DISPENSA 1 - ECONOMIA INDUSTRIALE 1. I diversi concetti di concorrenza: da quella statica a quella dinamica L'economia neoclassica sviluppa in modo formale la metafora della "mano invisibile" di Adam Smith, secondo cui gli interessi dei singoli convergono verso l'interesse collettivo, ovvero il massimo benessere, attraverso il meccanismo impersonale della concorrenza. L'economia neoclassica è basata sul concetto di equilibrio. Il mercato di concorrenza perfetta garantisce l'ottima allocazione delle risorse e il coordinamento delle decisioni dei singoli attori atomistici è ottenuto attraverso i prezzi. In equilibrio tutte le imprese sono uguali e gli extra-profitti sono nulli (La remunerazione del capitale, o profitto normale, è pari al saggio d'interesse. Considerandola alla stregua di un costo, si parla di profitti pari a zero, ma in realtà sono i profitti sopra il saggio di interesse -gli extra-profitti- che in equilibrio sono nulli). Tale concezione ignora completamente il problema della conoscenza e dell'apprendimento. Infatti le imprese sono uguali proprio in quanto gli operatori hanno conoscenza perfetta di ogni cosa. Di fatto in concorrenza perfetta non sono molte le informazioni necessarie: basta conoscere i prezzi dei beni che si producono e quelli dei fattori (sia gli uni che gli altri supposti omogenei), in quanto altre informazioni sull'ambiente non servono, e le tecniche di produzione. Il fatto di conoscere le tecniche senza alcun problema è tuttavia un'ipotesi molto forte. Le conoscenze organizzative non hanno poi alcuno spazio, sono semplicemente ignorate, in quanto le imprese della concorrenza perfetta sono semplici funzioni di produzione, senza struttura organizzativa. In questo mondo nessuno si cura di quello che fanno gli altri e ciascuno si limita ad applicare l'algoritmo (noto) che consente di massimizzare i profitti. E' chiaro che ogni impresa di un certo settore disponendo delle stesse informazioni, degli stessi fattori di produzione e delle stesse tecniche di produzione delle altre imprese ed applicando lo stesso algoritmo (p = cm, prezzo uguale a costo marginale) non può che essere uguale alle altre. Per primi gli economisti di scuola austriaca (soprattutto grazie a von Hayek) fecero un passo avanti rispetto a tale approccio, proponendo un'immagine diversa della competizione, come processo di selezione nel quale emergono le tecnologie, i comportamenti, le forme organizzative migliori, che non sono note a priori, ma che gli agenti devono scoprire e apprendere. Gli individui hanno limiti conoscitivi e sviluppano competenze, abilità e esperienze che sono specifiche e personali ("idiosincratiche"), e il ruolo delle istituzioni, quali il mercato, è proprio quello di rendere possibile l'interazione tra le diverse competenze e conoscenze. I segnali del mercato spingono gli individui a cercare solo le conoscenze rilevanti (senza svolgere indagini a tappeto). Tali segnali sono trasmessi attraverso i prezzi, che evidenziano l'esistenza di diseguaglianze nel modo di produrre i beni. Si supponga che il sistema economico si trovi in una configurazione di equilibrio e di costanza dei prezzi, delle tecnologie e dei gusti; se ad un tratto nel mercato di un determinato bene compaiono dei venditori che lo offrono ad un prezzo più basso del normale, poiché sono in grado di produrre quel bene in modo più efficiente, i compratori tenderanno a rivolgersi a loro. I produttori che non hanno scoperto il nuovo modo di produrre vedranno ridurre i propri profitti, o addirittura conseguiranno delle perdite. Ciò costituisce per loro un segnale molto preciso ed esercita una forte pressione ad adeguarsi rapidamente ai nuovi modi di produrre. 1 L'accento è qui posto sul processo di aggiustamento che implica l'applicazione di conoscenze nuove, piuttosto che sull'equilibrio Pareto-ottimale. Joseph Schumpeter espande ulteriormente questo punto di vista. Secondo Schumpeter la virtù del sistema di mercato non è l'efficienza statica (allocativa e produttiva), ma l'innovazione, ovvero l'efficienza dinamica. Egli afferma che: "Nella realtà del sistema capitalista non è la concorrenza di prezzo che conta, ma la concorrenza da parte di nuovi beni, nuove tecnologie, nuove fonti di offerta, nuovi tipi di organizzazione. Si tratta di una concorrenza che comporta vantaggi di costo o di qualità decisivi, che non colpiscono al margine dei profitti e degli output delle imprese esistenti, ma alle fondamenta delle loro possibilità di vita". Il capitalismo non è mosso da consumatori che scelgono al margine tra prodotti preesistenti in modo da uguagliare i rapporti tra le utilità marginali ai rapporti tra prezzi parametrici o da imprenditori coordinatori di fattori omogenei, ma dalle pressioni della "distruzione creatrice": un "processo di mutamento industriale che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall'interno, incessantemente distruggendo quella vecchia e creandone una nuova. Il processo di distruzione creatrice è il fatto essenziale del capitalismo". L'innovazione secondo S. implica la costruzione di nuovi impianti, da parte per lo più di nuove imprese ed è associata alla leadership di uomini nuovi. I nuovi prodotti possono dar vita anche a nuovi settori industriali. E' quindi molto più importante il processo di creazione del nuovo rispetto all'amministrazione dell'esistente, di cui si occupa la teoria economica tradizionale. Per capire come il capitalismo crea nuove strutture industriali l'impresa deve essere vista come un agente del cambiamento e l'imprenditore come la fonte di nuove idee. Nella prospettiva di S., l'imprenditore è una figura cruciale - l'originatore e il realizzatore di nuove idee -. La sua funzione non è quella di massimizzare i profitti sostituendo al margine tra fattori di produzione omogenei nell'ambito della produzione di prodotti dati e noti. La sua funzione è quella di rivoluzionare i metodi produttivi e le forme organizzative esistenti e di introdurre nuovi prodotti con la creazione di nuove imprese. 2. Dalla concorrenza perfetta alla concorrenza imperfetta Poniamoci ora questa domanda: se i rendimenti crescenti e le barriere all'entrata e all'uscita sono significativi e quindi i produttori sono pochi (oligopolio), ne consegue che i meccanismi di mercato non funzionano più? La risposta è: dipende. In molti mercati, soprattutto se sono aperti alla concorrenza internazionale, la competizione – intesa come processo in cui le imprese “combattono” le une contro le altre per conquistare quote di mercato - continua a manifestarsi, anche se si tratta di competizione entro mercati oligopolistici. La concorrenza in tal senso viene vista non come una struttura di mercato (una situazione in cui si confrontano numerosissimi attori atomistici) ma come un comportamento delle imprese che, sentendosi in una situazione di rivalità, si fanno concorrenza. Gli oligopolisti possono farsi una concorrenza perfino spietata, percependo la 2 propria sopravvivenza come alternativa a quella delle imprese rivali. In effetti oggi in molti settori, caratterizzati da strutture di oligopolio più o meno allargato, la concorrenza è asprissima. In altri casi il numero ristretto di attori può condurre a fenomeni di collusione. Nella storia è successo che, con le imprese, anche i mercati sono cresciuti. Si è passati dai mercati locali a quelli nazionali (grazie all'introduzione della ferrovia, del telefono e del telegrafo alla fine dell'Ottocento, epoca della seconda rivoluzione industriale) e oggi sempre più la competizione si svolge a livello di mercati mondiali (unificati anche dai nuovi sistemi di telecomunicazione). Se fino ad oggi l’aumento dell’estensione dei mercati e l’internazionalizzazione della concorrenza hanno più che compensato processi di concentrazione, soprattutto dovuti a fusioni e acquisizioni tra imprese (si pensi al settore dell’auto), non è detto che in futuro sia sempre così. Cominciano infatti a manifestarsi casi di monopoli mondiali in settori cruciali, come quello del software. 3. Il mercato come meccanismo di incentivazione e di selezione in condizione di concorrenza imperfetta di tipo dinamico Il mercato può essere definito come il luogo in cui avviene il confronto tra attori che competono in senso dinamico, ossia attori che cercano di emergere attraverso l’offerta di prodotti sempre migliori nel tempo e migliori di quelli dei concorrenti. In altre parole, il mercato è il luogo in cui avviene la distribuzione di premi (alti profitti e maggiori quote di mercato) ai più bravi e di punizioni (bassi profitti o perdite, riduzione delle quote di mercato) ai più deboli. La più forte punizione è il fallimento, che comporta l’abbandono dell’arena competitiva. Il mercato quindi è un meccanismo di incentivazione e di selezione, che porta allo sviluppo dei migliori e a continui aumenti di produttività e creazione di nuovi prodotti. L’innovazione è fondamentale per il successo competitivo e deve essere posta al centro dell’analisi. Infatti la rivalità tra imprese si esplica, oltre che con i prezzi, con la promozione e l'introduzione di nuovi prodotti. Di fatto l'efficienza dinamica, ovvero la capacità di un sistema economico di generare innovazioni, si è rivelata immensamente più importante dell'efficienza statica allocativa, che rappresenta il principale punto di riferimento dell'economia ortodossa. Si noti inoltre che l’imperfezione della concorrenza è necessaria per consentire l'appropriazione dei profitti da innovazione e quindi per stimolare il progresso tecnologico, che è alla base dello straordinario aumento del benessere che si è verificato a partire dalla prima rivoluzione industriale (all'epoca della nascita dell'industria tessile in Inghilterra alla fine del Settecento). Le imprese che si fanno dunque concorrenza entro la cornice di mercati non perfettamente concorrenziali sono permanentemente diverse le une dalle altre. L'equilibrio in cui tutte sono uguali è del tutto inconcepibile, proprio perché ogni impresa incorpora conoscenze specifiche idiosincratiche ed è il risultato di una storia passata che la differenzia da tutte le altre. Gli extraprofitti (chiamiamoli profitti o, più correttamente, quasi-rendite) sono pure la norma e derivano proprio dal fatto che le imprese sono "più o meno brave", sia nel senso di più o meno capaci di 3 svolgere efficientemente le attività tradizionali, che in quello di più o meno abili ad occupare aree di mercato in rapida crescita. I prezzi, in quanto non siano uguali tra le imprese della stessa industria, sono segnali per la scoperta del nuovo (alla von Hayek). Ma al tempo stesso i prezzi medi vigenti in una certa fase in una certa industria, in quanto consentono profitti più o meno elevati, sono anche segnali dei 'bisogni' dei consumatori e quindi (come vuole la visione neoclassica) regolano il coordinamento spontaneo e non pianificato delle attività economiche. Il problema è quello di impedire che il meccanismo concorrenziale venga inceppato dall'esistenza di posizioni dominanti o di comportamenti collusivi tra imprese finalizzati ad ottenere profitti elevati attraverso gli accordi e il potere di mercato, invece che attraverso la dimostrazione da parte di ogni impresa delle proprie capacità specifiche. Per questa ragione in ogni paese e a livello di Unione Europea esistono leggi antitrust e autorità demandate alla loro applicazione. 4