La cocaina è un antidepressivo? - SIF - Edicola Virtuale

Periodico della Società Italiana di Farmacologia - fondata nel 1939 - ANNO VI n. 23 – Settembre 2010
Riconosciuto con D.M. del MURST del 02/01/1996 - Iscritta Prefettura di Milano n. 467 pag. 722 vol. 2°
La cocaina è un antidepressivo?
Gian Luigi Gessa
Professore Emerito, Università di Cagliari
“Io non uso la cocaina per lo
sballo. La uso come antidepressivo”. Una confessione pubblica,
quella di Morgan, che ha fatto gridare allo scandalo.
La prima a puntare l’indice è
stata Giorgia Meloni, il Ministro
della Gioventù: le affermazioni del
cantante sono state definite da lei
assolutamente deliranti. È stato
pesante anche il giudizio di Carlo Giovanardi, che definisce Morgan un irresponsabile assetato di
pubblicità al punto di trascinare
ingenui e sprovveduti giovani alla
distruzione.
Questo articolo è indirizzato a
quelle persone che hanno genuino interesse a sapere se la cocaina
è un antidepressivo.
È sperabile che esse siano più
numerose e tolleranti di quelle
che si sono scandalizzate per le
parole di Morgan.
Lo studio sull’effetto antidepressivo della cocaina è oggetto
di intense ricerche da parte di numerosi ricercatori.
Il motivo di questo interesse è
esemplificato da un’acuta e stupita osservazione di Sigmund Freud
sul suo famoso lavoro “Uber
Coca”: “La cocaina provoca una
sensazione esilarante ed un’euforia durevole che non presenta
alcuna differenza dalla normale
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euforia che si gode in condizioni
di buona salute”.
Come mai una sostanza
estranea riproduce un
effetto che può presentarsi
spontaneamente?
Le intense ricerche degli ultimi
decenni hanno dimostrato che la
cocaina produce i suoi effetti attraverso un neurotrasmettitore
endogeno chiamato dopamina.
Esse ci hanno svelato il ruolo della dopamina nel controllo
dell’umore e delle sue patologie:
la depressione e l’esaltazione maniacale del disturbo bipolare.
L’effetto antidepressivo delle foglie di coca era noto all’uomo ben
prima che la cocaina fosse identificata.
Nel 1859 Paolo Mantegazza, uno
dei più acuti studiosi degli effetti
della coca, scrive sul suo “Virtù
igieniche e medicinali della coca”:
“Quella foglia, donata all’uomo
dal Figlio del Sole, sazia l’affamato, fortifica il debole e rende l’infelice immemore delle sue pene”.
Da millenni gli indigeni delle
Ande per ottenere tali effetti, masticano le foglie di coca mescolate
con la cenere, e assorbono in questo modo la cocaina attraverso la
mucosa orale.
Alla fine dell’ottocento, non
appena la cocaina fu identificata
e isolata, le case farmaceutiche
Merck e Parke Davis iniziarono
la sua produzione su larga scala e
ne propagandarono l’uso non solo
per la depressione, ma, come riporta una pubblicità di quel tempo, “per curare tutte le piaghe a
cui soggiace la carne”.
All’inizio del secolo diciannovesimo prima che venisse proibita,
i medici prescrivevano entusiasticamente la cocaina per il trattamento dell’ipocondria, melancolia, neurastenia e dell’esaurimento nervoso, definizioni della
depressione prima delle attuali
classificazioni.
Freud stesso aveva fatto più volte uso della cocaina, con successo,
per ricorrenti episodi di neurastenia. La cocaina gli riportava il
tono dell’umore da una condizione di depressione ad un livello più
normale.
“Varrà la pena”, scrisse, “di condurre esperimenti più approfonditi allorché il prezzo attualmente
esorbitante, diventerà ragionevole”.
Al di fuori delle prescrizioni mediche la cocaina era largamente
consumata dissolta in vini, elisir
e bevande.
La Coca Cola e il Vin Mariani di-
Fig. 1 Il neurone A (neurone dopaminergico) rilascia la dopamina nello
“spazio sinaptico”. La dopamina eccita o deprime il neurone B agendo su
una proteina, il “recettore”, specializza a riconoscere la dopamina come
la serratura riconosce la sua chiave.
Subito dopo aver esplicato il suo effetto, la dopamina viene ricatturata
dal neurone A mediante una proteina
(il trasportatore) per essere distrutta
o riutilizzata. La cocaina si lega al
trasportatore e impedisce che questo
trasporti la dopamina all’interno del
neurone dopaminergico. La dopamina quindi si accumula nello spazio
sinaptico e la sua azione sul recettore
viene potenziata e prolungata
vennero per il loro contenuto in
cocaina, le più famose bevande di
tutti i tempi.
Le ricerche degli ultimi cinquanta anni hanno chiarito non
solo perché la cocaina allevia la
depressione e provoca euforia, ma
anche perché sopprime il sonno,
la fame, la fatica e, a volte, fa impazzire chi ne abusa.
Le conoscenze su questo tema
sono state ottenute utilizzando
gli animali da esperimento nei
quali la cocaina produce effetti
molto simili a quelli prodotti nell’uomo.
È utile a questo punto qualche
informazione sui neuroni dopaminergici, cioè quei neuroni che
usano la dopamina come neurotrasmettitore.
Questi neuroni originano nel
mesencefalo e inviano i loro assoni ad innervare quelle aree del sistema limbico che controllano le
emozioni e le azioni fondamentali
per la sopravvivenza dell’individuo e della specie: il desiderio, la
motivazione e il piacere.
I neuroni dopaminergici stimolano o inibiscono i neuroni con i
quali comunicano mediante il rilascio di dopamina da parte delle
loro terminazioni nervose (Fig. 1).
Subito dopo aver prodotto i suoi
effetti, la dopamina viene avidamente ricatturata dai neuroni dopaminergici per essere distrutta o
riutilizzata. È qui che interviene
la cocaina. Essa si lega ad una proteina preposta al trasporto della
dopamina all’interno del neurone
dopaminergico.
Il blocco del trasportatore da
parte della cocaina impedisce che
la dopamina rilasciata rientri nel
neurone e fa sì che si accumuli
progressivamente al di fuori di
esso con effetti potenziati e prolungati.
La dopamina liberata dai neuroni dopaminergici sostiene tutti gli
effetti della cocaina. Ecco perché
essi non differiscono se non per
intensità dagli effetti che naturalmente si producono quando la
dopamina viene rilasciata a seguito di stimoli naturali appropriati.
In coloro che assumono la cocaina per via inalatoria, col fumo
o per via endovenosa la cocaina
può scatenare un rilascio eccessivo di dopamina. Allora la sensazione esilarante e l’euforia durevole possono diventare delirio di
grandezza, l’attenzione divenire
eccessiva paranoia, il senso di
energia fisica scatenare violenza.
Viceversa, quando l’azione della dopamina è impedita o ridotta compaiono sintomi opposti
a quelli prodotti dalla cocaina:
umore depresso, anedonia (incapacità di provare piacere), ridotta
motivazione, ritardo psicomotorio. Questi sintomi sono presenti
nella depressione: geriatrica, stagionale, psicotica o in quella del
disturbo bipolare.
A questo punto il lettore si
domanderà: se la cocaina è
un antidepressivo perchè non
viene utilizzata in clinica?
A prescindere dalle motivazioni
politiche, alcune ragioni farmacologiche contrastano con l’uso clinico della cocaina nel trattamento
della depressione.
Ai tempi di Freud la cocaina veniva prescritta per via orale. Così
introdotta come pure con la masticazione di foglie di coca, la cocaina arriva al cervello lentamente, in quantità e per un tempo
sufficienti a produrre “un’euforia
durevole” ma non eccessiva, e “riportare il tono dell’umore da una
condizione di depressione ad un
livello più normale”.
I consumatori di cocaina oggi
ricercano il piacere intenso mediante l’introduzione della cocaina per via intranasale, endovenosa o col fumo.
La cocaina “sniffata” arriva al
cervello entro cinque minuti ma
il suo effetto non dura più di trenta. Nella forma di crack, o per via
endovenosa la cocaina arriva nel
cervello entro trenta secondi, ma
il suo effetto è effimero.
L’intensa euforia è rapidamente
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seguita da una profonda depressione, il crash.
È di grande interesse il fatto che
durante il crash la dopamina è assai ridotta. In conclusione l’uomo
ha trovato il modo di far arrivare
la cocaina al cervello più velocemente e in alta concentrazione:
ha concentrato in un cucchiaino
di polvere bianca la forza medicatrice della Pianta del Figlio del
Sole, ha inventato l’ago, la sirin-
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ga, la pipa, la sigaretta, aumentando così a dismisura gli effetti
della droga. Ma la stimolazione
intermittente violenta e cronica
dei neuroni non è idonea a generare l’effetto antidepressivo,
ma è ideale per produrre le modificazioni di plasticità neuronale
che sottendono la dipendenza e la
tossicomania. I neuroni non gradiscono le aggressioni violente da
parte della dopamina e si difendo-
no modificando la loro sensibilità alla dopamina rilasciata dagli
stimoli naturali, i quali perdono
la capacità di produrre desiderio,
motivazione e piacere. Per evocare queste emozioni diventano
necessarie dosi di cocaina sempre più elevate. Alla fine può svilupparsi una totale insensibilità
anche al piacere prodotto dalla
cocaina, ma rimane l’irresistibile
compulsione a consumarla. ■