamente debole, ma di fatto si trovò di fronte ad una
situazione internazionale assolutamente sfavorevole. Il tentativo di liberazione degli ostaggi fallì davanti
agli occhi del mondo intero e riportò per questo una sconfitta bruciante alle elezioni che elessero Reagan,
ma Carter non fu un tappetino. La successione a Carter fu inaspettatamente quella di Reagan, un ex attore
western di Hollywood: sottovalutare Reagan fu un grandissimo errore, come lo fu sottovalutare l’onda di
oltranza aveva fatto precipitare il confronto bipolare in uno stato di instabilità perenne e i sovietici erano
riusciti a destabilizzare un’area mediorientale proprio per le disattenzioni statunitensi, che erano invece
concentrati sulla distensione. Ad un certo punto però, Reagan rispolvererà dei moniti di tempi ormai andati,
parlerà di impero del male, riferendosi all’Unione Sovietica, quasi a riscoprire il maccartismo statunitense e
riappropriandosi di un dato ideologico che era prima passato in secondo piano. Reagan sarà anche il
fautore di una politica molto diversa sul fronte interno, egli lancerà la reaganomics, proclamerà che il
governo non ha problemi perché il governo è il problema: meno governo, meno stato, ridiscussione del
welfare per stare meglio. Allo stesso tempo Reagan porta avanti una politica che vuole riportare i sovietici
al tavolo negoziale, ma alle sue condizioni, ovvero da una condizione di forza degli Stati Uniti: gli Usa
aumentano le spese per gli armamenti e dall’81 all’87 crescono del 43% gli investimenti in armamenti,
premendo sull’URSS e intercettando l’elemento della debolezza sovietica, ovvero sfidandola su un piano di
un nuovo investimento economico che ne avrebbe provocato la morte in breve tempo. Reagan affianca a
questo un’idea di enorme impatto dal punto di vista tecnologico: lancia lo scudo stellare, un modello di
difesa strategica che pensa di portare nel
specialmente quelli intercontinentali, non con un armamento nucleare, ma con un’arma tecnologica come
lo scudo, con il quale si potevano intercettare i missili sovietici e quindi 1. Usa potevano vanificare il second
strike sovietico e 2. Si sfida l’Unione sovietica al rialzo. Lo scudo stellare non è una cosa che viene
propagandata e realizzata velocemente: i tempi per la realizzazione dello scudo sarebbero stati attorno ai
20 anni e in realtà Reagan dà il via ad una serie di ricerche in merito, che comunque creano un gap
riarmo americano contro i SALT, mentre gli americani si proteggono dicendo che stanno sviluppando un
modello difensivo, non offensivo. È chiaro che l’URSS ha una difficoltà reale, soprattutto perché nell’80
iniziano nuovi problemi in Polonia, si tratta di un sindacato che attrae i lavoratori, è di matrice cattolica in
uno stato cattolicissimo e c’è un rischio nuovo di destabilizzazione in un paese che la dottrina Breznev
considerava fondamentale per la propria sopravvivenza, ma intervengono prima i militari polacchi e
portano al potere il generale Jaruzelski per evitare le conseguenze di Budapest. Jaruzelski ha salvato la
Polonia da un futuro simil-Cecoslovacchia!
Ascende inoltre al soglio pontificio il primo papa non italiano, Wojtyla, e muore anche Breznev, cui succede
Andropov. Ad Andropov viene affidato il compito di risollevare l’Unione sovietica e di realizzare riforme
strutturali che avrebbero perm
dell’occidente e ben presto Andropov morirà, per essere succeduto da Cernenko: nel PCUS prevalgono le
forze che guardano con terrore al fatto che il processo di rinnovamento venga portato a termine. Andropov
aveva iniziato a ripulire la dirigenza e il partito, mentre Cernenko era l’ex segretario di Breznev e quindi
rappresenta il tentativo di riportare tutto all’immobilità. Si prende atto che nel partito c’è una fazione
conservatrice che se la batte con una fazione pro-riforma strutturale. Chiaramente la lotta all’interno del
partito era assolutamente sconosciuta in occidente, dove si ha qualche vaga impressione che non tutto
funzioni. In realtà in occidente filtra poco della realtà sovietica, ma quando nell’85 Gorbaciov va al potere,
si capisce che il messaggio è diverso. La nomina di Gorbaciov è l’opzione meno conservatrice per il PCUS.
Nel febbraio 1986 Gorbaciov chiarisce immediatamente le sue posizioni, per la prima volta viene
menzionata la parola perestrojka = riforma. Al concetto di perestrojka Gorbaciov accompagnerà la glasnost,
trasparenza. Egli sta cercando di imprimere sempre all’interno di un sistema immobile qualche accenno di
riforme, che implicitamente avrebbero portato ad un ribaltamento della nomenklatura e ad una
liberalizzazione in economia. Via via c’è un rientro su molte condizioni, ma soprattutto si paragonano
Gorbaciov e Kruscev: entrambi furono portatori di novità, ma Gorbaciov ha per la prima volta nella sua
concezione strategica un grosso cambiamento, ovvero l’idea che l’Europa orientale non sia
necessariamente un fattore di sopravvivenza per l’URSS --> è già disposto a lasciare dei margini di manovra
e libertà all’Europa orientale, che Kruscev con la destalinizzazione non aveva previsto. Secondo Gorbaciov è
arrivato il momento anche per l’Europa orientale di aprire ai movimenti di rinnovamento nati all’interno dei
essere il tutore e il protettore dell’Europa orientale, scelta e merito che si attribuiscono a Gorbacev. La
strada in questa direzione permetterà di arrivare alla caduta della DDR e dei regimi orientali con rivoluzioni
di velluto. È evidente che Gorbacev deve affrontare problemi come l’Afghanistan: è necessario rivedere
tutte le direttive strategiche dell’URSS, che negli anni ‘70 ha anche un altro teatro di azione, il terzo mondo
come l’Angola e il Mozambico, dove però non interviene direttamente + si è stabilizzato lo scenario del
Medioriente, ma non quello orientale, con la Cina che combatteva contro il Vietnam e l’Indocina era
spaccata tra alleanze con la Cina o l’URSS, rappresentando sempre uno scenario instabile. Ora Gorbaciov,
per agire, ha bisogno di una precondizione per riprendere qualsiasi negoziato: gli americani rinuncino al
progetto di scudo stellare, rinuncino a quell’idea che bene o male è impraticabile per l’urss. È evidente che
c’è una successione di evrtici molto scenografici, ma falliti, a partire quello di Reikjavik del 1986 anche
perché le divisioni del PCUS sono proprio interne al partito stesso.
È chiaro che tutte le proposte di compromesso sovietico sono sostanzialmente dei fallimenti perché
rifiutate dagli americani, che volevano dettare le condizioni dei negoziati. A febbraio 1987 a Gorbacev non
rimane altro che aprire un negoziato sugli euromissili e quindi ripartire dall’Europa, bypassando la richiesta
che gli americani rinuncino al loro progetto di scudo stellare e lasciando correre la realtà. Nel dicembre
1987 c’è il primo risultato di questa politica, ovvero il trattato per l’eliminazione delle forze nucleari in
Europa, che rappresenta un accordo molto importante che sembra dar luogo ad una nuova distensione tra
est e ovest.
Nel frattempo, sul fronte statunitense, nel gennaio 1989 Bush vince le elezioni e diventa presidente. Il
successo della presidenza repubblicana emerge nella figura non particolarmente carismatica di Bush padre,
nonostante egli venga subito messo alla prova dalla crisi periferica riguardo alla riconferma della special
relationship Usa-Gran Bretagna con il conflitto delle Falklands. Queste isole, situate al ridosso
dell’Argentina, ma rivendicate e in possesso della Gran Bretgna: il regime dei generali argentini, che stava
tentando di annetterle all’Argentina, coglie l’opzione nazional-patriottica e fa appello al fatto che le isole
appartengono allo stato sudamericano e che quindi l’appartenenza alla Gran Bretagna è ennesima prova
dei retaggi coloniali. Queste isole appunto danno luogo a quella che potenzialmente è una crisi che
potrebbe questionare la special relationship. Questa cosa però è sfuggita agli occhi occidentali, nonostante
gli Usa fossero in quel momento in crisi e nonostante il primo ministro britannico a quei tempi, la Thatcher,
rispose fermamente che la Gran Bretagna non intendeva consentire che l'Argentina annettesse le isole. Il
sentimento diffuso è che queste isole in realtà appartengano all’Argentina e che quindi la volontà
britannica di trattenerle sia solo un retaggio dell’imperialismo e della politica coloniale inglese. In realtà
però la popolazione delle Falklands è ben felice di rimanere sotto sovranità britannica.
Questo episodio potrebbe rappresentare la rottura della special relationship Usa-UK. All’atto di forza della
Gran Bretagna, che decide per un'azione militare disattendendo le aspettative degli argentini, che per di più
si aspettavano l’appoggio americano dalla loro parte (per una sorta di panamericanismo), gli Usa infine
rispondono appoggiando la Gran Bretagna, una democrazia, un paese con cui vi erano antichi rapporti, ecc.
Il punto interrogativo per l’amministrazione Bush riguarda le dimensioni massime che può raggiungere il
clima di fiducia con l'Urss: fino a che punto ci si può fidare?
Bush amministra politicamente in modo abbastanza saggio questa fase, anche perché comincia ad
emergere una desistenza piena dei sovietici rispetto all’Europa orientale, in cui si sta verificando una
reazione a catena, la quale va a toccare il principale punto di frizione europeo: la Germania, dove il discorso
si fa più delicato. Paradossalmente la prospettiva in Germania è questa: lasciare che le cose prendano una
strada inevitabile. Quando il leader ungherese Nemeth comunica a Mosca di voler aprire le frontiere sia a
sud che a ovest, non gli viene opposta da Mosca nessuna resistenza per la prima volta. Lasciare le frontiere
aperte in un mondo chiuso verso l’esterno come era l’Europa orientale significa che decine di migliaia di
tedeschi della Germania orientale corrono verso l’Ungheria, che significa ora libertà. La prospettiva tedesca
è ora totalmente inaspettata, la situazione prende una velocità incredibile. Gorbacev va in Germania
orientale, perché si festeggia l’anniversario della vittoria della rivoluzione comunista, ma il suo
atteggiamento è criptico, prende decisioni sempre con una cerchia ristretta di consiglieri (tra cui vi è
sempre Shevarnadze). Gorbacev, citando un poeta russo dirà che “l’amore ha un potere unificante più
forte dell’acciaio”. Questo significa che non si opporrà alcuna resistenza all’unificazione tedesca; quindi
Gorbacev non manderà alcun carro armato in difesa della DDR. → Wiedervereinigung Deutschlands
La dottrina Breznev, quindi, per l’Urss aveva ragione di essere, in quanto poi la caduta dell’Europa orientale
ha significato la caduta stessa dell’Urss.
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