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SENSO DELL’AUTOGESTIONE - Isabella Tokos 3A

SCRIVI UNA RELAZIONE DETTAGLIATA SUL SENSO DELL’AUTOGESTIONE
“Autogestione studentesca, forma di protesta con cui gli studenti si prefiggono di
gestire l'attività didattica, in genere imponendo la discussione su temi d'attualità di loro
interesse, in alternativa ai programmi tradizionali.”
È questa la definizione che l’web offre per il termine ‘autogestione’. Ma al di là di essa,
che cos’è di fatto l’autogestione?
In linea di massima, dal punto di vista dei genitori, “l’autogestione è un momento
importante per i ragazzi proprio perché offre loro la possibilità di vivere la scuola in
maniera diversa, scegliendo come gestire il proprio tempo, scoprendo magari nuovi
argomenti, approfondendo vecchie e nuove passioni... […] È una grande occasione di
crescita.”, mentre per gli studenti rappresenta, generalizzando, il “lavoro per cui abbiamo
speso tempo ed energie”. Ma anche gli insegnanti definiscono a loro modo l’autogestione:
il “male minore rispetto all’occupazione”. Ed è forse per questo che non si riesce a
delimitare chiaramente lo spazio fisico, materiale e temporale dell’autogestione che nella
maggior parte dei casi diventa “cogestione”.
Ma cosa differenzia l’autogestione dalla occupazione o dalla cogestione?
• L’occupazione è una chiusura abusiva della scuola da parte degli studenti, insomma,
un’infrazione su tutti gli aspetti, indipendentemente dalle motivazioni per cui la si fa, o
dalla tipologia con cui la si abbellisce; ed è infatti un genere abusivo di autogestione a
tutti gli effetti;
• La cogestione invece rappresenta un misto, una collaborazione tra studenti, professori,
genitori e vari personaggi esterni alla scuola, in cui gli studenti si organizzano seguendo
le regole imposte dagli insegnanti/scuola;
• Nell’autogestione, diversamente dalle forme di organizzazione sopra citate, gli
insegnanti permettono agli studenti una gestione autonoma: organizzazione e dirigenza
prive di alcun’intromissione o costrizione da parte della scuola.
Ma se il sistema scolastico prevede una concentrazione di tutta la materia di studio in
un ben definito arco temporale, come si può spiegare che la scuola si senta costretta a
scegliere tra ‘autogestione’/‘cogestione’/‘occupazione’, invece del più semplice e adeguato
‘scuola’? Beh, magari perché, come prontamente spiega una mia compagna di liceo, a noi
studenti serve “quel respiro che ci è negato durante l’anno e di cui tanto avremmo
bisogno. Ogni giorno.” Perché, in fondo, noi non siamo macchine, ma esseri viventi. E
nonostante questo dato di fatto, il sistema scolastico ci costringe a doverci impostare
come dei veri e propri robot, ci chiede di passare in automatico dal ‘comando’ ‘greco’ al
‘comando’ ‘matematica’, a ‘storia’ e poi a ‘latino’... senza la possibilità di avere il tempo
necessario, quei pochi minuti, di ‘processare’ gli ‘input’ e creare gli ‘output’, il tempo di
metabolizzare e preparare i nostri ‘ingranaggi cerebrali’ a fornire adeguate risposte a
pronte richieste. Un sovraccarico di ‘comandi’ e ‘informazioni’ rischia di degenerare e
portare alla caduta del ‘sistema operativo’; tradotto nella nostra quotidianità, questo
sistema organizzativo scolastico tanto ‘concentrato’ rischierebbe prima o poi di collassare;
per fortuna, però, è stata inventata la ‘settimana di stacco’. Una settimana in cui gli
studenti, di propria iniziativa o con aiuti da parte di figure esterne, tra genitori, nonni, amici,
amici degli amici ecc. propongono e offrono alla collettività “iniziative interessanti e di ogni
genere con l’obiettivo di ampliare i nostri orizzonti, di toccare temi probabilmente poco
esplorati e perché no anche di divertirci un po’”, scrive una studentessa.
E “un po’” va bene. Peccato però che per certi studenti, lo scopo della settimana
d’autogestione ha perso gradualmente quel suo carattere di approfondimento culturale e di
crescita personale a favore di una settimana di perpetuo divertimento più compatibile con
l’indirizzo musicale o sportivo... ma assolutamente incompatibile con quello classico (per
cui la scelta di frequentare l’indirizzo classico non si spiega per tutti coloro non interessati
alle attività riguardanti le materie predominanti, quali greco (il capolista), latino, italiano,
storia, filosofia). Infatti, pur essendo “elemento fondamentale della didattica autogestita la
scelta operata dallo studente stesso sull’incontro da seguire”, è chiaro che se in una
scuola dall’indirizzo classico i corsi che predominano durante una settimana di
autogestione sono più attinenti a sport, yoga, musica, politica o educazione sessuale che
in effetti hanno non dico eliminato, ma sopraffatto quelli di natura più umanistica, come
quelli sulla letteratura latina, greca o altro, o la scuola ha sbagliato nome, o gli studenti
hanno sbagliato scuola. Sta di fatto che gli orari dell’autogestione del Tasso erano pieni di
corsi sfumati di politica o di Coscienza, o meglio dire di educazione sessuale, “riguardo
l’identità di genere, un tema così discusso”, insomma corsi che a detta di alcuni “hanno
aperto gli occhi sulle realtà a cui prendiamo parte”.
Ma nella vita non è tutto politica o sesso. Certamente sono aspetti della vita che non
vanno trascurati e la cui importanza non si può negare, ma tutto al suo tempo.
Non si può fare un esercizio di matematica se prima non si apprende la teoria. Così è
anche con la scuola e con la vita. La vita rappresenta la pratica, e per saper giocare il
gioco della vita necessitiamo di conoscere le regole del gioco, regole che soltanto la
cultura e l’educazione ci possono trasmettere. E questi ruoli non sono interscambiabili,
non si può fare la parte pratica a scuola e la parte teorica nella vita. Chi vuole fare la parte
pratica a scuola ha questa grande fortuna: a partire dal triennio la scuola non è più un
obbligo, la si può lasciare. Perché la pratica la insegna solo la vita. E la vita è al di fuori
della scuola. La scuola ci dovrebbe creare le basi, ci dovrebbe dare quelle conoscenze a
noi necessarie e sufficienti per affrontare la vita e vincere.
Nei corridoi del Tasso si sentono spesso lamentele di studenti che prendono voti bassi,
che odiano il classico, il greco soprattutto, ma che, pur essendo consapevoli delle loro
preferenze, magari per costrizione o per orgoglio hanno intrapreso questo tortuoso viaggio
(che se preso dal punto di vista giusto, tortuoso non lo sarebbe affatto). Il classico ci offre
molti spunti di vita. È come il vocabolario di greco o di latino che ti parla se lo sai come
abbordare. Non servono scritte, non servono foglietti, perché senza inganni, senza
trucchetti vigliacchi, il classico è capace di insegnarci più di quanto noi pensiamo, e lo fa
con la voce degli autori che studiamo, tramite le loro esperienze di vita raccontate e
tramandate, tramite le loro storie, le loro emozioni scritte tra le righe del testo che
traduciamo, tramite le loro mentalità, gli innumerevoli scontri e gli innumerevoli armistizi.
Più di quanto la vita a questa età ci può insegnare. A meno che uno non si sia proprio
proposto di incaponirsi tanto da non accettare altri insegnamenti che quegli provenienti dai
propri sbagli...
Una studentessa scrive: “l’attenzione dei giovani deve essere guadagnata proponendo
corsi a loro volta innovativi, interessanti e che offrano spunti per una riflessione a suo
modo costruttiva.” Nella seconda e terza ora del venerdì, al corso “Parole nel mondo
greco-romano” erano presenti al massimo 15 studenti. Un corso unico che trattava di
formule magiche in greco, formule che facevano parte della vita di tutti i giorni dei nostri
antenati; ma evidentemente il nome del corso è stato scelto male, magari gli adolescenti di
oggi si abbandonano alla superficialità dei titoli (peccato! Un corso del genere è stato
senz’altro un’occasione irripetibile, al contrario di una partita o di un blablabla’s got talent
che si possono benissimo organizzare in qualsiasi occasione), preferiscono i trend del
momento, i talk/reality show, le partite sportive, piuttosto che essere coerenti con le loro
scelte, insomma, non sfuggono “al rischio di cadere in scelte stereotipate, in modelli
‘televisivi’ preconfezionati”; e forse questi studenti, così disperati a cercare una via di
scampo alla quotidianità di una scuola che la maggior parte di essi sono stati spinti a
frequentare, lo fanno proprio per avere 5/6 giorni da dedicare ai loro veri interessi, che
devono trascurare nella maggior parte del tempo di scuola: sport, musica, sesso, relazioni
sociali e interpersonali, retorica e, ovviamente, pur non avendo una cultura politica, fervidi
interessi politici. Ciò che è sicuro, però, è che l’indirizzo classico avrebbe dovuto favorire
durante l’autogestione “una maggiore condivisione di momenti educativi innovativi,
alternativi non solo alla didattica tradizionale ma anche e soprattutto ai modelli televisivi
imperanti”.
Il problema più grave, al di là della tipologia di corsi e la scelta di frequentare uno di
essi in detrimento degli altri, però, è la scelta di molti studenti del Tasso di non frequentare
alcun corso. Una ragazza scrive: “come membro del servizio d’ordine posso poi assicurare
che i ragazzi hanno sempre frequentato i corsi tranne per quei dieci minuti che ogni tanto
giustamente direi si prendevano tra un’ora e l’altra”. A questo punto della mia relazione mi
sento in dovere di portare in campo la mia esperienza personale.
Con mia grande felicità sono riuscita a raggiungere la meta che mi ero prefissata,
ovvero seguire più corsi possibile, preferibilmente a tutte le ore. Ed è ciò che ho fatto: ad
ogni ora ho avuto un corso, interessante o meno; fa eccezione la seconda ora dell’ultimo
giorno in cui, a causa di un forte mal di testa imprevisto ho avuto la necessità di stare un
po’ al piano terra a prendere una boccata d’aria fresca non riuscendo a rimanere rinchiusa
in un’aula. E ciò che si è presentato alla mia vista è stato un chiaro via vai di singoli o
gruppi di studenti impegnati a stare nel corridoio, o tentare di accedere al cortile e alle
palestre, o addirittura a stare nell’auletta a chiacchierare. Ed è un peccato che
“l’autogestione si riduca per 90 studenti su 100, in un bivacco nei corridoi o in uno svacco
(altro che svago!) nelle aule vuote.” Anche quest’ultimo aspetto d’altronde è una
componente assai presente nelle autogestioni: mentre raggiungevo le aule predisposte
per i corsi che avevo scelto, non di rado mi capitava di vedere nelle aule non adibite per i
corsi studenti intenti a giocare, a saltare, scherzare, a fare i compiti e anche a recuperare
interrogazioni o verifiche (il tutto nonostante l’esplicito divieto da parte della dirigenza
scolastica, messo per iscritto anche in una circolare).
Comunque sia, è stato a tutti chiaro che l’autogestione di quest’anno scolastico,
2019-2020, è stata meglio organizzata, almeno all’inizio, di quella di due anni fa (sarà
stato il tocco della presenza femminile nella rappresentanza d’istituto); e dico all’inizio
perché, come tutte le cose umane, ha avuto i suoi momenti di decadimento di stile,
soprattutto verso la fine, durante la quale la confusione ha preso il sopravvento
infiltrandosi tra gli orari, creando disguidi e spostando corsi. E forse per questa confusione
è stato alquanto difficile, pur con i tentativi dei più volenterosi (tipo me), prevedere in
anticipo la scelta dei corsi da seguire “in modo da evitare sprechi di risorse e di occasioni”.
Mi è capitato più di una volta di dover riorganizzare l’intera mia giornata perché i corsi
dichiarati erano stati annullati o spostati, o era stata indicata un’aula diversa da quella
effettiva. Ed evidentemente per alcuni corsi, come quello dell’orientamento universitario di
giurisprudenza, che da quanto si vociferava nella scuola ha creato parecchio malcontento
negli ospiti per l’assenza di studenti, il fatto di togliere il foglio con su scritto il corso,
nonostante lo svolgimento del corso stesso, ha creato non pochi fraintendimenti.
Anche la novità introdotta, quella della prima ora dedicata alla rassegna stampa ha
portato alcune lamentele: alcuni studenti dicevano che i lettori avrebbero dovuto impiegare
più enfasi nella lettura del giornale, altri che avrebbero voluto più dibattito; e quando poi si
è provato a fare dibattito, in molte circostanze nessuno aveva niente da dire; il che a
portato a una progressiva diminuzione delle ore di rassegna stampa fino quasi alla loro
scomparsa.
Per rimanere nel campo degli aspetti negativi, questa volta non legati all’organizzazione
degli studenti ma a quelli della scuola, vorrei aggiungere un episodio che trovo rilevante
per definire l’autogestione. L’autogestione, almeno al Tasso, non esclude le attività
pomeridiane, quindi permette agli studenti di continuare ad interessarsi e ad approfondire i
loro interessi cominciati o da dover cominciare.
E l’episodio di cui vorrei parlare si va ad inserire proprio in quest’ultima categoria: per il
venerdì dell’autogestione, di pomeriggio, è stato programmato l’inizio del corso
pomeridiano di inglese in collaborazione con la British Institutes, a cui partecipo.
Insieme ai miei compagni di inglese stavamo aspettando fuori scuola di rientrare per il
corso e, avvicinandosi l’ora dell’inizio del corso, poiché fuori faceva un freddo cane, ho
provato a entrare almeno sulle scale della scuola e a chiedere se il corso cominciasse
all’ora stabilita. Nemmeno ho fatto bene il primo passo oltre la soglia del portone del Tasso
che una professoressa, urlandomi in faccia, mi ha detto che il corso non si fa e mi ha
effettivamente sbattuto il portone in faccia.
Molti dei miei compagni, dopo aver tentato anche loro di avere altre conferme, se ne
sono andati; io per fortuna ho fatto presente la cosa in tempo ai miei e loro si sono
informati direttamente alla British Institutes che ha confermato l’effettivo svolgimento di
questo corso di inglese; nel frattempo dei signori che dovevano entrare al Tasso, a causa
della scuola chiusa hanno dovuto, un po’ scocciati dalla chiusura inaspettata della scuola,
chiamare la scuola per farsi aprire, e per aprire il portone a loro è venuta la stessa
professoressa che per la seconda volta, vedendomi, ha avuto la stessa reazione della
prima volta: mi ha urlato in faccia ribadendomi “Il corso non c’è!” con uno sgarbo che non
fa onore ad alcun insegnante al mondo.
Dopo minuti di pazienza fredda come l’aria che respiravo, la professoressa ha aperto il
portone e mi ha detto “Alla fine il corso c’è!” (La stessa insegnante che, dopo una
settimana in cui non ci eravamo mai incontrate all’interno della scuola, il giorno
successivo, sabato, dopo avermi vista per circa mezzora restare al piano terra dopo aver
preso l’Oki per il mio mal di testa, mi ha reincontrata all’ultima ora dopo la fine anticipata
del corso di due ore “Comunità sinti” a cui avevo partecipato, non mi chiede come mi è
sembrata la settimana, ma semplicemente: “Tokos, ma tu non segui nessun corso?” A me
che sono stata sempre presente ai corsi senza un’ora di buco, mentre c’erano anche altri
in giro, accanto a me, a cui non ha prestato la sua attenzione, la quale si è concentrata
esclusivamente su di me).
Vorrei segnalare a questo punto che l’attenzione della scuola si sarebbe dovuta
concentrare non solamente su uno studente ma su tutti; non solamente sull’autogestione
ma anche sulle attività formative pomeridiane, che fanno certamente parte del nostro
percorso di apprendimento e non andrebbero trascurate come di fatto è successo.
Quel che so è che per me l’autogestione è stata un’esperienza singolare.
Quando ero primina, in quella di due anni fa, ho avuto l’occasione unica di conoscere
l’emozione e l’ansia che si ha quando si propone e si tiene personalmente un corso di due
ore in due giorni diversi sulla professione del Fashion Design e senza l’appoggio di
nessuno, nemmeno dei miei stessi compagni di classe, i quali, con la loro assenza ad
entrambe le ore, hanno scelto di non sostenermi; magari la prima parte del corso non ha
avuto l’esito aspettato data la mia inesperienza del momento e la mia timidezza, ma ho
imparato certamente a migliorare e il risultato è stato un maggiore entusiasmo per la
seconda parte che ha dato non poca soddisfazione.
Nell’autogestione di quest’anno invece ho avuto l’occasione di comprendere le varie
tipologie di corsi, da quelli ben strutturati, come “Medicina a confronto con le tecniche
sciamaniche” incentrato sull’effetto placebo o “Architettura”, lo stesso interessante e più
‘tradizionale’ (nel senso di ‘scolastico’) come presentazione, o ancora gli orientamenti
universitari di Medicina, Biologia... che mi hanno aiutata a capire che vuol dire essere un
medico o uno scienziato... e che cosa si guadagna o si perde nel scegliere un mestiere
piuttosto che un altro, Ecosostenibilità che mi ha evidenziato alcuni problemi che bloccano
il buon funzionamento della nostra società, Fotografia che mi ha aperto le porte di questo
meraviglioso mondo, “Controllo di masse” che mi ha fatto notare e mi ha messo in guardia
su aspetti della nostra vita tecnologica che incombono su di noi e che ci tendono
imboscate, “Bullshit” che mi ha insegnato a proteggermi dalle fake news e a saper
scegliere con criterio, ONG che mi ha aiutata ad approfondire l’argomento, “Parole nel
mondo greco-romano” che mi ha permesso di immergermi ancor di più nella vita di una
volta, “Linguaggio di programmazione Python” che mi ha introdotto un nuovo linguaggio di
programmazione, “Comunità sinti” che mi ha mostrato alcune debolezze della nostra
attuale società...
Con questa autogestione ho avuto l’opportunità di notare che non tutti i corsi sono a
scopo di apprendimento, ma alcuni hanno anche un doppio fine, come quello di
orientamento di Psicologia che sotto il nome di Mindfulness ha occultato una piccola
trappola che mi ha fatto comprendere molte cose tra cui che esistono corsi a scopo
pubblicitario, tra le altre cose...
Ho potuto assistere anche a corsi improvvisati sul momento come quello di WWF/
Ambiente tenuto da un avvocato che riconosceva lui stesso di non saper nulla
sull’argomento e che aveva portato dei giornali per fare un confronto sulle notizie riportate
lì; abbandonando questo corso ho avuto la fortuna di imbattermi in un corso tenuto da un
ragazzo del secondo anno, “Giochi matematici”, che mi ha fatto passare una bella
mezz’ora e che mi ha convinto a partecipare anche al suo secondo corso di Python....
Ho visto che non tutti gli ospiti sono puntuali: è stato il caso di Municipio, un corso
durante il quale, nei pochi minuti rimasti dopo un’interminabile attesa, è stato presentato
un concorso...
Ho avuto modo di rilassarmi e guardarmi qualche film che, chissà, magari non avrei mai
guardato , come “Una questione privata” che mi ha mostrato aspetti anche crudeli dei
tempi del fascismo, oppure “Non ci resta che piangere”, o ancora il dover scegliere tra
“Minority report” e “In time” che mi ha spinta a visionare a scuola parte del primo e a casa
il secondo, scoprendo un nuovo film (quest’ultimo) da aggiungere tra preferiti, anzi no, tra
geniali.
Insomma, anche tra quel caos degli ultimi giorni ho avuto modo di apprendere molto, di
divertirmi e di rilassarmi; e comunque, nel bene e nel male, sono certa che ogni studente
durante l’autogestione è riuscito a raggiungere i suoi scopi e a dare il suo senso ad essa:
alcuni magari l’hanno interpretata come un aperitivo della vacanza d’inverno, altri invece
hanno cercato di sfruttarla per ampliare il loro bagaglio di esperienze che nell’arco della
nostra vita non smette mai di riempirsi.
FONTI:
• https://dizionari.repubblica.it/Italiano/A/autogestione.html
• Gruppo WhatsApp 3A (dei genitori)
• Discussioni su Edmodo delle classi con teacher Luigi De Luca
Roma, 28/12/2019
Isabella Tokos, 3A