OratoriaLetture - Liceo Classico Psicopedagogico Cesare Valgimigli

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La punizione degli adulteri
L'adultero, colto in flagrante, secondo la legislazione di Dracone poteva essere ucciso
impunemente dal marito, dal fratello, da un parente o dal padre della donna sedotta. Ma
che sorte toccava alla donna? Il legislatore non prevede nessuna punizione, in quanto
la condizione della donna, esclusa dal diritto di cittadinanza, la mette all'assoluta mercé
dell'uomo a cui è affidata in tutela, che può quindi stabilire liberamente il trattamento
che reputa giusto. "Quale fosse questo castigo poi è altra questione, ed è tutt'altro che
facile dire: ma sembra inevitabile, a questo proposito, distinguere i diritti del marito da
quelli del padre, del fratello e del figlio. Il marito, forse, non poteva disporre a sua volontà
della vita di una donna che, pur essendogli stata data in moglie, era sempre,
purtuttavia, la figlia, la sorella o la madre di un altro cittadino. [...] Ma se l'esistenza dei
parenti di sangue della moglie poteva limitare le reazioni del marito, chi poteva impedire a
un padre (o, in assenza di questi, a un figlio o a un fratello) di mettere a morte colei che
aveva macchiato l'onore familiare? Evidentemente nessuno. Quel che non sappiamo è con
quale frequenza e secondo quali modalità concrete ciò accadesse".
(E. CANTARELLA, I supplizi capitali in Grecia e a Roma, p. 48).
Il matrimonio in Grecia
"La consegna della sposa (ékdosis) da parte del padre o di chi aveva diritto di disporre
di essa (kyrios) avveniva dopo un accordo sulla dote in base al quale si passava alla
promessa formale (eng}íesis: fidanzamento); poteva essere stipulato anche prima
dell'età considerata legale per il matrimonio (15 anni per le donne, 18 per gli uomini);
per sottrarsi a un'unione indesiderata, la promessa sposa poteva ricorrere
all'eisanghelía.
La futura sposa si preparava alle nozze offrendo ad Artemide i suoi giocattoli infantili
e tagliandosi i capelli, come segno del suo abbandono dell'adolescenza (a Trezene
consacrava anche la sua cintura ad Atena). Il rituale nuziale consueto prevedeva
offerte agli dei protettori del matrimonio (theoì gamélioí), la celebrazione di un
sacrificio a Zeus, Era, Artemide, Afrodite e P e i t h ó . Nel giorno delle nozze, entrambi
gli sposi facevano un bagno con acqua attinta a una sorgente particolare (in genere
da una ragazza, definita loutrophóros, portatrice d'acqua). Si teneva un banchetto
nella casa della sposa, che vi partecipava velata e attorniata da amiche (forse solo
alla fine deponeva il velo). La sera, ella prendeva posto su un carro, tra il marito e un
parente prossimo (detto parónymphos, ossia "colui che sta accanto alla sposa"), per
essere portata nella nuova casa; seguiva il carro il corteo nuziale, tra acclamazioni e
canti di imenei; nelle figurazioni vascolari generalmente è il dio Ermes a guidare il
corteo notturno, accompagnato da portatori di fiaccole; una fiaccola era portata anche
dalla madre della sposa. Sulla soglia della casa gli sposi, accolti dai genitori del
marito, ricevevano dolci e frutti simboleggianti la fecondità. Spesso si teneva un
secondo banchetto; infine la sposa veniva accompagnata nella camera nuziale, alla cui
porta faceva la guardia un amico. Mentre gli sposi si univano per la prima volta, era
consuetudine all'esterno della casa fare chiasso, a scopo apotropaico, per allontanare
influssi malefici. Il giorno successivo era dedicato alla consegna dei doni da parte
dei genitori dello sposo e probabilmente anche alla consegna della dote pattuita."
(AA.VV., Antichità classica, pp. 852-853)
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La casa greca
Lo Pseudo-Dicearco, nel suo trattato Sulle città della Grecia (III secolo a.C.),
affermava, deluso dell'aspetto complessivo di Atene: " La maggior parte delle case sono
modestissime, solo alcune sono decorose".
"Poveri rifugi erano scavati nella roccia, per esempio nel quartiere del Colle (lo
"Scavato") proprio dove le lunghe mura si ricongiungevano agli spalti delle mura della
città (...). Altre dimore erano solo addossate alle pareti della roccia tagliata a vivo o
collocate su piccole terrazze ottenute per livellamento. Vicino a queste case da trogloditi
erano scavate delle cisterne.
Nei quartieri popolari la maggior parte delle case erano molto piccole ed erano
formate solo da un pianterreno con due o tre piccole stanze. Quando possedevano
un piano rialzato con una o due camere, vi si accedeva spesso con una scala esterna in
legno. Tali mansarde potevano essere affittate a poveri contadini o a stranieri che
desideravano avere un recapito in città. (...)
I muri di queste case erano di legno, in mattoni crudi o in pietre tenute insi eme da
una calcina fatta di terra impastata ad acqua. Erano così facili a perforare che i ladri
non si affaticavano nemmeno a cercare di forzare porte e finestre e preferivano fare
un buco attraverso quelle esili pareti, perciò ad Atene i ladri erano chiamati
toichoríchoi, cioè "foramura". Un ateniese che passava per ladro era soprannominato
Calcos, (`uomo dì rame"; un giorno che in assemblea prendeva in giro Demostene per
il suo impegno nello scrivere i suoi discorsi di notte, l'oratore gli rispose: "Lo so che ti
do fastidio tenendo la lampada accesa. E voi, ateniesi, non stupitevi che si commettano
tanti furti, quando i ladri sono "di rame" e i muri di paglia e fango". Queste case erano in
generale in proprietà comune e gli ateniesi avrebbero potuto fare come gli abitanti di
Platea che nel 431, invasi improvvisamente dai tebani, "per radunarsi in segreto senza
essere scoperti passando per le strade, perforarono le mura divisorie delle loro case".
Le proporzioni delle case di cui ancora si distinguono tracce ad Atene sono sempre
esigue. Le porte, a quanto ci dice Plutarco, si aprivano all'esterno e prima di uscire si
bussava per evitare ai passanti il disagio di venire urtati da una porta che si apriva. I
tetti erano a terrazza. Le finestre, quando esistevano, erano necessariamente molto
piccole, della dimensione di lucernari perché gli antichi ignoravano l'uso dei vetri
trasparenti e se, col cattivo tempo, si volevano costruire le finestre, si poteva farlo
solo con pannelli opachi.
Quando le case erano date in affitto e il proprietario non riceveva regolarmente
l'affitto, per farsi pagare usava metodi energici: faceva togliere la porta della casa o le
tegole del tetto o chiudeva l'accesso al pozzo. E gli inquilini insolventi si ricongiungevano
alla massa, numerosa ad Atene, dei senza-tetto. (...)
In Attica non sono mai state trovate grandi e ricche case che fossero vere e proprie
abitazioni private. Per farci un'idea di come erano dobbiamo ricorrere ai notevoli
risultati degli scavi effettuati a Olinto, nella penisola Calcidica, nel nord della Grecia, e a
Delo, isola del mar Egeo.
(R. FLACELIÈRE, La vita quotidiana in Grecia nel secolo di Pericle, pp. 33-34; 37)
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Il funerale in Grecia
In Grecia "i figli dovevano seppellire i genitori secondo i riti, sotto pena di mancare al loro
principale dovere verso di essi.
I parenti più vicini del morto lo preparavano per i funerali: lo lavavano con essenze
profumate e lo vestivano con vesti pulite, di solito bianche. Poi lo circondavano con bende e
lo avvolgevano in un lenzuolo ma lasciavano il viso scoperto. Era vietato dalla legge
seppellire un uomo con più di tre abiti. Oggetti di valore, come anelli, collane, bracciali,
venivano sepolti col morto e gli archeologi, scavando tombe, hanno trovato quantità ingenti di questi oggetti. In certe epoche, si poneva sulle labbra del morto una moneta,
l'obolo che egli dovrà offrire al nocchiero Caronte per la traversata del fiume infernale; tale
uso si spiega meglio se si ricorda che la gente del popolo abitualmente portava il denaro in
bocca, come testimoniano numerosi passi di Aristotele e questo testo di Teofrasto: "La
moneta che il cinico guadagna con i suoi affari, se la mette in bocca". Talvolta vicino al
morto si poneva un dolce di miele che si riteneva gli avrebbe permesso di ammansire
Cerbero, il cane degli Inferi.
Il cadavere così preparato veniva esposto su un letto rituale un giorno o due, nell'ingresso
della casa, coi piedi rivolti alla porta. La scena è rappresentata su molti vasi, soprattutto
sulle lectythoi bianche a figure nere che si ponevano sotto il letto funebre. La testa del
morto, incoronata di fiori, riposava su un cuscino; intorno a lui, donne coi ventagli lo
proteggevano dal sole e dalle mosche, altre da ogni capo del letto, si spargevano cenere
sui capelli, si laceravano le guance, si battevano il petto o stendevano la mano destra
verso il defunto: tutte elevavano lamentazioni o frasi rituali (ololygé) che la legge cercava
però di soffocare.
Tutti coloro che si presentavano erano ammessi in casa, ma la legislazione poneva uno
stretto limite alla presenza delle donne. Per esempio, a lulis, nell'isola di Ceo, un regolamento prescriveva:
"Entreranno nella casa del morto solo coloro che sono impure (per la vicinanza del morto): la
madre, la moglie, le sorelle, le figlie; e inoltre al massimo cinque donne e due giovinette fra le
parenti fino al grado delle figlie di cugini germani; non entrerà nessun'altra".
Anche ad Atene, secondo la legge di Solone, le donne "non avranno il diritto di
entrare nella casa del morto o di seguire il suo accompagnamento alla tomba se non
sono parenti fino al grado di figlie di un cugino". Gli astanti erano vestiti a lutto, di
colore nero, grigio e talvolta bianco e avevano i capelli tagliati in segno di afflizione.
Talvolta si assoldavano delle lamentatrici e dei lamentatori per cantare i threnoi
funebri ma, anche su questo punto, la legge limitava la fastosità e la rumorosità dei
funerali. Davanti alla porta di casa si collocava un vaso (ardanion) pieno di acqua
lustrale che si chiedeva ai vicini, perché quella della casa dove c'era il morto era
ritenuta contaminata; chi usciva dalla casa si aspergeva con quell'acqua e il vaso
indicava ai passanti che in casa c'era un cadavere. Il corteo funebre (ecphora) aveva
di solito luogo il giorno dopo l'esposizione del corpo. La legge di Solone
prescriveva: "il morto sarà esposto all'interno della casa come vorrà la famiglia.
Sarà trasportato l'indomani prima del levar del sole". Ad Atene le sepolture si
facevano quindi in piena notte per una ragione religiosa: si temeva di contaminare
con la morte i raggi del sole. Si facevano libagioni in onore degli dei prima di lasciare
la casa del morto, poi si formava il corteo. Il morto era trasportato sullo stesso letto
che era servito per l'esposizione, o portato a braccia dai parenti o dagli schiavi, o
ancora posto su un carro trainato da cavalli o muli. In testa al corteo camminava
una donna che teneva un vaso per le libagioni, seguivano gli uomini, poi le donne
(solo se parenti prossime del morto), e infine i suonatori di oboe. Nel corteo di coloro
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che erano morti di morte violenta si recava davanti al corpo una lancia, segno della
vendetta di sangue che bisognava esercitare contro l'assassino.
Al cimitero, sempre situato fuori dalle mura della città, il corpo veniva inumato o bruciato
su un ceppo: in questo caso le ceneri e le ossa venivano raccolte in un tessuto e
poste in un'urna. Poi si offrivano al morto delle libagioni; la legge di lulis precisava che
era vietato portare alla tomba più di tre congi di vino e più di un congio d'olio (congio
era una misura corrispondente a tre litri e un quarto). Si rivolgeva al defunto un ultimo
addio, poi si tornava a casa. In casa avevano luogo lunghe e minuziose cerimonie di
purificazione perché la contaminazione provocata dal contatto con la morte era
ritenuta la più terribile di tutte; i parenti del morto si lavavano tutto il corpo, poi
partecipavano al banchetto funebre. L'indomani, secondo la legge di lulis, la casa
stessa veniva purificata con acqua di mare e issopo. Banchetto e sacrifici venivano
ripetuti il terzo giorno, il nono e il trentesimo giorno dopo i funerali e nel loro
anniversario. Così aveva inzio il culto dei morti."
(R. FLACELIÈRE, La vita quotidiana in Grecia
nel secolo di Pericle, pp. 109-112)
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