Taccuino 2013 * N

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Taccuino 2013 – N. 5 L’arte dei numeri.
Una soffocante campagna elettorale, che purtroppo durerà ancora a lungo, occupa per intere
giornate gli schermi televisivi. La cosa sorprendente è che i discorsi dei politici e di altri partecipanti ai vari
incontri elettorali, si svolgono solo in base a cifre, calcoli, conti, sia che si parli di passato, sia che si presenti
un possibile programma di governo. La “ragione calcolante” si sfrena su dati, statistiche e interpretazioni
che evidenziano l’economicismo dominante e la sospensione della politica. Gli ideali liberali che avrebbero
dovuto liberare l’uomo dalle ideologie si sono sedimentati divenendo essi stessi ideologia. Un razionalismo
estremo ha assunto l’economia come valore guida e tecnica di governo. Così la politica ha dismesso le sue
idee, è diventata subalterna al mercato, il quale, perdendo le sue dimensioni reali, si è trasformato in mito
e quindi in un ingannevole strumento di manipolazione.
Nello sviluppo della modernità la razionalità e la tecnica dovevano disincantare il mondo e invece
hanno prodotto un proprio incantamento che ha finito per oscurare e strumentalizzare i veri problemi della
vita. I francesi chiamano questo incantamento “l’arte numerica”, la quale otterrebbe il miracolo di
controllare e indirizzare una società che è sempre più “società di massa”.
E’ proprio questo costruttivismo numerico che ci fa perdere il senso della politica come capacità di
creare coesione sociale, di promuovere energie collettive e di indirizzarle verso il benessere sociale. E’
proprio quanto sottolineava Vilfredo Pareto separando ciò che è bene per la società (sviluppo economico)
da ciò che il bene della società (legame sociale). La politica ha perso la sua funzione storica di affrontare e
cercare di risolvere i più scottanti problemi cercando di mantenere e rafforzare il legame sociale. La politica
non è più progetto ideale da realizzare ma “l’arte di dare i numeri”. Questa politica non si occupa più di
rapporti sociali, per esempio della condizione giovanile e del mondo del lavoro, del problema delle carceri e
della sanità ecc.; non si pone il problema della morale civile, in un periodo di corruzione dilagante e di
criminalità organizzata, non considera la condizione ideologica del nostro tempo, per esempio recuperando
il senso dello Stato, in base al quale sarebbe possibile riscrivere la costituzione. I discorsi che sentiamo
scendono dall’alto, sono tecniche di convincimento fondate su dati che non possiamo né controllare né
valutare. Non esprimono nessuna identità politica, ci lasciano freddi e restano fuori della sfera della nostra
vita quotidiana.
Percò questa politica è spazzatura politica. Viene eluso quel bisogno di politica e di democrazia
reale che non c’è, quel bisogno di impegno morale e sociale consapevole e condiviso, di superamento di un
clima negativo in cui ciascuno conosce solo il proprio interesse. Uscire dalla crisi impone fiducia,entusiasmo
e uno sforzo di volontà collettiva, elementi che non appartengono alle qualità numeriche ma ad un forte
legame sociale solidale. E’ facile “lottare contro” in funzione del proprio interesse e delle proprie idee. E’
difficile “impegnarsi per” il bene collettivo senza convinzione e senza idee guida.
C’è un’idea di Europa che ci dovrebbe convincere. Ma quale è la nostra idea di Europa? Recensendo
un recente libro di Franco Debenedetti sul “Corriere della Sera” (6.2.2013) Angelo Panebianco ha messo
giustamente in rilievo la condanna, da parte dell’autore, della trasformazione della politica in una gestione
tecnicistica della realtà, la quale, invece di vivificare le società civili del nostro continente e di affermare il
valore ideale dell’Europa, ha “indebolito le identità europee così come sono state forgiate dalla storia”, in
nome di un “ideale astratto” e di una “utopia costruttivista”. Puntando all’Europa dei mercati, l’agire
tecnico ha trasformato l’ordine democratico in un immenso centro di potere “a dispetto della democrazia”
e, nel suo slancio utopistico, ha prodotto proprio quel baratro dal quale crede di poterci salvare. Quella che
ci viene proposta non è la strada per l’Europa pensata da intellettuali e politici europei nel secondo
dopoguerra. L’Europa del denaro è solo frutto della globalizzazione del capitalismo. E’ un’idea che non
serve neppure a ricostruire la politica nazionale perché passa sopra le regole più elementari della
democrazia: rappresentanza e legittimità.
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