Quando la filosofia uccise il mito

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di Mario M. Merlino
Dopo una rapida invasione nel campo del ‘quotidiano’, da cui esco poco o nulla
soddisfatto (mi rendo conto che non sono in grado di dare il meglio di me in qualità
di scrittura – sempre geniale, certo, ma dove la poesia si attarda arranca zoppica, di
ardito volo e non starnazzare nel pollaio, forse prigioniero di quei ‘bastoni e
barricate’ della mia inquieta giovinezza), me ne torno là dove Platone collocava il
vero il giusto il bello e, con felice intuizione, avvertiva che andava protetto con la
distanza. Il cielo e la terra non possono non devono non vogliono più avere nulla a
che fare fra loro (anche se, qui, Platone ed io dissentiamo perché, se egli faceva il
verso al mito di Urano e Gea, io non intendo cadere in alcun rito di fondazione ove vi
sia, tramite la castrazione, una riduzione, pur simbolica della carne delle ossa del
sangue!).
Meglio, dunque, quel ‘lasciare la presa’ proveniente da orientali dottrine – un
cavalcare la tigre, il sapore squisito del cespuglio di fragole selvatiche (immagini di
cui ho già scritto e confido, dunque, nella memoria e attenzione dei miei sempre più
numerosi lettori ammiratori in trepidante attesa di queste ‘briciole di cultura’). E,
ancor più, l’invito del mio Maestro, il solitario viandante dell’Alta Engadina, che si
necessitava ‘prendere le distanze’ per avere la visione alta ampia compiuta di questa
età del nichilismo – mala e liberatoria al contempo – (“Io ho scelto l’esilio per dire la
verità”… un po’ arrogante e un po’ contraddittorio, ma io posso voglio devo
perdonargli questo ed altro!).
Torniamo, quindi, all’ambito del filosofare là dove, tra mito e lògos, tutto ebbe inizio.
Plotino ci suggerisce anche in che modo debba realizzarsi ‘la fuga’ (così egli
definisce l’abbandono dal mondo terreno per andar ‘verso la cara patria’). Dopo
averci ammonito che “essa non si compie, certo, con i piedi. I quali, infatti, ci portano
qua e là, da una terra ad un’altra. (…) hai solo, per così dire, da chiudere gli occhi e
ridestare quella nuova vista mutata che tutti hanno ma ben pochi usano”. E prosegue
delineando la via dell’ascesi (forse, in altra occasione tempo e circostanze, indicherò
quali siano le tappe di questo cammino. Chi, poi, non intende attendere, ma si fa
prendere da bramosa mania d’arrivare primo e per suo conto, gli ricordo il primo
libro delle Enneadi, appunto di Plotino).
Mario Michele Merlino
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Facendo riferimento specifico all’insieme delle favole di Esopo, familiari all’uomo
greco fin dall’età infantile, il Socrate di Platone fa riferimento nel Teeteto alla
vicenda di Talete di Mileto (considerato, al contempo, fra i Sette Sapienti dall’oracolo
di Delfi e primo filosofo della storia). Scrive: “…si racconta anche di Talete, il quale
mentre stava mirando le stelle e aveva gli occhi rivolti in alto, cadde in un pozzo; e
allora una servetta di Tracia, spiritosa e graziosa, lo derise dicendogli che le cose del
cielo si dava gran pena di conoscerle, ma quelle che aveva davanti e tra i piedi, non
le vedeva affatto” (il filosofo Hans Blumenberg vi ha tratto un saggio, Il riso della
donna di Tracia, per sviluppare il discorso intorno al concetto di teoria e alle critiche
che le sono state rivolte nel corso dei secoli).
Nel lineare sviluppo del suo pensiero, coerentemente, egli si schiera con il filosofo di
Mileto. Infatti chi lo irride è una servetta (Aristotele legittima l’uso della schiavitù
quale necessità di tenere a freno coloro che ignorano il dominio dell’anima e si fanno
preda delle passioni) e l’essere essa della misteriosa oscura magica terra di Tracia
(la medesima provenienza del dio Dioniso, del vino e dell’ebbrezza e della danza) non
è casuale in quanto è il luogo ove al regno delle idee padroni sono gli idoli, fantasmi
del sapere. Essa ride – risus abundat in ore stultorum, secondo un adagio della
Scolastica – e questo essere ‘sciocchina’ viene alimentato nella descrizione d’essere
ella ‘graziosa’ (che senso avrebbe se non accentuarne il carattere di ‘bella ochetta’,
come noi siamo ancora usi recitare). È riaffermare il contrasto insanabile tra la
conoscenza razionale, universale e necessaria, che è di sola competenza dei filosofi e
quella legata e limitata all’esperienza sensibile, espressa dai filo-doxòi, coloro che,
simili ai dormienti s’accontentano di formulare opinioni, le quali soggiacciono alla
contingenza e di natura mutevole e vulnerabile.
Di Talete molto scrive il Nietzsche filologo e già tentato dalla filosofia – e, forse, il
richiamo a quell’inizio del pensare, svincolato dal mito e dal linguaggio oracolare, è
lo specchio di se stesso verso altre terre e confini e orizzonti da travalicare e
trascendere. In fondo dove si ha un principio là si nasconde un addio (penso al verso,
a me caro, di R. M. Rilke nell’ottava delle Elegie duinesi: “così noi viviamo per dire
sempre addio”). Egli riconosce, non sottraendosi così dall’interpretazione classica,
come fosse il primo ad aver ‘cominciato a guardare la natura nelle sue profondità,
senza ricorrere ad invenzioni fantastiche’(ed è questo che lo rende filosofo). Vi è in
ciò qualcosa, io credo, che rende però il Nietzsche che traduce il senso di Talete
ancora di più e più a lui simile. Quel cadere nel pozzo ed essere da altri deriso
accosta Talete (e Platone, mi sembra di poter dire, pensasse al suo maestro Socrate,
trascinato in tribunale e condannato a morte sulla base di malevole e speciose
accuse, costretto a bere la cicuta) all’aforisma dell’uomo folle, che se ne va nella
piazza del mercato ad annunciare la morte di Dio, ne La Gaia Scienza, e, ancora, alla
Mario Michele Merlino
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sconfitta sua medesima nei giorni di Torino.
Su Talete molti sono gli aneddoti che si tramandano – celebre quello del frantoio che
egli acquistò, contro il parere degli amici, che sembrava ormai ridotto a piante
insecchite e che, al contrario, produsse grande quantità di olio perché egli, solo,
osservando i fenomeni della natura, ne aveva colto il prossimo rifiorire. Mi piace
rinnovarne uno, un cenno di cui poco o nulla si dà eco, tardo nel tempo e quindi
ancor meno attendibile, citato dal Padre della Chiesa Tertulliano, tra Talete e il re
Creso (considerato costui il sovrano più ricco e di cui – prometto – narrerò l’incontro
con Solone, il legislatore di Atene). Dice Tertulliano: «Thales Milesius Croeso
sciscitanti, quid de deis arbitraretur, post aliquot deliberandi commeatus, “nihil”
denuntiavit» (quando Creso gli chiese cosa pensasse degli dei, egli, fattosi
ripetutamente pensoso, aveva risposto laconico “nulla”). Eppure ci è stato
tramandato il frammento “tutto è pieno di dei”… Contraddizione?… Forse, o, se ci
liberiamo di una visione immanente e panteista, antropomorfa della divinità,
insomma se abbandoniamo il linguaggio e il senso mitico della realtà, cosa resta del
dio se non lo stupore la meraviglia il silenzio e si apre il grandioso scenario, tutto
nietzscheano, del nichilismo? La filosofia nasce con questa visione ‘assassina’ – dare
alla natura il primato e osservare le stelle non attraverso atti di adorazione ma
tramite gli strumenti ‘umani troppo umani’ della scienza (elevata a nuova e laica
deità pur se fallace, di certo onnivora e destinata, di volta in volta, ad essere
detronizzata). Nella risposta di Talete il Nulla è la sfida altera ed orgogliosa simile al
Titano di fronte alla scoperta del cielo ormai resosi orfano e deserto; o, già, in essa il
senso tragico di chi avverte in sé il peso immenso dell’impotenza e della finitudine?
Mario Michele Merlino
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