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Famiglie di Laura Fruggeri RIASSUNTO

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Famiglie-Laura Fruggeri
Introduzione
Oggi stanno cambiando i rapporti fra generazioni e quelli tra uomini e donne; inoltre, la famiglia nucleare
costituita da coppia eterosessuale e figli non rappresenta più l’unica struttura attraverso cui i legami
primari si realizzano. Quando pensiamo alle famiglie, oggi, la nostra concettualizzazione deve andare oltre
la famiglia bi-generazionale composta da una coppia unita dal matrimonio e dai figli biologici; deve poter
includere anche:
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Famiglie affidatarie
Famiglie adottive che possono essere mutlirazziali o multiculturali
Famiglie monoparentali a conduzione materna o paterna
Coppie omosessuali con o senza figli
Famiglie composte da persone divorziate e rispettivi figli
Persone che vivono insieme senza vincoli di parentela, ma connessi da forti legami emotivi e da
impegni reciproci
Nel corso del Congresso internazionale della psicologia della famiglia, è stato affermato che: “I tempi
stanno cambiando, la famiglia sta cambiando e nessuno sa per quanto tempo la Famiglia continuerà ad
esistere e in quale forma. Alcuni hanno già sepolto la Famiglia come unità sociale di base. Nonostante ciò,
in psicologia, la ricerca sulla famiglia è particolarmente vitale”. Lo scenario delle famiglie, nelle
contemporanee società occidentali da una parte si registra un preoccupante aumento di segnali di
disgregazione provenienti proprio da quei gruppi che nessuno si rifiuterebbe di definire famiglie; le
statistiche ci informano che la maggior parte degli episodi di violenza perpetrata su donne e minori o da
figli nei confronti dei propri genitori avvengono in gruppi familiari che corrispondono alla sedimentata
immagine della famiglia nucleare ‘’normale’’. Dall’altra parte si constata che gruppi a cui è stata
tradizionalmente negata un’identità di famiglia rivendicano con sempre maggiore forza il diritto di
autodefinirsi ed essere definiti tale (ad esempio, coppie omosessuali). Di fronte ai segnali di difficoltà che la
famiglia nucleare esprime nell’assolvere alle sue funzioni, molti evocano l’estinzione di questa forma
familiare a vantaggio di altre alternative; di fronte alla richiesta di riconoscere come legami familiari quelli
su cui si fondano nuove forme di convivenza, altri denunciano la perdita del valore della famiglia.
Abbandonando ogni apriorismo dogmatico, i segnali che vengono dalla comunità sociale possono essere
interpretati in altro modo: quelli provenienti dalla forma familiare nucleare richiamano l’attenzione sulla
necessità di non darla per scontata e sollecitano analisi adeguate a rilevare le esigenze dei singoli gruppi
familiari; i segnali provenienti da chi invece è coinvolto in forme di convivenza diverse da quella tradizionale
esprimono una attribuzione condivisa di valore simbolico a la ‘’famiglia’’ che va al di là di ogni sua
realizzazione normativa. Questi dati sono particolarmente interessanti in quanto forniscono indicazioni
sulla direzione del cambiamento che la ‘’famiglia’’ sta intraprendendo. Un cambiamento non tanto
destinato alla sostituzione della famiglia nucleare tradizionale con forme alternative, ma piuttosto
orientato verso la co-esistenza di forme familiari diverse. Di fronte ad un quadro così multiforme e
mutevole, gli studiosi si trovano a dover sviluppare nuovi modelli di analisi che siano in grado di rendere
conto dei nuovi fenomeni emergenti. Alcuni principi essenziali per lo sviluppo di un discorso psicosociale
sulla famiglia sono:
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Il primo principio consiste nel riconoscimento della molteplicità delle forma che la famiglia oggi piò
assumere. Avere questa visione è un principio metodologico e implica coniugare l’analisi e lo studio
delle dinamiche e dei processi familiari con una riflessione sui modelli teorici adottati e sulla loro
adeguatezza a rendere conto della diversità di forme che la famiglia può assumere
•
Il secondo principio è detto della complessità che consiste nel considerare le famiglie come sistemi
di relazioni che si originano, si mantengono e/o cambiano attraverso processi la cui natura è al
tempo stesso interpersonale e sociale.
La gran parte della ricerca psicologica sulla famiglia resta prevalentemente focalizzata sulle dinamiche
interpersonali; studia cioè le relazioni familiari a prescindere dalle appartenenze sociali, dai rapporti di
potere, dalle condizioni materiali dell’esistenza e dalle ideologie dominanti. L’analisi dei rapporti, dei ruoli e
delle dinamiche familiari viene qui condotta rivolgendo una particolare attenzione al contesto sociale in cui
le famiglie sono inserite, poiché si parte dal presupposto che per comprendere i modi in cui le persone si
relazionano tra loro nella sfera privata, non si possa prescindere dalle caratteristiche della struttura di
potere, delle pratiche istituzionali e delle ideologie che regolano i più ampi rapporti sociali. In questo senso
l’attenzione viene rivolta alle modulazioni che le dinamiche e i processi intrafamiliari assumono in rapporto
a problematiche quali ad esempio quelle legate all’identità di genere, alla condizione di marginalità sociale,
all’appartenenza etnica, ai cambiamenti connessi a situazioni di crisi socioeconomica, ma anche agli
stereotipi e ai pregiudizi socialmente condivisi. Nel riconoscimento della molteplicità delle forme familiari,
coniugato con l’attenzione alla complessità dei processi (individuali, interpersonali e sociali) in cui ogni
famiglia è implicata, risiede la possibilità di elaborare strumenti di analisi che siano adeguati a cogliere le
articolazioni ricorrenti delle dinamiche e dei processi familiari e contemporaneamente non sacrifichino la
singolarità delle famiglie.
Cpt.1) Oggetti e punti di vista
La famiglia al plurale
Il primato cronologico dello studio sistematico della famiglia spetta a storici e antropologi. I contributi
forniti dalla ricerca antropologica fin dalla seconda metà del secolo scorso costituiscono degli
imprescindibili punti di riferimento per ogni indagine scientifica sulla famiglia. Nel loro insieme questi studi
mettono in evidenza l’ampia variabilità delle strutture e funzioni dei gruppi familiari e dunque
l’impossibilità di definire la famiglia indipendentemente dal contesto spazio-temporale e quindi culturale in
cui essa è inserita. Oggi questo rassicurante schema lineare non è più sufficiente. Le ricerche più recenti
documentano che la molteplicità delle forme familiari non è unicamente legata alla variazione delle
organizzazioni socio-culturali o alla dimensione storica: all’interno di un contesto sociale coesistono diverse
forme di famiglia. Se fino agli anni Sessanta la famiglia nucleare, composta da genitori e figli, ed
eventualmente quella estesa, che include anche la generazione precedente, potevano abbastanza
agevolmente descrivere la maggior parte delle famiglie presenti nel contesto delle società occidentali, i
risultati della ricerca socio-demografica contemporanea documentano che quei due modelli non possono
più in nessun caso costituire gli unici riferimenti di analisi. Si parla di famiglie con un solo genitore, famiglie
formate da coppie senza figli, famiglie formate da rapporti di parentela non di tipo coniugale, famiglie
multiple, famiglie ricostruite o ricomposte (formate da persone divorziate), fino a famiglie unipersonali o
solitarie, costituite da un unico componente. È veri che non tutti gli studiosi accettano di includere sotto la
categoria ‘’famiglia le forme alternative’’. Alcuni perché le considerano deviazioni da una presunta norma
tradizionale: segni del declino della famiglia e quindi forma di vita sociale intrinsecamente patogene. Altri
studiosi sostengono che estendere il termine famiglia a forme alternative sia un’operazione confusiva che
invece di definire la specificità dell’oggetto di studio porta ad una indebita generalizzazione. L’opportunità
di non associare il termine famiglia con forme alternative di convivenza o con reti di relazioni diverse è
giustificata da altri studiosi con argomentazioni opposte. Si teme che continuare a parlare di ‘’famiglia’’
possa oscurare la grande diversità di forme attraverso le quali i legami primari sono praticati e realizzati
nella società contemporanea. Il termine stesso ‘’famiglia’’ non è un’etichetta neutrale, ma un marcatore
ideologico che evoca e costruisce un preciso tipo di relazioni: quello della famiglia nucleare fondata su una
divisione del lavoro che comporta l’ineguaglianza nella distribuzione del potere fra i sessi. Istituzioni, leggi e
politiche sociali sono costruite, sostiene Gittins (1985), intorno a questa forma familiare stereotipica non
perché essa costituisce la norma, ma perché diventi la norma. L’uso del termine ‘’la famiglia’’ per designare
tutte le variazioni rispetto a quella tradizionale, si sostiene inoltre, continua a implicare una omogeneità
che potrebbe essere rifiutata dalle stesse persone coinvolte nelle forme di relazioni alternative. L’uso
incessante del termine la ‘’famiglia’’ ha l’effetto di negare ogni realtà o validità ad altre forme di relazioni
vissute. Numerosi sono invece i ricercatori che, interpretando i cambiamenti delle forme familiari come
risposte adattive alle trasformazioni sociali e quindi come forme di vita sociale non relegabili all’ambito
delle marginalità o della devianza, mantengono il termine famiglia. La maggior parte della più recente
letteratura internazionale sulla famiglia riguarda, infatti, le famiglie monoparentali, le famiglie ricomposte e
altre forme ancora di convivenza. Nel definire che cosa sia ‘’la famiglia’’, non bisogna introdurre nella
definizione scientifica dell’oggetto famiglia le definizione che emergono dalle pratiche sociali rischia di
depotenziare la ricerca stessa. L’accettazione delle definizioni emergenti dai processi sociali suggerisce
invece cautela nel procedere ad una identificazione dell’oggetto famiglia e stimola ad assumere un
linguaggio al plurale. Sostituendo ‘’la famiglia’’ con ‘’le famiglie’’, secondo Berger e Berger (1983), si
promuove l’accettazione della diversità e si evita di conferire una superiorità morale ad una specifica forma
familiare. Gli studiosi della famiglia non possono che adottare un generalizzato ‘’modello della differenza’’
che si fonda su presupposti di diversità e molteplicità (le specificità familiari sono molteplici) opposti a
quelli dell’uniformità e della normalità (c’è una specificità familiare) che si sono mostrati inadeguati a
comprendere i cambiamenti contemporanei. Cigoli vede “nell’enfasi portata verso le nuove forme di
famiglia” una “nuova retorica del famigliare”. Il richiamo alla diversità delle forme di famiglia presenti nella
comunità sociale è in effetti ormai tanto diffuso da assumere il carattere di una moda. Un richiamo che solo
raramente si traduce poi in metodologie nuove e diverse di studio delle dinamiche familiari. Spesso esso
costituisce una premessa doverosa seguita da discorsi che continuano ad avere come parametro di
riferimento la famiglia nucleare. “Nuova retorica del famigliare” è un’espressione pertinente a descrivere
questo fenomeno, se ‘’retorica’’ viene intesa come esercizio sul vuoto, confezione linguistica
dell’inesistente. Ma “retorica”, nelle scienze sociali, è un termine sempre più usato per riferirsi alla forma
dei processi e dei modi della conoscenza. E, da questo punto di vista, la retorica del familiare che si
caratterizza per l’attenzione prestata alle forme diverse di famiglia è nuova soltanto in contrapposizione ad
una “vecchia retorica”. Quella che ha caratterizzato una ricerca esclusivamente orientata ad analizzare un
solo tipo di famiglia, quella nucleare, elevata a norma e a parametro di riferimento, relegando ogni
variazione da essa nella patologia. Nessuna ricerca sfugge a qualche tipo di retorica. Il problema riguarda
“quale retorica”, se quella che si ispira a criteri di diversità e molteplicità o quella che si ispira a criteri di
uniformità o universalità.
I contesti della ricerca psicologica sulla famiglia
La definizione di famiglia risulta interconnessa con:
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Il più generale contesto scientifico in cui lo studio della famiglia si colloca
Lo spirito del tempo, ovvero l’insieme delle norme e dei valori condivisi in un dato periodo
Nel 1926 Bruges propone un’analisi della famiglia come unità di persone in interazione reciproca. È soltanto
negli ultimi decenni che la famiglia è diventata, per la psicologia, oggetto di analisi nella sua totalità. In
precedenza la famiglia era presente nel quadro dell’indagine psicologica soltanto in quanto sfondo, matrice
o contesto dello sviluppo individuale che costituiva in realtà il punto focale di un’analisi chiusa fra i poli
della prospettiva psicoanalitica e di quella ambientalista. Dal punto di vista psicoanalitico, la famiglia è
rilevante solo come istanza immaginaria e non come realtà istituzionale, dal momento che ciò che diventa
significativo per l’individuo in fase di sviluppo sono soprattutto i modi e l’intensità di quanto delle relazioni
familiari viene interiorizzato. La prospettiva ambientalista, fondata sul presupposto di un bambino
modellato e influenzato dal mondo degli adulti, ha ridotto la famiglia al rapporto diadico madre-bambino,
secondo il modello lineare causale del genitore che influenza il figlio. La sistematica osservazione delle
relazioni dell’unità familiare ha inizio negli anni a cavallo fra i Cinquanta e i Sessanta in cui alcuni studiosi
sottoposero a verifica l’ipotesi di una interdipendenza fra lo sviluppo individuale e le dinamiche di relazione
interpersonale che prendono corpo nell’ambito della famiglia. Nei decenni successivi ci fu una massima
espansione e diffusione. Un contesto scientifico favorevole in seguito alle revisioni delle teorie
psicoanalitiche ad opera dei neofrudiani, che propongono una contestualizzazione delle dinamiche
intrapsichiche nella società e nella cultura in cui vive l’individuo o grazie all’emergere di nuove discipline
quali la cibernetica, la teoria dei sistemi e dell’informazione oltre che in conseguenza del superamento,
nell’ambito della psicologia dello sviluppo, del modello causativo-ambientalista contestualmente
all’affermarsi di un approccio allo sviluppo individuale fondato sulla reciprocità delle relazioni e delle
influenze. Le dinamiche e i processi familiari possono essere studiati a vari livelli:
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Livello individuale: a partire dal quale ci si interessa soprattutto dei singolo componenti e dei modi
con cui essi partecipano alla costruzione dell’unità familiare
Livello interpesonale: a partire dal quale si analizzano soprattutto le relazioni fra i componenti
Livello sociale: a partire dal quale ci si focalizza sulle relazioni che un gruppo familiare intrattiene
nel e con l’ambiente sociale
L’analisi dei processi individuali, interpersonali e sociali, inoltre, può essere condotta attraverso la
considerazione di queste due dimensioni:
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Strutturale e/o interattiva: ruoli, confini e comportamenti
Simbolica: significati, credenze, rappresentazioni
Dall’approccio tra dimensioni e livelli emergono i diversi aspetti che, nelle famiglie, possono essere oggetto
di analisi. Gli studiosi che fanno riferimento all’approccio sistemico, ad esempio, considerano la famiglia
come rete di interazioni, i ricercatori attenti alla funzione dei processi cognitivi nella strutturazione delle
esperienze personali e sociali la concepiscono come un sistema emergente dall’interdipendenza di processi
simbolici e interattivi. E all’interno dello stesso approccio teorico esistono modi diversi di definire la
famiglia. Differenze rilevanti emergono fra chi adotta un punto di vista sincronico, che identifica la famiglia
con il sistema interattivo nella dimensione del presente e chiuso dentro precisi confini, e chi invece,
adottando un punto di vista diacronico, sottolinea l’importanza della trasmissione multigenerazionale
identificando pertanto la famiglia con il sistema di interazioni e di scambi emotivi fra più generazioni.
Un’altra importante differenza fra chi considera la famiglia come un insieme di relazioni interpersonali
avulse da ogni collocazione storica, sociale e culturale, e quindi la considera come un sistema relativamente
autocontenuto e autoregolato, e chi invece ritiene che le relazioni, i ruoli e le dinamiche familiari non
possano essere studiate a prescindere dal contesto sociale, in particolare dalla struttura di potere, dai
significati e dalle aspettative sociali, in quanto la struttura di potere e le ideologie che regolano le relazioni
nella sfera pubblica organizzano i modi di relazione anche nella sfera privata.
I ricercatori non possono non avere rappresentazioni della famiglia e “queste rappresentazioni rimandano
da un lato a concezioni circa il funzionamento familiare e dall’altro a valenze affettivo-emotive relative alle
proprie vicende familiari”. Da uno studio condotto sugli articoli comparsi nelle riviste italiane di psicologia
dal 1960 al 1990 su tematiche attinenti la famiglia, emerge una stretta correlazione fra il modo in cui sono
concettualizzare le relazioni familiari e le concezioni e i valori prevalentemente condivisi in un dato periodo
nella comunità sociale, in riferimento alla posizione della donna nell’organizzazione socio-economica,
all’indissolubilità o meno del matrimonio, ai rapporti e alla divisione dei ruoli fra maschi e femmine. Negli
anni Settanta i rapporti all’interno della famiglia venivano analizzati sulla base del presupposto che il ruolo
della donna si esaurisse nella dedizione ai figli e al marito, che fosse cioè limitato alla sfera del privato. I
ricercatori non sono stati in grado di descrivere la posizione di ineguaglianza della donna dentro la famiglia
a causa di procedure di indagine viziate da un punto di vista pregiudizialmente e inconsapevolmente a
favore del maschio. L’uomo è stato rigidamente collocato nell’arida posizione di rappresentante
dell’autorità ed escluso dal gioco delle dinamiche affettive. Fino agli anni Ottanta, l’indagine sulle famiglie è
stata prevalentemente informata dal ‘’pregiudizio della famiglia nucleare”, al punto che ogni differenza da
essa è stata considerata una deviazione dalla norma anziché una variazione. Un’analisi dei progetti di
ricerca aventi per oggetto le famiglie ricomposte mette in evidenza come la maggior parte di essi inizi con
un interrogativo negativo che presuppone e va alla ricerca di un qualche deficit. Gli stessi termini (matrigna,
patrigno, figliastro) a cui si ricorre per descrivere i componenti delle famiglie ricomposte sono evocativi di
negatività. La prospettiva della devianza è quella che ha guidato anche l’indagine sulle famiglie
monoparentali. Il linguaggio utilizzato e le etichette più ricorrenti in letteratura:
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Madre non sposata
Famiglie incomplete
Famiglie senza padre
Famiglie disgregate
Altri pregiudizi illustrati da Gongla sono i seguenti:
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Un primo fa riferimento al fatto che “la fine di un matrimonio sancisce la dissoluzione della famiglia
“l’assenza del matrimonio impedisca la costituzione della famiglia”, ovvero un genitore non
sposato o separato non può fare famiglia insieme ai propri figli. La maggior parte delle ricerca sulle
famiglie monoparentali è stata centrata sugli individui (sui figli, sul genitore) o sulle diadi (genitorefiglio), ma mai sul gruppo
Un secondo incentrato su “l’assenza del padre”, in forza del quale il padre morto era considerato
alla stessa stregua del padre separato, con la conseguenza che la maggior parte delle ricerche
ometteva di indagare i diversi modi in cui il padre poteva essere in rapporto con la famiglia. La sua
assenza veniva ritenuta responsabile di ogni difficoltà o anomalia rilevata nei processi di sviluppo
dei membri della famiglia
La ricerca sulle relazioni familiari è stata profondamente influenzata anche dal pregiudizio etnico. Per
parecchio tempo lo studio della famiglie si è identificato con lo studio della famiglia bianca, anche in società
tipicamente multietniche come quella del nord-america. Per quanto la letteratura recente dedichi maggior
interesse a questo tipo di famiglie, la ricerca è ancora nella maggioranza dei casi orientata in senso
etnocentrico. L’invisibilità e i pregiudizi di cui soffrono le famiglie con coppia omosessuale nel contesto
sociale sono riscontrabili anche in quello scientifico. Salvo rare eccezioni, inoltre, lo studio delle famiglie di
gay o lesbiche è informato da un doppio pregiudizio:
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Quello eterosessuale: secondo il quale queste famiglie sono analizzate per le loro differenze dalla
norma o per i loro deficit
Quello della omogeneità: in virtù del quale viene sottostimata la vasta gamma di forme che le
caratterizza
Le necessità pratiche autoriflessive da parte degli studiosi, cioè di considerare la riflessione sui propri tagli
metodologici, linguaggi, presupposti epistemologici e ideologici come principio irrinunciabile di metodo
nella ricerca sulle famiglie. L’autoriflessività è una pratica generativa; mettendo in luce i limiti inerenti il
punto di vista adottato e dunque i confini stessi del campo di osservazione, essa stimola la curiosità verso
ciò che il punto di vista adottato non permette di intravedere e si costituisce, così, come una possibilità di
apertura verso le prospettive di analisi alternative. Le teorizzazioni che vengono elaborate sulle famiglie
non rimangono rinchiuse nell’ambito della ricerca, esse si propagano, attraverso la comunicazione
interpersonale e mass-mediale, nel contesto sociale, si traducono in senso comune e in pratiche sociali e
istituzionali. In questo senso, si può affermare che le descrizioni delle dinamiche familiari, della loro qualità
e dei loro effetti sui singoli che vengono formulate nell’ambito del discorso scientifico non sono soltanto
descrizioni di realtà familiari; attraverso i processi dell’interazione sociale esse assumono il carattere della
prescrittività, cioè definiscono che cosa le realtà familiari debbano essere. L’assenza di studi sulle famiglie
di omosessuali, ad esempio, non rappresenta soltanto una carenza scientifica, essa contribuisce a
riconostruire l’invisibilità di cui queste famiglie soffrono nel contesto sociale.
Lo studio della famiglia fra patologia e normalità: dalla famiglia normale alle normalità delle famiglie
L’esclusivo riferimento alla patologia per definire la famiglia ‘’normale’’ ha finito col costruirla come
un’entità omogenea, il cui funzionamento veniva più presupposto che indagato, collocato quindi nel dover
essere, nell’ideale, definito come assenza di conflitto, di contraddizione, di disagio e sofferenza.
Omogeneità e armonie erano così le categorie principali attraverso cui la famiglia ‘’normale’’ veniva
definita. Ma quando i ricercatori hanno iniziato a indagare le famiglie ‘’normali’’ individuate sulla base del
criterio dell’assenza di sintomi psichiatrici o di qualsiasi altra manifestazione di problematiche
comportamentali nei suoi membri, si sono trovati di fronte uno scenario completamente diverso. I modelli
di analisi dei rapporti individuo-gruppo nelle scienze psico-sociali si trasformano. Da modelli fondati
sull’armonia, sull’equilibrio e sull’uguaglianza, che indirizzavano i ricercatori a interrogarsi sul come le
persone si conformano, come i gruppi mantengono la stabilità o su quali siano le fasi di uno sviluppo senza
traumi, si è passati a modelli che guidano lo sguardo degli studiosi ai processi dell’innovazione, alla funzione
generativa delle differenze, al come i gruppi cambiano, alla valenza evolutiva delle fasi di transizione,
all’irriducibile grado di conflitto che caratterizza i rapporti nei e tra i gruppi. Questi cambiamenti nel
contesto scientifico si intrecciano con la trasformazione culturale che segue la comparsa sulla scena sociale
dei grandi movimenti liberati degli anni Settanta, i quali danno vice e legittimità a gruppi e categorie sociali
fino ad allora relegati nella marginalità o nella devianza: minoranze etniche o religiose, omosessuali, donne
ecc. È in questo contesto scientifico e sociale che la ricerca psicologica sulla famiglia esce dall’ambito clinico
e si dota di nuovi strumenti metodologici. Viene prodotta un’ampia convergenza da parte degli studiosi su
una definizione di famiglia “normale” sintetizzabile, ancor oggi e entrerebbero tutti quei gruppi familiari
che soddisfano la maggior parte dei propri bisogni definiti in modo collettivo e congiunto, che mettono in
grado i propri membri di realizzare gli scopi definiti da ciascuno e che non impediscono sistematicamente e
consistentemente ai propri membri di perseguire bisogni e obiettivi individuali.
La ricerca sulle famiglie in Italia segna dei ritardi. Nell’edizione italiana del libro “Normal Family Process” si
è omesso di tradurre i capitoli relativi alle famiglie ricomposte, alle famiglie di omosessuali e quelli in
generale facenti riferimento a tematiche psico-sociali quali divorzio, appartenenza di classe ed etnica,
rapporti di potere legati alle differenze di genere.
L’accento è posto sulla doppia funzione di mantenere una coesione del gruppo e di promuovere
l’autonomia dei singoli membri. La possibilità di assolvere a tali funzioni è inoltre legata:
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Non tanto all’assenza di conflitti, bensì al modo in cui i conflitti vengono negoziati all’interno del
gruppo
Non tanto all’assenza del disagio e sofferenza, ma al come disagi e sofferenze vengono affrontati
Non tanto a modelli prescritti da norme prestabilite, ma alle singolari modalità specifiche di ogni
famiglia nell’utilizzare le proprie risorse
Conflitto, crisi, molteplicità diventano dunque i nuovi punti di riferimento nell’analisi psicologica delle
famiglie.
Conflitti
La necessità di perseguire obiettivi che sono sia individuali che collettivi e l’ineguale distribuzione del
potere fra i componenti implicano un grado di conflittualità inevitabile nelle famiglie che è anche
un’importante occasione per la crescita. Il conflitto è da intendersi anziché esperienza aprioristicamente
negativa, eccezionale e distruttiva, viene a configurarsi come una caratteristica irriducibile delle dinamiche
interpersonali e sociali in cui si attivano i processi di cambiamento. Anche ricerche specifiche sui gruppi
familiari hanno documentato che una gestione negoziale dei conflitti emergenti dalle differenze presenti in
un nucleo familiare (differenze di genere, di potere, di obiettivi, di posizione nella rete di relazioni ecc.)
costituisce una condizione per innescare processi evolutivi e innovativi all’interno del gruppo; l’evitamento
o la negazione di conflitti da parte di uno o di entrambi i partner della coppia coniugale sono i più diffusi
modelli interattivi associati con la separazione.
Crisi
Disagio e sofferenza accompagnano ogni crisi connessa alle necessarie transizioni che tutti i gruppi familiari
attraversano nel corso della propria esistenza. Rilevante negli studi sulle famiglie è diventato non tanto il
disagio in sé, ma i modi attraverso cui i gruppi familiari fanno fronte con successo alla crisi ad esso
connessa.
Molteplicità
Le differenze che caratterizzano le famiglie sono state inizialmente accettate soltanto all’interno di confini
preci, quelli di una limitazione della connotazione di famiglia a quella nucleare. Nonostante la
consapevolezza circa la molteplicità di forme che la famiglia può assumere, l’oggetto dell’indagine
psicologica è rimasto, a lungo e nella stragrande maggioranza dei casi, la famiglia nucleare composta dalla
coppia coniugale e dai figli, che ha finito col costituire il parametro di riferimento anche per definire il grado
di diversità accettabile nel concetto di normalità. Le varie molteplicità familiari sono:
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Famiglie monoparentali
Famiglie ricomposte
Famiglie plurinucleari o comunitarie
Famiglie con coppia omosessuale
Queste ricerche hanno mostrato che questi gruppi familiari non possono essere sbrigativamente collocati
nella zona della patologia, evidenziando la specificità delle problematiche relazionali che ognuno di questi
gruppi familiari presenta e quindi hanno sottolineato la necessità di non ridurli o semplificarli entro gli stetti
confini di una omogeneizzante “normalità”. Trattare, ad esempio, una famiglia ricomposta come se fosse
una famiglia nucleare significa ignorare la complessità dell’intreccio relazionale che la caratterizza, d’altra
parte trattare la complessità di tale intreccio come causa “sufficiente” di patologia significa impedirsi
aprioristicamente di rilevare le risorse presenti in tale intreccio. Ognuna di queste categorie di famiglie
presenta al proprio interno differenze significative. Le famiglie di omosessuali, ad esempio, variano a
seconda che la coppia sia composta da due uomini o da due donne. L’intreccio fra le variabili del genere e
dell’orientamento sessuale dei partner comporta infatti delle differenze significative nell’organizzazione dei
rapporti interpersonali. Ma variazioni altrettanto significative si riscontrano in relazione alla posizione che
uno o entrambi i membri della coppia ricoprono in rapporto ad eventuali figli. Questi ultimi infatti possono
essere figli nati da una relazione eterosessuale e affidati o meno, in seguito alla separazione, ad un genitore
che ha iniziato una convivenza omosessuale; oppure essere figli nati in seguito al ricorso a tecniche di
fecondazione artificiale, e conviventi con un solo o due genitori omosessuali. L’etichetta “famiglie
ricostituite” crea un’ampia varietà di tipi, che si differenziano per lo stato civile precedente dei coniugi
risposati (nubile/celibe, divorziato/a, vedovo/a), per il rapporto fra coniugi risposati e figli (comuni, di uno
solo dei coniugi dal precedente matrimonio, di tutti e due i coniugi dai rispettivi precedenti matrimoni), e
per il tipo di affidamento dei figli (se vivono con la coppia risposata, se vanno in visita per periodi
determinati). La stessa complessità la riscontriamo nelle famiglie monoparentali, che possono essere tali a
seguito di un divorzio o a seguito della morte di uno dei coniugi, o a seguito di un non-matrimonio;
rilevante è, inoltre, la differenza fra le famiglie monoparentali a conduzione materna e paterna. Sono le
famiglie a “lunga distanza”, o “pendolari” o “a due locazioni” che includono quei gruppi in cui un genitore è
assente per periodi più o meno lunghi a causa del lavoro, emigrazione, lavoro stagionale, carcerazione.
Queste differenze demografiche corrispondono a differenze significative in termini di modalità interattive,
dinamiche relazionali e problematiche da affrontare. Evitare lo stereotipo della famiglia nucleare da
analizzare tutti questi tipi di famiglie non è sufficiente, è necessario anche evitare una omologazione
categoriale che non rende conto delle specificità delle dinamiche di ogni famiglia.
“Le famiglie normali vengono concettualizzate nei termini dei processi fondamentali che sono propri di ogni
sistema; tali processi riguardano l’integrazione, la stabilità e la crescita dell’unità familiare in relazione sia ai
sistemi individuali, sia a quello sociale” Walsh 1982
La normalità non può così essere definita a prescindere dal contesto socio-temporale in cui le famiglie sono
collocate: essa varia infatti in rapporto alle esigenze interne ed esterne che stimolano l’adattamento lungo
tutti il ciclo di vita familiare. I modi attraverso cui viene realizzata la coniugazione di connessione e
autonomia dei membri della famiglia varieranno a seconda che si tratti di una famiglia in cui entrambi i
coniugi lavorano, di una famiglia monoparentale che si deve avvalere del sostegno e aiuto della famiglia
estesa, di una famiglia ricostituita in cui ogni genitore condivide con due diversi partner i propri figli e i figli
hanno a che fare con coppie genitoriali che non corrispondono con quelle coniugali, di una coppia
eterosessuale od omosessuale, di un adulto single che prende cura dei genitori anziani. La stessa
espressione “famiglia normale” risulta inadeguata nella nuova prospettiva che si viene qui delineando.
D’altra parte la distinzione medica fra famiglia sana e patologica, la classificazione sociologica di famiglia
funzionale e disfunzionale o quella che, anziché al concetto di norma, fa riferimento alle risorse della
famiglia e differenzia fra famiglia capace (enable) e incapace (disable), non risultano più pertinenti dal
momento che tutte si reggono su un dualismo che finisce con negare gli elementi di complessità che si
vogliono evidenziare. La conclusione, a cui molti ricercatori sono pervenuti, di sostituire il termine “la
famiglia” con il suo plurale allo scopo di evitare l’implicazione che c’è soltanto una famiglia “normale”.
Parlare di normalità al plurale non significa presupporre che ogni forma di famiglia corrisponda una
normalità, significa anzi ipotizzare che all’interno della stessa forma di famiglia esistano modi diversi di
realizzare, l’integrazione, la stabilità e la crescita, così come possono esserci modi trasversalmente analoghi
nelle diverse configurazioni familiari. Significa cioè utilizzare nell’analisi delle famiglia il criterio incrociato di
struttura (come è composta la famiglia) e processo (come si organizza e si sviluppa).
Cpt.2) La famiglia come sistema di interazioni
Dagli individui alle relazioni familiari
Per un certo periodo si è avuto un approccio sistemico e un’analisi delle dinamiche familiari, questi due
processi sono stati impropriamente trattati come se fossero identici. La teoria dei sistemi ha fornito una
cornice unificante entro cui comprendere tutti gli studi che, partendo dall’interazionismo simbolico della
teoria della comunicazione, della fenomenologia e dell’approccio psicodinamico, consideravano la famiglia
come unità. La nozione di sistema si presta ad essere utilizzata per studiare la famiglia come insieme e a
superare così l’incongruenza di analizzare un oggetto collettivo con criteri metodologici individualistici. La
complessità dei fenomeni deve poter essere affrontata dal punto di vista delle relazioni interattive, anziché
da quello che prefigura una sommatoria di entità; l’attenzione è cioè diretta sulle relazioni reciproche che
legano gli elementi costitutivi del sistema piuttosto che sulla loro individualità, sul loro numero o sulla loro
specie. Gli elementi assumono dunque rilevanza e significato soltanto rispetto al tutto; quest’ultimo non si
identifica tuttavia in una struttura statica definita indipendentemente dalle parti, ma emerge esso stesso
dal processo di interscambio tra le parti, un processo i cui andamenti rispondono ai vincoli propri dello
specifico sistema nel quale esso si svolge e si realizza. Da questo punto di vista, la famiglia viene identificata
con il sistema di relazioni reciproche che legano i suoi componenti, la cui specificità emerge dalla loro
appartenenza alla famiglia. La forma del rapporto fra la famiglia e i suoi membri è quella che Varela
definisce “dell’embricazione fra livelli”, cioè l’una emerge dagli altri e viceversa: perché la famiglia esista
come unità è necessario che esistano gli individui, la cui identità si costituisce a propria volta
nell’appartenenza all’unità familiare. Il supporto metodologico a questa prospettiva di analisi viene
soprattutto fornito dal modello cibernetico, incentrato sullo studio delle dipendenze reciproche tra
fenomeni; tale modello propone una lettura delle relazioni tra variabili che è finalizzata ad individuare i
percorsi e i meccanismi attraverso cui si specifica l’interdipendenza. Esso introduce perciò il riferimento ad
una concezione circolare di casualità che si differenzia dalla classica sequenza lineare causa-effetto.
Definendo la famiglia come un sistema, si accentua la natura circolare delle relazioni che caratterizzano la
vita di un gruppo familiare, sottolineando la peculiarità di una situazione, cioè, nella quale ogni
componente è in rapporto tale con gli altri per cui qualunque cambiamento di uno di essi innesca un
cambiamento in tutti gli altri e nelle modalità di funzionamento dell’intero sistema. La concezione circolare
della casualità non si esaurisce comunque entro i confini di un gruppo familiare, ma riguarda anche le
interazioni che collegano quest’ultimo ad un ‘’ambiente’’. Questo tipo di interscambio è infatti un fattore
essenziale per la vitalità del gruppo, per sua capacità di riprodursi e/o mutare nel tempo. La sopravvivenza
del sistema famiglia è l’esito di due processi intrecciati: quello morfostatico che ne garantisce la continuità
e la stabilità nei confronti delle continue variazioni dell’ambiente circostante o interno, e quello
morfogenetico che ne regola le trasformazioni. Morfostati e morfogenesi sono interconnesse, dal momento
che la possibilità per la famiglia di rimanere se stessa è legata alle sue capacità di mutare in relazione ai
cambiamenti dei suoi componenti e a quelli che intervengono nell’ambiente in cui è inserita e con cui
intrattiene rapporti. Gli interrogativi che diventano rilevanti nella ricerca riguardo i due principali processi
che specificano un sistema familiare; in particolare riguardano il come un gruppo familiare coniuga:
•
•
La coesione con l’individualità, cioè come realizza l’unità del gruppo in rapporto all’autonomia degli
individui
I processi morfostatici con quelli morfogenetici, cioè come il gruppo riesce a mantenere un
continuità con se stesso e contemporaneamente a cambiare in rapporto alle sollecitazioni che
vengono dai suoi rapporti con un “ambiente” (interno o esterno che sia).
Le tipologie familiari monodimensionali
Le prime ricerche sui gruppi familiari secondo la prospettiva sistemica si sono avvalse del materiale
derivante da osservazioni condotte in contesti clinici ed erano orientate soprattutto ad individuare e /o
verificare le differenze fra le dinamiche relazionali delle famiglie patologiche e di quelle non patologiche.
L’obiettivo comune ai ricercatori era quello di pervenire alla formulazione di tipologie di modelli di
relazione familiari descrittive di differenti modalità di funzionamento. Alcune tipologie sono state elaborate
in base al presupposto secondo cui una famiglia si specifica soprattutto per i processi di comunicazione,
cioè per il tipo di organizzazione dei componenti dei membri nel loro processo di influenzamento reciproco.
Altre invece sono state formulate in base al principio secondo cui una famiglia si specifica per i processi
sistemici, cioè per i modi di realizzare l’interconnessione della coesione gruppale con l’autonomia
individuale della stabilità con il cambiamento
Chi ha distinto le famiglie sulla base dei processi della comunicazione fa riferimento ad un’impostazione
secondo la quale i messaggi che le persone si scambiano hanno almeno due livelli:
•
•
Quello denotativo: che si identifica con il contenuto letterale
Quello metacomunicativo: che riguarda il commento sul contenuto letterale e sulla natura della
relazione tra le persone implicate
In questo caso, le variabili che vengono rilevate nei gruppi familiari sono:
•
•
•
La chiarezza della comunicazione intesa come grado di congruenza tra il livello denotativo e quello
metacomunicativo
Le modalità con cui i comunicanti negoziano la definizione delle relazioni in cui sono implicati
Le modalità attraverso cui vengono espressi accordi, disaccordi ed emozioni
Virginia Satir (1964) classifica le famiglie secondo un continuum i cui poli opposti corrispondo
rispettivamente ad un massimo e ad un’assenza di chiarezza nello scambio di informazioni e nella
definizione delle regole intorno a cui la famiglia si organizza. L’utilizzo delle ‘’scale di interazione familiare”
di Riskin e Faunce permette di classificare le famiglie secondo stili comunicativi rilevabili con l’insieme dei
seguenti criteri:
•
•
•
•
•
•
Chiarezza: quanto i membri della famiglia parlano chiaro
Continuità e tematica: se i componenti della famiglia si attengono allo stesso discorso o se e come
lo cambiano
Impegno: se i membri prendono posizione sugli argomenti e sui sentimenti reciproci
Accordo e disaccordo: quanto i singoli esprimono esplicitamente accordi o disaccordi l’uno con
l’altro
Intensità emotiva: se le persone mostrano variazioni emotive quando parlano fra loro
Qualità della relazione: se i singoli si comportano amichevolmente o si attaccano fra loro
A partire dai punteggi ottenuti in queste variabili, è possibile comporre un continuum di tipologie familiari
che vanno dalle ‘’famiglie in difficoltà’’, non chiare, con frequenti cambiamenti tematici durante la
conversazione, ostinatamente assertive, critiche, competitive, caotiche, alle “famiglie normali”,
moderatamente chiare, non frammentarie né caotiche, tendenti ad espletare il compito assegnato,
spontanee, con un buon grado di ironia, cooperative e rispettose delle differenze. La Scuola di Palo Alto
adotta una tipologia dei gruppi familiari a partire dal criterio delle modalità attraverso cui i membri
definiscono le loro relazioni reciproche. Simmetria, complementarità e reciprocità sono i diversi possibili
stili comunicativi. La simmetria caratterizza quelle famiglie i cui membri agiscono a partire da un costante
rifiuto del modo in cui altri definiscono se stessi nella relazione, la complementarità si identifica con quello
stile comunicativo secondo cui ogni membro della famiglia adatta la definizione di sé sulla base della
definizione che ne dà l’altro. La complementarità e la simmetria costituiscono opposti ma ugualmente rigidi
stili di comunicazione e in quanto tali vengono identificati come forme patologiche. La famiglia ‘’normala’’
risulta essere quella caratterizzata da reciprocità, cioè da flessibilità e alternanza degli stili simmetrico e
complementare, adottati di volta in volta secondo le situazioni o gli episodi in cui i membri della famiglia
sono coinvolti.
Avendo come riferimento i due principali processi che specificano un sistema familiare, sono state invece
elaborate delle tipologie che contraddistinguono le famiglie in base al criterio del come esse assolvono alla
funzione di coniugare le esigenze di coesione gruppale con quelle di autonomia personale dei singoli
membri, da una parte, e le esigenze di stabilità con quelle di cambiamento, dall’altra. Gli indicatori per
analizzare la forma che questi due processi assumono nelle famiglie sono diversi: alcuni hanno privilegiato
le modalità interattive, altri la struttura. La classificazione dei gruppi familiari che utilizza come indicatori i
modelli di comportamento interpersonale parte dall’ipotesi che nei sistemi familiari tali comportamenti
non siano casuali, ma risultino organizzati secondo sequenze ripetitive e prevedibili. È proprio la regolarità
dei comportamenti interpersonali che fa di una famiglia “quella famiglia”. L’analisi del gruppo familiare
implica una rilevazione delle ridondanze emergenti nelle sequenze nelle sequenze interattive. Da un punto
di vista strutturale, l’analisi di un gruppo familiare si concentra sui modi in cui sono organizzati i confini, la
gerarchia e i ruoli. Quanto le regole che governano i confini inter e intrafamiliari siano chiare o ambigue,
quanto flessibili o rigide, quanto prevedibili o variabili, quanto appropriate ai compiti che corrispondono
alle diverse fasi di sviluppo di una specifica famiglia e quanto il quadro che emerge sia equilibrato o
disequilibrato. Sequenze dei comportamenti interattivi e struttura del gruppo familiare rappresentano i
fuochi di due diversi e interconnessi livelli di analisi. I circuiti ripetitivi di comportamento interpersonale
contribuiscono infatti a definire i confini di un gruppo familiare, a mantenere ruoli e strutture gerarchiche;
e ricorsivamente, l’organizzazione dei confini, ruoli e rapporti gerarchici perpetuano specifici modelli di
comportamento. Ashby (1969) suddivide i modelli familiari in diverse classificazioni:
•
•
•
Il modello familiare altamente interconnessi sono rigidamente orientati all’omeostasi: l’equilibrio
interno è mantenuto a scapito di qualsiasi cambiamento sollecitato dall’ambiente. È caratterizzata
dalla ridondanza di sequenze interattive che si configurano come circuiti di correzione della
deviazione dall’equilibrio raggiunto. È la famiglia, cioè, in cui ogni tentativo di mutamento da parte
di un componente è controbilanciato da un comportamento complementare e resistente da parte
di un altro
La famiglia scarsamente interconnessa è invece quella in cui i membri operano in totale
indipendenza l’uno dall’altro e rispondono ad ogni sollecitazione dall’esterno
Rimane implicita in questa classificazione la famiglia “normale” che si distingue per uno stile di
funzionamento flessibile, cioè capace di mantenere un equilibrio interno nei processi di
adattamento all’ambiente
Stieling (1972) adotta, come indicatore delle modalità con cui la famiglia coniuga stabilità e cambiamento,
le caratteristiche strutturali. Si interroga cioè sulla chiusura e apertura della famiglia e il mondo esterno.
Egli distingue le famiglie in centripete e centrifughe. Nelle prime i confini che le delimitano rispetto
all’ambiente sono rigidi; i membri della famiglia cercano infatti soddisfazioni e gratificazioni all’interno del
gruppo, verso il quale hanno più fiducia che nei confronti del mondo esterno. Nelle famiglie centrifughe, i
confini rispetto all’ambiente sono labili, i suoi membri si aspettano infatti che le gratificazioni vengano
dall’esterno e valutano maggiormente le attività e le relazioni che si svolgono nel contesto sociale rispetto a
quelle che hanno luogo all’interno del gruppo familiare. Altri studiosi hanno distinto le famiglie sulla base
dei loro modi di assolvere alla funzione di coniugare le esigenze di coesione gruppale con quelle di
autonomia personale dei singoli membri. Le tipologie formulate si collocano su una linea le cui polarità
corrispondono a forme specularmente patologiche di funzionamento, in particolare a famiglie in cui la
coesione (appartenenza) va a scapito della differenziazione (autonomia personale), da una parte, e a
famiglie in cui l’indipendenza dei membri va a scapito dell’unione del gruppo, dall’altra. Le famiglie con un
funzionamento “adeguato” sono quelle che, collocate nel punto mediano del continuum tra i due poli,
riescono nella realizzazione dell’integrazione fra autonomia individuale e coesione del gruppo. Wynne e
colleghi hanno coniato i termini pseudomutualità e pseudostilità. Con il primo si descrive i rapporti
patogeni che caratterizzerebbero quelle famiglie i cui membri sono particolarmente preoccupati di
comporre un quadro formale di unione a scapito di ogni differenza individuale, ma anche di ogni
interscambio effettivo. Nel secondo invene le famiglie i cui membri sono impegnati in comportamenti
interattivi che sembrano portare sull’orlo della scissione, che rimane però sempre a un livello superficiale.
Pseudomutalità e pseudostilità sono forme di rapporti riscontrabili in famiglie in cui si tende ad evitare ogni
forma reale di divergenza o conflitto o di divergenza e intimità vissuti come pericolosi per il gruppo o per gli
individui. La sequenza interattiva ripetitiva riguarda il modo in cui vengono strette e sciolte le alleanze nel
gruppo familiare. Bowen parla di famiglia indifferenziata e famiglia differenziata. Il concetto di
differenziazione rimanda ad una famiglia caratterizzata da sequenze interattive ridondanti che impediscono
l’espressione delle divergenze. In una situazione interrattiva in cui emerge una tensione fra due persone (A
e B), una di queste (A) allenterà la tensione coinvolgendo (“triangolando”) una terza persona (C). In questo
modo la tensione si sposta alla nuova diade (B e C), allentando la tensione della coppia originale (A e B); ma
il terzo coinvolto (C) risponde alla tensione accettando l’alleanza con uno dei due (B), aprendo co^ un
conflitto con l’altro (A), conflitto che verrà ridotto con il coinvolgimento di B, facendo così ripartire il
circuito. Il coinvolgimento in sequenze di questo tipo impedisce ai partecipanti di differenziarsi, dal
momento che ognuno è sempre funzione della relazione che intercorre fra altri. Bowen associa questo tipo
di dinamica con le famiglie patologiche e per contrasto, attribuisce la patente di normalità alla famiglia
capace di favorire la differenziazione dei suoi membri. Minuchin contrappone la famiglia “invischiata”
(enmeshed) a quella “disimpegnata” (disengaged). La famiglia invischiata è quella caratterizzata da
un’inestricabile interconnessione fra i suoi componenti. La famiglia disimpegnata è quella in cui i singoli
individui si comportano come se si muovessero in orbite isolate e i legami fra i componenti sono deboli, se
non inesistenti. La famiglia con funzionamento adeguato è quella in cui il confine fra le generazioni è
chiaramente tracciato, nel senso che i ruoli (padre, madre, figli) sono precisamente definiti e praticati. Il
potere, insieme alla responsabilità, viene esercitato/riconosciuto nel rispetto dei livelli gerarchici. I membri
hanno una chiara percezione di chi appartiene e di chi non appartiene ad essa, ovvero i confini fra la
famiglia e l’ambiente non sono ambigui. La famiglia invischiata invece è caratterizzata dalla debolezza dei
confini fra i vari sottosistemi, cioè fra la famiglia nucleare e quella di origine, fra genitori e figli. In essa i
ruoli di moglie e madre o marito e padre sono confusi e i figli non sono trattati nel rispetto della differenza
di età. La confusione fra i diversi livelli generazionali può dar luogo, secondo Haley (1977), a coalizioni
perverse che sono alleanze fra membri appartenenti a due diversi sottosistemi gerarchici contro un terzo.
La confusione dei confini impedisce inoltre che il potere venga espresso nel rispetto dei rapporti gerarchici.
Nella famiglia disimpegnata, invece, i confini sono tracciati attorno ad ogni membro della famiglia e
ciascuno opera in apparente isolamento dagli altri. Hoffman sottolinea che le famiglie disimpegnate hanno
confini labili rispetto al contesto sociale ed è frequente che strutturino relazioni di invischiamento con
istituzioni esterne. Queste ricerche sugli stili comunicativi e sui modelli interattivi delle famiglie
rappresentano i primi tentativi di descrizione psicologica della famiglia in termini di modalità relazionali e
costituiscono un efficace tentativo di traduzione dell’approccio sistemico in una teoria delle dinamiche
familiari.
Considerazioni sulle tipologie monodimensionali
Quattro sono le maggiori obiezioni mosse alla formulazione di queste tipologie familiari e sono:
•
•
Le tipologie sono costruite in base ad una sola dimensione. In questo senso esse appaiono
strumenti rigidi e in quanto tali inadeguati a identificare le diverse sfaccettature del funzionamento
familiare (rigidità). Questa tipologia familiare si caratterizza per la loro natura unidimensionale.
Ognuna di esse è infatti costruita sulla base di un unico criterio e di un unico punto di osservazione.
Proprio per il loro carattere monodimensionale queste tipologie mettono dunque a fuoco aspetti
diversi del funzionamento familiare. In questo senso non sono in alternativa fra loro e possono anzi
essere abbinate per analizzare una stessa famiglia. Ma nel momento in cui si procedesse in questo
modo si comporrebbe un quadro rigido in cui la distinzione tra famiglia normale e famiglia
patologica risulta drasticamente diatonica. Infatti la famiglia normale emergerebbe come una
sommatoria di caratteristiche che si collocano soltanto sul polo positivo dei continua tracciati dalle
tipologie e quelle patologiche si configurerebbero come una sommatoria di caratteristiche che si
collocano solo su quello negativo. Queste tipologie risultano inadeguate a rilevare le possibili
sfumature o collocazioni intermedie.
Famiglia e ambiente sono dualisticamente concepiti come sistemi fra loro separati. I confini
marcatamente tracciati intorno alla famiglia finiscono per offuscare la funzione vitale che
l’ambiente ha per la famiglia stessa (autoconfinamento). L’assunto implicito delle tipologie
monodimensionali è che la famiglia sia un gruppo tendenzialmente autoregolato e autocontenuto.
La labilità dei confini familiari viene letta come sintomo di malfunzionamento. Il confine assume
cioè il significato di barriera. Indagini socio-psicologiche sembrano anzi indicare che il buon
funzionamento di una famiglia, cioè la capacità di organizzare, regolare e strutturare i rapporti in
funzione del benessere dei singoli e del gruppo, è connesso con la possibilità di trovare aiuto e
sostegno nella rete parentale e nella rete amicale. I confini che definiscono un nucleo familiare
emergono, non tanto come barriere, ma come interfacce. Mentre l’idea di barriera pone l’accento
•
•
sulla separazione, la nozione di interfaccia enfatizza l’interconnessione fra unità separate, ognuna
delle quali risulta, pur nella sua autonomia, essenziale rispetto all’esistenza dell’altra.
L’individuazione dei criteri di analisi risente dell’adozione di un modello normativo di famiglia.
Questo fa delle tipologie formulate a partire da tali criteri uno strumento adeguato soltanto per
certi tipi di famiglie (normatività). La concezione della famiglia come sistema autoregolato e
autocontenuto è a sua volta legata all’assunzione di una definizione aprioristica di famiglia
normale. Parsons e Bales (1955) definiscono la famiglia come composta da genitori e figli con ruoli
diversificati, definiti da un preciso rapporto di potere gerarchico, con la moglie e il marito in una
relazione complementare. Questo modello normativo posto alla base della formulazione delle
tipologie familiari fa di esse uno strumento inadeguato allo studio dei modelli interattivi di forme di
famiglia diverse. La più recente ricerca ha infatti evidenziato che la regolazione dei confini tra
generazioni e tra livelli gerarchici non risponde a criteri universali, ma è connessa ad uno specifico
contesto socio-culturale e varia anche in relazione a diverse forme familiari all’interno del
medesimo contesto. Nelle famiglie ricomposte, confini e rapporti gerarchici sono, per definizione,
articolati e per niente lineari, come potrebbero essere, invece, in una famiglia nucleare. La
‘’funzionalità’’ di queste famiglie è proprio legata alla capacità di essere flessibili rispetto alla
gestione dei confini e delle gerarchie. Nelle famiglie monoparentali, ai figli maggiori può essere
richiesto di assolvere a funzioni genitoriali nei confronti dei fratelli più giovani, o il genitore singolo
può avvalersi dell’aiuto dei propri genitori per assolvere alla funzione parentale nei confronti dei
bambini senza che questo implichi necessariamente alcun esito patologico, inoltre, la
comunicazione fra genitore e figlio dello stesso sesso è comunemente simmetrica, mentre è
tendenzialmente complementare tra genitore e figlio di sesso diverso; ciò che in una famiglia
nucleare tradizionale è stata rilevata come una rigidità disfunzionale può risultare invece adeguata
in un contesto relazionale mutato. Elevare a criteri generali d’analisi variabili che sono costitutive
solo di alcune forme familiari rischia di introdurre, nella ricerca sulla famiglia, oltre che una
distorsione di carattere metodologico, una valenza discriminatoria sul piano sociale, anche al di là
delle interazioni del ricercatore.
Le interazioni familiari sono indagate in un dato momento e le tipologie dei modelli relazionali
elaborate sono per la maggior parte rinchiuse all’interno di una visione rigidamente statica delle
dinamiche della famiglia: è stata cioè operata la scelta di un’analisi sincronica a scapito di quella
diacronica (atemporalità). Le interazioni familiari sono indagate in un dato momento, dunque sono
gli stati della famiglia ad essere messi a fuoco, mentre i processi sono lasciati nell’ombra. Le
tipologie vengono infatti formulate in un contesto di ricerca che è tutto orientato a studiare i
meccanismi omeostatici della famiglia, ad analizzare cioè come la famiglia mantiene il proprio
equilibrio. Scarsa o nessuna attenzione viene prestata ai processi attraverso cui le dinamiche
interattive e comunicative si sviluppano e si trasformano. Bronfenbrenner (1979) definisce relazioni
evolutive quelle caratterizzate da reciprocità, dal progressivo incremento di complessità, dal
sentimento positivo e reciproco e dallo spostamento graduale nell’equilibrio di potere. In questo
caso, il tipo di gerarchia che organizza comportamenti e relazioni in una famiglia con i figli in età
evolutiva non può essere lo stesso di una famiglia in cui i figli stanno per iniziare il proprio cammino
di indipendenza. Una famiglia, nel corso della sua storia, passa attraverso numerose
riorganizzazioni che comportano ristrutturazioni nelle modalità interattive e relazionali. Le tipologie
fin qui descritte, favorendo l’analisi sincronica a scapito di quella diacronica, non considerano la
possibilità, per una famiglia, di essere diversa in tempi diversi.
Le tipologie familiari multidimensionali
Nel momento in cui l’indagine sulla famiglia esce dallo stretto ambito clinico i ricercatori si dotano di nuove
procedure di analisi e di nuovi criteri per la valutazione della funzionalità e disfunzionalità familiare. A
fianco delle modalità comunicative, interattive e strutturali, vengono infatti considerati altri indicatori,
quale, ad esempio, il modo in cui una famiglia affronta i problemi che emergono nel corso del suo sviluppo.
L’attenzione è rivolta alle strategie che un gruppo familiare adotta nel far fronte agli eventi critici che
costellano la sua storia. Vengono, inoltre, elaborati dei modelli di osservazione multidimensionali che non si
limitano a rilevare come una famiglia assolve alle esigenze di coesione e individuazione o a quelle di
stabilità e cambiamento; tali modelli permettono soprattutto di individuare le diverse configurazioni
familiari che emergono dalla correlazione tra questi due tipi di processi. L’innovazione più significativa
riguarda i criteri in base ai quali definire l’adeguatezza o meno di uno stile di funzionamento familiare. Uno
stile di funzionamento familiare non può essere valutato soltanto sulla base del modo in cui i membri
operano congiuntamente nel realizzare o meno l’autonomia dei singoli e la coesione del gruppo oppure
sulla base di come essi reagiscono di fronte alle richieste di cambiamento: è infatti il valore simbolico
attribuito dalle famiglie alla coesione e all’autonomia, o alla stabilità e al cambiamento, ciò che concorre a
definire il grado di adeguatezza dello stile di funzionamento familiare. Esistono due punti di vista:
•
•
Uno esterno del ricercatore che, guidato da ipotesi e procedure, analizza una famiglia
Uno interno che riguarda la prospettiva dei membri della famiglia, che a loro volta hanno modi
condivisi e personali di dare senso alla propria esperienza, così come hanno modelli di riferimento
in base ai quali definiscono come vorrebbero essere
Viene così introdotto l’utilizzo di scale di autovalutazione che permettono di conoscere la descrizione che
una famiglia fa di se stessa e la sua immagine ideale. Quest’ultima, e non il modello ideale di famiglia del
ricercatore, diventa il riferimento per valutare l’adeguatezza del funzionamento di uno specifico gruppo
familiare. Tre sono i principali modelli elaborati a partire da questo impianto metodologico. Epstein
propone di classificare le famiglie in base a “punteggi” ottenuti rispetto a sei diverse dimensioni:
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Dimensione del problem-solving che fa riferimento alle capacità della famiglia di risolvere i
problemi mantenendo un funzionamento globale efficace
Dimensione della comunicazione che misura lo scambio di informazioni all’interno della famiglia
lungo un continuum i cui poli opposti sono “chiara e diretta” e “confusa e indiretta”
Dimensione dei ruoli familiari che valuta le strutture comportamentali ridondanti in base alle quali i
singoli membri adempiono alle funzioni della famiglia
Dimensioni della stabilità emotiva e del coinvolgimento emotivo mettono a fuoco la gamma
familiare di risposte affettive e il grado in cui i componenti valorizzano le attività e gli interessi degli
altri
Dimensione del controllo comportamentale che definisce lo stile adottato dalla famiglia nello
stabilire le norme e le regole, e il grado di scostamento da esse che è disposta a tollerarle
Secondo il modello circonflesso di Olson e colleghi le famiglie sono classificabili in base a tre dimensioni:
•
•
Coesione: si riferisce al legame emotivo che i singoli membri della famiglia hanno l’uno nei
confronti dell’altro. Sono previsti quattro gradi di coesione:
Disimpegno: queste famiglie mostrano la stimolazione per un alto grado di autonomia per i suoi
membri, che esprimono a loro volta un basso attaccamento e impegno nei confronti del gruppo
Invischiamento: è caratterizzata da una iperidentificazione dei membri col gruppo e nella quale la
lealtà e il consenso all’interno della famiglia ostacolano i processi di individuazione dei suoi membri
Separatezza: nelle famiglie separate l’autonomia degli individui è privilegiata, seppure in un
contesto di coesione
Coesione: l’unità familiare viene valorizzata, seppure nel rispetto dell’autonomia dei singoli membri
Adattabilità: è la capacità da parte della famiglia di cambiare, attraverso processi di negoziazione
fra i suoi membri, la sua struttura di potere, le sue relazioni fra i ruoli e le sue regole interattive in
risposta agli eventi critici legati a situazioni specifiche o alle sue tappe di sviluppo. Le famiglie si
•
distinguono secondo il basso o l’alto grado di capacità di adattamento e possono essere classificate
come:
Rigide
Strutturate
Flessibili
Caotiche
Comunicazione: è una dimensione facilitante rispetto alle due precedenti. La presenza o meno di
stili di comunicazione fondati sull’empatia, sull’ascolto reciproco, sul mutuo sostegno, possono cioè
facilitare o meno il modo in cui gruppi familiari integrano coesione e adattabilità. L’intreccio di
queste dimensioni dà luogo ad una serie di combinazioni che corrispondono a tipologie diverse di
famiglia
Il modello sistemico di Beavers classifica le famiglie sulla base dello stile e della competenza familiare. La
dimensione stilistica è valutata secondo un continuum delimitato ai suoi poli da stili familiari
rispettivamente centrifughi e centripeti. La competenza è rilevata attraverso scale che misurano la
chiarezza della struttura di potere dentro la famiglia, la presenza o meno di confini, la capacità di negoziare
i conflitti, la permeabilità della comunicazione, l’affettività espressa e l’autonomia individuale. Come nel
modello precedente, le combinazioni che emergono dall’intreccio di queste dimensioni corrispondono a
diverse tipologie familiari.
Considerazioni sulle tipologie multidimensionali
L’adozione di un metodo multidimensionale e basato sul doppio punto di vista, interno ed esterno,
corregge la rigidità che un procedimento classificatorio comporta. Le tipologie familiari risultano molteplici
almeno tante quante sono le possibili combinazioni derivanti dall’intreccio delle diverse dimensioni
considerate. Ogni dimensione non ha valore predittivo del funzionamento familiare di per sé, ma soltanto
in quanto correlata con altre dimensioni. Un elevato grado si coesione con la famiglia estesa può essere
positivo se accompagnato da una comunicazione fra gli individui impostata al reciproco sostegno emotivo e
ad una chiara espressione dei sentimenti e dei conflitti con un elevato grado di coesione associato ad una
sistematica negazione delle differenze o divergenze può risultare problematico. Il loro valore predittivo nei
confronti della qualità del funzionamento familiare emerge dal rapporto con l’immagine ideale che una
famiglia ha di se stessa, cioè emerge dal grado di congruenza tra come la famiglia è percepita e come la
famiglia è idealizzata. Un elevato grado di coesione e di chiusura rispetto alle sollecitazioni dell’ambiente
non è necessariamente espressione di malfunzionamento. Non lo è, in particolare, quando esso si
accompagna ad aspettative di coesione condivise dai membri della famiglia. Un elevato grado di chiusura
può essere indice di disfunzionalità in una famiglia in cui le aspettative vanno nella direzione di valorizzare
l’autonomia individuale.
Olson e McCubbin affermano che l’ipotizzata relazione curvilineare fra un efficiente funzionamento
familiare e le dimensioni di coesione e adattabilità può essere applicata a famiglie che condividono le
norme culturali correnti, secondo cui sono valorizzati sia l’unità gruppale che lo sviluppo individuale.
Questa ipotesi generale non potrebbe essere applicata a famiglie che hanno alte aspettative di coesione.
La valutazione della stessa famiglia in momenti diversi del suo sviluppo o in situazioni differenti possa
collocarla in tipologie diverse. La classificazione non riguarda dunque le famiglie, ma le relazioni familiari.
Nel corso della sua storia, una famiglia assume forme molteplici di modelli di relazione. Una famiglia in
formazione, i cui membri sono impegnati ad elaborare la separazione dalle proprie famiglie di origine, ad
esempio, è molto probabilmente caratterizzata da un grado maggiore di connessione, o perfino di
invischiamento e di rigidità, di quanto non lo sia la stessa famiglia nella fase in cui i figli elaborano la propria
autonomizzazione. Il problema, dunque, è se essa sia più o meno flessibile di fronte ai cambiamenti che
intervengono al proprio interno e nell’ambiente con cui intrattiene i rapporti. Infine, questi modelli si
prestano a rilevare sia le specificità delle singole dinamiche, sia le analogie che emergono fra forme diverse
di famiglia.
Un ampliamento della prospettiva
Il concetto di sistema costituisce un imprescindibile punto di riferimento per l’analisi dei gruppi familiari, e i
modelli multidimensionali rappresentano un modo complesso di operazionalizzare l’approccio sistemico. I
modelli sistemici qui descritti adottano soltanto una prospettiva di analisi: quella interpersonale, che si
interessa soprattutto alle forme delle relazioni che i membri di una famiglia sviluppano attraverso processi
interattivi. L’utilizzo del modello circonflesso di Oslon, così come quelli di Epstein e di Beavers, comporta
l’adozione della doppia prospettiva esterna e interna. Tuttavia il punto di vista della famiglie viene
considerato soltanto in funzione di esigenze descrittivo-classificatorie. Aspettative, credenze e valori
familiari vengono infatti assunti o come elementi che, affiancati alle osservazioni condotte dal ricercatore,
contribuiscono alla determinazione del punteggio in base al quale ascrivere le relazioni familiari ad una
determinata tipologia, oppure come riferimento per la valutazione della funzionalità o disfunzionalità di
quella tipologia relazionale. L’ulteriore prospettiva che si vuole qui introdurre focalizza invece l’attenzione
sul ruolo da assegnare ai processi simbolici nella costruzione della famiglia. Parte dal presupposto che i
valori e le aspettative familiari non si limitano a caratterizzare la qualità del funzionamento familiare, bensì
concorrono a determinarlo: quello che i membri di una famiglia pensano che una famiglia debba essere, le
attese relative al modo in cui i legami devono essere realizzati, il modo di descrivere i confini, i ruoli ecc.,
sono considerati espressione di rappresentazioni, credenze e valori che concorrono a strutturare e a
specificare le relazioni che caratterizzano la famiglia stessa, concorrono cioè alla costruzione della realtà
familiare e del mondo in cui essa è inserita. In qualsiasi momento della sua storia, una famiglia è il frutto di
un intreccio di processi: interattivi e simbolici da una parte, individuali, interpersonali/familiari e sociali
dall’altra. Ogni componente occupa un posto nell’organizzazione sistemica familiare che da una parte è
riconducibile ai processi microsociali della famiglia stessa, e dall’altra è riconducibile ai processi microsociali
della famiglia stessa, e dall’altra è riconducibile a processi macrosociali. Le posizioni dei singoli individui
nella famiglia non sono, cioè, fungibili, e contribuiscono in modo idiosincratico all’organizzazione sistemica;
al tempo stesso, la particolarità delle posizioni dei singoli ha una origine anche nelle dinamiche sociali più
ampie di cui la famiglia è parte. Questa interconnessione è stata messa a fuoco nell’ambito di ricerche che
hanno studiato la possibile correlazione tra variabili di tipo socio-economico-culturale (classe,etnia) e forme
di relazioni familiari. Questo tipo di ricerche ci mette in guardia dal rischio di utilizzare, nell’analisi della
famiglia:
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Modelli olistici che, focalizzandosi sugli aspetti sovraindividuali, lasciano senza risposta gli
interrogativi relativi al modo in cui i singoli componenti contribuiscono a costruire l’organizzazione
sistemica
Modelli che, limitandosi allo studio del livello interpersonale delle dinamiche familiari, le trattano
come astrattamente avulse dal contesto sociale in cui la famiglia è inserita
Modelli che, enfatizzando la dimensione comportamentale delle relazioni, non considerano la
funzione costitutiva che i processi simbolici hanno per le famiglie
Il livello di reddito è emerso come correlato alla forma delle relazioni familiari.
Cpt.3) Processi simbolici e dinamiche familiari
Dal sistema alla costruzione sistemica
Negli anni recenti, la ricerca sulla famiglia si è arricchita di un particolare filone di studi, quello che analizza
le storie familiari. Si tratta di narrazioni più o meno epiche, articolate, drammatiche, banali, edificanti che
dicono della vita del gruppo e dei suoi componenti. Tali storie possono essere composte coralmente o
individualmente. Le occasioni in cui vengono comunicate sono molteplici, così come diversi sono i contesti
relazionali in cui sono evocate. Ad esempio una madre che spiega all’insegnante un ipotetico motivo delle
difficoltà scolastiche del figlio; un padre che intrattiene la famiglia riunita per cena; una ragazza che si
rivolge confidenzialmente a un’amica; una nonna che racconta alla nipote; ma anche un paziente che
informa il proprio terapista. Tutte le storie sono un modo individuale e/o collettivo di dare forma e senso
all’esperienza dei singoli nella famiglia. Assolvono alla funzione di differenziare la famiglia dal resto del
mondo, costruendone l’identità, ma anche di favorire l’integrazione nel mondo, regolandone i rapporti con
l’esterno. Attraverso un’analisi delle storie che i membri delle famiglie raccontano e si raccontano, è
possibile individuare i valori e i principi a cui si sentono vincolati, i modi in cui essi definiscono se stessi, le
modalità con cui caratterizzano l’identità del gruppo e le spiegazioni che danno dei loro rapporti. L’enfasi
posta sulla regolarità, ripetitività e prevedibilità dei comportamenti interpersonali familiari ha spesso fatto
pensare che esistessero delle entità (strutture, contesti, regole) distinte dagli individui, alle quali potevano
essere attribuite proprietà causali. L’esclusiva attenzione agli aspetti sovraindividuali della famiglia ha cioè
comportato che il rapporto fra individui e famiglia, ipotizzato teoricamente come circolare o embricato,
venisse di fatto delineato come unidirezionale (l’individuo determinato dal gruppo), lasciando senza
risposta agli interrogativi relativi a come i singoli individui contribuiscano a costruire l’organizzazione
sistemica. Tali interrogativi sono stati affrontati nel momento in cui l’interdipendenza tra i comportamenti
dei membri della famiglia, sottolineata dal concetto di sistema, è stata estesa anche ai processi simbolici
che sono connessi alle dinamiche familiari; quando cioè è stata tracciata una relazione tra come le famiglie
costruiscono la realtà, come funzionano e come sono organizzate. Gli autori che si interessano
all’interdipendenza fra i processi simbolici e dinamiche familiari partono dal presupposto che i
comportamenti interpersonali siano determinati dalle rappresentazioni che i soggetti hanno della
situazione interattivi. Il comportamento interpersonale dei membri di una famiglia non è dunque una
semplice risposta a ciò che gli altri fanno, ma una funzione dei significati che vengono autonomamente
attribuiti a tali azioni. Gli interrogativi più rilevanti che guidano la ricerca sulle famiglie riguardano il come i
modi di costruire la realtà da parte dei singoli componenti si interconnettono con i comportamenti
interpersonali nella determinazione dei modelli interattivi familiari. Nell’affrontare questi interrogativi
emergono tre diversi livelli di analisi, strettamente interconnessi tra loro e sono:
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Livello personale: ogni componente dell’unità familiare dà senso alla propria esistenza e agisce
nelle relazioni con gli altri a partire da un insieme di premesse e credenze personali che derivano
dalla sua specifica posizione nel gruppo, dalle esperienze vissute precedentemente al formarsi della
famiglia (per i membri adulti) o da quelle che vive nei propri rapporti con l’esterno
Livello familiare: un sistema familiare, proprio per il gioco di influenze reciproche e di
interdipendenze che lo costituisce, sviluppa, inoltre, un insieme di premesse o credenze condivise.
Attraverso la comunicazione, i membri di una famiglia non si scambiano soltanto informazioni o
messaggi, essi negoziano dei significati da attribuire a eventi e comportamenti, costruiscono
identità individuali e collettive, definiscono ruoli e relazioni, sviluppano un modo specifico di
organizzare la realtà. Le premesse o credenze condivise in una famiglia costituiscono un contesto
simbolico abbastanza stabile che dà senso all’esperienza individuale e congiunta, e organizza i
comportamenti dei membri della famiglia nelle loro relazioni e nei rapporti con l’esterno
Livello sociale: una famiglia, infine, essendo parte di una comunità socio-culturale, condivide con
questa sistemi di credenze che definiscono che cosa è accettabile e desiderabile in termini di
comportamenti, ruoli e rapporti familiari. Tali credenze concorrono alla determinazione delle
dinamiche familiari che, a loro volta, contribuiscono a sviluppare e mantenere stereotipi, ideologie,
valori condivisi sul piano sociale
Le credenze personali, familiari e sociali si originano, si mantengono e si trasformano attraverso le relazioni
che i membri della famiglia intrattengono in diversi contesta intra ed extrafamiliari, intra e
transgenerazionali, interpersonali, sociali e istituzionali. Tali credenze comportano dunque livelli diversi di
condivisione, ma hanno tutte un’origine sociale. Esse sono inoltre profondamente interconnesse, in quanto
concorrono sia alla determinazione dei processi di attribuzione di significato all’esperienza individuale e
collettiva, sia all’organizzazione dei comportamenti interpersonali. La realizzazione delle funzioni materna e
paterna costituisce un esempio particolarmente vivido di questa interconnessione di livelli.
Significati, costrutti e rappresentazioni personali
L’ecologia della mente di Bateson, la teoria dei costrutti personali di Kelly, la psicoanalisi junghiana, la
fenomenologia essenziale di Laing costituiscono i diversi ma convergenti riferimenti teorici degli autori che
hanno sottolineato l’importanza della cognizione nell’organizzazione dei comportamenti interpersonali
nelle famiglie. Contesto, costrutto personale, prospettiva, archetipo (o mito personale) sono i termini
utilizzati per indicare le strutture cognitive individuali che guidano l’azione dei membri di una famiglia nei
loro rapporti. A questi diversi termini corrispondono differenze, ma anche analogie di impostazione teorica.
Esiste infatti una convergenza, sull’ipotesi secondo la quale le persone attribuiscono un significato ai
comportamenti e agli eventi in base a sistemi di credenze, dell’altro, della relazione fra gli interlocutori e
della situazione entro cui agiscono. La retroazione di ogni soggetto ai comportamenti altrui o agli eventi
dipende:
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Dal suo sistema di rappresentazioni
Dal significato che, in base al sistema di rappresentazioni, attribuisce al comportamento altrui
Dal tipo di risposta che pensa di ottenere allo scopo di mantenere una coerenza all’interno del
proprio sistema di rappresentazioni e fra questo e il proprio comportamento
I modelli interattivi ripetitivi che caratterizzano un gruppo familiare sono costruiti e alimentati dalla
continua coordinazione dei sistemi di credenze personali dei vari membri della famiglia, coordinazione che
ha luogo attraverso i comportamenti interattivi di questi ultimi. La dinamica interattiva si configura come
una continua coordinazione di azioni e significati, all’interno della quale le idee di ogni individuo lo portano
a comportarsi in modo da confermare o sostenere le idee di ogni altro membro della famiglia secondo uno
schema nel quale il comportamento di ognuno è cognitivamente coerente con il comportamento di tutti gli
altri. Le differenze più significative sono nel modo in cui le rappresentazioni individuali si coordinano nelle
relazioni familiari riguardano l’ordine di tali rappresentazioni e la loro dinamicità. Attraverso i concetti di
costrutto personale e di archetipo si mette l’accento su quelle rappresentazioni che, come l’immagine di sé,
hanno origine nelle interazioni che un oggetto intrattiene nei primi anni della sua vita all’interno della
famiglia di origine e che si configurano come tendenzialmente stabili, il concetto di contesto di significato fa
riferimento a quelle rappresentazioni che si originano nell’interazione attuale e che dunque risultano più
dinamiche. L’idea che un individuo ha della propria relazione con l’altro, ad esempio, non è definita una
volta per tutte, ma è sottoposta a costante rinegoziazione. I processi di costruzione, mantenimento e
cambiamento dei sistemi di rappresentazione personale, inoltre, non sono limitati all’ambito familiare. Ogni
persona è parte di molteplici contesti relazionali significativi nei quali si comporta a partire dal proprio
sistema di rappresentazioni, ma anche attraverso i quali genera e trasforma parti importanti di tale sistema.
Le azioni interpersonali dei componenti della famiglia sono guidate da rappresentazioni personali.
Attraverso i processi interattivi quotidiani, i membri della famiglia negoziano infatti significati e producono
modi per costruire la realtà che sono condivisi e che regolano, insieme a quelli individuali, le loro
dinamiche.
I sistemi di credenze familiari
L’insieme delle premesse, rappresentazioni e credenze condivise da tutti i membri della famiglia è stato
definito in modo diverso da diversi autori. Il merito di avere posto con efficacia l’accento sulla condivisione
di sistemi di credenze da parte dei membri della famiglia e di avere richiamato l’attenzione sul ruolo che
essi hanno nella determinazione delle dinamiche interattive è di Ferreira che parla del mito familiare:
“Un certo numero di opinioni ben sistematizzate, condivise da tutti i componenti della famiglia, concernenti
i reciproci ruoli familiari e la natura della loro relazione. Alcuni di questi miti sono così integrati nella vita di
tutti i giorni da divenire parte ineliminabile del contesto percettivo all’interno del quale i membri della
famiglia vivono. Sono opinioni condivise e sostenute da tutti i membri della famiglia quasi che fossero le
ultime verità al di sopra di ogni conflitto e di indagine.”
Il mito familiare è composto dalle credenze condivise da tutti i membri relative a che cosa la propria
famiglia è o dovrebbe essere. Le azioni che i componenti della famiglia mettono in atto sia nel contesto
delle relazioni reciproche, sia in quello dei rapporti con l’ambiente esterno, o anche nei processi di
decisione e di risoluzione dei problemi, sono finalizzate a mantenere tale l’immagine. L’azione familiare è
cioè subordinata alle credenze che i membri della famiglia hanno di se stessi e del gruppo; tali credenze
assumono il carattere del mito proprio in quanto non vengono sottoposte a verifica né messe in
discussione. Il mito si attua attraverso la comunicazione, ma non può essere esso stesso oggetto di
comunicazione. Questo veto implicito a ‘’metacomunicare’’ è un suo vitale elemento costitutivo, che lo
alimenta e lo perpetua. Nell’accezione di Ferreira, le concezioni che costituiscono il mito familiare non si
modificano in rapporto all’esperienza, che viene anzi interpretata, ridefinita e ricostruita in modo da
risultare coerente con esso. Il mito contiene in definitiva una descrizione dei rapporti, dei ruoli, delle
caratteristiche e delle attitudini personali, che non corrisponde alle attitudini personali ”reali”. I miti
familiari, afferma Ferreira sono per le famiglie ciò che i meccanismi di difesa, elaborati dalla psicoanalisi,
rappresentano per gli individui. I miti, distorcendo la realtà, permettono alle famiglie di evitare tensioni,
conflitti, eventi dolorosi percepiti come distruttivi per il gruppo stesso. Il mito ha soprattutto l’effetto di
ridurre al minimo i cambiamenti del sistema familiare, di garantire il mantenimento degli equilibri raggiunti
e di impedire l’innesco di processi morfogenetici. Esso ha funzione equilibratrice dal momento che esso
fornisce spiegazioni plausibili per giustificare l’esistente. La teoria proposta da Ferreira prefigura un
rapporto fra processi simbolici e interazioni familiari che esclude il cambiamento: mito e comportamenti
interattivi si confermano reciprocamente in un gioco il cui fine ultimo è il mantenimento del mito stesso e
in cui non esiste la possibilità che gli eventi e i rapporti dei membri della famiglia fra loro e con altri
producano modificazioni nel modo di pensarsi e di definirsi reciprocamente. Da questo punto di vista, il
mito familiare finisce col risultare sempre disfunzionale, in quanto impedisce l’evoluzione del gruppo.
Sebbene lo stesso Ferreira abbia ipotizzato che un certo numero di miti sia necessario per un facile
svolgimento delle relazioni anche nelle famiglie più sane, la concettualizzazione che egli ne ha fornito lo
rende appropriato a spiegare i processi delle famiglie dove è presente una patologia, nelle quali la
continuità, essendo preservata a scapito del cambiamento, si trasforma in una sofferente disfunzionalità. Il
concetto di mito familiare come distorsione della realtà fa riferimento ad un impianto teorico costruttivista
che è però collocato in una cornice epistemologica oggettivista. Esso infatti si regge sulla premessa implicite
che ci sia per ogni famiglia una realtà oggettiva rilevabile dagli occhi di un qualsiasi osservatore esterno e
una realtà ‘’familiare’’, costruita attraverso un intreccio di processi percettivi, simbolici e interattivi, che è
tale soltanto per i componenti del gruppo. Non a caso, i miti di cui si riferisce in letteratura sono costituiti
da credenze che nel loro assolutismo risultano, nella migliore delle ipotesi, utopie e, nella peggiore, deliri di
onnipotenza e persecuzione. C’è un pericolo nel presumere che alcune famiglie vedano le cose in modo
sbagliato. All’opposto, egli suggerisce, le famiglie percepiscono e interpretano l’esperienza nel modo in cui
risulta loro funzionale. E tuttavia ciò che Ferreira ha identificato co0me mito familiare non può essere
semplicemente ridotto a uno dei tanti ”punti di vista” che le diverse famiglie hanno sul mondo. Esso è un
punto di vista che si distingue dagli altri non tanto perché falso o sbagliato rispetto ad una realtà oggettiva,
quanto perché esso risulta inaccettabile sul piano della costruzione sociale della realtà. In questo senso il
mito, piuttosto che una falsificazione della realtà, rappresenta un modo di costruirla che si contrappone ai
modi consensualmente accettati sul piano sociale. È proprio nel rapporto della famiglia con l’ambiente
sociale che emerge, infatti, la disfunzionalità di credenze rigidamente statiche. Quando la famiglia si
confronta con richieste provenienti dall’ambiente che risultano incongruenti con la propria realtà,
incomincia a provare disagio, confusione, sofferenza. È il momento in cui una famiglia può intraprendere la
strada della trasformazione oppure reagire chiudendosi sempre più nel mito ed esporsi ad ulteriore
sofferenza e confusione. Bagarozzi e Anderson pensano che il mito familiare è un insieme integrato e
sistematizzato di credenze che, condivise da tutti i membri della famiglia, prescrivono ruoli e
comportamenti nella vita quotidiana e guidano l’azione in determinati momenti critici. Questi due autori
negano che i miti tendano solo ad autoconfermarsi, che rappresentino mistificazioni a servizio della
stabilità e che siano dunque disfunzionali. Sulla base di dati di ricerca essi sottolineano il carattere dinamico
e la funzione che esercitano tanto nella costruzione dell’identità del nucleo familiare quanto nei processi
adattivo-evolutivo. Mentre per Ferreira il mito si costruisce e rimane congelato nel passato come una
leggenda, per questi autori esso si costruisce e ricostruisce nel presente, nella negoziazione interpersonale
tra i membri della famiglia, nella routines quotidiane, cosi come nei rituali familiari ed è sottoposto a
periodiche revisioni e trasformazioni in risposta alla crescita e allo sviluppo dei membri della famiglia. Infine
si ridefinisce in risposta alle richieste che provengono dall’esterno, alla mutevolezza dei contesti ambientali
e delle realtà circostanti. Secondo questa impostazione, il mito familiare non è tanto un meccanismo
omeostatico al servizio del non cambiamento, quanto un importante elemento nel processo di costruzione
dell’identità del nucleo, che è la base imprescindibile per ogni processo evolutivo. Esso assolve, cioè, a una
doppia funzione: da una parte garantisce la continuità e mantiene la stabilità, dall’altra promuove il
cambiamento, la crescita e lo sviluppo. Il mito familiare dunque è un processo che identifica due fenomeni
diversi. Per Ferreira, esso è una costruzione simbolica della famiglia che la protegge dalle minacce di
cambiamento che vengono dai rapporti con l’esterno; nell’accezione di Bagarozzi e Andreson, esso è
un’immagine ideale che si costruisce nei rapporti intrafamiliari e sociali, e che orienta la famiglia nel suo
sviluppo. Il mito è considerato all’origine di una organizzazione familiare patologica, nell’altro accompagna i
processi evolutivo-adattivi di qualunque nucleo familiare. Ferreira riserva la definizione di mito a quelle
idee, credenze od opzioni sistematizzate che non mutano nel tempo; secondo Bagarozzi e Anderson il mito
include tutte le idee, le credenze e le opinioni condivise che compongono l’immagine della famiglia,
immagine che in generale si adatta alle trasformazioni operate da un gruppo nel corso della sua storia, e
che soltanto in alcuni casi si fissa, si irrigidisce e crea così disfunzioni del nucleo familiare. Si preferisce qui
riservare il termine mito per designare quelle credenze condivise da una famiglia che emergono come
disfunzionali dal confronto con la realtà socialmente costruita, e utilizzare invece l’espressione narrazione
familiare per indicare l’insieme di credenze, rappresentazioni e valori che attraverso l’esperienza della
famiglia, spesso plurigenerazionale, si sedimentano nella sua storia e che per i suoi membri sono descrittivi
dell’identità del gruppo. Il paradigma familiare è il modo in cui le famiglie costituiscono l’ambiente sociale e
se stesse in rapporto ad esso.
La prospettiva paradigmatica è un modo di organizzare la nostra comprensione teorica della variazione
empirica nei modi di organizzarsi e di comprendersi da parte delle famiglie e di altri sistemi umani. Si parte
del presupposto che le forme e le modalità con cui le famiglie si strutturano e funzionano siano molteplici e
che non vi siano modelli predefiniti di funzionalità o disfunzionalità. La qualità degli stili di funzionamento
emerge dal rapporto che si stabilisce in ogni famiglia tra:
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La forma assunta dai comportamenti interattivi messi in atto dai membri della famiglia
Il tipo di regole che informano l’azione familiare
Il modo in cui le famiglie costruiscono la realtà
L’approccio paradigmatico qui discusso indaga su come la visione del mondo condivisa nella famiglia
determina il suo funzionamento. Il più significativo contributo per un’analisi della famiglia intesa come
complesso sistema di interconnessione fra significati, comportamenti, percezioni e sentimenti è stato
fornito da Reiss (1981) attraverso l’elaborazione del concetto di paradigma familiare. Inteso come proprietà
emergente dall’esperienza di una famiglia contestualizzata nello spazio e nel tempo, il paradigma familiare
riflette, secondo questo autore, le modalità tipiche del funzionamento della famiglia sia in termini di
premesse, convinzioni e credenze, che in termini di modelli dell’azione familiare. I paradigmi familiari
specificano le proprietà fondamentali del mondo percettivo, proprietà che sono date, non soggette a
discussione, che non possono essere né verificate, né disapprovate attraverso l’esperienza, l’analisi e la
discussione. Esse specificano come il mondo percettivo deve essere indagato, quali conclusioni possono
essere tratte dall’indagine. I paradigmi strutturano le relazioni della famiglia con l’ambiente sociale,
sincronizzano l’azione di ogni membro con quella degli altri, mantengono la continuità della famiglia col
proprio passato. Il paradigma è una variabile ‘’sistemica’’ ed è espressione di caratteristiche della famiglia
come insieme. Secondo ricerche condotte in laboratorio, i modi che definiscono i processi di costruzione
della realtà da parte dell’intera famiglia non sembrano essere influenzati né dagli stili cognitivi personali né
da altre variabili individuali quali la capacità di astrazione, intelligenza verbale, livello di educazione, età. Il
modo in cui un gruppo familiare concepisce se stesso e la propria realtà è il risultato di un processo che si
sviluppa nel tempo, sia attraverso le relazioni che esso intrattiene con il proprio contesto socio-culturale,
sia attraverso la negoziazione condotta al suoi interno dai componenti. Proprio in quanto risultato di un
processo sociale di negoziazione interpesronale, cioè di processi trasformativi, il paradigma costituisce un
punto di vista condiviso da tutta la famiglia. Il paradigma familiare ha una doppia valenza, cognitiva e
valoriale. Nella sua valenza cognitiva il paradigma familiare è inteso come l’insieme di premesse e credenze
riguardanti la natura dell’ambiente sociale e la collocazione della famiglia in esso riguardano la percezione
di persone o di eventi, “le connessioni, la strutturazione e l’origine degli stimoli animati ed inanimati. Dal
punto di vista valoriale il paradigma familiare include gli ideali, le priorità e i significati condivisi a livello
familiare; in altri termini, esso descrive l’approccio adottato da una famiglia nei confronti delle questioni
fondamentali del vivere in comune. Sia nella sua connotazione cognitiva che in quella valoriale, il paradigma
della famiglia assolve ad una doppia funzione: quella di orientare i componenti nelle interazioni della vita di
tutti i giorni e quella di fornire loro un punto di riferimento per far fronte al nuovo, al diverso, a ciò che non
è conosciuto. Il rapporto fra paradigma e comportamento interattivo è bidirezionale. Infatti, se da una
parte il paradigma familiare struttura le dinamiche relazionali intra ed extrafamiliari, dall’altra si genera
attraverso le stesse dinamiche. In questo senso di paradigma familiari sono concepiti in una prospettiva
dinamica: si formano e si trasformano attraverso i processi interpersonali e sociali. Questo concetto si
differenzia da quello di mito familiare. Quest’ultimo è composto da opinioni o da immagini relative alla
famiglia, che guidano il comportamento dei membri in risposta a stimoli esterni, il paradigma definisce sia
gli stimoli che la risposta da essi evocata. Il paradigma familiare guida all’azione: esso costruisce gli
elementi dell’ambiente in cui l’azione ha luogo. La ricerca si è focalizzata sull’individuazione e descrizione
delle dimensioni attraverso le quali è possibile distinguere le diverse forme che può assumere un
paradigma familiare. Tali dimensioni risultano diverse a seconda che si ponga l’accento sulla sua valenza
cognitiva o valoriale. Gli autori che studiano i paradigmi familiari soprattutto come stili di costruzione sociocognitiva della realtà indicano tre dimensioni:
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Configurazione: riguarda le credenze relative alle caratteristiche dell’ambiente sociale. Da questo
punto di vista, le famiglie si differenziano a seconda che concepiscano il modo come ordinato e
controllabile, cioè regolato da un sottostante e stabile insieme di principi che si possono conoscere
(alta configurazione) oppure che lo concepiscano come caotico e incontrollabile, cioè organizzato
da forze invisibili e capricciose che si muovono per proprio conto (bassa configurazione)
Coordinazione: si riferisce alle possibili variazioni delle credenze familiari relative al modo in cui la
famiglia è e a come viene percepita dall’ambiente sociale. Alcune famiglie pensano a se stesse
come insieme unitari e in quanto tali trattate anche dall’ambiente sociale (alta coordinazione), altre
si pensano come aggregati di individui che intrattengono separatamente rapporti con il contesto in
cui sono inserite (bassa coordinazione)
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Chiusura: è deputata per la chiusura e apertura all’informazione, distingue tra le fa famiglie che
considerano gli eventi del mondo sociale come essenzialmente nuovi e interpretabili sulla base
dell’esperienza attuale (aperte all’informazione), e le famiglie che considerano il mondo sociale
come consueto, riconoscibile e interpretabile sulla base dell’esperienza passata (chiuse
all’informazione)
Il concetto di paradigma familiare presenta diverse analogia, per la sua definizione e per le funzioni a cui
assolve, con quello di rappresentazione sociale elaborato da Moscovici.
I diversi paradigmi familiari si compongono tramite le diverse possibili intersezioni di queste tre dimensioni,
la cui misurazione viene effettuata nelle situazioni di problem-solving, cioè in circostanze in cui le famiglie
devono assolvere ad un qualche compito ad esse assegnato. Dai comportamenti dei membri della famiglia
in tali situazioni è possibile risalire al modo in cui la famiglia concepisce il mondo sociale, al modo in cui si
pensa percepita da esso e a quanto essa è aperta o chiusa alla nuova informazione. Sono stati individuati
diversi tipi di paradigmi familiari:
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La famiglia sensibile al contesto: l’ambiente è concepito come caotico e incomprensibile, la
famiglia si pensa e pensa di essere percepita come un gruppo unitario e coeso, ed è chiusa alla
nuova informazione. La dinamica predominante si caratterizza per la ricerca di vicinanza, unione e
accordo tra i membri. Il consenso viene rapidamente raggiunto perché il dissenso, non tollerato,
non viene permesso e perché scarsissima considerazione viene data all’informazione proveniente
dai rapporti con l’ambiente sociale
La famiglia sensibile alla distanza interpersonale: l’ambiente è concepito come caotico e
incomprensibile, la famiglia si pensa e pensa di essere percepita come un aggregato di individui
separati, e mentre l’informazione dall’ambiente è riconosciuta e accolta, essa non viene scambiata
tra i membri della famiglia. I componenti appaiono disaggregati. Il consenso può essere raggiunto
velocemente sulla base di scarse informazioni o procastinato a causa di un’accumulazione infinita di
ulteriori informazioni che tuttavia non diventano mai patrimonio del gruppo nel suo insieme
La famiglia sensibile all’ambiente: si considera e pensa di essere percepita come un gruppo
unitario e concepisce l’ambiente come ordinato, comprensibile e controllabile; è inoltre aperta alla
nuova informazione. È caratterizzata da un intenso scambio comunicativo tra i membri. Il consenso,
ritenuto importante, non viene però rapidamente raggiunto perché i membri tendono a
incorporare nuove informazioni e a valutare, in modo negoziale, diverse opzioni proposte
La famiglia sensibile al risultato: l’ambiente è considerato ordinato, controllabile e comprensibile,
la famiglia si concepisce e pensa di essere percepita come un aggregato di individui separati, è
aperta alla nuova informazione. I membri sono sensibili all’informazione e agli stimoli sollecitati
dall’ambiente e dagli altri componenti del gruppo, ma operano in modo totalmente indipendente
l’uno dall’altro. Il consenso, non rapidamente raggiunto, consiste spesso in soluzioni originali e
creative alle questioni affrontate.
Questi paradigmi non tracciano differenze fra le famiglie funzionali e quelle disfunzionali, descrivono
soltanto modi diversi di costruire la realtà da parte delle famiglie. Essi, inoltre, non sono da prendere come
una classificazione esaustiva dei casi possibili, ma soltanto come delle esemplificazioni.
Alcune famiglie risultavano caratterizzare da una concezione dell’ambiente come non ordinato e
incomprensibile, da una percezione di se stesse come un gruppo coeso e della propensione ad aprirsi a
nuove informazioni. Tale forma paradigmatica può apparire contraddittoria e questo tipo di paradigma
permette tuttavia di precisare come le dimensioni che definiscono le variazioni familiari non siano da
intendersi come l’una conseguente all’altra. È possibile cioè che una famiglia consideri il mondo sociale
mutevole, che riconosca in esso la novità, che sia dunque aperta alle informazioni e che però
contemporaneamente lo ritenga incontrollabile. È un paradigma che si accompagna ad un modo particolare
di interagire con l’ambiente sociale, consistente in una scarsa propensione a integrare nella famiglia
personaggi estranei (minacciosi per la coesione del gruppo) e, per converso, in una certa curiosità nei
confronti di oggetti inanimati che, per quanto percepiti come non governati da alcun principio regolatore,
non rappresentano alcuna minaccia alla coesione del gruppo. La ricerca sui modi di costruire la realtà da
parte delle famiglie è significativa proprio perché fornisce indicazioni sulle relazioni sociali che una famiglia
intrattiene. Si configura così un approccio allo studio delle famiglie che non ha una funzione diagnostica ma
piuttosto una rilevanza sul piano terapeutico, perché mette a fuoco proprietà delle famiglie che possono
influenzare il modo in cui esse rispondono al trattamento. Un approccio che individua le differenze tra i
modi in cui le famiglie costruiscono gli ambienti sociali e reagiscono ad essi può fornire indicazioni su come
esse rispondono a quei particolari contesti sociali.
Un’altra diversa classificazione è quella proposta da Constantine: In questo caso i paradigmi si
differenziano per il diverso significato che le famiglie attribuiscono ai principali processi sistemici, in
particolare per il diverso valore attribuito alla stabilità e al cambiamento, alla coesione e all’autonomia,
oltre che per il modo di concepire le interconnessioni tra i differenti processi in questione. A partire da tale
premessa e rielaborando una precedente classificazione è stato costruito da Leher uno schema articolato in
quattro forme paradigmatiche. Si tratta di paradigmi familiari di base che rappresentano un punto di
riferimento per lo studio delle singolarità familiari, concepite come combinazione idiosincratiche degli
elementi contenuti nelle quattro forme pure. I quattro paradigmi individuati sono:
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Chiuso: le famiglie sono fondamentalmente omeostatiche, contrastano qualsiasi variazione del
modello consolidato, fanno riferimento ai principi dell’autorità e della conformità alle norme e
hanno un modello di organizzazione gerarchica dei rapporti. Danno priorità alla continuità e
all’uniformità, in un eventuale conflitto la famiglia viene per primo e viene considerata più
importante dell’individuo. I valori che lo compongono sono:
Stabilità
Sicurezza
Appartenenza
Casuale: si associa ad uno specifico modello interattivo e cioè quello del mutamento costante. Le
famiglie guidate da questo paradigma optano per il cambiamento. Grande importanza viene
attribuita all’individualità, la creatività individuale e l’autonomia egualitaria, sono considerate le
fonti della vita familiare. Il nucleo centrale di questo paradigma è rappresentato da:
Novità
Creatività
Individualità
Aperto: i conflitti di interesse tra gruppo e individui sono superabili attraverso la negoziazione e la
collaborazione, la stabilità è concepita come dimensione che si coniuga con il cambiamento, i
bisogni e gli interessi degli individui sono pensati come integrabili con quelli del gruppo familiare.
Le caratteristiche sono:
Efficacia
Adattabilità
Partecipazione
Sincrono: fa affidamento sulla coincidenza spontanea di obiettivi, scopi e modi di pensare, anziché
sulla negoziazione e sulla comunicazione. Le caratteristiche sono:
Immagine dell’armonia
Della tranquillità
Mutua identificazione
Gli specifici paradigmi delle singole famiglie si configurano come forme miste, caratterizzate dalla presenza
di gradi diversi di adesione alle credenze descritte in questi modelli e ipoteticamente equivalenti sul piano
della funzionalità.
Le forme paradigmatiche rappresentano due diverse griglie di osservazione per lo studio delle famiglie. La
prima si configura soprattutto come una guida per l’analisi delle relazioni interne alla famiglia; la seconda è
soprattutto di orientamento per l’indagine sulle relazioni che la famiglia intrattiene nel contesto sociale. Le
due griglie non sono tra loro alternative ma le reazioni delle famiglie di fronte agli eventi e alle situazioni
non sono guidate soltanto dai valori. Tali reazioni sono anche determinate dall’eventualità che:
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La famiglia prende atto della novità dell’evento o si concentra sui significati che esso assume
rispetto al proprio passato
Ogni componente percepisce i propri sforzi come parte degli sforzi del gruppo oppure come
compito personale
La famiglia percepisca se stessa o l’ambiente esterno come soggetto attivo della propria
riorganizzazione
La famiglia consideri l’ambiente sociale con cui è in rapporto come estraneo e minaccioso oppure
come degno di fiducia
La famiglia e l’ambiente sociale
Una famiglia è, al tempo stesso, in rapporto con l’ambiente e parte dell’ambiente con cui intrattiene i
rapporti; una considerazione, questa, che chiama in causa due diverse prospettive di analisi. La famiglia in
rapporto all’ambiente. In questa ottica si analizza come la famiglia, in quanto gruppo, elabora credenze,
valori e rappresentazioni attraverso la comunicazione e la negoziazione interpersonale fra i membri. Questo
sistema di premesse condivise, o paradigma familiare, costituisce la base attraverso la quale la famiglia
costruisce l’ambiente sociale con cui intrattiene rapporti. L’ambiente sociale, rappresenta, L’esterno per la
famiglia, cioè il vincolo che la sollecita ad una costante riorganizzazione e ridefinizione. Quando si analizza
la famiglia in rapporto all’ambiente, quest’ultimo viene soprattutto considerato come l’insieme di eventi e
situazioni rispetto ai quali la famiglia attiva processi adattivi, cioè muta per rimanere se stessa. I rapporti fra
famiglia e ambiente sono regolati dai modi in cui la famiglia stessa costruisce la realtà; essi ricorsivamente
si adattano e mutano di fronte alle perturbazioni e alle variazioni dell’ambiente. La famiglia parte
dell’ambiente. Da questo punto di vista, l’ambiente è l’insieme delle relazioni sociali e dei processi
comunicativi di influenzamento reciproco a cui i membri della famiglia partecipano sia come singoli sia
come appartenenti al gruppo. È il contesto in cui si generano, si mantengono e si trasformano credenze,
stereotipi, ideologie, rappresentazioni e valori condivisi sul piano sociale e quindi anche dai componenti
della famiglia in quanto membri della comunità allargata. Il modo in cui le persone ‘’fanno famiglia’’,
sviluppano i legami, affrontano compiti e problemi, si rapportano con l’ambiente circostante è quindi la
risultante di processi di costruzione della realtà e di azioni congiunte guidati anche da sistemi di premesse
che i membri della famiglia condividono in quanto appartenenti ad una più vasta comunità socio-culturale.
L’immagine che una famiglia ha di se stessa, del mondo sociale e della propria collocazione in esso non è
indipendente dalle idee e dai valori socialmente condivisi rispetto a che cosa ‘’la famiglia’’ sia o debba
essere e a quali principi ne debbano regolare i ruoli e i rapporti all’interno e con l’esterno. Attraverso la
comunicazione, le pratiche sociali e quelle istituzionali, una comunità elabora rappresentazioni condivise di
‘’famiglia’’. Il rapporto fra ambiente sociale e gruppo familiare si configura come un rapporto circolare:
mentre, da una parte, le famiglie si strutturano e funzionano anche a partire da tali rappresentazioni sociali,
dall’altra esse partecipano, attraverso le proprie dinamiche e le proprie interazioni sociali, al loro sviluppo,
al loro mantenimento, ma anche alla loro trasformazione. Le ricerche sull’immagine di famiglia nelle
rappresentazioni condivise non sono molto numerose e si sono avvalse di metodologie e procedure
abbastanza diversificate. I risultati convergono nel documentare come l’immagine di famiglia ancora
prevalente nel mondo occidentale industrializzato si identifichi con la famiglia nucleare composta da due
adulti di sesso diverso che abitano con i figli. I dati di ricerca testimoniano anche di trasformazioni in atto,
ma i cambiamenti non riguardano tanto l’immagine strutturale della famiglia, quanto la concezione dei
rapporti intrafamiliari. La relazione fra i coniugi e fra genitori e figli a cui i soggetti fanno riferimento è
improntata soprattutto alla parità, anziché alla dominanza maschile, allo scambio affettivo (rapporto tra
persone) anziché a quello istituzionale (rapporto tra ruoli: genitori-figli, marito-moglie). Sono dunque le
rappresentazioni dell’identità di genere, dei rapporti fra essi, della maternità e della paternità a risultare
profondamente trasformate. È stato inoltre osservato che un corollario di questa immagine è una
concezione del conflitto come negativo e non integrabile nell’idea di buon funzionamento familiare. Da ciò
deriverebbe la tendenza delle famiglie a negare i conflitti o a viverli soltanto come eventi che portano alla
disgregazione. Altri autori sottolineano come nell’enfasi posta sulle relazioni affettive di questa
rappresentazione di famiglia sia implicita una riduzione dell’asimmetria intergenerazione (genitori-figli), che
si traduce nell’incapacità da parte delle figure parentali di porre regole e vincoli ai figli. Numerose sono le
ricerche che hanno indagato su quanto l’emergente rappresentazione dei rapporti intrafamiliari impostati
sulla parità corrisponda anche ad una nuova organizzazione dei rapporti e delle relazioni. I risultati
documentano che nelle famiglie contemporanee, a fianco di una sempre più diffusa tendenza alla
valorizzazione della simmetria fra maschi e femmine sul piano affettivo e relazionale, sia nel rapporto di
coppia che in quello con i figli, si conferma l’asimmetria fra maschi e femmine nella divisione del lavoro
familiare, che rimane prevalentemente a carico della donna-madre-moglie. Le donne mostrano di avere
una percezione dell’asimmetria come meno marcata di quanto non risulti all’analisi dei fatti. Questo dato è
riconducibile alla distinzione, socialmente condivisa, fra lavoro di cura, femminile, e lavoro extradomestico
maschile. L’indagine mostra che la credenza nella parità fra marito e moglie anche nei casi in cui sono le
donne a fare la maggior parte del lavoro, è attivamente mantenuta da entrambi i membri della coppia allo
scopo di preservare l’armonia familiare e di evitare i conflitti. La percezione o meno dell’incongruenza fra
divisione del lavoro domestico e concezione delle relazioni di coppia si associa infatti al grado di
soddisfazione coniugale e di conflitto. In particolare, un’asimmetria nella distribuzione dei compiti familiari
e dei tempi di cura a svantaggio delle donne non comporta l’insoddisfazione di queste ultime, se esse
hanno una concezione tradizionale dei ruoli sessuali, mentre all’opposto si associa a un elevato grado di
insoddisfazione e alla presenza di conflitti di coppia, nel caso in cui esse hanno aspettative di parità fra i
coniugi. Viceversa, gli uomini denunciano insoddisfazione e conflitti quando, pur partecipando poco al
lavoro familiare, hanno una rappresentazione dei ruoli familiari tradizionale, mentre esprimono minore
insoddisfazione quando il loro aiuto alla moglie nelle faccende domestiche si accompagna ad una
concezione paritaria dei rapporti coniugali. La parità dei rapporti intrafamiliari oggi è un valore ampiamente
condiviso, un obiettivo la cui realizzazione implica però un radicale trasformazione delle credenze legate al
genere. A sua volta tale trasformazione non può che passare attraverso la presa d’atto dell’asimmetria, la
quale comporta una gestione del conflitto resa difficile da una rappresentazione sociale di famiglia fondata
sull’assenza di conflitti.
La famiglia nucleare non rappresenta soltanto l’immagine socialmente condivisa di ciò che si intende
quando si parla di famiglia, essa costituisce anche lo standard in base al quale vengono valutate le altre
forme di famiglia. Le famiglia monoparentali, quelli ricomposte, quelle appartenenti a diversi gruppi etnici e
quelle costituite da gruppi omosessuali. In quest’ultima tipologia sono considerate e valutate dal punto di
vista del ‘’senso comune’’ e come tale valutazione si riverbera nelle dinamiche intrafamiliari. I risultati a cui
la ricerca scientifica è pervenuta sono:
•
L’appartenenza familiare costituisce un fattore saliente nella percezione della persona: un individuo
ritenuto un membro di una famiglia nucleare è valutato più positivamente di un individuo ritenuto
membro di una famiglia a forma diversa. Ciò di cui non esiste però evidenzia è se e quanto questo
incida sulle interazioni.
•
Gli stereotipi familiari influenzano anche il modo in cui i membri di famiglie diverse da quella
tradizionale percepiscono se stessi. Non è dunque necessario che i membri di una famiglia siano
oggetto di aperta discriminazione, per soffrire delle conseguenze derivanti dai pregiudizi sociali, dal
momento che gli stereotipi condivisi giocano un ruolo determinante nei processi di costruzione
dell’immagine di sé da parte dei membri stessi.
Negli stereotipi sociali più ricorrenti, le famiglie con coppia omosessuale sono considerate non-famiglie. Il
mancato riconoscimento sociale rende infatti difficile l’affermazione della propria identità familiare. Nel
disconoscimento è contenuta anche l’impossibilità di elaborare un linguaggio per parlare di se stessi; l’unico
lessico familiare a disposizione è costruito sulla differenza sessuale: molte famiglie sviluppano così dei
codici privati che tuttavia non risultano adeguati nella comunicazione con l’esterno. Interviste condotte con
genitori omosessuali hanno infatti messo in evidenza come questi soffrano di forte ansietà rispetto al
rischio che i figli siano oggetto di discriminazione o ancor più rispetto alla possibilità che i figli, introiettando
il pregiudizio omofobico, sviluppino un rifiuto o un’ostilità nei confronti dei genitori stessi. Nel caso poi in
cui tale pregiudizio sia interiorizzato dai genitori medesimi, questi possono provare un senso di disprezzo
nei confronti di se stessi che può esprimersi in comportamenti violenti o autodistruttivi, come l’abuso di
sostanze. Gli stereotipi relativi alle famiglie ricomposte sono bene espressi dal linguaggio denigratorio che
viene usato per indicarne i componenti: matrigna, patrigno, figliastro; essi tendono a connotare il gruppo
familiare come tendenzialmente inadeguato o come espressione di un contesto di sofferenza per i figli.
Dainton (1993) sottolinea che le donne, sposandosi, entrano in una famiglia in cui ci sono già dei figli, si
trovano a dover fare i conti con due credenze mitiche e contrapposte: quella della ‘’matrigna cattiva’’ e
quella dell’amore ‘’a pima vista’’. Per quanto riguarda quest’ultimo sono stati Visher e Visher (1979) a
descriverlo come un mito che emerge dalla credenza secondo cui la famiglia nucleare costituisce l’unico
possibile modello di famiglia. Da questo deriva sia l’idea che un secondo matrimonio crei di per sé una
famiglia sia l’attesa che una ‘’matrigna’’ o un ‘’patrigno’’ amino automaticamente i loro ‘’figliastri’’ e che
questi altrettanto automaticamente li contraccambino. Entrambi questi miti hanno conseguenze sul piano
delle relazioni familiari. Nel tentativo di prendere le distanze dall’immagine negativa, il genitore non
biologico rischia di mettere in atto strategie inadeguate nei confronti dei minori, o perché interviene
soltanto con accondiscendenza. Il mito della famiglia nucleare crea aspettative irrealistiche rispetto ai
rapporti e può diventare un vero impedimento alla presa d’atto dei problemi che invece inevitabilmente si
presentano in un gruppo familiare che deve negoziare confini, ruoli, lealtà, vicinanze e distanze. I membri
delle famiglie monoparentali si confrontano infatti con due credenze che nonostante le controprove fornite
al riguardo dalla ricerca scientifica, rimangono radicate: la separazione dei genitori reca danni irreversibili
nei figli e un genitore da solo (soprattutto se è la madre) è per definizione in una posizione di debolezza. La
famiglia monoparentale è effetti considerata deviante e debole, segnata dal fallimento del rapporto fra i
coniugi oltre che dalla colpa di mettere i figli in una situazione di sofferenza, e priva della struttura
necessaria per garantire il benessere ai suoi membri. L’interiorizzazione di questi giudizi sociali negativi da
parte dei membri della famiglia monoparentale può comportare un ostacolo ad un efficace mobilitazione
delle risorse personali ed emotive necessarie per far fronte alle difficoltà quotidiane. Ricerche empiriche
hanno dimostrato che le famiglie diverse da quella nucleare, siano esse monoparentali, con coppia
omosessuale o ricomposte, non rappresentano di per sé dei contesti di sviluppo disfunzionali. Le difficoltà
che queste famiglie incontrano sono infatti le stesse delle famiglie nucleari tradizionali e riguardano la
definizione dei ruoli e dei confini, l’identità sessuale, i confini di lealtà, l’esercizio e il riconoscimento del
potere e delle responsabilità, la regolazione della vicinanza e della distanza interpersonale. Nelle famiglie
diverse da quella nucleare, questi problemi diventano tuttavia salienti dal momento che esse devono fare i
conti, di caso in caso, con la mancanza del confronto con ruoli sessuali diversificati, con la presenza di più
figure genitoriali, con l’assenza della figura materna o paterna, con la mancanza della quotidianità
relazionale garantita dalla coabitazione, con le separazioni e i cambiamenti negli assetti familiari. È stato
anzi sottolineato come proprio la diversità che caratterizza queste famiglie possa presentare dei ‘’vantaggi’’
per i loro membri. Nelle famiglie ricomposte, ad esempio, gli individui sperimentano una molteplicità di
relazioni affettive che, nl momento in cui non vengono vissute in alternativa fra loro, compongono un
contesto articolato nel quale essi imparano a coniugare vicinanza e distanza, intimità e autonomia. Visher
indica in particolare tre ‘’lezioni’’ che altri tipi di famiglie possono imparare da quelle ricomposte.
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Far fronte con efficacia a perdite e cambiamenti
Accettare e apprezzare le differenze
Sviluppare le relazioni attraverso una moltiplicazione di rapporti diadici
Nelle famiglie omosessuali i figli sono educati alla tolleranza e alla accettazione di ciò che è diverso, al
riconoscimento dell’uguaglianza nei rapporti, al rispetto per l’individualità di ogni persona e
all’indipendenza dalle pressioni sociali al conformismo. Se queste famiglie devono essere considerate più a
rischio, non è tanto per la loro struttura, ma semmai per i pregiudizi sociali con cui devono fare i conti; sono
cioè questi ultimi che possono costituire un ostacolo rispetto alla realizzazione di un’organizzazione
familiare adeguata alla loro struttura. Il rapporto fra stereotipi e funzionamento familiare non si configura
come unidirezionale e casuale. Tale rapporto dovrà essere:
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•
•
Contestualizzato nella complessità dell’intreccio tra processi individuali, familiari e sociali.
L’interrogativo riguarda il modo in cui ogni singola famiglia interpreta e implementa in modo
specifico lo stereotipo. Da una parte si riconosce che le credenze e le rappresentazioni condivise sul
piano sociale influenzano le dinamiche familiari, dall’altra non si può ignorare che il rapporto fra
stereotipi e funzionamento familiare è a sua volta circolarmente connesso con le rappresentazioni
personali dei membri e con quelle che essi negoziano attraverso le loro interazioni e le loro
strategie
Letto alla luce di una prospettiva dinamica. L’interrogativo riguarda i modi in cui ogni famiglia fa
fronte ai problemi che gli stereotipi sociali comportano sul piano delle relazioni intrafamiliari e con
l’ambiente sociale. Le caratteristiche personali, le risorse a cui è possibile accedere, il tipo di
sostegno sociale disponibile, la storia che caratterizza il formarsi di un gruppo familiare sono tutti
fattori concomitanti che incidono sui processi attraverso cui le famiglie superano le situazioni di
difficoltà, ivi incluse quelle determinate dalla presenza di stereotipi
Proiettato nella circolarità del più generale rapporto fra ambiente sociale e famiglia. L’interrogativo
riguarda il modo in cui le famiglie contribuiscono ai processi di trasformazione degli stereotipi
familiari. Nei Paesi anglosassoni e in quelli nord-europei le famiglia che hanno forme diverse da
quella tradizionale si costituiscono sempre più come minoranze attive, diventano cioè socialmente
visibili nell’affermazione della loro differenza e sono in molti a pensare che questo può
rappresentare l’inizio di un processo di trasformazione della famiglia non solo sul piano strutturale,
ma anche su quello simbolico.
La necessità di adottare modelli di analisi che considerino in modo interrelato i diversi livelli implicati
nelle dinamiche familiari: individuale, interpersonale/familiare, sociale, da una parte, simbolico e
interattivo dall’altra.
Individui, famiglie e rapporti sociali: verso un’analisi multiprocessuale delle dinamiche familiare
Recentemente la ricerca si è interessata alle differenze che caratterizzano gli uomini e le donne per
quanto riguarda le modalità comunicative, la gestione dei conflitti, i modi di relazionarsi, i fattori
percepiti come determinanti nella realizzazione della soddisfazione coniugale o nel mantenimento di
uno stato di benessere, i significati attribuiti al lavoro domestico ed extradomestico, oltre che i fattori
intorno a cui si compone un’identità di genere maschile o femminile. I risultati di questi studi delineano
un quadro composto da caratteristiche tendenzialmente polarizzate. La tendenza delle donne ad agire
secondo i principi dell’attenzione per l’altro, dell’empatia, della cooperazione e dell’accoglimento;
mentre gli uomini risultano invece guidati dai principi dell’indipendenza, dell’autorealizzazione, della
ricerca di soluzione dei problemi. Lo studio delle modalità femminili e maschili di superamento del
superamento del conflitto ha inoltre messo in evidenza che mentre gli uomini tendono a distanziarsi, le
donne danno priorità al mantenimento della comunicazione; mentre queste ultime tendono, cioè, alla
coesione, i primi vanno verso il disimpegno nelle coppie, l’evitamento sia dei conflitti sia dei temi legati
all’intimità ha più conseguenze negative per la salute delle donne che per quella degli uomini. Il modo
in cui le donne si curano degli altri, inoltre, risulta connesso al calore emotivi, all’espressività, al
sacrificio, alla sensibilità. Gli uomini invece sono legati al fare, al provvedere ai bisogni concreti
dell’altra/o e al passare del tempo insieme. Mentre gli uomini si sentono minacciati dall’intimità, le
donne si sentono minacciate dalla separazione; le donne tendono a fare riferimento all’etica della
responsabilità, gli uomini sono orientati dall’etica dei diritti. In generale, nei rapporto di coppia, le
donne sollecitano un costante scambio comunicativo e la discussione dei problemi, gli uomini tendono
invece a ritirarsi e a chiudersi, secondo un circuito di amplificazione delle differenze per cui più la
partner femminile sollecita lo scambio comunicativo, più il partner maschile si sente minacciato e si
ritira, più la donna richiede di affrontare il problema, altre critiche rilevano che le donne sono infelici
per l’insensibilità e la non comunicazione del partner e gli uomini sono infelici per il mancato
riconoscimento delle mogli/compagne dei loro sforzi per connettersi ad esse. L’interpretazione di
questi dati non è unanime. Innanzitutto si tratta di tendenze socialmente prevalenti e, in quanto tali,
prescindono dal contesto della relazione interpersonale fra uno specifico uomo e una specifica donna;
e proprio in quanto tendenze, esse non vanno in alcun modo generalizzate ad ogni uomo e ad ogni
donna e ad ogni dinamica di coppia. Il periodo in cui sono state condotte le ricerche è comunque
limitato a qualche anno addietro, mentre il quadro, simbolico e non, relativo alla condizione della
donna nella società e nella famiglia, è in costante trasformazione. Le ipotesi esplicative delle differenze
connesse al genere femminile e maschile sono due e sostanzialmente diverse fra loro. Una è quella che
fa risalire le specificità del genere ai processi di socializzazione dai quali deriverebbe la formazione dei
ruoli sessuali e della differenza sessuale; l’altra è quella che considera il genere una costruzione sociale
che si produce e riproduce nelle interazioni quotidiane. Secondo la prima ipotesi, le differenze che si
riscontrano fra uomini e donne sono riconducibili alla relazione con le figure materna e paterna o a
processi di apprendimento sociale riguardanti la dimensione simbolica e comportamentale dei ruoli
sessuali. Senza sottovalutare il ruolo svolto dai processi di socializzazione familiare nella costruzione
delle differenze di genere, è tuttavia possibile riconoscere alcuni limiti insiti in questa impostazione. Un
primo limite deriva dal fatto che la famiglia viene separata dal contesto socio-economico-politico.
Inoltre, le differenze di genere vengono concepite come tratti individuali che, una volta acquisiti,
permangono nel corso della vita: l’enfasi sulla stabilità di tali tratti impedisce ogni spiegazione del
cambiamento. L’ipotesi in questione si presta, infine, ad essere utilizzata in senso giustificatorio e
quindi conservativo degli aspetti sociali connessi alle differenze di genere rilevate. In questo modo si
accresce soprattutto il rischio di giustificare il diseguale valore (simbolico e strutturale) attribuito
socialmente al lavoro di cura e al lavoro produttivo come pure alla sfera privata e alla sfera pubblica.
Per quanto riguarda la prospettiva che considera il genere una costruzione sociale che si produce e
riproduce nelle interazioni quotidiane va precisato che ci si interroga sulle condizioni in cui le une e gli
altri riproducono le differenze che li caratterizzano rispetto alla espressione degli affetti e alle cure
reciproche, rispetto alle autonomie e alle realizzazioni personali, e rispetto ai rapporti di
dominanza/sottomissione. Proponendosi come approccio multiprocessuale, questa prospettiva si fonda
sull’ipotesi della interconnessione tra i diversi livelli implicati, tale per cui ogni livello determina l’altro e
allo stesso tempo ne è determinato. Purtuttavia, una descrizione di tali interconnessioni comporta di
necessità la scelta di un punto di avvio che, sottolineiamo, resta comunque e sempre arbitrario. In
questa sede, si sceglie di partire da quelle differenze individuali che caratterizzano i comportamenti, gli
atteggiamenti e le elaborazioni simboliche di uomini e donne, messe a fuoco dalle ricerche di cui si è
riferito sopra. Ci si propone di illustrare in che modo tali differenze possano essere considerate l’esito di
processi di costruzione e ricostruzione sociale ed impersonale a cui sia gli uomini che le donne
partecipano attraverso le loro interazioni quotidiane. Molteplici sono i motivi che permettono di
ricondurre al livello sociale le differenze individuali. Uno di questi è costituito dalla coerenza che tali
differenze mostrano con le immagini contenute nelle rappresentazioni condivise dei caratteri maschili e
femminili. È vero che le ricerche documentano il rifiuto da parte degli uomini ad essere identificati
soltanto con le funzioni legate all’esercizio dell’autorità o alla produzione del reddito, e la loro
aspirazione a essere invece riconosciuti come protagonisti attivi nelle relazioni affettive ed emotive.
Come è vero che la storia degli ultimi anni testimonia dell’affermazione da parte delle donne della loro
autonomia e libertà da vincoli di dominanza e sottomissione e del loro accesso ad ogni tipo di attività e
professione extradomestica. Questi cambiamenti rimangono tuttavia iscritti all’interno di un quadro
simbolico che associa l’espressività alle donne e la strumentalità agli uomini. È solo per le donne e non
per gli uomini che si pone il problema di come conciliare le attività di cura familiare e quelle
professionali. Le ricerche mettono in evidenza come la donna sia considerata e si consideri soltanto un
aiuto rispetto al lavoro extradomestico, fonte del reddito familiare, e come l’uomo sia considerato e si
consideri soltanto un aiuto in quello domestico legato alla cura. Queste elaborazioni simbolica sono a
loro volta interconnesse con fattori strutturali. La ricerca sociologica documenta, infatti, come la
divisione del lavoro, non solo dentro casa, sia ancora fortemente improntata alla differenza di genere.
Le rappresentazioni, gli atteggiamenti e i comportamenti individuali sono dunque riconducibili a fattori
sociali, sia simbolici che strutturali. Le differenze di genere sono evocate, create, mantenute e
trasformate giorno per giorno nelle interazioni fra i membri della famiglia. Attraverso la comunicazione,
le negoziazioni e i conflitti quotidiani, i membri della famiglia costruiscono, mantengono e cambiano
significati e relazioni. Le ricerche condotte sulle interazioni fra genitori e figli documentano che il sesso
del bambino attivi nei genitori delle aspettative legate alle credenze socialmente condivise circa
l’essere maschio o femmina e innesca un processo circolare che trasforma le caratteristiche di base del
bambino in quelle di genere che il sistema genitori-figlio di una determinata cultura si aspetta che
siano. È nella compresenza di antiche e nuove rappresentazioni sociali dell’essere uomo e donna che si
aprono gli innumerevoli spazi in cui i membri di una famiglia mettono in atto personali e specifiche
strategie interattivi, ivi inclusa anche quella conflittuale; attraverso tali strategie, essi contribuiscono a
confermare, sfidare, giustificare, mutare le aspettative e le credenze legate alla differenza di genere. La
prospettiva di analisi qui sinteticamente illustrata sulla posizione della donna nella famiglia può essere
considerata paradigmatica per un’analisi multiprocessuale delle dinamiche familiari; per un’analisi cioè
di tipo circolare che considera:
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Le relazioni all’interno della famiglia tra famiglia e ambiente (1)
Come l’esito di processi interpersonali, a valenza sia simbolica che interattiva (2)
Alimentati da differenze individuali (3)
Che sono riconducibili a processi macrosociali, a valenza sia simbolica e sia strutturale (4)
Che sono a loro volta mantenuti e trasformati anche attraverso l’interazione fra i membri della
famiglia e fra questa e l’ambiente (1)
Cpt.4) I processi evolutivi nelle famiglia
Le famiglie come unità dinamiche
Un gruppo familiare, in ogni momento della sua storia, è l’esito di due processi intrecciati: quello
morfostatico, che ne garantisce la continuità e la stabilità nei confronti delle costanti variazioni
dell’ambiente circostante, e quello morfogenetico, che regola la sua trasformazione. L’idea di morfostasi fa
riferimento ai processi di ricostruzione della propria identità che ogni famiglia opera, attraverso le
interazioni e le pratiche quotidiane; identità che ha il suo fondamento nel sistema di credenza condivise
che i membri hanno su se stessi, come individui e come gruppi, sui propri ruoli, sulle proprie relazioni (i
miti, i paradigmi, le rappresentazioni familiari e gli stereotipi). I processi di costruzione e ricostruzione
dell’identità familiare garantiscono la continuità di un contesto relazionale di appartenenza all’interno del
quale gli individui sviluppano la propria autonomia personale, seguendo così percorsi di differenziazione.
Processi morfogenetici e processi morfostatici sono profondamente interrelati: la possibilità, per una
famiglia, di rimanere se stessa è legata alle sue capacità di mutare in relazione ai cambiamenti dei suoi
componenti e a quelli che intervengono nell’ambiente in cui è inserita e con cui intrattiene i rapporti. I
processi morfostatici hanno a che fare con la continuità familiare, cioè fanno riferimento alla possibilità, per
la famiglia, di riconoscersi/identificarsi anche nelle trasformazioni. Dalla ricerca clinica emerge infatti che i
gruppi familiari rigidi, che mantengono la propria omeostasi a scapito di ogni trasformazione
sperimentando la paralisi, il disorientamento, la perdita di senso e altre disfunzionalità patologiche. Le
famiglie sono unità dinamiche soggette a cambiamenti continui a diversi livelli: individuale, interpersonale,
gruppale e sociale.
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Individuale: ogni gruppo familiare è sollecitato dalle trasformazioni connesse con lo sviluppo
emotivo, cognitivo e fisico dei singoli componenti. I bisogni personali e i modi di relazionarsi agli
altri familiari mutano col mutare delle condizioni in cui ogni singolo componente si trova in tempi
diversi del suo processo di crescita. Le modalità con cui una famiglia nel suo insieme realizza la
coesione del gruppo favorisce l’autonomia dei singoli e cambiano necessariamente in rapporto ai
cambiamenti intervenienti nei percorsi di crescita individuali.
Interpersonale: le relazioni fra i membri si costituiscono, si trasformano, si affievoliscono, si
arricchiscono, si sciolgono. I mutamenti che intervengono nei rapporti fra i membri relativamente
al grado di intimità, scambio comunicativo, condivisione di valori o scopi, conflittualità che
caratterizzano i vari rapporti familiari comportano ristrutturazioni a livelli dell’intero sistema di
relazioni.
Gruppale: la riorganizzazione delle relazioni e delle pratiche familiari è sollecitata dai mutamenti
che avvengono nella composizione del gruppo. L’atto di inizio di un sistema familiare coincide
solitamente con l’unione di fatto o matrimoniale di una coppia, ma la formazione di una famiglia si
ha anche con la nascita di un figlio nel caso in cui la donna decida o subisca la non coabitazione con
il partner. Analogamente, l’estensione del gruppo familiare avviene con la nascita dei figli, ma può
avvenire anche in seguito ad un matrimonio o ad un’unione di fatto contratti dal genitore di una
famiglia monoparentale, oppure anche in seguito alla necessità di accogliere un membro della
famiglia allargata bisognoso di assistenza e cure. La famiglia infine si contrae per la morte di uno dei
membri, per separazione, per abbandono o per la ‘’fisiologica’’ uscita dei figli. Le entrate e le uscite
delle persone comportano una riorganizzazione delle relazioni a livello sia interattivo-comunicativo,
sia simbolico, sia strutturale.
Sociale: una famiglia si trova a dover fare i conti con gli innumerevoli mutamenti che intervengono
nell’ambiente con cui è in relazione e di cui fa parte. Le condizioni economiche e quelle sociopolitiche-culturali si riverberano nelle famiglia in infiniti modi. I ‘’fatti’’ sociali che stimolano i
processi adattivi familiari sono innumerevoli: la disoccupazione, l’avanzamento di carriera, la
possibilità o meno di usufruire di servizi sociali, la necessità di emigrare per ragioni economiche o
politiche, i cambiamenti culturali relativi alla condizione femminile, il razzismo. I pregiudizi ecc. si
ripercuotono sulle famiglia sia al livello delle loro pratiche quotidiane che al livello delle dinamiche
relazionali ad esse connesse.
Un gruppo familiare, dunque, costruisce e ricostruisce equilibri in rapporto a mutate condizioni interne o
esterne, ma anche in rapporto a cambiamenti che possono essere prevedibili o imprevedibili. I mutamenti
attesi riguardano gli eventi legati ai processi di sviluppo individuale e familiare, quelli inattesi annoverano
eventi quali un incidente, una malattia, una morte precoce, un disastro naturale, una improvvisa
acquisizione di denaro, uno sfratto, una promozione di carriera. La prevedibilità dei cambiamenti, tuttavia,
non è intrinseca agli eventi trasformativi. La prevedibilità di un evento non prescinde dalle aspettative e
proiezioni che i membri della famiglia, come singoli e come gruppo, hanno circa il proprio futuro. Lo
sviluppo dei membri e delle loro relazioni reciproche, i mutamenti strutturali del gruppo, le trasformazioni
nel contesto sociale di appartenenza e gli accadimenti con i quali la famiglia di fronte alla necessità di
modificarsi, aprono cioè delle fasi di transizione fra vecchie e nuove modalità interattive e relazionali, nel
corso delle quali la famiglia può sperimentare un certo grado di stress, sofferenza e confusione. Le più
recenti impostazioni di analisi dei processi di persistenza e/o cambiamento delle famiglie si basano sui
seguenti presupposti:
1. I momenti di crisi familiare ricoprono una funzione positiva nella vita di ogni famiglia. Anche se
momenti carichi di difficoltà e potenzialmente a rischio di conseguenze distruttive, essi
costituiscono la condizione per l’innesco di processi evolutivi. Conflitti, confusione, sofferenza non
siano necessariamente fattori negativi, ma ineliminabili condizioni dei processi trasformativi.
2. L’evoluzione di un gruppo familiare è legata alle modalità con cui fa fronte al disequilibrio che in
esso si produce in seguito ai mutamenti dei suoi componenti e/o a quelli che intervengono nel
contesto in cui è inserito e con cui intrattiene rapporti. L’interesse della ricerca è rivolto alle fasi di
transizione tra un ‘’momento’’ e l’altro.
3. Una famiglia non reagisce ‘’a posteriori’’ agli stimoli interni o esterni e attesi o inattesi, ma è
‘’competente’’ e attiva nella determinazione dei suoi processi di adattamento. L’enfasi sulle risorse
familiari e in particolare sul coping, ovvero sulle capacità di un gruppo familiare di far fronte (to
cope) alle difficoltà o comunque agli eventi che comportano la ricostruzione di un diverso
equilibrio. Con il concetto di coping si fa riferimento alle abilità di una famiglia nel saper individuare
‘’ le risorse disponibili nei singoli individui, nel sistema familiare e nel contesto sociale, saperle
organizzare e utilizzare per gli scopi desiderati’’.
Ciclo di vita familiare, microtransizioni ed eventi critici
Ci sono delle differenze nel modo in cui i vari autori intendono lo sviluppo familiare:
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Per alcuni esso è una successione di fasi, distinte l’una dall’altra da transizioni che comportano
cambiamenti discontinui
Per altri è invece un processo continui segnato da microtransizioni, a loro volta caratterizzate da
oscillazioni fra vecchie e nuove modalità interattive e relazionali che sfociano nell’assestamento di
un nuovo stile di funzionamento
Altri ancora lo concepiscono come un percorso punteggiato da eventi critici che stimolano la
famiglia a innescare processi trasformativi
Ad ognuna di queste concezioni dello sviluppo corrisponde un modello ‘’tipico’’ di analisi.
L’idea che le famiglie attraversino fasi è alla base della nozione di ‘’ciclo di vita familiare’’. Con questa
espressione si fa riferimento alla successione dei momenti che scandiscono la vita dell’unità familiare dalla
formazione alla dissoluzione. Il ciclo di vita familiare è ipotizzato come un percorso per tappe all’interno
delle quali la famiglia è chiamata ad affrontare compiti specifici, definiti ‘’compiti di sviluppo’’, la cui
soluzione permette l’avanzamento ad una tappa successiva. L’entrata e l’uscita di componenti e l’età dei
figli sono i parametri che, incrociati fra loro, vengono privilegiati da numerosi autori. Da questo punto di
vista, la formazione della coppia, la famiglia con bambini, quella con adolescenti, la famiglia che si
confronta con l’uscita dei figli adulti e la famiglia con anziani, sono delle diverse tappe che tracciano il ciclo
di vita familiare. Questa suddivisione rappresenta uno schema di base, una specie di minimo comun
denominatore rispetto al quale alcuni autori operano ulteriori articolazioni o aggiunte. Hill (1986) propone
un modello a otto fasi che distingue ulteriormente la famiglia con bambini in tre tipologie: famiglia con
bambini molto piccoli, in età prescolare e in età scolare. Indica inoltre come significativo il periodo
successivo all’uscita dei figli e precedente alla vecchiaia dei genitori, cioè la fase che egli definisce del ‘’nido
vuoto’’ in cui la coppia ricostruisce un equilibrio a due. Carter e McGoldrick (1989) ritengono che l’inizio del
ciclo di vita di una famiglia coincida con la separazione del/della giovane adulto/a dalla propria famiglia di
origine. Queste autrici considerano tale momento distinto dalla formazione della coppia, che anzi ha come
presupposto necessario il completamento della separazione psicologica dei soggetti della propria famiglia
di origine. Si pone l’accento sull’importanza dei processi di differenziazione personale rispetto alla futura
evoluzione delle relazioni familiari è anche riconducibile alle caratteristiche del contesto sociale in cui le
autrici svolgono la loro analisi della famiglia, cioè il contesto nord-americano. Analogamente, la
suddivisione adottata da Scabini deriva dall’analisi specifica delle attuali famiglie italiane per sottolineare
che avviene una dilatazione dei tempi che caratterizza oggi, nel contesto Nazionale, il processo di
autonomizzazione dei giovani. I processi trasformativi della famiglia consistono in una negoziazione fra i
membri che si traduce nella ridefinizione di ruoli e regole e nella ‘’espansione, contrazione, riorganizzazione
del sistema relazionale, allo scopo di sostenere l’entrata, l’uscita e lo sviluppo dei componenti in modo
funzionale’’. Ad ogni transizione di fase del ciclo di vita familiare corrispondono uno o più compiti di
sviluppo che comportano una ristrutturazione dei rapporti a livello di coppia, della relazione genitori-figli e
di quella con le famiglie di origine; ristrutturazione che, se realizzata, si configura come un cambiamento
discontinuo o di secondo ordine, riguardante cioè il livello dell’organizzazione del sistema familiare.
Secondo lo schema classico del ciclo di vita familiare, quelli che sono i sintesi, i compiti connessi alle diverse
fasi. Due persone, all’inizio della propria storia comune, sono impegnate sul doppio versante di costruire la
propria identità di coppia e di riequilibrare i rapporti con le famiglie di origine, i quali devono poter
includere il rispetto e l’accettazione della lealtà, della complicità e dell’impegno che legano la nuova diade e
dunque devono poter aprire uno spazio all’autonomia del sistema coniugale in formazione. La nascita dei
figli e la relativa assunzione delle responsabilità parentali implica un’inclusione nella coppia degli aspetti
genitoriali e una rinegoziazione dei rapporti con la famiglia di origine rispetto all’espletamento dei ruoli
materno, paterno e dei nonni. L’adolescenza dei figli richiede ad una famiglia la flessibilità necessaria a
favorire l’indipendenza dei ragazzi, senza far loro mancare la protezione; sull’altro versante, l’inizio
dell’invecchiamento della generazione precedente la mette di fronte alla necessità di garantire cura e
sostegno ai nonni. La graduale realizzazione dell’autonomia dei figli costituisce quella fase in cui i rapporti
fra i genitori e figli si ristrutturano sempre più come rapporti fra adulti, la coppia riorganizza la propria
relazione sempre più svincolata dalle necessità di cura per i figli, la famiglia si apre all’eventuale ingresso di
nuore, generi e nipoti e contemporaneamente affronta le problematiche legate al declino della generazione
precedente. L’ultima fase del ciclo di vita trova la coppia a fare i conti con la propria vecchiaia e con la
morte. Il ciclo di vita familiare è concepito come l’intreccio dei processi di sviluppo di tre generazioni e ogni
fase è segnata dal compito della famiglia di provvedere a contemporanee e diversificate esigenze:
affermazioni di indipendenza, assicurazione di cura e sostegno, realizzazione di legami. Molte delle ricerche
sui processi evolutivi nelle famiglie hanno il ciclo di vita come punto di riferimento. Nonostante le
innumerevoli ridefinizioni, il concetto di ciclo di vita familiare non si sottrae ai rischi di normatività e di
riduttività. Il modello del ciclo di vita familiare presenta alcuni problemi. È un modello elaborato avendo a
riferimento un tipo particolare di sviluppo familiare, quello cioè che si regge sul presupposto che le
generazioni si seguano a intervalli regolari e che le fasi si succedano un ordine prestabilito. La descrizione di
un ciclo di vita familiare che viene proposta comporta infatti che, mentre la nuova coppia si sta formando,
la generazione precedente sia autosufficiente e proiettata a ricostruire i propri legami coniugali dopo aver
portato a compimento l’autonomizzazione dei figli. Quando poi nascono i bambini, si suppone che la
generazione precedente, non ancora bisognosa di assistenza, possa fornire il sostegno necessario alla
generazione di mezzo nei compiti di cura ai nuovi nati. È solo quando la terza generazione si avvia verso la
propria autonomizzazione che si suppone che i nonni incomincino a presentare bisogni di cura, che può
infatti essere prestata dalla generazione di mezzo, nel frattempo liberata dalle cure dei figli. Questo quadro
è sempre meno verosimile nella società odierna. La nascita del primo figlio avviene sempre più tardi ed è
sempre più probabile l’evenienza in cui una coppia si trovi contemporaneamente a farsi carico dei propri
figli e dell’assistenza ai genitori anziani. Una famiglia può essere allo stesso tempo famiglia con bambini
piccoli e con adolescenti e dunque dover assolvere contemporaneamente alle necessità di flessibilità, di
profondo sostegno reciproco e coesione. La formazione di una famiglia può avvenire in corrispondenza
dell’unione di coppia, ma anche della nascita di un figlio, così come l’estensione del gruppo può avvenire
per la nascita dei figli, ma anche, essendoci già dei figli, a seguito dell’unione di coppia. Inoltre, non sono
soltanto i fattori anagrafici a differenziare i cicli di vita delle famiglie, il cui andamento è infatti
profondamente influenzato anche dalle condizioni socio-economiche. Nelle famiglie a basso reddito
l’assunzione dei ruoli adulti è precoce, a causa di altrettanto precoci gravidanze, e, per le scarse risorse
economiche, le persone tendono a rimanere nella famiglia di origine anche dopo la nascita dei primi figli. A
confronto con l’ampia variabilità che caratterizza oggi le famiglie, sia per condizioni socio-economicoculturali, sia per struttura e composizione, il concetto di ciclo di vita familiare, con la sua impostazione
stadiale, rischia di emergere come un concetto normativo e dunque di insinuare l’idea che le famiglie che
non seguono le fasi nel modo prefigurato siano necessariamente disfunzionali. Gli autori distinguono oggi
tra ciclo di vita della famiglia nucleare di classe media, ciclo di vita della famiglia monoparentale, della
famiglia povera, della famiglia ricomposta, della famiglia con coppia omosessuale ecc. tuttavia, come ogni
classificazione, anche questa evoca rischi di riduzione della complessità dei processi familiari. I risultati della
ricerca hanno mostrato come ogni famiglia abbia una propria specifica rappresentazione del proprio ciclo di
vita, che è il risultato di un intreccio fra cronologie individuali, relazionali e sociali. Bisogna avere una
cautela nell’assumere il modello del ciclo di vita familiare in modo esclusivo o prevalente, perché se da una
parte esso ha il merito di mettere l’accento sull’interconnessione fra sviluppo individuale e familiare,
dall’altra rischia di ignorare che i modi di realizzazione di questa interconnessione sono a loro volta collegati
con fattori contingenti e contestuali. D’altra parte, gli autori che, per superare il rischio di normatività,
distinguono i cicli di vita delle diverse forme familiari, si sono anch’essi trovati nella necessità di moltiplicare
le classificazioni. Hill (1986), ad esempio, individua le differenze nel ciclo di vita di otto tipi di famiglie
monoparentali; quanto alle famiglie ricomposte, diventa necessario distinguere i gruppi familiari a seconda
che uno soltanto o entrambi i coniugi abbiano figli da precedenti uomini, che i figli abitino o meno con la
coppia formata dal secondo matrimonio, che i figli siano nell’una o nell’altra fase dello sviluppo. I principali
limito teorico-metodologici che il modello del ciclo di vita presenta rimangono, dunque, quelli connessi con
la difficoltà di coniugare la prefigurazione delle fasi di sviluppo con il rospetto delle singolarità familiari.
Tale prospettiva non considera:
•
•
Le microtransizioni che si verificano all’interno di una fase
Gli accomodamenti che la famiglia deve operare, a livello di dinamiche interpersonali, in relazione a
eventi imprevedibili o straordinari non connessi alle fasi di sviluppo individuale o alle trasformazioni
strutturali del gruppo
Breunlin (1988) sottolinea i limiti di un modello, come quello del ciclo di vita, che riduca la complessità dello
sviluppo familiare ad alcuni, per quanto significativi, momenti di cambiamento. Nel corso della sua storia,
una famiglia si trova quotidianamente coinvolta in innumerevoli situazioni che comportano una
ristrutturazione dei modelli interattivi. Sono le situazioni connesse al processo di acquisizione di ulteriori
competenze da parte dei singoli individui. Si pensi a quando un bambino passa dal muoversi a carponi al
camminare in modo eretto, a quando impara a lavarsi da solo o a versarsi l’acqua nel proprio bicchiere, a
quando incomincia ad usare i mezzi pubblici senza accompagnamento o a quando un giovane prende la
patente. La gestione di questi piccoli e quotidiani momenti evolutivi comporta, per una famiglia,
l’abbandono di abituali e sedimentati comportamenti interattivi e l’elaborazione di nuovi. La famiglia
attraversa microtransizioni durante le quali coesistono in modo oscillatorio vecchie modalità
comportamentali connesse con livelli di competenza precedenti e nuove modalità comportamentali
connesse con livelli di competenza superiore. Secondo Breunlin, una microtransizione può avere tre diversi
esiti:
1. Le sequenze interattive messe in atto possono continuare a regolare i comportamenti ad un livello
di competenza precedente alla transizione, cosicchè ciò che era appropriato diventa, nel tempo,
inappropriato e ad esempio un genitore che continua a versare l’acqua nel bicchiere del figlio
perché altrimenti egli la versa sul tavolo
2. Le sequenze possono regolare comportamenti ad un livello di competenza che eccede ciò che è
appropriato, come ad esempio un bambino viene data responsabilità maggiori di quanto non possa
affrontare
3. Le sequenze interattive possono regolare i comportamenti ad un livello appropriato di competenza,
secondo un processo graduale che alterna il sostegno e autonomia fino al prevalere di quest’ultima
Il modello proposto da questo autore non disconosce quello del ciclo di vita familiare, lo reinterpreta e lo
approfondisce. Sposta l’attenzione dai cambiamenti discontinui che caratterizzano i passaggi tra le fasi della
storia familiare ai cambiamenti continui che la famiglia intraprende nel corso della propria storia. In questa
rielaborazione le macrotransizioni, messe a fuoco dal modello del ciclo di vita, vengono ridefinite come
periodi segnati da una particolare concentrazione di microtransizioni. È una prospettiva, questa, che risulta
più coerente con le recenti impostazioni di studio dei processi di sviluppo individuale. Una famiglia, di
fronte all’adolescenza di un componente (ma lo stesso discorso vale anche per l’infanzia o la
preadolescenza o l’età adulta o la vecchiaia), non si confronta tanto con un evento globale; essa si trova
piuttosto coinvolta in un percorso costellato da svariati momenti di trasformazione riguardanti diversi
ambiti comportamentali e relazionali, sia a livello individuale che familiare. Il modello proposto da Breunlin
sottolinea che i genitori non cambiano in risposta ai cambiamenti che intervengono nei figli nel corso del
loro sviluppo. Nell’interazione, genitori e figli negoziano i rispettivi cambiamenti in un processo di
adattamenti reciproco che può essere di segno morfogenetico e morfostatico. Mentre dunque la
prospettiva del ciclo di vita enfatizza gli eventi che, nelle famiglie, sollecitano i processi trasformativi e i
compiti a cui le famiglie devono assolvere per portare a compimento la trasformazione, l’impostazione
suggerita da Breunlin sposta l’attenzione ai processi interattivi attraverso cui il cambiamento può
realizzarsi. Il modello delle microtransizioni, da una parte, ha il merito di richiamare l’attenzione
sull’importanza che i processi interattivi quotidiani hanno nella determinazione della dirazione che
l’evoluzione familiare e individuale va prendendo, dall’altra risulta carente per l’analisi di quei momenti di
crisi in cui le capacità di adattamento di una famiglia sono radicalmente sfidate.
È la teoria dello stress familiare che ha posto l’accento sull’evoluzione familiare connessa anche con
accadimenti improvvisi, inattesi o dirompenti. La nozione di evento critico risulta centrale in questa
impostazione. Ci si riferisce a quegli avvenimenti di fronte ai quali le consolidate e abituali modalità di
funzionamento familiare risultano inadeguate e che dunque richiedono l’attivazione di processi di
adattamento. Gli eventi critici innescano processi che si articolano attraverso vari momenti: una prima fase
di crisi è seguita è seguita da una di transizione che può sfociare in una riorganizzazione o, nel caso in cui la
famiglia fallisca nell’attivare i necessari processi adattivi, in una disorganizzazione. Ogni evento critico pone
la famiglia di fronte alla necessità di riallocare le risorse, ridistribuire compiti e responsabilità, riformulare
ruoli e funzioni; e con ciò comporta una riorganizzazione delle modalità relazionali al proprio interno, in
rapporto alle famiglie di origine e in rapporto alla comunità sociale in cui è inserita, in modo che esse
risultino adeguate alla nuova situazione determinatasi in compresenza dell’evento critico. I problemi più
rilevanti di cui la ricerca si è occupata riguardano:
•
•
Individuazione degli eventi critici
Le configurazioni dei processi che essi innescano
Si distingue tra gli eventi normativi e quelli non normativi. I primi riguardano le situazioni che si vengono a
determinare in seguito all’entrata o all’uscita della famiglia dei suoi componenti (matrimonio, nascita dei
figli, uscita di questi dalla casa dei genitori, morte), oppure in connessione con lo sviluppo individuale dei
singoli membri (adolescenza, maturità, pensionamento, vecchiaia). Gli eventi non normativi si identificano
con avvenimenti imprevedibili legati alla vita della coppia (divorzio o secondo matrimonio) o a quella
professionale di uno o più membri della famiglia (cambio lavoro, licenziamento), con fatti casuali (incidente,
cambio di residenza, malattia cronica), con fenomeni sociali complessi quali l’emigrazione o anche con
eventi esogeni come una guerra o una rivoluzione. Un evento è critico soprattutto nella misura in cui è
percepito tale dalla famiglia stessa. L’intensità e la portata della crisi che si connetta ad un evento critico
sono infatti funzioni non delle caratteristiche oggettive dell’evento, ma del significato che ad esso viene
attribuito dalla famiglia, che è a sua volta legato ai valori condivisi e alla storia familiare, intesa come storia
multigenerazionale. Le famiglie nel corso della loro vita possono doversi confrontare con più di un evento
critico contemporaneamente. Cosi come quella della oscillazione, la teoria dello stress familiare non è
alternativa a quella del ciclo di vita. La teoria dello stress familiare introduce tuttavia un punto di vista
diverso: scandire, infatti, il ciclo di vita della famiglia sulla base degli eventi normativi con cui essa si trova a
fare i conti significa innanzitutto spostare l’attenzione dalle fasi in quanto tali al processo attraverso cui la
transizione da una fase all’altra di realizza. La transizione innescata da un evento critico si configura come
un processo di negoziazione fra i componenti della famiglia e fra questi e il contesto sociale con cui
intrattiene scambi reciproci, relativamente a ruoli, rapporti, differenze, abitudini, tempi, significati. In
questo senso la teoria dello stress familiare presenta una significativa analogia con la teoria
dell’oscillazione: entrambe si interessano ai processi di negoziazione ponendo però l’enfasi su tipi di eventi
diversi. Mentre infatti la prima sottolinea i processi di adattamento rispetto ad accadimenti improvvisi e
inattesi, la seconda sottolinea l’importanza anche delle microtransizioni quotidiane.
Fasi di transizione e strategie adattive
Gli elementi che concorrono alla determinazione dell’esito della transizione è l’interrogativo che
maggiormente affiora agli studiosi. L’esito dei processi adattivi familiari dipende soprattutto dai seguenti
fattori:
1. Il significato che viene attribuito all’evento che sollecita la trasformazione
2. Le capacità della famiglia di riconoscere, organizzare e utilizzare le risorse disponibili nei singoli
comportamenti, nel sistema familiare e nel contesto sociale
3. I rapporti con l’ambiente
Non sono tanto le elaborazioni che i singoli componenti della famiglia fanno di un evento che a questo
proposito diventano rilevanti, quanto il significato attribuito e le rappresentazioni condivise da tutta la
famiglia. Alcuni eventi possono risultare critici nelle vite dei singoli individui, altri invece lo sono per il
gruppo familiare nel suo insieme. È a questi ultimi che si farà qui riferimento. Possiamo distinguere fra
‘’definizione culturale’’ di un accadimento, quella cioè che la famiglia condivide con la comunità sociale in
quanto parte di essa, e ‘’definizione familiare’’, quella che, invece, riflette le credenze e i valori condivisi
nella famiglia o le esperienze già vissute magari in generazioni precedenti e trasmesse attraverso le storie
familiari. Gli eventi che culturalmente non sono valutati come particolarmente problematici lo possono
essere per alcune specifiche famiglie. Ad esempio, la prima sbornia di un adolescente che, sul piano sociale,
è guardata benevolmente, come una specie di rito di iniziazione avente un carattere di unicità spaziotemporale, può essere vissuta come l’inizio di una china distruttiva se ha luogo in una famiglia che ha
sperimentato l’alcolismo di un suo membro nelle generazioni precedenti. La definizione di un evento, sia
essa culturale o familiare, è un importante fattore di determinazione delle modalità con cui la famiglia fa
fronte all’evento. Essa è già parte della risposta familiare all’evento stesso. I processi di definizione, infatti,
stabiliscono l’ampiezza e l’intensità della crisi connessa ad un accadimento e, contemporaneamente,
regolano le strategie adattive o di coping. Le microtransizioni che una famiglia attraversa durante la prima
infanzia dei figli, ad esempio, sono percepite come più o meno stressanti a seconda della concezione che i
genitori hanno dello sviluppo infantile. È opportuno sottolineare che, così come non ci sono paradigmi
adeguati di altri, ma soltanto paradigmi diversi, non ci sono neanche definizione dell’evento e conseguenti
strategie adattive più efficaci di altre.
Le modalità con cui viene affrontata una transizione familiare, sia essa micro o macro, sono connesse con le
risorse che una famiglia riesce ad attivare nel far fronte alle difficoltà e ai problemi emergenti nel corso
della transizione stessa. Classicamente la letteratura distingue fra tre tipi di risorse; rispettivamente:
•
•
Personali: includono le caratteristiche e le capacità dei membri di una famiglia che possono essere
utilizzate per affrontare i bisogni emergenti in determinati momenti critici della vita familiare. La
disponibilità di mezzi finanziari, la salute, l’istruzione e le caratteristiche di personalità delle
persone componenti il gruppo familiare costituiscono importanti fonti a cui attingere in situazioni
di difficoltà. La vecchiaia, ad esempio, è un evento che assume connotati e ha conseguenze
completamente differenti in funzione di queste risorse. Va considerato un tipo di risorse personali
che in quanto disconosciute dalla letteratura scientifica e sottovalutate dal giudizio sociale
potremmo definire occulte. Ad esempio la cura degli anziani o dei deboli (malatiche o portatori di
Handicap), alla gestione dell’economia domestica in presenza di scarse disponibilità finanziarie, ma
anche all’allevamento dei figli o ai mille problemi quotidiani che si presentano in una famiglia. Sono
tutte funzioni, queste, a cui una famiglia assolve grazie al tempo e al lavoro che le donne mettono a
disposizione, a volte rinunciando ad un proprio tempo e a un proprio lavoro, a volte
sovraccaricando il proprio tempo e lavoro. Ciò che costituisce una risorsa per la famiglia può
diventare fonte di stress per la donna. Le risorse occulte sono dunque quei ‘’beni’’ che, messi a
disposizione dai singoli individui, appaiono, in virtù del processo di costruzione sociale, ovvi e
scontati al punto di non venire neanche riconosciuti come risorse personali e che nel momento in
cui vengono utilizzati riproducono delle ineguaglianze fra i componenti. La transizione connessa con
situazioni critiche si configura in modo diverso sia in relazione alla definizione che la famiglia ne dà,
sia in relazione alle risorse personali a cui essa può fare ricorso. Il tipo di evoluzione di un gruppo
familiare che segue alla separazione della coppia sia correlato, oltre che con variabili di tipo
familiare e sociale, anche con le risorse individuali delle persone coinvolte nel processo. In
particolare, la disponibilità di mezzi economici e le caratteristiche di personalità dei genitori
incidono su (risorse personali considerate visibili):
L’adattamento dei figli allaspetto monoparentale
Il grado di soddisfazione dei membri della famiglia rispetto ai propri ruoli
Lo sviluppo di sentimenti di competenza nell’assolvere le proprie funzioni
Familiari: intesa come unità sistemica, costituiscono altri importanti elementi che facilitano la
fluidità dei processi adattivi nelle situazioni di crisi. Esse fanno riferimento allo stile di
funzionamento che è proprio di una famiglia e in particolare alle modalità con cui il gruppo coniuga
il mantenimento dell’unità con la promozione dell’autonomia individuale e la stabilità con la
trasformazione. Tra le risorse familiari, la ‘’coesione’’ e ‘’l’adattabilità’’, oltre allo ‘’stile
comunicativo’’ aperto, chiaro e flessibile, sono indicate in letteratura come le principali
caratteristiche che favoriscono l’attivazione di strategie familiari di coping. La coesione, quando
non assume il carattere dell’invischiamento, favorisce la messa in comune delle abilità di tutti e il
coordinamento degli sforzi di ognuno verso la ricerca delle soluzioni più appropriate ai problemi
che si presentano; l’adattabilità, se non va a scapito della continuità, predispone il gruppo a
riconoscere la necessità di cambiare di fronte alle mutate condizioni e a ricercare attivamente
soluzioni ai problemi emergenti. Lo stile comunicativo aperto, chiaro e flessibile consente alla
famiglia di gestire meglio le fratture e i conflitti che possono accompagnarsi ai momenti critici, di
mantenere il sostegno emotivo reciproco e di negoziare, nel rispetto delle differenze, soluzioni
consensuali. Un buon livello di comunicazione fra genitori separati e figli e una discreta capacità di
negoziazione fra gli ex coniugi sono due fattori correlati con il positivo adattamento dei gli nella
fase postseparazione. L’adattamento al divorzio documentano che risorse individuali e risorse
familiari non agiscono separatamente, ma in modo interconnesso. Un elevato grado di istruzione e
una consistente disponibilità economica, ad esempio, non garantiscono di per sé l’attivazione di
•
-
-
modi soddisfacenti di far fronte alla transizione che la separazione innesca. D’altra parte, una
buona comunicazione fra ex coniugi e fra genitori e figli e un buon grado di adattabilità dell’intero
sistema familiare possono essere insufficienti a far fronte alla transizione nel caso in cui manchino
le risorse economiche necessarie a garantire i bisogni essenziali dei membri. Nonostante la
presenza di modalità relazionali improntate alla coesione e al sostegno reciproco e nonostante la
comune percezione dell’evento come critico, possono innescarsi processi di disgregazione nella
coppia coniugale nei casi in cui l’emigrazione sia determinata dal fallimento dell’attività
professionale del marito. In questa particolare contingenza, infatti, il marito sviluppa un senso di
incompetenza che lo porta ad affrontare l’emigrazione come sentimenti di totale disarmo, cioè
privo di risorse personali a cui attingere, mentre la moglie si trova nella posizione personale di
vedere nello spostamento ad altro luogo e ad altro contesto socio-economico un’occasione di
nuove possibilità per sé e per la propria famiglia. Questo diverso modo di investire sul futuro crea
una divaricazione fra coniugi che, nonostante le intenzioni di sostenersi vicendevolmente, può
portare alla separazione.
Sociali: risorse individuali e risorse familiari sono entrambi fattori interni alla famiglia, che sono
tuttavia a loro volta interconnessi con fattori esterni di cui la famiglia può avvalersi: le risorse
sociali. Costituiscono un importante patrimonio a cui un gruppo familiare attinge in particolare
momenti critici e in tutto il corso della sua evoluzione. Con risorse sociali si fa riferimento al
sostegno di cui le famiglie possono usufruire nell’ambito della loro comunità di appartenenza. Le
fonti del sostegno sociale sono prevalentemente di due tipi: reti formali e reti informali. Le prime
sono servizi presenti in un determinato contesto e con politiche sociali ed economiche attuate dalle
istituzioni deputate al governo della comunità. Il poter o meno usufruire di asili nido, scuole
materne, assistenza sanitaria gratuita, assistenza domiciliare agli anziani, ma anche di una rete
capillare di trasporti o di un’organizzazione dei tempi di apertura e chiusura dei negozi funzionali ai
turni di lavoro, così come di facilitazioni di accesso al credito finanziario costituisce una
discriminante rispetto al modo in cui le famiglie fanno fronte ai problemi quotidiani e/o eccezionali.
Le reti informali di sostegno sociale includono l’insieme dei rapporti parentali, amicali,
professionali, di vicinato odi mutuo aiuto in cui una famiglia è inserita. Il sostegno è di due tipi:
strumentale ed emotivo. Quello strutturale è il sostegno che viene dato per la soluzione di problemi
concreti e annovera una considerevole quantità di azioni quali prendersi cura dei bambini, aiutare
nelle faccende domestiche, fare commissioni, prendersi cura dei bambini, aiutare nelle faccende
domestiche, fare commissioni, prestare o dare denaro. Il sostegno emotivo permette invece ai
membri della famiglia di affrontare problemi inerenti la qualità delle relazioni di cui sono parte,
ovvero di sentirsi:
Amati.
Apprezzati e considerati.
Appartenenti ad una rete sociale su cui contare.
Sia il sostegno proveniente dalle reti formali che quello fornito dalle reti informali (strumentale ed
emotivo) amplificano risorse che la famiglia ha o compensano eventuali mancanza. Le risorse sociali
hanno un’incidenza nei processi adattivi familiari che ne deriva:
Dalla loro interconnessione con le risorse familiari e individuali.
Dalle rappresentazioni che le famiglie hanno dell’ambiente e di se stesse (paradigmi).
È un’opinione molto diffusa che il sostegno sociale tamponi gli effetti negativi degli eventi
stressanti nelle famiglie. Una ricerca condotta sugli effetti del sostegno sociale in famiglie con
difficoltà economiche ha trovato invece differenze significative legate alla specifica condizione
lavorativa del capofamiglia. Nelle famiglie in cui il marito godeva di una posizione lavorativa stabile,
il sostegno offerto da amici e parenti alla moglie accresceva la qualità del rapporto di coppia,
mentre all’opposto, nelle famiglie in cui il marito si trovava in parecchie condizioni lavorative, il
sostegno esterno si correlava con una negatività dei rapporti coniugali. In quest’ultimo caso, infatti
la relazione di aiuto di cui la moglie usufruiva era vissuta dal marito come una mancanza di lealtà o
come una sottolineatura delle proprie colpe o inefficienze. Il sostegno sociale agisce sul
funzionamento familiare in ragione del significato che esso viene ad assumere in una determinata
famiglia; significato che è a sua volta riconducibile alla storia familiare, alle relazioni fra i membri e
alle posizioni che ognuno di essi occupa nel sistema. Una famiglia non utilizzerà tanto le risorse
disponibili, quanto quelle che esse riconosce come tali.
Il dato sociologico suggerisce che in connessione con la condizione socio-economico-culturale delle famiglie
esiste un diverso patrimonio di conoscenze che modula in maniera differenziata l’utilizzo delle risorse socioistituzionali a disposizione. La ricerca psico-sociale evidenzia come il problema dell’utilizzo delle risorse
sociali si iscriva anche nell’interconnessione fra processi simbolici e comportamenti interattivi che
caratterizza ogni famiglia. Una famiglia, ad esempio, che percepisce l’ambiente in cui è inserita come ostile,
molto difficilmente sarà in grado di individuare in esso risorse, e quindi di potersene avvalere in momenti di
crisi. D’altra parte, una famiglia aperta all’informazione e orientata all’esplorazione dell’ambiente, sarà
attiva nel cercare in tutto ciò che è a disposizione qualcosa che possa diventare per lei risorsa nel far fronte
alle difficoltà che incontra. L’utilizzo delle risorse ambientali è inoltre legato alla concezione che una
famiglia ha di se stessa. Le indagini condotte sul modo in cui le famiglie rurali americane fanno fronte alle
crisi finanziarie ed economiche forniscono a questo proposito esempi illuminanti. Nelle aree rurali le
famiglie si avvalgono del sostegno fornito da amici e vicini. Ciononostante, quando una famiglia si trova
nell’evenienza di chiudere l’azienda agricola quello che in altri momenti critici è stata una fonte di sostegno
non lo è più o non viene utilizzato come risorsa dalla famiglia. La percezione che le famiglie hanno di se
stesse risulta in quella circostante determinante nel processo di coping. La possibilità per queste famiglie di
avvalersi del sostegno sociale fornito dalla comunità di appartenenza deriva proprio dal sentirsi parte della
comunità stessa. Il senso di appartenenza è legato all’idea della reciprocità. Nel momento in cui una
famiglia si trova coinvolta nel fallimento della propria azienda, essa perde il senso di sé come gruppo
capace e con ciò perde anche il senso dell’appartenenza comunitaria, condizione necessaria per ricorrere
all’aiuto di amici e vicini per affrontare lo stress derivante dalla difficile condizione economiche. Così molte
famiglie che si trovano nella contingenza di dover chiudere l’azienda agricola si sentono sole e isolate,
anche quando precedentemente erano perfettamente integrate nel tessuto sociale. Le altre famiglie
interpretano la mancata richieste di aiuto da parte di chi è in difficoltà come un desiderio di riservatezza e
temendo che ogni loro offerta di aiuto possa essere vissuta come irrispettosa e intrusiva, quando non come
una vera e propria ostentazione di migliori condizioni economiche, si astengono dall’offrire aiuto e
sostegno. La possibilità di utilizzare le risorse sociali non è unilateralmente determinata dalla percezione
che la famiglia ha di se stessa e dell’ambiente sociale, ma emerge dai processi interattivi fra famiglie e
contesto.
Ogni strategia di coping è ‘’messa in scena’’ in un contesto di relazioni formali e informali. Nell’assolvere, ad
esempio, ai compiti evolutivi connessi con l’evento adolescenza, una famiglia è immersa in un processo di
riorganizzazione, ristrutturazione e ridefinizione dei rapporti interpersonale interni ed esterni, ma entra
anche in contatto con diverse istituzioni e organizzazioni sociali. Una gravidanza implica una serie di
rapporti tra i membri della coppia, fra questa e la famiglia e gli amici e con le strutture socio-sanitarie che
diventano parte costitutiva dei processi attraverso cui la famiglia affronta l’evento. Ognuna di queste
istanze sociali con cui le famiglie sono in rapporto non assolve passivamente al ruolo di ‘’risorsa’’, non è
cioè a disposizione per essere impiegata o meno dalle famiglie. Tali istanze costituiscono sistemi sociali
pensanti, come direbbe Mary Douglas (1986), che attivamente partecipano alla costruzione dei processi
adattivi familiari. È a partire dalle proprie premesse che operatori, amici, parenti, vicini entrano nel ruolo di
potenziali risorse. L’influenza dei sistemi sociali sui processi adattivi familiari è connessa al modo in cui le
rispettive rappresentazioni della famiglia e degli operatori dell’istituzione o dei personaggi della rete
informale si coordinano nel processo interattivo che li vede protagonisti. Lo sbocco di una transizione
familiare non è legato soltanto alla famiglia, a come agisce, alle sue rappresentazioni, alle risorse interne ed
esterne che riesce a utilizzare, ma è l’esito di processi interattivi tra le famiglie e le istanze contestuali con
cui esse sono in rapporto.
Famiglie e ambiente sociale: ulteriori considerazioni
Alcune famiglie sono impegnate quotidianamente e in modo permanente nel far fronte a difficoltà e a
problematiche che hanno origine nel contesto sociale. Famiglie che vivono in precarie condizioni
economiche, pregiudizi sociali, discriminazione razziale o in zone degradate in cui c’è la criminalità
organizzata. Le situazioni di stress permanente o di stress ambientale, come lo definisce Melson (1983),
costituiscono stimolazioni di diverso tipo rispetto agli eventi critici normativi e non normativi o alle
microtransizioni. Mentre infatti questi ultimi potenzialmente innescano processi di adattamento di tipo
morfogenetico, che sfociano cioè in una riorganizzazione dell’intero sistema, le situazioni di stress
ambientale innescano processi adattivi di tipo morfostatico, orientati a prevenire la disorganizzazione della
famiglia e a mantenere dei livelli minimi di funzionamento. Famiglie esposte a situazioni permanentemente
stressanti non evolvano verso diverse strutture e organizzazioni relazionali e interattive. Si intende che
queste famiglie procedono nei loro percorsi di sviluppo (affrontano cioè fasi, eventi critici e
microtransizioni) essendo contemporaneamente e costantemente impegnate su un altro versante. Le
indagini sulle strategie di coping che le famiglie mettono in atto di fronte alle condizioni stressanti
permanenti sono numerose. Le difficoltà derivanti dall’esposizione al pregiudizio omofobico delle famiglie
con coppia omosessuale vengono contrastate grazie al sostegno sociale fornito dalla rete informale in cui
queste famiglie sono inserite. Gli effetti devastanti che potrebbero derivare dalla discriminazione razziale e
dalle condizioni di deprivazione socio-economico-culturale a cui sono quotidianamente esposte le famiglie
nere americane trovano un argine nel sostegno sociale offerto concretamente dalla comunità e dalla rete
parentale, oltre che dal tipo di organizzazione interna delle famiglie nere, caratterizzate da un’alta
flessibilità di ruoli che favorisce l’adattamento. Queste ricerche si iscrivono in una prospettiva che analizza
le strategie di coping di fronte allo stress ambientale permanente dal punto di vista delle famiglie. Un altro
punto di vista è quello del contesto sociale, prospettiva dalla quale ci si interroga sulle responsabilità
collettive nei confronti dei processi evolutive delle famiglie.
•
•
Tale prospettiva è indissolubilmente complementare a quella più specificatamente incentrata sulle
famiglie che, in quanto istanze non isolate e non autocontenute, non possono essere ritenute le
sole responsabili dei propri processi evolutivi
Attraverso tale prospettiva si evidenziano con chiarezza le responsabilità dei ricercatori e degli
studiosi, i quali contribuiscono allo sviluppo di un discorso socialmente rilevante in ordine alla
famiglia, e dunque allo sviluppo delle relative rappresentazioni e credenze, concorrendo
attivamente a mantenere, alimentare o modificare le premesse culturali implicite nelle condizioni
che sono all’origine di alcune forme di stress ambientali
PARTE SECONDA
Cpt.5) Le famiglie in rapporto con le agenzie sociali
Una proposta di classificazione degli interventi in favore delle famiglie
Nel corso del loro sviluppo, le famiglie impiegano risorse interne ed esterne; fra le risorse esterne di cui
esse si possono avvalere per far fronte a compiti evolutivi, eventi critici e situazioni problematiche, vi sono
le prestazioni fornite dalle agenzie sociali istituzionalmente e professionalmente investite di una funzione di
aiuto alle famiglie e/o ai loro componenti. Tali agenzie si identificano con i servizi sociali, sanitari ed
educativi presenti nella comunità. In ogni fase del suo ciclo di vita, un gruppo familiare fa fronte ai suoi
compiti evolutivi avvalendosi anche di risorse istituzionali. In alcune famiglie i processi e le dinamiche
relaziona sono fortemente segnati dal disagio, dalla disorganizzazione e dalla disfunzionalità. Queste
famiglie si rivolgono ai servizi per essere aiutate a interrompere la spirale di disfunzionalità-sofferenzaimpotenza in cui sono precipitate. Gli interventi attuati dalle agenzie sociali possono essere definiti come
interventi di facilitazione, di sostegno, di mediazione, di controllo e di terapia. Questo tipo di classificazione
è trasversale a quello più tradizionalmente adottato che, avendo come riferimento il contenuto delle
prestazioni fornite o il mandato istituzionale, distingue fra interventi sanitari, educativi, socio-assistenziali.
Ogni intervento di facilitazione, sostegno, mediazione, controllo e terapia può infatti comportare
prestazioni sanitarie, assistenziali, riabilitative, pedagogiche, psicologiche e combinazioni diverse da queste.
Anche i Centri per le famiglie, recentemente istituiti nella Regione Emilia Romagna, si collocano tra i servizi
che assolvono ad una funzione di facilitazione. Il loro scopo è infatti quello di promuovere l’attivazione di
reti sociali informali e di gruppi di mutuo aiuto, che siano di supporto alle famiglie nel corso del loro
sviluppo. Interventi ‘’di facilitazione’’ vengono utilizzati per integrare o amplificare le risorse interne
attivate nei processi di adattamento sollecitati dagli eventi normativi che scandiscono il loro ciclo di vita. Gli
interventi di facilitazione hanno come presupposto l’esistenza di risorse nella famiglia, che, nel corso
dell’intervento, vengono sia impiegate sia rafforzate.
Gli interventi di sostegno fanno riferimento a tutte quelle prestazioni di cui le famiglie usufruiscono nelle
fasi di transizione connesse ad eventi critici inattesi. Alcuni esempi di progetti attivati dai Centri per le
famiglie:
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La banca del tempo: è un’area di intervento che si propone di favorire lo scambio di favori reciproci
tra famiglie
Il mestiere del genitore: è un progetto che si propone di aiutare i genitori ad incontrarsi, per
discutere e approfondire problemi e per aiutarsi reciprocamente nell’affrontare taluni passaggi
problematici del loro impegno educativo in corrispondenza di alcune fasi critiche quali la nascita del
primo figlio, l’educazione dei ragazzi in età scolare, l’essere persona separate
Genitori ancora: è un’area di intervento che ha lo scopo di aiutare madri e padri in un iter di
separazione che sia il più attento possibile ai diritti dei figli e sappia esprimere una condivisione
‘’separata’’ della genitorialità
Famiglie aiutano famiglie: è un progetto che si propone di stimolare l’attivazione di reti di
mutualità, solidarietà e appoggi familiari a favore di famiglie prive di reti di sostegno amicale o
parentale
Famiglie insieme: è un’area di intervento che si propone di creare situazioni, modi, luoghi dove si
instaurano rapporti di conoscenza reciproca tra famiglie di immigrati e famiglie di residenti
La definizione ‘’interventi di sostegno’’ viene proposta in quanto si tratta di prestazioni che sono utilizzate
dalle famiglie per compensare la mancanza di risorse necessarie per far fronte alla transizione innescata
dall’evento critico. Gli interventi di sostegno hanno come presupposto una carenza parziale di risorse nella
famiglia, una carenza cioè limitata da alcuni specifici ambiti, che si accompagna tuttavia alla presenza di
risorse in altri diversi settori, le quali possono essere utilizzate allo scopo di realizzare l’intervento che
fornisce le risorse mancanti.
Con interventi di mediazione si fa riferimento a tutte quelle prestazioni di cui le famiglie usufruiscono nei
casi in cui non riescano autonomamente a gestire conflitti. I servizi di mediazione familiare sono, in Italia, di
recente istituzione e offrono interventi alternativi a quelli giudiziari per la risoluzione dei problemi connessi
alla separazione e al divorzio o ad altri tipi di dispute familiari. Si definiscono ‘’interventi di mediazione’’ in
quanto sono finalizzati a liberare le risorse che sono in sospeso dalla famiglia e che sono
momentaneamente congelate dalla dinamica conflittuale. Essi hanno come presupposto l’esistenza di
risorse nella famiglia e lo scopo dell’intervento è quello di farle emergere.
Con interventi di controllo e tutela si fa riferimento a quegli interventi, richiesti o non richiesti, che vengono
attuati quando una famiglia presenta dei problemi di violenza, abuso o incapacità grave ad assolvere ai
compiti di cura dei suoi membri. Si definiscono di controllo e tutela perché implicano la restrizione della
libertà dei soggetti che perpetrano l’abuso e la protezione di chi ne è vittima. Si tratta di interventi
complessi che non si limitano tuttavia a interrompere il circuito violento, ma si propongono anche intenti
terapeutici, cioè finalizzati alla riattivazione di processi evolutivi per le persone coinvolte. Gli interventi di
controllo e tutele hanno come presupposto una sanzione giudiziaria della incapacità di alcune famiglie e
sono finalizzati a costruire le risorse perché esse possano intraprendere nuovi percorsi.
Gli interventi terapeutici vengono attuati nei casi in cui sia manifesto un disagio psico-patologico sia in
bambini che in adulti. Possono essere condotti con gli individui o con l’intero nucleo familiare. Gli interventi
terapeutici si propongono di modificare le dinamiche relazionali e interattive che sono alla base del disagio.
Essi hanno come presupposto l’incapacità della famiglia di trovare soluzioni adattivo-evolutive in presenza
di un deficit sancito attraverso un processo diagnostico. Lo scopo dell’intervento terapeutico è quello di
creare nuove condizioni relazionali all’interno delle quali le famiglie possano generare proprie risorse.
Dai contenuti ai processi
Gli interventi attuali in favore delle famiglie vengono qui considerati secondo una prospettiva psico-sociale
che si interessa alle dinamiche relazionali che prendono forma dal momento in cui i servizi entrano nella
vita delle famiglie. Gli interventi delle agenzie sociali sono:
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Si configurano come ‘’eventi’’ che sono parte integrante della storia di una famiglia
Prendono corpo dall’interazione fra operatori e utenti, e sono dunque l’espressione di un processo
di negoziazione intersoggettivo la cui forma determina l’esito dell’intervento stesso
Cpt.6) Gli interventi delle agenzie sociali come eventi per le famiglie
Famiglie e servizi: un sistema di relazioni interconnesse
La fruizione da parte di una famiglia delle risorse fornite dalla rete istituzionale delle agenzie sociali si
configura come un evento che diviene parte della sua storia e che in quanto tale è influente nella
determinazione del percorso che essa segue. Ogni prestazione sanitaria, socio-assistenziale o pedagogica
presenta due livelli: quello ‘’tecnico’’ che riguarda il contenuto della prestazione e quello ‘’relazionale’’ che
riguarda le modalità interattive attraverso le quali viene espletato il livello tecnico. Il primo fa dunque
riferimento alle procedure e agli strumenti che vengono adottati nel fornire una prestazione; il secondo fa
riferimento alla forma del processo comunicativo che ha luogo fra chi fornisce la prestazione e chi ne
usufruisce. I due livelli sono compresenti e interconnessi. Mentre sul piano del contenuto di una
prestazione, alcune procedure e alcuni strumenti sono più efficaci di altri, sul piano relazionale non
esistono modalità che siano in assoluto da considerarsi più adeguate di altre, poiché l’adeguatezza delle
modalità relazionali emerge dal senso che l’esperienza interattiva connessa con la fruizione della
prestazione assume di volta in volta nel contesto delle dinamiche e dei processi familiari. Le valutazioni
inerenti le modalità relazionali più adeguate nei singoli casi non possono essere effettuate
aprioristicamente, ma soltanto nel corso dei processi interattivi, attraverso un’attenta analisi del significato
che vengono ad assumere questi particolari processi per la famiglia come gruppo e per i suoi componenti.
La fruizione di servizi da parte delle famiglie ha sempre il carattere di evento costitutivo interattivamente.
In esso le due parti in gioco sono il gruppo familiare, con la sua storia, le sue dinamiche, i suoi sistemi di
credenze, le sue modalità relazionali, e l’agenzia sociale che fornisce la prestazione, anch’essa con la storia,
le sue dinamiche, i suoi sistemi di credenze e i suoi modi di rapportarsi agli utenti.
I fruitori dei servizi: famiglie o individui?
Il contesto relazionale della prestazione è diadico: da una parte l’operatore, dall’altra un utente che può
essere individuo o gruppo. La differenza che si intende qui discutere non è tanto quella che intercorre tra il
fornire prestazioni a singoli individui e il fornire prestazioni a interi nuclei familiari, quanto piuttosto tra
l’operatore presupponendo individui isolati e autocontenuti e l’operatore presupponendo invece individui
inseriti in sistemi relazionali significativi.
‘’Idee implicite’’ sulle famiglie negli interventi dei servizi
Non esistono ricerche empiriche che abbiano sistematicamente indagato su come la famiglia sia presente
nelle rappresentazioni degli operatori quando questi allacciano rapporti con gli utenti e procedono alla
progettazione e alla realizzazione dei loro interventi. Alcune ricerche qualitative condotte su piccoli
campioni di operatori segnalano la presenza di diverse ‘’teorie implicite’’ in base alle quali gli operatori si
rapportano alle famiglie.
Il rapporto che l’utente intrattiene con la sua famiglia è ignorato o comunque considerato irrilevante
rispetto all’intervento attuato. L’individuo è concepito come avulso da ogni contesto relazionale. Il modello
della ‘’famiglia assente’’ è presente in modo trasversale in tutta la rete dei servizi. Siamo in presenza del
modella della ‘’famiglia assente’’ ogni volta che un operatore affronta un problema di qualunque natura
come se esso nascesse e si esaurisse nell’individuo e senza tener conto delle molteplici implicazioni che
l’intervento attuato ha rispetto al contesto relazionale dell’individuo.
Il modello della ‘’contiguità separata’’ può essere cosi descritto: l’operatore concepisce se stesso e la
famiglia come due soggetti separati ognuno dei quali intrattiene relazioni significative con l’utente in ambiti
diversi e paralleli. La famiglia viene considerata come contesto di relazioni significativo per l’utente, ma il
rapporto fra l’utente e la sua famiglia è tenuto separato da quello che intercorre fra l’utente e la sua
famiglia è tenuto separato da quello che intercorre fra l’utente e l’operatore. Quest’ultimo concepisce il
proprio intervento come aggiuntivo o giustappunto rispetto a quello della famiglia. In questa prospettiva è
assenti l’idea di interdipendenza fra i vari contesti interattivi e dunque non ci si interroga su come la
relazione tra la famiglia e l’utente si interconnetta con la relazione tra quest’ultimo e l’operatore nella
determinazione dei processi che riguardano sia la famiglia sia l’intervento. La differenza tra il modello della
‘’famiglia assente’’ e quello della ‘’contiguità separata’’ è che il secondo, a differenza del primo, comporta
comunque un rapporto fra l’operatore e la famiglia dell’utente. Un rapporto che si configura come uno
scambio dal quale l’operatore può trarre risorse per rendere più efficace la propria azione rivolta all’utente
e attraverso il quale è l’operatore a fornire quelle risorse che dovrebbero a loro volta rendere più efficace
l’azione della famiglia. In tale scambio è implicita l’idea della separatezza dei contesti di azione, nel senso
che esso è pensato come un’occasione che arricchisce l’intervento sia dell’operatore sia della famiglia nei
rispettivi contesti relazionali, i quali rimangono comunque concepiti come indipendenti l’uno dall’altro.
È una variante del modello della ‘’contiguità separata’’. Si considera la famiglia come un mezzo per
potenziare l’intervento dell’operatore sull’utente. L’operatore promuove interventi rivolti alla famiglia
affinché essa assuma nei confronti dell’utente i comportamenti e gli atteggiamenti necessari a sostenere
l’intervento che l’operatore stesso rivolge all’utente. La famiglia è dunque considerata come una possibile
risorsa per l’intervento dell’operatore, il quale tuttavia non si considera risorsa per la famiglia, ma soltanto
per il singolo individuo con cui opera. In questo caso il rapporto che collega i diversi contesti tra loro è
concepito come una connessione lineare: le azioni familiari sono considerate come influenti sull’intervento
che l’operatore conduce con l’utente, ma non viceversa.
Può essere considerato l’altra faccia del modello della ‘’collaborazione unilaterale’’. Nel modello della
‘’sostituzione’’, la famiglia diventa un soggetto da contrastare: l’operatore concepisce infatti il proprio
intervento come alternativo o correttivo rispetto a ogni possibile influenza esercitata dalla famiglia
sull’utente. Il presupposto di partenza è che la famiglia non disponga di risorse spendibili nel campo di
intervento dell’operatore che dunque non possa che esercitare un’influenza negativa sull’utente. Tale
influenza viene contrastata tramite l’inserimento dell’utente stesso in un ambiente, quello dell’operatore,
che invece è ritenuto adeguato a fornirgli le risorse di cui ha bisogno; la richiesta più o meno esplicita che
viene fatta alla famiglia è quella di astenersi dal prendere iniziative, permettendo così all’operatore di
condurre in porto l’intervento progettato. Questo modello comporta spesso una colpevolizzazione della
famiglia. L’ambiente familiare non viene cioè considerato soltanto carente o inadeguato a fornire le giuste
risposte ai bisogni dell’individuo, e pertanto l’operatore interviene per neutralizzare la famiglia,
proponendosi come interlocutore alternativo ad essa per affrontare e risolvere i problemi dell’utente. Nel
modello della ‘’sostituzione’’, la valutazione di inadeguatezza della famiglia costituisce una sanzione senza
possibilità di appello e fra i problemi presentati dalla famiglia e quelli presentati dall’utente si opera la
scelta di risolvere i problemi dell’utente a scapito di quelli della famiglia, senza interrogarsi su che cosa
implichi e per l’uno e per l’altra introdurre questa frattura nella relazione che li lega.
Le differenze dei modelli fin qui descritti possono essere ricondotte ai diversi modi in cui la famiglia viene
rappresentata in ciascuno di essi: in un caso essa è considerata inesistente, nel secondo ininfluente, nel
terzo risorsa da utilizzare e nell’ultimo agente inadeguato (o perfino dannoso) da contrastare. Nessuno di
essi prevede l’ipotesi che l’operatore sia una ‘’parte’’ costitutiva del più ampio sistema di relazioni entro il
quale interviene, e che l’intervento da lui condotto possa avere effetti che vanno oltre l’individuo. Ma nei
rapporti interpersonali e sociali, ogni persona porta se stessa con tutti i suoi legami significativi.
Conseguentemente, qualsiasi intervento dei servizi produrrà degli effetti sulla persona e avrà implicazione
sui suoi legami. Un operatore è in grado di cogliere il senso di evento che il proprio agire acquista nella
transizione familiare nel momento in cui adotta un modello che abbia nella interdipendenza dei contesti
interattivi il suo principio organizzativo. Un modello cioè che metta in evidenza la natura triadica e circolare
dei processi che si originano con l’attuazione dell’intervento da parte di un servizio. Il modello co-evolutivo
non riguarda tanto il livello tecnico dell’intervento, quanto quello relazionale. La consapevolezza che una
prestazione fornita ad un individuo si configura come un evento nella storia della famiglia implica che
l’operatore assuma un punto di vista che gli permette di cogliere il ruolo attivo svolto dalle famiglie nella
determinazione dei processi di intervento e di vedere se stesso mentre partecipa alla costruzione della
relazione con gli altri. Implica che da una concezione istruttiva dell’intervento si passi a una concezione
socio-costruzionista.
Cpt. 7) Dall’intervento sulle famiglie all’intervento con le famiglie: un percorso epistemologico.
Modelli di azione degli operatori dei servizi
La riflessione sulla validità dei modelli teorico-tecnici di riferimento ha da sempre occupato uno spazio
rilevante in ogni ambito operativo. Recentemente, però, tale riflessione è venuta assumendo una
caratterizzazione più propriamente epistemologica: oggetto di analisi e discussione non sono più soltanto
l’efficacia o la coerenza teorica dei modelli di riferimento, ma le premesse stesse in base alle quali i modelli
vengono formulati. La prospettiva che considera l’utente un meccanismo da aggiustare, un vuoto da
colmare o un bisognoso da assistere è stata tendenzialmente superata in favore di modelli fondati sulla
persona e sulle sue risorse. Ma c’è un’ulteriore e più specifica distinzione che permette di analizzare i
modelli operativi dal punto di vista delle premesse epistemologiche in base alle quali viene
concettualizzata, non tanto la figura dell’utente, quanto l’azione dell’operatore in rapporto all’utente. In
questa ottica si possono distinguere due prospettive: quella istruttiva e quella socio-costruzionista.
La prospettiva istruttiva si fonda su un’idea di controllo unilaterale dell’intervento e comporta un approccio
‘’strategico’’. L’operatore ricorre al contenitore delle proprie teorie di riferimento o sistema di conoscenze
per l’analisi dell’utente o della situazione su cui è chiamato ad intervenire, e opera utilizzando la
strumentazione tecnica che tale contenitore gli mette a disposizione. Questa concezione dell’azione
dell’operatore è trasversale ai vari ambiti operativi e ai vari approcci teorici. Il modello istruttivo
dell’intervento, nelle sue versioni, sociale, medica e pedagogica, è caratterizzato dalle seguenti idee
implicite:
•
•
•
L’utente, sia esso un singolo individui o un gruppo familiare, è, in ultima analisi, oggetto
dell’intervento, che è concepito come unilateralmente pilotato e controllato dall’operatore
L’azione dell’operatore è identificata con l’applicazione di teorie, l’attuazione di protocolli e
l’utilizzazione di strumenti
L’esito e l’efficacia di un intervento è funzione della correttezza con cui un operatore mette in atto i
modelli tecnico-scientifici di riferimento
Partendo da questi presupposti, la conduzione degli interventi si configura come un percorso unidirezionale
che prevede:
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La rilevazione della richiesta dell’utente
L’analisi della situazione o la ‘’diagnosi’’ del bisogno
L’attuazione di una prestazione attraverso l’utilizzazione di strumenti tecnici, di cui è stata
precedentemente verificata la validità scientifica e l’efficacia
La possibilità che un modello tecnico correttamente applicato produca sia effetti benefici sia effetti dannosi
suggerisce che le variabili incidenti sulla determinazione del risultato di un intervento sono da ricercarsi
anche al di fuori della validità di un modello e della sua corretta applicazione.
Le relazioni interpersonali e i rapporti fra individui o gruppi di individui e ambiente sono mediati dall’attività
simbolica dei soggetti coinvolti, la quale è a sua volta influenzata dalle interazioni a cui i soggetti stessi
partecipano e dalle appartenenze sociali che li caratterizzano, ciò aiuta ad instaurare un ruolo attivo che le
famiglie svolgono nella strutturazione delle loro relazione interne ed esterne. Affermare che le famiglie
sono attive nella strutturazione dei loro rapporti nell’ambiente e con l’ambiente significa riconoscere che
esse sono costantemente impegnate in un’attività di attribuzione di senso a ciò che le circonda, incluso
l’operato di ricercatori, educatori, terapisti, assistenti sociali e tecnici di vario genere con cui entrano in
contatto. Se per gli operatori il significato dei propri comportamenti è da ricercarsi nei modelli esplicativi di
riferimento, per gli utenti il significato dei comportamenti dell’operatore sarò funzione dei propri sistemi di
rappresentazione, della propria storia e delle dinamiche relazionali a cui partecipano. Questo implica che il
modo in cui gli utenti risponderanno agli interventi degli operatori sarà a sua volta funzione dei significati
autonomamente attribuiti a tali interventi. I risultati della ricerca psico-sociale ci inducono a considerare
famiglie e operatori come co-attori nel processo di intervento. Se, dunque, ogni interlocutore agisce a
partire dai propri sistemi di rappresentazione, l’esito finale del processo non è tanto funzione dei singoli
sistemi di rappresentazione o dei comportamenti dei singoli individui, ma dei modi in cui questi si
coordinano nello svolgersi della dinamica interattiva. Gli ‘’effetti non voluti00 dell’interazione non si
identificano con gli ‘’effetti negativi o patologici’’. I processi interattivi producono esiti (positivi o negativi) al
di là di ogni controllo unilaterale da parte dei singoli partecipanti. Parlare di effetti non voluti implica
riconoscere la presenza di un doppio livello in ogni situazione relazionale. In un’interazione è cioè possibile
distinguere una dimensione strategica, connessa alle intenzioni e agli scopi a partire dai quali ogni
partecipante inizia un rapporto e agisce in esso, e una dimensione costruttiva, che riguarda invece la
costruzione di realtà sociali derivante dall’interazione attivata e alimentata dai partecipanti nel
perseguimento degli scopi che si sono prefissati. L’analisi che conduciamo non si deve limitare a prendere
in considerazione un solo punto di vista: solo quello dell’utente, solo quello dell’operatore, solo quello della
famiglia, o soltanto quello ‘’tecnico’’ dell’intervento, come se esso fosse oggettivo. È un pattern che diventa
visibile se riconosciamo sia l’autonomia dei punti di vista dei soggetti coinvolti sia il loro concorrere nella
costruzione di quella realtà interpersonale e sociale da cui emerge l’esito dell’intervento. La dedizione, le
tecniche e l’impegno degli operatori, osservati nel contesto della relazione operatore-utente, appaiono
come modalità attraverso le quali si realizza un intervento finalizzato a risolvere il problema presentato; ma
le stesse modalità, osservate nel contesto della relazione fra operatore e famiglia dell’utente, diventano
invece sanzione, convalida o amplificazione della ‘’incapacità’’, ‘’inadeguatezza’’, ‘’cattiveria’’ della famiglia,
creando difficoltà allo stesso utente. Sarebbe tuttavia riduttivo considerare il senso di inadeguatezza
espresso dai familiari degli utenti come un effetto dell’intervento degli operatori. Questa spiegazione
lineare e deterministica potrebbe portare a semplificazione e a indebite generalizzazioni. Gli interventi delle
agenzie sociali, volti a facilitare, sostenere, curare, controllare o mediare, attivano processi attraversi i quali
i soggetti coinvolti (ognuno con la propria storia, le proprie appartenenze, i propri sistemi di credenze e
rappresentazioni) negoziano il senso delle relazioni reciproche e della propria identità (di genitore, di uomo,
di donna, di operatore, di figlio, di membro della comunità) in esse. È da questa costruzione intersoggettiva
che emerge processualmente l’esito dell’intervento.
Forme di interazione fra operatori e famiglie
L’operatore conduce il proprio intervento prescindendo dalla considerazione del processo di costruzione di
realtà sociali che è implicato in esso, non ‘’vede’’ come le strategie di aiuto o di cura messe in atto possono
contribuire a creare delle condizioni che impediscono la realizzazione dell’aiuto o della cura. Dalla
letteratura è possibile estrarre alcune forme di dinamiche interattive che gli operatori contribuiscono a
strutturare e che tendono a verificare gli effetti che vorrebbero produrre con il loro comportamento.
Ogniqualvolta un operatore si fa carico del bisogno del singolo utente senza considerare il contesto
relazionale all’interno del quale tale bisogno di esprime, corre il rischio di mettere in atto comportamenti
che per l’utente potrebbero costituire una soluzione dei problemi, a scapito però di alcuni legami
significativi che esso vive nel contesto di appartenenza. Si attiva così una situazione relazionale all’interno
della quale nessuno può stabilire ‘’un’alleanza’’ (un legame) con un altro significativo senza che questa
comporti contemporaneamente una ‘’controalleanza’’ (un legame ‘’negativo’’) con altre persone
altrettanto significative. Si struttura cioè una dinamica conflittuale tra due diverse ‘’lealtà’’ che le ricerche
condotte sulle interazioni familiari ci descrivono come disfunzionale rispetto alla evoluzione sia dei singoli
che del gruppo. Si viene a creare, insomma, un contesto di aiuto in cui l’aiuto non può realizzarsi.
L’analisi del sistema di appartenenza dell’utente è tanto più importante se si considera la possibilità che
tale sistema sia caratterizzato da dinamiche disfunzionali preesistenti all’incontro dell’utente con le agenzie
sociali. In questi casi un operatore può diventare, attraverso il proprio intervento, un inconsapevole
elemento di stabilizzazione o perfino di amplificazione di quelle dinamiche. Anche quando il motivo per cui
un utente entra in contatto con un operatore delle agenzie sociale non risiede in particolari dinamiche
relazionali, l’utente è ugualmente immerso in qualche dinamica relazionale, rispetto alla quale l’intervento
dell’operatore assume un certo significato. Se tali dinamiche hanno carattere disfunzionale, l’operatore
attraverso il proprio intervento può contribuire ad amplificarle. Di fronte all’evocazione di dinamiche
disfunzionali o di sintomi psicosomatici, vengono solitamente alzati scudi protettivi: si invocano interventi
specialistici che non possono essere condotti se non da esperti di psicoterapia. È indubbio che le famiglie
paralizzate da dinamiche disfunzionali hanno bisogno di interventi specialistici e mirati che le aiutino a
superare l’impasse in cui si trovano. Questa constatazione non esclude però che un operatore chiamato in
causa per interventi di facilitazione o di sostegno debba prestare attenzione affinché la propria azione, pur
non essendo formalmente finalizzata a modificare le dinamiche disfunzionali, non contribuisca quanto
meno ad amplificarle o mantenerle.
Alcune persone si rivolgono alle agenzie sociali con un senso di totale inadeguatezza rispetto alla possibilità
di far fronte ai problemi che presentano. Sono solitamente persone che mancano di ‘’modelli di utilizzo
delle risorse’’ per non avere avuto la possibilità di acquisire strategie sociali adatte ai contesti in cui le
vicende della vita li hanno condotti. Per questi soggetti, la stessa formulazione della richiesta di aiuto può
costituire un problema, dal momento che essa rappresenta di per sé una strategia dipendente dal contesto.
Oppure, ancora, sono persone che per la storia personale e familiare in cui sono coinvolte hanno sviluppato
un’immagine di sé come di persone incompetenti a far fronte ai propri bisogni. Questi casi pongono gli
operatori al bivio fra un percorso che costruisce dipendenze e uno che costruisce autonomie. Rispetto a
questi casi diventa importante, per gli operatori, chiedersi quanto l’aiuto a risolvere un problema
contribuisca a mantenere le condizioni all’interno delle quali il problema emerge. Una relazione di aiuto che
e ricostruisce l’utente come ‘’incompetente’’, ‘’incapace’’, ‘’inadeguato’’, finisce col creare una situazione
paradossale tale per cui, proprio nel momento in cui l’utente è aiutato, si conferma lo stato di bisogno in
cui l’utente stesso versa, costruendo così una interazione non emancipativa e non evolutiva. La via di uscita
fra il rispondere alle esigenze continenti, mantenendo così le condizioni all’interno delle quali le esigenze si
originano, e la negazione dell’aiuto, venendo meno così a un preciso mandato istituzionale, sta nel
condurre l’intervento di aiuto in modo che esso costituisca contemporaneamente anche la competenza
della persona che viene aiutata. Bateson (1972) definisce ‘’errore epistemologico un errore che ha a che
vedere con il modo in cui l’operatore traccia i confini del proprio campo di osservazione e di competenza
pragmatica. Le forme della dinamica relazione che sono state sopra illustrate e i risultati che esse
producono non sono la conseguenza di una cattiva applicazione tecnica, ma della mancata considerazione
da parte dell’operatore/osservatore del contesto nel quale e attraverso il quale il proprio intervento
assume un significato per l’utente. Si tratta di risultati o di conseguenze che un operatore può evitare o
correggere, adottando la prospettiva della doppia descrizione.
Cpt.8) L’operatore nel sistema famiglie-servizi
Il modello della doppia descrizione
Quando gli operatori delle agenzie sociali sono consapevoli che la propria azione, nel gioco interattivo,
contribuisce a costruire relazioni, realtà o identità, al di là di ogni interazione individuale e al di là di ogni
previsione contenuta nel modello teorico-tecnico di riferimento? Assumere una prospettiva costruzionista
implica che l’operatore non si limiti ad osservare gli utenti ma apprenda anche ad osservare se stesso
mentre partecipa alla relazione con l’utente. È un metodo che suggerisce di assumere, nell’analisi del
processo di intervento, un punto di vista ‘’binoculare’’ che combini:
•
•
L’osservazione sull’utente e sulle sue relazioni significative
L’osservazione sulla relazione che si stabilisce fra l’operatore e l’utente, da un lato, e il suo sistema
di appartenenza, dall’altro
La combinazione di informazioni alla quale Bateson ha dato il nome di doppia descrizione, o anche metodo
del confronto del doppio o multiplo, è un metodo che si attua combinando le informazioni di genere
diverso o provenienti da sorgenti diverse. Adottando il metodo della doppia descrizione l’operatore riflette:
•
•
•
Sulle dinamiche relazionali in cui gli utenti sono coinvolti nel momento in cui entrano in contatto
con i servizi
Sulle proprie premesse, sulle proprie azioni e su come queste tendono a costruire la relazione con
l’altro
Sui significati che il proprio intervento assume nel contesto delle relazioni dell’utente
Il metodo della doppia descrizione comporta dunque una ridefinizione della competenza stessa degli
operatori delle agenzie sociali. Una competenza di secondo livello, che non consiste soltanto nell’applicare
tecniche o conoscenze, ma che viene esercitata nel momento in cui si riflette su quale tipo di connessioni e
di effetti vengono prodotti dall’uso di strumenti e dall’applicazione di tecniche e di conoscenze.
Tale competenza presuppone un operatore che:
•
•
•
Non dà soltanto risposte, ma contribuisce a costruire contesti interattivi all’interno dei quali gli
utenti possano trovare le risposte più adeguate alle proprie esigenze
Non afferma la sola propria competenza, ma partecipa alla costruzione di relazioni complesse
all’interno delle quali tutti i soggetti possano essere competenti
Non interviene sulle famiglie, ma opera con le famiglie, affinché esse possano trovare nel rapporto
coi servizi facilitazioni, sostegni, aiuti nell’assolvimento delle loro funzioni
La prospettiva della doppia descrizione non è una strategia più raffinata per prevedere, prefigurare,
controllare. Essa riconosce e assume come criterio metodologico quell’imprevedibilità che è riconducibile
alla natura costruttiva e sociale di ogni processo interattivo e anche di quello che emerge dall’incontro fra
un operatore dei servizi e un utente, sia esso individuo o gruppo familiare. La doppia descrizione è un
metodo che implica una concezione processuale dell’intervento. Una concezione in virtù della quale un
operatore, di fronte all’imprevisto, si interroga sul processo interattivo che egli stesso ha contribuito a
costruire e sull’opportunità di modificare i propri comportamenti. La natura intersoggettiva e costruttiva
dei processi implicati in ogni intervento messo in atto in favore delle famiglie dà vita ad un contesto
caratterizzato dall’imprevedibilità. In un’ottica istruttiva, gli effetti imprevisti sono considerati come
ostacolo alla realizzazione degli scopi e degli obiettivi prefissati. L’operatore che adotti questa prospettiva
agirà quindi per ridurli o per eliminarli. In un’ottica costruzionista-processuale, gli effetti imprevisti sono
invece considerati ineliminabili portati dell’interazione stessa. Da questo punto di vista, un operatore li
analizza e si confronta con essi.
L’operatore di fronte all’imprevisto
La conduzione lineare di un intervento derivante dall’adozione di una prospettiva istruttiva dell’azione,
consegue dei risultati positivi in molti casi. Il conseguimento di risultati positivi da parte di tali interventi
non implica affatto che il processo interattivo che si origina nel corso della conduzione dell’intervento non
abbia alcuna influenza nella determinazione dei risultati. I risultati degli interventi istruttivi sono
soddisfacenti quando tra operatori e utenti esistono dei presupposti spontaneamente condivisi di
competenza di entrambi e quando il significato attribuito all’intervento è altrettanto condiviso. Nella
maggior parte dei casi, cioè, la relazione che si stabilisce fra l’operatore e l’utente è percepita da entrambi
come un rapporto tra un fruitore e un fornitore di servizi. Ed è percepita come tale poiché entrambi
condividono più ampie e diffuse rappresentazioni sociali di quel che si intende per ‘’intervento’’. Tali
rappresentazioni sociali descrivono il rapporto fra utenti e operatori dei servizi come una relazione
complementare tra due parti che si adoperano per risolvere il problema di una di esse. L’interazione si
configura allora come un circuito armonioso in cui l’azione dell’uno conferma le attese dell’altro. Il mettere
a disposizione le proprie tecniche e i propri strumenti da parte dell’operatore si coniuga spontaneamente
con i presupposti dell’utente che ricerca un aspetto in grado di aiutarlo a far fronte alle proprie esigenze. Il
fatto che un intervento sia condotto all’interno di un contesto di significati condivisi favorisce un processo
di oggettivazione. Si tende cioè ad attribuire alle tecniche un’efficacia in sé e ad ignorare l’influenza che
proprio la condivisione dei significati, rimasta sullo sfondo di quanto comunemente percepita come ovvia,
ha sulla determinazione dell’esito dell’intervento. Non si deve cadere nell’equivoco di confondere la
consensualità con l’inesistenza del contesto intersoggettivo dell’intervento. Il metodo della doppia
descrizione si fa indispensabile ma ci dobbiamo attingere come risorsa a cui ricorrere:
•
•
•
Per riconoscere se il contesto di relazione attivato dall’intervento consente o meno di dare per
scontata la consensualità delle premesse di operatori, famiglie e utenti
Per affrontare consapevolmente i contesti nei quali tale consensualità appare problematica
Per riflettere, in generale, sull’intervento nel caso in cui questo denunci difficoltà di realizzazione
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