Prime pagine - Codice Edizioni

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Indice
IX
XVII
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Riproduzione del frontespizio e del sommario
de L’origine delle specie
Disegno storico sull’evoluzione del concetto di origine
delle specie
L’origine delle specie
Introduzione
Capitolo 1
29
La variazione allo stato domestico
Capitolo 2
53
La variabilità in natura
Capitolo 3
73
La lotta per l’esistenza
Capitolo 4
91
La selezione naturale
Capitolo 5
133
Le leggi della variazione
Capitolo 6
153
Difficoltà della teoria
Capitolo 7
185
Istinto
Capitolo 8
215
Ibridismo
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Indice
Capitolo 9
241
Imperfezione della documentazione geologica
Capitolo 10
269
Successione geologica degli organismi viventi
Capitolo 11
295
Distribuzione geografica
Capitolo 12
321
Distribuzione geografica (continuazione)
341
Affinità reciproche fra gli esseri viventi.
Morfologia; embriologia; organi rudimentali
Capitolo 13
Intermezzo
381
Quasi come una balena?
Capitolo 14
407
Ricapitolazione e conclusione
433
Approfondimenti bibliografici
445
Indice analitico
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Disegno storico sull’evoluzione del concetto
di origine delle specie
Due versi tra i peggiori di tutta la poesia inglese, scritti nel 1799 da
John Hookham Frere:
La razza piumata nei cieli fa il suo corso,
Ma non lo sgombro e ancor meno l’orso!
Per quanto mediocri, questi versi hanno una morale. Sono tratti dalla semidimenticata poesia di Hookham Frere Il progresso dell’uomo.
Poesia dell’antigiacobino. Gli uccelli, gli orsi e i pesci portano con sé
un messaggio politico. Le cose sono come sono e cambiarle è una
follia. La Rivoluzione francese aveva disturbato l’ordine imposto da
Dio: proclamare i diritti dell’uomo era assurdo quanto sostenere che
gli sgombri – o addirittura gli orsi – potessero volare.
Un paio di citazioni da L’origine delle specie, pubblicato sessanta
anni dopo:
«È concepibile che i pesci volanti, che ora planano a lungo nell’aria, sollevandosi leggermente e spostandosi per mezzo delle piane
che battono come ali, avrebbero potuto trasformarsi in perfetti animali alati. Se questo fosse accaduto chi potrebbe immaginare, sia
pure lontanamente, che essi, in un primordiale stato di transizione,
vivessero in pieno oceano e usassero i loro incipienti organi di volo
al solo scopo, per quanto ne sappiamo, di sottrarsi ad altri pesci che
volevano divorarli?»1
«Nell’America settentrionale l’orso nero è stato visto, da Hearne,
nuotare per ore e ore con la bocca spalancata, prendendo gli insetti
nell’acqua quasi come una balena […] secondo la mia teoria possiamo prevedere che individui di questo tipo possano dare luogo a
1 Charles Darwin, L’origine delle specie per selezione naturale, Newton Compton Editori, Roma
1989, p. 174.
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Quasi come una balena
nuove specie con abitudini anomale e con una struttura lievemente
o considerevolmente modificata da quella del tipo caratteristico»2.
Così si esprimeva Darwin sulle potenzialità dell’evoluzione. Se
anche non aveva ancora prodotto un orso-balena a partire da un
animale terrestre ghiotto di insetti acquatici, avrebbe potuto farlo. In
fondo, l’evoluzione aveva già prodotto creature improbabili come
un pesce capace di veleggiare nei cieli. L’idea di una vita fissata in
uno stampo divino era morta.Tutto era cambiamento.
Prima di Darwin, gran parte dei naturalisti riteneva che le specie
fossero prodotti immutabili, creati separatamente. Oggi la sua teoria,
secondo la quale esse subiscono modifiche e discendono da forme
preesistenti, è accettata da tutti (o comunque da chiunque non sia
fermamente determinato a non crederci). La maggior parte delle
persone, però, non saprebbe spiegarne la ragione. Sappiamo tutti che
gli uomini e le scimmie sono parenti e che le piante, gli animali e
tutto il resto discendono da un antenato comune. La lotta per l’esistenza, la sopravvivenza del più adatto e l’origine delle specie sono
conoscenze tra le più largamente diffuse. L’evoluzione c’è stata e, nel
1996, anche il Papa è stato d’accordo in proposito (per quanto sia
stato disposto ad ammettere soltanto che «nuove conoscenze ci portano a riconoscere nella teoria dell’evoluzione qualcosa di più di
un’ipotesi»).
Tutto questo è abbastanza simile alla faccenda di Galileo e del moto
della Terra intorno al Sole. Sappiamo che aveva ragione, ma di quali
prove disponeva? Perché, durante la sua disputa con le autorità del
Vaticano, borbottò (come alcuni sostengono) «Eppur si muove»? In
assenza di tecnologie sofisticate, la sua dimostrazione fu molto acuta.
Implicava l’esame del movimento delle “stelle erranti” – i pianeti –
sullo sfondo dei corpi celesti fissi nello spazio profondo. Quello
schema aveva senso soltanto se la Terra stessa era un pianeta e non un
oggetto immobile attorno al quale ruotava tutto il cielo. Questa prova, per quanto possa essere persuasiva, è sconosciuta alla maggior
parte delle persone che credono nelle idee di Galileo.
Per l’evoluzione accade un po’ la stessa cosa. Per quanto l’idea in
sé sia semplice come quella del sistema solare, non è la spiegazione
2
Charles Darwin, L’origine delle specie cit., p. 175.
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più ovvia del modo in cui funziona il mondo. Il senso comune ci
dice che la vita – come il Sole – ruota attorno a noi. Quest’idea ha
un solo difetto: è sbagliata.
I satelliti rendono impossibile negare la struttura dell’universo.Allo
stesso modo, i geni sono la prova trionfante dell’esistenza dell’evoluzione. La teoria darwiniana della discendenza che accomuna tutti i viventi fa per la biologia ciò che Galileo ha fatto per i pianeti. È stata
spiegata in un libro scritto per il lettore comune, l’unico bestseller che
abbia cambiato il concetto che l’uomo aveva di sé.Tale idea, proposta
nel 1859, è ancora il cemento che lega le meravigliose scoperte di oggi.
L’origine delle specie è senza dubbio il libro del secondo millennio.
L’evoluzione non è mai stata spiegata meglio di quanto venga fatto in questo testo. Darwin definì la sua opera «un unico lungo ragionamento». I biologi d’oggi non possono che essere d’accordo. Leggendo le quattrocento pagine dell’Origine delle specie si rimane affascinati da come possano benissimo accogliere e integrare ogni nuova
scoperta. La logica dell’Origine conserva oggi la stessa potenza che
aveva quando il libro è stato scritto.
Le testimonianze su cui si basa sono però quelle di un secolo e
mezzo fa e presentano molte lacune, che impediscono di considerare le tesi come del tutto dimostrate. Oggi tutte (o quasi) queste lacune sono state colmate. Il mio libro si propone di aggiornare Darwin.
Si tratta, per quanto possibile, di un tentativo di riscrivere L’origine
delle specie. Mi servirò dello stesso piano dell’opera originale, passando, nello sviluppare il ragionamento in base alle testimonianze raccolte, dagli allevatori ai fossili, dagli alveari alle isole, ma i miei
«Grandi Fatti» (un altro modo di dire molto caro a Darwin) hanno
solide basi nelle conoscenze dell’inizio del XXI secolo. Quasi come
una balena tenta di interpretare il pensiero e le intenzioni di Charles
Darwin con il senno di poi della scienza attuale, e di dimostrare
come la teoria dell’evoluzione unifichi la biologia alla fine del millennio in cui è stata proposta.
L’evoluzione è diventata più di una scienza, poiché le sue idee
sono utilizzate – con buon senso o no – nel campo dell’economia,
della politica, della storia, dell’arte e in altri ancora. Nessuna persona
istruita può permettersi di ignorarle, e non vi è alcuna scusa per farlo, dato che molte parti delle vicende di Darwin sono raccontate
magnificamente in ottimi libri che descrivono vari aspetti della sua
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teoria per un pubblico di non specialisti. Nessun libro però racconta
tutta la storia: non esiste un’esposizione moderna e non-tecnica della biologia dell’evoluzione in tutta la sua profondità e nelle sue moltissime sfaccettature. Riscrivere L’origine delle specie è più di quanto la
maggior parte dei biologi oserebbe fare, ma – per quanto questa
operazione possa intimidire (e apparire in qualche modo disperata) –
è esattamente ciò che cercherò di fare. Se devo porgere le mie scuse,
lo faccio ora.
La difficoltà principale nel perseguire il mio obiettivo è stata decidere che cosa omettere. L’origine segna l’inizio della biologia moderna, nonché di vaste parti della geologia e della psicologia. Ho
tentato di mantenerne l’ampiezza di respiro e, indubbiamente, ho
fallito. Il mio testo cerca di utilizzare la logica di Darwin per fare
luce sulle scoperte di oggi. Non è una storia dell’evoluzionismo, non
è la storia di una vita, non è una biografia di Darwin, degli animali o
delle piante, ma un ragionamento che, confido, potrà convincere i
miei lettori della realtà dell’evoluzione. Per non andare oltre il segno
– e questo libro è lungo quanto l’originale, con una divisione in capitoli che è praticamente la stessa – ho dovuto scegliere, selezionare
e omettere alcune argomentazioni per riuscire a svilupparne altre.
Per decidere l’inclusione di un tema mi sono, in genere, basato
sulla sua menzione nella grande opera di Darwin.Ammetto però, in
questa decisione, una deroga marginale. L’origine contiene un’unica
frase davvero importante a proposito degli esseri umani («Si farà luce
sull’origine dell’uomo e sulla sua storia»3), ma è così grande il numero delle informazioni oggi disponibili sul nostro passato che ho
deciso di dedicare a questo tema tutto il capitolo conclusivo del mio
lavoro. Lo stesso Darwin esclude vari argomenti. Il suo libro non si
occupa affatto dell’origine delle capacità intellettive fondamentali,
né della vita in sé. L’inizio della vita e della coscienza sono assenti
anche dalle mie pagine, nelle quali manca anche qualsiasi discussione
su possibili fondamenti delle società in base ai principi darwiniani.
Ammesso che rientrino nell’ambito delle scienze, questi temi non
hanno a che fare con ciò che gli evoluzionisti vedono nell’evoluzione e, malgrado godano di grande rilievo nella stampa, è notevole la
loro assenza nella letteratura scientifica. Essi devono quindi cedere il
3
Charles Darwin, L’origine delle specie cit., p. 427.
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passo, se non altro per questioni di spazio, alle verità oggettive di un
secolo e mezzo di scoperte nei campi della geologia, della genetica e
di tutte le altre discipline scientifiche.
Sarebbe arrogante presentare questo saggio come qualcosa di più
di un’ombra dell’originale, tanto per il contenuto quanto per la forma. L’origine è il punto più alto della letteratura dei fatti, della realtà.
Darwin scriveva bene perché leggeva bene. In una sola estate – ci dicono i suoi diari – lesse Amleto, Otello, Mansfield Park, Ragione e sentimento, il Diario di viaggio alle Ebridi di James Boswell, Le mille e una
notte e Robinson Crusoe. La sua prosa è simile a una casa di campagna
vittoriana. Irradia fiducia in se stessa da qualunque direzione la si
consideri: letteratura, autobiografia o brillante saggio scientifico.
Proviamo a confrontare il resoconto di Darwin del suo primo
colpo d’occhio delle Galápagos con quello di Herman Melville, che
pubblicò Le Encantadas (un’altra denominazione attribuita a queste
isole) nel 1854. Darwin è vivo, e diretto: «La mattina del 17 sbarcammo sull’isola di Chatham, che, come le altre, sorge con un profilo liscio e arrotondato, interrotto qua e là da monticelli sparsi, residui di
antichi crateri. Non c’è niente di meno invitante di questo primo
aspetto: una distesa accidentata di nera lava basaltica disposta in bizzarre ondulazioni e intersecata da grossi crepacci, del tutto ricoperta
da una stenta boscaglia, bruciata dal sole, con pochi segni di vita. La
superficie arida e riarsa, scaldata dal sole di mezzogiorno, dava all’aria un che di chiuso e afoso, come se provenisse da un forno: ci parve che anche i cespugli emanassero un odore sgradevole»4.
Melville al confronto risulta fiacco: «Ma la speciale maledizione,
come la si può ben chiamare, delle Encantadas, che esalta la loro desolazione su quella di Idumea e del Polo, è che esse non subiscono
mai mutamento alcuno, né di stagione né di pena.Tagliate dall’equatore, ignorano l’autunno come la primavera, mentre, già ridotte a
scorie di un incendio, ben scarsa presa offrono all’azione del tempo.
Gli acquazzoni rinfrescano i deserti, ma su queste isole non piove
mai. Come spaccate zucche siriane, lasciate disseccare al sole, esse si
screpolano per una siccità perenne, sotto un torrido cielo»5.
4
5
Charles Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo, Feltrinelli, Milano 1967.
Herman Melville, Racconti, Einaudi,Torino 1954.
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Nessuno potrebbe copiare la lingua di Darwin. Io non ho tentato di
farlo (anche se ho rubacchiato qualche sua frase nella speranza di migliorare il tono del mio lavoro). Per dare un’idea di cosa significhi leggere L’origine nel testo originale, includo (nei casi in cui esistono, dal
quarto capitolo in poi) i riassunti darwiniani, gli elenchi dei contenuti dei capitoli e la “Ricapitolazione e conclusione“ finale del libro.
Si potrebbe – come il personaggio di Borges che riscrive il Don
Chisciotte parola per parola – leggere senza alcuna modifica ogni frase dell’Origine delle specie in un contesto moderno, nella speranza di
rivelare significati ignoti a chi viveva nel XIX secolo. Ma questa non
è la strada che mi propongo di seguire. Per quanto la struttura del
suo ragionamento resti intatta, e con essa l’ordine dei capitoli, io
userò il capolavoro di Darwin più come un’impalcatura che come
una camicia di forza. Quella che state leggendo è un’esposizione
postmoderna dell’evoluzione, con tutti i punti di forza e di debolezza che questo implica. La sua architettura appartiene al passato, ma
l’edificio è fatto di materiali d’oggi. L’origine, bisogna dirlo, è un’opera che ha tutta la serietà dell’era vittoriana, senza concessioni a
qualsiasi desiderio di chi vi cercasse una lettura divertente. Io, in questi tempi più frivoli, ho ceduto alla tentazione di ravvivare la narrazione scientifica con racconti tratti dalla curiosa storia dell’evoluzione e
di quelli che la studiano.
Chi si occupa di evoluzione si trova ad affrontare anche un altro
pericolo. Nel romanzo surreale e inventivo di Boris Vian, La schiuma
dei giorni, un personaggio dedica ossessivamente la propria esistenza
al vomito pietrificato del filosofo Jean-Sol Partre (anagramma di
Jean-Paul Sartre). I biologi (e i marxisti) hanno la stessa inelegante
abitudine. Che cosa voleva davvero dire – si chiedono – il patriarca?
Potrebbe essersi sbagliato oppure è proibito anche soltanto avanzare
una tale idea, come se fosse un’eresia? L’interpretazione dei testi sacri porta con sé una fascinazione particolare, che io ho cercato di
evitare.
Darwin è lo scienziato di cui, in assoluto, sono state scritte più
biografie e, tra i suoi colleghi noiosi e talvolta arroganti, si distingue
come una persona simpatica e modesta.Anche la sua famiglia è affascinante. Il suo bisnonno Erasmus pubblicò una teoria dell’evoluzione in distici eroici ed è citato nel Frankenstein: «Gli eventi su cui si
basa questa storia sono stati giudicati dal dottor Darwin e da alcuni
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fisiologi tedeschi non impossibili a verificarsi»6 Erasmus Darwin era
membro della Lunar Society, insieme a Joseph Priestley e Josiah
Wedgewood. Quando non erano impegnati a scoprire l’ossigeno o a
introdurre i processi industriali in Inghilterra, i membri di questa associazione progettavano una macchina «in grado di pronunciare la
Preghiera del Signore, il Credo e i Dieci Comandamenti in Lingua
Volgare». Robert Darwin, il padre di Charles, medico, frequentava
l’aristocrazia (prestando, all’occorrenza, denaro) e un nipote di
Charles, Bernard, giocò nella nazionale inglese di golf.
Questo libro si occupa della scienza di Darwin, cuore pulsante
della biologia: per quanto le sue radici affondino nel passato, essa è la
chiave del presente. Gli argomenti trattati vanno dal virus dell’AIDS
alle razze umane e alla balenottera azzurra, dalle mostre cinofile alla
spazzatura che galleggia sul Pacifico. Qualcuno dice che Milton fu
l’ultimo uomo a sapere tutto (o comunque a sapere abbastanza sulla
maggior parte delle cose da poterne discutere con autorevolezza).
Darwin è stato l’ultimo biologo a poter sostenere la stessa cosa. La sua
mente, diceva, era diventata «una macchina per macinare e spremere
leggi generali a partire da un grande insieme di fatti».Tra le centinaia
di libri e documenti citati nel manoscritto di cui L’origine doveva essere un “abbozzo” vi sono The Cottage Gardener and Country Gentleman’s Companion, la India Sporting Review e le Philosophical Transactions
of the Royal Society of London. Charles Darwin scrisse a un sacco di
persone, sia esperti sia dilettanti, alla ricerca di informazioni, e intrecciò le loro conoscenze alla sua trattazione.
Oggi nessuno potrebbe fare lo stesso. Le conoscenze attuali sono
talmente vaste che non esiste più alcun Milton neppure della sola
biologia, non vi sono persone che abbiano una padronanza sufficiente del campo per discuterne con qualsiasi collega di qualsiasi
ramo specialistico. Per comprendere l’evoluzione, sono necessari interessi talmente disparati che è quasi impossibile abbracciarli tutti. È
la delizia – e la tragedia – della scienza moderna.
Poiché oggi sappiamo moltissimo del funzionamento della vita,
l’evoluzione è diventata la scienza delle eccezioni. Sarebbe noioso
prendere in considerazione le faide specialistiche che attraversano in
lungo e in largo questo campo del sapere (anche se non farlo ci ga6
Mary Shelley, Frankenstein, Garzanti, Milano 1994.
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rantisce che ogni biologo troverà in questo libro qualcosa da obiettare). In ogni caso, e per quanto queste dispute possano essere impetuose, nessuno nega la verità centrale dell’Origine, l’idea di una discendenza con modificazioni.
Darwin non aveva questa consolazione. Egli doveva convincere
un pubblico cui era estranea anche la sola idea che la vita si potesse
modificare, che vi fosse un pedigree comune. E ne uscì vincitore.
Nientemeno che il “Daily Telegraph” esortò i propri lettori a votare
contro un candidato alle elezioni che aveva recensito positivamente
L’origine e John Ruskin, che denigrò la «sordida araldica» darwiniana,
dovette dire della geologia: «Maledetti martelli! Li sento tintinnare
alla fine di ogni versetto della Bibbia». C’erano già state idee sull’evoluzione prima di Darwin, ma lui fu il primo a fornire non solo un
meccanismo, ma anche la prova che quel meccanismo funzionava.
Nonostante la sua ventennale ricerca di prove, Darwin era tanto
consapevole delle falle esistenti nella sua tesi che avrebbe anche potuto non renderla mai pubblica. Il suo libro trabocca di scuse: «Per
trattare idoneamente l’argomento, occorrerebbe dare un elenco di
nudi fatti, che rimando alla mia opera futura. […] Sarebbe un’impresa disperata cercare di convincere chicchessia della verità di questa
enunciazione senza presentare la lunga serie di fatti che ho raccolto e
che non posso assolutamente esporre in questa sede. […] Qui debbo
trattare l’argomento con estrema concisione, anche se ho già raccolto materiale per un’ampia discussione.»7 Il lettore contemporaneo
può provare un certo sollievo all’idea che il libro promesso non sia
mai stato pubblicato. Per una fortunata coincidenza, Darwin venne
spinto a pubblicare un riassunto delle proprie idee da una lettera
inattesa di Alfred Russel Wallace che partiva dalle stesse basi teoriche.
L’evoluzione è inevitabile. È la conseguenza di errori nel processo di riproduzione. Una successione, una progenie, comporta sempre qualche modifica nei discendenti, perché ogni copia, che si tratti di un quadro o di un gene, non è (proprio perché si tratta di una
copia) del tutto esatta. Le informazioni non possono essere trasmesse senza che qualcosa si perda, e il duplicato di una copia è a sua volta meno perfetto di ciò che l’ha preceduto. Riprodurre più volte di
seguito un originale significa creare – ovvero evolvere – qualcosa di
7
Charles Darwin, L’origine delle specie cit., pp. 73, 152, 110.
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nuovo. L’elemento iniziale ne esce trasformato da errori nella discendenza, materia prima del cambiamento biologico.
Questo materiale grezzo è trasformato in metallo prezioso dalla
selezione naturale, la fornace all’interno della quale viene messa alla
prova la diversità. La vita è lotta. Dato che nascono più individui di
quanti possano sopravvivere, un minimo disequilibrio potrà determinare quale individuo vivrà e quale dovrà morire. Il più piccolo
vantaggio, in qualsiasi essere, di qualsiasi età e in qualsiasi stagione,
rispetto a coloro con cui entra in competizione, modificherà gli
equilibri. La selezione naturale è semplice. Sceglie le differenze ereditate in base alla capacità di riprodursi. Se una versione si moltiplica
meglio di altre, prenderà il sopravvento e, alla fine, emergerà una
nuova forma di vita, una nuova specie.
Gli errori di discendenza sono la materia di cui è fatta l’evoluzione. La variazione nella capacità di copiarli – ovvero la selezione naturale – orienta l’evoluzione. La natura non favorisce la bellezza, la
forza o la ferocia: il suo solo potere consiste nel far avanzare gli esseri in grado di moltiplicarsi meglio. Per quanto i suoi prodotti comprendano gli esseri più belli e quelli più repellenti, la macchina di
Darwin non cela alcun mistero: non è altro che la somma di genetica e tempo.
Per quanto efficace possa essere stata la sua logica, il grande punto debole di Darwin fu la sua incapacità di comprendere ciò che ora
sembra semplice. Nel 1859, l’ignoranza sui fenomeni ereditari era
profonda quanto lo era stata nei mille anni precedenti. Nel 1726,
Mary Toft, una donna di Godalming, vide un coniglio mentre era
incinta. In seguito disse di avere partorito una serie di conigli. Dopo
la prima dozzina, Giorgio I mandò l’anatomista di corte a esaminarla. Nel suo Short Narrative of an Extraordinary Delivery of Rabbets costui attestò la veridicità del racconto di Mary Toft, e ipotizzò che gli
animali fossero discesi saltellando lungo le sue tube di Falloppio. La
frode di Mary Toft venne presto scoperta, e divenne il soggetto di
una ballata di Pope e di uno schizzo di Hogarth. Nonostante il suo
nobile tentativo di andar oltre questo genere di folclore, Darwin rimase sconcertato. Nel 1866, Gregor Mendel chiarì finalmente le
cose e il suo lavoro, di grande chiarezza ed eleganza, conquistò addirittura una citazione nell’Enciclopedia Britannica. Darwin non ne seppe mai nulla.
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L’importanza delle teorie di Mendel non fu pienamente apprezzata
fino ai primi anni del XX secolo. A proposito dell’ereditarietà, Darwin aveva una sua idea, piuttosto confusa, che si basava in parte sulla
possibile mescolanza di alcune sostanze presenti nel sangue. Presto
però si accorse che era sbagliata. Un’ereditarietà basata sulla diluizione porterebbe, con il susseguirsi delle generazioni, qualsiasi carattere
utile a ridursi, e ogni divisione emergente tra le specie ne risulterebbe sfumata, provocando l’arresto dell’evoluzione. Per quanto Darwin
si struggesse su questo problema, non aveva motivo di essere ansioso.
L’ereditarietà non si basa su liquidi, ma su particelle – i geni – che
possono essere recuperate senza alcuna mutazione in qualsiasi momento. Il linguaggio del DNA è più digitale che analogico, e anche
un vantaggio minimo può produrre un effetto di accumulazione nel
corso degli anni. La genetica ha salvato L’origine, e con il suo aiuto
lo studio dell’evoluzione si è trasformato. La domanda centrale –
come la variabilità dà origine a nuove specie – oggi può trovare una
risposta in termini mendeliani.
Per i biologi moderni le specie sono repubbliche di geni, separate dalle altre, più prossime, da barriere sessuali. Qualunque cambiamento nel DNA che sia positivo per tutti i membri di una specie – la
capacità di sopravvivere con metà del cibo consumato in precedenza, o di raddoppiare il numero dei figli – si diffonderà fino a occupare tutta la repubblica, ma non ne invaderà mai un’altra.Tuttavia, non
sempre si riesce a definire le specie in base ai geni, sia perché alcune
vengono osservate nel momento di transizione verso un’identità
propria, sia perché la distanza può impedire gli accoppiamenti sessuali anche tra membri della stessa specie. In ogni caso, l’interpretazione dell’origine delle specie in termini genetici è la chiave di volta del ponte che ha permesso di superare il vecchio baratro tra lo
studio dell’ereditarietà e quello dell’evoluzione.
Secondo la tesi di Darwin, la varietà del mondo non sorge da remote catastrofi, ma da processi osservabili ancora oggi. Per lui il presente è la chiave del passato, e l’evoluzione è pilotata dal semplice,
lento e potente meccanismo noto come selezione naturale.Agendo
esclusivamente in base all’accumulazione di piccole variazioni successive e favorevoli, questo processo non può produrre all’improvviso modifiche rilevanti: può svilupparsi solo a piccoli passi. Quale potrà essere – si chiedeva Darwin – il limite di tale forza, che opera, era
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dopo era, sottoponendo a un esame minuzioso l’insieme della costituzione, della struttura e delle abitudini di ciascuna creatura, favorendo ciò che è positivo e rigettando ciò che è negativo? Con un
meccanismo del genere a propria disposizione, la natura non aveva
alcun motivo di procedere a grandi salti.
La geologia convinse Darwin che non vi era alcun bisogno di
chiamare in causa antichi cataclismi, fossero essi diluvi biblici o
enormi terremoti, per dare forma alla Terra. Disponendo di tempo,
un piccolo corso d’acqua poteva scavare una vallata gigantesca, così
come un mare poco profondo, prosciugandosi, poteva dare luogo a
una pianura larga migliaia di chilometri. La vita non poteva quindi
essersi formata allo stesso modo? Se l’aspetto dei paesaggi poteva essere trasformato da lenti cambiamenti, poteva certamente esserlo anche la carne. L’idea di un universo immutato dai tempi della sua
creazione era morta.
Questo convincimento trasformò la biologia da un insieme di
fatti casuali in un sistema di conoscenze. Qualsiasi teoria con ambizioni di questa portata era destinata a ricevere critiche. Così fu e,
dopo il 1859, così ha continuato a essere.
L’origine delle specie è due “cose”: una solida affermazione dell’idea di evoluzione e un’opera di persuasione riguardante le modalità
dell’evoluzione. Il testo di Darwin contiene una massa di testimonianze che costituisce una prova convincente del cambiamento evolutivo. In tarda età, di fronte a un’ondata di scoperte in qualche
modo imbarazzanti, Darwin incominciò a rendere più complicate le
cose. La sua famosa descrizione dell’orso che nuota, da me citata all’inizio del libro, rivela un atteggiamento che si presta a una certa
ironia. La frase «quasi come una balena» si trova nella sesta edizione
dell’Origine, pubblicata nel 1872. Nel 1859, Darwin aveva più fiducia
in se stesso e il suo Leviatano non aveva alcuna limitazione: «Non
vedo alcunché di improbabile in una razza di orsi che tramite selezione naturale siano resi più acquatici per struttura e abitudini, con
bocche sempre più grandi, finché non si produca una creatura mostruosa come una balena». Il mio libro è basato sulla chiarezza della
prima edizione di Darwin, ma quel “quasi”, che sembra chiedere
scusa ai lettori, rappresenta il cuore stesso della biologia.
La certezza che l’evoluzione sia un dato di fatto è sopravvissuta.
L’evoluzione è una danza sulla musica fornita dal tempo che unisce
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tutti i partecipanti. Il suo tema è più elaborato di quanto sembrasse in
passato. Il darwinismo è spesso rappresentato come un dignitoso valzer sulla melodia della selezione naturale, il che è decisamente ingiusto
nei confronti del suo autore. Lo stesso Darwin capì che la discendenza
con modificazioni poteva avvenire in molti modi diversi. Il caso potrebbe determinare quali piante o animali arrivano su un’isola deserta
e alcune variazioni potrebbero restare come elementi fluttuanti, favoriti o condannati dalla sorte. Darwin era comunque convinto che la
selezione naturale fosse stata il principale strumento della modificazione. Le specie, per lui, non erano altro che varietà “alla grande”, un singolo passo nel processo di lento cambiamento che unifica la biologia.
La grande idea di Darwin – la vita come una serie di errori vantaggiosi – è semplice: così semplice, in effetti, da farci sembrare quasi impossibile che ne siano derivati tanti pasticci. I suoi avversari
continuano a sostenere che l’evoluzione è troppo cieca per poter
realizzare qualcosa di tanto complesso come un occhio e che per
comprendere il mistero della vita (o quantomeno l’esistenza dell’uomo) si deve necessariamente fare ricorso a forze misteriose che si
pongono al di fuori del dominio della scienza. Simili affermazioni
sono facili da liquidare, ma la loro venerabile ombra è molto estesa.
Anche se tutti i biologi accettano la realtà dell’evoluzione, alcuni si
sentono quasi obbligati a complicare le idee che la riguardano.
La teoria di Darwin è stata estesamente sottoposta a revisioni, ma
di rado traendone vantaggio. Il concetto di selezione naturale come
unico agente dell’evoluzione e quello della gradualità di tutti i cambiamenti sono forse entrambi troppo semplici. Posto di fronte ai fatti
degli anni Cinquanta dell’Ottocento, Darwin si lamentava per le «difficoltà […] talmente gravi che attualmente non ci posso riflettere
senza sgomentarmi»8. I motivi di preoccupazione sarebbero, per lui,
molti di più. I piedi di Darwin, come quelli di qualsiasi idolo, sono
stati ispezionati a fondo alla ricerca di indizi sulla presenza di argilla, e
a volte se ne è trovata qualche traccia. Ma chi spera di rimpiazzare le
sue idee spesso non si accorge affatto di come l’icona darwiniana abbia retto bene all’esplosione delle conoscenze di un secolo e mezzo.
Ogni evoluzionista, per definizione, gode dei vantaggi del senno
di poi.Alcuni dei problemi sollevati da Darwin sono stati risolti, altri
8
Charles Darwin, L’origine delle specie cit., p. 167.
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sono stati riformulati in termini moderni. Leggere i dati della biologia attuale significa, molto spesso, ripercorrere il lungo ragionamento
dell’Origine in un linguaggio modificato. Naturalmente, molti sono
stati i mutamenti d’opinione e una “teoria del tutto” per l’evoluzione, del tipo di quella annunciata dai fisici, è ancora assai lontana.Anche così, e nonostante i tanti meravigliosi “fatti” che illuminano oggi
la scienza, occorre riconoscere che le nuove idee introdotte a partire
dai tempi di Darwin sono piuttosto poche. Questo libro si rivela
quindi (con una certa sorpresa da parte mia) un’opera che si ravviva
quanto rientra nelle convenzioni. La tesi di Darwin è perfettamente
in grado di sostenere più di un secolo di progresso scientifico.
Non ho mai incontrato uno studente universitario di biologia che
avesse letto L’origine delle specie.Anche gli scienziati che ne conoscono
bene i contenuti (o quelli che pensano di conoscerli) rendono omaggio all’opera più con il disaccordo che con l’adesione. Il testo di Darwin è però molto letto dagli studenti delle discipline umanistiche, in
corsi di Filosofia o di Letteratura inglese. Non c’è niente di sbagliato
in questo. In fondo, L’origine ci mise poco a entrare nel canone della
letteratura. L’ultimo pensiero di Anna Karenina prima di decidere di
uccidersi è: «Sì, la lotta per l’esistenza e l’odio sono le uniche cose che
leghino gli uomini»9. Sfortunatamente la bibbia di questo campo del
sapere viene spesso presentata per ciò che non è: un’opera di metafisica anziché un testo scientifico. Sia Darwin sia Melville parlano parecchio di balene, ma affidarsi all’Origine in un corso di filosofia è
come considerare Moby Dick un manuale di zoologia. Fatti in una
delle opere, metafore nell’altra. Nelle facoltà umanistiche è spesso difficile comprendere questa differenza.
L’evoluzione sta alle scienze sociali come le statue stanno ai piccioni: rappresenta una comoda base su cui depositare idee mal digerite. Gli uomini naturalmente sono vincolati dalla storia biologica,
come i maiali sono limitati nella propria capacità di volare dall’assenza di ali nei loro antenati. Noi siamo tutti rami di uno stesso
tronco e condividiamo l’albero genealogico con i primati e, se è per
questo, anche con i maiali. La biologia ci dice che ci siamo evoluti,
ma la questione di cosa ci renda umani è ben al di là del suo raggio
d’azione. Potrebbero esistere pulsioni innate allo stupro o all’avidità,
9
Lev Tolstoj, Tutti i romanzi, Sansoni, 1967.
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ma l’Homo sapiens, unico tra gli animali, non deve necessariamente
sottostare a esse. Questo non ha impedito a chi non era in grado di
spiegare la società con altri mezzi di arruolare forzatamente l’evoluzione al proprio servizio. Il darwinismo è stato svilito sin dall’inizio
da coloro che l’hanno utilizzato per sostenere il proprio credo. Non
è stata la prima (e probabilmente non sarà l’ultima) teoria scientifica
a essere violentata a fini politici.
Il vescovo Berkeley considerava la sociologia un ramo delle
scienze fisiche. Nel 1713 – poco dopo la pubblicazione dei Principia
di Newton – se ne uscì con una visione della società come un processo parallelo a quello dell’universo. Era soggetta alla gravitazione
universale, a una Legge di Forza Morale e a un «principio di attrazione nello Spirito e nella Mente degli uomini» che li trascinava all’interno di «famiglie, rapporti d’amicizia e tutte le diverse specie di
società». La gente, come i pianeti, trovava gli oggetti distanti meno
attraenti di quelli a portata di mano. Se gli uomini sono soggetti all’attrazione terrestre (e per dimostrarlo basta saltare giù da una rupe),
perché non dovrebbe esserlo la società? Gli stessi Padri Fondatori,
nella Costituzione degli Stati Uniti riconoscono che: «Come per attrazione gravitazionale le diverse sfere si tengono nelle proprie orbite, e rappresentano nel Congresso, nel potere giudiziario e nel Presidente, una sorta di imitazione del sistema solare».Altri pensatori dell’epoca preferivano la cosiddetta “anatomia politica”, derivata da
William Harvey (che scoprì la circolazione del sangue). Erano necessarie due camere legislative, una più forte e una più debole, perché il cuore ha due ventricoli di dimensioni differenti.
Oggi chiunque formulasse una filosofia della vita di carattere planetario o cardiaco verrebbe sommerso dalle risate. All’astronomia e
all’anatomia si è affiancata l’evoluzione. Walter Bagehot, nei suoi
Thoughts on the Application of the Principles of Natural Selection and Inheritance to Political Society, proponeva che «ciò che è stato detto per
la mera storia animale possa, con un mutamento di forma ma con
identica essenza, essere applicato alla storia umana». La maggior parte di ciò che i suoi successori affermano al medesimo riguardo non
fa altro che riaffermare l’ovvio in termini biologici. Il resto – qualunque cosa sia – non è scienza.
L’olimpica indeterminatezza delle loro nozioni è illustrata dagli
scritti di Teilhard de Chardin, che collegò la biologia allo Spirito del
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Natale in un involucro gassoso detto noosfera: «La vita, da un punto di
vista fisico, ha il suo culmine nell’uomo, proprio come l’energia culmina nella vita. […] Il fenomeno dell’Uomo era sostanzialmente
preordinato sin dall’inizio.» L’origine non fa generalmente uso del sarcasmo, ma il “Disegno storico” posto all’inizio delle edizioni più tarde
cita un certo dottor Freke che sosteneva di avere già pubblicato idee
simili a quelle di Darwin in un saggio di straordinaria oscurità. Leggiamo nell’Origine: «Siccome il dott. Freke ha pubblicato (1861) un
saggio […], è inutile che io mi sobbarchi la difficile impresa di dare
un’idea delle sue opinioni»10. Lo stesso vale per Teilhard e i suoi eredi.
Io ho passato trent’anni a studiare la genetica evolutiva delle lumache. Benché la mia ricerca abbia prodotto soltanto osservazioni
marginali in relazione a questo argomento (e sia tanto secondaria rispetto a questo libro da non esservi quasi citata), continuo a non
avere idea di che cosa le faccia funzionare proprio così. La società, a
quanto pare, è più facile da spiegare. Charles Darwin sapeva bene
quale fosse il punto nodale della sua teoria («Le specie – sembra quasi confessare un omicidio – non sono immutabili») ed era contrario a
un uso semplicistico delle sue idee trattando delle questioni umane.
Questo libro non ha nulla a che fare con i numerosi tentativi, più o
meno infantili, di applicare il darwinismo alla civiltà dell’uomo.
Darwin e Wallace presentarono le proprie idee alla Società Linneana di Londra nel 1858. L’impatto fu modesto. Thomas Bell, un
dentista appassionato di rettili, all’epoca presidente della Società, disse nella sua relazione annuale che «non vi era stata alcuna di quelle
scoperte straordinarie che, per così dire, rivoluzionano di colpo il
comparto delle scienze cui appartengono; è soltanto a intervalli assai
distanti uno dall’altro che possiamo ragionevolmente aspettarci innovazioni improvvise e brillanti che produrranno un’impressione
decisiva e permanente sul carattere di qualsiasi ramo della conoscenza o forniranno un servizio duraturo e importante all’umanità».
L’incapacità di giudizio di Bell si ritrova anche nel suo libro Kalygonomia, or the Laws of Female Beauty (con le tavole illustrative rilegate
a parte per poter essere chiuse sotto chiave, al riparo da sguardi indagatori). Il testo elencava «i difetti del Sistema Intellettivo delle Donne
(4); i difetti del Sistema Meccanico delle Donne (17) e i difetti del Si10
Charles Darwin, L’origine delle specie cit., p. 38.
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stema Vitale delle Donne (9)». Il dentista appassionato di rettili non si
era accorto dell’alibi che la relazione della sua Società avrebbe fornito agli studenti di sociologia. Liquidò in quattro e quattr’otto il discorso che avrebbe cambiato per sempre la biologia e passò a notare
che «un Bacone o un Newton, un Davy o un Daguerre sono fenomeni occasionali, le cui esistenze e carriere paiono designate dalla
Provvidenza.» Darwin e Wallace non rientravano nel novero.
La triste verità è che l’idea di discendenza con modificazioni non
aveva bisogno né della Provvidenza né di Darwin. Prima o poi sarebbe comparsa sotto altre spoglie, come qualsiasi scoperta. Nelle
scienze, le rivoluzioni sono inevitabili. Oggi nessun biologo potrebbe lavorare senza la teoria di Darwin. L’evoluzione è la grammatica
della biologia, e tutti concordano sul fatto che la vita, come la lingua
inglese, funzioni sulla base di regole che, per quanto piene d’eccezioni, hanno senso.
Nonostante i Thomas Bell di questo mondo, la scienza (a differenza delle arti) può essere separata da coloro che la producono. Per questo motivo non cito alcuno scienziato vivente indicandone il nome.
Ho un debito di gratitudine verso molti amici e colleghi che hanno
commentato (e spesso criticato) il mio manoscritto.Tra questi: Douda Ben-Sasson, Sam Berry, John Brookfield, Bryan Clarke, Michael
Coates, Jerry Coyne, Andrew Leigh-Brown, Adrian Lister, James
Mallet, Ursula Mackenzie, Ruth Mace, John McCririck, Michael
Morgan, David Parkin, Norma Percy, Mark Ridley e Kay Taylor.
Sono stati tutti comprensivi di fronte al mio abuso del loro tempo e
alla mia – troppo frequente – riluttanza ad accettare le loro critiche.
La capacità di Darwin di governare i propri discepoli dall’oltretomba è tale che spero gli sarà perdonata un’apparizione occasionale in questo volume. Il suo spirito è in ogni pagina.
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