TEORIE DELLE EMOZIONI Introduzione e Capitolo 1 – Funzione biologica (regolativa) delle emozioni (7-12) Le emozioni possono essere considerate all’origine delle operazioni cognitive; secondo Schacther (’62) l’emozione è costituita da 2 componenti: una di natura fisiologica (attivazione dell’organismo = arousal = eccitazione); l’altra di natura psicologica (l’evento emotigeno) Le emozioni sono delle fluttuazioni dinamiche create all’interno del sistema nervoso che risentono dell’influenza di fattori sociali. In realtà si può parlare di emozione quando siamo in presenza di un’alterazione fisiologica che viene colmata dall’omeostasi (cioè quelle reazioni fisiologiche automatiche per mantenere stabile le condizioni chimico-fisiche interne dell’organismo al variare delle condizioni esterne). Secondo Damasio l’emozione innesca una duplice funzione biologica una prima immediata alla situazione induttrice, una seconda, regolatrice, dello stato interno dell’organismo, in maniera tale da prepararlo alla reazione specifica. Quindi nel corso dell’evoluzione gli organismi hanno “imparato” a reagire a certi stimoli, specie a quelli utili per la sopravvivenza, attraverso la collezione di risposte fisiologiche che oggi chiamiamo emozioni. Damasio chiama queste risposte “marcatori somatici” la cui funzione è facilitare il compito di selezionare opzioni vantaggiose, dal punto di vista biologico. Sicché è l’esperienza a plasmare le strutture del nostro cervello, provvedendo all’attivazione di determinati circuiti, la creazione di nuove sinapsi, al contrario sostiene Siegel, l’assenza di esperienze può portare a fenomeni di morte cellulare (pruning = potatura); infatti i circuiti cerebrali si sviluppano con modalità direttamente legate alla loro attivazione. Non esiste un unico centro cerebrale per l’elaborazione delle emozioni, ma piuttostoun certo numero di siti sottocorticali distinti e connessi tra loro che partecipano in misura diversa all’elaborazione delle emozioni. I comandi viaggiano lungo 2 vie: una è il flusso sanguigno, l’altra è la via neuronale. Il Sistema Nervoso (13) Il S.N. da un punto di vista istologico (l’istologia è lo studio dei tessuti biologici) è costituito da un complesso di organi che perseguono lo stesso fine, esso è costituito da tessuto nervoso la cui unità fondamentale è il neurone. Il S.N. è un complesso di organi specializzati a raccogliere stimoli dall’ambiente (input) e di elaborare e inviare risposte di tipo volontario e involontario (output), in tutto il corpo. Inoltre al S.N. sono associate funzioni psichiche complesse, come la memoria, l’apprendimento e le emozioni. (14) I tessuti nervosi sono: la sostanza grigia del midollo spinale è posta centralmente ed ha la forma di una farfalla; alle ali posteriori (piccole corna) giungono i fasci afferenti della sensibilità corporea (sensibilità esterocettiva ed enterocettiva) mentre dalle ali anteriori (grandi corna) dipartono i neuroni motori deputati ai movimenti volontari; la sostanza bianca che avvolge la sostanza grigia; è costituita dai fasci ascendenti e discendenti che collegano l’encefalo ed il midollo spinale. Il colore bianco è dovuto al rivestimento proteico, la mielina che protegge i nervi; i neuroni sono le cellule nervose costituite morfologicamente da: - un corpo cellulare (soma) che assicura le funzioni vitali del neurone interpretando i segnali elettrici provenienti dai dendriti. Il soma, come tutti gli corpi cellulari, contiene il nucleo e l’apparato energetico, (mitocondri, i ribosomi ecc.); 1 - dai dendriti (fibre afferenti) sono ramificazioni simili ai rami di un albero che formano una folta rete di prolungamenti che conducono i segnali elettrici provenienti da altri neuroni o dall’ambiente esterno al corpo cellulare. La loro forma ramificata offre un’ampia superficie per la ricezione dei segnali; - da un assone fibra mielinizzata efferente che trasporta i segnali elettrici ricevuti ed elaborati dal corpo cellulare. Gli assoni sono prolungamenti più sottili e più lunghi dei dendriti che dipartono dal corpo cellulare, la cui parte finale si risolve in numerose ramificazioni che terminano con i “bottoni sinaptici” costituiscono le linee di distribuzione lungo le quali si propagano i potenziali d’azione in direzione centrifuga verso gli organi bersaglio (neurone successivo, muscoli, ghiandole) Le sinapsi sono giunzioni di tipo chimico, che collegano i neuroni tra loro e con altre cellule. L’impulso nervoso viene trasmesso in una sola direzione, cioè senza che possa ritornare al primo neurone. In seguito ad un potenziale d’azione il bottone sinaptico libera i neurotrasmettitori nella fessura sinaptica che vengono assorbiti dall’altro neurone con l’effetto di aumentare (sinapsi eccitatoria) o diminuire (sinapsi inibitoria). I neuroni formano una vasta rete interconnessa. Ogni neurone compie 5 funzioni fondamentali: 1. riceve informazioni (input) dall’ambiente esterno o interno, oppure da altri neuroni; 2. integra le informazioni ricevute e produce un’adeguata risposta in forma di segnale; 3. conduce il segnale al suo terminale d’uscita; 4. trasmette il segnale ad altre cellule nervose, ghiandole o muscoli; 5. coordina le proprie attività metaboliche, mantenendo l’integrità della cellula. (17) L’informazione nervosa si realizza attraverso impulsi nervosi che viaggiano dai dendriti al corpo cellulare fino all’estremità dell’assone. Il potenziale a riposo della cellula è di -70 millivolt (mv), con lo stimolo esso passa a +55 mv (potenziale d’azione) per decadere a -80 mv, per poi tornare nella condizione di partenza. Sistema Nevoso Centrale e Sistema Nervoso Periferico (20) Il sistema nervoso si distingue in SNC (encefalo e midollo spinale) SNP (gangli e nervi che collegano il SNC con la periferia) il SNP, a sua volta, si divide in sistema somatico cosciente (input sensoriali dalla periferia al SNC; output del SNC alla periferia); sistema vegetativo (SN autonomo dei visceri). SNC o nevrasse viene distinto in: encefalo contenuto nella cavità cranica e protetto dal liquido cefalo rachidiano; midollo spinale, contenuto nel canale vertebrale. Il SNC è collegato con la periferia (SNP) attraverso 31 paia di nervi spinali e 12 paia di nervi cranici, attraverso cui il SNC dà e riceve informazioni dalla periferia. Dal punto di vista anatomico l’encefalo è costituito dal cervello, dal tronco encefalico e dal cervelletto. 2 DIENCEFALO Talamo Ipotalamo Epitalamo Ipofisi CERVELLO (o prosencefalo) TELENCEFALO TRONCO ENCEFALICO Emisferi cerebrali o corteccia Ippocampo Corpo calloso Fornice Commissura anteriore Setto pellucido Mesencefalo (peduncoli cerebrale e lamina quadrigemina) Ponte Bulbo CERVELLETTO (23) Il cervello è formato da miliardi di neuroni riceve informazioni dai nostri sensi e le usa per guidare tutte le attività volontarie (muscoli striati) e involontarie (muscoli lisci) battito cardiaco, le attività ghiandolari e tessuti digestivi. Il cervello è suddiviso in 2 emisferi collegati dal corpo calloso e dalla commessura anteriore in: emisfero destro che controlla le azioni ed un’attenzione rivolta verso l’interno; emisfero sinistro che controlla le azioni ed un’attenzione rivolta verso l’esterno. Il midollo spinale è protetto dalla colonna vertebrale. All’interno di ogni vertebra si trova il canale spinale che circonda e protegge il midollo spinale. Dalle intercapedini poste tra le vertebre fuoriescono i nervi (fasci di neuroni) Il cervelletto è situato nell’osso occipitale della scatola cranica. Il cervelletto è appoggiato sul midollo allungato e sul ponte e con essi lavora in stratta collaborazione per il controllo del movimento. Il Sistema Nervoso Periferico è costituito dai nervi che collegano il SNC con tutto il resto del corpo attraverso 31 paia di nervi spinali e 12 paia di nervi cranici. Il SNP raccoglie gli stimoli dall’esterno e trasmette gli impulsi agli organi esecutori: muscoli, ghiandole, cuore ecc.. Il SNP si distingue in sistema somatico cosciente (per il controllo dei movimenti volontari) e sistema vegetativo o autonomo (per le risposte involontarie). (27) Strutture del SNC Relativamente alle funzioni distinguiamo nel SNC le seguenti strutture. 1. Strutture inferiori comprendono i circuiti del tronco encefalico situato alla base del cranio i quali controllano: respirazione, temperatura, frequenza cardiaca, arousal, vigilanza. 3 2. Strutture superiori sono costituite dalla corteccia cerebrale sono le aree più avanzate in termini evolutivi e sono sede di funzioni più complesse come il pensiero. 3. Strutture centrali sono costituite dal sistema limbico. Esse svolgono un ruolo centrale nel coordinare le attività cerebrali come l’elaborazione delle esperienze sociali e la regolazione delle emozioni. Il sistema limbico include la corteccia orbito frontale la corteccia cingolare anteriore e l’amigdala. L’amigdala (ha la forma di una mandorla) è situata in profondità nel lobo temporale, anteriormente all’ippocampo, ed è formata da 12 nuclei istologicamente riconoscibili. Per i suoi collegamenti osservati con la corteccia cerebrale, e le strutture di controllo è definita interfaccia tra i processi cognitivi superiori, sistemi motivazionali ed attivazione emotiva. 4. Strutture centrali inferiori sono costituite dall’ipotalamo e dall’ipofisi. (p.30) L’ipotalamo è situato alla base del cervello ha la forma di un pisello e pesa 1/300 di tutto il cervello. L’ipotalamo funziona come un termostato: se fa caldo emette dei segnali per far dilatare i vasi sanguigni così il sangue si raffredda. Il talamo ha fibre afferenti ed efferenti ed è collegata con la corteccia cerebrale. L’ipofisi (o ghiandola pituitaria) è una ghiandola che produce vari ormoni, pertanto è la ghiandola che regola tutte le attività tra il S.N. e il sistema endocrino. L’ippocampo è la zona del cervello che gestisce le emozioni ed è il principale responsabile della memoria conscia. L’ippocampo seleziona le informazioni da trasferire nella memoria secondaria. (33) Il sistema libico: sede delle emozioni Il sistema libico è l’area più primitiva della corteccia cerebrale. Nel sistema libico hanno luogo le emozioni primarie o automatiche (istintive) coma la fuga, l’attacco, il nascondersi, che hanno permesso agli organismi ancestrali di sopravvivere in ambienti ostili. Le emozioni primarie determinano risposte somatiche involontarie che interessano i visceri, i muscoli scheletrici, ghiandole endocrine, sistema vascolare e sistema immunitario (aumento del battito cardiaco, della sudorazione, o il cambio della mimica facciale. Queste reazioni dipendono dall’amigdala e dall’ipotalamo. (35) L’amigdala immagazzina in modo permanente i traumi paurosi; l’ipotalamo seleziona le informazioni da trasferire nella memoria secondaria, ne deriva che l’apprendimento è influenzato dalle emozioni positive o negative: se si prova disgusto, la possibilità di apprendere è scarsa. Un apprendimento positivo stimola il trasferimento di un dato nella memoria secondaria. [LEGGI PAGINE 37-40] La memoria (41) La memoria è un processo della mente che si concretizza attraverso la realizzazione di rappresentazioni mentali. Un qualsiasi evento influenza il cervello attraverso la creazione, il mantenimento e il rafforzamento dei collegamenti neuronali; cioè uno stimolo proveniente dall’ambiente può eccitare una serie di circuiti, un insieme di pattern anatomicamente e cronologicamente distribuiti nell’intero cervello, in maniera che i neuroni che sono eccitati contemporaneamente una prima volta saranno attivati tutti insieme ogni volta che ci viene in mente quel determinato ricordo (assioma di Hebb). L’impatto iniziale che ha un’esperienza sul nostro cervello è chiamato engramma (o traccia mnestica). (43) Tra memoria ed emozioni esiste una profonda relazione; infatti il modo con cui vengono immagazzinati gli avvenimenti e le esperienze dipendono dallo stato emozionale. Secondo molti autori i tipi di memoria sono 3: episodica; semantica; 4 procedurale. Secondo Siegel, invece, la memoria si distingue in memoria implicita e memoria esplicita: per memoria implicita l’autore si riferisce all’insieme dei meccanismi coinvolti in rappresentazioni inconsce; mentre la memoria esplicita comprende la memoria episodica (episodi ed eventi autobiografici da ricordare) e la memoria semantica (che include la conoscenza di dati, parole e simboli) In entrambe le forme di memoria esplicita (semantica ed episodica) i processi di registrazione richiedono un’attenzione conscia. Capitolo 2 – Funzione cognitiva delle emozioni (45) Il modello proto mentale Le emozioni sono state definite da Siegel, come insieme di processi che coinvolgono la valutazione delle informazioni, e i processi emozionali sono i meccanismi con cui la mente crea e attribuisce alle sue rappresentazioni. Non esiste infatti una reale dicotomia tra “cognizione ed emozione”. Il cervello, dotato alla nascita dell’apparato fisiologico necessario allo sviluppo, è l’esperienza (di ordine sensoriale) è considerata il punto di partenza per ogni forma di esperienza cognitiva. La difficoltà a considerare la psicoanalisi una teoria dell’apprendimento precisa Imbasciati sembra essere legata al fatto che lo studio psicoanalitico è centrato sull’inconscio e il concetto di inconscio sembra poco idoneo a spiegare la cognizione intesa come attività consapevole del soggetto. Il lavoro di Imbasciati fonda il possibile superamento della tradizionale dicotomia tra emozione e cognizione; la rappresentazione degli stimoli sensoriali, all’origine del sistema mente, ovvero a partire dalla Klein chiamiamo “oggetti interni” è secondo l’autore la forma primitiva della cognizione costituendo la modalità originaria per il neonato di fare esperienza. (47) A partire da Bion l’inconscio si è andato sempre più delineando come un insieme di rappresentazioni (inconscio rappresentazionali (inconscio rappresentazionale lo denomina Imbasciati di contro all’inconscio pulsionale di Freud. Poi Imbasciati considera l’inconscio come intrinseca assenza di coscienza e ne spiega anche la ragione. Ripensare l’affetto in termini di rappresentazione, cioè come elaborazione di informazione relative ad afferenze sensoriali (input) e non più come forza interna all’organismo (equivalente della pulsione secondo la classica visione freudiana), implica da parte di Imbasciati un attento riesame del Freud teorico, che a differenza del Freud clinico, di vivace attualità, risulta per molti versi superato. (48) Il “realismo ingenuo” fu definito un tale atteggiamento quando lo sviluppo degli studi neurofisiologici dimostrò che la traccia mnestica non è mai riproduzione di una realtà esterna nel senso di impronta passiva, ma continuo processo trasformativo in virtù della continuata esperienza dall’esperienza dall’esterno e della continua rielaborazione interna. La rappresentazione, dunque, come schema, non solo all’esperienza cognitiva cosciente ma anche a quella inconscia, vale a dire a quella organizzazione interna che struttura il funzionamento inconscio proto mentale. Sicché l’affetto pensato come rappresentazione [e tale rappresentazione è l’engramma tracciato nella memoria implicita di Siegel, traccia mnestica (= engramma) che si origina a partire dalla valutazione (=appraisal) dell’attivazione (= arousal) costitutiva delle emozioni)]. Imbasciati ci descrive puntualmente il processo: “il bambino piccolo sperimenta un qualche cosa nella bocca, delle sensazioni nelle labbra, nella lingua, poi nello stomaco perché gli va dentro il latte, delle sensazioni connesse di fame e di languore e poi di sazietà; queste sensazioni, 5 chiamate così, sia pure con termine improprio, costituiscono un qualcosa che assume un primo significato, ed è questo che noi chiamiamo il “primitivo oggetto interno seno” del bimbo. (49 Certamente egli non ha nessuna idea ancora del biberon come una bottiglia di vetro o di una mammella come una semisfera di carne. Il bambino di pochi mesi usufruisce soprattutto delle afferenze buccali: è questo che noi possiamo chiamare oggetto interno primitivo, “oggetto seno”. Sicché l’autore continua: “la sensazione di fame ed altri stati interiori, che per noi sono staccati dall’idea del seno, per il bambino non lo sono: esse fanno parte dell’oggetto seno e quindi lo individuano; quando un capezzolo entra in bocca, vengono stimolati dei recettori tattili della bocca e della lingua, e un qualche impulso nervoso arriva a dei centri cerebrali, però affinché questi impulsi nervosi si costituiscano in qualcosa che abbia significato cioè che sia mentale e che abbia funzioni operative efficaci per il riconoscimento dell’oggetto esterno, è necessario che vangano raggruppati e che tale raggruppamento sia mantenuto in magazzino acquisendo in tal modo una precisa funzione per il riconoscimento di una certa esperienza esterna, e quindi un significato per la mente. (50) Il concetto Il concetto di percezione presuppone una qualche rappresentazione, ovvero una traccia mnestica (engramma) indispensabile per il riconoscimento di qualche significato per una possibile “lettura” che, specie nella fase neonatale, non comporta necessariamente una percezione reale adeguata. Questa progressione di “operazioni protomentali” è funzionale alla formazione del sistema mente. Un tale processo di “lettura” (riconoscimento percettivo) effetto della pro cessazione di input sensoriali, non si applica solo ad input che provengono dall’interno (organismo), ma anche ad input che provengono dall’esterno (ambiente). La strutturazione di tali funzioni è mentale perché neurologica: sappiamo infatti che ogni acquisizione poggerà su corrispondenti strutture neurobiologiche, che vengono a costruirsi nel sistema nervoso centrale (il moltiplicarsi delle sinapsi) ad ogni apprendimento e che ogni tipo di apprendimento condizionerà la struttura morfologica neurale come si è cercato di dimostrare, lo sviluppo, dal punto di vista neurologico e dunque psichico, non è determinato soltanto dal codice genetico, ma, assai, più, dalla particolare elaborazione dell’esperienza. Concludendo: abbiamo inteso guardare essenzialmente alla formazione, e all’organizzazione delle tracce della memoria implicita [la rappresentazione a livello inconscio (engramma) corrispondente alla valutazione=appraisal dell’attivazione fisiologica, che abbiamo chiamato emozione primaria, innescata dall’input sensoriale]. Memoria implicita che si struttura dall’epoca fetale e continuamente si trasforma nell’apprendere dalla progressiva esperienza la vita dell’uomo. Il passaggio da una teoria energetico-pulsionale, che Freud chiamò Metapsicologia, alla attuale visione, la nuova meta psicologia, di cui parla Imbasciati, si presenta alquanto rivoluzionaria rispetto alla psicoanalisi tradizionale: che vengono infatti messi da parte i concetti di pulsione e di rimozione e cambia la concezione dell’inconscio, pur restando a fondamento di ogni evento mentale e di tutte le condotte umane. Con la teoria del Protomentale si delinea infatti una teoria globale della personalità in grado di spiegare come si forma e come funziona la mente umana: essa si origina, dimostra Imbasciati, per progressiva “costruzione” di strutture funzionali, frutto di progressive elaborazioni di esperienza, a partire dall’epoca neonatale e fetale. Il primo compito creativo del bambino è quello di formare le prime rappresentazioni, dare loro una collocazione spazio-temporale e organizzare il mondo esterno. Ciò è reso possibile dalle esperienze senso-motorie (estesiche) acustiche, gustative, olfattive, depositate nella memoria implicita e collegate alle prime relazioni del bambino con la madre e l’ambiente in cui cresce. 6 Capitolo 3 – Funzione sociale dell’emozione Le emozioni come mezzi di comunicazione (54) Nel linguaggio comune emozione e sentimento, vengono adottati praticamente come sinonimi, è invece scientificamente corretto abituarsi ad operare una separazione intendendo per emozioni le componenti di un processo di attivazione esibite e rese pubbliche, e per sentimenti le componenti che restano invece private. Le emozioni dunque si manifestano attraverso un sistema complesso, vario e articolato di espressioni; Diversi movimenti del corpo, dalla mimica facciale ai gesti, alla voce, alla postura, partecipano in maniera sinergica alla manifestazione delle emozioni. Il legame tra le emozioni e le espressioni del volto è stato considerato dominante in psicologia fino al temine degli anni ’80. La possibilità di esprimere, manifestare all’esterno i nostri stati interiori è dunque la condizione che rende possibile lo stabilirsi di connessioni emozionali empatiche. L’espressione delle emozioni ha dunque funzione sociale: le emozioni, primarie o fondamentali che siano, sono i mezzi di comunicazione che ci permettono di percepire gli stati della mente degli altri. Uno stato emotivo interno che si manifesta esternamente attraverso segnali non verbali, il tono della voce, l’espressione del viso, i movimenti del corpo, viene comunemente denominato “espressione affettiva” o semplicemente “affetto”. E l’affetto, inteso essenzialmente come segnale sociale, ha come scopo principale la comunicazione interpersonale. Su tale capacità si basa infatti la possibilità di entrare in sintonia con gli altri e di condividere i loro stati della mente, attraverso forme di comunicazioni verbali e non verbali. In termini di sviluppo, grazie a questa capacità di sintonizzazione empatica, i genitori possono percepire i bisogni dei propri figli, e di conseguenza agire in modo tale da rendere più elevate lo loro possibilità di sopravvivenza. (58) APPENDICE: la tradizione storica nello studio delle emozioni (1) La tradizione psicofisiologica: James James (1884) opponendosi agli evoluzionisti, sosteneva che le espressioni facciali e le reazioni viscerali, che si accompagnavano alle emozioni, non sarebbero il prodotto di uno stato emotivo originato nel cervello, ma sarebbero i cambiamenti della fisiologia dell’organismo quali fenomeni primari ad alterare la funzione cerebrale. In questa teoria, l’accento veniva posto sull’attivazione dell’organismo, arousal come stato di eccitamento. Le emozioni seguivano le modificazioni fisiologiche: accentuazione del battito cardiaco, contrazione del respiro, tremito delle labbra, indebolimento degli arti, pelle d’oca e visceri in subbuglio, costituivano risposte fisiologiche e somatiche dell’organismo ad input ambientali senza nessuna partecipazione mentale. (2) Alla fine del secolo XIX venne proposta una teoria nota come il modello James-Lange (1887). Per questi 2 autori le risposte sarebbero programmate in modo tale che ad un determinato input, l’organismo risponde con un determinato pattern fisiologico (serie di reazioni che si verificano per un determinato stimolo). L’individuo prendeva coscienza delle trasformazioni fisiologiche che si verificano in lui e, a seconda dei casi, provava paura, gioia o rabbia. Le critiche che furono mosse, a questa teoria, furono quelle di non aver tenuto conto della partecipazione mentale alle emozioni più complesse (per esempio la gelosia, la rabbia, la ripugnanza ecc.). (3) La tradizione neurologica: Cannon Nella prima metà del XX secolo i fisiologi Cannon (1927) e Bard (1934) criticarono aspramente l’ipotesi di James-Lange e proposero una teoria che venne chiamata il modello 7 Cannon-Bard. Secondo questi 2 autori, le emozioni si svolgevano nel cervello e pertanto costituivano dei fenomeni “centrali”. Le modificazioni viscerali non dicevano nulla sulle emozioni: i centri di attivazione, di controllo e regolazione dei processi emotivi venivano localizzati nella regione talamica. Non c’erano pattern fisiologici specifici per ciascuna emozione, ma molte emozioni avrebbero in comune lo stesso pattern di allarme. (4) La tradizione psicodinamica: Freud (59) Per Freud le emozioni sono affetti, ossia l’espressione della quantità di energia pulsionale, e cioè, sono la traduzione soggettiva della quantità di energia pulsionale. L’affetto è sempre legato ad una rappresentazione, perché affetto e rappresentazione sono le 2 modalità con cui ogni pulsione si esprime. (5) La teoria cognitivo/attivazionale: Schachter Con Schachter (1962) l’emozione viene concepita come la risultante dell’interazione tra 2 componenti: di natura fisiologica (l’attivazione dell’organismo = arousal) e di natura psicologica (la percezione di questo stato di attivazione e la sua spiegazione relativamente all’evento emotigeno). L’emozione sarebbe la risultante dell’arousal e di 2 atti cognitivi: la percezione ed il riconoscimento della situazione emotigena e la connessione tra questa cognizione e l’arousal stesso. Emozioni, memoria e linguaggio (60) Si introdurrà il discorso sulle emozioni partendo da 2 importanti funzioni della mente: la memoria ed il linguaggio; per la memoria più correttamente si dovrebbe parlare di memorie,in quanto processi e dimensioni complessi che coinvolgono l’area della sensorialità-corporeità. Alla nascita, infatti, la memoria si presenta come memoria corporea con forme di conoscenza sul funzionamento di se stessi e del mondo. Il patrimonio genetico e la peculiare influenza ambientale, quindi, delineano l’unicità di ciascuno, tramite processi che si sviluppano fin dalla vita fetale. Da Freud in poi, una nutrita letteratura ha sottolineato che organizzazioni ed evoluzioni del pensiero si collegano con gli strati più primitivi del biologico. Già la gravidanza avvia la comunicazione biologica tra madre e feto con la reciproca sintonizzazione di reazioni e controreazioni. Nel feto gli stessi riflessi automatici si sviluppano progressivamente in strutture sempre più articolate che ri-strutturano, a loro volta, i circuiti nervosi da cui originano: quegli stessi movimenti danno alla madre la percezione della presenza dell’altro e rappresentano l’inizio del senso di reciprocità fondante l’esercizio della funzione materna. Quindi, nella vita prenatale il feto, con l’attività motoria procede ad organizzare ed immaginare mentalmente il funzionamento corporeo ed a sviluppare la capacità di costruire legami attraverso esperienze sensoriali. Nell’ambiente intrauterino il feto apprende ad interagire con il mondo esterno: la sensibilità tattile, già attiva nella 11^ settimana, è il momento in cui le cellule del gusto e dell’odorato, a contatto con il liquido amniotico, consentono che il feto ne assimili il gusto. A proposito dell’udito del feto: “Le alte frequenze sono filtrate dai muscoli e dal liquido amniotico e le basse frequenze vibrano contro i corpuscoli tattili della bocca e delle mani del feto. Questo risulta particolarmente alla fine della gravidanza, perché quando la madre parla, le basse frequenze e le onde sonore della sua voce, rinforzate dalla cassa di risonanza dell’utero, accarezzano la bocca del feto. L’emozione è così forte che il suo cuore accelera, il feto si stira, gira la testa, succhia il pollice o sgambetta. 8 (62) Le tracce mnemoniche di esperienze corporee, il ritmico alternarsi fame-sazietà, di vuotopieno, freddo-caldo rappresentano gli elementi costitutivi della soggettività. Con il suo movimento il neonato comunica con la madre, conosce esplora il mondo, costruendosi la mappa della realtà e le graduali simbolizzazioni da cui deriveranno linguaggio e pensiero. Questi dati sottolineano, perciò, che lo sviluppo della memoria riguarda un processo non solo mentale, ma anche corporeo; la mente, cioè, come entità incorporata, si sviluppa e si configura con il movimento, con sensazioni corporee da cui matura e si organizza. I significativi studi sulla memoria, hanno posto in luce che il cervello dispone e matura dati motori, sensoriali e cognitivi in vari circuiti neuronali, entro schemi organizzati fuori dal registro della coscienza: si tratta di aspetti connessi al linguaggio, gestualità, mimica, paure. Le memorie esplicite corrispondono a ciò che definiamo ricordi; mentre il bagaglio arcaico di tipo percettivo, somatico, relazionale ed emotivo, si dispone nei flussi delle memorie implicite. I contenuti che interessano mimica, tono della voce, direzione dello sguardo, cioè aspetti fondanti la personalità, possono affiorare in atteggiamenti, immagini, impulsi ad agire e cambiamenti di umore. Si tratta di memorie che rimandano ad esperienze sensoriali primordiali (fenomeni innati come il sorriso). (63) Nel primo periodo della vita in cui si esperiscono affetti molto forti, ravvisabili in sensazioni di benessere o malessere, si sedimentano memorie più intense, nonostante la non completa maturazione del cervello. Queste forme si imprimono nei tracciati della memoria implicita che non accede, tuttavia, al pensiero ed al linguaggio, si avvicina all’inconscio, che custodisce trame fondanti dell’organizzazione della personalità e del carattere dell’individuo. Il processo delle memorie esplicite si organizza nel secondo anno di vita, con la maturazione dell’ippocampo, quando il bambino ha già raggiunto una serie di conoscenze sulla realtà: aspettative e progetti sulle persone che lo circondano, movimenti da compiere per evitare situazioni da compiere per evitare situazioni di pericolo. La caratteristica dei neuroni specchio (mirror neurons) è il loro attivarsi sia durante lo svolgersi di un’azione, sia quando osservata l’azione compiuta da un altro. In questo senso un’azione compiuta da una persona, ad esempio dalla madre, provocherebbe nel bambino l’attivazione dei neuroni, come se fosse lui stesso ad agire. Avverrebbe, cioè, come un’automatica simulazione dell’azione che ne permetterebbe la comprensione come dall’interno. (64) Come per la conoscenza degli oggetti, anche per la comprensione delle azioni siamo di fronte ad una comprensione del tutto implicita; ogni azione dell’altro viene immediatamente inscritta e compresa senza che ciò richieda operazioni conoscitive esplicite. L’ìnsula (è posta nello spessore della scissura laterale (di Silvio), per cui essa risulta visibile soltanto dopo demolizione di tutti gli opercoli (i margini della scissura stessa). L'insula è composta da una sola faccia laterale, che si divide in due porzioni ) è deputata all’elaborazione delle emozioni, ed in particolare alla trasformazione degli input sensoriali in reazioni viscerali, i mirror neurons che nell’osservatore codificano in termini emozionali l’osservazione delle emozioni dell’altro. Questo meccanismo sarebbe alla base dell’empatia e a fondamento dell’instaurarsi e del consolidarsi dei legami interindividuali. Infine la sensibilità del sistema mirror, sono a sostegno dell’ipotesi che nel corso della filogenesi lo sviluppo di questo sistema abbia fornito il substrato neurale necessario per la comparsa e l’evoluzione delle prime forme di comunicazione interindividuale, dapprima gestuale e poi verbale; e che nell’ontogenesi (fasi dello sviluppo) i mirror neurons svolgano un ruolo fondamentale nell’acquisizione del linguaggio e dell’intelligenza linguistica, a partire dall’imitazione dei movimenti delle labbra e del volto. (65) L’azione ed il movimento determinano, quindi, la costruzione di uno spazio intersoggettivo in cui si sviluppa il funzionamento della mente del bambino. Tutto questo materiale mnestico di primitive esperienze di relazione e di reazioni favorevoli o difensive, a seconda dei casi, non farà 9 parte del patrimonio della memoria esplicita, ma di una memoria del corpo che fonderà la base per le future costruzioni autobiografiche del bambino: guiderà il suo modo di muoversi nel mondo e di relazionarsi agli altri, la sua vita affettiva, le sue scelte operative, tutto il suo comportamento. Memorie implicite ed esplicite rappresentano, comunque, processi inseparabili, poiché numerose tracce non impresse in ricordi sono assimilate dalla coscienza, anche se la frustrazione o peggio la traumatizzazione di primarie esperienze produce la loro alterazione e deformazione. Se l’oblio dell’evento traumatico è soggetto a vari fattori come la durata e la ripetitività dell’esperienza, pare accertato che il trauma, ripetuto e prolungato, in un’epoca della vita sprovvista della capacità rappresentativa, non si imprimerebbe in maniera unitaria ma con tracce a macchie o con nuclei incistati. (66) In altri termini esperienze traumatiche non custodite in ricordi si fisserebbero in tracce che ri-emergono in sensazioni somatico-affettive, in inquietudini emotive o in impulsi ad agire. Il rapporto stress e memoria informa, infatti, che stress troppo alti o troppo bassi portano ad un numero esiguo o all’assenza di ricordi; mentre stress moderati intensificherebbero la capacità di ricordare. Bollas (1987) osserva giustamente che il trauma o ricordato o incistato nel conosciuto non pensato, altera l’organizzazione psichica sul piano della temporalità. In altri termini, affetti spiacevoli e precoci rimasti sullo sfondo, prima della maturazione dell’ippocampo, possono in certe circostanze riattivarsi per l’iperazione di ormoni specifici che bombardano ed inibiscono l’ippocampo, in immagini, fantasie e sensazioni senza tempo e senza spazio. Sembra, quindi, che le esperienze traumatiche, sia quelle assunte a livello di ricordo, sia quelle esperite, ma prive di iscrizioni temporo-spaziali, modifichino l’intera organizzazione psichica. (68) Molte memorie, riferite a tempi preverbali, non possono sperare di emergere se non veicolate da operazioni sostitutive, le cosiddette memorie schermo o da rimaneggiamenti successivi. Altre memorie spostate nello spazio o nel tempo appariranno come travestite da false apparenze. Se ci rivolgiamo al versante dell’adozione, gli studi e le ricerche attuali sulla memoria, non sembrano suffragare l’idea piuttosto diffusa che nel bambino adottato da piccolissimo il passato, non produca esiti problematici sulla sua evoluzione, essendo il ricordo completamente perduto e privo di risonanza sulle future esperienze di vita. (69) Bauer ed altri (1998) rilevano che nei primi 2 anni di vita i bambini sono in grado di assimilare ricordi di eventi specifici anche a distanza di tempo e che dai 2 anni in poi rievocano fatti quotidiani dopo alcuni mesi. La complessità delle tracce mnestiche e la previsione di una loro possibile riattivazione, consentono anche continui rimaneggiamenti e rivisitazioni. Come affermava Socrate: conoscere non è un riconoscere, ma un costruire. (70) Il discorso sulla memoria e sulle vicissitudini di questo processo, ci introduce in un’area intimamente connessa significativa sul versante adozione: l’area del linguaggio. Il linguaggio, come la memoria si organizza in un corredo di interazioni tra bambino ed ambiente; prima somatico, motorio, gestuale, mimico, esso si origina in un contesto in cui le stesse operazioni hanno già acquistato valore simbolico; ciò signidica che la funzione linguistica si struttura nella mente del bambino molto prima che questi inizi a parlare. Le ricerche sul campo evidenziano al riguardo che già a 3 mesi il neonato è più attento ala voce della madre che dell’estraneo; anzi il feto percepirebbe la voce materna attraverso il liquido amniotico e sarebbe molto sensibile alle sue intonazioni. 10 (71) A pochi giorni dalla nascita il neonato saprebbe distinguere la lingua materna e privilegerebbe la voce materna tra quelli che parlano, se la madre comunica con la stessa solita intonazione; invece, se il tono materno si modifica, il neonato sembrerebbe non mostrare alcuna risposta preferenziale. Studi recenti rilevano che il neonato è capace di giungere ad una precoce organizzazione del rumore circostante, differenziando le sillabe in base al tempo di attacco verbale. Le ricerche di Spitz (1965) evidenziano al riguardo che se viene a mancare totalmente una figura che crea con il bambino una relazione esclusiva e privilegiata, questi possa addirittura morire. Nell’adozione internazionale, se riflettiamo al cambiamento di nome delle cose, non possiamo non rilevare la drammaticità di tale operazione: il cambiamento della parola implica il cambiamento dell’oggetto nominato. (72) Queste considerazioni assumono particolare significato se le colleghiamo al cambiamento del nome nel bambino adottato, fenomeno non infrequente nell’ambito dell’adozione internazionale. Al riguardo, la scrittrice di origine polacca Eva Hoffman che emigrò durante l’adolescenza negli Stati Uniti; ella esprime il senso di profonda confusione quando il primo giorno di scuola in America il nome della sorella ed il suo furono cambiati dall’insegnante. Anche quando non si è più chiamati con il vezzeggiativo del proprio nome dai familiari, si perde inevitabilmente anche quella parte vezzeggiata di se stessi e, quindi, di una parte del proprio sé. Nel testo citato, gli autori delineano, infatti, il caso di una paziente che racconta il penoso sentimento di mancanza di una sua parte interna vezzeggiata e prediletta dopo la morte del nonno: unica persona a chiamarla Elka, il corrispettivo in lingua ebraica del suo nome. (73) Sottolineando gli aspetti specifici di Emozioni, Memoria e Linguaggio ed i numerosi riferimenti di studi e ricerche sull’argomento, può essere interessante prendere in considerazione l’area di intima connessione tra i 2 processi. (74) Odori, colori, sapori, rumori, lingua, costumi, cibo, emozioni non sono soltanto cornici esterne in cui il bambino ha vissuto, ma costituiscono per un breve periodo di tempo tutto lo psichico. Essi racchiudono quei segnali di appartenenza originari ed insopprimibili che lo hanno accompagnato da quando è venuto al mondo e da cui ha avuto inizio la sua storia e la sua identità. Le radici dell’identità poggiano, quindi, su memoria e linguaggio, processi che nell’adozione, specie in quella internazionale, subiscono, invece, brusche ed improvvise deviazioni. Eppure per lui lasciare suoni, odori e colori dell’ambiente in cui ha vissuto costituisce un’esperienza estremamente destabilizzante, in quanto se il passato non si dilegua resta impresso nella memoria implicita. (75) Al contrario il linguaggio non è considerato come processo problematico nel decorso postadottivo. Molti genitori, riportano con enfasi l’apprendimento veloce e l’acquisizione rapida della nostra lingua da parte del bambino ed il suo dimenticare la lingua originaria. In realtà per il bambino adottato memoria e linguaggio, non solo subiscono uno strappo, ma s’incamminano in direzioni dagli equilibri precedentemente raggiunti. Gli studi sul sistema nervoso ci hanno informato, come si è detto, che memoria e linguaggio si organizzano in una fitta rete d’interazioni tra il bambino e l’ambiente: si tratta di processi che sono prima somatici, motori, gestuali, mimici e su cui è difficile identificare l’esordio. Giacomo Rizzolatti (1996) (nato a Kiev, 28 aprile 1937, è un neuroscienziato italiano che insegna all’Università degli studi di Parma) approfondendo gli studi sul linguaggio e sulla capacità del bambino di costruire gradualmente gesti e suoni in un insieme di espressioni di significato, ha assegnato, come si osservava, un ruolo importante ai neuroni specchio. Questa scoperta, di grande interesse anche 11 sul piano psicologico e clinico, riconferma la dimensione relazionale dello spazio intersoggettivo come intimamente connaturata al funzionamento del sistema nervoso. (76-78) Inoltre, fa altresì riflettere il fatto che il linguaggio si organizzi in un contesto fortemente comunicativo, in cui operazioni somatiche, motorie, gestuali, mimiche sono dall’inizio connotate di valore simbolico e fissate in strutture cerebrali ancor prima del completo funzionamento del cervello. Lo studio dei Bianchedi (1989) psicoanalisti argentini che hanno collaborato con l’istituzione per la restituzione di bambini sottratti alle loro famiglie al tempo della dittatura argentina negli anni 1976-83. Gli autori hanno ipotizzato nel sistema psichico tracce mnestiche risalenti a periodi precedenti la nascita, (identificazione pre-primaria), che, pur subendo alterazioni in relazione ad eventi traumatici, non si cancellano. L’esperienza con i bambini nati in prigionia che hanno a volte trascorso solo poche ore con le loro madri, ci fa pensare che nell’apparato psichico esistano delle registrazioni che sono precedenti alla nascita. Questo ci induce a proporre il concetto di identificazione pre-primaria. Questo nucleo non è né espulso né smantellato, come accade nelle psicopatologie gravi dell’infanzia. Questi autori, che hanno lavorato per anni al ritorno dei bambini argentini rubati alle loro famiglie ed adottati dai cernefici dei loro genitori, a dimostrazione della loro ipotesi, hanno segnalato il loro rapido inserimento al momento del riaffida mento ai loro parenti biologici; ciò sarebbe da mettere in rapporto ad una memoria incapsulata in percezioni sensoriali di un passato presente anche se interdetto al pensiero. L’impatto con la loro vera storia permette a questi bambini di iniziare un processo di lutto che era rimasto fino ad allora congelato, il lutto per i loro genitori scomparsi, così come per gli anni perduti. Forse questo spiega il recupero dell’impulso alla conoscenza che si manifesta a volte con una compulsiva necessità di fare domande ripetutamente a ciascuno dei membri della famiglia ampliata, non solo riguardo alla loro storia familiare ma anche su tutta una vasta gamma di tematiche che riconducono all’inconoscibile. Ciò non si verifica in quelli adottati, dove la rivelazione circa l’adozione non si affianca alla possibilità di ritrovare l’ambiente biologico-emozionale ed il contesto primario che hanno costituito lo scenario del loro ingresso al mondo. Complesso compito è dunque quello del genitore adottivo; questi è impegnato nel ristrutturare non solo il mondo esterno del bambino, con condizioni di vita più adeguate e protettive, ma fondamentalmente a rifondare quello interno; a sostenerlo a risignificare le emozioni provate, a riordinare le trame della sua memoria e del linguaggio. Non a caso, come gran parte della letteratura sul tema rileva, nel processo postadottivo, la difficoltà maggiore per i genitori non riguarda tanto la riparazione del trauma, ma la sua elaborazione, processo che può sostenere il bambino a costruire connessioni ed integrazioni emozionali con l’inquietudine delle origini e dell’abbandono. 12 Capitolo 1: Empatia e Neuroni Specchio - La sintonizzazione affettiva (80-81) Siegel (2007) definisce l’empatia come la capacità di entrare in risonanza con la mente degli altri. Questo processo di sintonizzazione permette di cogliere le emozioni altrui (cioè esprimere gli stati interni, all’esterno) e di comprenderle correttamente. Ma cosa accade nel nostro cervello quando percepiamo uno stimolo o quando compiamo un’azione. La cellula nervosa ha una proprietà molto importante che è l’eccitabilità, cioè la capacità di reagire agli stimoli e di trasformarli in impulsi elettrici che vengono trasmessi velocemente da una parte all’altra del corpo. Esiste una differenza tra stimolo ed impulso: lo stimolo provoca una risposta locale; l’impulso è il propagarsi dello stato eccitatorio. La conducibilità è la proprietà del tessuto nervoso di condurre lungo la fibra l’eccitamento. Il mezzo attraverso il quale i neuroni comunicano tra loro prende il nome di sinapsi. L’impulso nervoso, attraverso la trasmissione sinaptica, può viaggiare appunto da un neurone all’altro. Questa trasmissione viene definita (0-1), nel senso che i segnali ci sono oppure non ci sono. L’insieme dei neuroni e dei loro collegamenti costituisce il Sistema Nervoso. Quando si vivono esperienze empatiche si generano legami tra 2 menti. E’ l’adulto che fornisce al bambino schemi, che verranno interiorizzati. Questi processi di sintonizzazione emotiva creano connessioni tra la mente del genitore e quella del figlio, che sono indispensabili nel permettere al cervello del bambino di acquisire la capacità di modulare e di organizzare, attraverso processi di comunicazione emotiva, le sue funzioni in maniera autonoma. Per Siegel (2009) comunicare, significa entrare in risonanza. La risonanza emotiva costituisce il meccanismo attraverso il quale genitore e figlio comunicano in maniera sintonizzata. (82) Questa disposizione a metterci nei panni degli altri e provare quello che sta provando l’altro è dimostrata quindi a livello neuronale. Se l’altro prova piacere o dolore nel nostro cervello si attivano gli stessi neuroni che si attivano quando noi stessi proviamo piacere o dolore. E’ stato dimostrato, attraverso numerosi studi di brain imaging (EEG = elettroencefalogramma, Pet = tomografia ad emissione di positroni, fMRI = risonanza magnetica funzionale, MEG = magnetoencefalografia) Questi studi permettono di misurare i cambiamenti di flussi ematici legati all’aumento delle attività neuronali; che provare disgusto o percepire il disgusto dell’altro, attraverso le espressioni facciali, ha una base neurale comune, costituita da un meccanismo specchio, individuato nella regione dell ìnsula che si attiva non solo in risposta a stimoli gustativi ed olfattivi ma anche semplicemente dalla vista di espressioni facciali di disgusto provato da altri (Giacomo Rizzolatti, 2006). Questi neuroni prendono il nome di neuroni specchio. I Neuroni Specchio (83) La scopera dei neuroni specchio si deve alle ricerche dell’equipe dell’università di Parma da Giacomo Rizzolatti e Vittorio Gallese, che nel 1991 hanno scoperto, nella corteccia premotoria della scimmia, un tipo di cellule che si attivano non solo quando essa compie un movimento ma anche quando lo vede compiere ad un’altra scimmia o ad un individuo. Rizzolatti e colleghi definirono questi neuroni, Mirror Neurons (Neuroni Specchio), per la loro capacità di imitare e di riprodurre nel cervello la sequenza motoria. Un’azione effettuata da un altro, fa risuonare questi neuroni che si attivano come se chi osserva facesse l’azione. La scoperta dei neuroni specchio nella scimmia ha sollecitato l’idea che uno stesso sistema di risonanza potesse essere presente anche nell’uomo. Tale sistema è stato ipotizzato nella parte posteriore della cosiddetta Area del Broca (deputata al linguaggio). Ma quali sono le differenze tra i neuroni specchio nelle scimmie e quelli nell’uomo? Il sistema specchio nell’uomo è capace di interiorizzare ed imitare sia atti motori transitivi sia atti motori intransitivi. Riesce cioè a selezionare sia l’atto sia la sequenza dei movimenti di cui è 13 composto e si attiva anche quando non c’è interazione fisica con l’oggetto o quando gli atti sono solo mimati. I Neuroni Specchio possiedono quindi sia la capacità di guidare un’azione sia di pensare un “atto potenziale”, per cui sono capaci di reagire non solo ad un semplice stimolo ma anche di comprendere il significato di quello stimolo e “si attivano nelle stesse aree cerebrali di chi vive l’esperienza in prima persona”. (84) I Neuroni Specchio nell’uomo hanno diverse funzioni: imitativa in quanto hanno capacità di replicare gesti osservati ed interiorizzati; comunicativa si attivano nell’area di Broca per cui è possibile che abbiano influenza nell’origine del linguaggio; emotiva il riconoscimento delle emozioni altrui. Un altro elemento di riflessione è l’intenzione infatti per comprendere le intenzioni ed il significato delle azioni degli altri è sufficiente che il soggetto abbia tali azioni tra il proprio patrimonio motorio. E’ opinione diffusa che, la corteccia del cingolo, (si evidenzia sulla faccia mediale della corteccia cerebrale) sia coinvolta nell’elaborazione delle informazioni motivazionali ed affettive che sono all’origine dell’intenzionalità ed influenzano quindi le azioni. (85) E’ risaputo che ai bambini i giochi d’imitazione piacciono, (giocare alla maestra, a mamma e figlia). La ricerca, a questo proposito, suggerisce che questo specifico tipo d’imitazione potrebbe essere uno dei maggiori fattori modellanti per il rinforzo dei neuroni specchio nel cervello in fase di sviluppo “NON C’E’ PRIMA UN IO E POI UN TU, MA L’IO SI FORMA GRAZIE AL TU” (Rizzolatti, 2007). La Eckerman (1996) ha dimostrato che quando i bambini non riescono ad interagire con la parola tendono a fare dei giochi d’imitazione e più giochi d’imitazione fanno, più saranno in grado di parlare fluentemente. Ciò porta a ritenere che esistano legami molto forti tra l’imitazione e la comunicazione verbale dei bambini e che l’imitazione sembra preludere la comunicazione verbale. (86) Marco Iacoboni (2008) è riuscito a dimostrare che il sistema dei neuroni specchio, individuato in varie regioni corticali (lobi frontali e parietali) e connesso all’area temporale superiore, sarebbe in grado di rappresentare gli stati interiori degli altri e potrebbe così mediare i meccanismi della risonanza emotiva che incidono in maniera determinante nelle relazioni interpersonali. (87) Attraverso i Neuroni Specchio è possibile quindi comprendere le intenzioni altrui e prevedere in maniera pre-riflessiva il comportamento (Iacoboni 2008). Si potrebbe concludere affermando che i neuroni specchio dimostrano che l’evoluzione ci ha predisposto all’empatia e perciò sembrano spiegare il nostro essere in relazione con gli altri, tant’è che nell’incontro con gli altri è possibile condividere emozioni ed intenzioni. A questo punto ci si potrebbe chiedere: esiste un collegamento tra i neuroni specchio ed il sistema limbico? Cioè come comunicano tra loro i sistemi neurali dell’imitazione e quelli dell’emozione? Qual è la via neurale? L’area capace di connettere le aree dei neuroni specchio con le aree limbiche è stata individuata nell’ìnsula ed attraverso le tecniche delle neuro immagini, Iacoboni (2008) ha elaborato un’ipotesi di empatia dei neuroni specchio concludendo che le aree dei neuroni specchio aiutano a comprendere le emozioni degli altri attraverso forme d’imitazione interne. I neuroni si attivano quando glia altri esprimono le proprie emozioni e attraverso quest’attivazione i neuroni inviano segnali ai centri emozionali del sistema limbico facendo in modo che si provi quello che provano gli altri. I risultati confermano che neuroni specchio, insula e aree emozionali del cervello poste nel sistema limbico, come l’amigdala, si attivano contemporaneamente 14 Capitolo 2: L’influenza della cultura nelle espressioni delle emozioni (88-89) Barone (2007) considera le emozioni come risposte apprese, determinate dal linguaggio e dal sistema culturale di una certa comunità, frutto di interiorizzazioni di valori, di credenze e di regole. Interessante, a questo punto, è il costrutto* di script emotivo (copione, per indicare una serie di comportamenti che tendono ad essere ripetuti). Si deve a Tomkins (1979; 1995) l’elaborazione del costrutto *(In italiano di solito la frase segue l'ordine Soggetto Verbo Oggetto (SVO), per cui la domanda «Il bambino ha mangiato la pappa?» è un tipico costrutto della lingua italiana. Se invece scrivessi «Ha il bambino mangiato la pappa?» utilizzerei un insolito e improprio costrutto sintattico "germanico" (tipico del tedesco e dell'inglese), con Verbo Soggetto Oggetto (VSO); di script di vita basati sulle emozioni. Egli considera 3 questioni: 1. le emozioni costituiscono la motivazione del comportamento; 2. un’emozione è originata nel cervello che traduce nel corpo le risposte; 3. l’adattamento è la strategia utilizzata che diventa come un tratto della personalità. Egli descrive una serie di script a seconda delle emozioni negative. Si parla di: script di potere se la risposta emotiva è caratterizzata dalla rabbia; di script altruistico il tentativo di entrare in sintonia con le emozioni negative dell’altro; di script di rilassamento quando la risposta sfugge l’emozione negativa attraverso una serie di comportamenti distraesti quali: fumare, bere alcolici e così via: Questi script, in generale, danno una chiave di lettura riguardo le dipendenze. Secondo Oatley le emozioni sono mezzi fondamentali con cui si strutturano i rapporti umani. Secondo l’autore esistono scopi sociali che predispongono a copioni specifici come per esempio la felicità che determina collaborazione oppure la rabbia che determina il conflitto e così via. Oatlay individua assieme a Jennifer Jenkins, 3 obiettivi sociali: 1. l’affermazione di sé, è l’affermarsi di se stessi contro gli altri con cui si va in conflitto per il potere ed il prestigio; 2. l’attaccamento, sottolinea la dipendenza come bisogno per essere protetti; 3. l’affiliazione, si riferisce al bisogno di cooperazione che esprimiamo nell’interagire con gli altri. Averill (1982) definisce le emozioni come sindromi socialmente costruite. Il termine sindrome si riferisce alla multifattorialità delle componenti caratterizzate da aspetti fisiologici, cognitivi, socio-culturali, espressivi, comportamenti interdipendenti tra loro, e che partecipano a determinare l’esperienza emotiva. (90) Come per il linguaggio le emozioni si esprimono attraverso 2 forme: 1. non verbale, riferita al sistema prossemico (uso della distanza dello spazio interpersonale), alla postura, alla mimica facciale, ai gesti; 2. verbale riferita alla parola attraverso le quali è possibile esprimere le emozioni. Lo sviluppo del bambino è caratterizzato da un periodo in cui la capacità di esprimersi è legata esclusivamente al non verbale. In seguito il bambino, con l’acqiosizione del linguaggio, comincia ad utilizzare parole per definire le diverse emozioni. Ogni famiglia ha una propria gamma di emozioni accettate e di emozioni proibite. Non è raro che sentire frasi come “Non devi aver paura”, “Non devi essere triste”, Non devi essere imbronciato con tuo fratello”. Il bambino impara così a non esprimere le emozioni reali, poiché non accettate, così altre finte ne prendono il posto. Queste emozioni sostitutive sono chiamate da Eric Berne (1971) emozioni passive e vengono utilizzate dal bambino come modo indiretto per ottenere carezze. La competenza emotiva. (91) Nella comunicazione delle emozioni il linguaggio del corpo utilizza diversi canali tutti rilevanti ai fini della comprensione delle emozioni. Il volto rappresenta un canale privilegiato poiché è proprio attraverso le espressioni del viso che è possibile comprendere quello che sta provando una persona. 15 Risale a Darwin (1872) l’ipotesi che molte reazioni espressive delle emozioni abbiano una base innata negli uomini, anche se le influenze culturali possono modificare il modello di base. Le nostre reazioni emotive primarie rivelano somiglianze sia tra specie differenti sia tra culture diverse della stessa specie. (91) Altri canali comunicativi attraverso i quali si esprimono le emozioni sono: la voce, la postura, le gestualità, il sistema prossemico: (92) la voce costituisce un indicatore preciso dell’influenza emotiva; la postura è un segnale non verbale che può svelare emozioni nascoste. Le posizioni che il corpo assume durante un dialogo, o in altre forme d’interazione, sono correlati agli stimoli emotivi; (93) la gestualità ha una propria semiotica (la disciplina che interpreta i segni) in quanto esprimono qualcosa che è presente con qualcosa che è assente. Nel comportamento gestuale si possono distinguere 2 categorie: la gesticolazione esclude il contatto con le altre parti del corpo e fa riferimento ai gesti compiuti principalmente con le braccia, le mani e le dita: l’automanipolazione fa riferimento a quei gesti come grattarsi, toccarsi i capelli, serrare le braccia, giocare con le dita, battere su un braccio o su una gamba. Questi comportamenti per Rosenfeld denoterebbero imbarazzo, disagio, inquietudine; mentre per Argyle (1992) servirebbero per scaricare l’ansia. La prossemica riguarda l’uso della distanza dello spazio interpersonale. E.T. Hall (1963) ha definito 4 zone di distanza interpersonale: la distanza intima (0-45 cm); la distanza personale (45-120 cm); la distanza sociale (1-5 metri); la distanza pubblica (oltre i 3-5 metri) Il contesto scuola. (95) In ambito scolastico gli insegnanti svolgono con l’alunno un ruolo fondamentale nella regolazione sia del livello di attività (attività motorie, controllo motorio), sia della comunicazione e del contatto con i compagni, sia infine nella formazione dell’immagine di Sé. Le relazioni tra i bambini e gli adulti che si prendono cura di loro rivestono un ruolo fondamentale nello sviluppo della personalità e costituiscono il substrato su cui s’innestano e si coniugano le future relazioni sia con gli altri adulti sia con i compagni di gioco. Le caratteristiche che determinano la qualità delle relazioni vanno individuate soprattutto nella disponibilità e nella capacità dell’adulto caregiver (termine inglese che indica una persona che si prende cura di un’altra persona) di leggere e di rispondere in maniera appropriata ai messaggi ed alle richieste del bambino. (96-99) Legami sicuri con genitori emotivamente affidabili originano nel bambino sentimenti di sicurezza e fiducia che saranno trasferiti in altre relazioni significative con adulti. Così come relazioni disturbate tra genitori e figli favoriscono nei bambini il rischio di sviluppare problemi di condotta nei primi anni di scuola. Secondo Bowlby (1907-1990) postula che negli individui sia presente fin dalla nascita un sistema di schemi comportamentali a base innata detto sistema dell’attaccamento che produce diverse modalità d’interazione. La dimensione emozionale ed affettiva costituisce altresì una condizione necessaria per tutti, poiché il lavoro del docente è basato sulla relazione per cui la sintonia empatica e la gestione del gruppo classe risultano essere determinanti. Senza che l’alunno impara poco e male e potrebbe essere soggetto a quello che viene definito drop-out (abbandono) scolastico. Docente ed alunni sono coinvolti in un processo di co-costruzione del sapere attraverso il quale si innesta principalmente su sentimenti, emozioni, fantasie, consce ed inconsce, che sviluppano 16 sia gli allievi nei riguardi degli insegnanti sia gli stessi docenti nei riguardi dei propri allievi e che colorano le relazioni tra le persone che intervengono nella dinamica del processo educativo. Approfondimenti Teorici: La teoria energetico pulsionale (100) Con Freud nasce la Psicoanalisi, una disciplina costituita da un corpo di teorie che spiegano lo sviluppo ed il funzionamento mentale. Egli alla base di tutto pone 2 ipotesi: 1. il determinismo psichico o anche ipotesi della causalità è spiegabile nell’assunto che nulla avviene per caso o in modo slegato; qualsiasi evento psichico è determinato da altri eventi che lo hanno preceduto; 2. l’inconsapevolezza dei processi mentali si basa sul principio che l’attività mentale sia principalmente inconscia. Quando un sentimento, un pensiero, un sogno sembrano essere senza senso questo è dovuto al fatto che la connessione causale è inconscia piuttosto che conscia. I processi della mente possono essere diversi a seconda che siano consci o inconsci e la psicoanalisi costituisce un metodo, una tecnica per scoprire i nessi causali dei processi psichici. Il paziente si impegna a riferire all’analista qualsiasi pensiero gli venga in mente senza censura, allentando il controllo cosciente dei suoi pensieri per cui ciò che il paziente pensa e dice è determinato da motivazioni e pensieri inconsci. In psicoanalisi, possiamo distinguere 2 teorie: la teoria clinica che consiste nello studio delle motivazioni del soggetto, da reperire nella storia dei suoi rapporti oggettuali; la meta psicologia (meta, dal greco dopo, oltre) che consiste nello studio del funzionamento dell’apparato psichico. Prima di addentrarci nello studio della metapsicologia chiariremo alcuni termini, (come pulsione, inconscio, rimozione, libido, energia) che ricorreranno nella descrizione della teoria. (100-101) La pulsione viene definita da Freud come un fenomeno psicobiologico in quanto si tratta di una spinta biologica che impone un lavoro psichico; la pulsione, originerebbe dagli organi interni come le zone erogene, senza includere una risposta motoria, ma solo uno stato di eccitazione o di tensione, mediato da una parte della psiche chiamata “Io”. La pulsione ha un rapporto piuttosto rigido con l’oggetto del desiderio e difficilmente potrebbe ottenere soddisfazione da qualcosa di diverso. Nella psicodinamica un oggetto è l’obiettivo finale; può essere una persona (o parte di essa), ma anche un oggetto inanimato. Per quel che riguarda l’energia, Freud postulò, in analogia col concetto di energia fisica, l’esistenza di un’energia psichica, che è chiamata “carica psichica”. Egli parlò di “un quantum” cioè di una quantità di energia psichica che è diretta o legata verso la rappresentazione mentale di una persona o una cosa. Il concetto di energia psichica ha dato luogo ad enormi confusioni; infatti la teoria energetico-pulsionale è stata molto criticata e oggi superata. Un istinto, invece, è la capacità innata di reagire ad uno stimolo in maniera stereotipata. La meta psicologia (la I Topica-1915) Topos significa luogo e sta ad indicare quali sono i luoghi della mente, senza alcun riferimento alla localizzazione anatomica. Secondo la prima topica la psiche è una realtà complessa che viene divisa in 3 zone o luoghi: Inconscio, Preconscio, Conscio. L’Inconscio. Scrive Freud “Tutto ciò che è rimosso è destinato a restare inconscio”. Freud indica che i contenuti possono riaffiorare nei sogni in forma simbolica o manifestarsi come atti mancanti, come i lapsus e le distrazioni. Un lapsus è un errore involontario, una distrazione che sopraggiunge come desiderio inconscio che affiora e trova così soddisfacimento. L’inconscio latente (nascosto) tuttavia è capace di divenire cosciente, Preconscio. 17 Il Preconscio. Comprende l’insieme dei ricordi, rappresentazioni, desideri che, pur essendo momentaneamente inconsci, possono, in virtù di un piccolo sforzo, diventare consci. Il Conscio. S’identifica con la nostra coscienza o, meglio, con la nostra attività diurna consapevole. La parte che percepisce la realtà, inventa, crea, agisce, pensa, decide. Freud mano a mano riscontrò che c’erano anche altri criteri che potevano essere applicati ai processi mentali e propose così una seconda topica definita strutturale. La II Topica (1923) o topica strutturale, Freud individua 3 istanze dell’apparato psichico che non chiama più preconscio, conscio e inconscio, ma Io e Super Io. Queste ultime non sostituiscono le 3 componenti della prima topica, ma le integrano. Nella seconda topica, che rappresenta un modello più dinamico rispetto alla prima, Freud parla di psiche e non più di cervello. L’Es. Sta ad indicare il “serbatoio” dell’energia psichica, cioè l’insieme delle dinamiche inconsce, ereditate ed in parte acquisite e rimosse. L’Es è governato esclusivamente dal principio del piacere. L’Io. È governato dal principio della realtà, cioè quello di distinguere tra gli stimoli che gli provengono dal mondo esterno e quelli che provengono dal mondo interno, come desideri e impulsi dell’Es. I fattori che contribuiscono allo sviluppo dell’Io sono maturativi ed ambientali legati cioè all’esperienza. Freud ha considerato che, nella formazione dell’Io, il primo aspetto importante sta nella relazione che il bambino ha con il proprio corpo. Tant’è che Freud ha definito in primo luogo un Io Corporeo. Il Super io. È rappresentato dall’insieme dei divieti sociali sentiti dalla psiche come costrizione ed impedimento alla soddisfazione del piacere. Il Super Io rappresenta la censura morale della coscienza. Freud descrive che alla nascita l’ES comprende sia l’Io sia il Super Io e che solo nel corso della crescita questi si separano dall’Es. Primo a differenziarsi è l’Io e ciò che avviene intorno ai 6-8 mesi e verso i 2-3 anni si può considerare stabilito. Il Super Io la cui differenziazione avviene intorno ai 5-6 anni, ma si stabilisce più o meno verso i 10-11 anni. Si è detto che uno dei compiti dell’Io è quello di opporsi alle istanze dell’Es quando le giudica pericolose. I meccanismi di difesa Il primo meccanismo, quello più discusso, dalla letteratura è chiamato rimozione. (105) La Rimozione Consiste in un’attività dell’Io che sbarra la via della coscienza agli impulsi indesiderati che provengono dall’Es. Tra queste 2 forze che si oppongono, carica e contro carica, si stabilisce un continuo bilanciamento che vede a volte il sopravvento dell’Io a volte quello dell’Es. Altri meccanismi di difesa sono: La Formazione Reattiva è un meccanismo attraverso il quale in una coppia di atteggiamenti ambivalenti odio-amore, per esempio, uno dei due viene supervalutato per rendere inconscio l’altro temuto. La Negazione consiste nel rifiuto di riconoscere la natura della pulsione penosa o inaccettabile, che non viene completamente rimossa, ma che può “affacciarsi” alla coscienza, pur negandone l’origine o l’appartenenza personale. 18 L’Identificazione o auto attribuzione di caratteristiche e qualità proprie dell’oggetto amato. Fondamentale nello sviluppo del bambino, che “copierà” caratteristiche dei genitori e di altre persone significative della sua educazione. L’Introiezione processo di assimilazione dell’oggetto o sue qualità. Che vengono riconosciute come proprie. Le caratteristiche introiettate dell’oggetto diventano indistinguibili dal Sé. Meccanismo essenziale nello sviluppo infantile, che consente al bambino di assimilare le figure significative, come i genitori, e di ricorrere alle loro qualità anche in assenza di esse. La Proiezione agisce di frequente assieme alla scissione delle proprie qualità ritenute buone e cattive, proiettando le ultime. La Scissione o separazione delle qualità contraddittorie dell’oggetto (buone e cattive), e di conseguenza dei sentimenti ad esso relativi, spesso vissuti come non integrabili. Lo Spostamento investimento di sentimenti inaccettabili su un oggetto “sostitutivo” che rappresenta l’oggetto “reale”. La Sublimazione cioè la soddisfazione della pulsione mediante il cambiamento dello scopo o dell’oggetto in direzione più accettata culturalmente (per esempio: aspirazioni artistiche). La Teoria dell’Attaccamento di Bowlby Il bambino piccolo possiede una predisposizione innata su base biologica, a sviluppare un legame di attaccamento verso chi si prende cura di lui. L’attaccamento ha quindi una funzione biologica ed una funzione psicologica, di fornire protezione. La genesi dell’attaccamento avviene attraverso 4 fasi (Bowlby, 1960) 1. 0-2 mesi in cui l’infante è disponibile ad interagire con tutte le persone; 2. 2-7 mesi in cui l’infante continua ad essere disponibile nei confronti degli sconosciuti e mostra disagio della solitudine piuttosto dall’assenza della madre; 3. 7-24 mesi in cui si stabilisce il legame di attaccamento vero e proprio e le risposte di attaccamento sono rivolte alle persone con le quali vi è una relazione affettiva; 4. 2 anni in poi, caratterizzata dallo sviluppo di una relazione in vista di uno scopo di tipo reciproco. Riassumendo: il bambino costruirà un modello interno delle figure di attaccamento, interiorizzando la qualità percepita delle proprie interazioni vissute e svilupperà un modello di sé connesso appunto al modello delle figure di attaccamento. Bowlby teorizza che l’attaccamento nasce come manifestazione pulsionale, ma si sviluppa, in seguito, come fenomeno internazionale. Il Contributo di Mary Ainsworth (1978) Bowlby e Ainsworth (1978) hanno teorizzato che le persone tendono a stringere legami affettivi preferenziali con altri individui lungo tutto l’arco della vita secondo un modello fornito dalla relazione precoce tra il bambino ed il genitore. La Ainsworth ha elaborato una procedura osservativa che prende il nome di Strange Situation. In questa procedura i bambini erano sottoposti ad una serie di stress blandi ma crescenti. La Strange Situation comprende 8 episodi che avvengono in un contesto non familiare in cui viene analizzato: Il modo in cui il bambino reagisce alla separazione dalla madre; I comportamenti di esplorazione che mette in atto; I comportamenti in presenza dell’estraneo; La reazione al ricongiungimento con la madre. 19 Gli 8 episodi sono i seguenti: 1. Introduzione nella stanza insieme alla madre 2. Da solo con la madre 3. Dopo l’arrivo di un adulto 4. Da solo con l’adulto 5. Completamente da solo 6. Da solo con l’adulto 7. Al ritorno della madre 8. Da solo con la madre Da questa procedura sono nati gli stili di attaccamento (Ainsworth, 1978). Il bambino gioca quando la madre è vicina, non ha bisogno di controllare continuamente la presenza, esplora l’ambiente e mostra interesse per la presenza di persone estranee. L’insicuro-evitante. Il bambino non sembra giovarsi della presenza della madre ne sembra risentire della lontananza. Tende ad ignorarla quando vengono riuniti dopo la separazione dedicandosi di più al gioco ed all’esplorazione. L’insicuro-ambivalente. Il bambino mostra di avere molte difficoltà in una situazione esterna e cerca il contatto con la madre e non esplora l’ambiente. La separazione esterna e cerca il contatto con la madre e non esplora l’ambiente. La separazione appare turbarlo molto ed alla riunione con la madre dimostra un misto di ricerca di riluttanza di contatto. Al primo modello sembrerebbero in grado di recepire segnali di comunicazione del bambino rispondendo pienamente a segnali di disagio o di malessere mostrandosi disponibili ed affettuose.. Da ciò il fatto che il bambino riuscirebbe a sviluppare un senso interno di sicurezza che gli permetterebbe di esplorare il mondo.; al secondo modello sembrerebbero non essere in sintonia con i comportamenti del bambino mostrandosi poco sensibili ai segnali di disagio e poco accoglienti sul piano fisico. Conseguenza di ciò il bambino svilupperebbe scarsa fiducia circa una pronta ed adeguata risposta alle proprie difficoltà e tenderebbe ad assumere un atteggiamento di autosufficienza minimizzando così le occasioni di vicinanza alla madre per il rischio di un possibile rifiuto. 20