uno sguardo per conoscere l`islam

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UNO SGUARDO PER CONOSCERE L’ISLAM
Padre Miguel Ayuso – direttore del PISAI (Pontificio Istituto Studi Arabi Islamici)
1. Introduzione: il dialogo come parte integrante della nostra missione.
Per iniziare questo convegno vorrei evocare un testo evangelico estratto dal vangelo di Luca (6, 1219) che fa riferimento all’elezione dei dodici apostoli da parte di Gesù e alla nostra missione. Il testo dice
così:
“ In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte
in orazione. 13 Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse
dodici, ai quali diede il nome di apostoli: 14 Simone, che chiamò anche Pietro,
Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, 15 Matteo,
Tommaso, Giacomo d`Alfeo, Simone soprannominato Zelota, 16 Giuda di
Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C`era gran folla di
suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme
e dal litorale di Tiro e di Sidone, 18 che erano venuti per ascoltarlo ed esser
guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti immondi,
venivano guariti. 19 Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una
forza che sanava tutti “.
In questo brano evangelico possiamo individuare tre parti esenziali: prima, la preghiera notturna di
Gesù sulla montagna; seconda, la chiamata dei dodici quando fu giorno; terza, l’attività di Gesù in un luogo
pianeggiante dove incontra la folla con i discepoli. Ognuna di queste parti ha un significato preciso e, per
questo, sono diventate un esempio e una norma per la missione della chiesa, come Gesù la vuole.
Nella prima parte, la preghiera appare come il primo ed essenziale elemento della missione, tanto
che è situata sulla montagna e avviene di notte, per indicare che la preghiera è implicitamente e
segretamente l’anima di tutta attività missionaria. Quindi, la formazione spirituale è essenziale alla nostra
missione, l’esperienza personale di Dio è il primo requisito per la nostra attività missionaria.
Nella seconda parte, viene presentata la chiamata dei dodici da parte di Gesù, desideroso di avere
una relazione speciale con loro. Questo avviene di mattino e mette in risalto l’importanza di una esperienza
personale con Gesù che ci aiuta a crescere umanamente con una formazione basata sull’amore, la
condivisione e il rispetto.
Nella terza parte, il brano evangelico racconta l’incontro con altri discepoli e con la folla. Questo
incontro risponde a due esigenze: la prima, parlare a coloro che sono venuti ad ascoltare a Gesù; la
seconda, curare le sofferenze fisiche e mentali di coloro che sono affetti da malattia. E questo avviene in
piena luce, si tratta cioè di una missione pubblica che diventa universale, come altri testi specificano (vedi
per esempio Mt 28, 18-20). Qui possiamo vedere la cura pastorale del prossimo.
Ora possiamo individuare gli orientamenti fondamentali del tipo di formazione che la chiesa,
seguendo l’esempio di Gesù, propone: la formazione spirituale, umana, intellettuale e pastorale.
E scorgiamo anche la missione concreta che dobbiamo svolgere nella nostra relazione con i credenti
di altre religioni, particolarmente quando ci troviamo a vivere come minoranza in mezzo ad una maggioranza
diversa. In questo caso, entra in gioco il principio paolino che richiama la necessità di adattarsi alle situazioni
concrete che il missionario incontra. Infatti, San Paolo, scrivendo ai Corinzi, dice:
“Mi sono fatto Giudeo con i Giudei… Con coloro che sono sotto la
legge sono diventato come uno che è sotto la legge… Con coloro che non
hanno legge sono diventato come uno che è senza legge… Mi sono fatto tutto
a tutti…”(1 Cor 9, 20-22).
Di conseguenza, un missionario vive a contatto con i musulmani, mentre rimane sempre cattolico
senza simulazioni o ambiguità, deve necessariamente essere sempre aperto all’incontro con loro nella vita
quotidiana. E questo incontro può avvenire a due livelli: interpersonale e istituzionale.
A livello interpersonale, l’incontro avviene attraverso uno scambio di vita in spirito di solidarietà
umana. Da qui l’importanza di imparare la lingua, i costumi, lo stile di vita, il modo di pensare e il modo di
credere dei musulmani.
A livello istituzionale, l’incontro implica che il missionario viva in una immersione culturale e religiosa
pazientemente elaborata. Questo può essere realizzato nell’osservanza delle seguenti tappe:
In primo luogo, la tappa del comprendere l’universo mentale, intellettuale e religioso dell’islam.
Questo richiede uno sforzo particolare di oggettività per comprendere l’altro. La grande virtù qui sta in una
onestà intellettuale rigorosa.
Poi, viene la tappa della stima e simpatia nei confronti dell’universo in cui il missionario entra e che
scopre poco a poco con disponibilità, adattamento e armonia. La grande virtù qui è quella dell’apertura,
dell’abbandono e della la disponibilità.
La tappa successiva, per il missionario, è la riscoperta della propria identità mentale, culturale e
religiosa che lo porterà, attraverso un’avventura permanente, ad essere più profondamente cosciente della
differenza dei nostri destini. La grande virtù qui sta nel riconoscimento dell’assolutamente lecito diritto alla
differenza.
Infine c’è la tappa della testimonianza. In questa tappa il missionario, conoscendo in modo
competente l’Islam, stimando con sincerità i musulmani ed essendo perfettamente cosciente della propria
identità, è capace di vivere questa doppia dimensione in un modo così ricco da diventare un testimone
qualificato e, consequentemente, capace di aiutare la sua comunità a stabilire una buona relazione di
amicizia con loro. La grande virtù qui è quella di una profonda generosità e apertura ad ogni esperienza di
vita autentica. E’ in questo contesto che lui scopre la libertà di esercitare il diritto e il dovere della missione,
senza nessun tipo di proselitismo.
In questo modo, il missionario che si interessa dell’avvento del Regno di Dio diventa un protagonista
e un promotore di dialogo, lavorando mano a mano con i credenti di altre religioni in uno spirito di pluralismo
religioso, condividendo con loro nel comune impegno di costruire un mondo migliore, come credenti di Un
solo Dio. Questo dialogo, come delineato dai documenti della Chiesa, sarà un dialogo di vita, di azione, di
scambio teologico e di sperienza religiosa.
Nel campo dell’esperienza religiosa, il missionario promuoverà ed esperimenterà la capacità di
vivere con spirito aperto e fraterno, condividendo le gioie e i dolori dell’altro; nel campo dell’azione comune,
egli collaborerà per uno sviluppo integrale e la liberazione di tutti, difendendo i diritti umani, lavorando
insieme per la giustizia e la pace ed educando la gente a questo per così risolvere assieme i grandi problemi
della società e del mondo; nel campo dello scambio teologico promuoverà l’approfondimento delle rispettive
eredità religiose e l’apprezzamento dei valori spirituali di ognuno; nel campo della esperienza religiosa,
infine, sarà sempre pronto a condividere le ricchezze spirituali delle differenti religioni.
2. Una breve descrizione dell’Islam
Durante queste ultime decadi, l’Islam è penetrato rofondamente nella coscienza occidentale e
mondiale, e ora occupa un posto rilevante nel contesto della “società planetaria” in cui oggi l’umanità vive.
Così l’Islam, che credevamo lontano tanto da poterlo ignorare e addirittura sottovalutare, ha fatto irruzione
nella nostra vita cotidiana. Per alcuni l’Islam è una realtà che fa paura al punto di considerarlo una minaccia;
per altri, invece, l’Islam affascina e attira per i suoi valori che riempiono il vuoto creato da un mondo
secolarizzato, basti pensare al numero di conversioni all’Islam, particolarmente tra i giovani. Perciò la via del
dialogo interreligioso e interculturale s’impone oggi come una parte integrante della nostra missione. Questa
è la realtà che richiede da noi uno sforzo particolare per conoscere l’Islam e incontrarsi con i suoi seguaci.
Perciò in questa prima parte della mia relazione, vorrei fare una breve presentazione della religione
Islamica in modo da facilitare le nostre riflessioni e scambi durante il convegno. Daremo innanzitutto un
breve sguardo al significato dell’Islam e alle sue fonti principali, per poi presentare il credo e il culto
musulmani, ed avere così una visione oggettiva dell’Islam in quanto religione monoteistica assieme al
giudaismo e al cristianesimo.
2.1. Definizione e fonti
“Islam” significa “sottomissione a Dio”, così il credente in Dio diventa muslim, cioè musulmano.
L’ideale del musulmano consiste essenzialmente nel vivere in una totale sottomissione a Dio, sia a livello
individuale, che comunitario.
Due sono le fonti principali della religione Islamica: il Corano e la Tradizione del Profeta Maometto. Il
Corano, che vuol dire ‘meditazione’ o ‘recitazione’ è redatto in lingua araba chiara e composto di 6.236
versetti raggruppati in 114 capitoli dai titoli significativi. Esso è considerato dai musulmani il Messaggio di
Dio trasmesso direttamente a Maometto nel corso della sua predicazione alla Mecca e a Medina.
Direttamente “rivelato” da Dio e “disceso” progressivamente dal cielo, il Corano ha come autore Dio solo e il
profeta Maometto ne è soltanto il trasmettitore, senza nessuna interferenza da parte sua. Per questo si tratta
di un miracolo permanente per sempre inimitabile. Imparato a memoria fin dall’infanzia e ricordato
constantemente dai molti mezzi di diffusione della cultura arabo-Islamica, il Corano costituisce, per i
musulmani, il primo sostegno della loro fede.
Questo sostegno va complementato con la venerazione a Maometto, l’ultimo dei modelli profetici
proposti dal Corano ai musulmani. Il testo coranico ricorda spesso a quest’ultimo inviato qual è la sua
missione: comunicare ciò che gli è stato rivelato dal suo Signore. Per compiere meglio questa missione,
Maometto viene fatto oggetto di privilegi singolari e di prescrizioni particolari in materia di culto, di diritto, di
statuto familiare e di comportamento personale. Per questo gli si concede piena autorità perché i credenti
ubbidiscano a Dio e ubbidiscano al Profeta. Così Maometto è divenuto un esempio eccellente, come dice il
Corano (33, 21). Così i suoi Compagni e i loro seguaci hanno usato una cura particolare nel raccogliere e
trasmettere i suoi gesti, le sue parole e i suoi silenzi, divenuti nel loro insieme le “sentenze profetiche”
(hadith), i detti e fatti che costituiscono ormai la Tradizione (Sunna).
Uno di questi hadith parla dell’angelo Gabriele che si reca un giorno ad interrogare Maometto sulla
sua fede, e ad insegnare a lui e ai suoi compagni che la religione (dîn) è formata dall’insieme di îmân, islâm
e ihsân, i quali vengono così definiti: îmân consiste ne credere; islâm consiste nell’osservare i cinque pilastri
della religione; e ihsân che consiste nel “ben agire”.
Nell’Islam possiamo individuare due elementi essenziali che riguardano il vivere del credente nella
totale “sottomissione a Dio”, sia nella dimensione individuale, sia in quella comunitaria. Il tutto
complementato dal ben agire (ihsân) che consiste nel servire Dio come se lo vedessimo, perché anche se
non lo vediamo, Lui ci vede.
L’aspetto individuale riguarda la fede del credente ed è contenuta nel dogma o credo musulmano
(al-‘aqîda), cioè negli articoli della fede (arkân al-îmân); mentre l’aspetto comunitario riguarda la pratica di
questa fede come comunità, quindi il culto (al-‘ibâda), cioè i cosidetti pilastri dell’Islam (arkân al-islâm).
2.2. Il credo musulmano
Per quanto riguarda il credo musulmano, la sequenza divenuta tradizionale nella teologia Islamica
comporta sei verità. Le prime cinque sono nel Corano (vedi Corano 4, 136): Dio, gli Angeli, i Profeti, le
Scritture e il Giudizio Finale, alle quali si aggiunge il qadar (cioè il problema dell’atto umano e della
predestinazione).
L’essenza del credere in Dio (Allâh) è per l’islam anzitutto la proclamazione di Dio come Uno e Unico
(tawhîd). La professione dell’unicità divina è per tutti i musulmani indistintamente il cardine di ogni credo e il
dogma imprescindibile della fede. Il peccato più grave consiste nell’associare qualcuno o qualcosa alla
signoria divina, attribuendo a Dio uno o più compagni.
Il concetto dell’unicità ha quindi condizionato tutto lo sviluppo della dogmatica, sempre tesa alla
salvaguardia dell’unicità divina e sospettosa verso ogni affermazione che sembrasse pregiudicarla,
mediando tra una lettura troppo letterale delle vivide e corpose descrizioni di Dio contenute nel Corano ed
una lettura, al contrario, completamente allegorica. Nelle sue varie forme la teologia ortodossa ha seguito la
stessa linea, combattendo con energia ogni antropomorfismo troppo letteralista.
Per i musulmani, nella loro vita quotidiana, Dio è soprattutto il Misericordioso, l’Unico, il
Trascendente e l’Onnipotente. Ma soprattutto Dio è Uno e Unico; il musulmano non smetterà di affermare
l’assoluta unicità di Dio, riprendendo le parole del Corano: “Nel nome di Dio, Clemente Misericordioso! Dì:
Egli, Dio, è Uno, Dio, l’Eterno. Non generò né fu generato e nessuno Gli è pari” (Corano 112, sura del culto
sincero).
Credere negli Angeli (malâ’ika) vuol dire affermare che essi esistono, “creati di luce” e composti di
materia “sottile”; invisibili agli uomini. Allo stesso modo esiste Satana, ed esistono i jinn o geni. La rilevanza
negli angeli è ribadita dallo stesso Corano, che più volte associa la fede in loro a quella in Dio e nei profeti, e
li descrive come intermediari fra Dio e gli uomini, che salgono e scendono dalla terra al cielo, e dotati di ali.
Nel Corano vengono specificamente nominati alcuni angeli: Gabriele, Michele e Mâlik, l’angelo
incaricato dell’inferno; ma il Corano s’interessa soprattutto delle funzioni degli angeli (infatti di molti è detta la
funzione ma non il nome).
Anzitutto, gli angeli, come tutte le creature, sono creati per servire e adorare Dio. Essi sono
soprattutto i messaggeri che Dio invia agli uomini per riferire i suoi ordini, e in particolare sono incaricati di
trasmettere la rivelazione. Questo, in particolare, è stato il ruolo di Gabriele che ha portato il Corano a
Maometto. Il ruolo principale degli angeli nei confronti degli uomini è quello di conservare e registrare i loro
atti, sia buoni che cattivi. Sono ricordati anche angeli guerrieri inviati da Dio per dare la vittoria ai credenti
contro i miscredenti.
Gli angeli intervengono soprattutto al momento della morte e nel giorno del Giudizio, quando
accoglieranno gli eletti in paradiso, mentre i condannati all’inferno saranno a loro volta accolti da Mâlik.
La tradizione ha arricchito di particolari la credenza negli angeli. Ricorda, ad esempio, che Munkar e
Nakîr sono i due angeli dell’interrogatorio della tomba; all’angelo della morte, incaricato di richiamare le
anime dai corpi di tutte le creature è dato il nome di Izrâ’îl, ed è rappresentato come di una grandezza
cosmica, con un piede su un seggio di luce ed un altro sul ponte fra il paradiso e l’inferno. All’angelo poi che
annuncerà con la sua tromba il giorno del Giudizio è dato il nome di Isrâfîl.
Per quanto riguarda i dèmoni, il Corano parla di dèmoni e del Demonio, identificato talvolta con il
Diavolo (Iblîs), l’angelo caduto perché si era rifiutato di prostrarsi dinnanzi al Adamo al momento della sua
creazione.
Infine, troviamo i geni (jinn), la cui credenza è caratteristica dell’Islam. Essi non necessariamente
malvagi, creati da Dio prima degli uomini, di fiamma pura, abitano la terra. Essi sono normalmente invisibili,
ma si possono talvolta mostrare agli esseri umani ed interferire nella loro vita. La religiosità popolare poi
svilupperà tutta una tradizione sull’esistenza e interventi dei geni presso i credenti.
Credere nei Libri e nelle Scritture (kutub) vuol dire affermare che Dio “ha fatto scendere” la Torah, il
Vangelo, i Salmi e il Corano. Tranne i Salmi, raccolta di preghiere affidata a Davide, gli altri libri portano una
legge nuova, rispettivamente ai Figli d’Israele, ai seguaci di Gesù ed ai musulmani, ma il Corano “abroga
tutti i libri celesti anteriori”, visto che questi sono stati anche alterati e manipolati di modo che né ebrei né
cristiani hanno più il testo autentico, originale. D’altra parte il Corano si impone per il suo linguaggio arabo
chiaro e per il carattere inimitabile della sua forma letteraria e del suo contenuto religioso. Questa natura
dell’inimitabilità del Corano sta per la maggior parte degli autori musulmani nella perfezione della sua forma
letteraria; per altri sta nella purezza del linguaggio; per altri anche nell’ordine del testo e la sua efficace
eloquenza; per altri infine, senza negare la bellezza formale, sta nel suo contenuto, comprese le sue dottrine
sociali e politiche.
Credere nei Profeti (anbiyâ’) o nei Messaggeri (rusul) significa riconoscere che Dio ha mandato agli
uomini messaggeri da Lui eletti, impeccabili e infallibili, per ammonire diversi popoli. Essi sono numerosi, da
Adamo e Abramo, fino a Gesù e Maometto, che è il “sigillo dei profeti”.
Secondo l’Islam, sin dagli inizi della storia umana Dio ha inviato un’ininterrotta serie di messaggeri
su questa terra. I nomi conosciuti sono per la maggior parte quelli della tradizione biblica ed evangelica,
benché l’Islam consideri profeti anche alcuni personaggi che non sono ritenuti tali nell’ebraismo e nel
cristianesimo. I più importanti sono Adamo, Abramo, Mosè, Davide e Gesù che, assieme a Maometto,
vengono generalmente inclusi nella speciale categoria degli inviati divini “dotati di ferma risoluzione” (C. 46,
35); ma ricorrenti sono anche i nomi di altri personaggi biblici o altri ignoti alla tradizione biblica.
L’Islam stabilisce naturalmente una gerarchia fra tutte queste figure. I messaggeri divini vengono
infatti suddivisi in due principali categorie, quella degli inviati (rusul) e quella dei profeti (anbiyâ’) in senso più
stretto. Alla prima categoria appartengono coloro la cui missione ha avuto un carattere più universale e che
hanno in genere apportato un libro sacro o istituito una religione nuova. I secondi sono invece quelli che si
sono limitati a ribadire il messaggio dei primi, senza modificarne integralmente i precetti o senza recare con
sé una nuova rivelazione scritta. Ogni inviato è di perciò stesso un Profeta, mentre non è vero il contrario.
Da risaltare che i profeti sono dotati di “impeccabilità” riguardo la fedeltà nel trasmettere il messaggio divino.
Fra tutti gli inviati, un posto di rilievo assoluto è ovviamente riservato a Maometto, che è considerato
come il “sigillo” dei messaggeri divini, colui che conclude una volta per tutte il ciclo della profezia, nel senso
che dopo di lui Dio non invierà più rivelazioni sino alla fine dei tempi.
Credere nell’Ultimo Giorno (yawm al-qiyâma) consiste nell’aspettare l’interrogatorio della tomba e poi
sperare nel Giudizio Universale che seguirà la risurrezione generale: ognuno sarà retribuito secondo i suoi
atti e le sue intenzioni; il “credente musulmano peccatore” si vede messo temporaneamente in uno status
particolare, perché per un musulmano non c’è inferno definitivo. Paradiso e inferno consistono
rispettivamente nel gioire di beni creati e, accidentalmente, nel “vedere” Dio “transitoriamente rivelato”,
oppure, nel caso opposto, nell’esserne privati.
Per i musulmani il concetto della felicità nella vita futura è un concetto essenzialmente umano, legato
alle gioie terrestri: il paradiso è descritto come un giardino, nel quale secondo la simbologia coranica, i
credenti, riccamente vestiti, saranno sistemati all’ombra su alti letti e potranno godere di acque correnti, di
frutti perenni, di un liquore che non inebria e di fanciulle dai bellissimi occhi. E’ tuttavia da ricordare che il
Corano definisce esplicitamente come un simbolo della beatitudine eterna: “assomiglia il Giardino promesso
ai timorati di Dio a qualcosa sotto la quale scorrono i fiumi, e i suoi frutti saranno eterni…” (C. 13, 35). Anche
l’inferno è descritto molto vividamente, con sette nomi diversi, di cui il più frequente è fuoco (nâr).
Credere nella Predestinazione (qadar) significa credere che tutti gli atti degli uomini si realizzano per
volontà dell’Omnipotente, per un decreto che Egli ha deciso nella pre-eternità e per la conoscenza che Lui
ne ha al momento della loro realizzazione. Gli uomini, da parte loro, “acquisiscono” l’atto che compiono.
L’insieme dei problemi che riguardano l’atto umano è designato nei credo coranici e tradizionali con una sola
parola: qadar. Nei manuali di teologia musulmana questi problemi sono affrontati sotto l’attributo della
Giustizia divina (al-‘adl).
2.3. Il culto musulmano
Il musulmano, sottolinea l’islamologo Maurice Borrmans 1 , con il suo “culto” (al-‘ibâda) intende
significare che egli si riconosce “servitore di Dio” (‘abd Allâh) e che risponde così al disegno primordiale del
Creatore che gli dice: “Non ho creato i jinn e gli uomini, se non perché essi Mi servissero” (C. 51, 56). Un
hadith precisa, per i credenti, che “l’Islam è stato edificato su cinque pilastri: testimoniare che non c’è altro
dio al di fuori di Dio e che Maometto è l’Inviato di Dio, compiere la preghiera rituale, pagare la decima,
digiunare nel mese di Ramadan e compiere il pellegrinaggio al Tempio sacro, appena se ne ha la
possibilità”. Tutti questi riti, chiamati i pilastri dell’Islam, hanno, come primo e ultimo fine, la gloria e la lode
del Dio unico, perché costituiscono la “migliore adorazione” e il “miglior servizio” di Colui che solo è degno di
essere il “Primo Servito”. I fatti testimoniano ovunque che la comunità musulmana è composta da un popolo
di uomini e di donne che, uniformemente, professano la fede, pregano, digiunano, fanno l’elemosina e
compiono il pellegrinaggio.
La professione di fede (shahâda) consiste nella confessione che Dio è Uno e che Maometto è
l’Inviato di Dio. Per questa professione si entra a formar parte della comunità dei credenti.
La preghiera rituale (salât) deve essere svolta cinque volte al giorno, secondo il ritmo dei momenti
importanti della giornata (alba, mezzogiorno, pomeriggio, tramonto e sera) dopo le abluzioni parziali o totali
(in funzione di uno stato di impurità minore o maggiore): la preghiera rituale è fatta di gesti e di parole molto
semplici, che esprimono la totale sottomissione del musulmano a Dio.
Il digiuno rituale (siyâm) dall’alba al tramonto, durante il mese di Ramadan, fa provare al credente la
fame, la sete e la continenza, come offerta fatta a Dio, durante un ritiro della comunità musulmana in cui si
moltiplicano le preghiere e le meditazioni notturne verso Colui che è Provvidenza.
L’elemosina legale (zakât) o “supererogatoria” (sadâqa) gli permette di ridistribuire una parte dei beni
acquisiti e di purificare così l’uso che egli fa del resto.
Il pellegrinaggio (hajj) alla Mecca, infine, lo riporta all’origine della sua fede e della sua storia,
conferisce alla sua esperienza religiosa dimensioni soprannazionali e, soprattutto, lo prepara e lo conduce
alla grazia della contrizione e del perdono, attraverso le tappe di una vera “conversione” a Dio.
Da sottolineare che ogni credente sa che questo culto deve essere sincero e compiuto in presenza
di Dio (ihsân), che, come dice un hadith, “consiste nel servire Dio come se tu Lo vedessi; poiché, se tu non
Lo vedi, Egli ti vede”. Così il musulmano è chiamato ad esprimere l’adorazione e l’azione di grazia con cuore
purificato e coscienza trasformata. Effettivamente il Corano condanna senza posa colui che traffica con Dio
per ipocrisia (nifâq) o vana ostentazione. Per questo ogni musulmano tende a scoprire i segreti disegni di
Dio interiorizzando i valori del suo culto.
2.4. Un Islam variopinto
Il musulmano è cosciente di appartenere alla “migliore comunità che sia stata creata per gli uomini”
(C. 3, 110), così si sente subito in dovere di essere solidale nella fede e nell’azione, ottenendo come
beneficio l’appartenenza alla umma, la comunità madre, che lo forma e lo nutre, lo impregna e lo ingloba, lo
sostiene e lo esalta: è la dimora dell’Islam (dâr al-islâm), che è anche dimora della giustizia e della pace,
società unitaria in cui tutti e ciascuno si sentono vicinissimi malgrado le differenze di razza, di lingua e di
civiltà.
Così i musulmani, oggi come in passato, sanno molto bene di appartenere alla Umma. Questo fatto
viene particolarmente esperimentato durante il pellegrinaggio alla Mecca: un insieme di razze, lingue e
civiltà. Pertanto, è importante saper scoprire nell’Islam il suo carattere variopinto e universale.
Da una parte, i musulmani arabi, minoritari nell’insieme islamico (ne costituiscono solo il 20%), ma
che occupano un posto centrale, geograficamente, culturalmente ed affettivamente.
Dall’altra i musulmani non-arabi, che sono perfettamente coscienti di rappresentare forme altrettanto
autentiche dell’Islam storico; tra questi, l’Islam indo-pakistano, i musulmani indonesiani, l’Islam delle
repubbliche ex-sovietiche asiatiche o caucasiche, l’Islam cinese, l’Islam iraniano, e quello turco, l’Islam
balcanico, l’Islam dell’Africa nera, l’Islam in Europa, ecc.
Dato questo mosaico, si capisce perché il rapporto dialogico con gli interlocutori musulmani sia
fortemente segnato dalle diversità nazionali e socio-culturali con tutte le sue sfumature, le quali, però,
vengono vissute nell’armonia di appartenenza alla umma.
Nella loro grande maggioranza (circa l’85%) i musulmani sono Sunniti e intendono, con questo,
riconoscere la legitima successione dei primi quattro califfi (Abû Bakr, ‘Umar, ‘Uthmân e ‘Alî): rigidamente
conformi al Corano a alla Tradizione (Sunna) del Profeta, benché appartenenti a diverse scuole giuridiche
(Hanafita, Malikita, Shafiita e Hanbalita).
1
Vedi M. BORRMANS, Orientamenti per un dialogo tra cristiani e musulmani, Urbaniana University Press, Roma
1991, pp. 86-87.
Gli Sciiti (circa il 10%) rappresentano una forma caratteristica dell’esperienza religiosa musulmana,
vissuta nella solidarietà più stretta con ‘Alî, cugino e genero di Maometto, e i successori legittimi (imâm) di
questo erede unico del carisma profetico del Fondatore dell’Islam. “Partigiani” di ‘Alî (è il senso stesso della
parola shî‘a, partito, da dove viene Sciismo), la maggior parte di essi sono convinti che i dodici imâm
abbiano guidato i destini della comunità musulmana e attendono il ritorno dell’imâm nascosto. Gli Sciiti
hanno avuto momenti di gloria storica (i Fatimidi in Egitto nel X e XI secolo), benché si ritrovino oggi divisi in
comunità minoritarie, anche se attive.
Infine, i Kharigiti (circa lo 0,50% dell’insieme islamico) che rappresentano in Oman, nello Zanzibar e
in qualche parte dell’Africa del Nord, un Islam rigoroso e colto, che trae origine dal rifiuto di ogni
compromesso con ‘Alî e i suoi avversari, convinti che solo il più pio dei musulmani sia degno di assicurare la
direzione della comunità.
Oltre a queste varietà principali dell’Islam “ortodosso”, dove Sunniti, Sciiti e Kharigiti sembrano
essere in disaccordo più sul modo di designazione e di successione dei capi della comunità Islamica che sui
punti essenziali del dogma, del culto e della morale, nei tempi moderni l’Islam viene vissuto in vari modi dai
credenti musulmani con una grandissima diversità di opinioni, di attitudini e di comportamenti; diversità che
influisce sulla possibilità ed i limiti del dialogo islamo-cristiano.
3. Conclusione
Per un vero incontro con i musulmani, dunque, dobbiamo tener presente che esiste una grande
varietà di credenti con caratteristiche alquanto diverse.
Possiamo trovare i musulmani degli ambienti popolari, che hanno in comune l’attenzione alle
pratiche tradizionali e ad una fede comunitaria in cui sono vissuti alcuni dei valori religiosi dell’uomo biblico.
Possiamo trovare i musulmani di cultura religiosa, testimoni di una lunga ricerca spirituale. Sono i
tradizionalisti e i riformisti. I tradizionalisti preferiscono esprimere la loro esperienza religiosa nel linguaggio
dei grandi maestri del pensiero musulmano classico, convinti che essa non debba tener conto, o quasi, delle
evoluzioni moderne fondatrici della critica testuale, delle scienze umane e della psicologia religiosa. I
riformisti, invece, più preoccupati di mostrare che l’Islam è conciliabile con la razionalità del mondo moderno
e quindi desiderosi di utilizzarne i metodi scientifici, tendono a fondere armonicamente fede e ragione alle
fonti principali del pensiero musulmano.
Ci sono poi i musulmani modernisti di duplice cultura, che sono entrati cioè a far parte di un’altra
cultura e pensano sia per loro possibile adottarne i valori, i metodi e i linguaggi, senza per questo rinnegare
la loro autenticità nazionale o musulmana. Essi cercano di far coesistere i loro valori tradizionali coi valori
moderni, operando una certa separazione del temporale e dello spirituale, mirando alla costruzione di una
società più giusta e più solidale.
Infine, ci sono i musulmani fondamentalisti o integralisti che vorrebbero vedere l’Islam realmente
applicato a tutti i settori della vita pubblica e privata, poiché sono convinti che la legge rivelata da Dio nel
Corano partecipi, anche nelle minime disposizioni, ad una perfezione ineguagliata e ineguagliabile: quella
della stessa volontà divina. Così essi sono risoluti a tradurre il loro zelo per Dio in una applicazione
intransigente della Sua legge, riconducendo l’Islam ai suoi fondamenti essenziali: Corano, Tradizione e
Legge.
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