1 - SIES Altiero Spinelli

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1. Cos'è la retorica. Cenni storici.
Il termine “retorica” deriva dal greco rhetoriké [téchne], che significa “arte del dire”.
Quando si parla di retorica ci si riferisce allo stesso tempo

alle pratiche discorsive, cioè i procedimenti organizzativi del discorso e le scelte
espressive dei parlanti;

alla disciplina che si occupa del discorso e delle norme che lo regolano.
Il termine ha però anche un'accezione negativa. Si legge infatti nel vocabolario
Zingarelli (2001) che in senso spregiativo “retorica” significa “modo di scrivere o di parlare
pieno di effetti esteriori o di ampollosità, ma privo di autentico impegno intellettuale e di
contenuto affettivo” (sinonimi: gonfiezza, prolissità, ridondanza). Retorica, dunque, come
vaniloquio, discorso pieno di artifici, di ornamenti, ma privo di sostanza, vuoto, se non
addirittura ingannevole.
Nell'antichità, invece, la retorica ebbe un ruolo importantissimo e fu tenuta in alta
considerazione. In particolare i Greci attribuirono una funzione fondamentale alla tecnica
comunicativa: il termine greco lógos, infatti, significa al tempo stesso “ragione, pensiero” e
“discorso”, a indicare la fiducia che la civiltà greca riponeva nella parola come
manifestazione del pensiero razionale.
L'uomo greco era convinto del fatto che la padronanza del linguaggio fosse uno
strumento molto potente che permetteva di conquistare la supremazia sugli altri; l'uomo
capace di esprimersi in modo logico, coerente, persuasivo, poteva riuscire infatti ad
ottenere il consenso altrui e quindi a indurre gli uomini ad assoggettarsi volontariamente
alle sue decisioni.
D'altra parte l'organizzazione stessa delle città-stato greche, in particolare di Atene,
dove esisteva una forma di democrazia diretta, richiedeva la capacità di parlare
efficacemente se si voleva partecipare attivamente alla vita pubblica: nelle assemblee si
svolgevano accesi dibattiti e nei tribunali le parti in causa dovevano pronunciare
personalmente i discorsi di accusa o di difesa, senza l'ausilio di avvocati. Esistevano
cittadini esperti di tecniche comunicative ai quali era possibile rivolgersi per ottenere
consigli o addirittura per farsi scrivere l'orazione da pronunciare in tribunale: costoro si
chiamavano logografi, ossia “scrittori di discorsi”.
Secondo Aristotele, fu proprio ad opera di professionisti di questo tipo che a metà del V
secolo a.C. nacque il primo trattato di retorica, che descriveva e regolava il discorso
1
giudiziario. Nel corso del V secolo si svilupparono, accanto all'oratoria giudiziaria, gli altri
due generi oratori, quello politico o deliberativo (discorsi che devono convincere oppure
dissuadere un'assemblea di tipo politico con poteri decisionali) e quello epidittico o
dimostrativo (discorsi celebrativi, come l'elogio, l'orazione funebre, il discorso
consolatorio).
Il discorso giudiziario era diviso in quattro parti:
 esordio, parte del discorso nella quale veniva definita la causa; aveva lo scopo di
introdurre la questione e rendere il pubblico “benevolo e attento”;
 narrazione, in cui i fatti venivano esposti; questa parte del discorso doveva
informare, ma, per essere efficace, doveva anche essere piacevole e interessante a
udirsi. A questo scopo si consigliava che essa possedesse 3 qualità: essere breve,
chiara, verosimile;
 argomentazione, cioè la presentazione delle prove addotte a sostegno di una tesi
e a confutazione della tesi avversaria;
 epilogo, ossia la conclusione del discorso, che si divide in 2 parti: la ricapitolazione
degli argomenti trattati e la mozione degli affetti o perorazione, cioè una chiusa che sia
atta a suscitare compassione;
 digressione, parte facoltativa che poteva essere inserita in un punto qualunque del
discorso e che consisteva in una temporanea deviazione dal tema principale del
dibattimento per trattare argomenti aggiuntivi ma sempre correlati alla questione da
esaminare.
Gli antichi manuali di retorica (Rhetorica ad Herennium) ripartivano l'arte del dire in
cinque sezioni, corrispondenti ad altrettante abilità richieste all'oratore:
 L'inventio, la capacità di trovare argomenti veri o verosimili per rendere una tesi
attendibile e convincere l'uditorio. Dal latino invenire, cioè “trovare”;
 La dispositio, la capacità di ordinare e distribuire correttamente ed efficacemente
gli argomenti nel discorso;
 L'elocutio, cioè lo stile, la capacità di scegliere e usare le parole e le frasi
opportune per esprimere nel modo migliore i contenuti dell'inventio: in questa parte
rientra l'analisi delle figure retoriche;
 La memoria, la capacità di memorizzare gli argomenti e la loro disposizione;
 La pronuntiatio, la capacità di parlare modulando in modo gradevole il tono di
voce; essa comprendeva non soltanto l'uso della voce ma anche la capacità di
usare una gestualità efficace (queste ultime due sezioni riguardano l'esecuzione
2
orale di discorsi scritti per essere recitati). L'oratore, insomma, doveva saper
parlare e muoversi come un vero attore.
I pregi dello stile oratorio, le virtutes elocutionis, erano: correttezza linguistica;
chiarezza; convenienza; ornamentazione per mezzo delle figure retoriche, che sono tutte
quelle espressioni che si allontanano da un uso della lingua in cui le parole designano
univocamente e direttamente le cose (Zingarelli 2001). Esse rendono il discorso più
efficace o più elegante o entrambe le cose, oppure servono a perseguire effetti di
attenuazione o enfatizzazione. Per esempio, se dico “Andrea non è brutto”, dico qualcosa
di più e di diverso da “Andrea è bello”. Questa frase contiene una litote, cioè una figura
che consiste nella negazione del contrario di ciò che si vuole affermare e che, in questo
caso, ottiene un effetto di attenuazione, ma informa l'ascoltatore del fatto che Andrea
probabilmente non è una gran bellezza, ma forse è “un tipo”, oppure possiede delle
attrattive anche se non risponde a comuni canoni di bellezza...
2. Anafora, epifora, allitterazione
ANAFORA o ITERAZIONE: l'iterazione di parole e strutture è presente in varie forme
nel linguaggio ed è oggetto di studio della linguistica come artificio retorico: la ripetizione,
attuata in modo consapevole e con precise intenzioni, infatti, produce effetti nel gioco
comunicativo. L’anafora consiste nella ripetizione di una o più parole all’inizio di frasi o
versi successivi. E' una figura dell'insistenza, tipica delle preghiere, delle invocazioni, degli
scongiuri, delle filastrocche, molto usata anche nel linguaggio politico, per ribadire un
pensiero e imprimerlo con più forza nella mente del ricevente.
“Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Vangelo secondo Matteo, 5,1 – Le
Beatitudini
Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
Per me si va nella città dolente
Beati i miti,
per me si va nell’etterno dolore
perché erediteranno la terra.
per me si va tra la perduta gente
Beati quelli che hanno fame e sete
della giustizia,
Dante, Inf., III
perché saranno saziati.
3
E’ presente in queste
pubblicità la figura retorica
dell’ANAFORA o ITERAZIONE:
vero legno,
vero amore.
Quale effetto vuole ottenere?
Quale discorso implicito cerca di
suggerire?
Per dimostrare alla vostra casa che l’amate,
dedicatele una porta basculante…
Come già detto, la retorica persegue il fine di rendere il linguaggio più potente, efficace,
di aumentarne l’impatto comunicativo, e anche di abbellirlo, renderlo più elegante. Essa è
presente in vari ambiti, tra i quali quello pubblicitario, che può essere considerato un tipo
particolare di comunicazione. In generale, infatti, la comunicazione si realizza in presenza
dei seguenti fattori:

messaggio

emittente (chi produce il messaggio)

destinatario o ricevente

argomento (ciò di cui si parla)

contesto (insieme di circostanze e situazioni ambientali nelle quali ha luogo l'atto
comunicativo)

codice (il sistema di comunicazione)

canale (mezzo attraverso il quale si trasmette il messaggio: aria, carta, cavo
telefonico, onde radio o elettromagnetiche...)
La comunicazione pubblicitaria, se si lascia da parte gli spot radiofonici, si avvale di due
codici differenti, quello del linguaggio verbale e quello del linguaggio non verbale,
figurativo: attua una costruzione retorica detta verbo-visiva.
Come ogni atto linguistico, la pubblicità è volta a raggiungere un fine, che è quello di
illustrare le caratteristiche di un prodotto o di un servizio per indurre potenziali consumatori
a sceglierlo. Essa dunque assolve principalmente due funzioni: quella informativa, poiché
offre notizie relative ad una merce/servizio, e quella persuasiva, poiché intende convincere
un consumatore ad acquistare.
Le sei funzioni della comunicazione individuate da Jacobson sono:
 funzione emotiva (espressione di sentimenti e giudizi)
 funzione informativa
 funzione conativa (far eseguire qualcosa a qualcuno)
 funzione fatica (attirare l'attenzione dell'interlocutore)
 funzione poetica (riguarda il modo in cui il messaggio è realizzato)
 funzione metalinguistica (definisce il codice, descrive le caratteristiche della lingua)
La funzione persuasiva naturalmente prevale su quella informativa ed agisce spesso
senza la piena consapevolezza del ricevente, il quale percepisce il messaggio in modo
non interamente cosciente: infatti, poiché riceviamo continuamente una gran mole di
informazioni, difficilmente possiamo prestare attenzione ai dettagli di ogni stimolo
comunicativo, che, quindi, può produrre effetti parzialmente inconsapevoli.
Un particolare tipo di pubblicità è quella sociale, che consiste nell’uso delle forme
comunicative consolidate della pubblicità (spot, affissioni, annunci stampa ecc.) per
veicolare contenuti diversi dalla valorizzazione del consumo, tema generale della
pubblicità commerciale. Essa si propone di promuovere comportamenti giudicati
socialmente utili e scoraggiarne altri ritenuti dannosi, oppure si prefigge di accrescere la
sensibilità delle persone su questioni di interesse generale:
EPIFORA: consiste nella ripetizione di una o più parole alla fine di enunciati o versi
successivi. Epifore sono anche le invocazioni (ora pro nobis) e le formule conclusive
(amen). Un esempio è la ripetizione finale del verbo “odo”, ai versi 2 e 4 de La pioggia nel
pineto.
ALLITTERAZIONE: è la ripetizione degli stessi fonemi in due o più parole vicine. Per
esempio nella pubblicità: Brrr…Brancamenta!; mangia la mela melinda!
Osserva le immagini seguenti e leggi i testi. Prova a rintracciare le figure retoriche
presenti e a spiegare che effetto producono nella comunicazione:
Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
G. D'Annunzio, La pioggia nel pineto (Alcyone)
In questo ultimo manifesto è presente un particolare tipo di ripetizione che si chiama
anadiplosi e consiste nel ripetere l'ultima parte di un segmento, sintattico o metrico, nella
prima parte del segmento successivo.
La storia siamo noi, nessuno si senta offeso,
siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo.
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.
La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare,
questo rumore che rompe il silenzio,
questo silenzio così duro da masticare.
E poi ti dicono "Tutti sono uguali,
tutti rubano alla stessa maniera".
Ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera.
Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone,
la storia entra dentro le stanze, le brucia,
la storia dà torto e dà ragione.
La storia siamo noi, siamo noi che scriviamo le lettere,
siamo noi che abbiamo tutto da vincere, tutto da perdere.
E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.
Quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare,
ed è per questo che la storia dà i brividi,
perchè nessuno la può fermare.
La storia siamo noi, siamo noi padri e figli,
siamo noi, bella ciao, che partiamo.
La storia non ha nascondigli,
la storia non passa la mano.
La storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano.
Francesco De Gregori, La storia siamo noi
 Quale messaggio secondo te vuol trasmettere questa canzone? Prova a dare
un'interpretazione del testo.
 Che funzione svolge nel testo la figura dell'anafora?
3. Similitudine, metafora, personificazione
La SIMILITUDINE consiste nel confrontare esseri animati e inanimati, atteggiamenti,
azioni, avvenimenti ecc., evidenziando la presenza di caratteri comuni, di una somiglianza:
in uno dei due termini del confronto si colgono aspetti somiglianti e paragonabili a quelli
dell'altro; è una figura basata sul ragionamento analogico. Il confronto può avvenire
all'interno di una certa classe (tra persone, tra oggetti, eventi e così via) oppure fra entità
che appartengono a classi diverse (per esempio un uomo paragonato a una forza della
natura o a un animale: “sei bella come il sole”). La similitudine può essere introdotta da un
solo operatore di paragone:
“La nostra vita passa come l'ombra di una nube/e si dissolve come nebbia/inseguita dai
raggi del sole” (Sapienza, 2, 4)
oppure da due operatori di paragone; sono celebri le similitudini dantesche:
“E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l'acqua perigliosa e guata,
così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.” (Inferno, I, 22-27)
E gira gira il mondo e gira il mondo e giro te
mi guardi e non rispondo perché risposta non c'è
nelle parole
bella come una mattina
d'acqua cristallina
come una finestra che mi illumina il cuscino
calda come il pane ombra sotto un pino
mentre t'allontani stai con me forever
lavoro tutto il giorno e tutto il giorno penso a te
e quando il pane sforno lo tengo caldo per te ...
chiara come un ABC
come un lunedì
di vacanza dopo un anno di lavoro
bella forte come un fiore
dolce di dolore
bella come il vento che t'ha fatto bella amore
gioia primitiva di saperti viva vita piena giorni e ore batticuore
pura dolce ma riposa
nuda come sposa
mentre t'allontani stai con me forever
bella come una mattina
d'acqua cristallina
come una finestra che mi illumina il cuscino
calda come il pane ombra sotto un pino
come un passaporto con la foto di un bambino
bella come un tondo
grande come il mondo
calda di scirocco e fresca come tramontana
tu come la fortuna tu così opportuna
mentre t'allontani stai con me forever
bella come un'armonia
come l'allegria
come la mia nonna in una foto da ragazza
come una poesia
o madonna mia
come la realtà che incontra la mia fantasia.
Bella !
(Jovanotti, Bella)
- Di cosa parla il testo?
- A cosa viene paragonata la donna?
- Sottolinea tutte le similitudini e spiegane almeno due che ti sembrano significative.
- Hai trovato altre figure retoriche? Quali?
METAFORA: il termine deriva dal greco metaphérein, che significa “trasportare”, e
consiste nella sostituzione di una parola propria con un’altra il cui senso letterale ha una
qualche somiglianza col senso letterale della parola sostituita. Si procede attraverso la
contrazione di un paragone, un'entità viene identificata con un'altra alla quale può essere
paragonata. Per esempio possiamo dire “capelli d’oro” per dire “capelli biondi”, cioè
“capelli biondi come l'oro”: in breve, è una similitudine senza il termine di paragone. L'uso
di metafore nel nostro parlare quotidiano è assai più frequente di quanto ci sembri.
Analizza il significato delle seguenti espressioni:
La bomba scoppiando ha fatto una vera strage. (bomba è qui nel suo significato
letterale di ordigno esplosivo).
Quel cantante è una bomba (bomba in questo caso è usato in senso metaforico, ad
indicare qualcosa di fortemente emozionante).
Giulio, quando lo attaccano, è un leone (è aggressivo e feroce come un leone)
Non sempre però è possibile definire una metafora come un paragone abbreviato. In
molte espressioni metaforiche è effettivamente implicito un paragone, tuttavia il
procedimento che permette di arrivare alla metafora non è semplicemente la soppressione
degli elementi che rendono esplicito il paragone:
“La vecchiaia è la sera della vita”
questo è un caso di metafora per analogia, basata sul rapporto fra quattro termini in
relazione tra loro, espresso dalla formula B:A = D:C:
La vecchiaia (B) è in rapporto con la vita (A) nello stesso modo in cui la sera (D) è in
rapporto con il giorno (C). Allora uno dei due termini B e D può essere soppresso e si può
dire che “la sera è la vecchiaia del giorno”, oppure che “la vecchiaia è la sera della vita”
“L'Amazzonia è il polmone del mondo”
la regione dell'Amazzonia (B) è in rapporto con il mondo (A) nello stesso modo in cui il
polmone (D) è in rapporto con l'organismo vivente (C). Il polmone nell'organismo è
l'organo che permette un continuo ricambio dell'ossigeno, quindi l'Amazzonia, con le sue
foreste, è per il mondo ciò che il polmone è per il corpo.
“Andrea è un pozzo di scienza”
Andrea (B) è in rapporto con la scienza (A) nello stesso modo in cui il pozzo (D) è in
rapporto con la dimensione della grandezza: si potrebbe dire che Andrea è tanto sapiente
quanto un pozzo è grande.
La pubblicità gioca sul significato letterale e metaforico del verbo “spremere”. Commenta
e spiega il testo e l’effetto della metafora che esso contiene.
- Analizza le seguenti espressioni del linguaggio quotidiano e la pubblicità che
segue:
Le bugie hanno le gambe corte; l'abisso dell'ignoranza; Con questa pagella a casa ci
sarà tempesta; Marco è un'aquila; il baratro della depressione
“Metti una tigre nel motore”
E FU LA NOTTE
E fu la notte la notte per noi
notte profonda sul nostro amore
e fu la fine di tutto per noi
resta il passato e niente di più
ma se ti dico "Non t'amo più"
sono sicuro di non dire il vero
e fu la notte la notte per noi
buio e silenzio son scesi su noi
e fu la notte la notte per noi
buio e silenzio son scesi su noi
Testo: Stanisci, De Andrè, Franchi

Di cosa parla il testo?

Quali figure retoriche sono presenti? Cosa esprimono?
PERSONIFICAZIONE: è una figura retorica che consiste nel raffigurare come persone
degli animali, degli esseri inanimati o entità astratte, come la gloria, la fama, la povertà.
E’ giù,
nel cortile,
la povera
fontana
malata;
che spasimo!
sentirla
tossire.
Tossisce,
tossisce,
un poco
si tace…
di nuovo
tossisce.
Mia povera
fontana,
il male
che hai
il cuore
mi preme.
(A. Palazzeschi, La fontana malata, 6-25)
O, tinta d'un lieve rossore,
casina che sorridi al sole!
(G. Pascoli, In viaggio, 31 – 32)
I cipressi che a Bòlgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardar.
Mi riconobbero, e "Ben torni omai"
Bisbigliaron vèr' me co 'l capo chino
"Perché non scendi? Perché non ristai?
Fresca è la sera e a te noto il cammino.
Oh sièditi a le nostre ombre odorate
Ove soffia dal mare il maestrale:
Ira non ti serbiam de le sassate
Tue d'una volta: oh non facean già male!
Nidi portiamo ancor di rusignoli:
Deh perché fuggi rapido così?
Le passere la sera intreccian voli
A noi d'intorno ancora. Oh resta qui!"
(G. Carducci, Davanti a San Guido”, 1-16)
- Che tipo di pubblicità sono queste?
- Cosa suggerisce l'uso della personificazione?
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