La figura guida: Mosè

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VITA DI MOSE’
di Paola Bignardi
IN EGITTO
La storia di Mosè ebbe inizio in Egitto, nel contesto drammatico di una persecuzione con cui gli
egiziani cercavano di liberarsi della presenza degli ebrei. Questi, dalla Palestina, erano giunti in
Egitto ormai da lungo tempo: durante una carestia, Giuseppe, alto funzionario ebreo della corte del
re, aveva fatto venire presso di sé i suoi undici fratelli e il padre Giacobbe-Israele, per sottrarli alla
fame.
Gli ebrei discendenti dai figli di Giacobbe, che dal secondo nome del capo stipite sono chiamati
anche israeliti, all'inizio erano settanta. Ma nel soggiorno in Egitto si moltiplicarono e divennero un
gruppo così numeroso che «il paese ne fu ripieno» (Es 1,7). Cominciarono allora a far paura agli
egiziani; nel frattempo si era perduta la memoria del bene che Giuseppe aveva fatto all'Egitto e
intorno ai discendenti di lui era cresciuta l'ostilità.
Gli israeliti erano una presenza che incuteva timore agli egiziani perché, in una società nella quale
la guerra contro le popolazioni confinanti era fin troppo facile, la presenza numerosa di una
popolazione che continuava ad essere straniera costituiva una minaccia: poteva diventare una
pericolosa alleata di eventuali nemici.
Il faraone (questo era il titolo del re d'Egitto) pensò allora di controllarli da vicino, rendendo più
pesante e più difficile la loro vita. Cosi li inviò ai lavori forzati: a fabbricare mattoni per realizzare
le grandi costruzioni programmate nel delta del Nilo. Tali imponenti edifici richiedevano masse di
lavoratori e allo scopo i discendenti di Israele erano molto utili. Questo spiega l'atteggiamento
apparentemente contraddittorio del faraone, che da un parte voleva liberarsi degli israeliti, ma
dall'altra non si decideva a lasciarli andare, consapevole che il loro allontanamento dall'Egitto
avrebbe costituito un notevole impoverimento delle risorse umane, di cui il paese aveva bisogno per
conservare la sua potenza e aumentare la sua ricchezza.
Dice la Bibbia che gli israeliti costruirono le città-deposito Pitom e Ramses: due città situate nella
zona orientale del grande delta del Nilo, volute come deposito di viveri.
La presenza di sorveglianti egiziani rendeva massacrante il lavoro, perché questi avevano ricevuto
dal faraone il compito di trattare duramente i figli di Israele. Ma, contrariamente alle attese, la
durezza delle condizioni di lavoro non servì a far diminuire il loro numero, che anzi continuò a
crescere; essi divennero un gruppo sempre più consistente e forte: agli occhi del faraone, sempre più
minaccioso.
Allora il sovrano d'Egitto ordinò alle levatrici di Israele di uccidere i figli maschi al momento del
parto. Esse non obbedirono, adducendo la scusa che le donne israelite erano piene di vitalità e
quindi avevano già partorito, quando la levatrice giungeva presso di loro. Così il faraone diede
l'ordine che ogni figlio maschio di Israele, al momento della nascita, venisse gettato nel Nilo.
La nascita di Mosè
Gli israeliti erano ripartiti in tribù, ciascuna delle quali discendeva da uno dei figli maschi di
Giacobbe-Israele. In una famiglia della tribù di Levi nacque un bambino bello e forte. Per l'ordine
del faraone, i suoi genitori non avrebbero avuto altra scelta che quella di farlo morire. Tuttavia,
prima di abbandonarlo alle acque del Nilo i suoi parenti costruirono un cesto, lo cosparsero di pece
di bitume per renderlo impermeabile, poi in esso adagiarono il piccolo; mandarono quindi la sorella
del bambino, Maria, perché lo abbandonasse nel canneto lungo le rive del Nilo, e stesse ad
osservare quello che accadeva.
Venne la figlia del faraone a fare il bagno insieme alle sue ancelle; vide la cesta, la aprì e quando vi
scoprì dentro un bambino bello e sano, pensò che fosse un figlio degli israeliti, ma non volle farlo
morire e lei stessa se ne prese cura . La sorella del bambino, che se ne stava nascosta tra le canne,
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venne fuori e chiese alla principessa se voleva che le procurasse una balia, per allattarlo. Andò così
a chiamare la madre, alla quale il piccolo venne affidato fino a quando non ebbe più bisogno di
nutrice.
Il bambino fu poi portato a corte. La figlia del faraone gli mise nome Mosè, che significa: «io l'ho
salvato dalle acque» (Es 2,10). Nel nome era indicato il modo con cui Mosè era stato conservato
alla vita; ma nella sua salvezza miracolosa si preannunciava anche il disegno straordinario che Dio
aveva sulla vita di questo piccolo. Questa vita, che secondo le logiche umane doveva essere
soppressa, fu invece salvata miracolosamente per essere riservata per Dio, che intendeva affidargli
una grande missione: renderlo il proprio collaboratore per salvare a sua volta il popolo di Israele.
Mosè, salvato da Dio per Dio.
Mosè crebbe alla corte del faraone e fu istruito dai migliori maestri: anzi, dice la Bibbia, in «tutta la
sapienza degli Egiziani» (At 7,22). La cultura egiziana, allora, era quella che aveva espresso il
proprio altissimo livello tecnico costruendo le piramidi; era l'arte raffinata delle pitture ritrovate
nelle tombe; era la sapienza politica ed economica che governava un potente impero. Quella
egiziana era una civiltà tra le più alte e significative del tempo. Mosè ebbe modo di acquisire tutta
questa ricchezza di cultura e di formarsi alla visione della vita che essa esprimeva; crebbe come un
egiziano, per educazione, per abitudini, per mentalità; e come un egiziano di alto rango sociale, dato
che la responsabile della sua formazione era la figlia del faraone.
Il rifiuto dell'ingiustizia
Ormai adulto, «quando stava per compiere i quarant'anni» At 7,22), Mosè prese coscienza delle
condizioni cui era ridotto il popolo dal quale proveniva. Si può provare ad immaginare il suo stato
d'animo; rileggendo le poche informazioni della Bibbia, si può pensare che Mosè nutrisse
l'intenzione di contribuire al riscatto del suo popolo. Egli era stato educato nella libertà e sentiva che
questa non poteva essere per lui un privilegio da difendere, ma un ideale da condividere con i suoi
fratelli e da trasformare in un progetto politico.
Un giorno vide un egiziano che colpiva un israelita; prendendo le difese del suo consanguineo,
Mosè colpì a morte l'egiziano, poi lo seppellì nella sabbia. Pensava che nessuno fosse stato
testimone del fatto, ma il giorno dopo si rese conto che non era così. Ci fu una rissa tra alcuni
israeliti; Mosè prese le difese di quello che aveva ragione, ma l'altro gli chiese chi gli avesse dato
l'autorità di capo su di loro, e aggiunse: «Pensi forse di uccidermi come hai ucciso l'egiziano?» (Es
2,14). Mosè capì allora di essere stato scoperto e comprese che i suoi fratelli non avevano le stesse
intenzioni di liberazione che egli aveva per loro; anzi, gli chiedevano conto dei suoi atteggiamenti
da capo.
Allora ebbe paura: delle conseguenze del suo gesto, della morte che qualcuno poteva ora desiderare
di dargli, del fallimento del progetto di liberare dei suoi fratelli, progetto per il quale aveva
abbandonato la corte. Anche il faraone venne a conoscere l'episodio e forse intuì l'intenzione di
Mosè; capì quanto quell'uomo poteva essere pericoloso e lo fece cercare, per metterlo a morte. La
decisione più prudente era dunque quella di abbandonare quel luogo e di cambiare vita, dimenticando l'illusione di liberare gli israeliti dall'Egitto.
Così Mosè si allontanò dal paese e si diresse verso il paese di Madian; incominciava una fase nuova
della sua vita.
Fuga a Madian
La terra di Madian è difficile da localizzare: secondo alcuni si tratta di una regione situata in Arabia,
ad est del golfo di Aqaba; secondo altri, potrebbe trovarsi nella penisola del Sinai, a est del deserto
di Parano. Si può comunque definire la terra dell'esilio di Mosè, il tempo della solitudine.
II sacerdote di Madian aveva sette figlie. Esse andarono ad abbeverare il bestiame ad un pozzo,
presso il quale si era fermato Mosè. Vennero però alcuni pastori che le scacciarono; Mosè andò in
loro aiuto, le difese, fece bere il loro gregge; esse poterono così tornare presto a casa. II padre si
sorprese del loro rapido ritorno. Esse raccontarono di uno sconosciuto che le aveva aiutate, il loro
padre le mandò a cercarlo e lo volle ospite a casa sua.
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Mosè ne sposò una delle figlie, Zippora, e si stabilì in quella regione; al figlio che nacque dalla loro
unione Mosè diede nome Gherson, che significa «Sono un emigrato in terra straniera!» (Es 2,22).
Con il nome del figlio Mosè voleva ricordare la propria precaria condizione: lo straniero era una
persona che aveva perduto ogni diritto ed era alla mercé di tutti; non avendo alcun legame familiare,
non aveva nessuno che vendicasse gli eventuali soprusi subiti.
In seguito Mosè ebbe da Zippora un altro figlio, che chiamò Eliezer. Con questo nome, che
significa «Il mio Dio aiuta», egli volle ricordare che Dio lo aveva liberato dalla spada del faraone.
La chiamata di Dio
Passarono gli anni, cambiò il re, ma in Egitto la condizione degli israeliti, oppressi dalle autorità,
non era cambiata. Allora Dio ascoltò il grido della loro schiavitù ed ebbe pietà di loro. Per questo
chiamò Mosè, per affidargli il compito di liberare il popolo degli israeliti.
La Sacra Scrittura propone, con poche varianti, due racconti della vocazione di Mosè (Es 3; Es 6).
Egli stava pascolando il gregge del suocero; aveva oltrepassato il deserto e si era avvicinato al
monte Oreb, quando notò una fiamma che ardeva in mezzo ad un roveto, senza consumarlo. Mosè
volle avvicinarsi per rendersi conto di quel fatto straordinario, ma Dio lo trattenne: quello era un
luogo santo ed occorreva togliersi i sandali. Poi gli si presentò: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio
di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (Es 3,6). Mosè ebbe paura di guardare verso Dio e
si velò il viso, ma Dio lo rassicurò, presentandosi come colui che veniva a liberare il popolo degli
israeliti perché ne aveva visto la miseria ed aveva avuto pietà della sua sofferenza. Gli prometteva
l'uscita dall'Egitto verso un paese bello, spazioso e fertile, così ricco che vi «scorre latte e miele».
Per realizzare la liberazione del popolo, Dio aveva bisogno però della disponibilità di Mosè: a lui
affidava il compito di andare dal faraone, per dirgli che il loro Dio li chiamava nel deserto ad
offrirgli un sacrificio e che quindi gli israeliti dovevano allontanarsi dall'Egitto. E poiché il faraone
non avrebbe acconsentito, il Signore prometteva a Mosè una serie di prodigi, con i quali avrebbe
colpito l'Egitto per convincere il faraone a questa decisione.
Le obiezioni di Mosè
Forse Mosè conosceva le difficoltà e gli ostacoli che avrebbe incontrato nell'accettare questa
missione e provò quindi a presentare a Dio le sue obiezioni: «Chi sono io per andare dal faraone e
per far uscire dall'Egitto gli israeliti?» (Es 3,11). Come far sì che gli israeliti possano credere alle
sue parole e alle promesse che il Signore fa loro per bocca sua? E come farsi ascoltare, dal
momento che Mosè sa di non essere un buon parlatore?
Una dopo l'altra, il Signore smontò le obiezioni di Mosè: gli avrebbe dato il potere di compiere una
serie di prodigi, con i quali avrebbe convinto il popolo e il faraone.
Innanzitutto, se Mosè avesse gettato per terra il bastone che teneva in mano, questo si sarebbe
tramutato in serpente: Mosè fece come il Signore gli aveva detto, e il suo bastone divenne un
serpente davanti al quale egli fuggì; lo prese poi per la coda come il Signore gli aveva insegnato, e il
serpente ridivenne bastone. Poi si mise una mano in seno, e la ritrasse coperta di lebbra; ma la
seconda volta, la mano ritornò sana. Infine il Signore gli ordinò di prendere acqua del Nilo e di
versarla sulla terra: si sarebbe trasformata in sangue.
E se Mosè si sentiva impacciato nel parlare, Dio gli disse che avrebbe avuto accanto il fratello
Aronne, il quale avrebbe parlato al posto suo e avrebbe saputo convincere il popolo; avrebbe potuto
anche convincere il faraone, se Dio non volesse renderne il cuore ostinato.
Come sempre quando l'uomo si sente impari a un grande compito, Mosè cercò di sottrarvisi,
giocando la sua ultima carta: «Perdonami, Signore mio, manda chi vuoi mandare» (Es 4,13).
Come dire che Mosè avrebbe voluto rinunciare a quel segno di predilezione con cui Dio lo aveva
scelto. Preferiva che Dio lo lasciasse stare, senza coinvolgerlo in una missione che avrebbe
cambiato totalmente la sua esistenza; da quel momento, lo sentiva, non avrebbe più potuto disporre
della sua vita, perché essa sarebbe appartenuta come non mai a Dio.
Ma Dio, dice la Bibbia prestandogli sentimenti umani, alla richiesta di Mosè si accese di collera, e a
Mosè non rimase altro che aderire alla chiamata del Signore
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Il Nome divino
L'episodio del roveto ardente è memorabile anche per un altro motivo: Dio rivela il suo Nome!
Nella Bibbia, il nome definisce una persona, spiega la sua natura e la sua missione, manifesta la sua
più intima realtà. Che dunque Dio stesso riveli il proprio nome agli uomini è straordinario, è
grandioso: significa che Egli vuole entrare in confidenza con loro, vuole essere loro amico, vuole
farsi conoscere per quel tanto che gli uomini possono capire.
Forse Mosè non si rendeva conto di essere molto audace, quando alla voce che gli parlava dal
roveto chiese: «Gli israeliti mi domanderanno come ti chiami: e io che cosa risponderò?»
E questa fu la risposta di Dio: «Io sono colui che sono!» (Es 3,14).
L'espressione significa che Egli è il solo veramente esistente, e l'uomo non ha l'intelligenza
sufficiente a capirlo fino in fondo: Dio non è una persona al livello delle altre; gli uomini possono
solo intuire chi egli è, specie vedendo come agisce.
Nella .Bibbia si trovano altre definizioni di Dio; in particolare si dice che «Dio è amore» (I Gv 4,
16). Ma la definizione che Egli ha dato di sé a Mosè è rimasta come il suo Nome proprio. Detto da
Dio, il suo Nome è Io sono; detto dagli uomini, il Nome diventa Egli è, scritto in ebraico con le
quattro .lettere sacre JHWH che si leggono Jahvè.
Si leggono così, ma gli ebrei hanno sempre avuto un tale rispetto per il Nome divino, che non lo
pronunciano mai. Quando lo incontrano leggendo la Bibbia, o quando vogliono riferirsi a Lui nella
preghiera e nella conversazione, lo sostituiscono con altri nomi come l'Eterno, l'Altissimo,
l'Onnipotente, il Signore, o semplicemente Egli.
Gesù ha insegnato che Egli è tre Persone, la Santissima Trinità del Padre, del Figlio (che, fattosi
uomo è lo stesso Gesù) e dello Spirito Santo.
Ritorno in Egitto
Mosè tornò a casa del suocero, prese congedo da lui e partì per l’Egitto, tenendo in mano il bastone
di Dio.
Intanto Aronne, che, era stato avvertito da Dio, gli stava venendo incontro. Mosè ebbe con lui uno
dei pochi incontri nel quali poté forse esprimere i suo sentimenti e le sue paure, in una riservatezza
che in seguito non ebbe più: infatti la Bibbia lo presenta poi sempre a contatto con la folla, sempre
impegnato ad esercitare le funzioni legate alla missione che Dio gli aveva affidato. Dopo questo
abbraccio al fratello Aronne, Mosè incominciò la sua missione, quella nuova vita che, attuando il
disegno di Dio, avrebbe liberato il popolo d'Israele.
IL LIBERATORE
Aronne parlò agli anziani di Israele, Mosè compi davanti a loro prodigi che il Signore gli aveva dato
il potere di compiere, e gli anziani si inginocchiarono davanti al mistero del loro Dio che aveva
accolto il grido di dolore del popolo.
Secondo il narratore biblico, Mosè e Aronne andarono dal faraone a chiedergli il permesso di
condurre il popolo nel deserto per sacrificare al Signore, ma il faraone non volle sapere né del
Signore né di sacrifici, ed anzi ordinò che si inasprisse la durezza del lavoro con cui il popolo
d'Israele veniva oppresso: gli israeliti dovevano procurarsi anche la paglia per fabbricare i mattoni,
e tuttavia il numero dei mattoni prodotti non doveva diminuire! E poiché il popolo non era in grado
di sostenere il ritmo di questo lavoro, vennero bastonati gli scribi, cioè i capi israeliti preposti ai
lavori degli altri; vennero trattati da fannulloni, e si continuò a pretendere da loro più che in passato.
A quel punto, per la prima volta - e ad essa ne seguirono numerose altre! - Mosè ed Aronne
dovettero ascoltare la protesta del loro popolo. Gli scribi si lamentarono perché ora gli egiziani li
stavano trattando peggio del solito; lo sforzo che Mosè stava facendo per liberare Israele, anzitutto
non fu capito dallo stesso Israele, non disposto a pagare per la sua libertà il prezzo che tale libertà
comportava.
Mosè, ormai sempre in mezzo tra Dio e il popolo, si rivolse al Signore, per chiedergli come mai non
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aveva ancora liberato Israele, ma anzi lo aveva esposto ad un pericolo e a sofferenze maggiori di
prima.
Dio rispose ripetendo la sua promessa, e anzi rendendola più impegnativa: non solo egli avrebbe
liberato gli israeliti dagli egiziani, avrebbe dato loro una terra dove scorre latte e miele, ma proprio
perché avrebbe liberato il popolo, lo avrebbe preso come suo popolo: «lo vi prenderò come mio
popolo e diventerò il vostro Dio. Voi saprete che io sono il Signore, il vostro Dio; io vi sottrarrò ai
gravami degli egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi libererò con braccio teso e con grandi
castighi» (Es 6,6-7).
Mosè e Aronne tornarono dal faraone, fecero davanti a lui i prodigi che il Signore aveva loro dato il
potere di compiere, ma il faraone chiamò i maghi e gli incantatori egiziani e anch’essi
trasformarono i loro bastoni in serpenti; anche se il serpente di Aronne divorò i serpenti dei maghi
egiziani, il faraone non si lasciò convincere. E non lasciò partire Israele.
Le piaghe d'Egitto
Il Signore cominciò allora a colpire l'Egitto con una serie di prove di crescente durezza. Esse da una
parte testimoniavano, davanti al faraone e davanti agli israeliti, la potenza di Dio, e dall'altra
costituivano segni (detti comunemente «piaghe») che dovevano piegare con la forza coloro che non
intendevano accettare la sua volontà. Ogni volta il faraone sembrò commuoversi, ma per poco:
l’ostinazione prevalse sempre, e il popolo d'Israele non potè mai lasciare l'Egitto.
Nel racconto delle «piaghe» comincia a delinearsi il ruolo di Mosè come mediatore: egli è colui che
di volta in volta deve portare il messaggio e gli ordini di Dio al faraone o al popolo, e le risposte
loro a Dio. Il racconto delle «piaghe» viene presentato secondo uno schema fisso: all'inizio Dio fa
una minaccia e la predice a Mosè e Aronne, Mosè comunica la minaccia al faraone, essa viene
eseguita, il faraone consente al popolo d'Israele di partire e supplica Mosè di liberare l'Egitto, e
infine il faraone ritira il consenso.
Le cosiddette piaghe non furono eventi che si abbatterono sull'Egitto in maniera improvvisa e
oscura: essi sono collocati dentro una trattativa continua, una rete di incontri soprattutto fra Mosè e
il faraone, che fa emergere la vigorosa personalità del primo ma anche quella del sovrano, combattuto tra la ragion di stato e la suggestione che su di lui doveva esercitare il Dio di Mosè.
Di fronte alla prima piaga, la Bibbia dice semplicemente che il faraone «voltò le spalle e rientrò
nella sua casa» (Es 7,23)· Il Signore aveva minacciato di cambiare in sangue le acque del Nilo;
alzando il suo bastone, Aronne realizzò il prodigio. Ma i maghi d'Egitto, chiamati dal faraone,
ottennero lo stesso risultato; il cuore del faraone si ostinò e non diede loro ascolto.
Allora i corsi d'acqua dell'Egitto pullularono di rane; il faraone sembrò convincersi; fece chiamare
Mosè ed Aronne chiedendo loro di pregare il loro Dio di liberare l'Egitto dalle rane e promettendo,
in cambio di questo sollievo, di lasciar andare Israele. Per la prima volta nelle parole del re sembrò
farsi strada un riconoscimento del Dio degli israeliti. Ma quando l'Egitto fu libero, il faraone non
mantenne la promessa e negò al popolo il permesso di partire.
Dopo le rane fu la volta delle zanzare; e dopo le zanzare per la quarta «piaga» il Signore tornò a
minacciare il faraone, con un’invasione di mosconi. La Sacra Scrittura presenta qui uno splendido
dialogo tra i capi dei due popoli. Mosè cerca, con abilità, di ottenere il permesso di uscita per un
sacrificio, ma in effetti sta organizzando una fuga definitiva degli israeliti dall'Egitto; il faraone ha
intuito l'intenzione di Mosè e la contrasta, senza tuttavia parlarne esplicitamente; ed entrambi, pur
cosi diversi tra loro, hanno presente Dio. Il riferimento è esplicito per Mosè, che parla e opera in
nome di lui e a lui obbedisce totalmente; è invece oscuro, sfuggente, problematico, ma suggestivo
nella coscienza del faraone: «Non andate troppo lontano e pregate per me» dice quest'ultimo al suo
rivale. In questa frase si sente la paura che gli israeliti abbandonino il paese, e insieme la sensazione
misteriosa di essere in balia del loro Dio.
Dopo che Mosè ebbe liberato l'Egitto dai mosconi, il faraone si irrigidì nuovamente nel suo rifiuto e
non lasciò partire il popolo. Allora fu la volta della moria del bestiame, poi delle ulcere, poi della
grandine: anche a questo punto il faraone sembrò essere toccato da Dio, manifestando una
profondità di sentimenti religiosi straordinaria. Infatti chiese a Mosè non solo che si pregasse per
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lui, ma giunse ad ammettere il suo errore: «Questa volta ho peccato: il Signore ha ragione; io e il
mio popolo siamo colpevoli. Pregate il Signore» (Es 9,27-28).
Aronne e Mosè, dal canto loro, sono presentati attenti soprattutto ad ascoltare Dio, a cogliere i suoi
ordini, ad eseguirli. Essi sanno già, da Dio, che al di là di queste dichiarazioni il cuore del faraone
alla fine resterà ostinato e la sua ostinazione darà modo a Dio di manifestare la sua potenza, la
determinazione con cui protegge il suo popolo, la fedeltà con cui segue il suo cammino di
liberazione.
Dopo la grandine vennero le cavallette, poi le tenebre. E infine la decima piaga, la più tremenda: la
morte dei primogeniti.
La notte dell'esodo
Dopo il fallimento della nona piaga, il Signore chiamò Mosè e Aronne e comunicò loro che stava
preparando un nuovo, tremendo segno per il faraone: lo sterminio di tutti i primogeniti d'Egitto,
degli uomini e anche del bestiame; dopo questo, gli egiziani non solo avrebbero fatto partire gli
israeliti ma li avrebbero cacciati, costringendoli ad abbandonare il paese. Da questo tremendo
flagello le famiglie di Israele sarebbero state risparmiate: anzi, la notte dello sterminio si sarebbe
trasformata per loro nella festa della loro liberazione.
Esse dovevano procurarsi un agnello, maschio e senza macchia, di un anno, e dovevano immolarlo.
Con il suo sangue dovevano cospargere gli stipiti e l'architrave della porta. Poi dovevano mangiarlo
con il pane azzimo (cioè non lievitato, data la fretta), in piedi, già pronti per il viaggio. E subito
dopo il passaggio dell'angelo sterminatore, gli israeliti dovevano andarsene.
Come sempre dopo i suoi colloqui con Dio, Mosè informò il popolo spiegando agli anziani ciò che
il Signore gli aveva detto e gli israeliti si preparano alloro definitivo abbandono dell'Egitto.
Poi Dio attuò il suo piano. A mezzanotte, l’angelo passò ad uccidere ogni primogenito, dal figlio del
faraone fino al figlio del prigioniero e tutti i primogeniti del bestiame. Nel cuore della notte si levò
in Egitto un grande grido, perché non c’era famiglia nella quale non vi fosse qualche morto.
E mentre l'Egitto piangeva i suoi morti, gli israeliti partirono in fretta, lasciandosi dietro le spalle
per sempre quella terra nella quale per lunghi anni avevano lavorato, sofferto l’oppressione,
sperimentato la compassione di Dio. Cominciò dunque il viaggio, denominato esodo, cioè «uscita»:
si intende, l'uscita degli ebrei dall'Egitto.
Nella grandiosa presentazione della Bibbia, Mosè si trovò alla testa di una folla formata da 600.000
uomini in grado di camminare senza contare i bambini; li accompagnava poi un gruppo di gente
varia, e una grande quantità di bestiame.
Quella che si allontanò precipitosamente dall'Egitto era una folla ancora troppo poco somigliante a
un popolo; una folla inconsapevole di essere chiamata ad un destino di libertà, inconsapevole della
promessa di una terra, per la quale Dio stesso si era impegnato. Anche per Mosè il momento non fu
facile; suo unico punto di riferimento era la fiducia in Dio, la certezza di svolgere una missione che
gli era stata affidata da Lui.
Nel deserto
Il percorso seguito da questo gruppo in fuga è incerto. Di sicuro Israele non ha percorso la via più
breve, che passava a nord, lungo il Mediterraneo; scelse invece un itinerario più lungo, che molto
probabilmente portò verso sud. Nel deserto, il popolo rimase a vagare, dice la Bibbia, per
quarant'anni: cioè per un lungo periodo, molto superiore a quello che sarebbe servito per trasferirsi
dall'Egitto a Canaan, la terra promessa da Dio al suo popolo.
Non senza motivo Mosè scelse la strada del deserto. Il Signore che lo guidava sapeva. infatti che gli
israeliti avrebbero affrontato con difficoltà le fatiche necessarie per diventare un popolo: davanti
alla prospettiva di una guerra, avrebbero potuto rimpiangere l'Egitto e cercare di farvi ritorno, se la
distanza non fosse stata troppo grande. Invece Dio pose, fra il popolo e l'Egitto, il deserto: qui il
popolo avrebbe sperimentato la solitudine, la povertà, i disagi di una vita precaria, e al tempo stesso
la vicinanza provvidenziale di Dio; a poco a poco avrebbe potuto maturare il senso del suo essere
popolo, imparare il costo e il valore della libertà. Soprattutto si sarebbe reso conto di appartenere al
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Dio che lo aveva scelto e che si era preso a cuore, con interventi concreti, le sue sorti e il suo futuro.
Da allora Dio cominciò a rendersi in qualche modo visibile, pur se misteriosamente. La sua
presenza era significata da una colonna di nubi durante il giorno, da una colonna di fuoco durante la
notte. Essa costituiva la guida: in tal modo, gli israeliti poterono viaggiare di giorno e di notte,
allontanarsi velocemente dall'Egitto, raggiungere presto il deserto, nel quale avrebbe avuto inizio la
difficile scuola con cui Dio voleva rendere gli israeliti il suo popolo.
Ma il re d'Egitto e i suoi ministri si resero conto che dopo quella partenza sarebbe venuto a mancare
il lavoro con cui gli israeliti contribuivano a far vivere le loro città; allora si pentirono di averli
lasciati partire. Il faraone attaccò il suo cocchio, fece preparare i soldati e si diede all'inseguimento
d'Israele; lo raggiunse all'accampamento presso il mare.
Quando gli israeliti videro l'esercito del faraone furono presi da grande paura e si rivolsero a Mosè
con pesanti parole di lamento: «Forse perché non c'erano sepolcri in Egitto ci hai portati a morire
nel deserto? Che hai fatto portandoci fuori dall'Egitto? Non ti dicevamo in Egitto: Lasciaci stare e
serviremo gli egiziani, perché è meglio per noi servire l'Egitto che morire nel deserto?» (Es 14,1112).
Mosè allora incoraggiò il popolo, testimoniando tutta la sua fiducia nel Dio che li aveva condotti
sino lì. Per liberarli, Dio li faceva passare attraverso tribolazioni che avrebbero dimostrato come il
Signore fosse con il suo popolo, fosse la loro protezione. Dio non li avrebbe lasciati soli: «Siate
forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi. Il Signore combatterà per voi e voi
starete tranquilli» (Es 14,13-14).
Il passaggio del mare
Dio invitò Mosè a riprendere il cammino: Mosè e il popolo avrebbero visto un prodigioso atto di
potenza da parte di Dio. La Bibbia offre un duplice racconto del passaggio del mare, chiamato mare
dei Giunchi, da parte del popolo d'Israele: al di là delle diversità, le due narrazioni hanno in comune
il fatto che il mare si divise, la nube che guidava Israele si pose fra gli israeliti e gli egiziani,
luminosa per gli uni e oscura per gli altri; quando tutto il popolo di Israele con il suo bestiame
giunse sull'altra sponda del mare, le acque si richiusero, travolgendo gli egiziani; in tal modo il
faraone morì e il suo esercito fu distrutto.
Davanti al prodigio di questa salvezza che Dio aveva operato per il suo popolo, lo scrittore sacro
pone sulle labbra degli israeliti un canto di vittoria, che è un inno di ringraziamento a Dio e di
stupore per ciò che ha operato: «Voglio cantare in onore del Signore: perché ha mirabilmente
trionfato. Mia forza e mio canto è il Signore, egli mi ha salvato. È il mio Dio e lo voglio lodare, è il
Dio di mio padre e lo voglio esaltare!» (Es 15,1-2).
Tra gli israeliti a poco a poco si faceva strada la consapevolezza che il Signore era con loro, e con
loro aveva un legame privilegiato. Di qui la loro originalità: Israele era un popolo reso unito dalla
potenza di Dio, dalla sua predilezione.
La Pasqua
Un evento grandioso come il passaggio del mare, che comportava il passaggio dalla schiavitù alla
libertà, non poteva esaurirsi in un canto di vittoria per poi «voltar pagina» come se nulla fosse. E
infatti esso fu poi sempre celebrato dagli ebrei, con un rito e una festa annuale chiamata Pasqua.
Pasqua significa «passaggio»: quello appena detto, ricordato con l'altro passaggio prodigioso di
quei giorni memorabili, avvenuto durante l'affrettata cena che aveva preceduto la partenza, quando
l'angelo era passato a colpire i primogeniti egiziani salvando quelli israeliti, al sicuro nelle case
segnate dal sangue dell'agnello.
Ecco: secondo disposizioni date dal Signore a Mosè (Es 12), gli ebrei celebrano la Pasqua ripetendo
quella cena, con il pane azzimo, l'agnello arrostito ed erbe amare per ricordare l'amarezza della
schiavitù.
Anche i cristiani celebrano la Pasqua, con un significato che non cancella quello ebraico ma anzi lo
svela compiutamente. Quello che è avvenuto in Egitto si è ripetuto su un piano più alto con Gesti, l'
«Agnello di Dio» il cui sangue versato sulla croce salva non solo gli ebrei ma tutti gli uomini,
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facendoli passare dalla schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio.
L'ultima cena di Gesù con i suoi discepoli era la cena della Pasqua ebraica; in essa però egli ha
immesso il suo sacrificio di salvezza. Quando, obbedendo al suo comando («Fate questo in
memoria di me»), i cristiani celebrano l'Eucaristia, essi continuano a celebrare la Pasqua: quella
ebraica, elevata al valore che le ha dato Gesù.
Mormorazioni di un popolo libero
Per gli israeliti, il passaggio del mare non significò la fine delle difficoltà. Liberati dal faraone, essi
dovettero affrontare le insidie e la durezza della marcia nel deserto, dove non trovarono acqua per
tre giorni. E quando giunsero alla sorgente di Mara, non poterono bere, perché l’acqua era amara.
Cominciò la mormorazione del popolo contro Mosè, ritenuto responsabile di quella situazione di
sofferenza e di disagio, perché aveva condotto il popolo fuori dall'Egitto. Mosè invocò il Signore,
che gli indicò un legno da gettare nell'acqua; essa divenne dolce e potè essere bevuta. Poi
proseguirono il cammino, e giunsero in una località nella quale di acqua buona trovarono ben dodici
sorgenti.
Dopo la sete, venne la fame. Il racconto biblico presenta la stessa situazione di prima: il popolo si
lamentò con Mosè e rimpianse quando si trovava in Egitto presso la pentola della carne mangiando
pane a sazietà (Es 16,3). Mosè invocò Dio e Dio venne incontro anche questa volta al popolo:
promise carne e un pane speciale, che ogni giorno sarebbe piovuto dal cielo; il popolo però non
avrebbe dovuto raccoglierne che una razione per volta; ogni giorno avrebbe dovuto fidarsi della
promessa di Dio e affidarsi a lui.
Ed ecco: alla sera vennero le quaglie e il popolo potè cibarsi di carne; il mattino dopo intorno
all'accampamento si trovava una rugiada bianca che si essiccò, trasformandosi in una cosa minuta e
granulosa. Gli israeliti si guardarono l’un l’altro e si chiesero: «Man hu», vale a dire: «Che cos'è?»
Con questo cibo, che da quell'interrogativo fu detto manna, il Signore nutrì il suo popolo per
quarant'anni, durante tutta la sua permanenza nel deserto. Mosè spiegò al popolo: «È il pane che il
Signore vi ha dato in cibo».
E ancora una volta il popolo protestò contro il Signore a causa della sete. Di nuovo Mosè tornò
davanti a Dio, con coraggio e confidenza, a chiedergli aiuto e pazienza: «Che farò io per questo
popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!» (Es 17,4).
Il Signore invitò Mosè a battere con il suo bastone la roccia del monte Oreb, davanti agli anziani
d'Israele; dalla roccia scaturì acqua e quella località venne chiamata Massa, che significa «prova» e
Meriba, «contestazione», per ricordare che lì il popolo aveva protestato contro il Signore e messo
alla prova la sua pazienza.
La guerra
Venne poi la prova della guerra. Il popolo degli amaleciti venne a combattere contro Israele a
Refidim.
Nel momento della guerra, Mosè cessò di essere il condottiero e divenne solo l’uomo della
preghiera e dell'intercessione. Egli non partecipò al combattimento; affidò l'esercito a colui che
sarebbe divenuto il suo successore, Giosuè, poi si ritirò sul monte a pregare, a mantenere le sue
mani levate verso Dio, per attendere da lui la sconfitta del nemico. E fu proprio la preghiera di
Mosè a determinare l'andamento della battaglia: quando Mosè teneva le mani levate verso Dio, era
più forte Israele; quando le abbassava, era più forte il nemico. Allora Aronne e Cur, che erano saliti
sul monte con lui, gli sostennero le braccia, uno a destra e l'altro a sinistra, e in tal modo Mosè
ottenne dal Signore la vittoria sugli amaleciti.
Egli ricevette poi la visita del suocero, Ietro, il quale, rendendosi conto dei prodigi operati da Dio a
favore di Mosè e del suo popolo, benedisse Dio: «Benedetto sia il Signore che vi ha liberati dalla
mano degli egiziani e dalla mano del faraone { .. .]. Ora io so che il Signore è più grande di tutti gli
dei» (Es 18,10-11).
Ietro si rese anche conto, stando qualche giorno con Mosè, di quanto fossero gravosi i suoi molti
compiti. Allora lo invitò a non provvedere più personalmente a governare e a giudicare il popolo,
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che ormai era troppo numeroso; gli suggerì invece riservandosi il compito più importante «Tu sta
davanti a Dio in nome del popolo e presenta le questioni a Dio»: Es 18,19 e di affidare a un gruppo
di uomini giusti e saggi il compito di amministrare la giustizia e di risolvere le questioni che
avrebbero potuto sorgere tra il popolo. Mosè accolse questa indicazione di Ietro e da allora egli
diventò sempre più l'uomo di Dio, l'uomo del dialogo diretto, faccia a faccia, con il Signore: fu
questo il suo modo di servire il popolo.
Mosè poi congedò il suocero, che tornò nel suo paese.
LA LEGGE E L'ALLEANZA
Il cammino di Mosè con il suo popolo conobbe una sosta quando la carovana giunse nel deserto del
Sinai, ai piedi del monte Oreb. La Bibbia precisa che erano passati tre mesi da quando Israele era
uscito dall'Egitto ...
Qui Israele pose l'accampamento, e quella sosta fu decisiva per la sua storia successiva. La nube,
che aveva accompagnato il popolo nella sua uscita dall'Egitto, ora si. fermò sull’Oreb, il monte
divenne il luogo della presenza di Dio. Il segno che lo rendeva misteriosamente presente. Dal monte
Il Signore chiamò Mosé e gli propose una particolare alleanza con Israele. Dapprima Dio non chiese
niente di concreto, nè propose niente di preciso, ma offrì a Israele la possibilità più importante di
tutta la sua storia: «Voi sarete per me la proprietà fra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi
sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa» (Es 19,5-6).
Il dialogo faccia a faccia tra Mosè e Dio da allora fu sempre più impegnativo ed intenso: Mosè non
era più semplicemente il condottiero che il Signore aveva scelto per guidare il popolo fuori
dall'Egitto, ma era presso il popolo il rappresentante di Dio, colui che Dio aveva scelto per parlare
ad Israele.
La proposta dell'alleanza
Mosè aveva ora il compito di proporre ad Israele l'alleanza con Dio e prepararlo ad essa.
Scese dunque dal monte e andò dagli anziani, i quali accettarono: «Ciò che Dio ha detto, noi lo
faremo!». Anche Israele sembrò aver capito la portata del legame che Dio proponeva tra sé e il
popolo. Del resto Dio, per far accogliere la sua proposta, aveva ricordato agli Israeliti quanto aveva
compiuto per loro: «Voi stessi avete Visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi su
ali di aquila e vi ho fatto venire fino a me» (Es 19,4). Il cammino di liberazione che Israele aveva
vissuto non era soltanto per allontanarsi dall'Egitto, ma anche per andare verso Dio: vi ho fatto
venire fino a me.
Quando Mosè comunicò al Signore che Israele aveva accettato la sua proposta, il Signore annunciò
una manifestazione eccezionale della sua presenza, alla quale il popolo doveva stare pronto. Dio
sarebbe andato verso Mosè in una densa nube; il popolo doveva vedere e sentire Dio parlare con
Mosè, per imparare a rispettarne l'autorità. E’ l'autorità del mediatore tra Dio e Israele: Mosè può
parlare con Dio e può parlare con il popolo; ora sempre più la sua missione è quella di creare la
comunicazione tra Dio e Israele.
Dio si manifesta
Tre giorni dopo, Dio si rivelò sul monte Sinai. Segni della sua presenza furono lampi e tuoni, una
densa nube che avvolgeva il monte, un suono fortissimo di tromba: «Il Signore era sceso nel fuoco
e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace» (Es 19,I8), mentre tutto il monte tremava.
Il popolo si fermò ai piedi del monte, così come il Signore aveva ordinato, consapevole anche che
l'uomo non può vedere Dio e restare vivo. Mosè sapeva che se il popolo o anche i sacerdoti fossero
saliti sul monte, sarebbero morti. Dunque essi assistettero da spettatori a questa sconvolgente
manifestazione del Signore che scuoteva il monte, e udirono l’eco della conversazione con Mosè
come un fortissimo suono di tromba.
A Mosè invece fu concesso il privilegio di un dialogo diretto con Dio; dice la Sacra Scrittura che
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«Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono» (Es 19,19). Mosè ebbe così il privilegio di
una rivelazione straordinaria della potenza di Dio, potè ascoltare da lui la sua predilezione per
Israele, sentì riconfermata la promessa di un’alleanza con lui e ne conobbe le condizioni.
Il decalogo
Sul monte Dio pronunciò le norme di vita che dovevano costituire il contenuto dell'alleanza. Esse si
concentrano principalmente nel decalogo (noto come i dieci comandamenti) che comincia
affermando quanto esprimeva l'originalità di Israele rispetto a tutti gli altri popoli, il riconoscimento
di Dio: «lo sono il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di
schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me» (Es 20,2-3).
Dio proseguì, elencando un Codice di leggi (Es 20,22-23,33; vedi anche il libro intitolato Levitico).
Le leggi, affidate a Mosè, furono poi trasmesse al popolo. Il popolo nuovamente acconsentì a quelle
parole, destinate a costituire il segreto della vita, del rapporto con Dio, del rapporto con gli altri
uomini: se questo popolo accettava di essere di Dio, Dio ora lo istruiva, gli insegnava a vivere.
L’obbedienza alla legge doveva costituire per Israele il modo concreto del suo essere di Dio. Israele
è di Dio perché Dio insegna come comportarsi per vivere al .livello del!a sua dignità, perché ogni
uomo possa superare il livello di una vita vissuta solo secondo natura. Nell’accettare di vivere
secondo la Legge, l'uomo diventa parte di una comunità nella quale è presente Dio ed entra in
qualche modo nel mondo di Dio. Le norme della legge del Sinai dunque non sono una nuova
limitazione della libertà di Israele, dopo quella dell'Egitto, ma un modo per liberare la sua libertà e
collocarla ad un livello più alto, garantito da Dio.
La Bibbia presenta anche un’altra versione del decalogo, nel libro del Deuteronomio (Dt 5,6-22).
Mosè, prima di entrare nella terra promessa, pronuncia un discorso in cui ripercorre le vicende di
quegli anni e ripropone la legge del SIgnore, anzi soprattutto lo spirito di essa: «Ascolta, Israele: il
Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con
tutta l'anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5).
L'amore che Israele deve al suo Dio è la risposta per l'amore di Dio verso il suo popolo: «Il Signore
si è legato a voi e vi ha scelti perché vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai
vostri padri» (Dt 7,7-8). Il. comando di amare Dio che dà la motivazione anche del vivere tutte le
altre leggi, è ripetuto in maniera decisiva, come una richiesta di Dio: egli chiede «che tu tema il
Signore tuo Dio, che tu cammini per tutte le tue vie, che tu l'ami e serva il Signore tuo Dio con
tutto il cuore e con tutta l'anima, che tu osservi i comandi del Signore e le sue leggi» (Dt 10,12-13).
Questa legge, riproposta da Mosè al termine della vita, appare anche come il suo testamento e la
sintesi che lui stesso era riuscito a capire, del decalogo, durante le fatiche e la solitudine dei
quarant'anni di deserto. Ma tornando al Sinai, le parole che Dio disse a Mosè, Mosè le .riportò al
popolo e ai suoi anziani, i quali le accettarono dicendo: «Tutti i comandi che ha dati il Signore, noi
li eseguiremo!» (Es 24,3).
Mosè scrisse allora tutte le parole del Signore, compilando il libro dell'alleanza. Poi costruì un altare
ai piedi del monte, con dodici stele - cioè cippi sacri - per le dodici tribù d'Israele. Alcuni giovani
israeliti vennero incaricati di offrire in sacrificio dei giovenchi, e Mosè versò la metà del sangue di
questi sacrifici sull'altare; lesse poi il libro dell'alleanza alla presenza del popolo, che ribadì la sua
obbedienza al Signore: «Quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo!» (Es 24,7).
Mosè salì poi di nuovo sul monte di Dio, accompagnato questa volta da Aronne, Abiu e Nadab con
settanta anziani; tutti videro Dio: «Sotto i suoi piedi vi era come un pavimento in lastre di zaffiro,
simile in purezza al cielo stesso» (Es 24,10). Per quella volta, a differenza di quanto accadeva
normalmente, gli anziani che accompagnarono Mosè videro Dio e poi, dice la Scrittura, mangiarono
e bevvero, cioè poterono continuare a vivere.
Tornarono poi tra il popolo, mentre Mosè salì più vicino a Dio, che aveva promesso per Israele di
scrivere su tavole di pietra la legge trasmessa a voce.
L'arca dell'alleanza, la tenda del convegno, la terra promessa
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Mosè rimase sul monte quaranta giorni e quaranta notti.
Nella Bibbia questa espressione non indica un tempo definito; il numero quaranta sta a significare
un lungo periodo. Durante quei giorni, Dio diede a Mosè l’ordine di costruirgli un santuario, luogo
che avrebbe dovuto significare la sua presenza presso il popolo; attraverso il santuario, disse il
Signore, «io vi abiterò in mezzo a loro» (Es 25,9).
Mosè ricevette anche l'incarico di fabbricare un’arca: cioè una cassetta, fatta in legno di acacia e
ricoperta d'oro puro, portata per mezzo di sbarre di legno. L’arca era anch’essa segno della presenza
di Dio; in essa furono collocate le tavole della legge segno dell'alleanza: di qui il nome della
cassetta, arca dell'alleanza. A sua volta l’arca andava posta sotto una tenda, che fu la dimora di Dio
fino al giorno in cui il popolo potè costruire un santuario stabile, in muratura. La tenda fu chiamata
tenda del convegno, perché davanti a essa il popolo poteva convenire e incontrare Dio, presente in
modo invisibile ma reale. La tribù di Levi, quella cui Mosè apparteneva, venne scelta per portare
l'arca del Signore e per stare davanti a lui, al suo servizio: divenne così la tribù sacerdotale; sempre,
in seguito, i legittimi sacerdoti di Israele appartennero alla tribù di Levi (da cui il nome di leviti).
Dio rinnovò poi a Israele la promessa della terra; essa era ancora lontana e per raggiungerla il
popolo avrebbe dovuto affrontare non pochi sacrifici; ma il Signore non avrebbe lasciato mancare il
suo aiuto. Piuttosto, una volta stanziatosi in mezzo agli altri popoli, Israele avrebbe dovuto
conservare la sua originalità, osservando una legge diversa da quella di ogni altro popolo, perché
data da Dio stesso; soprattutto Israele non avrebbe dovuto prostrarsi davanti alle divinità degli altri
popoli, perché il suo unico Dio era il Signore!
La terra che il Signore promise a Israele aveva questi confini: dal Mar Rosso fino al mare dei
Filistei e dal deserto fino al fiume, cioè il territorio compreso tra il mare Mediterraneo, la penisola
del Sinai e il fiume Eufrate. È il paese allora chiamato Canaan e in seguito Palestina.
Il vitello d'oro
Durante il lungo tempo trascorso da Mosè sull'Oreb, gli israeliti, rimasti ai piedi del monte insieme
ad Aronne, cominciarono a domandarsi che cosa fosse accaduto a Mosè e a dubitare del suo ritorno.
Ciò di cui avvertivano la mancanza non era tanto la presenza di Mosè, quanto la certezza che Dio
continuava a essere loro vicino, a guidarli.
Mosè aveva rappresentato per Israele molto più del condottiero; aveva rappresentato la garanzia
della presenza di un Dio sfuggente, che proteggeva ma non si mostrava mai; che dava ordini al
popolo, ma lo lasciava anche in balia di forze violente e minacciose; che prometteva, ma rimaneva
lontano e misterioso. La lontananza di Mosè accentuava il senso della lontananza di Dio; fidarsi di
lui ora diventava più difficile. Così Israele pensò a come sostituirlo e si rivolse ad Aronne: «Facci
un dio che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè, l'uomo che ci ha fatti uscire dal paese
d'Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto» (Es 32, I). Israele cercò sicurezza in un’immagine di
Dio, visibile e concreta, da porre alla propria guida.
Cominciò in mezzo al popolo una raccolta di oggetti d'oro: i pendenti che le donne portavano agli
orecchi vennero consegnati ad Aronne, il quale li fuse e ne modellò l’immagine di un torello (detto
poi per scherno «il vitello d'oro»). La forma del toro, comune tra i popoli d'oriente, voleva
esprimere la forza della divinità. Questo oggetto fu presentato al popolo come immagine del Dio
che lo aveva liberato: «Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto!»
(Es 32,4). Poi fu costruito un altare e fu indetta per il giorno dopo una festa in onore del Signore.
Il castigo
Mentre questo avveniva, Mosè ne fu informato direttamente dal Signore, il quale manifestò la sua
intenzione di distruggere quanti si erano affidati a un’immagine idolatrica di Dio, quanti avevano
voluto dare un aspetto visibile all’invisibile, in tal modo riducendo Dio al livello di una realtà
terrena e dunque limitata.
Al sentire un tale proposito, Mosè si rivolse a Dio con una intensa preghiera di supplica, perché
risparmiasse questo popolo che aveva fatto uscire dall'Egitto; a che cosa sarebbe servita la
liberazione dalla schiavitù, se ora il popolo doveva essere sterminato? Con l’intelligenza dell’amore
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per la sua gente, ponendosi completamente dalla parte di Israele, Mosè andò alla ricerca di tutte le
ragioni che potevano indurre Dio a desistere da suo proposito: perché gli egiziani dovranno pensare
che il Dio di Israele si è beffato del suo popolo, liberandolo dall'Egitto per portarlo alla morte nel
deserto? E perché Dio non si ricorda del giuramento fatto ad Abramo, Isacco e Giacobbe, di dare
loro una discendenza numerosa come le stelle del cielo? Può Dio ora dimenticare le sue promesse?
Il Signore ascoltò la preghiera di Mosè e abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo. Ma ora
toccava a Mosè intervenire: il perdono di Dio nulla toglieva alla gravità del comportamento di
Israele. Scese dal monte con le due tavole della legge, opera di Dio, scolpite con la scrittura di Dio.
Giunse nel mezzo della festa e, quando vide il vitello d'oro, si adirò a tal punto da buttare per terra
le tavole della legge, spezzandole ai piedi della montagna.
Poi gettò nel fuoco il vitello, lo bruciò, ne sparse la polvere nell'acqua e la fece bere a quanti si
erano resi colpevoli dell'accaduto. Si rivolse quindi ad Aronne, ritenendolo responsabile delle scelte
del popolo; ed Aronne si scusò, ricordando a Mosè quanto il cuore di Israele fosse inclinato al male,
quanto gli fosse difficile mantenere la memoria di ciò che Dio aveva compiuto, quanto gli fosse
facile tradire le promesse.
Mosè vide anche che tutto il comportamento del popolo era molto rilassato; pensò che con Aronne
forse il popolo si era abituato a fare ciò che voleva, senza freni. Era necessario un castigo, che
rendesse Israele consapevole del male commesso e lo richiamasse a uno stile di dignità e disciplina.
Chiese allora chi fosse ancora disposto a stare con il Signore; si presentarono i leviti, ai quali Mosè
diede il compito di castigare, uccidendo se necessario anche fratelli, amici e parenti.
Poi Mosè tornò ancora una volta alla presenza di Dio sul monte, e gli riferì del peccato degli
israeliti, ma al tempo stesso andò per chiedere perdono nuovamente a nome di tutto il popolo, con le
parole più accorate di cui un condottiero può essere capace per quanti gli sono affidati: «Se tu
perdonassi il loro peccato ... E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!» (Es 32,32). Mosè,
quando è necessario, rimprovera e castiga, ma davanti a Dio è l'intercessore per il suo popolo,
completamente dalla sua parte, capace di ogni insistenza per ottenere pietà; è come se ogni volta
dicesse a Dio: si, Israele ha sbagliato, ma io non sono migliore della mia gente; se tu vuoi salvare
me, devi salvare anche il popolo; se no, io voglio perire con esso!
Accanto a questo episodio, in cui il popolo viene salvato dalla preghiera di Mosè, la Sacra Scrittura
cita diversi altri episodi di disobbedienza a Dio o di situazioni in cui Israele non si è fidato di Dio o
si è ribellato a lui, provocandone l’ira. Li ricorda anche Mosè, nei suoi discorsi riportati nel libro del
Deuteronomio.
Il popolo è salvato per le preghiere di Mosè: «Io stetti prostrato davanti il Signore, quei quaranta
giorni e quelle quaranta notti, perché il Signore aveva minacciato di distruggervi, Pregai il Signore
e dissi: Signore Dio, non distruggere il tuo popolo, lo tua eredità, che hai riscattato nella tua grandezza, che hai fatto uscire dall'Egitto con mano potente» (Dt 9,25-26), Anche qui Mosè è in mezzo
fra Dio e il suo popolo, per invocare salvezza, per domandare pietà, ricordando a Dio ciò che Egli
stesso in passato ha fatto per Israele.
«Mostrami la tua gloria!»
A questo punto della vicenda di Mosè, la Bibbia presenta un episodio misterioso e affascinante: una
speciale manifestazione di Dio.
Sul monte, Mosè rivolse a Dio la domanda più audace che si sia permesso di rivolgergli nella ormai
lunga storia del suo dialogo con lui: «Mostrami la tua Gloria!» (Es 33,r8). E Dio lo esaudì. Fece
passare davanti a lui tutto il suo splendore, gli rivelò il suo nome, Signore, ma non gli mostrò il suo
volto, «perché nessun uomo può vedermi e restare vivo» (Es 33,20).
Quando Dio passò, nascose Mosè in una cavità della montagna, lo coprì con la sua mano e solo
dopo essere passato Dio tolse la mano, così che Mosè potè vedere Dio di spalle, perché «il mio volto
non lo si può vedere» (Es 33,23).
Nonostante la familiarità di lunghi rapporti, Dio rimase per Mosè un mistero lontano, impossibile a
svelarsi completamente, sempre e solo oggetto di fede, cioè una persona cui affidarsi. Dio fu, anche
per Mosè, una presenza che si propone, ma che non schiaccia con l'evidenza della sua Gloria. Dio è
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vicino, ma rimane Dio e dunque conserva la sua lontananza dall'uomo; Dio è discreto: si propone
all'uomo di spalle, per lasciargli lo spazio della fede, della libertà, dell'amore.
Dopo questa manifestazione, Dio rinnovò l'alleanza con il popolo offrendo nuovamente a Mosè le
tavole della legge, in sostituzione delle prime tavole che erano state spezzate a causa del vitello
d'oro.
Mosè scese dal monte, tenendo nelle mani le due tavole della legge. Il suo volto era trasfigurato
dall'incontro con Dio; era infatti talmente luminoso che dovette coprirsi con un velo.
Da allora in poi Mosè dovette stare con il volto coperto; si toglieva il velo solamente quando
entrava nella tenda a parlare con Dio. La Bibbia vuol dire con questo che la lunga familiarità con
Dio aveva quasi trasfigurato Mosè, rendendone il volto simile alla sua luminosa presenza.
Il cammino riprende
Poi Dio diede a Mosè l'ordine di riprendere il cammino verso la terra promessa. Israele si rimise in
marcia, con la tristezza dovuta agli ultimi avvenimenti, che avevano inasprito i rapporti all'interno
del popolo e avevano fatto temere di perdere la protezione e la guida di Dio.
Ogni volta che veniva piantato l'accampamento, veniva innalzata anche la tenda del convegno,
segno misterioso della presenza di Dio; chi voleva, poteva consultare il Signore, recandosi davanti
alla tenda. Solo Mosè poteva entrarci. E se egli si recava alla tenda di Dio, tutto il popolo stava sulla
porta della propria tenda e lo guardava passare, fino a quando fosse entrato. Se Dio veniva a
incontrare Mosè, la colonna di nubi scendeva sulla tenda; così tutto il popolo sapeva che Dio stava
parlando con Mosè.
Dice la Sacra Scrittura che «il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con
un altro» (Es 33, II).
VERSO LA TERRA PROMESSA
Prima di partire dal Sinai, Mosè fece il censimento delle dodici tribù di Israele. Fu l’occasione per
riorganizzare il popolo, prima della partenza per la successiva tappa, e un modo per calcolare le
risorse di cui Israele disponeva nell'affrontare i conflitti che non sarebbero mancati nella conquista
della terra promessa.
Gli israeliti dall’età di vent'anni in su, cioè tutti gli uomini che potevano combattere, risultarono
603.550 (Nm 1,45-46). Poi Israele si rimise in marcia, per un viaggio nel deserto che, come nella
prima parte, continuava ad essere pieno di insidie e di disagi, a causa dei quali, come prima, si levò
la mormorazione del popolo e la preghiera accorata di Mosè.
Anche Maria ed Aronne si lamentarono del loro fratello; questa volta, dice la Scrittura, perché
aveva sposato una donna etiope. I due forse rivendicavano un ruolo di maggior peso nella guida del
popolo perché - dissero - Dio aveva parlato anche per mezzo loro (Nm 12,2), Dio punì il loro
comportamento e Maria si ricoprì di lebbra; tuttavia Mosè, che era «molto più mansueto di ogni
uomo che è sulla terra» (Nm 12,3), invocò Dio e Maria venne guarita.
Esploratori in Canaan
Il popolo di Israele era attendato nell'oasi di Kades, ai confini meridionali della terra promessa,
quando Mosè mandò a esplorare quella terra, per verificare quali difficoltà presentasse la sua
conquista. Mandò un rappresentante per ciascuna delle dodici tribù, e tra loro vi era Giosuè (Nm 1314).
Gli esploratori tornarono dopo quaranta giorni, portando esempi dei rigogliosi frutti di quel paese:
melograni, fichi e un grappolo d'uva così grosso che lo dovettero portare in due con una stanga.
Però riferirono anche che Canaan era abitato da vari popoli, agguerriti e organizzati, che la
maggioranza degli esploratori riteneva invincibili.
Giosuè era di parere contrario: «Quello che abbiamo attraversato è un paese dove scorre latte e
miele: se il Signore ci è favorevole, ce lo darà, schierandosi con noi nella conquista». Ma il popolo
dette retta alla maggioranza, e prese a lamentarsi, a piangere e gridare, alla prospettiva di cadere
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nelle mani dei cananei o restare per sempre nel deserto, e molti insistevano nell'idea di tornare in
Egitto.
Questa totale mancanza di fede nel Signore ebbe gravi conseguenze. Il Signore decise che nessuno
di quanti si erano lamentati sarebbe entrato nella terra promessa. Di qui il lungo soggiorno - circa
quarant’anni - del popolo di Israele nel deserto: il tempo di un ricambio di generazioni. Tranne il
fedele Giosuè e pochi altri nessuno di coloro che avevano lasciato l'Egitto entrò in Canaan.
Ancora problemi; il successore
In quei lunghi anni trascorsi a Kades, il popolo d'Israele non cambiò stile: continuò a mormorare
contro Dio e a ribellarsi a Mosè. Mormorò per la mancanza di pane e di acqua, e fu punito con
serpenti velenosi che fecero molte vittime tra il popolo; il flagello cessò solo dopo che Mosè, per
ordine di Dio, ebbe innalzato un serpente di rame: chi, morso dai serpenti, guardava il serpente di
rame, restava in vita. Ci fu poi la grave rivolta di Core, Datan e Abiram, inghiottiti dal suolo che
stava sotto i loro piedi (Nm 16).
Quand'anche il cammino riprese, non finirono i problemi per Mosè. Il viaggio era sempre più
segnato dalla guerra: contro Sicon re degli Amorrei, Og re di Basan, Balak re di Moab ...
Maria ed Aronne morirono prima di entrare nella terra promessa. Anche per Mosè Dio aveva deciso
la stessa cosa: egli avrebbe solo visto da lontano quella terra, ma non ne sarebbe entrato in possesso,
perché la sua fiducia nelle promesse di Dio era venuta meno alle acque di Meriba.
Mosè si sentiva ormai vecchio; dice la Bibbia che aveva raggiunto l'età di 120 anni; dunque radunò
il popolo per iniziare il suo congedo da Israele e dalla vita. Disse che ormai non poteva più andare e
venire come era necessario; d'altra parte il popolo aveva bisogno di una guida per compiere l’ultima
parte del suo viaggio. Quindi affidò il suo potere di guida del popolo a Giosuè, figlio di Nun, che
già in altri momenti importanti gli era stato al fianco. Ora l’impresa dell'ingresso nella terra
promessa poteva proseguire senza di lui; Giosuè e il popolo potevano affrontarla con serenità,
perché sarebbe stata, anche questa, opera di Dio.
Il testamento
Mosè presentò Giosuè come suo successore, e davanti al popolo ripetè il suo incoraggiamento,
fondato sulla fede in Dio: «Il Signore stesso cammina davanti a te; egli sarà con te, non ti lascerà e
non ti abbandonerà; non temere e non ti perdere d'animo!» (Dt 31,8).
Si può ritenere questo come il testamento di Mosè. Nella prospettiva della vita al suo termine, egli
riconobbe che cosa lo aveva condotto sino lì e aveva dato senso alla sua esistenza: la vicinanza di
Dio. Il suo coraggio si era basato sulla certezza che Dio camminava con lui.
Anche Giosuè fu invitato ad essere forte, perché le difficoltà non sarebbero mancate nemmeno per
lui, ma al tempo stesso poteva essere certo che Dio non lo avrebbe abbandonato.
Ora Mosè poteva veramente lasciare questa vita. Dio gli apparve e gli annunciò la morte ormai
vicina; volle davanti a sé Mosè e Giosuè quasi per un passaggio di consegne, e a Mosè affidò un
cantico da proclamare davanti al popolo e da insegnargli, come memoria dei grandi fatti che
avevano avuto Dio come protagonista e il popolo come testimone.
Il cantico di Mosè esalta l'amore del Signore per Israele e tutte le meraviglie che ha compiuto per
lui:
«Lo trovò in terra deserta,
in una landa di ululati solitari.
Lo circondò, lo allevò,
lo custodì come pupilla del suo occhio.
Come un’aquila che veglia la sua nidiata,
che vola sopra i suoi nati,
egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali.
Il Signore lo guidò da solo,
non c’era con lui alcun dio straniero» (Dt 32,10-12).
Poi Dio invitò Mosè a salire sul monte Nebo, che è nel paese di Moab, di fronte a Gerico, per
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ammirare da qui - da lontano - il paese promesso e per lunghi anni sospirato: «Questo è il paese per
il quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: Io lo darò alla tua discendenza. Te l'ho
fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai!» (Dt 34,4).
Mosè dunque vide la terra promessa solo da lontano. Può apparire un castigo troppo severo, quello
inflitto da Dio all’uomo da lui stesso scelto, solo per i dubbi alle acque di Meriba; ma la morte di
Mosè prima dell'arrivo nella terra promessa può anche significare che, in fondo, il giungere in
possesso di quella terra per Mosè non era tanto importante. Egli aveva promosso questa
«avventura» dell'esodo e della lunga peregrinazione nel deserto non per iniziativa propria, ma
perché Dio lo aveva chiamato; Mosè era stato soprattutto un testimone degli interventi divini; era
consapevole che la liberazione del popolo dall’Egitto era opera di Dio e non sua. Aveva senso,
dunque, che Mosè non raggiungesse una meta terrena, ma Dio. Ciò cui Mosè tendeva veramente era
il Signore, era salire verso di lui. In fondo, la salita del monte Nebo può essere presa come simbolo
dell'ultima salita verso Dio, che è stato il vero, unico fine dell'esistenza di Mosè.
La morte
Prima di morire, Mosè benedisse gli israeliti, tribù per tribù, con una lunga benedizione che ricorda
quella di Giacobbe per i suoi figli, capostipiti delle dodici tribù (Dt 33; Gn 49). Salì sul monte
indicatogli, contemplò tutta la terra promessa da Dio al suo popolo e qui morì, «secondo l'ordine del
Signore» (Dt 34,5), all'età di centoventi anni. Dice la Sacra Scrittura che malgrado l’età gli occhi
non gli si erano spenti, e il vigore non gli era venuto meno: sembra che anche la sua morte sia
un’obbedienza a Dio, così come lo era stata tutta la sua esistenza; un gesto di estrema docilità al
Signore, dal quale tutta la sua vita era stata condotta.
Gli israeliti lo seppellirono nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor, ma nessuno ha
saputo in seguito dove fosse la sua tomba. Forse non a caso: questo personaggio, dopo essere
vissuto per Dio, dopo aver assolto alla sua missione, scomparve senza lasciare traccia: unico scopo
della sua esistenza era quello di compiere il progetto di Dio, senza nulla tenere per sé, neppure il
segno di un sepolcro.
Mosè fu colui che Dio aveva destinato a dare vita al popolo di Israele. Dalla condizione informe
nella quale si trovava in Egitto, durante la lunga marcia e la solitudine del deserto, a poco a poco,
Israele fu trasformato in un popolo, distinto dagli altri popoli, forte del suo essere di Dio, con una
legge, un culto, un’organizzazione: tutto ciò proveniva da Dio, ma aveva avuto in Mosè l’artefice
umano, colui che aveva prestato a Dio voce e forza come guida d'Israele.
La scomparsa della tomba di Mosè è il segno estremo della sua povertà di creatura, che nella vita
non è appartenuta a se stessa; è il segno che egli accettò di essere tutto e soltanto di Dio.
Le fonti
Per conoscere la vita di Mosè, occorre leggere soprattutto quattro libri dell'Antico Testamento.
Innanzitutto il libro dell' Esodo, che racconta la liberazione degli israeliti dall'Egitto, il viaggio nel
deserto e l'alleanza del Sinai.
Il libro si è formato gradualmente dalla fusione del materiale proveniente da diversi tradizioni; chi
ha fatto la redazione finale del testo, non volendo perdere particolari ritenuti importanti, ha accolto
talora un doppio racconto di certi fatti, come ad esempio la vocazione di Mosè, o l'uscita degli ebrei
dall'Egitto: una volta il popolo è cacciato dal faraone (Es II,8), un’altra volta fugge (Es 10,29).
Il racconto del libro dell'Esodo termina in pratica dopo l'alleanza del Sinai. Il libro che riprende il
racconto narrando il successivo viaggio nel deserto fino all'arrivo in Canaan, è il libro dei Numeri,
forse chiamato casi perché comincia riferendo le cifre del censimento del popolo.
Il libro del Deuteronomio (parola che alla lettera significa: seconda legge) contiene la riproposta
della legge del Sinai, interpretata nel suo spirito attraverso grandi discorsi di Mosè. Del condottiero,
questo libro narra anche la morte, prima dell'arrivo in Canaan.
Infine il libro del Levitico raccoglie indicazioni per un’accurata esecuzione del culto che il popolo
di Israele aveva incominciato a celebrare dopo il Sinai. È soprattutto un libro liturgico.
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Mosè nella Bibbia
Il grande condottiero è uno degli uomini più significativi di tutti i tempi, per l'influsso esercitato,
attraverso gli ebrei, sulla civiltà cristiana e anche su quella islamica.
La Bibbia lo nomina ben 853 volte. A lui attribuisce i suoi primi cinque libri (il Pentateuco) e di lui
traccia un grande elogio particolarmente in Sir 45,1-6.
L'esodo nella liturgia
Nella veglia pasquale, la Chiesa propone la lettura delle parti del libro dell'Esodo che narrano la
Pasqua ebraica: la cena con l’agnello, l’uccisione dei primogeniti d'Egitto, l’uscita d’Israele dal
paese della schiavitù.
Questo accostamento spiega il significato della Pasqua cristiana: essa segna l’uscita dalla
condizione di schiavitù (la schiavitù del peccato) verso la libertà dei figli di Dio, riscattati dal
sangue del nuovo agnello: Cristo, immolato sulla croce.
Il Battesimo, di cui nella notte pasquale si rinnovano le promesse, è il sacramento della Chiesa che
compie questo nuovo passaggio, per quanti credono in Cristo.
Un racconto storico?
Il racconto che la Bibbia fa della vicenda di Mosè non è una nuda cronaca, ma la presentazione in
forma epica e poetica di vicende che il popolo di Israele aveva vissuto e andava rileggendo alla luce
della fede.
Il narratore biblico ha fuso alcune tradizioni, che tramandavano di padre in figlio il ricordo di fatti
di cui Israele riteneva di non dover perdere la memoria.
La vicenda dell'esodo tramanda anzitutto la memoria dell'incontro tra Dio e Israele, che diventa
popolo di Dio quando accetta di stipulare con Dio l'alleanza.
La legge: un dono
La vicenda di Mosè, come quella dell'esodo in generale, culmina nell'alleanza che Dio stipula con
Israele sul Sinai.
L'alleanza è dono di Dio, è offerta che Dio fa al suo popolo di essere con lui, di accompagnarlo
nella sua storia, di essergli sempre vicino.
Fa parte di questa logica di amore la consegna della Legge cioè il dono di un codice di
comportamenti che indicano all'uomo come vivere secondo la sua dignità: la dignità che deriva
dall’appartenere a un popolo che ha il Signore come Dio. I comandamenti sono un dono.
Quando avvenne
E’ difficile definire l'epoca alla quale far risalire i fatti dell'Esodo di Israele e il suo arrivo in
Canaan. La Bibbia dà scarsi riferimenti storici.
Tra quelli più interessanti, la notizia della costruzione delle città-deposito di Pitom e Ramses (Es I,
II); la Bibbia dice che in questa impresa vennero impiegati gli israeliti, costretti a lavori forzati.
Lo studio di alcuni documenti egizi consente di risalire al faraone che fece costruire quelle due città.
Questo e altri particolari inducono gli storici a collocare i fatti dell'esodo e la vita di Mosè nel XIII
secolo a.C.
Alleanza antica e nuova
L’alleanza (chiamata anche patto, o testamento) stipulata al Sinai, per gli Ebrei è tuttora in vigore.
Anche i cristiani la riconoscono, ma portata a perfezione da Gesù: per questo chiamano l’alleanza
del Sinai Antico Testamento, e Nuovo Testamento quella realizzata da Gesù. Sono questi anche i
nomi delle due sezioni in cui è ripartita la Bibbia, per indicare di quale delle due alleanze parli.
Gesù nuovo Mosè
Mosè, protagonista della prima alleanza di Israele con Dio, è spesso accostato a Gesù, artefice della
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nuova alleanza. Secondo il Vangelo di Giovanni, per mezzo di Mosè venne nel mondo la legge, e
per mezzo di Gesti la grazia e la verità (Gv r, I7); Mosè salvò gli israeliti nel deserto, innalzando il
serpente di rame; Gesti salvò l'umanità, innalzando se stesso sulla croce.
Nel deserto, Dio mandò la manna dal cielo: mangiando di questo pane materiale, donato da Dio, il
popolo sopravvisse al deserto, ma non alla morte finale. Gesù è pane vivo, donato da Dio perché gli
uomini non conoscano più la morte: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita
eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,54; vedi 6,30-51)
Quale terra promessa?
Il viaggio dell'esodo fu poi sempre alla base della storia e della fede di Israele. Il Nome
impronunciabile, l'Alleanza con i suoi impegni, la Pasqua e le altre feste, l'Arca con il santuario e i
sacrifici e i leviti: tutte le espressioni principali che hanno distinto gli ebrei dagli altri popoli sono
derivate dai fatti dell'esodo. Anche il loro attaccamento alla terra d'Israele si spiega con quegli
eventi lontani: la terra è stata data loro da Dio!
I cristiani leggono i fatti dell'esodo come segno di realtà più profonde, spirituali, interiori. Lo si è
visto con il Battesimo, l'Eucaristia, la Pasqua e cosi via, e ciò vale anche per l'esodo nel suo
complesso .
L'avventura di Mosè e del suo popolo è, a ben guardare, l'avventura di ogni cristiano, che Gesù
guida fuori dalla schiavitù del male, e, attraverso il deserto di questa vita (con le molte infedeltà
dell'uomo e i continui segni dell'amore di Dio), conduce alla terra promessa: la patria, dove vivere
per sempre liberi e felici. Il cristiano dà alla vera patria, che spera di raggiungere, il nome di
paradiso.
Mosè nel discorso di Stefano
Mosè è una figura dominante nell'ampio discorso con cui si difese uno dei primi cristiani, Stefano,
accusato davanti al Sinedrio di aver pronunciato «espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio».
Il discorso, così come il processo e il martirio di questo popolare santo, è riferito nel libro intitolato
Atti degli apostoli (At 6-7).
Stefano divide la vita di Mosè in tre fasi, della durata di quarant’anni ciascuna. Nei primi
quarant’anni, la vita di Mosè è quella di un uomo colto, cresciuto nella sapienza degli egiziani. A
quarant’anni fa visita ai suoi fratelli, difende uno di loro, ma non viene capito; allora fugge a
Madian, dove si sposa, ha due figli e si dedica alla famiglia. Passa infine gli ultimi quarant'anni a
realizzare la missione che Dio gli ha affidato: la trattativa con il faraone, la guida del popolo e la sua
educazione a un corretto rapporto con Dio.
Stefano presenta Mosè nel deserto come il mediatore tra «i nostri padri» e Dio, dal quale ricevette
«parole di vita da trasmettere a noi» (At 7,38).
Lo scopo del discorso di Stefano è quello di mostrare ai suoi accusatori che essi, respingendo
l'annuncio della morte e della risurrezione di Gesù, stanno facendo resistenza a Dio, come gli
antichi padri avevano fatto con Mosè: «o gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi
sempre opponete resistenza allo Spirito ... » (At 7,51).
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