Giornate italo-‐francesi di psicomotricità e riabilitazione

 Giornate italo-­‐francesi di psicomotricità e riabilitazione neuro psicomotoria: "I gesti che curano" Milano, 4, 5, 6 Aprile 2014 Claudio AMBROSINI, Centro RTP (Ricerca e Terapia Psicomotoria), Milano
TNPEE
Neuroni canonici in terapia neuropsicomotoria
L’atto evento centrale del cambiamento
Abstract
La relazione presenta l’intervento terapeutico psicomotorio con un bambino con
Disturbi della Coordinazione Motoria (DCD) e con Disprassia (D), esempio di una
metodologia che pone al centro del suo sapere l’atto. Si descrivono, in apertura di
relazione, le funzioni dei neuroni canonici scoperti dal neuroscienziato G. Rizzolatti e
i riferimenti teorici alla base del metodo quali il concetto di “schema d’azione” di J.
Piaget e la “teoria motoria della percezione” di A. Berthoz.
La relazione si conclude dichiarando che il disturbo disprassico settoriale manuale è
sempre in rapporto alla prassia globale di tutto il corpo e suggerisce di porre
attenzione alla stretta relazione tra atto e schema corporeo.
The aim of this paper is to present the psychomotor therapeutic method in a child
with Developmental Coordination Disorder (DCD) e with Dyspraxia (D), which is an
example of a method centered on the motor action. The first part of the paper
describes the canonical neuronal functions, discovered by the neuroscientist G.
Rizzolatti, and the theoretical references of the method, such as the notion of “action
scheme” described by Piaget and the “Motor Theory of Perception” described by A.
Berthoz.
The conclusions of the paper state that the manual dyspraxic disorder is always
related to the global praxia of the entire body and suggest to focus on the close
relation between action and the body schema.
Il testo di Rizzolatti e Sinigaglia So quel che fai esce nel 2006, ma alcuni dei risultati
delle ricerche lì pubblicate erano già noti nei primi anni ’90 del novecento. Infatti, li
diffuse proprio Rizzolatti in un convegno tenuto a Milano alla Fondazione Stelline.
Il professore mostrava e descriveva il rapporto tra l’atto di prensione di una macaco e
la sua scarica neuronale che avveniva un attimo prima della prensione della
nocciolina da parte della scimmia.
Il fatto interessante e stupefacente era che la scarica del neurone era indipendente dal
tipo di presa, piuttosto rispondeva al significato1 dell’atto.
1
Significato è il termine da me introdotto per spiegare la descrizione, ma non è propriamente corretto e vi ritorneremo
più avanti
2 ‘So quel che fai’ descrive i risultati di anni di studio e denomina ‘canonici’ proprio
quei neuroni che “rivelano una chiara congruenza tra le loro proprietà motorie … e la
loro selettività visiva … svolgendo un ruolo decisivo nel processo di trasformazione
dell’informazione visiva relativa a un oggetto negli atti motori necessari per
interagire con esso” (Rizzolatti; Sinigaglia 2006).
I neuroni canonici si collocano in sintonia alla metodologia della terapia psicomotoria
(Wille; Ambrosini 2005) che qui, in parte, andremo a descrivere sottolineando la
centralità dell’atto come asse portante per il percorso evolutivo del bambino.
È opportuno che si indichino alcuni riferimenti teorici oltre a quello di Julian de
Ajuriaguerra che si dà per scontato nella nostra professione, pertinenti al discorso:
• Il concetto di “schema d’azione” (Piaget 1968);
• La teoria motoria della percezione (Berthoz 1999).
Cosa è uno schema?
Secondo Piaget uno schema è una struttura cognitiva concernente una classe di
sequenze d’azioni analoghe che danno il nome allo schema.
Per Jean Piaget lo schema di prensione, indicativo come esempio, si riferisce a tutti
quegli atti che contemplano il raggiungimento dello scopo, appunto, quello di
prendere. È possibile quindi prendere con una presa digito-palmare, così come di
opposizione del pollice, così come con la bocca o con i piedi o con qualsiasi altra
parte del corpo utilizzabile per la presa. Lo schema, proprio perché raggiunge lo
stesso fine con atti concreti diversi, è una struttura cognitiva che determina la
modificazione evolutiva intellettiva. Lo schema origina i significati delle azioni che
progressivamente arricchiranno la struttura cognitiva la quale potrà determinare
migliori processi adattivi quantitativi e qualitativi alla realtà fisica cui ogni essere
vivente è legato e da cui dipenda la sua sopravvivenza.
Infatti, “il nostro cervello dispone di modelli interni della realtà, modelli non
rappresentativi, in accordo con le leggi fisiche del mondo reale. L’accordo è
nell’oscillazione-scarica di certi neuroni in corrispondenza di parametri fisici e di
leggi fisiche che regolano il mondo reale. L’accordo è nel processo anticipatorio,
proprietà neuronale quantificabile in millesimi di secondo”. (Berthoz 1998).
Che significa? Accordo tra proprietà fisiche dell’oggetto e neuroni deputati a
rispondere a quelle caratteristiche in termini funzionali, quindi adattivi. Ecco che un
sassolino anticiperà una prensione fine a pinza superiore in cui saranno coinvolti
pollice e indice, ma un sassolino allungato solleciterà un’opposizione del pollice
combinata oltre che con l’indice anche con il medio e infine un sassolone coinvolgerà
polpastrelli di tutte e cinque le dita di una mano. La questione, però, non si esaurisce
qui.
3 Infatti, “…la teoria motoria della percezione annulla la distinzione tra percezione e
azione. La percezione è … un’azione simulata. Noi non rispondiamo solo a degli
stimoli dell’ambiente, ma interroghiamo l’ambiente, anticipiamo le conseguenze
delle nostre azioni, prevediamo il futuro.” (Berthoz 1998).
Nella presa del sasso, qualsiasi esso sia, è implicita la previsione - la mano si dispone,
ancor prima della presa concreta, nel miglior modo possibile per prendere - e
l’interrogazione sulle possibili variabili e conseguenze dell’azione. Il peso del sasso
potrebbe non corrispondere a quello previsto, ma il sistema neurale è pronto a
registrare e a rispondere alla variabile inattesa. Il peso è solo uno dei molteplici
esempi che si potrebbero offrire, un ulteriore potrebbe essere la forma irregolare
dell’oggetto, il sasso va ancora bene come sostegno all’esempio, che indurrebbe una
modificazione della presa affinché esso non cada. Modificazione duplice nei canali
sensoriali: esterocettiva che analizza la forma e propriocettiva nel maggiore impegno
tonico per controllare l’anomalia dell’oggetto.
La teoria motoria della percezione chiarisce e ordina il processo dell’atto secondo
questi punti:
• Previsione
• Anticipazione
• Settorialità sensoriale
• Multisensorialità
• Derivazione
• Modulazione.
Si può quindi, finalmente, parlare di sistemi motorio-percettivi e non percettivomotori e l’inversione dei due termini è un’inversione concettuale poiché pone in
evidenza il ruolo effettivo del movimento che costruisce atti e azioni nello sviluppo
infantile. Il movimento non è uno strumento al servizio della percezione e del
pensiero, il movimento determina il fluire delle percezioni ed è la matrice del
pensiero.
È possibile quindi coniugare il concetto di schema in Piaget con i neuroni canonici?
Questi ultimi garantiscono l’efficacia dell’atto con la corrispondenza tra leggi fisiche
della realtà e modelli interni in grado di leggerla. Predispongono le condizioni per
l’adattamento attraverso gli schemi d’azione che, arricchendo l’organizzazione
interna, determinano la modificazione evolutiva delle strutture cognitive.
La metodologia psicomotoria, che interloquisce con le teorie sinteticamente qui
esposte, ha al centro del proprio sapere il movimento con le tre polarità che lo
identificano:
4 • La Qualità Motoria (QM) con i suoi parametri di scioltezza, dissociazione,
equilibrio, regolarità.
• L’Organizzazione Motoria (OM) che stabilisce pianificazione ed esecuzione
dell’atto secondo sequenze ordinate per il raggiungimento dello scopo.
• Infine quella che chiamiamo Esperienza Emotivo-Affettiva (EEA) che
accompagna e si fonde con il movimento lasciando in esso tracce della sua
storia evolutiva.
L’esposizione che segue2 descriverà la centralità dell’atto in un caso di un bambino di
circa 7 anni con Disturbo della Coordinazione Motoria (DCD) e con Disprassia (D)
attraverso la presentazione di sequenze di una seduta in cui i concetti precedenti sono
particolarmente evidenti.
I due disturbi, pur essendo spesso associati nello stesso soggetto, sono di natura
diversa: il DCD dipende da un deficit di QM, mentre la D è conseguente al deficit di
OM. Tale distinzione che la valutazione psicomotoria basata sull’esame psicomotorio
(Wille 1996; Wille; Ambrosini 2005) pone bene in evidenza è indispensabile per
poter programmare gli scopi dell’intervento terapeutico.
Si osserverà e si descriverà allora, il processo di adattamento di uno schema d’azione
manuale e della sua generalizzazione -processo cognitivo- e di come probabilmente
agiscono i canonici nel corso dei diversi atti.
La relazione presentata al Congresso si è basata sulla proiezione di un video che qui
sarà sintetizzata da foto accompagnate da una descrizione.
Lo scopo dell’atto è quello di trasportare un cerchio con una corda infilata in esso
senza che le mani lo tocchino (fig.0).
Fig. 0
Nella foto in fig.1 si osserva il bambino che in postura eretta, appena flessa, si
avvicina al cerchio e muove verso di esso la mano destra. In fig.2 il bambino infila
solo la parte terminale della corda, al di sotto della quale estende il dito indice per
irrigidirla. Perché compie questo atto? Nel bagaglio delle sue conoscenze egli aveva
2
Nella relazione presentata a Milano la descrizione che qui leggerete è stata di accompagnamento al video che ben
raccontava le fasi della seduta di terapia psicomotoria
5 utilizzato come mezzo di trasporto di un cerchio un bastone infilato e poi alzato: ora
sta procedendo allo stesso modo solo che la struttura dell’oggetto, flessibile, non
consente tale atto per cui il cerchio cade.
Fig.1
Fig.2
Fig.3
Come indurre nel bambino lo schema d’azione possibile senza esplicitare la
risoluzione? Questi sono momenti del lavoro interessanti, quando l’invenzione del
terapista permette al bambino di imboccare la via per la risoluzione, ma lasciando
nelle sue mani il successo che, ovviamente, ha una ricaduta positiva sulla relazione e
sull’autostima, due fattori relativi al polo dell’EEA che non possono essere trascurati
nei bambini con Disturbi Minori del Movimento (DMM) (Wille 1996) che
raggruppano, appunto, i DCD e le D. Si offre, allora al bambino un bastone cavo
(fig.3) e gli si chiede di infilare una corda fino a farla uscire dall’altra parte: “Bene,
spingi ancora un po’ così ne uscirà un bel pezzo”. A quel punto la richiesta è la
seguente: “Ora prendi la corda e così solleverai il bastone dal pavimento”. Si badi
bene che non si effettua una richiesta che abbia in sé la risoluzione, non si dice
“prendi con le due mani la corda, una mano da una parte e una mano dall’altra parte
del bastone” altrimenti i processi accomodativi che sono l’obiettivo del lavoro si
ridurrebbero e l’interiorizzazione dell’atto non avverrebbe. Solo che il bambino
prende la corda con una sola mano, si alza da terra e così la sfila senza raggiungere lo
scopo.
L’invenzione non ha avuto successo, ma la strada da seguire è questa: quale oggetto,
non la corda in quanto flessibile, potrebbe favorire il risultato richiesto?
Viene offerto un ulteriore bastone più lungo e di sezione inferiore a quella del
bastone già in uso e si ripropone la medesima richiesta precedente (fig.4). Il bambino
prende il bastone lungo, lo inserisce nell’altro, poi lo prende a una sola estremità con
la mano destra sollevando così anche il bastone rosso. È in questo preciso istante che
il terapista pone la domanda: “E l’altra mano dove la metti?” suggerendo un atto
6 simmetrico che interiorizzandosi si riflette nella percezione della simmetria corporea3
(fig.5).
Fig.4
Fig.5
Fig.6
A questo punto si ritorna alla proposta precedente, di nuovo una corda è infilata nel
bastone, ma essa non è più di ostacolo: il bambino generalizza le assimilazioni
precedenti e le trasferisce al nuovo contesto per cui l’azione incorpora la nuova
significazione dello schema ‘infilare’ (fig.6), che ora il bambino è in grado di
trasferire al contesto iniziale, quello attorno a cui è stato richiesto il processo adattivo.
Si noti nelle fig.7,8 ciò cui si è accennato con il commento alla fig.6: la perfetta
simmetria corporea derivata dall’atto precedente e ora motore per quelli successivi.
Fig.7
Fig.8
Lo schema acquisito, cioè il trasporto di cerchi con una corda infilata tenuta con le
due mani4, apre immediatamente possibilità di atti nuovi come depositare il cerchio
nella fessura del mattone attraverso fini regolazioni toniche che coinvolgono sia la
motricità fine, sia il suo rapporto con la postura, atti che si legano alla funzione
mano-occhio: la mano va dove l’occhio sta guardando innescando i processi
anticipatori che consentono il buon fine dell’azione.
Ora è necessario introdurre variabili che permettano al bambino la reale
sedimentazione dello schema appreso, cioè la sua generalizzazione a contesti
3
Si ritornerà su questo punto nelle conclusioni.
È possibile, ovviamente, tenere la corda con una sola mano e trasportare così il cerchio come se fosse una borsa, ma
tale fatto, evoluzione dello schema che presuppone uno spostamento laterale, quindi un accento di nuovo sul corpo, non
viene discusso in questo testo.
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7 differenti e più complessi. Gli si chiede, utilizzando lo stesso schema, di prendere con
la stessa corda più cerchi: prima uno, poi l’altro, l’altro ancora trovando quegli
accomodamenti che permettono la realizzazione senza che i cerchi si sfilino
(fig.9,10,11).
Fig.9
Fig.10
Fig.11
Infine, l’ultima richiesta, quella che può confermare al bambino l’effettiva
interiorizzazione del “concetto d’azione": “Guarda Leo5, dei cerchi infilati nel
calorifero, prendili tutti insieme!” (fig.12). Leo procede con il suo schema ben
appreso, fa passare la corda all’interno di tutti i cerchi (fig.13), ma la trascina troppo
verso sinistra, perdendo così gli altri, quelli già infilati (fig.14).
Fig.12
Fig.13
Fig.14
È però in grado di retroagire, avvicina tutti i cerchi, recupera quelli persi (fig.15), si
prepara a sollevarli (fig.16), riconquista la postura eretta e li stacca, sostenendoli,
definitivamente dal pavimento, raggiungendo così lo scopo (fig.17).
Fig.15
Fig.16
Fig.17
5
Nome scelto a caso.
8 Alcune riflessioni conclusive.
Il lavoro che si è presentato appare come un lavoro su un processo prassico settoriale,
ed è sicuramente così, ma non si può scordare che una prassia manuale non può mai
essere disgiunta, separata, isolata dalla prassia globale che tutto il corpo compie nel
disporsi nel momento esatto (tempo), nel posto esatto (spazio) per la risposta adattiva
(Wille; Ambrosini 1987). Questo è lo schema corporeo! Non banalmente la
conoscenza delle diverse parti, sicuramente importante. Allora abbiamo una stretta
interdipendenza tra atto e il corpo che si riflette in una presa di consapevolezza
multisensoriale che costruisce lo schema corporeo. È attraverso questo processo che
il corpo si trova pronto nei confronti dell’ambiente fisico ed è ciò che è avvenuto in
Leo quando ha preso simmetricamente il bastone lungo infilato nell’altro da sostenere
(vedi descrizione precedente a proposito di fig.4-5).
Il presente lavoro mostra la stretta interdipendenza tra il DCD e la D, mostra come
l’esercizio prassico proposto in una precisa fase terapeutica che succede a precedenti
fasi che hanno attivato la QM, possa trascinare il miglioramento delle coordinazioni
cinetiche, in particolare quelle che si riferiscono al controllo dinamico della postura.
La prassia che è stata descritta, una delle innumerevoli del programma terapeutico
psicomotorio, è sostenuta costantemente dal rapporto che la mano deve avere con
l’oggetto principale del lavoro, la corda, oggetto flessibile che impone costantemente
aggiustamenti continui per soddisfare la richiesta.
L’ipotesi che viene fatta è che l’esercizio prassico trascini l’attivazione dei neuroni
canonici e di conseguenza i processi anticipatori. Questi aspetti che qui si possono
solo descrivere, ma ben osservabili nel video, sono evidenti in due momenti del
lavoro: quando Leo inserisce un cerchio sostenuto dalla corda nella fessura del
mattone trovando le corrette posizioni della mano, degli arti superiori e della postura
e la fine regolazione tonica che anticipa il possibile movimento corretto (teoria
motoria della percezione) e quando lo schema si generalizza al trasporto di più cerchi
dove la ricerca delle corrette sequenze prassiche si combina con i parametri
qualitativi del movimento.
In altri termini la ricerca dello scopo, prassia, si combina ed è favorita dalle
componenti qualitative del movimento che consentono le anticipazioni e l’efficacia,
anche temporale, nel senso di velocità esecutiva dell’atto.
Il lavoro qui presentato, esempio di una metodologia di intervento psicomotorio che
individua l’atto come fattore centrale del cambiamento in un ambiente terapeutico, la
stanza, pensata, allestita e curata con gli oggetti funzionali agli scopi e alla tipologia
adattiva del bambino, fa sorgere anche una domanda: è ipotizzabile che i neuroni
9 canonici che sono stati scoperti e studiati in riferimento alla prensione esistano anche
in riferimento ad altre parti corporee e alle diverse posture e posizioni corporee?
Si presume, dai dati clinici che derivano esclusivamente delle osservazioni di
bambini in terapia psicomotoria presso il nostro Centro di Milano, che il corpo nel
suo complesso, nei suoi atti posturali risponda in sintonia a neuroni canonici così
come accade per i canonici della prensione.
Il lavoro sulle prassie manuali assume allora un duplice scopo, primario nella
riduzione del deficit prassico attraverso l’interiorizzazione del concetto motorio alla
base dello schema, unica condizione per la sua generalizzazione cognitiva che
permette il trasferimento dell’appreso nella vita quotidiana, secondario nel
ripristinare un’armonia del corpo funzionale all’esercizio prassico settoriale e cioè
una prassia globale corporea.
Bibliografia
Berthoz A. (1998). Il senso del movimento, McGraw-Hill, Milano.
Piaget J. (1968). La nascita dell’intelligenza, Giunti e Barbera, Firenze.
Rizzolatti G., Sinigaglia C (2006). So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni
specchio, Cortina Editore, Milano.
Wille A.M. (1996). La terapia psicomotoria dei Disturbi Minori del Movimento,
Editore Marrapese, Roma.
Wille A.M., Ambrosini C. (1987). La riabilitazione psicomotoria delle disprassie
dell’età evolutiva, Riabilitazione oggi, anno IV, no 7.
Wille A.M., Ambrosini C. (2005). Manuale di terapia psicomotoria dell’età
evolutiva, Cuzzolin Editore, Napoli.
Claudio AMBROSINI, Centro RTP (Ricerca e Terapia Psicomotoria), Milano
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