HERRY FARREL DA: LA DEMOCRAZIA COGNITIVA/ LE

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HERRY FARREL
DA: LA DEMOCRAZIA COGNITIVA/ LE CONSEGUENZE DI INTERNET PER LA
DEMOCRAZIA
Come enfatizzato molte volte, non abbiamo ragione di pensare che le strutture democratiche
attualmente esistenti sono al meglio delle loro potenzialità. Progettare le istituzioni è un
problema molto complesso anche per il più abile dei decisori, incapace comunque di prevedere le
conseguenze delle sue decisioni. Anche quando una istituzione funziona bene in un dato
momento, le condizioni sociali in cui operano tutte le istituzioni sono in continuo cambiamento.
L’impianto delle istituzioni e la loro riforma è inevitabilmente una questione di “esperimenti sociali
frammentari”, più o meno ambiziosi, per usare una espressione di Popper (1957), secondo cui una
dei punti di forza della democrazia è la sua capacità naturale a fare questi esperimenti e ad
imparare da essi. Le democrazie possono infatti fare esperimenti con le proprie organizzazioni. Per
molte ragioni la comparsa di Internet rende questo momento storico particolarmente propizio per
sperimentare le proprie strutture democratiche. I mezzi disponibili per la comunicazione e
l’elaborazione di informazioni stanno cambiando le possibilità dei meccanismi di decisione
collettiva. Noi non conosciamo fino in fondo la possibilità che la comunicazione mediata da
Internet ha di raccogliere e generare conoscenza, di realizzare processi decisionali collettivi. Ma
dovremmo scoprirlo. Abbiamo appena iniziato a farlo. La gente sta costruendo sistemi, più o meno
grandi, per fare queste cose. Wikipedia è un famoso esempio di come si possa permettere ad un
gran numero di persone, più o meno anonime, di concentrare in modo economico informazioni
disperse su un’immensa gamma di argomenti. E non è il solo caso. Nuovi siti, come StackExchange,
sono diventati vitali per l’informazione e la comunicazione anche perché consentono di imparare
la gestione e la programmazione tecnica dei siti. La conoscenza aggregata attraverso questi sistemi
non è tacita, ma è articolata e discorsiva ed è, soprattutto rispetto al passato, condivisa. Sistemi
simili sono utilizzati anche per sviluppare nuova conoscenza.
Ad un livello più basso ci sono fenomeni più onnipresenti, come forum, mailing list, ecc., dove la
gente con interessi simili li discute. Tutti questi sistemi devono affrontare problemi complicati di
coordinamento delle loro architetture informatiche, delle loro organizzazioni sociali e delle loro
funzioni cognitive. Spesso i partecipanti non si conoscono fra loro e questa è la sfida più
importante per rendere una democrazia di massa più partecipativa.
Ci sono anche esperimenti in rete fallimentari e anche questi sono formativi. Vanno dai siti mal
progettati che non attraggono, ai raggruppamenti online che hanno molto successo per le loro
finalità, ma che sono pieni di pericoli, come le fiorenti comunità dedite alle teorie complottiste e
a raccogliere le delusioni di chi pensa di essere controllato da forze esterne misteriose. Un altro
aspetto importante di Internet è che tutti gli esperimenti in rete stanno lasciando molte
testimonianze dietro di sé.
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Le persone che usano questi siti lasciano dietro di sé tracce accessibili delle loro reciproche
interazioni, possiamo addirittura sapere cosa stanno pensando. C’è una marea senza precedenti di
dettagli sui processi di conoscenza collettiva in rete. Dobbiamo osservarne non solo i successi e i
fallimenti, ma dobbiamo anche esaminare i meccanismi che sono dietro questi risultati. Si tratta di
capire fino a che punto Internet consente alle moderne democrazie di “utilizzare” la mente dei
suoi cittadini. Vogliamo imparare dalle iniziative in rete in materia di processi decisionali e
cognizioni collettive. Vogliamo capire queste iniziative, che sono più o meno spontanee, mettere al
confronto il successo e i fallimenti per imparare i meccanismi istituzionali che funzionano bene nel
legare la diversità cognitiva di un ampio numero di persone che non si conoscono o non si
conoscono affatto, e si incontrano in condizioni di eguaglianza relativa, e non gerarchica.
La democrazia ha la capacità insuperata di sperimentare realmente e usare realmente la diversità
cognitiva nella soluzione di problemi complessi. Per far il miglior uso possibile di questi potenziali,
le strutture democratiche devono essere ideate in modo che l’interazione sociale e la funzione
cognitiva si rafforzino reciprocamente. Ma questo non basta se le risorse, materiali, sociali e
culturali non vengono effettivamente condivise. Non si tratta di equità; la diversità cognitiva è una
fonte, una fonte di potere e non qualcosa che possiamo permetterci di sciupare.
I politologi solo ora stanno cominciando a fare i conti con l’importanza di Internet per la politica. il
modo migliore per capire Internet è capire il ruolo che fattori quali la riduzione dei costi di
transazione o la facile manipolazione dell’informazione giocano nella interazione tra Internet e
politica. Questo consentirà agli accademici di affrontare meglio questa relazione causale e
contribuirà all’importante dibattito in atto sulla responsabilità di Internet nella accresciuta
polarizzazione politica negli Stati Uniti e sul ruolo dei social media nell’insorgere della cd
Primavera araba. I politologi come dovrebbero studiare l’influenza di Internet sulla politica? La
scienza politica può sicuramente aiutare a migliorare il dibattito corrente su Internet che si muove,
tra l’altro, attorno a poche questioni generali:
Internet ha davvero esacerbato la polarizzazione politica? Internet conferisce davvero più potere
ai cittadini ordinari di fronte alle elite politiche? Può Internet aiutare a rovesciare i dittatori al
potere? La scienza politica ha prestato fino a poco tempo fa poca attenzione a Internet. Ora
questo sta cambiando. Gli accademici stanno ora iniziando a scoprire in che modo Internet può
influenzare la politica e ad esplorare questa relazione analizzando dati qualitativi e quantitativi.
Pensare a Internet in questo modo produce alcune importanti conseguenze. Innanzitutto, e cosa
più importante, suggerisce che nessuno dovrebbe studiare Internet in questo modo, ossia come
un blocco monolitico. Internet dovrebbe essere disaggregato, analizzato per aspetti distinti, in
modo da consentire agli accademici di cimentarsi con questioni che hanno qualche possibilità di
ricevere una risposta. Ad esempio, le diverse tecnologie basate su Internet hanno differenti
architetture d’impianto, incoraggiano o scoraggiano diversi tipi di comportamento. Si potrebbero
studiare le differenze tra Facebook e Twitter e i loro relativi diversi risultati. E soprattutto si
potrebbero approfondire le interazioni tra Internet e gli altri media.
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In questo scritto sostengo la tesi secondo cui dobbiamo smettere di pensare a Internet come un
nome proprio e iniziare a pensarlo come un insieme di meccanismi che possiamo disaggregare e
isolare fra loro. Possiamo cosi pensare in modo sistematico a come la politica stia cambiando,
man mano che Internet diventa sempre più parte della vita politica quotidiana. Noi possiamo
osservare per la prima volta i flussi di comunicazione informale, la disseminazione di idee
attraverso differenti gruppi sociali e le attuali reti sottostanti alla comunicazioneIl dibattito sulle conseguenze politiche di Internet non è nato tra i politologi, ma tra gli attivisti e i
politici. Quando Internet cominciò a cambiare durante gli anni ’90, trasformandosi dall’essere
unicamente una rete che connetteva università e istituti di ricerca, si è subito parlato del ruolo
dello Stato in proposito. Johnson e Post, ad esempio, hanno sostenuto che il diritto tradizionale
era inadeguato a regolamentare Internet perché Internet non era legato alla sovranità fisica
statale. Internet ha dato ad attori privati nuove opportunità nei confronti dello Stato. C’è poi chi
ha sostenuto che Internet ha aiutato i regimi autoritari anziché danneggiarli. Altri studiosi hanno
esplorato le più ampie questioni sulle conseguenze sociali di Internet.
Negroponte (1995), ad esempio, ha sostenuto che Internet avrebbe portato un mondo con molta
meno coesione sociale poiché gli individui avrebbero smesso di consumare informazione di massa
dai giornali e dalla televisione e iniziato a consumare fonti di informazione personalizzate.
Conclusione questa che potrebbe suggerire di imputare a Internet la maggiore polarizzazione ed
estremizzazione politica.
Una seconda ondata di letteratura sul tema è iniziata nella metà degli anni 2000. Quando i politici
americani hanno cominciato a muoversi dietro i siti web di propaganda politica e ad usare Internet
attivamente per raccogliere fondi e organizzare i sostenitori. Allora i politologi americani hanno
cominciato a prestarci attenzione.
L’importanza dei social media è stata poi dirompente nell’avviare la campagna di Obama del 2008,
un mix di successo tra le tradizionali strutture della politica e operazioni di organizzazione e
fundraising on line.
Il dibattito sui nuovi modelli di fundraising e di organizzazione politica è andato di pari passo con
quello sul declino dell’impegno civile nella vita politica americana. Pippa Norris, ad esempio, ha
sollevato preoccupazioni sul rischio che il digital divide possa essere motivo di divisione tra chi ha
le capacità di usare le nuove tecnologie per partecipare alla vita politica e chi no. Questo dibattito
si è allargato a tematiche più ampie sullo sviluppo economico, ma ha anche assunto un nuovo
significato negli USA e nelle democrazie avanzate quando i blog e altre simili forme di
comunicazione (ad esempio Twitter, YouTube, Facebook) hanno iniziato a consentire ad un
sempre maggior numero di persone di comunicare senza alcun costo o ad un costo molto basso.
Alcuni, soprattutto i blogger stessi hanno sostenuto che questo incredibile aumento nella facilità di
accesso conduce ad una destituzione delle elite tradizionali e ad una democratizzazione del
dibattito pubblico. Altri autori hanno sottolineato la diffusione di blogs ipertestuali che hanno
distorto il numero dei lettori in modo che un piccolo numero di blogs “elitari” ha ricevuto molta
attenzione.
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Con il passare del tempo i blog più grandi e i media tradizionali hanno iniziato a fondersi.
Quando la novità di Internet è diminuita, sono apparsi ampio dibattiti sulle implicazioni generali di
Internet per la democrazia, per la conoscenza e la partecipazione politica.
La questione se Internet aiuta o danneggia la democrazia ha provocato molte controversie
nell’ultimo decennio. In realtà, cosi come posta, la domanda non può avere risposta perché non
c’è una teoria specifica sulle relazioni tra Internet e la democrazia. Quelli che credono che Internet
aiuta la democrazia può sottolineare una serie di interrelazioni,
mentre che crede il contrario indicherà esempi opposti.
Di certo c’è che Internet aiuta la democrazia abbassando i costi della azione collettiva e può
spingere a finanziare attivisti democratici in paesi non democratici. Le loro azioni possono
politicizzare Internet e far si che regimi non democratici cerchino di bloccare l’accesso, di minare
la possibilità che Internet costruisca una società civile attiva e quindi forse creare un sentiero
alternativo alla democratizzazione di una società.
È qui che la scienza politica può dare un importante contributo. Chi ritiene che ci sia una semplice
relazione tra le nuove tecnologie e i risultati politici può fare facilmente errori.
Ci sono buone ragioni per credere che i meccanismi di informazione e partecipazione consentiti
dai social media hanno sicuramente favorito le proteste della Primavera araba.
È inoltre altamente plausibile che un tale meccanismo abbia giocato un importante ruolo nel
movimento di Occupy Wall Street.
Se Internet abbassa i costi dell’azione collettiva rendendo, ad esempio, più economico comunicare
con gli altri o fornendo i mezzi per azioni decentralizzate, sarà più facile per i soggetti coinvolti
raggiungere i loro obiettivi.
I possibili benefici di costi di transizione più bassi sono chiari. Tuttavia, alcuni autori sono cauti,
sostenendo che costi più bassi possano avere conseguenze inattese di lungo termine, tipo una
lealtà politica di durata minore.
Morozov, ad esempio, sostiene che i protagonisti saranno tutti motivati ad impegnarsi in forme di
politica più economiche, inefficaci ma appariscenti, vistose, come i gruppi su Facebook, piuttosto
che forme di azione collettiva più costose o più rischiose.
Secondo Gladwell, invece, Internet, al contrario di quanto sostengono i teorici dei movimenti
sociali, può molto più probabilmente creare “legami deboli" anziché legami forti. Ci sono inoltre
meccanismi che collegano Internet agli esiti politici attraverso l’omofilia, cioè la propensione di
individui che sono simili fra loro a formare raggruppamenti. Ci sono infatti una varietà di modi in
cui Internet rende più probabile che individui con opinioni simili si raggruppino.
La omofilia può anche verificarsi indirettamente e secondariamente. Gli individui per esempio
possono convergere intorno ad una fonte comune di informazione on line che è attraente dati i
loro interessi condivisi, e poi si associano solo in un secondo momento.
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In un sistema omofilo la diffusione di nuove idee, di nuovi concetti, di nuove teorie e di ideologie
politiche può essere molto difficile. In un ambiente eterofilo la diffusione di idee innovative è più
facile. La spinta al cambiamento politico dovrebbe quindi indirizzarsi a gruppi sociali eterofili e non
omofili, come accade con la maggior parate delle comunità politiche in rete.
Quando le persone di uniscono in raggruppamenti omofili l’azione collettiva diventa più probabile.
L’azione collettiva può a sua volta, indurre le persone a cambiare le loro convinzioni — quando le
persone lavorano attivamente insieme tendono più facilmente ad identificarsi reciprocamente.
L’omofilia influenza anche la distorsione delle opinioni e delle preferenze. E’ più facile rivelare le
proprie vere opinioni a chi la pensa allo stesso modo e chi condivide con noi un gruppo. A sua
volta la distorsione delle opinioni influenza i costi della azione collettiva.
I potenziali dissidenti che vivono regimi oppressivi molto probabilmente non si impegneranno in
una azione contro il regime se credono che gli altri, la maggioranza, sostiene questo regime.
Focalizzarsi su questo aspetto è importante per affrontare il dibattito sul ruolo che Internet ha
nella accresciuta polarizzazione della politica americana e nella diffusione della democrazia nei
regimi autoritari.
La politica americana è sempre più polarizzata tra destra e sinistra. Le cause di questa
polarizzazione sono argomento di un vigoroso dibattito. Sebbene Internet non spieghi questa
polarizzazione (che è una tendenza di lungo periodo), può sicuramente esacerbarla. Sunstein
(2002), ad esempio sostiene che Internet, lungi dall’annunciare un’utopia libertaria riduce il
contatto tra persone con diversi punti di vista e aumenta la polarizzazione politica. Internet
tenderebbe a mettere insieme persone che la pensano allo stesso modo, rendendole ancora più
simili sotto questo punto di vista di quanto non lo fossero prima.
Internet incoraggerebbe l’incontro fra persone con la stessa opinione, impendendo quindi il
confronto tra diversi posizioni e rafforzando cosi la polarizzazione. Questo rischio aumenta tra i
lettori di blog. I lettori di blog di sinistra non leggono blog di destra e viceversa. I lettori di blog
politici sono comunque una minoranza poco rappresentativa. Se esaminiamo i forum di
discussione on line la possibilità di imbattersi in opinioni politiche in contrasto fra loro sono molto
più alte nei forum non politici rispetto ai forum politici.
In ogni caso il grado di dibattito trasversale ha implicazioni per l’azione collettiva. È più facile
organizzare azioni collettive tra persone che la pensano hanno le stesse idee politiche. I blogger si
giustificano dicendo che non sono interessati a convincere altre persone, bensì ad organizzare
un’azione politica. In effetti c’è una relazione inversa tra relazioni sociali trasversali (ad esempio
contatti coni vicini o amici che hanno idee politiche differenti), e l’impegno attivo in azioni
politiche. Un dilemma questo per la democrazia. Da un lato la democrazia dovrebbe favorire il
confronto tra opinioni diverse, dall’altro la partecipazione politica. Resta comunque ancora molto
difficile dimostrare se una maggiore omofilia sul web aumenti il rischio di estremismi politici.
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CHE RUOLO HA AVUTO INTERNET NELLA PRIMAVERA ARABA?
Secondo i dati a disposizione la diffusione di Internet ha aumentato la libertà e la democrazia.
Questa conclusione, poco supportata da evidenze empiriche, è comunque abbastanza vicina alla
verità. Non solo la letteratura rilevante enfatizza il bisogno dei regimi autoritari di controllare la
comunicazione, ma il comportamento di questi regimi, e dei ribelli che cercano di sconfiggerli,
fornisce ampia prova della importanza di Internet. Tuttavia, Internet si è rivelato essere più
vulnerabile alla censura di quanto si pensasse all’inizio. I dibattiti più recenti non si sono focalizzati
sulla resistenza alla censura ma sul modo in cui Internet può o non può favorire un più rapido
passaggio dalla autocrazia alla democrazia.
Dati statistici sottolineano una correlazione tra l’accesso a Internet e la democrazia.
Horward ha sostenuto che la diffusione di Internet sta rendendo la democrazia più probabile nel
mondo arabo. Egli ritiene che la congiunzione di diversi fattori in un dato paese, incluso
soprattutto la crescita di una società basata su Internet, è utile alla transizione democratica.
In un recente dibattito sul Journal of Democracy, Diamond (2010) sostiene che, malgrado la
censura, Internet può consentire ai cittadini di “riportare notizie, di esporre opinioni, di
mobilizzare proteste, di monitorare elezioni, di allargare la partecipazione”. Questo consente ai
dissidenti di abbattere i governi. Può anche aiutare a promuovere la liberalizzazione della società e
la creazione di una sfera pubblica pluralista, perfino prima che avvenga la democratizzazione.
Non bisogna dimenticare però che Internet non è usato solo dagli attivisti democratici, ma anche
le imprese criminali, le reti di spionaggio e gli estremisti politici e religiosi.
Morozov (autore del famoso bestseller “La delusione della rete”) sostiene che i metodi di controllo
di Internet stanno andando al di là delle misure tecnologiche, stanno evolvendosi verso forme più
sottili di ingegneria sociale, finalizzate a stroncare le reti dei dissidenti.
La discussione si è incentrata sulla interpretazione degli eventi in Iran e su quelli più recenti della
Primavera araba. Internet è stato descritto come fattore determinante di questi eventi. I dati
relativi suggeriscono che il ruolo di Internet è stato più complicato di quanto comunemente si
possa ritenere.
In generale, in questi contesti il ruolo di Internet viene probabilmente esagerato. Alcuni
commentari politici ritengono che i disordini sociali in Iran sono stati una “rivoluzione di Twitter,”
malgrado la quasi totale mancanza di qualsiasi prova che twittter sia stato usato dai dimostranti
iraniani per comunicare tra loro, e men che meno per organizzare una rivoluzione. Il dibattito più
recente sul ruolo di Internet nella Primavera araba dimostra che non è possibile affrontare questo
tema generalizzandolo in tutta l’area del Nord Africa. La Tunisia, ad esempio, (con un’ampia fascia
di popolazione che usa Facebook) e l’Egitto (con il maggiore numero di utenti Internet dell’area)
ha vissuto una più grande partecipazione della popolazione ai movimenti di protesta e quindi una
maggiore pressione al cambiamento. Secondo questa tesi la frustrazione popolare non si era
tradotta in un’azione finché Internet non è stato accessibile, consentendo di unire le singole
rimostranze in un’agenda comune e creare un’azione collettiva.
I social media hanno fornito ai movimenti di protesta un mezzo per organizzarsi al di fuori del
controllo dello Stato. Tuttavia alcuni osservatori sostengono che non ci sono prove sufficienti per
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stabilire una relazione rigorosa tra i nuovi media e i risultati delle rivolte. Di certo i new media
hanno dato potere agli attivisti.
Anche se Internet abbassa i costi della azione collettiva, può farlo in modi che hanno conseguenze
inattese. Se da un lato le proteste sono state sufficienti a destabilizzare i vecchi regimi in Tunisia
ed Egitto, non sono state comunque sufficienti a costruire democrazie in grado di reggersi in piedi.
Questo perché un’ azione collettiva basata su Internet può rendere più difficile costruire strutture
durevoli che possano raggiungere obiettivi politici di medio termine. Il fallimento delle proteste di
piazza Tahrir di creare un partito o un movimento politico stabile è fortemente suggestivo;
sebbene queste proteste abbiano aiutato ad abbattere un’autocrazia, non sono riuscite ad
organizzarsi in modo da trasformarsi in un’ampia costituente politica. Di contro, I Fratelli
musulmani che avevano già una organizzazione politica forte, stanno giocando un ruolo chiave nel
nuovo futuro politico del Paese.
È anche possibile che Facebook e altri spazi simili abbiano giocato un ruolo più sistematico
nell’aiutare a creare e a disseminare una identità di opposizione. Facebook ha fornito un luogo a
basso rischio, dove la gente ha potuto sviluppare ed esprimere il suo dissenso al regime.
La prova delle conseguenze politiche della omofilia in rete sono scarse. Comunque si è affermata
tra gli osservatori occidentali l’ idea sbagliata secondo cui il mondo arabo online è un focolaio di
retorica estremista al servizio dell’integralismo, o peggio, del terrorismo islamico. Come già
affermato, non ci sono prove della sussistenza di questa relazione. Al contrario, l’evidenza
empirica suggerisce il contrario. C’è una tendenza maggiore alla eterofilia tra gli oppositori politici
prima che un regime venga abbattuto. In Iran, ad esempio, sostenitori e oppositori del regime
hanno occupato molto spesso gli stessi blog. In Egitto, ad esempio, i blog politici sono stati
fortemente critici nei confronti del regime di Mubarak, enfatizzando nel contempo le loro
specifiche diversità (se erano islamici, laici, sostenitori dei diritti umani, ecc.).
Questa connessione trasversale, questa eterofilia non è sopravvissuta al cambio di regime.
Nell’ultimo decennio la relazione tra Internet e la politica è diventata sempre più importante per
la sociologia politica.
Paradossalmente, però, è probabile che in futuro ci saranno perfino meno accademici specializzati
nel legame tra Internet e la politica. Ma questo non sarà da ascrivere al fatto che i politologi
hanno perso il loro interesse per Internet e le relative tecnologie. Piuttosto sarà perché queste
tecnologie saranno completamente integrate nelle regolari interazioni politiche (impossibili da
studiare), cioè il fundraising, la pubblicità elettorale, l’azione politica, la diplomazia pubblica o i
movimenti sociali. A livello internazionale Internet sta sostanzialmente influenzando I processi di
diffusione delle informazioni, la credibilità degli Stati (come esemplificato dalla controversia di
Wikileaks).
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FOCUS
Internet è sia una minaccia che una promessa per la democrazia e la politica. La minaccia è data
dal fatto che rende probabilmente le persone più ignoranti politicamente e più divise. Il
movimento lontano dai media tradizionali rende più facile per le persone ignorare le notizie
politiche e per i politici nasconderle. Le persone interessate alla politica tenderanno
probabilmente a leggere solo le persone con cui sono d’accordo e ad ignorare coloro con cui sono
in disaccordo. Questi sono una sfida alla nozione tradizionale di democrazia.
La promessa invece è Internet può fornire, se usato adeguatamente, benefici straordinari alla
democrazia. Se usato adeguatamente può aiutare a risolvere i problemi enormi e complessi che
affliggono le società moderne. Questo richiede un dibattito vivace tra persone con diversi punti di
vista. Il futuro della sinistra sta nel riuscire a trarre vantaggio dalle nuove forme di “democrazia
cognitiva” per riportare la gente alla politica e risolvere la crisi apparentemente irrisolvibile delle
società moderne.
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