Flusso di coscienza - Associazione AMNIS

I meccanismi corticali e subcorticali sottostanti la coscienza
Jerome Liss, M.D.
[email protected]
Parte I: Un singolo momento di coscienza
Parte II: In che modo gli stimoli penetrano nel campo della coscienza
Parte III: I meccanismi cerebrali del flusso di coscienza
Ricerche Cliniche e di Laboratorio Relative ai Meccanismi Cerebrali della Coscienza
In questo articolo verranno presentati due ambiti di ricerca relativi ai meccanismi cerebrali della
coscienza. Il punto d’avvio empirico per questi due ambiti sarà differente, per cui la sfida starà nel
tentare di integrare i due modelli teoretici.
Nel corso degli ultimi anni la ricerca di laboratorio ha operato grandi progressi grazie alle
tecniche del neuroimaging, tra cui la risonanza magnetica, la tomografia, ecc., tecniche che
permettono una correlazione precisa dal punto di vista dell’osservazione. Le immagini dell’attività
cerebrale possono essere rapportate a rigorosi stimoli d’ingresso, da un lato; e con analisi
comportamentali del soggetto, dall’altro. Ad esempio, semplici parole, numeri o immagini potranno
essere riportate su di un video a livelli di accuratezza appena al di sotto o al di sopra della soglia
della coscienza, e le reazioni comportamentali del paziente indicheranno quali sono gli stimoli che
sollecitano la coscienza stessa, nonostante tali stimoli restino occultati, mentre l’immagine del
cervello mostrerà l’attivazione dei corrispondenti meccanismi cerebrali. I vantaggi di tipo
scientifico derivanti da un simile approccio consistono nell’esattezza dei dati empirici; gli
svantaggi nella distanza tra i ‘momenti di coscienza’ in tal modo registrati e il ‘sistema naturale’
(Hempel, 1952) della coscienza nella realtà quotidiana. In altre parole, quale studio delle esperienze
umane (come le passioni, le paure, i vari impulsi, le inquietudini, i conflitti, l’ansia, la felicità, ecc.),
questo lavoro sperimentale per il momento non pare avere una rilevanza significativa.
La ricerca clinica relativa al ‘flusso di coscienza’, vale a dire la coscienza che noi esperiamo nei
momenti di solitudine o con altri nella vita quotidiana, potrebbe sembrar nutrire obbiettivi un po’
troppo ambiziosi, in questa attuale e iniziale fase di ricerche per quanto concerne il cervello e la
coscienza. Tuttavia lo scopo dell’articolo è di sottolineare come alcune di tali fasi iniziali trovino
giustificazione, per cui useremo, quale punto di partenza, sei articoli precedenti concernenti il
‘flusso di coscienza’ così come esso è stato osservato nelle esposizioni scritte oppure verbali
prodotte da alcuni pazienti (Liss, 2007 – 2009). Il punto centrale sarà focalizzato sull’ ‘impasse nei
momenti di solitudine’, in quanto è questa la sequenza cosciente che si reitera in pazienti ansiosi,
depressi o sofferenti a causa di un qualche trauma.
Sebbene alcuni studiosi potrebbero affermare che la base empirica risulta troppo complessa per
poter essere registrata, nel primo dei vari articoli succitati viene esaminato proprio questo problema,
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e vi si spiega come i racconti scritti o verbali del paziente, nonostante alcune rilevanti distorsioni o
semplificazioni, abbiano un sufficiente collegamento con l’ ‘evento reale del sistema naturale’ , cosi
che esso può essere considerato un concetto di base di analisi il quale produce modelli teoretici che
in seguito potranno essere modificati.
Osservazione importante: per illustrare i meccanismi di base si farà uso di illustrazioni. Le
illustrazioni infatti contribuiscono alla rappresentazione dei meccanismi cerebrali, fanno sì che
complessità via via crescenti possano essere comprese in maniera più semplice, e incoraggiano il
confronto tra più modelli teoretici (1).
Uno degli scopi di questo articolo è di creare ‘una connessione’ tra la ricerca clinica e quella di
laboratorio. In altri termini, così come l’estensore di questo articolo si è servito di modelli di ricerca
di laboratorio dei meccanismi cerebrali, analogamente si auspica che i ricercatori di laboratorio
siano incoraggiati a integrare la ricerca clinica relativa ai loro studi sul cervello.
Correlazioni Neurali per Tre Tipi di Coscienza: l’Accesso, un Momento, il Flusso Prolungato.
Di solito la ricerca di laboratorio si concentra sul singolo momento di accesso alla coscienza, e sul
singolo momento della coscienza in quanto tale, vale a dire sulla coscienza in rapporto a uno
stimolo esterno, per cui in entrambi i casi l’elemento ‘tempo’ è relativo a un singolo momento.
Sovente si ha anche un parametro di misurazione di come tali stimoli esterni raggiungano la
coscienza tramite processi cerebrali corticali e subcorticali. Le prime due parti del presente
articolo tratteranno di questi due momenti della coscienza (a tale riguardo particolare importanza
rivestono le ricerche di Dehaene e Changeux, 2003).
La terza parte tratterà invece di problemi di ordine clinico. Nell’articolo si troveranno pochi
esempi di carattere empirico, in quanto essi sono già stati presentati nei precedenti articoli
sopraccitati. In questa terza parte l’accento sarà così posto sull’estensione dei meccanismi cerebrali
allo scopo di spiegare la grande forza e complessità del ‘flusso di coscienza’. Ad esempio: come si
spiegano la forza e la resistenza del flusso di coscienza nei momenti in cui ci si sente continuamente
preoccupati, ansiosi e distrutti dall’infelicità? I ‘circoli viziosi’ all’interno dei meccanismi inconsci
subcorticali sono in relazione con i ‘circoli viziosi’ del flusso di coscienza (Per un maggior e
dettagliato approfondimento di questi meccanismi cerebrali, cfr. ‘Un Carro Armato nel Giardino
della Mente’, Flusso V).
Verrà inoltre esposta la teoria del Locus Sé-Altro (di Trehub e altri). E’ stato ipotizzato che tale
struttura della coscienza costituirà un aspetto saliente della futura ricerca in campo cerebrale. E,
ancora, mentre la ricerca di laboratorio è focalizzata sulle risposte a uno stimolo esterno, la ricerca
clinica è focalizzata sulle modalità per cui il ‘flusso di coscienza’, nei momenti di solitudine, si trovi
ininterrottamente sotto l’influenza di forze interiori.
Sebbene queste ultime tematiche che interessano il clinico risultino ancora di scarso interesse per
la ricerca di laboratorio (oppure per il ricercatore si presentano troppo complesse da affrontare), il
clinico potrebbe essere invece interessato a conoscere quali processi cerebrali hanno luogo ‘dietro
le quinte’.
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PARTE I: Un Singolo Momento della Coscienza
Il ‘Nucleo Dinamico’
Gerald Edelman afferma che la coscienza sia costituita dal circuito talamo-corticale, da lui
definito ‘nucleo dinamico’ (Edelman, 1989, 2000, 2004). Il talamo riceve degli input ascendenti
dal mondo percettivo (il sistema reticolare ascendente), dal sistema subcorticale della
coordinazione motoria (i gangli di base) e dal mondo emozionale (l’amigdala). I neuroni eccitativi
dal talamo salgono alla corteccia, interessando molte aree corticali e i loro circuiti neurali. Ogni
volta c’è una ‘retroreazione’ (un ‘feedback’), dai circuiti corticali al talamo, e in tal modo essi
risultano in una interazione reciproca. E’ sensato ipotizzare l’interazione talamo-corticale come un
meccanismo della coscienza, in quanto il talamo riceve input da almeno tre grandi sorgenti sulle
quali è importante porre la nostra attenzione: stimoli esterni dalla formazione reticolare ascendente,
programmi motore dai gangli di base, ed emozioni dall’amigdala. Ma non è solo l’intensità degli
stimoli che determina quali saranno gli input che poi il talamo invierà, a suscitare il nostro interesse.
La corteccia invia messaggi alla rete neuronale che avvolge il talamo, aprendo oppure chiudendo
questo ingresso di rete, e tale meccanismo determinerà anche quali informazioni il talamo invierà
alla corteccia. E’ in tal modo che ‘nucleo dinamico’ talamo-corticale orienta la nostra attenzione.
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Il ‘Nucleo Dinamico’ Talamo-corticale
Riproduzione tratta da Wide as the Sky, di Gerald Edelman.
Una importante caratteristica di questo modello è rappresentato dal meccanismo verticale altobasso/basso-alto della coscienza. In altre parole, la corteccia cerebrale superiore costituisce il
sostrato fisico del cervello per la coscienza, mentre la sottocorteccia del cervello basso è
assolutamente necessaria per sostenere la coscienza, anche se questo settore del cervello non
presenta la complessa architettura neuronale richiesta per rendere cosciente un evento neuronale.
Il Circuito Fronto-Parieto-Cingolare
Dehaene e Changeux (2003) si avventurano oltre il concetto di ‘nucleo dinamico’ di Edelman, e
propongono un altro meccanismo cerebrale della coscienza quando ipotizzano che ogni evento
della coscienza deve coinvolgere anche un circuito che mette in connessione il lobo frontale, il
lobo parietale inferiore e la circonvoluzione cerebrale (gyrus) cingolare.
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Questo circuito dunque ‘trasmette’ i suoi messaggi sia in senso orizzontale alle altre aree corticali,
sia verso il basso, alle regioni subcorticali.
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Questi due autori affermano che questo meccanismo fornisce una base neuronale ad una notissima
teoria della coscienza, il ‘Modello Globale dello Spazio Interiore’ (Global Workspace Model),
di Bernard Baar. Più esattamente, la teoria di Baar (1988, 2003) afferma che un processo
fondamentale della coscienza implica il fatto che i neuroni ‘comunichino’ con ogni parte della
corteccia. Ciò che viene inviato torna poi indietro grazie a una retro-reazione (feedback), e in tal
modo la coscienza è in grado di attirare all’ interno dei suoi circuiti ripetitivi ed espansivi vaste aree
della corteccia. Ancor più esattamente, come detto sopra, questo fatto integra dentro il fulcro della
coscienza le percezioni del lobo posteriore, i ricordi del lobo temporale, le strutture spaziali loboparietali derivanti da calcoli matematici spazio-temporali, i piani d’azione lobo-frontali e i bisogni
di identità orbito-frontal-cingolati (Heilman, 2002). Dehaene e Changeux forniscono un supporto
fisiologico a questa interazione cortico-corticale orizzontale, dimostrando che la corteccia possiede
fasci di neuroni a lungo raggio che collegano le regioni corticali separate; in tal modo le ricerche
sull’anatomia del cervello forniscono questo modello neuronale che spiega il circuito frontoparietal-cingolare che ‘trasmette’ i processi della coscienza centrale, come pure il feedback che
rende possibile la reciprocità di tutte le parti del sistema.
Circuito Fonologico e ‘Blocco degli Schizzi’ Visivo
Un aspetto della coscienza è che il pensiero degli esseri umani si avvale di parole e di immagini.
Le ricerche di Baddeley (2003) possono essere sintetizzate come un modello del funzionamento
della memoria che coinvolge tre distinti sotto-sistemi. Scrive Baddeley: ‘Quello meglio delineato è
il ‘circuito fonologico’, un sistema che si basa sulle risorse del linguaggio. Se per esempio volessi
ricordare una serie numerica, potrei scoprirmi a parlare a voce bassa tra me e me, il che indica che i
sistemi verbali costituiscono una parte integrale del funzionamento della memoria. Un secondo
aspetto è il cosiddetto blocco degli schizzi visivo-spaziale, un sistema parallelo simile appunto a
una raccolta di schizzi di un artista ove vengono annotati gli stimoli non verbalizzabili, come le
informazioni di tipo spaziale’.
Va ricordato che ogni processo cosciente del pensiero - sia sotto forma di parole che di immagini
- implica il funzionamento di vari circuiti che operano in maniera integrata. Ad esempio,
l’esperienza
del linguaggio integra l’area di Wernicke per ciò che concerne l’uso del codice fonemico della
lingua, l’area di Broca per quanto concerne la facoltà del linguaggio articolato, la corteccia motoria
e infine (cfr. Lieberman, 2000) i gangli di base subcorticali. Dunque, quando si parla di
visualizzazione, si debbono tener presenti due componenti fondamentali di quanto abbiamo
esaminato: il ‘cosa’ dell’immagine visiva (lobo posteriore della ricettività visiva verso la corteccia
temporale), e il ‘dove’ (il lobo posteriore verso la corteccia parietale inferiore): in altre parole, l’
‘oggetto’ e il ‘contesto’.
Baddeley suggerisce poi un terzo circuito: ‘La terza unità principale è l’esecutivo centrale, un
sistema che attiene a funzioni di controllo sull’attenzione e sui processi cognitivi. Quest’ultimo
sistema, sebbene descritto in maniera non soddisfacente, è però assai affascinante in quanto
rappresenta proprio la sostanza del pensiero’. Quando esamineremo, nella Parte III, il Flusso di
Coscienza, proporremo vari altri sistemi per spiegare le sequenze del pensiero nel quotidiano, e tra
questi saranno incluse le dinamiche emozionali, le dimensioni spaziali e temporali, e il locus SéAltro (Cfr. anche Crick, 2003).
Circuiti Verticali e Orizzontali
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Utilizzando le ricerche di Edelman, Dehaene e Changeux, siamo in grado di fare dei progressi
integrando i processi cortico-cortico-orizzontali sopra menzionati, con le interazioni verticocortico-subcorticali. L’idea di base resta la stessa: abbiamo sia neuroni a lungo raggio laterale in
interazione reciproca che integrano nella coscienza varie regioni corticali, sia neuroni a lungo
raggio verticale che inviano effetti stimolanti assolutamente necessari per la coscienza. Senza
questi circuiti subcortico-cortico verticali - come hanno dimostrato gli studi di Dehaene e
Changeux - i processi corticali orizzontali non avrebbero l’intensità sufficiente perché la coscienza
vi possa accedere: tale processo dai due studiosi è stato definito ‘circuiti cerebrali attivati “altobasso e basso-alto”’ (per esempi clinici, cfr. Stupiggia, 2009).
Ma giunti a questo punto, il sistema cerebrale necessita assolutamente di una integrazione, per cui
vanno aggiunti i meccanismi, logicamente prevedibili, dei circuiti subcortico-subcorticali. Gli
indizi di una loro presenza sono quanto mai numerosi, in quanto si verificano interazioni reciproche
e sempre più intensificate tra la substantia nigra e il globus pallidus (Edelman, 1989); tra l’amigdala
e il locus coeruleus (Berridge, 2003); tra il nucleus accumbens e l’amigdala (Kelley, 2004), ecc.
I Neuromodulatori Attivanti Subcorticali
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Il cervello è costantemente irradiato da quattro neuromodulatori chimici ‘attivanti’: dopamina,
noradrenalina, serotonina e acetilcolina, i quali vengono prodotti nelle aree di produzione dei
neuromodulatori poste alla base del cervello, e che concorrono a ‘svegliarlo’ in vari modi. Edelman
ha realizzato un’immagine nella quale è messa in evidenza la loro estesa disposizione.
La Disposizione dei Neuromodulatori nel Cervello
Immagine tratta da Wide as the Sky, di Gerald Edelman
Assodato che questi ‘jet’ di attivanti chimici raggiungono sia le aree subcorticali che corticali,
siamo così in grado di comprendere in che modo la coscienza possa variare a seconda della loro
intensità. Ma che tipo di azione svolgono questi quattro neuromodulatori attivanti, e cos’è che li
produce? Nella tavola sottostante viene presentata una tabella riassuntiva.
Regione cerebrale inferiore
Neuromodulatori
Funzioni
Tegmento
Dopamina
Azione di ricompensa
Nuclei Rafe
Serotonina
Bonding, Visceralità
Locus Coeruleus
Noradrenalina
Azione vigorosa, focalizzazione
mentale
Nuclei Pendulopontini
Acetilcolina
Apprendimento, memoria
(Tabella tratta da Flusso V)
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E’ stato suggerito che questi neuromodulatori prodotti proprio alla base del cervello influenzino,
nella fattispecie, l’intensità dei processi cerebrali corticali. All’opposto, altre aree subcorticali
situate più in alto nella subcorteccia (amigdala, ippocampo, talamo) inviano messaggi verso l’alto
alla corteccia che possono influenzare, per lo più, le strutture dei processi corticali (Liss, Flusso V).
Ora immaginiamoci la coscienza mentre sta in cima a questi flussi, un po’ come la schiuma bianca
sulla cresta di onde in movimento, dove le onde rappresentano le forze subcorticali sottostanti, e
dove i neuromodulatori attivanti del cervello basso danno potenza agli spruzzi delle onde
medesime.
La Grande Onda, di Kanagawa Hokusai
Giunti a questo punto, sarà necessario mostrare uno schema sintetico che serva a riassumere i vari
meccanismi della coscienza.
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PARTE II: In che Modo gli Stimoli Penetrano nel Campo della Coscienza
Per la Coscienza è Necessario un Circuito Sufficientemente Intenso
Gli studi di Dehaene e Changeux presentano delle osservazioni sperimentali specifiche le quali
descrivono i requisiti di intensità necessari perché uno stimolo visivo copra il percorso dalla
subcorteccia inconscia alla corteccia cosciente: ‘Un breve stimolo del talamo potrebbe portare
all’accensione di una vasta serie di aree corticali distanti, le quali restano attive, grazie a circuiti
di riflesso auto-supportati, per decine di millesimi di secondo oltre la durata dello stimolo iniziale.
Questo crea un evidente collegamento tra il contenuto della memoria di lavoro e la coscienza, ed è
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anche in grado di spiegare perché il mantenimento di una informazione attiva oltre un piccolo
ritardo sia possibile solo quando l’informazione è cosciente’.
Questo meccanismo sarà evidenziato nella terza parte, quando si descriverà in che modo alcuni
flussi periferici della coscienza riescano a penetrare nel flusso principale. Il loro studio dimostra che
un circuito di riflesso che sia troppo breve da penetrare da parte della coscienza, svanisca
immediatamente. La coscienza richiede di ‘accendere’ (intensificare) il circuito neuronale,
altrimenti esso si dissolve.
Parte III: Meccanismi Cerebrali del Flusso di Coscienza
Dai Momenti Singoli in Laboratorio al Flusso di Coscienza nella Vita Quotidiana
Uno degli scopi di questo articolo è di dimostrare in che maniera i modelli della coscienza
elaborati in laboratorio siano del tutto insufficienti per spiegare il funzionamento della coscienza
umana così come essa si manifesta nella vita di ogni giorno. Una tesi più che assodata afferma che
le teorie scientifiche siano dimostrabili grazie a delle prove, ma se la ‘prova’ utilizzata è la
percezione indiretta di una parola scritta su di uno schermo, allora la nostra comprensione
scientifica necessita solo che si spieghi quella prova così limitata: ma tutto questo non spiegherà
granché dei meccanismi della coscienza nella vita quotidiana. In altre parole, i meccanismi cerebrali
della coscienza presentati nelle Parti I e II risultano validi per spiegare solo alcuni limitatissimi
aspetti della coscienza così come essa è riprodotta in laboratorio, allorché il soggetto risponde a uno
stimolo esterno – una parola o una immagine – a cui venga rapidamente sottoposto: così
rapidamente che tale stimolo può o non può accedere a un livello cosciente. Ma se volessimo
spiegare la complessità degli eventi del ‘sistema naturale’, vale a dire della coscienza nella vita
quotidiana nei momenti in cui, ad esempio, si parla a un amico, o si fanno piani per il fine settimana
assieme alla famiglia, o in solitudine si sia preda dell’incertezza. In tutte queste situazioni i nostri
supposti meccanismi cerebrali dovranno a loro volta diventare più complessi: sono questi eventi
quotidiani che si verificano in maniera consapevole che possono essere definiti ‘il flusso di
coscienza’.
Esperienza Centrale ed Esperienza Periferica
Ma come si fa a sezionare la coscienza per studiarla? Non è una domanda a cui sia facile
rispondere. Il punto di partenza sarà la suddivisione della coscienza in esperienza ‘centrale e
periferica’. Quale è la differenza? Per esperienza centrale si intende il fulcro, il punto centrale, più
o meno delineato, preciso, trasmissibile e possibile da ricordare: essa è esplicita. L’esperienza
periferica è invece localizzata intorno al punto centrale. E’ alquanto indistinta, ‘quasi lì’, difficile
da descrivere, evanescente, imprecisa e difficile da riprodurre verbalmente: è implicita (cfr. Stern,
2004). Ad esempio, mentre la nostra ‘attenzione centrale’ in questo momento è tutta presa dal
significato di quanto stiamo leggendo, l’ ‘attenzione periferica’ ha invece a che fare con la postura
da seduti, con le sensazioni tattili, con la respirazione, con i rumori che ci giungono dall’esterno,
con il senso del tempo che sta passando, ecc., tutti elementi che possono essere considerati dei
‘quasi pensieri’ presenti nella periferia della coscienza (cfr. Terapia della Gestalt, 1972, di Perls,
Goodman e Hefferline per le prime distinzioni cliniche tra esperienza centrale e periferica; i loro
esercizi di base sull’attenzione ‘qui e ora’ prevedono questo incessante movimento ‘dalla periferia
al centro’ della coscienza).
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Tutti questi ‘flussi periferici’ e molti altri scorrono in avanti in parallelo e ‘accanto al flusso
centrale esplicito’, con la possibilità di penetrare nel centro della coscienza. Questo fenomeno
empirico ha una corrispondenza assai prossima alle conclusioni a cui sono pervenuti nei loro studi
Dehaene e Changeux (2003), i quali postulano ‘l’esistenza di processi specialistici ripartiti i quali, il
più delle volte, elaborano informazioni in maniera inconscia (pag. 9)’. (Da notare una differenza: i
due studiosi affermano ‘in maniera inconscia’, mentre la nostra proposta è che questi eventi
neuronali si emergano sia in maniera inconscia, sia nella periferia della coscienza ‘scarsamente
conscia’). Affermano poi i due studiosi: ‘Tra le rappresentazioni corticali attive multiple che
potrebbero divenire consce, solo una riceverà la giusta amplificazione alto-basso, e potrà entrare
nella coscienza. Le altre rappresentazioni sono temporaneamente inconsce (pag. 4)’. In un articolo
del 2008 aggiungono inoltre: ‘L’intero spazio interiore (workspace) è interconnesso globalmente
in maniera tale, che solo una rappresentazione mentale può arrivare nella coscienza in qualsiasi
momento (citazione di Sigman e Dehaene, 2006). Questa proprietà tutta-o-nulla invasiva la
distingue dai processori periferici in cui, grazie a collegamenti locali, coesistono varie
rappresentazioni con differenti format’ (Changeux e Dehaene, pag. 736, 2008).
Nelle ricerche cliniche di Flusso I è stato proposto il medesimo processo, basato sullo studio del
‘flusso di coscienza’. Alcuni ‘quasi pensieri’ del flusso periferico possono essere ‘accesi’, uno ad
uno, e quindi possono penetrare nel centro della coscienza; dopo esser penetrati nel centro esplicito
della coscienza, ogni pensiero tornerà alla periferia implicita.
Questa mappa della coscienza implicita ed esplicita ci potrà aiutare ad evitare il tipico errore di
credere che la narrazione verbale della coscienza, che è esplicita, sia una rappresentazione
dell’intero campo della coscienza. Ma perché è un errore? Perché le parole non tengono conto
delle esperienze implicite nella periferia, anche se nei momenti in cui si manifestano emozioni,
queste esperienze implicite influenzeranno il linguaggio verbale esplicito. Inoltre vi sono molte
esperienze implicite, o correnti, che traversano la mente tutte assieme, soprattutto dopo un trauma
particolarmente importante. Changeux e Dehaene hanno redatto una mappa neuronale di queste
situazioni di coscienza periferica. Essi affermano che ‘C’è un grande spiegamento di processori
inconsci specializzati che operano in parallelo’, e noi possiamo qui aggiungere che tali processi
paralleli possono essere del tutto inconsci, soprattutto quando siano situati nella subcorteccia (vedi
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immagine), ma alcuni possono essere situati anche nella periferia della coscienza, cioè, nella
corteccia.
Ma facciamo l’esempio di un caso che in psicoterapia si presenta di frequente. Una paziente si
sente ferita e disperata dopo la separazione dal marito. Le sue prime parole (‘Mi sento persa,
abbandonata…’) rendono la sostanza dell’evento, ma non sono in grado di illustrare tutta la gamma
di sensazioni nella periferia dell’esperienza. Tuttavia, man mano che la persona continua a fornire
dettagli ulteriori dell’evento parlando delle sensazioni di sorpresa, di ingiustizia, di paura del futuro,
delle reazioni dei figli, dei timori di tipo economico, della perdita dell’autostima, ecco che una ad
una, queste e molte altre correnti ‘periferiche’ emergono alla luce. Ma ‘accesso alla coscienza’
significa soltanto un input periferico alla volta.
Illustrazione tratta da ‘Il Flusso di Coscienza I’
Un altro fatto da tener presente è che tutto attorno alla descrizione verbale ci sono le molte
correnti periferiche di tipo non verbale, e che quindi non possono essere dette. Per illustrare questo
rapporto tra la parola esplicita e il background implicito presenti nella coscienza, torna utile la
metafora di Steven Pinker quando definisce ‘filo di perle’ le sequenze di parole esplicite (Pinker,
2007). Il background è molto elusivo, non descrivibile, evanescente: ecco qui una illustrazione tratta
da Flusso III.
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In sostanza, se si collega la legge relativa all’intensità dei circuiti richiesti per l’ingresso nella
coscienza con il modello di correnti inconsce parallele in flusso costante, avremo un modello di
base per la coscienza centrale e periferica. E’ un modello che supera le semplificazioni. Ad esempio
Gerald Edelman parla di ‘unità della coscienza’ in cui tutte le varie componenti risultano integrate
in un insieme ‘privo di cuciture’. Relativamente al ‘flusso di coscienza’, ciò può corrispondere a
quanto avviene in alcuni dati momenti: ‘Sento molto quando siamo insieme’, ‘Mi sento calma/o, e
presente’. Tuttavia il lavoro clinico potrebbe rivelare realtà differenti nelle quali questa ‘unità’ non
viene esperita. La persona potrebbe avvertire pensieri ‘intrusivi’ e ‘impasse’ che frantumano la
sensazione di unità, e che continuano a ripresentarsi contro la sua volontà. ‘Continuano a
tormentarmi’, ‘Mi sento come strattonata/o qua e là’, ‘Sento che in me ormai si è rotto qualcosa’: si
tratta di esperienze che si verificano assai più spesso di quanto la persona non voglia ammettere
(Immagini tratte da Flusso III).
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Dunque, grazie alle ricerche di Dehaene e Changeux, siamo in grado di dire che dietro questo
tutto privo di cuciture e apparentemente indissolubile, sono presenti infinite correnti
sotterranee, nessuna delle quali penetrerà nella coscienza, a meno che non raggiunga il grado di
intensità necessario all’accensione di quello specifico circuito. Una volta acceso, il circuito può
restare nella coscienza sotto forma di circuito di riflesso auto-supportato.
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Ma Dehaene e Changeux fanno anche un'altra importante rilevazione quando affermano che la
coscienza è ‘un singolo spazio interiore (workspace) seriale di limitata capacità’. Questo sta a
significare che soltanto una delle correnti periferiche del processo parallelo può penetrare
nella coscienza a un dato momento. Un po’ come dire: ‘Una canzone alla volta’.
Modello Locus Sé-Altro
Una teoria molto importante per poter comprendere la coscienza normale è il modello Locus SéAltro. Ma cerchiamo prima di capire perché questa teoria a volte è stata snobbata da quanti si
occupano di ricerche di laboratorio. Il Locus Sé-Altro getta luce sul fatto che ogni momento della
coscienza è basato su un punto di vista individuale, e questa differenza di prospettiva (in quanto ci
si sposta da una persona all’altra), ha scarsa rilevanza quando ogni Soggetto stia guardando uno
schermo con delle parole e delle sillabe confuse che rilucono per brevi istanti. Ma se la situazione
da prendere in considerazione fosse un normale evento umano, come una persona che dice: ‘Hai
fatto proprio il buffone ieri sera’, e un’altra che risponde: ‘Come fai a dire una cosa simile? Ma se
ridevano tutti ai miei scherzi!’, allora in questo caso va utilizzato il concetto di Locus Sé-Altro,
altrimenti detto ‘punto di vista’ o ‘posizione alternativa’, per spiegare le diverse esperienze
della coscienza di ciascuno nei momenti in cui ci si trovi di fronte a una situazione comune.
Ma cos’è questo modello Locus Sé-Altro? Si tratta di una teoria basata sugli studi di Trehub
(1991, 2006), Revonsuo (2006) e Metzinger (2003), tra gli altri. Presentata all’inizio da Trehub
come ‘Modello Retinoid’, questa teoria getta luce sul fatto che così come la retina dell’occhio capta
un oggetto determinato da un punto di vista singolo e localizzato, parimenti ogni momento della
coscienza coinvolge il Sé localizzato nel centro della coscienza, mentre l’Altro (le altre persone, le
altre realtà fisiche, il mondo esterno) è localizzato attorno a questo punto centrale.
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Trehub propone un concetto molto efficace del suo ‘modello retinoide’ quando descrive la
percezione di un oggetto esterno come un contenitore di due piani. Un piano contiene gli assi x
orizzontale e y verticale i quali rappresentano l’ampiezza e l’altezza dell’oggetto. Poi dimostra in
che modo il piano z dell’oggetto ‘profondità’ rappresenti un secondo piano di esperienza percettiva
nella nostra geometria neuronale. Trehub si riferiva con ciò all’esperienza di un oggetto visualizzato
all’esterno di noi.
Ora noi possiamo applicare questa topologia geometrica al flusso di coscienza nei momenti di
solitudine, vale a dire al nostro mondo interiore. Quando una persona pensa a un evento che in
passato le ha provocato una delusione, oppure ad una ipotetica minaccia futura, è come se il
‘mondo esterno’ entrasse in collisione con quello ‘interiore’. La persona può dire, ‘Mi sento
travolta/o’, ‘attaccata/o’, ‘oppressa/o’, ‘di stare affogando’, ‘stritolata/o’, ‘schiacciata/o’, ecc. In
quel momento possiamo immaginare un crollo dell’impalcatura geometrica creata dal piano Z
della profondità, vale a dire la perdita della distanza tra il Sé e l’Altro. Anche se la persona si sta
concentrando sulla natura della minaccia, nella periferia della coscienza permane il senso della
distanza collidente tra il Sé e il mondo esterno. La psicoterapia verbale può aiutare a ristabilire in
qualche misura la distanza tra il Sé e l’Altro, ma quando nelle problematiche entrano emozioni
intense e situazioni di dolore (con tutte le alterazioni neuro modulatorie che tale situazione implica),
possiamo ben capire quali siano le difficoltà che si presentano, e l’inevitabile lentezza che ne deriva
quando si operi per un cambiamento terapeutico.
Scontri tra le Prospettive Sé-e-Altro
Ma torniamo un attimo al modello Locus Sé-Altro. Anil K. Seth (2007) torna sulla questione
affermando che in ogni momento di coscienza noi abbiamo un ‘locus sé’ del ‘nucleo sé’ il quale è
una risultante dell’esperienza dello ‘spazio egocentrico’. Scrive lo studioso: ‘Un modello sé
fenomenico non può sussistere senza l’esistenza data del locus sé, una entità neuronale che forma il
nucleo sé, il quale a sua volta costituisce l’origine naturale del nostro spazio egocentrico… Ciò
significa che noi abbiamo l’attuazione neuronale dello spazio interiore (workspace) globale di
Baar, con un’enfasi particolare posta sulla prospettiva (l’origine spaziotemporale unica del tutto)
della propria esperienza fenomenica’.
Questo concetto risulta chiaro quando si vada oltre gli ambiti ristretti di un laboratorio, e quando
si pensi a come le cose accadono nella realtà della vita quotidiana. Noi esperiamo in continuazione
eventi esterni da un nostro proprio punto di vista. ‘E stata proprio una bella commedia’, ‘Per quanto
mi riguarda, a me non ha assolutamente suscitato nessun interesse’, ‘E’ un’insegnate bravissima’,
‘Con lei non ho mai imparato niente’. Anche nei momenti di solitudine i nostri pensieri continuano
a rimescolarsi con ricordi, piani e desideri, i quali tutti affiorano alla coscienza da un nostro
specifico punto di vista (cfr. esempi in Flusso I-VI). Anche la terapia di coppia può fornire esempi
rappresentativi: ‘Perché lui mi tratta così male? Negli ultimi tempi mi sta diventando sempre più
indifferente’. Mentre l’altro punto di vista afferma: ‘Dannazione, ogni sera devo rimanere fino a
tardi in ufficio, questa crisi finanziaria è diventata un vero inferno! Ma a lei questa situazione pare
sfuggire completamente’. E lei controbatte: ‘Ma sei tu l’unico di tutto l’ufficio che sacrifica le
esigenze della sua vita familiare’. Ecc, ecc., e così ‘ogni punto di vista’ collide, e ognuno parla da
un Locus Sé-Altro che collide anch’esso con l’esperienza dell’altro. Se i modelli dei meccanismi
cerebrali non comprendessero questo aspetto basilare dell’esperienza, ‘la prospettiva soggettiva’,
allora le differenze delle persone in situazioni specifiche e singole non potrebbero essere
considerate.
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Osservazione di Alcuni Esempi: Locus Sé-Altro nella Coscienza Normale
In psicologia il lavoro clinico esige il concetto di Locus Sé-Altro con lo scopo di aiutare le
persone a superare i limiti della propria soggettività emotiva. Ecco qui degli esempi tratti dal Flusso
di Coscienza di pazienti in psicoterapia: ‘Susan non è venuta all’appuntamento, e questa cosa mi ha
distrutto’ (il Soggetto in questo caso ignorava che lei aveva avuto un ritardo dovuto al traffico). ‘Se
lui dovesse morire, la mia vita sarebbe finita’ (qui l’importanza di altre relazioni o di altri aspetti
dell’esistenza sono completamente ignorati). ‘Parlare in pubblico mi provoca panico, con tutti
quegli occhi che mi scrutano e che scoprono tutti i miei difetti’ (in una situazione di anticipazione
performativa, il Sé è percepito trasparente, e l’Altro è visto come una grande minaccia).
Ed ora facciamo un tipico esempio di collisione tra due prospettive. Il padre ha un suo punto di
vista e il figlio, che se ne sente ‘oppresso’ (scontro Sé-Altro), ha un diverso punto di vista. Dice il
padre: ‘Se farai la scuola d’arte, avrai solo sprecato il tempo. Oggigiorno per poter trovare un lavoro
bisogna aver fatto studi di tipo economico oppure essere ingegneri’. Risposta: ‘Ma tu non capisci un
accidenti! Io ho talento per le cose artistiche, non c’è niente che mi interessi così tanto!’ Qui la
discussione può continuare all’infinito, ognuno sentendo d’aver ‘ragione’ e assieme offeso dal
punto di vista dell’altro.
La School of General Semantic fondata da Kozybski negli anni ’30 e poi sviluppata negli anni ’40
da Hayakawa aveva una precisa metodologia per superare queste problematiche. I due studiosi
evidenziarono che ogni idea, percezione, credenza, sentimento o piano sono un prodotto del nostro
Locus Sé, per cui l’esperienza degli altri può essere di tipo diverso. Quindi bisogna rendere chiaro il
nostro Locus Sé quando si comunica un’esperienza con un’altra persona il cui Locus Sé potrebbe
evidenziare un punto di vista altro: ‘Io la penso così’, ‘La mia ottica è diversa’, ‘Vorrei dire come la
penso io’, e i due soggetti dovrebbero essere pronti ad accettare le differenze per poter avere uno
scambio di idee fecondo. Sfortunatamente questa ‘relativizzazione’ o ‘contestualizzazione’ spesso
non si verifica. Ogni individuo esperisce ciò che ‘sta all’esterno’ in senso assoluto, senza prendere
in considerazione che l’altro, il cui Locus Sé è differente (come accade facilmente tra genitori e
figli, moglie e marito, capo e dipendente, ecc.) esperirà di necessità la situazione in un’altra
maniera, in quanto la sua storia e le sue priorità sono diverse dalla propria. Dunque per essere in
grado di comprendere l’altro all’interno della propria prospettiva del Locus Sé-Altro ci sarà bisogno
di fare due riflessioni differenti: la prima sarà ‘Vedo l’oggetto’; la seconda, ‘Lo vedo dal mio punto
di vista’. La mancata considerazione questo secondo punto del ‘locus’ o della ‘prospettiva’ spiega
gli interminabili e inutili conflitti che la gente affronta ogni giorno, allorché tutti cercano di
stroncare tutti con le parole, allo scopo di dimostrare che è il proprio punto di vista quello ‘giusto’
(Korzybski, 1933; Hayawaka, 1941).
Diversificazione Sé-Ambiente
Il rapporto tra il Sé e l’Altro può essere concettualizzato anche come ‘diversificazione’ (questo
concetto è implicito nell’analisi su esposta della matrice geometrica che tiene conto della
‘distanza’). Scrive Metzinger (2003): ‘Bisogna fare una distinzione tra segnali riferiti all’ambiente
e segnali riferiti agli organismi, la quale volta per volta permette all’organismo di modellare il
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rapporto intenzionale tra soggetto e mondo’. Ad ogni modo, noi tutti sappiamo bene come questa
distinzione tra Sé e Altro possa venir meno, ad esempio, quando si ‘proiettano’ nel mondo le nostre
idee, o quando certi aspetti dell’Altro ci ‘rompono’.
Correlazioni Neurali Sé-Altro nella Ricerca Clinica
Se il laboratorio ha il grande vantaggio di poter studiare momenti specifici della coscienza, esiste
però anche una vasta letteratura relativa ad aspetti generali della coscienza e del comportamento
che corrispondono ai fenomeni clinici visti nella psicoterapia. Una pubblicazione notevole è
rappresentata da The Neuroscienze of Human Relationships (2006), di Louis Cozolino, in cui
compaiono oltre 1.000 esempi. L’aspetto clinico riguarda lo studio dei disturbi nel rapporto madrebambino e degli effetti che essi provocano alla personalità del bambino, i quali porteranno poi a
patologie nell’adulto. Madri ansiose, negative, depresse, invadenti e disorganizzate provocano
disturbi gravi nei bambini, e il bambino, una volta divenuto adulto, spesso manifesta gli effetti di
quei comportamenti disturbati con altrettanti disturbi incontrollati di ordine emotivo, con abuso di
sostanze di vario tipo, con comportamenti irresponsabili e disordinati, con depressione, sbalzi
umorali, ecc.
Le ricerche di Cozolino riguardano tutti gli aspetti del cervello, e assai interessante è l’esame dell’
insula per lo schema corporeo, la distinzione tra la paura derivante dall’amigdala e l’ansia derivante
dalla stria-terminalis, le tendenze di attacco (simpatico) contro le tendenze di avvitamento
(parasimpatico), le mappe di locazione sé-altro dell’ippocampo, il re-orientamento sé-altro
cingolare anteriore, l’influenza frontale dorsale e orbito-frontale sull’empatia, il prolungamento
dell’asse ipofisario-ippotalamo degli stati di stress e delle anomalie neuromodulatorie come la
diminuizione di serotonina. Quando in futuro verranno studiati stati specifici della coscienza, studi
come quelli di Cozolino potranno servire da punto di riferimento, prestando particolare attenzione al
grande numero di mutamenti subcorticali che soggiacciono a ogni momento della coscienza. Forse
il suo diagramma in cui sono mostrate sette regioni corticali e subcorticali, ognuna in interazione
con l’altra e in funzione tutte quante assieme durante un singolo momento di percezione di un viso
(pag. 179), potrà essere utilizzato da modello dell’interazione a ‘sistemi multipli’ su cui deve
basarsi qualsiasi studio della coscienza.
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L’Energia degli Impulsi Subcorticali
In Flusso V, ‘Un Carro Armato in Giardino, L’Energia Subcorticale: la Regolatrice del Flusso
di Coscienza’, viene delineato il quadro clinico dell’ impasse, così spesso tormentoso e inevitabile.
L’immensa forza istintiva che travolge il pensiero razionale nei momenti di solitudine è in relazione
con i meccanismi cerebrali subcorticali che creano i ‘circoli viziosi’, come ad esempio nelle
ricerche di Berridge (2003) sull’interazione amigdala-locus coeruleus. L’eccessiva produzione di
noradrenalina, stimolata dagli impulsi che l’amigdala invia al locus coeruleus, fa aumentare ancora
di più le emozioni dettate da paura o rabbia dell’amigdala, mentre invece inibisce il gyrus cingolato
anteriore e l’ippocampo, i quali di solito ‘contengono’ l’amigdala. Così Berridge ci offre un
esempio di ‘circolo vizioso’ subcorticale-subcorticale che secondo noi agisce come una delle
correlazioni neurali per il ‘circolo vizioso’ nel flusso di coscienza di tipo corticale.
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Illustrazione tratta da Flusso V
Questi meccanismi neurali possono costituire un aiuto per il clinico. Il problema terapeutico che
si presenta è il seguente: ‘Perché non siamo in grado di cambiare i nostri pensieri e sentimenti
grazie a una prospettiva più razionale, nei momenti in cui ci sentiamo preda di una serie di
pensieri negativi e auto-distruttivi che continuano a ripresentarsi nei momenti di solitudine, e
che ci fanno sentire come chiusi in una gabbia?’ Questo ‘flusso’ interiore si può reiterare per
settimane, mesi o perfino anni. Il fatto che i circuiti subcorticali siano una combinazione di
processi chimici e neuronali chiarisce perché la potenza degli impulsi basso-alto subcorticali non
possano essere contenuti da un processo di razionalizzazione alto-basso corticale (2).
Dalla Coscienza Diurna a quella Notturna
Continuiamo la nostra esplorazione con esempi di vita quotidiana relativi alle esperienze della
coscienza. Perché succede che di giorno, durante le normali attività o nel contesto dei rapporti
sociali, i processi mentali interiori legati ad ansia, paura, disperazione, ecc. non travolgono la nostra
coscienza? Al contrario, quando ci troviamo a dover passare lunghi periodi in solitudine, senza
essere distratti dai mass media, ecco che invece possiamo divenire prede della ‘logica notturna’. I
pensieri si fanno estremi, la logica si appanna, il Locus Sé domina ancor più decisamente il Flusso
di Coscienza, e noi facilmente – c’è chi dice troppo facilmente – possiamo venire sommersi da
pensieri di tipo ossessivo e auto distruttivi derivanti dall’impasse psicologico. Perché accade tutto
ciò?
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La risposta potrebbe trovarsi nell’articolo Flusso II, in cui tramite esempi clinici viene esposta la
differenza tra la ‘logica diurna’, basata sulla razionalità, e la ‘logica notturna’, dettata
dall’emotività. La nostra mappa cerebrale ci mostra che nella fase diurna, quando la coscienza deve
seguire una strategia inconscia a predominanza motoria del sistema subcorticale, il talamo può
venire influenzato dall’azione del sistema dei gangli basali. Inoltre il talamo riceve messaggi dai
sistemi di ‘relazione Sé-Altro’ subcorticali, nei quali sono coinvolti il gyrus cingolato,
l’ippocampo e la serotonina neuromodulatoria (cfr. Louis Cozolino, The Neuroscience of
HumanRelationship, 2006). Perciò il sistema motore (gangli di base) e le relazioni Sé-Altro
(sistema limbico), influenzano i processi talamici, e quindi il loro impatto sulla coscienza corticale.
Al contrario, nelle fasi di solitudine notturna e di non-azione, quando gli effetti benefici sopra
esposti non si attuano, il talamo riceve un input emotivo più potente dall’amigdala, e così il nostro
carro armato emotivo inizia a maciullare tutto quanto nel giardino della nostra mente. E
subito si verificano esplosioni, schiacciamenti, annientamenti e distruzioni di pareti, fatti che
indicano che tipo di sensazioni si provano quando le forze del sistema subcorticale libico non
vengono più contenute da azioni di pianificazione e da rapporti che possano sostenerci.
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Conclusioni
Concludendo, nella prima parte dell’articolo sono state esposte le correlazioni neurali di accesso
alla coscienza e di un momento della coscienza, basandosi soprattutto sui lavori di Dehaene e
Changeux. Nella seconda parte sono stati esaminati vari aspetti del ‘flusso di coscienza’ nella vita
quotidiana, con un accento particolare sulla dimensione centro-periferia, sull’ impasse ripetitivo
causa di disturbi, e sul Modello Locus Sé-Altro. Sono state illustrate le correlazioni neurali di tali
dimensioni.
Scopo dell’articolo è di creare un collegamento tra gli studi sulla coscienza effettuati in
laboratorio, e il ‘flusso di coscienza’ nella vita quotidiana. Questo implica che in futuro potrà essere
grandemente positiva una maggiore interazione tra chi effettua ricerche certamente accurate di
laboratorio - che però presentano dei limiti in quanto ad ampiezza - e chi svolge ricerche cliniche
avendo però una metodologia di analisi imprecisa, ma che utilizza materiali che hanno per oggetto il
‘sistema naturale’ della coscienza.
NOTE
1) Articoli con illustrazioni che riproducono le idee fondamentali di un’opera scritta possono
aiutare il lettore ad afferrare il modello essenziale in modo naturale. Molte persone sono in
grado di ‘vedere’ un’interazione, anche complessa, più facilmente grazie a una
rappresentazione spaziale che non attraverso un testo esclusivamente basato sulla scrittura.
Una illustrazione di tipo spaziale spesso viene ritenuta più facilmente che il solo testo
scritto, e la comparazione tra modelli teoretici è facilitata grazie all’uso di illustrazioni.
Inoltre l’utilizzo di Internet ne permette la composizione e l’invio, mentre la tradizionale
pubblicazione cartacea limita questa opportunità. Perciò un probabile aumento dell’uso di
illustrazioni spaziali può essere considerato un progresso scientifico, dal momento che ciò
sarà di aiuto per un maggior dialogo sia tra colleghi che per finalità didattiche.
2) La base epistemologica di questo articolo: è importante che il lettore comprenda che
l’autore di questo scritto non ‘crede’ che queste correlazioni tra gli specifici meccanismi
cerebrali citati, e l’esperienza fenomenica siano corrette o accurate. Tutti questi modelli e
correlazioni sono presentate quali mere ipotesi, e lo scopo è di creare modelli utilizzabili e
semplificati che possano essere corretti in futuro, mentre la ricerca scientifica di laboratorio
e la scienza clinica avanzano di pari passo.
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