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Carla Faralli e Silvia Zullo (a cura di), Questioni di fine vita. Riflessioni
bioetiche al femminile, Bononia University Press, 2008, pp. 238.
Recensione a cura di Enrico Bertrand
Ispirato, come spiega Carla Faralli nella presentazione, dalla stessa idea che ha
portato alla pubblicazione dell’antologia Nuove maternità (Diabasis, 2005), con
la quale condivide il sottotitolo (Riflessioni bioetiche al femminile), anche
questo studio si muove nel campo della bioetica di orientamento femminista,
pur se su temi che le sono meno consueti. Se infatti l’ambito centrale e
principale della discussione femminista in bioetica è senz’altro quello legato
alla sfera riproduttiva, l’attenzione per l’incidenza delle tematiche di genere è
andata in tempi più recenti espandendosi ad altre aree del campo bioetico e
non solo. Tra queste un posto importante è senz’altro rivestito dalla condizione
del malato terminale e dalla questione del fine vita. Qui la discussione
femminista và reinterpretandosi e rinnovando i caratteri della propria
specificità anche al di là delle sole problematiche di genere, che anzi,
specialmente nella prima sezione, intitolata Eutanasia, diritto e società,
sembrano passare in secondo piano all’interno di un discorso più generale sulle
questioni connesse alla morte medicalmente assistita.
Un primo, necessario, inquadramento della questione e dei suoi elementi
essenziali, è offerta dal contributo di Helga Khuse (Eutanasia, pp. 25-36) che
una volta definiti i termini generali del problema, affronta brevemente alcuni
dei suoi aspetti più dibattuti. Prima di tutto il rapporto (anche sul piano
morale) fra azione ed omissione, tra accelerare la morte di un malato
terminale e il non impedirla; quindi la questione della natura, straordinaria o
meno, dei mezzi ai quali si sceglie di non fare ricorso per prolungare la vita; da
ultimo il ruolo della morte, che può essere quello di evento semplicemente
previsto o volontariamente ricercato.
Margaret P. Battin (Sicuro, legale, raro? Suicidio medicalmente assistito e
cambiamento culturale nel futuro. Una prospettiva femminista, pp. 37-56)
sviluppa la sua analisi sotto due differenti prospettive. La prima, più legata alla
discussione attuale, è incentrata sul problema del controllo del dolore e su
quello che l’autrice definisce un “fenomeno di sviluppo discrepante” (p. 41) tra
la capacità della medicina moderna di prolungare la vita e quella di controllare
il dolore. Sia coloro che contestano la ammissibilità della morte medicalmente
assistita, sia quanti rivendicano come un diritto questa possibilità, sono
fondamentalmente d’accordo sul “fatto che il paziente possa scegliere se
evitare il dolore e la sofferenza” (p. 39), per cui, la richiesta di un diritto alla
morte medicalmente assistita potrebbe in parte perdere di significato e “i
ricorsi al suicidio medicalmente assistito possono (potrebbero) diventare
sempre più rari e virtualmente scomparire se la capacità della medicina di
controllare il dolore raggiungerà finalmente lo stesso livello della sua capacità
di prolungare la vita.” (p. 42).
Vi è però un'altra prospettiva che viene sviluppata dalla Battin, ed è quella che,
in un ottica di lungo periodo, guarda agli atteggiamenti culturali nei confronti
del morire. Qui, attraverso l’analisi storica dei mutamenti già in atto, è
possibile ricercare i sintomi e avanzare ipotesi sul passaggio da “una cultura
che concepisce il morire essenzialmente come qualcosa che ci capita” ad “una
cultura che lo intende come qualcosa che noi mettiamo in atto” (p. 45). È a
questo proposito che l’autrice si interroga sulle possibili differenze tra donne e
uomini nel prendere le decisioni di fine vita che li riguardano, anche con
riferimento al momento (nella contingenza, oppure in modo anticipato) in cui
dette decisioni vengono assunte.
La domanda fondamentale su cui la Battin svolge la sua riflessione diviene così
se “ciò che stiamo sperimentando è soltanto una temporanea aberrazione
rispetto ai nostri modelli culturali inerenti al morire (…) funzionale allo sviluppo
discrepante di tecnologie per il prolungamento della vita e per il controllo del
dolore” o se invece “si tratta della prima ondata di profondi mutamenti da una
certa prospettiva della morte a un'altra con più autonomia e
autodeterminazione” (p. 53).
Facendo riferimento a Is There a Duty to Die? di John Hardwing – in cui il
filosofo statunitense parla di un vero e proprio dovere morale di porre fine alla
propria esistenza per quei malati terminali la cui esistenza venga a imporre
“pesi rilevanti (…) sulla famiglia o su chi si ama” (p. 58) – Christine Overall
(Limitare le risorse sanitarie in base all’età e il “dovere di morire”: una
valutazione, pp. 57-76) contesta l’esistenza di un qualsivoglia dovere di morire
e contestualizza la sua riflessione in una prospettiva di genere, evidenziando
tra l’altro il fatto che, in considerazione della maggior longevità delle donne, un
eventuale “dovere di morire” rischierebbe di trovare più frequente applicazione
nei loro confronti che in quelli degli uomini. Questa posizione si pone in netto
contrasto con un diverso orientamento, proposto dallo stesso Hardwig, ma non
solo, secondo cui un obbligo morale di morire in determinate circostanze
potrebbe costituire una parziale soluzione ai “cambiamenti potenziali nei doveri
morali delle donne generati dalla crescente longevità umana” (p. 61), giacché
nella nostra società la ripartizione del peso della cura degli anziani, soffre, di
fatto, di gravi disparità di genere.
Attraverso un attenta disamina di numerosi casi della giurisprudenza
statunitense Steven H. Miles e Alison August (Le corti, il genere e “il diritto di
morire”, pp. 77-102) riescono a dare ampia dimostrazione di come “il genere
influenza profondamente l’analisi giudiziaria nei casi di diritto di morire” (p.
98). Si evidenza una chiara propensione delle corti d’appello statali a
ingiungere la continuazione delle terapie di sostegno vitale con un incidenza
nettamente maggiore nel caso di pazienti di sesso femminile rispetto a quanto
accade per gli uomini. Mentre “il ragionamento giudiziario su uomini
gravemente malati e incapaci ammette la prova della preferenza da loro
espressa riguardo al tipo di trattamento (…), il ragionamento giudiziario sulle
donne definisce il ruolo dei professionisti sanitari nel prendere una decisione
sul trattamento” (p. 78) oppure affida tale giudizio alla famiglia; le corti
conservano la tendenza a considerare “prive di razionalità, emotive o
immature” (p. 84) le opinioni espresse da una donna e a non riconoscere a
queste la condizione di “agenti morali” in relazione alle scelte mediche che le
riguardano. Infine “gli uomini che dipendono da trattamenti di prolungamento
della vita sono considerati assoggettati a trattamenti medici aggressivi, le
donne sono invece considerate vulnerabili alla negligenza medica” (p. 85).
La seconda sezione, intitolata Bioetica di fine vita e differenza di genere, si
apre col contributo di Leslie Bender (Un’analisi femminista della morte
medicalmente assistita e dell’eutanasia attiva volontaria, pp. 103-134) che,
partendo dall’osservazione di alcuni casi di cronaca e di alcune situazioni
concrete, rivolge una critica femminista all’impostazione dominante sia in
ambito medico sia giuridico riguardo l’assistenza al morire. L’autrice,
circoscrivendo la sua analisi al caso “più semplice”, quello del paziente
competente, propone di “creare un ponte tra la nostra attuale etica fondata
sull’autonomia personale e un etica basata sulla cura” (p. 128). Secondo la
studiosa statunitense, queste due “etiche” sono infatti tra loro conciliabili, dato
che “l’autonomia (…) è un elemento fondamentale di un etica basata sulla
cura”; infatti, “le differenze sono nelle fonti e nel significato dell’autonomia: in
un’etica basata sulla cura l’autonomia individuale è un processo alimentato in
una rete di relazioni e di responsabilità e non una condizione statica preesistente ad essi” (pp. 128-129). Il prendersi cura del malato e del morente
diviene quindi lo strumento per garantire l’effettività della sua autonomia; in
questo senso “il morire deve essere reinterpretato come processo sociale e
comunitario quale è (…), rivendicandolo, riumanizzandolo e riconsegnandolo al
morente e agli individui ai quali questa persona è legata” (p. 131).
La preoccupazione relativa alle possibili incidenze delle differenze di genere
sugli effetti di una legislazione che autorizzi i medici ad assistere e determinare
attivamente il processo del morire, è sviluppata nel contributo di Susan M.
Wolf (Genere, femminismo e morte: il suicidio medicalmente assistito e
l’eutanasia, pp. 135-182). Partendo dalla ricerca di “un’adeguata integrazione
dei diritti e della cura” (p. 143), l’autrice critica “l’argomento comune secondo
cui i diritti di autodeterminazione dei pazienti richiedono la legittimazione del
suicidio medicalmente assistito e dell’eutanasia” (pp. 142-143) e manifesta
fermamente una posizione “contraria alla legittimazione del suicidio
medicalmente assistito e dell’eutanasia” (p. 143). Secondo Wolf gli
atteggiamenti delle donne nei confronti della morte medicalmente assistita e la
condizione a partire dalla quale esse si rapportano con il fine vita sarebbero
fortemente influenzati da quella “equazione morale tra bontà e sacrificio di se”
che già Carol Gillian aveva indicato come una delle “convenzioni sulla
femminilità” (p. 148). La comprensione della scelta della donna passerebbe
così attraverso un'analisi del contesto socio culturale e personale in cui viene
compiuta anche con riferimento al tipo di relazione che intercorre col medico, il
cui atteggiamento nei confronti della paziente, d’altro canto, va anch’esso
valutato alla luce dei condizionamenti di genere.
Una replica alle argomentazioni della Wolf è offerta dagli ultimi due saggi,
quello di Diane Raymond (“Pratiche fatali”: un’analisi femminista del suicidio
medicalmente assistito e dell’eutanasia, pp. 183-218) e quello di Jennifer Parks
(Perché il genere è importante nel dibattito sull’eutanasia. Sulla capacità
decisionale delle donne e il rifiuto delle loro richieste di morte, pp. 219-236).
Raymond riesamina molti dei dati proposti da Wolf contestandone spesso
l’interpretazione e fornendo in alcuni casi altri elementi integrativi, capaci di
mutare il significato di quelli già analizzati. L’autrice approfondisce anche
l’analisi delle pratiche di assistenza attiva al morire, non solo dal punto di vista
della donna in quanto malato, ma anche nel diverso ruolo di professionista
sanitario o di prestatore di cure. Nell’analisi di Raymond, le differenze di
genere non vengono negate, ma riesaminate sotto una luce differente, ove la
donna, più che come potenziale vittima di arbitrari trattamenti terminali,
appare oggetto, nelle situazioni di fine vita, di un “sovra trattamento” sanitario
molto più frequentemente di quanto non accada per gli uomini. Inoltre, anche
sul piano teorico, “una totale proibizione dell’eutanasia (…) sembra incoerente
con il rifiuto femminista di un rigido assolutismo e con la sua attenzione per il
contesto e l’ambiguità” (p. 218).
Parks, ripercorrendo l’analisi di Wolf sulle motivazioni che spingono una donna
a chiedere l’eutanasia o il suicidio medicalmente assistito, ne ribalta in parte le
conclusioni, soffermandosi in particolare sul fatto che “le richieste di morte
delle donne possono venire trascurate, banalizzate e ignorate per le stesse
ragioni che, secondo Wolf, portano tali richieste a venire accolte con troppa
facilità. Proprio a causa dell’aspettativa che le donne siano altruiste, dimostrino
abnegazione ed elargiscano cure, la voce delle donne e la loro rivendicazione di
autonomia nel richiedere la morte possono venire dimenticate o fraintese” (p.
221).
Le possibili interpretazioni delle conseguenze che le differenze di genere
possono determinare con riferimento alle pratiche di morte medicalmente
assistita appaiono dunque assai varie e spesso nettamente incompatibili tra
loro, se non diametralmente opposte. Tuttavia, l’elemento che viene
unanimemente riconosciuto nel dibattito femminista è l’imprescindibile
rilevanza di dette differenze in una discussione sul fine vita.
Enrico Bertrand
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