Fiaba e realtà in “Prospero”. Intervista a Luca Lombardi

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Fiaba e realtà in “Prospero”. Intervista a Luca Lombardi
a cura di Gabriele Becheri
Ho incontrato Luca Lombardi nella hall dell’albergo che lo ospita da una decina di giorni,
per seguire le prove di “Prospero”, la sua ultima opera su libretto scritto a quattro mani con
Friedrich Christian Delius, da “The Tempest” di William Shakespeare. L’opera è stata per
la prima volta rappresentata allo Staatstheater di Norimberga, la sera del 15 aprile 2006, e
rimarrà in cartellone fino al 9 giugno. Il tempo di un caffè e il registratore è già in moto per
l’intervista.
Dopo “Faust. Un travestimento” e “Dmitri oder der Künstler und die Macht” è
andata ieri in scena la tua terza opera, “Prospero”. Un filo rosso sembra unire
questi lavori: il teatro come luogo di rappresentazione del potere. Sarà questo il
tema anche della tua prossima opera, “Il re nudo”?
«Anche se in modo non programmatico, le tre opere hanno a che fare con il potere. Nel
“Faust”, ovviamente, c’è il patto col diavolo, la possibilità di avere un controllo sulla realtà.
La seconda opera, “Dmitri”, già nel titolo esplicita il tema del rapporto tra artista e potere.
Nel “Prospero” l’omonimo protagonista, spodestato dal fratello e dal re di Napoli, cerca di
riconquistare il suo ducato. La quarta opera, “Il re nudo”, un’opera da camera per il Teatro
dell’Opera di Roma, tornerà sullo stesso tema. Evidentemente quello del potere è un
argomento che mi sta a cuore, forse perché ognuno di noi è imbrigliato in una struttura di
potere per l’intera vita. Tra l’altro mentre già stavo lavorando a “Prospero”, ho letto un
saggio di Harold Bloom in cui ipotizza che “The Tempest” sia una risposta di Shakespeare
al “Faust” di Marlowe. Prospero sarebbe una specie di anti-Faust, così come Ariel un antiMefistofele. Mi ha molto sorpreso d’essere tornato in un ambito vicino al “Faust”! Anche
da un punto di vista musicale le due opere sono collegate dall’uso di uno stile “plurale”,
tenuto però insieme da una “tinta” unitaria».
Il “Faust” ha talvolta i tratti di un collage. Nel “Prospero”, invece, domina una
maggiore uniformità espressiva e stilistica.
«Si, può darsi. In questi giorni qualcuno che non conosce il mio “Faust” mi ha detto che le
due opere devono essere necessariamente molto diverse, perché vent’anni fa non avrei
potuto scrivere con questo stile plurimo. Invece già al tempo del “Faust” avevo, per quanto
riguarda l’opera, lo stesso tipo d’estetica. Allora venni considerato un transfuga
dell’avanguardia, mentre oggi forse è più facile accettare questo tipo di linguaggio».
Il regista che ha curato l’allestimento di “Prospero” ha fatto una scelta precisa: tutti
i personaggi sono vestiti da clown, se s’escludono Ariel, Prospero, Miranda (che
comunque ha un costume che ricorda Arlecchino) e Ferdinando. Prospero, nel suo
frac nero, assomiglia ad un direttore d’orchestra o di un circo. Sei d’accordo con
queste scelte?
«La messa in scena e i costumi, ovviamente, non sono di mia competenza, però sono
rimasto anche io sorpreso quando ho visto per la prima volta i costumi da clown. Il clown
rimanda al circo. Io avrei invece accentuato la dimensione fiabesca della storia, ma allo
stesso tempo i rimandi a sentimenti molto concreti: la brama di potere, l’invidia, l’odio,
l’amore, la vendetta, il perdono. E poi c’è Prospero, che s’avvicina alla vecchiaia e quindi
alla morte».
Questo mette di nuovo in contatto “Prospero” e “Faust”…
«Si, anche se Faust è disperato. Ha bisogno del patto col diavolo per ringiovanirsi.
Prospero, invece, accetta la sua condizione, vuole riavere il suo Ducato, ma in realtà vuole
solo tornare in Italia e dedicare il resto della vita ai suoi amati libri».
Circa la musica di “Prospero”, sono stato in particolare attratto dagli elementi
orientaleggianti che riecheggiano nei dialoghi tra Ferdinando e Miranda. Ho
pensato all’origine napoletana di Ferdinando e al fatto che da Napoli provengono i
tuoi genitori. Questi elementi orientaleggianti hanno a che fare con le scale che tu
oramai utilizzi da anni?
«Si. Si tratta della “scala di Luca”. Diciamo innanzi tutto che ho accentuato il rapporto con
Napoli rispetto all’originale di Shakespeare. Mio padre, il filosofo Franco Lombardi, nato,
come del resto anche mia madre, a Napoli, aveva composto in gioventù delle canzoni
napoletane su testi di Salvatore Di Giacomo e una di queste canzoni viene citata nel
“Prospero”. Il particolare accento posto su Napoli dipende anche da questa scala, che
posso peraltro piegare ad accenti assai diversi. Inconsciamente “Prospero” si è configurato
come un omaggio a mio padre nel centenario della nascita, che cade proprio quest’anno. Ci
sono elementi autobiografici e privati nel “Prospero”, che comunque non hanno
importanza per l’ascoltatore».
Già nel “Faust”, però, c’è una citazione da una canzone di tuo padre. Forse non
sono importanti per l’ascoltatore, ma questi elementi tornano spesso nella tua
produzione. Circa invece gli elementi “consci” della tua scrittura: il “Faust” è
anche un tentativo di dare unità ad un materiale abbastanza eterogeneo. Nel
“Prospero” ti sei posto gli stessi intenti?
«Direi di si. Intanto Ariel (che sulla scena prende la forma di un quartetto di voci femminili,
n.d.c.) è sempre accompagnato dal flauto solista in scena (a Norimberga è Roberto
Fabbriciani) ed è caratterizzato da alcuni intervalli (terza, quinta, non necessariamente come
triade), utilizzati comunque con una certa libertà. Prospero è stato per me il personaggio
più difficile da rendere musicalmente, perché è il più complesso. Per questo ho utilizzato
diversi materiali: una serie dodecafonica, perché Prospero è un intellettuale, è un tipo
speculativo; poi alcuni accordi, gli “accordi di Prospero”; infine alcuni materiali più liberi. E
soprattutto c’è il violoncello solista come suo alter ego strumentale. Per Miranda ho
utilizzato una diversa caratterizzazione timbrica (l’oboe e l’oboe d’amore) nonché alcuni
accordi specifici. Caliban, invece, è caratterizzato dall’impiego della tonalità e,
timbricamente, dall’uso del fagotto e controfagotto e delle percussioni. Naturalmente i
personaggi hanno una loro evoluzione, ad esempio Miranda e Ferdinando tendono nel
corso dell’opera ad avvicinarsi da un punto di vista musicale».
Ferdinando è nella tua opera un mezzosoprano. L’isola di Prospero è frequentata
interamente da uomini, impegnati nella lotta per il potere. Miranda e Ferdinando
sono un po’ più defilati da questo punto di vista. È per questo che anche
Ferdinando è una donna?
«No. La scelta del mezzosoprano per Ferdinando dipende da diverse ragioni. Prima di tutto
Ferdinando è un ragazzo, non ancora uomo. Poi mi piaceva, dal punto di vista timbrico,
avvicinare Ferdinando e Miranda. È un avvicinamento anche linguistico: Miranda all’inizio
parla in tedesco e Ferdinando in italiano. Nonostante tutto si capiscono e, ad un certo
punto, si scambiano pure le lingue. Inoltre, mentre pensavo all’opera, ho ascoltato e
studiato l’“Idomeneo”, il cui figlio, Idamante, è un mezzosoprano. In Ferdinando c’è
quindi, se si vuole, anche un omaggio a Mozart!».
Un’ultima domanda, circa il plurilinguismo del libretto. L’idea di scrivere un testo
in quattro lingue (tedesco, inglese, italiano e napoletano) è tua o di Delius?
«È un’idea mia. Nell’isola di Prospero avviene un po’ quello che succede in Europa: le
persone parlano lingue diverse, ma cercano di capirsi. L’auspicio è che ci si capisca sempre
meglio, pur parlando lingue diverse e appartenendo a culture diverse».
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