Angelo Capasso H.H. Lim. “La via di Mezzo” La parola è in sé suono e senso. Questa articolazione ha una connotazione spazio temporale, nel senso che va oltre il presente, si muove nel vento e si incarna in un luogo molto diverso, che può essere un padiglione auricolare, oppure un microfono, o forse anche una stanza. Nelle civiltà tradizionali, la parola è sempre considerata un elemento fondante della cultura, e quindi anche della cultura collettiva. Di conseguenza lo è anche per le relazioni umane. Le parole feriscono, fanno gioire, danno la vita, e la tolgono. Senza parole sono le situazioni paradossali che non necessitano un commento. No comment, dicono gli inglesi, i quali nel loro equilibrio linguistico che consente anche l’efficacia di ogni battuta di spirito, si astengono dal dire, quando questo non è necessario. E’ comprensibile quindi come Francis Bacon, il più grande retore della pittura teatrale, abbia affermato un princpio sostanziale per l’arte: “If you can speak about it, why paint it?”. L’arte è senza parole. Chi le da voce, sbaglia. E’ come voler dare le ali ad un pesce, o le ruote ad una gallina. L’arte parla come preferisce, nel linguaggio che le è più congeniale: per immagini. Ma questo non la esclude dal poter essere recepita con media diversi. Anche il luogo comune che l’arte sia un lavoro per vedenti, va sconfessato. L’arte parla per immagini a tutto il corpo. Trasforma tutto in immagine. Gli artisti del novecento hanno fatto immagine di tutto: a partire dalle avanguardie tutto è diventato visivo: parole, segni, rumori, sensazioni, Non si tratta di visivo, ma di visibile: ovvero della possibilità di qualcosa che normalmente è diretta al canale visivo, diventi visibile. E se non lo è invisibile, ma pur sempre per quel canale. La parola quindi non è fonte della letteratura, quando dell’arte. Secondo i Veda, è una luce che ha fondato il mondo e si è poi trasformata in suono. La luce diventa parola. Per la nostra tradizione giudaico-cristiana è il verbo ad incarnarsi nella materia. Ma Dio è spesso incarnato nella luce. Secondo la scienza è il Big Bang ad aver tratto materia dal buio, portandola alla luce. In tutte l tradizioni culturali esiste quindi una relazione di reciprocità tra immagine e parola, dove il distacco è quasi impossibile. L’immagineparola e la parolaimmagine sono le due capsule che hanno segnato l’origine del mondo. Non è un caso che all’interno della cultura occidentale si distingue una tradione retorica (quella romana) ed una estetica (quella greca) che hanno fondato la Legge e la Bellezza (Arte, filosofia) L’arte parla una lingua diversa. Parla attraverso una lingua di immagini, ma parla. Il principio della parola, come fonte di origine del mondo, è un principio che appartiene alla cultura giudaico-cristiana, ed è quindi alla base della cultura occidentale. In principio era il verbo, è l’exordium della Bibbia. Il farsi Uomo, da parte del verbo, costituisce invece la fonte iconica del mondo occidentale, accettato soltanto dal mondo cristiano: il mondo che riconosce Cristo. La parola e l’immagine quindi hanno distinto il mondo in mondo del senso e mondo della rappresentazione, mondo della legge e mondo della forma, ideologia verbale e ideologica iconodula: è la distinzione che scinde la cultura romana e la cultura greca. Nel caso di H.H. Lim, artista malese di nascita, cinese di origine e romano d’adozione, la PAROLA si estrinseca in più livelli espressivi che toccano sfere estetiche, culturali e sociali diverse. La manipolazione dello spazio, la sua articolazione secondo dimensioni e proporzioni fisiche, percezioni e visioni soggettive, è uno degli elementi primari dell'arte di quest'epoca caratterizzata dalla iperiproducibilità tecnologica e dalla ridefinizione continua del concetto di identità. L’artista non misura il suo lavoro sulla ricerca di contenuti o contenitori, ma considera lo spazio fisico come un contesto multiforme attraversabile dai media, nel quale raffinare le condizioni di "persistenza" e di "durata" necessarie perché l'opera penetri la barriera rigida della Storia. Questo è l'orizzonte in cui si collocano le tendenze artistiche che vanno "oltre la cornice", ovvero quelle forme d'arte che hanno considerato il vuoto della galleria d'arte o di luoghi esterni meno convenzionali, come materia per l'esercizio delle idee. Le opere di H.H. Lim risalgono da sempre il percorso storico che ha portato a questa evanescenza del soggetto tradizionale dell'arte - la rappresentazione - a partire dalla performance art che egli ha praticato proprio agli inizi della sua carriera d'artista. Le prime opere di Lim hanno segnato il territorio con oggetti che sono solo un segnale di presenza. I suoi piccoli oggetti, quali aerei di gesso, raccoglimmondizia, bottiglie, ampolle e totem ricavati da elenchi del telefono, sono stati i segnali di un percorso che ha conciliato l'oggetto con il pensiero, e quest'ultimo radicandosi nell'effimero si esercita liberamente in quel perfetto vuoto ontologico qual'è lo spazio espositivo. Quegli oggetti, che Lim ha realizzato soprattutto agli inizi del suo lavoro, negli anni ottanta, si risolvono in presenze tridimensionali e bidimensionali (a parete) che frequentano lo spazio quotidiano e conferiscono ad esso la condizione di museo temporaneo, per la delicatezza e la ricercatezza dell’immagine che ci danno di loro nella rinnovata veste argentata, dorata o rivestita di una sottile pellicola di alluminio. Quella pellicola ha l'importante compito di mantenere il quotidiano in un’aura protetta, come in un limbo autonomo e inattaccabile. È al Museo, inteso come archivio e luogo della memoria, che Lim ha fatto riferimento, per le sue peregrinazioni mentali. Così anche i suoi “specchi” non sono fatti di vetro piombato, ma di lastre d'alluminio, capaci di riflettere non la forma chiara, ma le ombre, in una dimensione opalescente e pallida di antichità che avvicina la contemporaneità all'arte tradizionale, il lavoro manuale al pensiero. Del resto, i nostri concetti letterari sono derivati dalle arti della produzione e dalla costruzione: tali, per esempio, le nozioni di “cultura” (che richiama l'agricoltura), “sapienza” (originariamente “perizia”) e “ascetismo” (originariamente “lavoro faticoso”). Il Museo di Lim però, come quello di Warhol, è teso a consacrare il quotidiano. “Entrare in un supermercato oggi è come entrare in un museo”, sosteneva Andy Warhol. Ovvero il sacro rigore con cui vengono classificati i prodotti di largo consumo assimila la cultura alle merci. L'incontro del sacro con il quotidiano produce inevitabilmente sottoprodotti kitsch per l'impossibilità di colmare la divaricazione che esiste tra la venerazione del sacro e la deperibilità del quotidiano. La trasformazione operata da Lim a tal proposito è di fare degli oggetti strumenti di esercizio di una filosofia minimale, che ha evidenti assonanze con l'aneddotica Zen e la filosofia del Tao reinterpretata dall'immaginario favolistico individuale dell'artista. In questo esercizio di affabulazione si attua la levitazione del quotidiano e l'avvicinamento del divino: un incontro a mezz'aria. Nel titolo delle sue opere spesso è contenuta una prima chiave di lettura, che non classifica o definisce chiaramente i confini dell’opera, anzi ne accentua la mobilità transeunte: “Per l'amor del cielo”, ad esempio, è un'espressione che può esprimere amore per il volo, amore divino, o paura o disperazione: poli opposti che conciliano, cosi come nelle opere di Lim capitano accostamenti di divinità buddiste o indù con armi o macchine da corsa. “Un ombra di dubbio”, “70 chili circa di saggezza”, “La via” sono titoli applicabili, come teoremi filosofici, a più opere. In “70 chili di saggezza” è l'artista stesso a trovarsi in bilico su una palla da basket, in “Due chili circa di saggezza” invece sono statuine del Buddha poste su una pesa. Il riferimento al Tao è sempre evidente, è attraverso questa disciplina filosofica che dello spazio operativo di Lim mantiene un'apertura inalterabile verso La Via. Così è per i materiali: nell’ultima serie di opere il paesaggio specchiante, e poi bianco delle opere precedenti si è trasformato in un orizzonte nero, in una grande pietra filosofale nera dove lo zero dei colori invece che essere il viatico per una lettura concettuale si attesta come autoevidenza del nero, espressione autonoma che chiama in causa la vista e non la visione, perché la prima è necessaria ed indispensabile per ogni personale interpretazione, e quindi per ogni visione più assoluta: “Ora puoi vedere con i tuoi occhi”, ci dice Lim, dopo aver già affermato che “avere gli occhi nella mente porta alla cecità” in un altro ciclo di opere. Nel vuoto dello spazio fisico, l'artista esce fuori dall'io ed entra nel sé, dove si finalizza il suo essere universale, e ritrova le parole del tempo, la saggezza del luogo e della forma, l'ascensione nello spazio artistico, perché in questo spazio/tempo coincidono. Il passaggio dalla forma all'esalazione della forma è un passaggio costante nell'arte di Lim e si conferma in un "lasciarsi andare" ad un vuoto di immagini pure e a sensazioni affini, per rispondere all’opulenza della civiltà delle immagini e ritrovare la via di una riconciliazione tra l'Io e il Sé. Questa riconciliazione si distilla nella seconda fase del suo lavoro, che è costituito dal percorso che Lim ha svolto alla fine degli anni novanta ed è tuttora in corso. In questi ultimi dieci anni circa, Lim ha trasformato il lavoro sulla parola e sullo spazio secondo una duplice strategia che comprende la Parola e lo Spazio come oggetti di lavoro. Il recupero della performance, in questa seconda fase è sostanziale. L’elemento primo del lavoro di Lim è fatto d’aria e di senso: è la parola. Giocata tra Significato e significante, la parola nel lavoro di Lim si slabbra in una duplice accezione grafica e di significato, lasciando all’immagine il ruolo di sintetizzarne la divaricazione. Ovvero, le parole e le frasi che scorrono su tutti i suoi lavori pittorici – che potremmo distinguere in cicli: il ciclo bianco, il nero e il rosso – sono degli elementi grafici che rimandano ad una tradizione grafica Orientale, riconvertita nel mondo Occidentale in segni senza senso: in contenitori del vuoto, appunto. La parola quindi è il tema centrale attorno a cui si articolano tutte le riflessioni visive di Lim ed anche lo strumento principe attraverso cui queste si realizzano. Cos’ è la Parola? E’ uno spazio tra due intervalli riempito di senso espresso dal suono. Ogni parola è un suono. Ogni vocalità può avere un senso, al di là di quanto esprime secondo il linguaggio accettato. Ma la Parola è anche il modo con cui direzioniamo il nostro pensiero e lo caliamo nello spazio del senso. Ogni parola si ricerca automaticamente nella mente e diviene segno definitivo di un’idea che intende essere precisa e delimitata nel suo significato. Nel nuovo ciclo di opere di Lim, il linguaggio dei sordi entra pienamente nel lavoro e si trasforma in oggetto per la rappresentazione simbolica. L’azione iscritta in ogni rituale dei segni, nel caso di Lim, prende forma nell’azione. La parola, di per sé, è azione che si declina nello spazio del senso. Ogni sua azione, infatti, nasce da una parola codificata: dal titolo che ne sintetizza il principio fondante, sempre giocato attorno alla strategia del tempo: l’attesa, l’attimo, la riflessione. Gli elementi che si compongono nel suo Cosmo propongono ognuno un insieme eterogeneo di ipotesi di azione: performance, scultura, istallazione, pittura sono gli elementi che organizzano il senso mantenendolo però in un ambito propriamente mentale, o meglio concettuale. Questa dimensione vaporizzata dell’arte, riporta il segno all’interno del sogno. Per Lim anche un tappeto che reca su di sé incisa la parola ORO è un elemento architettonico che richiama ad una antica civiltà aurea. Ovviamente non secondo il rigore del pensiero, ma nello spazio aperto ed esploso dell’immaginazione.