Tutta la Storia del Mondo in un pomeriggio

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“Tutta la Storia del Mondo in un
pomeriggio” di Claudio Bellavita
Capitolo 45.La grande guerra
Tutti sanno come scoppiò la prima guerra mondiale, ma nessuno è ancora riuscito a
spiegare bene il perché. Certo, l’Europa era piena di tensioni, che continuamente
provocavano frizioni, e cambi di alleanze, ma fino allora tutti gli incidenti erano stati
risolti da un’intensa attività diplomatica. Certo, l’uccisione dell’erede al trono austriaco
era un fatto molto grave, ma, in fondo, all’impero austriaco restavano altri principi
ereditari…
In quegli anni era diffusa una sottocultura fatta di nazionalismo, militarismo e
antisemitismo, che considerava la guerra “igiene dei popoli” come periodica
purificazione dell’imborghesimento. C’era qualche collegamento con una cultura più
rilevante e con grande dignità artistica che si collega con il razionalismo architettonico,
il futurismo nella letteratura, il divisionismo e l’astrattismo nelle arti.
Quell’attentato mise in moto una serie di reazioni automatiche di cui non si era ben
soppesato l’esito, come in una partita a scacchi quando si muove senza aver valutato
bene tutte le conseguenze.
In questo caso non furono analizzate a fondo le alleanze e i patti più o meno riservati
che si intrecciavano tra tutte le potenze grandi e piccole d’Europa. Certamente tra i
protagonisti ve ne era almeno uno troppo impulsivo, il Kaiser tedesco, e l’insieme delle
cose precipitò in una strada senza ritorno quando cominciarono le mobilitazioni.
L’alta diplomazia per la prima volta si trovava a operare con eserciti basati sulla
coscrizione obbligatoria e sull’obbligo degli ex coscritti di considerarsi parte della
riserva.
In stati dove quasi tutti i cittadini maschi votavano non era tanto semplice dire a
numerose classi di età di lasciare il lavoro, salutare le famiglie e presentarsi in caserma
per poi concludere con un “ci siamo sbagliati, tornate pure a casa”: era una figuraccia
del governo coi suoi elettori.
Infine, ci fu un’enorme superficialità da parte degli stati maggiori, che si erano
dimenticati della lezione della guerra civile americana, guerra totale che coinvolse tutti
gli uomini e tutto il sistema economico dei partecipanti, e si basavano invece sulla
successiva veloce conclusione della guerra franco-prussiana, con pochissimi morti e
grande successo per il vincitore. I tedeschi, insomma, erano sicuri di poter terminare
una “guerra lampo” contro la Francia prima che gli inglesi facessero in tempo ad
accorrere (e a organizzare un esercito, perché non avevano la leva obbligatoria), e
prima che il disorganizzato esercito russo riuscisse a diventare operativo sulla loro
frontiera orientale.
Georges Clemenceau
In effetti l’attacco tedesco, condotto a tradimento attraverso il neutrale Belgio, era
concepito per entrare in Parigi prima che si potesse organizzare una vera difesa. Non
si era però previsto che il generale Gallieni, comandante della piazza, mobilitasse tutti
i taxi della città e dintorni per portare i soldati presenti in città sulla linea del fuoco. E
i tedeschi furono fermati sulla Marna, a cinquanta chilometri da Parigi, evacuata dal
governo trasferito a Bordeaux, un mese dopo l’invasione del Belgio, e di lì cominciò
la guerra di posizione, le trincee e tutti gli orrori di quella guerra. Mentre Clemenceau,
rimasto a Parigi, proclamava “combatterò davanti a Parigi, combatterò dentro Parigi,
combatterò dietro Parigi”.
Alcuni dei taxi requisiti dal generale Gallieni
Tutte le previsioni dello stato maggiore tedesco furono rovesciate: la Russia riuscì a
mobilitarsi prima del previsto, ma il generale Hindenburg, richiamato dalla pensione,
le inflisse una tremenda sconfitta ai laghi Masuri, senza che fosse necessario ridurre lo
sforzo contro la Francia, mentre la guerra di trincea cominciava più a Sud, tra Russia e
Austria. Più a sud ancora l’Austria fu fermata e fatta arretrare dalla piccola Serbia.
A questo punto, la ragionevolezza avrebbe consigliato gli imperi centrali di chiuderla
lì: anche un bambino avrebbe capito che alla fine una guerra totale con gli alleati che,
anche senza l’Italia e gli USA, potevano contare su una popolazione, comprese le
colonie, quattro volte superiore alla loro, poteva avere un esito solo. E allo sforzo
bellico dell’enorme impero inglese parteciparono spontaneamente, con 1milione e
trecentomila soldati, anche i 4 stati del Commonwealth, che non avevano interessi in
gioco, e, anzi, una parte del Sudafrica era reduce da una guerra contro gli inglesi: fu la
conferma che gli inglesi sapevano governare.
Ma i “Von qualche cosa” della casta militare tedesca e soprattutto il loro catastrofico
Kaiser a nessun costo potevano accettare un’umiliazione, e così cominciava una lunga
guerra di resistenza, con frequenti macelli tra le opposte linee trincerate.
Il sistema più diffuso, quello di Verdun, della Somme e poi dell’Isonzo era l’attacco
frontale, tutti saltavano fuori dalle trincee con le baionette inastate e andavano a farsi
ammazzare contro le mitragliatrici nemiche, mentre la polizia militare sparava da dietro
alla schiena di quelli che non si muovevano. Le varianti erano la durata del
cannoneggiamento preliminare, l’invio di gas asfissianti, la quantità di grappa da far
bere ai poveretti che andavano al macello, ecc. Il tutto per conquistare una o due file di
trincee nemiche, che poi venivano riprese qualche settimana dopo con un contrattacco.
Un enorme consumo di uomini (parecchi dei quali impazzivano, ma quanti siano stati
in effetti è rimasto un segreto militare) e di materiali bellici che alla fine avrebbe
premiato chi era meglio in grado di rinnovare le riserve, di uomini e di materiali: cioè
gli alleati.
Uno alla volta, i reparti statistici degli stati maggiori scoprirono che la percentuale dei
colpiti tra gli ufficiali era più alta che tra i soldati. Perché gli ufficiali, da secoli,
portavano uniformi più vistose, ed erano riconoscibili da lontano come colorati galletti
nel pollaio. Perciò i tiratori scelti del nemico li prendevano volentieri per bersaglio,
anche per punirli delle deliranti manifestazioni in favore della guerra che in tutta
Europa avevano inscenato nei rispettivi paesi quando erano ancora studenti incoscienti,
per ficcare in questo guaio i poveri diavoli che finalmente avevano un modo di rifarsi.
E, stante il proverbiale attaccamento degli inglesi alle tradizioni, loro furono i più lenti
a cambiare l’abbigliamento, e fu una vera strage di rampolli della “upper class”.
Ben presto tutti gli eserciti si accorsero che, nell’ottimismo della guerra lampo, non
avevano previsto l’enorme quantità di feriti nelle trincee che necessitavano di sanitari
per il pronto soccorso: ovunque in Europa i medici non erano sufficienti a
un’emergenza di massa, né si poteva delegare troppe cose alle meravigliose
crocerossine, attività in cui si impegnarono moltissime giovani di ottima famiglia ma
di scarsi studi sanitari.
Quando l’Italia entrò in guerra, su impulso della duchessa d’Aosta fu addirittura
istituita una facoltà universitaria di medicina castrense (cioè bellica) nelle retrovie della
Terza Armata, comandata appunto da suo marito. E ci volle tutto il peso dei duchi reali
per vincere le resistenze corporative dei baroni universitari e far laureare sul campo
1187 studenti degli ultimi anni di medicina, che avevano a disposizione per la loro
pratica certamente molti più malati e i feriti di quelli che potevano smaltire. Parecchi
di loro morirono sotto le bombe, altri morirono dopo, di cancro, per l’uso dei raggi X
senza le precauzioni che furono introdotte successivamente: tutti fecero del loro
meglio, senza mai tirarsi indietro (anche con le ragazze della zona…), e di questi
ragazzi si parla ancora con affetto a San Giorgio di Nogara, dove aveva sede la loro
facoltà.
Dal punto di vista dei rifornimenti a lungo termine, i più inguaiati erano i tedeschi,
stretti tra la Francia, la Russia e il ferreo blocco navale attuato subito dagli inglesi.
L’unica strada aperta per i rifornimenti passava per la Turchia, ancora neutrale ma
propensa verso gli imperi centrali, dove non a caso c’era uno dei punti di frizione, da
quando i tedeschi avevano costruito la linea ferroviaria Berlino-Istanbul-Bagdad, meno
romantica dell’Orient Express, ma che invece di diplomatici, spie e contesse
trasportava ingegneri e ufficiali tedeschi in Turchia e Mesopotamia.
Gli Inglesi pensarono bene di creare una diversione attaccando la Turchia sui
Dardanelli, in modo da bloccare questa linea di rifornimento, e aprire un collegamento
via mare e terra con le retrovie russe, che giustamente ritenevano il ventre molle degli
alleati.
Si erano sbagliati sull’esercito turco: non era più la disordinata accozzaglia che gli
italiani avevano facilmente battuto in Libia (la prima guerra motorizzata, che fece la
fortuna della FIAT, e fece capire agli stati maggiori l’importanza di avere fonti di
petrolio a disposizione), perché i “giovani turchi”, cioè gli ufficiali che si ispiravano
all’efficienza dei loro istruttori tedeschi, avevano preso il posto dei molli visir e pascià.
Sui Dardanelli e a Gallipoli fu una grande strage di inglesi e delle loro truppe coloniali
e del Commonwealth, che non riuscirono ad attraversare lo stretto. E Churchill, che
aveva propugnato l’impresa, diede le dimissioni.
Restava ancora neutrale l’Italia, con Giolitti che contrattava le condizioni della
neutralità con l’Austria, la quale però era molto restia a impegnarsi a cessioni
territoriali da subito. Al limite Trento sì, ma Bolzano e Trieste no, forse qualcosa in
Istria e Dalmazia. Il tutto non era una meraviglia, ma sempre meglio dell’orribile
massacro che era cominciato nel fango delle trincee francesi, al posto della radiose
giornate risorgimentali sognate dagli studenti esaltati dalla retorica di D’Annunzio e
dalla prezzolata campagna di Mussolini. Naturalmente i militari e la grande industria
volevano la guerra, gli uni per la carriera, gli altri per gli affari. E con la solita
preveggenza dei nostri alti comandi, lo stato maggiore dell’esercito continuava a
buttare soldi per migliorare le fortificazioni sul confine francese….
Purtroppo re Vittorio si fece tirare a fare il primo dei suoi colpi di stato, e cioè
dichiarare la guerra all’Austria mentre la maggioranza della Camera si era espressa per
la posizione di Giolitti, con l’unico sistema possibile in assenza di una votazione
esplicita: lasciando i propri biglietti da visita a casa di Giolitti.
L’unica possibilità di una pronuncia parlamentare ufficiale contro la dichiarazione di
guerra da parte del re, sarebbe stato il rifiuto di votare il bilancio militare. Però questa
strada non era stata percorsa in Germania, Austria, Inghilterra e Francia, dove persino
i socialisti votarono i crediti di guerra, il che portò allo scioglimento dell’Internazionale
Socialista, che si ricostituì solo dopo la seconda guerra mondiale.
E così, dopo aver avuto otto mesi di tempo per sapere che orrore fosse la guerra di
trincea (ma quelle notizie erano censurate e sui giornali scrivevano solo gli esaltati
interventisti) anche gli italiani scesero in campo, e se la presero persino con il Papa,
quando parlò di “inutile strage”.
È anche vero che nel maggio 1915 gli inglesi erano ancora convinti di conquistare
presto Costantinopoli, e promettevano a tutti generose fette dell’impero ottomano:
l’Italia, la Serbia, la Grecia e la Romania avrebbero avuto parecchio, la Russia avrebbe
addirittura realizzato il suo sogno di sempre, il controllo degli Stretti e l’accesso al
Mediterraneo. Mentre Francia e Inghilterra progettavano come dividersi “l’arrosto”,
cioè Iraq, Siria, Arabia, Giordania e le colonie tedesche in Africa.
Sempre in quei mesi i sottomarini tedeschi cercavano di reagire al blocco navale
silurando navi di ogni genere sull’Atlantico, e affondarono anche il transatlantico
Lusitania, carico di statunitensi. L’affondamento suscitò una forte emozione in USA,
subito cavalcata dagli industriali degli stati del nord che crearono una lobby
interventista.
Ancora in quei mesi i russi avanzavano nei Carpazi e nei Balcani facendo a pezzi un
esercito austriaco, risultato tanto più debole del previsto quanto quello tedesco era
risultato più forte.
Invece gli austriaci schierati contro gli italiani risultarono più coriacei, i reggimenti
austriaci e tedeschi di origine polacca cominciarono a battersi con ferocia contro i russi,
gli inglesi dovettero abbandonare l’impossibile spedizione di Gallipoli. I turchi, che
temevano un altro attacco, diedero il via ad una feroce pulizia etnica contro armeni,
greci ed ebrei, iniziando così la specializzazione in genocidio caratteristica di
quell’esercito, come ben sanno oggi i curdi. Anche in Mesopotamia i turchi riuscirono
a battere un tentativo di penetrazione di truppe anglo-indiane, ma non si accorsero che
un giovane ufficiale inglese dei servizi segreti, Lawrence, cominciava ad aggirarsi nella
penisola araba per sollevare i beduini contro la dominazione turca.
Negli ultimi mesi del 1916 scende in guerra con gli Alleati la Romania (la Bulgaria
invece era schierata con gli imperi centrali) che sperava di portar via all’Ungheria le
zone popolate dai rumeni. Cominciano a essere utilizzate nuove armi: dei prototipi di
carri armati, costruiti su insistente suggerimento di Churchill, che si dimostrarono
subito molto utili, e gli aeroplani, inizialmente solo da ricognizione, furono dotati di
mitragliatrici. I piloti cominciarono a duellare tra loro nel cielo sopra le trincee,
suscitando l’entusiasmo dei poveri fanti e il tifo delle nazioni in guerra per questi
moderni eroi cavallereschi, che divennero popolarissimi. Ancora oggi il simbolo della
Ferrari è il cavallino rampante che era dipinto sull’aereo del maggiore medaglia d’oro
Baracca.
Scarso peso nelle vicende belliche ebbe invece la marina da guerra, costosissima e in
continuo aggiornamento. A parte il largo impiego dei sottomarini tedeschi
nell’Atlantico e delle navi militari di scorta ai convogli in arrivo dagli USA, vi fu
qualche scontro tra tedeschi e inglesi nel mare del Nord, sempre provocati dagli
aggressivi tedeschi. Nel Mediterraneo invece il predominio delle flotte inglese, italiana
e francese era tale che la debole marina austriaca non si azzardò a lasciare i porti
dell’Adriatico, dove fu colpita dai coraggiosi MAS italiani. Insomma, per gli ammiragli
italiani il problema più grave era scegliere il vino da abbinare all’aragosta…
Perché succedesse qualcosa di nuovo oltre all’impressionante numero di morti (nel
1916 la Francia deliberò la cessione eterna alla Gran Bretagna della terra in cui
sorgevano i cimiteri di guerra inglesi, così come fece con gli USA nel 1945) bisogna
aspettare il 1917, anno di grandi svolte.
A febbraio una rivolta a Pietrogrado (che aveva cambiato in russo il nome dal tedesco
Pietroburgo, così come i reali inglesi si chiamarono Windsor invece che Saxe-Coburgo
e i loro parenti Mountbatten invece di Battenberg) viene appoggiata anche dal presidio
e dalla marina militare, e il potere viene assunto da un comitato della Duma, che
costringe lo Zar ad abdicare a favore del fratello Michele. Si costituiscono a latere i
soviet degli operai, dei contadini e dei soldati, diretti interpreti della miseria della
popolazione priva di cibo e della feroce oppressione dei soldati da parte dei loro
ufficiali che li avevano spinti al massacro con armi inadatte e poche munizioni: la
Russia ebbe ben sei milioni di morti.
Lenin durante un comizio
La Germania fa arrivare Lenin in Finlandia, che di lì passa nella capitale, dove trova
Lev Trockij impegnato a organizzare i soviet, con il partito bolscevico che comincia a
diffondere la parola d’ordine “la pace ai soldati, la terra ai contadini, le fabbriche agli
operai e la libertà a tutte le nazionalità della Russia”. L’esercito smette quasi ovunque
di combattere e il comando di molti reparti viene assunto dai soviet. La Duma forma a
luglio un nuovo governo con a capo Kerenskij, che cerca di fermare il tracollo generale,
anche del fronte.
Intanto ad aprile gli USA decidono di entrare in guerra, provocati dalla guerra
sottomarina indiscriminata dei tedeschi, che avevano sprezzantemente rifiutato la
regola richiesta dagli USA, di controllare il carico prima di silurare, perché il Kaiser
continuava a pensare che era troppo urgente arrivare alla vittoria prima di esaurire le
scorte: la notizia suscita un indescrivibile entusiasmo tra gli Alleati, ma i tempi della
possente organizzazione americana sono precisi ma lunghi. Il comandante della
spedizione, Pershing, non ha nessuna intenzione di far massacrare i suoi ragazzi nelle
trincee, e rifiuta di mettere reparti Usa sotto il comando dei generali europei, di cui ha
pochissima stima: preferisce organizzare e addestrare un esercito tutto americano, man
mano che viene scaricato dalle navi (si parla di arrivare fino a 650.000 uomini) per dare
la spallata decisiva al momento opportuno. Intanto la notizia basta a sedare le
manifestazioni di insofferenza a quel tipo di guerra che cominciano ad affiorare in vari
reparti francesi e italiani. Mentre comincia a emergere qualche dissenso nelle trincee
tedesche.
Lawrence d'Arabia
A luglio del 1917, ricompaiono sulla scena, dopo secoli, gli Arabi, sobillati da
Lawrence, che conquistano ai turchi il porto di Aqaba e con le armi che gli inglesi
cominciano a sbarcare mettono in fuga l’esercito turco, assolutamente impreparato a
un attacco da quel lato.
I tedeschi cominciano a capire che il loro tempo sta scadendo se non ottengono dei
risultati subito, perché le loro scorte di munizioni, di armi e persino di alimentari non
sono infinite, e agli alleati austriaci comincia a disgregarsi l’impero per la diffusione
dei nazionalismi incoraggiati ora dai proclami del presidente USA Wilson, che dichiara
che gli Usa scendono in guerra soprattutto per garantire l’autodeterminazione dei
popoli: nobile principio, utile anche per le campagne elettorali in USA, paese di
immigrati dall’Europa.
I più avveduti e informati dello Stato Maggiore tedesco, che era un organismo potente
ed entro certi limiti autonomo persino dal Kaiser, si rendono conto che non si riuscirà
a competere a lungo con le risorse degli USA, che oltre a essere incommensurabili
rispetto a quelle dei tedeschi, sono governate da un ceto di ingegneri e industriali dove
si trova il meglio della nazione, che in Germania era invece monopolizzato dalla
prestigiosa carriera militare. Pertanto si affretta al massimo lo spostamento delle truppe
dal fronte orientale per dare una spallata in Francia e un’altra in Italia: quella in Italia
riesce meglio, con la rotta di Caporetto (che avviene negli stessi giorni in cui i Soviet
conquistano il potere in Russia) dove la seconda armata cede improvvisamente e si
ritira nella confusione. Viene silurato il comandante supremo Cadorna, inetto, feroce e
vile, come dimostrò col suo comunicato che rovescia la colpa della sua stupidità sui
poveri fanti in prima linea, che finalmente viene sostituito da Diaz, mentre il re
interviene di persona per fissare la linea di ultima resistenza sul Piave, e per rassicurare
gli alleati in un convegno a Peschiera.
La linea del Piave tiene, anche grazie al sacrificio totale di due reggimenti di cavalleria
che danno ai fanti il tempo di assestarsi nelle nuove trincee, e arrivano persino dei
rinforzi inglesi e americani, simbolici ma importanti. Venezia è salva, e anche il paese
tiene nonostante qualche sommossa delle operaie (le mogli dei soldati che cadevano al
fronte e che lavoravano per una paga insufficiente negli opifici militari di stato, mentre
gli operai delle grandi fabbriche private che lavoravano per la guerra erano esonerati
dal servizio militare e pagati in modo decoroso). Ma ci vorrà ancora un anno per avere
ragione dell’ostinazione di austriaci e tedeschi, che continuano tenere la linea del
fronte, e ormai hanno completato il trasferimento delle loro divisioni dal fronte russo a
quelli francese e italiano, ma, nonostante le ripetute offensive, in Francia riescono ad
avanzare molto meno che in Italia.
Intanto i tedeschi trattano la pace col governo bolscevico, continuando a peggiorarne
arrogantemente le condizioni, mentre i Soviet si battono per la vita o la morte in una
guerra civile contro le armate bianche dei militari rimasti fedeli allo Zar in Europa e
contro avventurieri di ogni risma e nazionalità in Siberia. I russi rendono pubblici gli
archivi segreti degli accordi internazionali, mettendo in crisi le diplomazie di tutto il
mondo. E annunciano che non si sognano di pagare i debiti della Russia stipulati sotto
lo Zar, precipitando nel panico i risparmiatori francesi.
Mentre succedono queste cose, in Francia cominciano a unirsi agli alleati sempre più
numerosi contingenti di americani, giovani, sani, ottimisti, coraggiosi e non ancora
ridotti alla disperazione da anni di fango e di massacri in trincea. Sono meno del
previsto, e del necessario, ma bastano a rovesciare una tendenza, ridando ottimismo ai
reparti alleati e precipitando nel pessimismo quelli tedeschi e i loro comandi supremi,
che cominciano a fare i conti con le scorte in termini di mesi e poi di settimane mentre
da qualche parte nei territori da loro controllati si registrano i primi morti per fame. A
metà 1918 comincia a diffondersi prima tra le popolazioni e poi negli eserciti,
l’epidemia di influenza “spagnola” che farà quasi tanti morti quanto la guerra.
Il Kaiser Guglielmo comincia a dare in smanie, reclamando sempre nuove offensive,
fin quando la Marina, alla quale aveva dedicato tante risorse, rifiuta i suoi ordini , subito
seguita dall’esercito, che aveva munizioni ancora solo per due settimane, e aveva avuto
notizia dello sfondamento del fronte italiano, con i cavalleggeri che entravano in Trento
accolti dalla popolazione in delirio e si preparavano a penetrare in Austria e Baviera
come nel burro, perché i soldati dell’impero austriaco che si stava sgretolando avevano
in testa una sola cosa, buttare le armi e tornare a casa: i più preparati pensando anche
di occuparsi dell’imminente indipendenza dei loro paesi dal dominio austriaco.
Il reggimento cavalleggeri d'Alessandria, il primo ad entrare in Trento con le sue
pattuglie di esploratori il pomeriggio del 3 novembre 1918
Perciò il Kaiser abdica, con uno squallido tentativo di conservare la corona di Prussia,
subito respinto dai suoi generali, che ormai vedevano arrivare la rivolta dei soldati
come in Russia, e si rifugia con la famiglia nella neutrale Olanda, che saggiamente non
aveva invaso all’inizio della guerra, mentre lo stato maggiore va a firmare un umiliante
armistizio su un vagone ferroviario nella foresta di Compiegne.
La notizia coglie di sorpresa tutta la Germania, perché l’esercito stava ancora
occupando vasti territori all’estero, in Francia, Belgio, Polonia, Russia e persino in
Africa, e la vita nelle città e nelle campagne tedesche andava avanti come al solito, sia
pure con il razionamento sempre più stretto: nasce così la leggenda del “tradimento”.
Come sempre quando si perde, si cerca di dare la colpa agli altri (in questo caso
l’ebraismo mondiale) anziché all’arroganza e all’ostinata stupidità dei propri capi.
Per cui, mentre tutte le campane dei paesi alleati suonavano a distesa e la gente si
abbracciava per le strade, e i parigini toglievano il velo nero che dal 1870 copriva la
statua di Strasburgo, i soldati tedeschi che rientravano con le armi in mano prendevano
il potere nelle città e nei borghi, costituendo confusi organismi locali, e lo stato
maggiore creava un governo provvisorio di civili dando molto spazio ai democratici,
ai socialisti e ai cattolici, sperando che almeno loro riuscissero a imporsi nel caos.
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Claudio Bellavita
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