1 D.D.A.I. DEFINIZIONE: <<DISTURBO EVOLUTIVO DELL’AUTOCONTROLLO DOVUTO AD UNA PATOLOGIA NEUROPSICOLOGICA CRONICA CON CAUSA INNATA DI TIPO NEURO-BIOLOGICO E FREQUENTE COMPONENTE EREDITARIA, AD ESORDIO IN ETÀ EVOLUTIVA E PICCO IN ETÀ SCOLARE, CARATTERIZZATA DA UN’ALTERATA ELABORAZIONE DELLE RISPOSTE AGLI STIMOLI AMBIENTALI ED EVIDENZIATA DA INATTENZIONE, IMPULSIVITÀ E IPERATTIVITÀ MOTORIA; LA GRAVITA’ DEI SINTOMI DIPENDE DALLA QUALITÀ DELL’INTEGRAZIONE SOCIALE>> o o o o o Il DDAI, quindi, si definisce (CFR. ALLEGATO 1) nel confronto con i coetanei: modalità adattive sensibilmente e frequentemente inadeguate rispetto allo stadio di sviluppo raggiunto, per l’epoca di insorgenza: esordio precoce (verso i 3 anni), per la pervasività: evidenza in differenti contesti di vita (casa/scuola/lavoro), per l’aspetto significativamente invalidante nella vita sociale e, quindi, anche scolastica, per difficoltà di adattamento, comportamenti oppositivo-provocatori, reazioni violente e rabbiose, ecc., per la permanenza (per giungere alla diagnosi si deve compiere un’osservazione dei sintomi per almeno per 6 mesi) anche nell’adolescenza e in età adulta; non si tratta di una fase transitoria di eccessiva vivacità ma di un disturbo definitivo, di un deficit che per definizione è stabile, da cui non si può avere remissione ma un’evoluzione, un “cambio di espressività”; se in presenza di condizioni favorevoli, si può manifestare un certo recupero con una riduzione dei sintomi fino al 60 %, in assenza di queste condizioni, il disturbo può facilmente degenerare in patologia psichiatrica e/o disagio sociale. la DIAGNOSI è di tipo descrittivo: avviene cioè attraverso l’osservazione delle manifestazioni comportamentali e la somministrazione di questionari e interviste diagnostiche raccolte da varie fonti e si stabilisce a partire dalla compresenza dei SINTOMI PRINCIPALI: almeno 6 sintomi di disattenzione o 6 sintomi di iperattività/impulsività tra i 18 individuati (vedi seguito) diversamente combinabili tra loro quindi capaci di caratterizzare differentemente il disturbo: DISATTENZIONE = compromissione della capacità attentiva/scarsa attenzione mantenuta/precoce distraibilità e affaticamento; IMPULSIVITÀ = inadeguato controllo degli impulsi e difficoltà nel posticipare una gratificazione; IPERATTIVITÀ = attività eccessiva, incontenibile e irrilevante rispetto al compito principale; a queste manifestazioni principali, inoltre, si associano SINTOMI SECONDARI: o scarso rendimento scolastico (Q.I. nella norma ma apprendimento disturbato/inadeguato), o problemi comportamentali (aggressività fisica e/o verbale), o scarsa autostima, o scarsa autoregolazione emotiva, o difficoltà relazionali con i coetanei. In base alla combinazione delle caratteristiche si hanno tre sottotipi (vedi seguito: classificazione DSM). È inoltre necessaria una DIAGNOSI DIFFERENZIALE rispetto ad altre patologie con sintomi simili o associate (comorbità in circa i 2/3 dei casi). 2 A.D.H.D. ATTENTION DEFICIT HYPERACTIVITY DISORDER Classificazione secondo il DSM.IV che, formulato dall’Associazione americana degli Psichiatri, è assunta dal Registro nazionale dell’I.I.S. Il DSM.IV per definire un disturbo tiene conto della presenza/frequenza di un certo numero di sintomi e dà una diagnosi descrittiva. Tra le Sindromi e disturbi comportamentali ed emozionali con esordio infantile/adolescenziale si distinguono tre sottotipi di ADHD in base alla prevalenza/combinazione dei 3 sintomi caratteristici: 314.00: ADHD predominantly inattentive type (sottotipo disattento: sognanti, ansiosi, timidi, socialmente ritardati, passivi, distraibili; deficit dell’elaborazione dell’informazione e difficoltà di apprendimento scolastico) che corrisponde a 314.01: ADHD predominantly hyperactive/impulsive type (sottotipo iperattivo-impulsivo: evidenzia soprattutto difficoltà relazioni e di adattamento sociale, oppositivi, con scarsa capacità di controllo, elevata velocità nella focalizzazione degli stimoli ma scarsa precisione ed efficacia attentava, aggressivi quindi a rischio di disturbo oppositivo-provocatorio o della condotta) che corrisponde a 314.01: ADHD combined type (sottotipo misto) che corrisponde a 314.9: ADHD N.O.S. (non altrimenti specificato); D.D.A.I. DISTURBO DA DEFICIT ATTENTIVO CON IPERATTIVITA’ Classificazione secondo l’ICD.10 dell’O.M.S. che propone un’analisi multiassiale a 5 livelli: - psichiatrico, - alterazione dello sviluppo psicologico, - ritardo mentale, - condizioni organiche, - condizioni socio-ambientali. All’interno del Cap. V: Disturbi psichiatrici e comportamentali (F.00F.99), si precisa la specificazione d’asse F.90-F.98: Disturbi comportamentali e della sfera emozionale con esordio abituale nell’infanzia e nell’adolescenza ovvero Disturbi neuro-psichiatrici in età evolutiva all’interno della quale vengono individuati: F.90 disturbi ipercinetici, tra cui: F.90.0: disturbo combinato di disattenzione e iperattività; F.90.1: disturbo ipercinetico della condotta (o disturbo della condotta con sintomi ipercinetici); F.91: disturbi della condotta F.92: disturbi misti della condotta e della sfera emozionale F.93: disturbi della sfera emozionale con esordio caratteristico nell’infanzia F.94: disturbo del funzionamento sociale con esordio specifico nell’adolescenza e nell’infanzia F.95: disturbi a tic viceversa viene definito separatamente il disturbo della condotta in comorbità. F.98 altri disturbi comportamentali e della sfera emozionale con esordio abituale nella infanzia e nell’adolescenza, tra cui: F.98.8: deficit attentivo. Secondo il DSM IV i bambini in età scolare con DDAI sono il 3/5%; La frequenza, in base a varie rilevazioni epidemiologiche in Italia, oscilla tra 1% e 4%. La classificazione ICD.10, più restrittiva, conduce ad una definizione di casi più puri, più gravi, meno frequenti (1-2% circa). Agosto 2007: Vigenti ACCORDI DI PROGRAMMA per gli alunni disabili della Provincia di Ferrara (ex-LEGGE 104/92) (CFR. ALLEGATO 2) Le categorie diagnostiche riferibili all’ambito del DDAI che danno diritto all’insegn. di sost. sono: Sindromi ipercinetiche (F.90.0, F.90.8, F.90.9 con griglia del grado di compromissione; solo alla primaria e secondaria di 1° grado); disturbo ipercinetico della condotta e disturbi della condotta (F.90.1, F.91.3, F.91.8, F.91.9, F.92.0, F.92.8, F.92.9 con associata griglia di compromissione). 3 INCIDENZA: le stime indicano che il DDAI interessa da 1% fino a 5-7% della popolazione scolastica, con un rapporto maschi/femmine di 4/1 nella popolazione generale e di 9/1 nella popolazione clinica; nelle bambine è spesso diagnosticata in un’età successiva a quella dei maschi. ORIGINE (eziologia): DISTURBO TRANSAZIONALE OVVERO DOVUTO AL SOMMARSI DI o CAUSE INNATE che configurano il personale, specifico funzionamento cognitivo: il DDAI sembra avere, oltre a forti caratteristiche ereditarie, una componente biologica innata e, in particolare, tra i fattori genetici responsabili ci sarebbe l’alterato funzionamento –legato alla presenza insufficiente- di neurotrasmettitori cerebrali (dopamina e noradrenalina) che rallenterebbero la trasmissione dei messaggi intercellulari; i farmaci prescritti in caso di DDAI (cfr. terapia farmacologia), quindi, contribuirebbero a regolarne correttamente la presenza, portando ad una riduzione della gravità dei sintomi nel 50/75% dei casi; si stanno inoltre indagando altri POSSIBILI FATTORI DI RISCHIO: storia perinatale (basso peso alla nascita, parto prolungato, basso punteggio di Apgar, sofferenza natale) che potrebbero causare una minimal brain dysfunction; presenza di specifici assetti di temperamento: bambini ipertimici (=esuberanti), particolarmente disinibiti oppure bambini con inibizione comportamentale alle novità; o E CAUSE AMBIENTALI: è inoltre presente un’importante componente educativo-ambientale: lo stile di vita, particolari situazioni familiari, le condizioni socioeconomiche e le modalità educative così come –se negativepossono peggiorare la situazione (fattore di rischio), al contrario, -se positive- possono migliorarla (fattore di prevenzione o aiuto); è stato osservato come sempre più spesso i bambini fatichino ad acquisire capacità di adattamento e autoregolazione probabilmente anche a causa di genitori attenti all’affettività ma meno alle regole, contesto di vita ultrastimolante da un punto di vista cognitivo ma che privilegia la risposta rapida, l’analisi non-approfondita, ecc. un bambino, quindi, nascerebbe già con una predisposizione a sviluppare il DDAI (la vulnerabilità biologica su base genetica influirebbe per circa la metà della varianza eziologia della sindrome) ma la gravità dei sintomi (l’attualizzazione e la particolare espressività di questa vulnerabilità) dipenderebbe dalla situazione ambientale, dalla storia naturale in cui si trova a vivere; questo doppio ordine di cause, inoltre, ha un andamento circolare, influenzandosi vicendevolmente –come è normale che accada nella psicopatologia infantile-. FATTORI NEGATIVI Predisposizione genetica; compresenza di sintomi riferibili ad altre categorie diagnostiche (DSA, disturbo della condotta, disturbo dell’umore…); Q.I. non elevato, incapacità di riconoscere e trattare precocemente il problema, incapacità di autovalutazione oggettiva della situazione individuale, educazione “variabile” (vedi seguito: STILI EDUCATIVI) che non dà punti fermi e non insegna ad autocontrollare i propri comportamenti; lavoro in situazioni poco strutturate, ambiente destrutturato/autogestito dal punto di vista educativo e fisico, contesto poco accogliente, rigido, non tollerante, esigente, punitivo (risposte aggressive ai comportamenti aggressivi del bambino), che obbliga a inibire gli impulsi, le risposte istintive agli stimoli, lavoro in grande gruppo, senza supervisione dell’adulto, impegno richiesto in attività ripetitive e prolungate, che richiedono un’organizzazione e pianificazione. FATTORI POSITIVI Assenza di disturbi associati, Q.I. nella norma, corretta valutazione diagnostica e trattamento riabilitativo precoce: intervento multimodale, a livello psicologico e educativo, insegnamento di tecniche per il controllo comportamentale ; educazione coerente, univoca, autorevole; ambiente educativo fisicamente ordinato, strutturato e regolato dal punto di vista educativo che si pone come modello e consente al bambino di acquisire una maggiore autoregolazione, contesto comprensivo, capace di sostenere ed educare e di valorizzare le positività: vivacità, curiosità, intuizione; lavoro in rapporto 1:1, controllato da un adulto, impegno richiesto in compiti nuovi e interessanti; frequenti ricompense. 4 Il DDAI, coinvolgendo vari piani individuali ed influenzando il contesto, va considerato un disturbo complesso che interessa: FUNZIONE COGNITIVA AMBITO COMPORTAMENTALERELAZIONALE IMPULSIVITA’ DISATTENZIONE richiede un’osservazione dell’ambito MENTALE richiede un’osservazione dell’ambito COMPORTAMENTALE AMBITO MOTORIO IPERATTIVITA’ richiede un’osservazione dell’ambito MOTORIO dall’osservazione è possibile ricavare: un quadro di normalità se i sintomi sono transitori e se ne ha la totale remissione o, al contrario una definizione patologica 1) se i sintomi persistono e l’iperattività (prima forma di evidenza del DDAI) si colloca all’interno di una compromissione comportamentale più vasta oppure 2) se i sintomi sono diminuiti ma restano latenti o espressi con diverse modalità di inefficienza. EVOLUZIONE DEL DISTURBO: prima dei 2/3 anni è solo possibile ipotizzare la presenza di DDAI manifestabile con sintomi nella postura e disturbi transitori del movimento in forme opposte come iperattività (bimbo irritabile, che piange spesso, si stanca di tutto, anche della posizione in passeggino) oppure come iporeattività (bimbo passivo, troppo tranquillo, eccessivamente calmo, che accetta tutto); i segnali da osservare sono: alimentazione e sonno irregolari, incapacità di prestare attenzione, frequenti cambi di attività (es: giochi brevi, interrotti, portati avanti distrattamente), impulsività e irrequietezza, crisi di collera, ricerca continua di stimolazione e di contatto (es: rompe continuamente oggetti), stile di gioco spericolato, ipersensibilità, possono, ma non sempre, non necessariamente, essere spia di un bimbo definibile come “disorganizzato sul piano motorio, impulsivo”; N.B.: se sotto i 3 anni nessun bambino sa/è in grado di autoregolarsi (perché ancora non sa utilizzare il linguaggio interiore) quindi va guidato/regolato dall’esterno sia con comandi verbali, sia con messaggi non-verbali (tono, mimica, gestualità), dopo i tre anni, con lo sviluppo del linguaggio e l’allenamento (quando il bimbo parla da solo ripetendo i comandi rivoltigli dagli adulti) il bambino inizia/dovrebbe iniziare ad esercitare l’autocontrollo; da un’indagine svolta nei nidi ferraresi le educatrici hanno segnalato comportamenti quali: difficoltà di regolazione sonno e alimentazione, iperattività, attività afinalistiche, disturbi psicosomatici, attenzione discontinua, posture inadeguate… insorgenza precoce (verificabile dai 3 anni): improvvisa comparsa di IMPULSIVITA’ (emerge il DDAI sottotipo impulsivo-iperattivo): il bimbo diventa precipitoso nelle risposte, invadente, disinibito, non riesce ad aspettare il proprio turno, a posticipare le sue esigenze, ad aspettare il risultato, non riesce a riflettere prima di agire, è incontenibile sia dal punto di vista verbale (eccessiva loquacità), sia dal punto di vista motorio (IPERATTIVITA’); alla materna il bambino reagisce evidenziando difficoltà di adattamento e improvvise, ingiustificate reazioni violente; elemento discriminante per la diagnosi di DDAI è che questi sintomi siano frequenti, continui, non sporadici ed occasionali. Quali domande porsi: è sempre in movimento? Riesce a portare a termine i giochi? È irrequieto? Predilige i giochi di movimento? È leader nelle attività pericolose?... Come intervenire? Aiutarlo a concentrarsi sull’attività con il tono, richiamandolo, sollecitandolo a perseverare, svolgere insieme attività stimolandolo con domande e/o facendo da modello, proporre giochi strutturati, variare le attività/renderle stimolanti, dare rinforzi positivi e gratificarlo ogni volta che si autocontrollo. A questa età, inoltre, va attenzionato un eventuale RITARDO/DISTURBO DEL LINGUAGGIO che va rieducato precocemente poiché è alla base del dialogo interno, indispensabile per sviluppare la capacità di autoregolazione. NB: da un’indagine svolta nelle materne ferraresi le educatrici hanno segnalato comportamenti quali: motricità disturbata, mancanza di regole, carente controllo emotivo, disattenzione, aggressività, difficoltà di comunicazione, emarginazione, disturbi alimentari, ricerca anomala di contatto fisico… prima scolarizzazione (6/7 anni): acuirsi delle difficoltà individuali e dei problemi contestuali ad esse correlate perché, in un ambiente che esige rispetto delle regole e avanza richieste cognitive, il 5 bambino con DDAI non è in grado di dare risposte adeguate evidenziando disturbi di apprendimento e disturbi del comportamento. A questa età si evidenzia l’INCAPACITA’ ATTENTIVA: nonostante le adeguate potenzialità cognitive si ottengono insuccessi scolastici per l’incapacità ad autoregolare la concentrazione, la difficoltà a mantenere un’attenzione prolungata, ad ascoltare quando si parla, a portare a termine le consegne, facilità a distrarsi, frequenti dimenticanze e disorganizzazione; le conseguenze sono reazioni polemiche, intransigenti, impulsive, violente, spesso immotivate, soprattutto davanti a consegne e richiami; atteggiamenti di disubbidienza, rifiuto, opposizione, provocazione. Verso la fine del ciclo elementare (9-10 anni) si può manifestare un nuovo “cambio di espressività” con un’ulteriore attenuazione dell’iperattività (l’aspetto motorio del DDAI è quello che diacronicamente più muta, transita da una modalità all’altra, dando talvolta anche l’impressione di scomparire, mentre si è solo modificato e/o sfumato all’interno di un quadro sintomatologico complesso e articolato), un’evoluzione dei tratti disattenti/impulsivi e il presentarsi di comportamenti che possono degenerare in turpiloquio, crudeltà, difficoltà relazionali (se il DDAI/sottotipo misto emerge nella fase di passaggio tra le materne e le elementari -6 anni-, il sottotipo disattento emerge in II/III elementare -7/8 anni-). N.B.: a 5/7 anni dovrebbe essere raggiunta la capacità di interiorizzare le consegne e darsi autoistruzioni attraverso il dialogo interno che guida il bambino nella soluzione dei problemi; tra i 3 e i 10 anni si dovrebbe sviluppare la capacità individuale di autoregolarsi (con lo sviluppo cerebrale dei lobi frontali) e, quindi, anche l’attenzione viene meglio gestita: non aumenta a livello quantitativo, come capacità di individuare un maggior numero di dati rilevanti, ma a livello qualitativo, diventando più volontaria, più selettiva, più efficace e funzionale all’esecuzione dei compiti; passaggio alle Medie (10/11 anni): se sotto trattamento riabilitativo potrebbero essere attivate strategie di compensazione e adattamento al lavoro scolastico e osservarsi una riduzione di oppositività e iperattività; normalmente permane il tratto impulsivo che a scuola si manifesta con difficoltà di concentrazione/attenzione e insuccessi soprattutto nello studio orale; se, però, non è stato attivato o non ha dato esiti il trattamento riabilitativo, il disturbo può evolvere in bullismo con episodi di vandalismo e distruttività, furti, minacce. NB: verso gli 11 anni si dovrebbe pervenire alla completa evoluzione/maturazione della capacità attentiva che, però, resta sempre molto influenzata dal contesto esterno (il tipo di compito stimolante VS ripetitivo, la “sensibilizzazione” cioè la capacità di uno stimolo di attirare più/meno l’attenzione per come si presenta, l’interattività della situazione cioè l’interrelazione positiva tra i presenti) e dalla motivazione individuale (a sua volta influenzata positivamente da: fattibilità del compito, interesse, adeguata autostima e, al contrario, influenzata negativamente da: difficoltà cognitive (DDAI o DSA) che portano a frustrazione, comportamenti oppositivi, di rifiuto deliberato (disturbo della condotta), compito poco interessante); adolescenza e età adulta: permangono difficoltà nell’avviare e mantenere relazioni stabili (divorzi, licenziamenti), nell’organizzare e pianificare la propria vita personale, nell’elaborare scelte e assumere decisioni; inoltre, se durante l’infanzia/adolescenza non si sono attivati idonei percorsi educativi si ha il rischio di: insuccesso e abbandono scolastico, insoddisfazione esistenziale, disturbi dell’umore e da ansia, disturbo di personalità antisociale, abuso di sostanze, fughe da casa, collocazione lavorativa e sociale di basso profilo, assunzione di condotte emarginanti/antisociali/criminali. Confrontando bambini con DDAI e bambini “di controllo” si osserva che i primi mostrano prestazioni inferiori alla norma tranne nei tests di fluenza fonetica; in particolare si sono rivelati compromessi in modo selettivo: i processi inibitori + le funzioni attentive + le funzioni esecutive (N.B.: esistono due livelli esecutivi: il primo automatico, a basso costo cognitivo, l’altro controllato, e, quindi, a maggiore investimento cognitivo, che viene attivato volontariamente nel momento in cui il primo non è in grado di eseguire il compito e che dovrebbe adattare le strategie per poter far fronte alle richieste del compito; nei bambini con DDAI è compromessa l’esecutività volontaria poiché non riescono a produrre quell’adattamento strategico indispensabile). 6 Dovendo schematizzare sinteticamente l’evoluzione diacronica tipica del DDAI: A MAGGIORE LIVELLO DI EVIDENZA 0-14 mesi: 14 mesi-3 anni prime osservazioni/ipotesi necessità di ridefinizione della situazione con specificazione del disturbo Scuola elementare (6-10 anni) Scuola media (preadolescenza) - - - - DA MINORE LIVELLO DI EVIDENZA Scuola materna (3-6 anni): Disturbo transitorio del movimento, disordine posturale Disturbo psicomotorio con difficoltà di: coordinazione, organizzazione, controllo (iperattiv., eccesso di attività esplorative); attenzione/selezione, intenzionalità, adattamento e atti comunicativi: “carattere difficile”. DANV= disturbo di apprendimento nonverbale? DSA= disturbo specifico di apprendimento? DDAI sottotipo disattento? DDAI sottotipo iperattivo? Disturbo multisistemico (tra un disturbo di regolazione e un disturbo pervasivo dello sviluppo tipo autismo)? Altri disturbi? Comportamento turbolento. ? Scuola superiore (adolescenza) Aggravarsi del disagio con esiti psicologicamente e socialmente preoccupanti Frustrazione personale e scolastica. Iperattività, deficit attentivo, impulsività, eccesso motorio. Sviluppo imprevedibile tra SINTOMI: cambio di espressività e livello di evidenza Riduzione/controllo dei sintomi (ma mai completa remissione) Già dieci anni fa il Piano Sanitario Nazionale segnalava come emergenza l’incidenza dei disturbi comportamentali in età evolutiva e ne indicava la prevenzione e la riduzione come obiettivo prioritario da affrontare non solo a livello sanitario ma attraverso il coinvolgimento di tutti gli ambiti, sia privati che sociali, in un “piano di solidarietà”; il DDAI veniva indicato come premessa dei disturbi di comportamento e dei comportamenti antisociali. Negli ultimi anni la Società italiana Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA) ha prodotto per l’Italia delle linee-guida per la diagnosi e la terapia farmacologia del DDAI; sulla base di queste indicazioni, la regione Emilia Romagna ha definito uno specifico protocollo clinicooperativo per migliorare l’assistenza a questi ragazzi in un’ottica interistituzionale che coinvolge Famiglia/Servizio Sanitario/Scuola. La Nota USR 15296 del 30/9/2008 relativa a “Indicazioni in ordine alla gestione di incontri scolastici riservati ai docenti o aperti alle famiglie e all’utenza” precisa che l’attività di informazione e formazione sull’ADHD dovrà essere coordinata e approvata da specialisti delle strutture sanitarie della Regione o dell’AUSL competente…(a qualsiasi riunione dovrà essere assicurata la presenza di) un qualificato esperto medico di una struttura pubblica”. La Nota MIUR prot. 6013 del 4/12/2009 (recepita dall’USR con nota 1750 del 10/12/2009) sottolinea che il coinvolgimento degli insegnanti fa parte integrante ed esenziale di un percorso terapeutico per il trattamento dei casi diagnosticati ADHD raccomandando almeno un incontro durante l’anno scolastico tra i soggetti coinvolti; tali consulenze hanno come obiettivi (vedasi oltre il paragrafo relativo al Trattamento terapeutico): 1) informare sulle caratteristiche del ADHD (va spiegato soprattutto che, a livello primario, l’incapacità di autoregolazione è dovuta ad un’incapacità di attivare un efficace dialogo interno: ad adeguate abilità cognitive, non corrisponde un’adeguata abilità di autocontrollo; i 7 comportamenti-problema, quindi, non sono dovuti a cattiveria, né a volontà ma all’incapacità di regolamentazione dell’azione; le manifestazione “anomale”, se diagnosticate come DDAI, non rappresentano una fisiologica fase evolutiva, non sono conseguenze di un’educazione sbagliata, né esito di danno cerebrale) e sul trattamento proposto, 2) fornire appositi strumenti di valutazione (questionari e tabelle di osservazione) per completare i dati diagnostici, 3) mettere gli insegnanti nella condizione di potenziare le proprie risorse emotive e migliorare la relazione con l’alunno, 4) spiegare come utilizzare specifiche procedure di modificazione del comportamento all’interno della classe, 5) informare su come strutturare l’ambiente-classe in base ai bisogni e alle caratteristiche dell’alunno con ADHD, 6) suggerire particolari strategie didattiche per facilitare l’apprendimento dell’alunno , 7) spiegare come lavorare, all’interno della classe, per migliorare la relazione tra il bambino con ADHD e i compagni, perché è evidente che l’ausilio di una serie di informazioni dettagliate sulle caratteristiche del disturbo consente all’insegnante di assumere un atteggiamento più costruttivo ne rapporto con il bambino. PERCORSO DIAGNOSTICO (cfr. PERCORSO ORGANIZZATIVO PER L’ASSISTENZA AI MINORI CON ADHD, PROGRAMMA REGIONALE EMILIA ROMAGNA: ALLEGATO 3) Spesso il percorso diagnostico parte dalla SEGNALAZIONE degli insegnanti ai genitori all’ingresso alle Elementari perché è questa la prima, vera situazione strutturata in cui il bambino si trova a dover garantire una certa prestazione e a confrontarsi con gli standard della sua età; la scuola deve dare tempo alla famiglia di elaborare la situazione, non imponendosi/opponendosi, per non compromettere l’indispensabile collaborazione scuola-famiglia; la segnalazione degli insegnanti va riportata dai genitori al pediatra; il pediatra formula RICHIESTA MOTIVATA allo SMRIA (VEDASI SCHEDA 4 ALLEGATA DEI REFERENTI REGIONALI); il Servizio Materno Infantile, dopo aver attivato il percorso di analisi e formulato la diagnosi, deve dare attenta e articolata restituzione del QUADRO DIAGNOSTICO: ai Genitori, sia in termini informativi (che cos’è il DDAI?), sia in senso psicopatologico (che importanza, che ruolo ha il DDAI a livello intrapsichico e relazionale?), organizzando l’intervento terapeutico; al Bambino in termini adeguati; e al Pediatra a cui va inviata una nota scritta con sintesi diagnostica e indicazioni terapeutiche; i Genitori avranno cura di presentare la diagnosi alla Scuola affinché sia avviata la pratica di assegnazione dell’insegnante di sostegno –se richiesto- e sia possibile iniziare il percorso di collaborazione interistituzionale espressamente auspicato per legge. SCUOLA FAMIGLIA ATTIVAZIONE DEL PERCORSO DI SEGNALAZIONE- DIAGNOSI BAMBINO AZIONE DI RESTITUZIONE SPECIALISTI SANITARI: DIAGNOSI PEDIATRA 8 MODALITÀ/STRUMENTI PER LA DIAGNOSI Non esistono test specifici per porre diagnosi di DDAI che, quindi, NON è oggettiva, MA di tipo clinico/descrittivo e valuta se i sintomi sono: - più gravi rispetto a quelli rilevati nei coetanei (criterio della discrepanza), - persistenti, - presenti in vari contesti, - causano problemi significativi nella vita quotidiana compromettendo in modo marcato il funzionamento sociale e/o scolastico e/o lavorativo. Il protocollo diagnostico sotto descritto è adatto alla fascia d’età 6/12 anni (ma utilizzabile fino ai 18 anni) e si basa necessariamente su una prospettiva multifattoriale (livello neurologico + psicologico + sociologico + psicologico). Colloquio anamnestico con i genitori (=verificare presenza di DDAI nei genitori poiché questo disturbo sembra avere una forte ereditarietà –generalmente in linea maschile-, raccogliere informazioni su gravidanza, nascita -esposizione del feto a nicotina e/o alcool- e primi anni di vita; farmaci assunti in modo continuativo/ripetuto, terapie pregresse/in atto, forme patologiche o eventi traumatici, esposizione a fattori intossicanti); osservazione e colloquio clinico con il bambino (=osservazione in ambulatorio –pur nella consapevolezza che in questo ambiente e nei tempi brevi di una visita spesso non è possibile effettuare un’osservazione adeguata e veritiera-; e intervista per rilevare risorse, modalità di autopercezione, funzionamento del bambino nei vari contesti); l’osservazione diretta, quindi, va integrata con le informazioni che possono dare gli adulti che con il bambino si relazionano quotidianamente attraverso la somministrazione di questionari e interviste diagnostiche a: Genitori per raccogliere i sintomi emotivi e comportamentali (questionario CBCL di Achenbach), i sintomi-cardine del DDAI (scheda SDAG di Cornoldi) e gli aspetti psicopatologici del disturbo (KSADS-PL di Kaufman, ADHD parent interview di Barkley, PICS IV dal DSM-IV); - Bambino per evidenziare sintomi depressivo-ansiosi (CDI di Kovacs, MASC di March) in associazione con altri strumenti diagnostici (test proiettivi per diagnosi differenziale rispetto ai disturbi dell’umore e d’ansia, colloquio, osservazione comportamentale) - Insegnanti per raccogliere i sintomi-cardine del DDAI ( cfr. ALLEGATI 5, 6, 7, 8: SCHEDA SDAI DI CORNOLDI E SCHEDA CTRS; QUESTIONARIO 1 E 2 DI CORNOLDI, DE MEO, OFFREDI, VIO) misurazione del QI (WISC-R o WISH 3 che presenta sub-test sulla disattenzione, la velocità di elaborazione, il ragionamento aritmetico, la memoria di cifre, ecc. utili a verificare l’eventuale compresenza di DSA); test neuropsicologici per verificare l’impulsività e la disattenzione (prova MTF di Cornoldi), l’attenzione sostenuta (prova CPT di Cornoldi oppure Test delle Campanelle di Biancardi-Stoppa), la capacità di pianificazione e di esecuzione di azioni complesse non automatizzabili (test Torre di Londra) e le funzioni esecutive (Wisconsin test card); valutazione degli apprendimenti attraverso prove standardizzate di letto-scrittura (Prove di lettura MT di Cornoldi, Batteria per la valutazione della dislessia e disortografia di Sartori e Job), calcolo e problem-solving (prove di Cornoldi e Lucangeli o prove di Malaguti e Giovanardi Rossi). NB: a parte le scale di valutazione, che non possono essere considerate pienamente oggettive poiché non possono basarsi su una “lettura” freddamente obiettiva della situazione, NON esistono test specifici per il DDAI. L’analisi della situazione sulla base delle osservazioni raccolte può venire integrata da test neuropsicologici che valutano specifici deficit di attenzione selettiva, sostenuta, inibizione della risposta, ecc., esami neurologici (EEG) per verificare/escludere disturbi degenerativi, test aspecifici svolti al computer per l’attenzione e la vigilanza ma è necessario arrivare ad elaborare degli strumenti diagnostici specifici e accurati per il DDAI. CRITERI DIAGNOSTICI IN BASE ALL’ICD.10 (CFR. ALLEGATO 9: ALGORITMO PER LA DIAGNOSI E LA VALUTAZIONE ) a) CARATTERISTICHE FONDAMENTALI DEL DDAI per diagnosticare il DDAI, è richiesta la compresenza tra i 18 sotto elencati di almeno: 9 6 sintomi di disattenzione disattenzione ovvero il bambino spesso: 1) non riesce a prestare attenzione ai particolari o commette errori di distrazione nei compiti scolastici o in altre attività; 2) ha difficoltà a mantenere l’attenzione e interesse sui compiti o sulle attività di gioco; 3) sembra non ascoltare quando gli si parla direttamente; 4) non segue le istruzioni e non porta a termine i compiti scolastici o i propri doveri, NON a causa di un comportamento che si oppone alle regole; 5) ha difficoltà a organizzarsi nei compiti e nelle attività; 6) evita di impegnarsi in compiti che richiedono sforzo mentale prolungato; 7) perde gli oggetti necessari per i compiti e le attività quotidiane; 8) è facilmente distratto da stimoli estranei; 9) è sbadato nelle attività quotidiane; oppure 6 sintomi di iperattività/impulsività iperattività ovvero il bambino spesso: 1) muove con irrequietezza mani o piedi e si dimena sulla sedia; 2) lascia il proprio posto in classe o in altre situazioni in cui ci si aspetta che resti seduto; 3) “scorazza e salta” dovunque in modo eccessivo in situazioni in cui è fuori luogo; 4) ha difficoltà a giocare o a dedicarsi a divertimenti in modo tranquillo; 5) si muove come se “guidato da un motorino”, difficoltà a modulare il livello di eccitazione; 6) parla eccessivamente; impulsività ovvero il bambino spesso: 1) “spara” le risposte prima che le domande siano state completate (difficoltà a inibire le risposte impulsive, velocità eccessiva di fronte al compito); 2) ha difficoltà ad attendere il proprio turno (tendenza a gratificazioni/stimolazioni immediate); 3) interrompe gli altri o è invadente nei loro confronti; VEDASI ALLEGATO 1 evidenti in più di una situazione/in diversi contesti, esordio precoce (3/4 anni anche se prima dei 7 anni è difficile riconoscere il disturbo che si fa evidente soprattutto con la frequenza scolastica), lunga durata (si evolve nel tempo ma permane anche in età adulta); COMPORTAMENTI ATTENZIONE E CONCENTRAZIONE PROLUNGATA (=disattenzione, debole orientamento verso il compito, inadeguata gestione di sforzo/impegno) MOTIVAZIONE CAPACITA’ DI PROGETTAZIONE/PIANIFICAZIONE E SOLUZIONE DEI PROBLEMI IN DEFINITIVA IL BAMBINO DDAI NON RIESCE A REGOLARE MOTRICITA’ (=IPERATTIVITA’) LIVELLO DI AUTOSTIMA E AUTONOMIA REAZIONI ED EMOZIONI (frustrazione, rabbia…) IMPULSIVITA’ ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO VEDI ALLEGATO 10 10 b) FATTORI PRINCIPALI: deficit delle funzioni esecutive/inibitorie: impulsività e incapacità di controllo delle risposte inadeguate (non c’è adeguata mediazione verbale dei processi cognitivi e comportamentali); eccessiva sensibilità di fronte ai rinforzi, incapacità a dilazionare la gratificazione nel tempo, intolleranza rispetto all’attesa; deficit motivazionale: difficoltà a portare a termine il lavoro, ipersensibilità verso la frustrazione; deficit di autoregolazione: difficoltà a valutare la pertinenza e l’organizzazione delle risposte comportamentali, incapacità di autodirigere l’attenzione (carenza di durata nel tempo, grado di autoregolazione e organizzazione). c) FATTORI SECONDARI: difficoltà relazionali con i coetanei (non-rispetto dei turni, incapacità di partecipare a giochi di riflessione, atteggiamenti da bullo…); difficoltà comportamentali con gli adulti; difficoltà di regolazione delle emozioni. d) FUNZIONI COMPROMESSE: CONSEGUENZE: memoria di lavoro non-verbale: i dati vengono immagazzinati ma in modo disordinato risultando irrecuperabili, ridotto senso del tempo, ridotta capacità di retrospezione, incapacità a ricordare gli eventi, difficoltà ad anticiparli; autoregolazione dell’umore, della motivazione, del livello attentivo: esternazione inopportuna delle emozioni, incapacità di autocensura di emozioni e impulsi, intrinseco disinteresse verso lo studio; interiorizzazione del discorso autodiretto: difficoltà ad autoregolarsi, nel porsi delle domande; ricostituzione: incapacità a scomporre e analizzare i comportamenti e ad elaborarne di nuovi, incapacità a risolvere problemi, produzione scritta confusa, approssimativa, non organizzata, presenza di adeguate strategie di studio che restano inutilizzate. e) CARATTERISTICHE ASSOCIATE DEL DDAI (non sufficienti/non necessarie per la diagnosi ma che concorrono a confermarla) - disinibizione nei rapporti sociali, - imprudenza in situazioni che comportano pericoli, - infrazione impulsiva di regole sociali; e) FREQUENTEMENTE COMPRESENTI MA DA ANNOTARE SEPARATAMENTE PERCHÉ COSTITUISCONO DIAGNOSI A SE STANTE - disturbi dell’apprendimento scolastico (DAS), - disturbo specifico del linguaggio (DSL), - goffaggine motoria (DCM= disturbo della coordinazione motoria, evidente nelle prassie, nel disegno…); Osservando la frequente coesistenza di più disturbi specifici dello sviluppo si possono distinguere due tipologie: TRATTO PECULIARE, CARATTERIZZANTE DDAI DSL TRATTI SECONDARI, ASSOCIATI + DSL + DAS + DCM + DAS + CDCM + DDAI Analizzando il rapporto tra DDAI e DAS va sottolineata la compresenza di questi due disturbi in circa nel 50% dei casi; questa forte convergenza può essere dovuta a: caratteristiche innate (DDAI//DAS), insorgere del DAS come sintomo secondario del DDAI (DDAI DAS) o, viceversa, il DAS può condurre ad un DDAI (DAS DDAI): questa somma di disturbi si manifesta a livello di apprendimenti essenzialmente con: difficoltà di comprensione del testo, nel problem-solving matematico, in strategie di studio poco efficaci e in difficoltà strumentali di tipo specifico (DSA) nella letto-scrittura e nel calcolo. f) NON DEFINISCONO LA DIAGNOSI PRINCIPALE MA LA LORO PRESENZA/ASSENZA È UTILE A INVIDIARE LA SOTTOCLASSIFICAZIONE - turbe della condotta (tic, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo delle condotte esternalizzate); 11 Il 65% dei DDAI diventa aggressivo-oppositivo come esito secondario dei sintomi primari: dall’iperattività, impulsività, intromissione si passa al nonrispetto delle regole e all’aggressività come reazione involontaria, attivata senza la volontà di ferire o danneggiare gli altri; il D.O.P. è presente nei bimbi sotto i 6 anni di età che lo manifestano con collera, provocazione, sfida, rifiuto, discussioni e liti deliberate, tendenza a mentire, ecc. quando, invece, -soprattutto dai 10 anni in poi- l’opposizione è volontaria e l’aggressività è particolarmente violenta e premeditata si entra nell’ambito del disturbo della condotta. g) Nella diagnosi del DDAI sono frequenti QUADRI MISTI che vanno chiariti per non creare confusione: - le SINDROMI DA ALTERAZIONE GLOBALE DELLO SVILUPPO PSICOLOGICO prevalgono sul DDAI; - l’irrequietezza presente nelle SINDROMI DEPRESSIVE non porta a ulteriore diagnosi di DDAI; - l’irrequietezza presente negli stati ansiosi di grado marcato (SINDROME ANSIOSA) non porta a ulteriore diagnosi di DDAI; - il DISTURBO DELL’UMORE prevale sul DDAI; - la SINDROME IPERCINETICA prevale sul DISTURBO DELLA CONDOTTA (ma l’iperattività e la disattenzione possono comunque essere compresenti nei disturbi di condotta); - però si ha diagnosi di DISTURBO IPERCINETICO DELLA CONDOTTA (F.90.1) quando è presente iperattività generalizzata e marcata associata a disturbo della condotta. In generale i disturbi emotivi non essendo esteriori (come, invece, le altre forme di associazione con DSA e DOP), ma interiorizzati, risultano meno evidenti; al DDAI consegue normalmente una bassa autostima che si evidenzia con psicosomatizzazioni (mal di testa, dolori addominali, allergie…); quando però il disturbo emotivo emerge in modo molto rilevante, allora viene individuato come problema a se stante e distinto in: disturbi d’ansia dovuti alla consapevolezza e alla frustrazione per i ripetuti fallimenti e disturbi di depressione causati dalla non-accettazione da parte degli altri che induce pensieri negativi non controllati. (CFR. ALLEGATO 12) La DIAGNOSI DI DDAI deve escludere: - sindrome da alterazione globale dello sviluppo psicologico (F.84) - disturbi d’ansia (F.40, F.41, F.43, F.93) - disturbi dell’umore (da F.30 a F.39) - schizofrenia (F.20) Al termine di questo percorso i referenti sanitari devono predisporre, in sintonia con i genitori e il bambino, il TRATTAMENTO TERAPEUTICO che, vista la pervasività del disturbo nei vari contesti di vita del bimbo e la frequente presenza di disturbi associati, non può che basarsi su un approccio multimodale, multidisciplinare e psicosociale che lavori su tutti i 5 assi individuati dall’ICD.10 (cfr. pag. 2), dal bambino, alla famiglia, all’ambiente, anche in considerazione del fatto che la gravità dei sintomi, i problemi comportamentali associati e la persistenza del disturbo dipendono dal contesto, sono legati all’adattamento del bambino ai differenti ambienti in cui vive e alle situazioni (si riducono nel rapporto 1:1, se controllati dall’adulto, inseriti in un contesto comprensivo, capace di sostenerlo ed educarlo, se impegnati in compiti nuovi e interessanti; viceversa i sintomi si evidenziano nel grande gruppo, in situazioni poco strutturate, poco accoglienti, non tolleranti, esigenti e punitivi, dovendosi applicare in attività ripetitive e prolungate). L’intervento terapeutico, quindi, deve prevedere: tecniche psicoeducative: interventi comportamentali e terapia cognitivo-comportamentale, lavoro di counseling con i genitori e/o Parent training (*), lavoro di supporto per gli insegnanti o Teacher training (*), eventualmente: trattamento farmacologico. 12 A SCUOLA: mi distraggo parlo con gli altri guardo fuori dalla finestra A CASA: mi perdo nei miei pensieri sono lento mi dimentico e perdo le cose CON GLI AMICI: mi scateno divento antipatico non mi fanno giocare COME SI PERCEPISCE IL BIMBO CON DDAI? IO PENSO DI ESSERE POCO INTELLIGENTE Ne esce un’immagine inefficace di sé, una bassa autostima che può degenerare in conseguenze secondarie quali atteggiamenti reattivi, da “bullo”, o in comportamenti devianti. I trattamenti terapeutici, in definitiva, devono avere come finalità il miglioramento del benessere globale (“la salute”) del bambino attraverso il raggiungimento dei seguenti obiettivi: migliori relazioni interpersonali (con genitori, fratelli, insegnanti, coetanei); riduzione dei comportamenti dirompenti e inadeguati; migliore capacità di apprendimento scolastico; aumento di autonomie e autostima; migliore accettabilità sociale del disturbo; migliore qualità della vita dei bambini affetti da DDAI. Capovolgendo il punto di vista, questo sistema integrato di interventi può essere così schematizzato: Intervenire sull’ambiente fisico e sociale (*) modificandolo nel senso di: maggiore strutturazione delle situazioni, maggiore attenzione, riduzione delle distrazioni, adozione di specifiche tecniche comportamentali di rinforzo basate sul meccanismo <stimolo risposta> (=RINFORZO POSITIVO attraverso la ricompensa dei comportamenti desiderati o, VS, perdita di privilegi per il mancato raggiungimento degli obiettivi o per l’attivazione di comportamenti non-adattivi). Interventi diretti sul bambino di tipo cognitivo-comportamentali e metacognitivi per favorire la riflessione sui propri processi di pensiero(*): tecnica del problem solving (processo dinamico in cui, se la soluzione scelta risulta non adatta, è necessario rivalutare il processo e scegliere soluzioni alternative), autoistruzioni verbali per stimolare il “dialogo interno”, stress inoculation training (indurre il bambino ad auto-osservare le proprie esperienze e le proprie emozioni in situazioni stressanti, aiutandolo ad individuare risposte alternative all’impulsività/aggressività e adeguate al contesto, costruire una maggiore tolleranza alla frustrazione); inoltre se manifestazioni depressivo/ansiose: interventi per favorire la socializzazione in gruppi di coetanei, se difficoltà di apprendimento: interventi riabilitativi specifici per il recupero/rinforzo abilità scolastiche. PER MODIFICARE IL COMPORTAMENTO DEL BAMBINO 13 Il GRUPPO MT di Cornoldi ha messo a punto un programma operativo da applicare con/per bambini dalla 3° elementare alla 3° media; si tratta di 16 incontri di un’ora; gli obiettivi sono: promuovere un atteggiamento di autocontrollo sui propri comportamenti e un’abitudine metacognitiva (=riflessione e verifica del modo operativo); creare l’abitudine ad una procedura (allenamento molto articolato che fornisce un metodo costante in 5 fasi); interiorizzare una sequenza di pensieri-guida (=creazione di un linguaggio interno che sostituisca la guida esterna) che supportano/ suppliscono l’incapacità tipica dei DDAI di costruire un piano di lavoro; elaborare un adeguato sistema attributivo; la tecnica del problem solving va attuata sistematicamente durante l’addestramento e, in seguito, in modo flessibile e funzionale; il bambino, quindi, viene allenato a usare una serie di passaggi prima di dare la risposta così da promuovere un atteggiamento di autocontrollo sui propri comportamenti e fissare una procedura da adottare sempre in fase di apprendimento; il percorso è così articolato: 1°) definire attraverso test il tipo di deficit, analizzare come è visto e affrontato nei vari contesti di vita e dal bambino stesso; 2° e 3°) insegnare al bimbo le regole per “lavorare” in modo adeguato, allenarlo a usare una serie di passaggi prima di dare una risposta (già dalla prima volta che si mette alla prova il bimbo è soddisfatto della sua capacità di lavoro, resta piacevolmente stupito del suo successo); 4°- 6°) apprendere la tecnica del problem-solving (*); 7°- 9°) generalizzare l’applicazione della tecnica del problem-solving nelle varie discipline; 10°- 13°) affrontare i problemi relazionali; 14° e 15°) gestione dell’ansia e della frustrazione; 16°) valutazione finale dei progressi. Dopo ogni incontro va fatto resoconto alla famiglia del lavoro svolto. Deve esserci il coinvolgimento della scuola nella condivisione degli obiettivi, nel partecipare al resoconto del lavoro svolto, nel consigliare correzioni. a) b) c) d) e) (*) PROCEDURA DEL PROBLEM SOLVING COSA DEVO FARE? QUAL È IL PROBLEMA? (analisi e comprensione della consegna) CONSIDERO, VALUTO TUTTE LE IPOTESI, TUTTE LE POSSIBILI SOLUZIONI (si impara a controllare la risposta impulsiva, spesso sbagliata; si vagliano tutte le varie ipotesi prima di scegliere quella più convincente) FISSO L’ATTENZIONE: SONO CONCENTRATO? (autocontrollo) SCELGO LA RISPOSTA VERIFICO LA RISPOSTA All’inizio il terapista fa da modello, alternandosi al bambino nell’esecuzione del compito, verbalizzando ad alta voce i pensieri in modo da esemplificare il metodo al bambino guidandolo dall’esterno; questo aiuto deve gradualmente venir meno mentre il bambino diventa più autonomo nell’applicarlo: impara a segmentare il lavoro nelle cinque fasi, prima basandosi su disegni-guida, poi verbalizzando la procedura e, infine, interiorizzatolo, lo applica facendosi guidare dal linguaggio interno che è passaggio fondamentale per acquisire quell’autocontrollo carente nei DDAI. La capacità di autoregolazione è una componente della capacità di parlarsi in modo da imposi degli ordini regolatori. Con il linguaggio interno, infatti, si acquisisce un atteggiamento metacognitivo, cioè si impara a riflettere sulle procedure che si conoscono ma non si sanno utilizzare: parlare a se stessi per organizzare il lavoro, per autocorreggersi, per spiegarsi e cercare di capire un passaggio complesso, per selezionare la strategia adatta, ecc. Riuscire a compiere questo percorso è fondamentale anche a livello di autostima perché aiuta a trovare il giusto stile di attribuzione: si impara a valutare il proprio successo/insuccesso, a capirne le cause (non deve essere casuale) perché è essenziale riuscire a conquistare la consapevolezza delle proprie capacità/difficoltà. Il lavoro non termina a fine seduta ma va ripreso a casa dove, esternandolo e spiegandolo ai genitori, si chiarisce ulteriormente e si impara a padroneggiarlo sempre meglio, anche fuori dal contesto terapeutico, anche in modo autonomo, senza la guida/controllo dell’educatore. L’altro ambito influenzato dal DDAI è quello emotivo che può essere compromesso in modo molto vario: possono presentarsi reazioni di collera, rabbia, esplosione di frustrazione oppure, al contrario, paura e chiusura o, ancora, gioia ed entusiasmo esternati in modo anomalo, eccessivo. Queste reazioni sono dovute alle caratteristiche neurologiche e neuropsicologiche individuali che possono dar luogo a: labilità emotiva, perdita di controllo, schemi di rappresentazione delle azioni non adatte alle situazioni sociali, sistema di risposte inadeguate, ecc. Anche per affrontare questo ordine di difficoltà il gruppo MT di Cornoldi ha messo a punto un percorso terapeutico che ha come obiettivi: aumentare la consapevolezza della relazione esistente tra emozione e comportamento; aumentare e migliorare la riflessione interposta all’azione; imparare a modulare le risposte comportamentali imparando ad adottarne di alternative a quelle usuali/disfunzionali. Il trattamento prevede l’uso di tecniche di suggestione (emozioni), simulazione (facciamo finta di…) e drammatizzazione (rappresentazione di situazioni): a) rievocazione della situazione, individuazione dell’emozione e della sensazione personale provata; b) lavoro di riconoscimento delle emozioni espresse da altri attraverso l’analisi di espressioni e atteggiamenti; c) proposta di situazioni virtuali: simulazioni, drammatizzazioni per “mettersi nei panni” degli altri; d) valutazione delle conseguenze di comportamenti contestualizzati; e) generalizzazione dei comportamenti alternativi. Questo percorso terapeutico va necessariamente proseguito, socializzato a scuola e in famiglia. 14 Va sottolineato come i SINTOMI SECONDARI del DDAI siano normalmente dovuti all’effetto del comportamento del bambino sugli altri, ovvero alle reazioni suscitate nel contesto, alle ripetute interazioni negative che vengono messe in atto; il rapporto tra gli adulti (in casa e a scuola le reazioni sono analoghe) e il bimbo con DDAI crea un circolo vizioso che si autoalimenta: BIMBO: COMPORTAMENTO NON ADEGUATO PER IMPOSSIBILITA’ DI AUTOCONTROLLO Il bimbo DDAI come percepisce la situazione? “la colpa non è mia, è degli altri” “cosa ci posso fare, non faccio a posta?” “i grandi mi puniscono perché ce l’hanno con me!” a questo tipo di percezione conseguono: una bassa autostima, difficoltà relazionali, difficoltà scolastiche; il protrarsi nel tempo di questa situazione ha inoltre come conseguenza l’insorgere di: disturbi emotivi, D.O.P. (questo tipo di esito è il risultato incrociato delle caratteristiche del DDAI con le risposte/reazioni ambientali); ADULTI: REAZIONE NEGATIVA Per affrontare costruttivamente la relazione con un bimbo DDAI è necessario capire perchè l’adulto fatica ad accettare questi comportamenti: perché è una minaccia al proprio ruolo di educatori (paura di non essere in grado di gestire la situazione), perché si temono le possibili conseguenze dei comportamenti aggressivi, perché si fa coincidere il maggior controllo da parte degli adulti con una maggiore assunzione di atteggiamenti punitivi, perché spesso si colgono solo gli aspetti disturbati/disturbanti, si tende a pensare “fa apposta” e a reagire con rabbia o impotenza, spesso gli stili educativi non sono consapevoli quindi ne va aiutata dall’esterno la presa di coscienza e la correzione. Il bambino con DDAI ha capacità cognitive potenzialmente buone (comprensione, elaborazione e organizzazione delle conoscenze) ma ha difficoltà a livello di controllo metacognitivo (gestione e coordinazione delle attività cognitive e dei comportamenti), ovvero “manca la cabina di regia” che attiva, inibisce, modula le funzioni esecutive; di fronte ad uno stimolo, cioè, non sono in grado di regolare in modo adeguato le loro reazioni: non focalizzano l’attenzione sul dato da analizzare, non riescono ad utilizzare la memoria di lavoro. Queste caratteristiche, ovviamente, associate ai tradizionali metodi di insegnamento, influenzano negativamente l’apprendimento. Il processo di insegnamento/apprendimento, quindi, andrebbe riorganizzato per creare un contesto e modalità didattiche: altamente strutturate, coinvolgenti e stimolanti, capaci di favorire la gestione e l’autoregolazione dei propri processi cognitivi, non esclusivamente basata sul discorso e sulla lettura che richiedono molta attenzione mantenuta. 15 (*) Gli interventi sul bambino vanno comunque, sempre associati ad interventi sulle altre figure interagenti con lui TEACHER TRAINING PARENT TRAINING (10 sedute semi-strutturate lungo almeno 4 mesi, in gruppi formati da 5/6 coppie, con test pre/post per monitorare l’andamento dell’intervento; non è un corso per genitori ma un percorso con i genitori) Per meglio comprendere i comportamenti del figlio e acquisire strategie per la loro gestione e modificazione: tecniche di ricompensa in caso di risposte adeguate (VS ignorare le risposte inappropriate o offrire risposte alternative), rinforzo differenziale, modeling, costo della risposta, time out, ecc.; incremento delle abilità genitoriali: capacità di gestire lo stress emozionale e le proprie competenze psico-pedagogiche potenziando le abilità di soluzione delle situazioni critiche; individuazione di strumenti utili per la corretta gestione cognitiva e comportamentale del figlio, superamento delle strategie non funzionali adottate fino a quel momento, riconoscimento di come e quali “regole” vanno date per l’apprendimento dei comportamenti adattivi e sociali; indicazioni su come strutturare l’ambiente di vita. OBIETTIVI Restituire un ruolo attivo alla famiglia attraverso la consapevolezza di potenzialità e difficoltà e la formulazione di aspettative corrette, ridurre i problemi emotivi e comportamentali in casa migliorando l’intero “sistema-famiglia”, migliorare il rapporto genitori/figlio, stabilire precise regole di comportamento e routines familiari da rispettare coerentemente, prendere coscienza della necessità di risposte decise e limiti evidenti pur nella non-rigidità, senza fredda autorità ma collaborando nella chiarezza, insegnare l’uso di strategie educative come il rinforzo positivo/il costo della risposta/il time-out. (consulenza sistematica basata su attività di osservazione/analisi delle caratteristiche del bambino, in 4 incontri) L’approfondimento e la comprensione della situazione specifica è utile per modulare correttamente le richieste degli insegnanti, ridurre i comportamenti disfunzionali del bambino, favorendone così un’adeguata integrazione scolastica “nelle due direzioni” (=maggior serenità e produttività del bimbo a scuola/migliore percezione del bimbo da parte del contesto scolastico). Il testo Attenzione e metacognizione della Erickson (cfr. seguito), inoltre, propone un training da svolgere con tutta la classe, teso a sviluppare la consapevolezza attentiva individuale (lavoro metacognitivo): o o o o o presa di consapevolezza dell’attenzione come base della funziona-lità cognitiva; ruolo dell’attenzione anche fuori dall’ambito scolastico; necessità dell’intenzionalità per apprendere, ovvero uno sforzo consapevole per dirigere le proprie risorse cognitive verso l’obiettivo di apprendimento; acquisizione di strategie di sostegno e supporto all’attività cognitiva; presa di coscienza dell’influenza reciproca tra stato fisico/stato psichico/impegno cognitivo: efficace autogestione, fiducia in sé. OBIETTIVI Informare sulle caratteristiche del DDAI e sul trattamento proposto per il caso specifico, fornire adeguati strumenti di valutazione per completare i dati diagnostici, offrire agli insegnanti maggiori risorse emotive e migliorare la relazione con l’alunno, spiegare come usare specifiche procedure di modificazione del comportamento in classe, informare su come strutturare l’ambiente-classe in base ai bisogni specifici, suggerire strategie didattiche per facilitare l’apprendimento dell’alunno, suggerire come migliorare la relazione del bambino con i compagni. Questo tipo di percorso terapeutico è indicato soprattutto per: soggetti in età prescolare, nelle forme meno gravi o con prevalenza inattentiva, senza grave impulsività/aggressività, non in associazione con disturbi della condotta, in presenza di disturbi dell’apprendimento, in presenza di disturbi d’ansia, 16 nell’impossibilità di intervenire farmacologicamente (per rifiuto del bambino o dei genitori o per rischio di effetti collaterali pericolosi, ovvero, ad esempio, in presenza di patologie –che devono essere segnalate dal pediatra- quali: disturbo bipolare, tics, sindrome di Gilles de la Tourette, ipertiroidismo, tireotossicosi, cardiopatie, glaucoma, epilessia, patologie internistiche). Il tipo di intervento terapeutico, inoltre, sarà differente a seconda dell’età del bambino: SCUOLA MATERNA (4-6 ANNI) Parent training Gruppi di genitori con bambini di difficile gestione e comportamenti analoghi (pari-training) I CICLO ELEMENTARE (6-8 ANNI) Parent training + Teacher training + Intervento sul bambino Al P.T. si associano: la consulenza agli insegnanti ed, eventualmente, un’osservazione mirata allo studio delle dinamiche nel gruppoclasse; primo apprendimento delle strategie di autocontrollo del comportamento da parte del bambino. II CICLO ELEMENTARE (DAGLI 8 ANNNI IN POI) Parent training + Teacher training + Training autoregolativo P.T. T.T. Approfondimento del metodo di autocontrollo: training autoregolativo. TRATTAMENTO FARMACOLOGICO (cfr. ALLEGATO 3: PERCORSO ORGANIZZATIVO PER L’ASSISTENZA AI MINORI CON ADHD, PROGRAMMA REGIONALE EMILIA ROMAGNA) In Europa esistono rigide restrizioni per la prescrizione di farmaci nei casi di DDAI: il trattamento farmacologico va intrapreso solo se gli interventi comportamentali hanno dato risposta incompleta e, pertanto, non è previsto senza un adeguato intervento comportamentale, non è soluzione automatica del problema ma un sostegno al trattamento riabilitativo sopra descritto; i farmaci sono prescrivibili solo a bambini di età superiore ai 6 anni con diagnosi F.90.0 e F.90.1; i farmaci consentiti sono solo il METILFENIDATO e l’ATOMOXETINA (determinazioni del 19/4/2007 pubblicata sulla G.U. 106 del 24/4/2007), l’assunzione di questi farmaci può avvenire solo in seguito a predisposizione di un piano terapeutico individuale e all’indispensabile iscrizione nell’apposito Registro Nazionale istituito per raccogliere e monitorare i pazienti affetti da ADHD; va preventivamente e adeguatamente informato il bambino stesso e la famiglia (consenso informato e firmato); questa procedura può avvenire solo tramite i Centri specialistici regionali abilitati (CFR. ALLEGATO 4) poiché questi farmaci sono dispensati unicamente e in modo diretto dal SSN (non possono essere prescritti attraverso ricettari personali del medico); è indispensabile la collaborazione del pediatra che, oltre a segnalare patologie compresenti che potrebbero interagire con l’assunzione dei farmaci, devono anche monitorare e segnalare effetti indesiderati e reazioni avverse. (CFR. ALLEGATO 11) Per quel che riguarda la scuola va precisato che: il farmaco da somministrare in orario scolastico è esclusivamente il metilfenidato che inizia ad aver effetti dopo circa 30 minuti dalla somministrazione, con un picco di attività dopo un’ora e durata di 3/5 ore; la somministrazione di farmaci in ambiente scolastico è regolamentata dalle Raccomandazioni firmate il 25/11/2005 da MIUR e Ministro della Sanità e dalla circolare 11 del Servizio Sanitario regionale del 5/12/2007 “Indirizzi clinico-organizzativi per la diagnosi e il trattamento del DDAI/ADHD in età evolutiva in Emilia Romagna”, in base alle quali: 17 Somministrazione di farmaci in orario scolastico va incontro al diritto allo studio e, al contempo, alla salute e al benessere all’interno della scuola, deve avvenire su specifica autorizzazione dell’ASL, non deve richiedere al personale scolastico il possesso di specifiche cognizioni sanitarie, né l’esercizio della discrezionalità, coinvolge nella responsabilità la famiglia, la scuola, i servizi sanitari e gli enti locali e deve essere regolata da accordi, deve essere formalmente richiesta dai genitori che depositano a scuola adeguata certificazione medica con prescrizione dei farmaci e relative indicazioni (conservazione, modalità e tempi di somministrazione, posologia), implica l’individuazione di un idoneo luogo fisico all’interno della scuola, va autorizzata dal D.S. la somministrazione da parte di un famigliare o delegato oppure richiesta la disponibilità al personale scolastico che abbia una qualche formazione (in base al D.L. 626/94), oppure sottoscritta apposita convenzione con gli EELL oppure, nell’impossibilità di venire incontro alla richiesta ricevuta, va data comunicazione formale e motivata ai genitori. In definitiva il trattamento del DDAI si può schematizzare come: 90% intervento educativo multisettoriale Consulenza e sostegno ai genitori, Terapia del comportamento, Neurofeedback (EEG biofeedback), Consulenza alla scuola su strategie comportamentali, training di abilità sociali, interventi di potenziamento degli apprendimenti per l’aumento/miglioramento delle proprie abilità, interventi cognitivo-comportamentali per l’incremento dell’autostima. Lo yoga e la musica sembrano utili nel favorire la concentrazione. 10% impiego di farmaci Sono medicinali psicostimolanti che, agendo a livello di chimica cerebrale, incrementano/facilitano il funzionamento dei neurotrasmettitori intercellulari; controindicati i sedativi. ANALISI DELLE MANIFESTAZIONI DEL DDAI: 1) NEL CONTESTO FAMILIARE sono bambini: alla continua ricerca di attenzione, litigiosi con fratelli e coetanei, dimenticano facilmente le richieste, perdono costantemente le cose, sono disorganizzati, si sentono frequentemente/facilmente frustrati, si oppongono ai cambiamenti delle loro abitudini, sono sempre in movimento, a volte mangiano e dormono poco, 18 spesso mostrano ritardo del linguaggio (semplice, talvolta improprio, con errore nell’ordinare in sequenza suoni nella parola/parole nella frase) e/o difficoltà articolatorie (balbettio), pur in presenza di adeguate capacità di comprensione, possono manifestare eccessiva sensibilità a luce e suoni; 2) NEL CONTESTO SOCIALE sono bambini poco “abili”: scarsa padronanza delle regole esplicite ed implicite della comunicazione impedisce la corretta interpretazione dei messaggi verbali, difficoltà relazionali con coetanei e famigliari, scarsa tolleranza alle frustrazioni quindi frequenti atteggiamenti capricciosi, prese di posizioni inflessibili e incapacità di adattarsi ai cambiamenti, sviluppo di un non corretto concetto di sé, senso di inadeguatezza, le “sconfitte” provocano una debolezza di personalità che può comportare coinvolgimento in situazioni negative, ansia e depressione fino a disturbo della condotta o disturbo oppositivo-provocatorio; 3) NEL CONTESTO SCOLASTICO sono bambini che evidenziano: difficoltà di apprendimento (NON specifiche) dovute a difficoltà di linguaggio, lettura, ortografia, calcolo, elaborazione delle informazioni uditive e visive per malfunzionamento del SNC, deficit di attenzione associato alla scarsa capacità di selezionare gli stimoli, concentrandosi solo su quelli fondamentali (intrusione di dati non pertinenti), fissazione superficiale e acritica di “tutto un po’”, assolutamente non funzionale all’apprendimento; deficit di memoria: la memoria di lavoro gode solo dell’effetto recency mentre, a causa dell’attenzione insufficiente, manca l’effetto primacy (mentre normalmente di una sequenza si ricorda l’inizio e la fine, il DDAI ricorda solo la fine), la MBT è sufficiente (capienza mestica nella norma) ma non la MLT che, a causa dell’inadeguata organizzazione mentale, non è in grado di trattenere, ordinare e collegare e, quindi, apprendere nuove informazioni; la ripetizione delle informazioni non le rende persistenti poiché restano comunque disordinate, inutilizzabili: ne deriva anche una scarsa competenza semantica per incapacità di memorizzazione del lessico e un inadeguato utilizzo degli stimoli uditivi e visivi; problemi di coordinazione: difficoltà di equilibrio e postura, nel compiere prassie complesse come la scrittura per cui spesso la calligrafia è illeggibile; difficoltà logico-matematiche per difficoltà nel distinguere i dati superflui da quelli essenziali, soprattutto se comunicati verbalmente. INDICAZIONI OPERATIVE DA ADOTTARE A SCUOLA: Va ripreso un punto fondamentale: per sperare in una significativa remissione dei comportamenti problematici dei DDAI è necessario impostare un INTERVENTO MULTIFOCALE che coinvolga BAMBINO+FAMIGLIA+INSEGNANTI; vanno sottolineati due punti essenziali: la SCUOLA è UNO DEGLI AMBITI PIÙ INFLUENZATI dai comportamenti dei DDAI perché: regole poco chiare, variabili da un insegnante all’altro, conseguenze delle infrazioni alle regole non chiare e non immediate, autocontrollo e attenzione sono prerequisiti indispensabili per un apprendimento che deve basarsi su sistematicità e intenzionalità, scarsa conoscenza del DDAI da parte degli insegnanti, difficoltà ad organizzare un lavoro specifico e individualizzato che deve: personalizzare, esercitare, modellare, compensare, dispensare, monitorare, rinforzare; oltre il 50% degli alunni DDAI ha prestazioni scolastiche inferiori di circa due anni rispetto ai compagni ma ancora non è chiaro se questo RITARDO DI APPRENDIMENTO sia dovuto a: a) cadute attentive, b) processi cognitivi lievemente compromessi; va puntualizzato e analizzato il tipo di impegno richiesto a scuola per capire le difficoltà che può creare: UN COMPITO SCOLASTICO IMPLICA TRE ORDINI DI PROCESSI: 19 I- ATTENTIVI= si tratta di quei comportamenti facilitanti (organizzare il materiale, concentrarsi sulla voce dell’insegnante, sul testo, saper attivare meccanismi di “richiamo” quando ci si accorge di un calo…) e/o inibitori (tralasciare gli stimoli esterni disturbanti, non parlare con il compagno, non fare domande inutili…) che necessitano di: competenze cognitive come: o la concentrazione ovvero l’abilità di seguire un “compito” per un tempo sufficiente ad eseguirlo, l’attivazione di strategie personali per o controllare e dilatare la dimensione temporale dell’attenzione; o la capacità di focalizzare e selezionare un dato tra tanti ovvero l’effetto “primo piano/sfondo” che ci permette di filtrare e isolare, tra i tanti stimoli che raccogliamo, solo quelli interessanti); competenze emotive come: o la motivazione, o l’interesse, ecc. il programma “Attenzione e metacognizione” (dalla 3° elementare alla 1° media) si basa sulla convinzione che esistano metodologie per attrarre e gestire l’attenzione in classe: si è infatti sperimentato che suscitando l’interesse e la curiosità verso la conoscenza del proprio funzionamento mentale, svolgendo quindi una riflessione e un processo di sensibilizzazione sul piano metacognitivo, consente un maggior controllo ed efficienza sia dell’attività cognitiva, sia di quella comportamentale. Il programma lavora sulle singole componenti dell’attenzione: 1) selettiva: selezione VS inibizione automatica o volontaria degli stimoli che colpiscono il nostro sistema nervoso; 2) focalizzata: operazione di tipo volontario che guida le risorse cognitive, concentrandole con una certa intensità verso lo stimolo selezionato, verso l’informazione rilevante per il soggetto; 3) sostenuta o mantenuta: coinvolge la dimensione temporale e richiede strategie motivanti e facilitanti nei confronti dei compiti (questo è il livello più compromesso, secondo Cornoldi, nei casi di DDAI poiché il bambino fatica a concentrarsi cioè a focalizzarsi su un contenuto e A mantenere l’attenzione su di esso; questo è dovuto ad un deficit di autoregolazione, infatti accade in classe, nel lavoro in grande gruppo quando è debole anche l’etroregolazione, ma non si verifica nel lavoro 1:1 nel quale il bambino può supplire la sua insufficiente autoregolazione attentiva con l’aiuto esterno che la sollecita; 4) divisa: quando lo sforzo attentivo va distribuito contemporaneamente in più direzioni; 5) shift ovvero “rapido spostamento dell’attenzione” quando è necessario focalizzarsi in rapida successione su più stimoli diversi richiedendo flessibilità; 6) la consapevolezza di quali possono essere i “segnali di distrazione” consente maggiore controllo e guida: i fattori distraenti, una volta riconosciuti, possono essere meglio gestiti. II- COGNITIVI, DI PROBLEM-SOLVING= sono le operazioni mentali del comprendere il compito, trovare la strategia corretta per svolgerlo, verificare la fattibilità del percorso ipotizzato, lavorare in modo consequenziale, controllare il prodotto e, se necessario, correggerlo; III- MOTIVAZIONALI= si basano sulla capacità di parlarsi dentro e autovalutarsi: avere un’efficace autostima che ci permetta di valutare realisticamente la fattibilità del compito, impegnarsi, sforzarsi per portarlo correttamente a termine, prevedere la gratificazione per l’esito positivo; questo ultimo fondamentale processo si basa sulla capacità di autoregolarsi, di utilizzare il dialogo interiore per aumentare la propria autonomia nel controllo sia cognitivo (seguire le consegne, pianificare il compito, non distrarsi, saper sfruttare l’anticipazione, mantenere lo sforzo, posticipare la gratificazione, non farsi sopraffare dalla frustrazione), sia comportamentale (inibire gli impulsi, regolare l’attività verbale e motoria, attenersi alle regole di comportamento, evitare liti e discussioni). » » » » AMBITI DISCIPLINARI MAGGIORMENTE COMPROMESSI/ CAUSE DEI “BLOCCHI DI APPRENDIMENTO”: comprensione del testo non efficace per memoria di lavoro poco selettiva e strategica; studio orale e memorizzazione faticosi per tempo dedicato allo studio insufficiente e difficoltà nell’applicazione autonoma ed efficace del metodo di studio (sebbene conosciuto; se guidato, infatti, ottiene buoni esiti); composizione scritta problematica per difficoltà di pianificazione e organizzazione delle idee da esporre per iscritto; area matematica: difficoltà nella comprensione del testo dei problemi che richiede l’identificazione delle informazioni-chiave, la rappresentazione cognitiva della situazione e l’individuazione dello schema matematico di soluzione e nella soluzione dei problemi per la complessità e l’interazione tra le operazioni cognitive a cui fare attenzione e, quindi, strategie e procedure pianificate e una capacità di controllo dell’intero procedimento. 20 ESISTONO STRATEGIE E MISURE SPECIALI PER RIDURRE LA GRAVITÀ DELLE MANIFESTAZIONI DEL DDAI, PER CONTENERE IL COMPORTAMENTO PROBLEMATICO DI QUESTI BAMBINI IN CONTESTO SCOLASTICO: a. adattare i COMPORTAMENTI per creare una relazione adeguata: un atteggiamento accogliente, aperto, non-giudicante degli insegnanti e il clima della classe favoriscono la modificazione/riduzione dei comportamenti problematici; un vigile contatto visivo richiama/trattiene l’attenzione del bambino sull’insegnante/sul compito, impedendogli di distrarsi troppo facilmente (ovvero impegnarsi in attività distraenti), regole scolastiche chiare e semplici che indichino i comportamenti adeguati da assumere (quindi non divieti, elenco di atteggiamenti negativi, serie di “non…”, ma elenco dei comportamenti corretti); al bisogno, rivedere e correggere le regole della classe; esplicitare i comportamenti adeguati e quelli inappropriati; esplicitare le conseguenze dei comportamenti positivi e di quelli negativi; rinforzare i comportamenti positivi (come? A voce o in forma scritta sottolineare i comportamenti adeguati, regalare piccoli oggetti o una ricompensa di tipo alimentare, concedere permessi come uscire dalla classe, cambiare posto, usare il computer, andare a prendere i gessi, ecc.) piuttosto che punire quelli negativi: i segni di apprezzamenti rafforzano l’autostima del bimbo; cambiare i rinforzi quando perdono efficacia; non punire “togliendo l’intervallo” che è pausa indispensabile per scaricare la tensione e socializzare; le punizioni troppo severe, le note scritte, le sospensioni non modificano il comportamento; indicare semplici obiettivi comportamentali da perseguire ogni giorno; informare spesso, direttamente il bambino sul suo percorso (come sta lavorando, come si sta comportando rispetto agli obiettivi fissati); evitare situazioni di competizione; focalizzare l’attenzione sulla qualità del lavoro e non sui tempi di esecuzione; sottolineare i punti di forza (a livello di comportamento e di abilità), eludendo i punti deboli, riducendo l’impiego delle capacità deficitarie; programmare le attività in modo da creare una routine (il bambino con DDAI riesce così a prevedere quali comportamenti dovrà adottare), definire i tempi necessari per le varie attività rispettando i bisogni del bambino; b. adattare l’AMBIENTE: la posizione dell’alunno deve essere tale da ridurre le distrazioni (finestra, cestino…) senza però isolarlo completamente, per evitare che, alla ricerca di stimolazioni, diventi iperattivo; sistemare i banchi in modo da facilitare il movimento/controllo dell’insegnante; limitare, durante il lavoro scolastico, l’accesso all’aula di estranei; scegliere una posizione che lo metta a contatto con compagni tranquilli, che non lo provochino; controllare che luce, temperatura, ecc. siano regolari per non diventare improvvisi fattori di eccitazione nervosa; c. adattare il METODO: privilegiare la routine quotidiana e sollecitare l’uso dell’orario settimanale e del diario per favorire l’anticipazione e la previsione dei comportamenti adeguati da assumere, l’organizzazione e la pianificazione del lavoro;; spiegare ed esplicitare le novità per evitare ansia e agitazioni; prevedere tempi brevi di lavoro, frequenti pause, rapidi ma sistematici feed-back; proporre lezioni stimolanti, supportando il medium verbale con “aiuti” visivi e materiali; 21 necessità di supporto nella gestione del materiale e nell’organizzazione del lavoro (dare alcuni minuti per ordinare il proprio materiale, essere ordinati per fornire un modello, fornire strategie per tenere in ordine il banco; dare consegne brevi, semplici e chiare, verificandone la comprensione (“cosa devi fare?”); accorciare i tempi di lavoro: pause brevi ma frequenti; rendere stimolanti le lezioni e introdurre novità (variare tono e ritmo della voce, interagire verbalmente e fisicamente con gli alunni richiedendo spesso il loro intervento, costruire situazioni di gioco per favorire la comprensione, abituare al controllo del proprio lavoro; correggere le strategie di studio errate (troppo poco tempo dedicato allo studio, lettura ripetuta “a macchinetta”, non riflessiva, rara sottolineatura casuale, ripetizione non efficace perché basata sulle sottolineature non funzionali), sollecitare l’autovalutazione delle proprie strategie e guidare mostrandolo il metodo efficace, basato su strategie adeguate (lettura attenta, rilettura parti non capite, sottolineatura solo alla seconda lettura, schemi, appunti, osservazione delle figure, ripetizione efficace delle parti evidenziate correttamente); comprensione del testo: proporre attività preparatorie alla lettura (discussione, anticipazione e recupero delle informazioni già possedute, lettura delle immagini), monitorare la compressione in itinere con domande di feed-back, schematizzare il contenuto; ambito logico-matematico: guidare/insegnare a selezionare e ordinare i concetti fondamentali, i dati rilevanti (ad es. usando colori differenti), far “sovrapprendere” gli algoritmi di calcolo proponendo istruzioni ridondanti, nuove, stimolanti. ULTERIORI CONSIDERAZIONI Un buon educatore <da EX-DUCERE: intuire e saper tirare fuori da ciascuno quello che già potenzialmente possiede> deve: o possedere senso dell’umorismo e non deve spaventarsi di fronte all’insolito e al bizzarro, o avere buona capacità percettiva per saper leggere il non-verbale, o essere ottimista (le sconfitte non sono definitive), o possedere buona autonomia psicologica (saper mantenere le distanza rispetto all’aggressività e alle provocazioni), o provare affetto verso i bambini che segue e saperlo manifestare (empatia), o essere consapevole che deficit specifici in settori particolari dell’apprendimento non comportano necessariamente una compromissione intellettiva globale (teoria delle “Intelligenze multiple” di Gardner, 1983 secondo cui le potenzialità di ognuno possono esprimersi a livello verbale e/o logico-matematico e/o spaziale e/o cinestesico-corporeo e/o musicale e/o intrapersonale e/o interpersonale e/o naturalistico). DDAI e INSEGNANTE DI SOSTEGNO o la L. 104/92 prevede l’insegnante di sostegno ala classe in presenza di un alunno “certificato”; o la diagnosi (funzionale) non coincide e non viene necessariamente seguita da certificazione: famiglia e medico specialista possono non ritenerla indispensabile; ad esempio o in presenza di una corretta e organizzata sinergia scuola/famiglia/servizi, l’insegnante di sostegno potrebbe non essere necessario, o l’insegnante di sostegno (DPR. 31 ottobre 1975, art. 9) non è assegnato in modo esclusivo agli alunni disabili ma a classi normali per interventi individualizzati di natura integrativa in favore di tutti gli alunni, con particolare attenzione a quelli che presentano difficoltà di apprendimento, collaborando con i colleghi curriculari (CM. 199/79) in piena contitolarità, poiché il processo di integrazione dell’alunno certificato riguarda tutti i docenti (L. 104/92, art. 13, c. 6); o l’insegnante di sostegno, quindi, in presenza di un alunno con DDAI può: o osservare sistematicamente e analizzare in modo funzionale i comportamenti, o intervenire preventivamente e conseguentemente ai comportamenti-problema, o monitorare e gestire i rinforzi positivi e negativi, 22 o facilitare l’apprendimento, o supportare la regolazione dell’attenzione e del comportamento, o utilizzare il computer come strumento motivazionale, per sviluppare il senso di autoefficacia del bambino, per rendere partecipe il bambino al suo percorso di apprendimento, come ricompensa da inserire nei “contratti” bambino/insegnante tesi a ridurne i comportamenti negativi, come strumento relazionale, come strumento per esercitare l’attenzione, come strumento di intervento metacognitivo di autoregolazione. Gli STILI EDUCATIVI in famiglia, a scuola e, in generale, nel contesto adulto in cui il bambino si viene a trovare si definiscono in base al combinarsi di fermezza e affetto: FERMEZZA = capacità di imporsi con decisione senza essere aggressivi AFFETTO STILE EDUCATIVO ADEGUATEZZA IN CASO DI DDAI NEGLIGENTE Mette correttamente paletti e ordine, dà regole ma il troppo rigore può demotivare, frustrare e dar luogo a reazioni oppositive e aggressive È negativo adottarlo con un bambino DDAI È negativo in assoluto AUTOREVOLE È positivo = dare attenzione al bambino riuscendone a cogliere le emozioni, empatia, capacità di consolarlo + - AUTORITARIO + + + PERMISSIVO Gli stili educativi, inoltre, vanno considerati nel contesto d’insieme per verificarne la concordanza (tutti gli adulti di riferimento adottano analoghe modalità educative) o, al contrario, la discordanza (la contraddittorietà di atteggiamenti è colta con facilità dai bambini che vi si adattano sfruttando a loro favore le diverse situazioni): è necessaria la massima coerenza tra i comportamenti dei famigliari e quella degli insegnanti perchè stili educativi contrastanti creano un pericoloso VUOTO EDUCATIVO che non offre modelli, limiti e regole ai bimbi DDAI che, più degli altri ne hanno bisogno, avendo appunto un deficit di autoregolazione. 23 NOTE BIBLIOGRAFICHE: Per predisporre la presente dispensa sono stati utilizzati: LIBRI E RIVISTE: o Cornoldi, De Meo, Offredi, Vio, Iperattività e autoregolazione cognitiva, Trento, Erickson (testo presente a scuola); o Rivista “A.I.D.A.I.” (Atti del 2° Convegno Italiano sul DDAI), febbraio 2000 (tra cui gli interventi di: Sadile, Giovannucci, Masi-Favilla-Millepiedi-Mucci, Di Nuovo, Ruminati, Di Pietro, Marzocchi, Lucangeli, Maschietto, Gallucci, Sechi, Vio, Cornoldi, Gardinale, Offredi, Molin-Poli, Pettenò); o Rivista “A.I.D.A.I.”, giugno 2000 (tra cui gli interventi di: S. e A. Poli, Fini e Marzocchi, Gardinale). APPUNTI PERSONALI DI CONFERENZE/CONVEGNI SEGUITI SULL’ARGOMENTO: Giornata di studio sul tema “Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività: approccio educativo e metacognitivo nella scuola, Ferrara, 7 ottobre 2000; in particolare, interventi di: o Vio, “Il disturbo da DAI: aspetti cognitivi e comportamentali: la necessità di un lavoro integrato scuola-servizi”, o Marzocchi, “Memoria e apprendimento scolastico dei bambini con DDAI”; o Polletta, Zanella, Ferioli, “Rilevazione tempestiva e trattamento precoce del DDAI. Metodologia di lavoro per un approccio multidisciplinare”; o Gardinale, Pettenò, “L’intervento psicoeducativo individualizzato nei casi con DDAI”; o Coatti, Stoppa, “Dallo sviluppo del movimento alla dimensione psicomotoria dello sviluppo: una lettura teorica per l’interpretazione del DDAI”; o Filippi, “Disturbi di attenzione e iperattività” (conferenza del 7/9/2001). MATERIALE SCARICATO DA INTERNET: o Corso di aggiornamento per Insegnanti dell’I.C. di Cariate: lezione “Un bambino con DDAI a scuola”; o Di Pietro, Dacomo, “Cosa sono il deficit d’attenzione e iperattività /(ADHD, DDAI)”; o scheda sul DDAI dal sito del “Centro Leonardo”; o Marzocchi, “Il bambino irrequieto: e se fosse un DDAI?”; o “Cosa è il DDAI” (dal sito: www.necessitaeducativespeciali.it); o Documento finale della Conferenza Nazionale di consenso: “Indicazioni e strategie terapeutiche peri bambini e gli adolescenti con DDAI” (Cagliari, 6-7 marzo 2003). NORMATIVA DI RIFERIMENTO: o Nota MIUR e Ministero Sanità del 25/11/2005: Raccomandazione sulla somministrazione dei farmaci in orario scolastico; o CM Sanità e politiche sociali , Reg E.R:, n° 11 del 5/12/2007; o Nota USR E.R. prot.15296 del 30/9/2008 “Correlazione tra situazioni di disagio scolastico o di difficoltà di apprendimento e formulazione di ipotesi patogene. Indicazioni in ordine alla gestione di incontri scolastici riservati ai docenti o aperti alle famiglie e all’utenza”; o Nota MIUR prot. 6013 del 4/12/2009 “Problematiche collegate alla presenza nelle classi di alunni affetti da sindrome ADHD-DDAI”; o Nota USR Emilia Romagna n° 48 del 5/1/2010: Alunni con diagnosi di DDAI; o Documento regionale “Indirizzi clinico-organizzativi per la diagnosi e il trattamento del DDAI/ADHD in età evolutiva in Emilia Romagna”.