All’origine dell’interazione con gli altri Marina Savi intervista Vittorio Gallese All’inizio degli anni novanta l’equipe di neurofisiologi dell’Università di Parma diretta dal professor Giacomo Rizzolatti ha individuato, in un’area del cervello normalmente deputata al controllo dei movimenti, la presenza di neuroni, denominati poi neuroni specchio, che rendono possibile in modo immediato la comprensione delle azioni e delle emozioni altrui. La scoperta dei neuroni specchio ha avuto un grande impatto filosofico, soprattutto in relazione a un tema centrale della riflessione teoretica come l’intersoggettività. Proprio per la rilevanza che questo ha rivestito nell’indagine fenomenologica, si è avviato un proficuo dialogo tra neuroscienze e filosofia che ha visto tra i suoi maggiori protagonisti il professor Vittorio Gallese. Lo abbiamo incontrato e gli abbiamo rivolto alcune domande sulla sua attività. Come si è giunti alla scoperta dei neuroni specchio? La scoperta dei neuroni specchio è stata compiuta nel corso di ricerche sull’area premotoria della corteccia cerebrale dei macachi. Deriva dall’osservazione di un fenomeno che non era l’oggetto della nostra ricerca, eppure l’esito del nostro lavoro era già in qualche modo implicato nell’impostazione epistemologica che stavamo seguendo. Alla fine degli anni settanta il nostro gruppo, sotto la direzione del professor Giacomo Rizzolatti, era impegnato nello studio di un settore della corteccia motoria che fino ad allora si riteneva fosse deputato unicamente al controllo dei movimenti. Da una serie di esperimenti risultò invece che quest’area non è un campo uniforme, ma al suo interno comprende regioni che funzionalmente svolgono attività diverse. Innanzitutto qui si trovano neuroni che non hanno solo proprietà motorie, ma anche sensoriali, per cui ‘scaricano’ non solo quando la scimmia compie dei movimenti, ma anche quando, per esempio, riceve uno stimolo tattile su una parte del suo corpo o osserva degli oggetti. Infine la sco- La società degli individui, n. 35, anno XII, 2009/2 perta più importante di tutte: questi neuroni motori non sono unicamente deputati al controllo dei movimenti ma di atti motori, cioè di movimenti eseguiti per conseguire uno scopo. Viene perciò introdotto il concetto di teleologia, che entra a pieno titolo fra le caratteristiche dell’architettura funzionale del sistema motorio. Nonostante questo concetto incontri molta diffidenza anche presso ampi settori scientifici, un’altra serie di esperimenti ne ha confermato la pertinenza a descrivere i fenomeni osservati: i neuroni del sistema motorio non hanno infatti solo un ruolo esecutivo, non servono cioè unicamente a contrarre i muscoli, ma possono mappare qualcosa di astratto come uno scopo. Con un’altra serie di esperimenti si è poi dimostrato che alcuni di questi neuroni – i neuroni canonici – hanno la proprietà di attivarsi anche quando la scimmia si limita a osservare un oggetto, senza nessun impegno motorio da parte sua. Ma c’è di più: i neuroni ‘scaricano’ solo se l’oggetto ha le stesse caratteristiche di prensione, come quello codificato dal punto di vista motorio. L’aspetto più interessante è perciò costituito dal fatto che questi neuroni sono verosimilmente responsabili di quel processo che chiamiamo trasformazione visuo-motoria per cui la forma di un oggetto, che è l’oggetto di una nostra azione potenziale, viene tradotta nel programma motorio richiesto qualora si desideri conseguire uno scopo particolare che prevede l’interazione attiva con l’oggetto. Questo dimostra come già nella scimmia, cioè in una specie prelinguistica, l’osservazione di un oggetto non sia un processo unicamente visivo. Al di là dell’aspetto puramente passivo della sensorialità visiva, vedere un oggetto significa non solo ricostruirne iconicamente la forma, ma anche catalogarlo in modo implicito, dal punto di vista motorio, catturandone l’intrinseca inerenza al soggetto che lo percepisce. Questa inerenza è naturalmente di tipo pragmatico. Secondo questa prospettiva l’oggetto acquista una valenza significativa solo in virtù della propria relazione dinamica con il soggetto, rispetto al quale è il polo di una sua azione potenziale. Mi permetto perciò di sottolineare la pertinenza dell’esito dei nostri studi con la concezione heideggeriana per la quale all’uomo il mondo si dischiude come progetto delle sue azioni. Gli oggetti del nostro mondo acquistano significato non solo in virtù della mera presenza, del loro starci dinanzi, secondo la modalità propria dell’approccio teoretico-conoscitivo, ma anche grazie al loro essere per noi a portata di mano (zuhanden), cioè del loro appartenere al nostro orizzonte pragmatico. Il sistema motorio gioca anche una funzione decisiva nel rapporto con i nostri simili? Il passo ulteriore è stata la scoperta che alcuni di questi neuroni non ‘scaricano’ nel momento in cui presentiamo l’oggetto alla scimmia, ma in 116 un momento antecedente, quando cioè noi andiamo ad afferrare l’oggetto per presentarglielo. Questa è una genuina risposta di tipo visivo a uno stimolo evocato dall’osservazione di un movimento analogo a quello che veniva eseguito dalla scimmia. Nasce da qui la metafora del rispecchiamento per connotare la proprietà di questi neuroni – i neuroni specchio – presenti nella corteccia premotoria dei primati non umani e dell’uomo, che si attivano sia quando compiamo un’azione sia quando la vediamo eseguire dagli altri. Ci consentono quindi di comprendere il significato di un’azione compiuta da un altro, proprio in virtù del fatto che questa fa parte del nostro patrimonio pragmatico ed esperienziale. In altri termini, chi osserva utilizza le proprie risorse neurali per penetrare il mondo dell’altro dall’interno, mediante un meccanismo automatico e prelinguistico di simulazione motoria. Questi neuroni permettono perciò una modalità diretta, sicuramente non mediata linguisticamente, di rapportarci con l’agire dell’altro che ci mette in grado di comprendere implicitamente il significato di ciò che l’altro fa, dal momento che questo viene mappato dai circuiti nervosi che consentono a noi di compiere gli stessi atti motori. Secondo il modello cognitivista classico si possono comprendere le azioni e le emozioni solamente nei termini di lettura della mente altrui, con un’inferenza: quali nuove prospettive introducono i neuroni specchio? Questa scoperta neuroscientifica permette di interpretare in termini radicalmente nuovi il rapporto fra azione, percezione e cognizione. Il modello del cognitivismo classico è stato rappresentato nella sua versione standard in modo caricaturale da una filosofa americana, Susan Hurley, con la metafora del sandwich: parte fondamentale è la cognizione, in periferia stanno azione e percezione, oltretutto connesse da un flusso di informazione unidirezionale. Ciò significa che io costruisco una rappresentazione del mondo esterno che si origina attraverso i miei canali sensoriali attraverso la percezione, la quale a sua volta fornisce le informazioni ai miei apparati cognitivi che prendono deliberazioni. Il sistema motorio entra in gioco solo alla fine per tradurre in movimenti ciò che è stato deliberato al livello più astratto della cognizione. Questo modello risulta falso, in primo luogo perché il funzionamento dei neuroni specchio dimostra che il rapporto fra azione e percezione è bidirezionale. Azione e percezione sono intrinsecamente connesse e questa interconnessione tra il dominio sensoriale e quello dell’azione gioca un ruolo decisivo anche in molti aspetti cognitivi della nostra vita di relazione. Nel caso specifico dei neuroni specchio l’intera- 117 zione fra azione e percezione è fondamentale per determinare processi di base che rendono possibile l’intersoggettività: capire che cosa fa l’altro. 118 La società degli individui, n. 35, anno XII, 2009/2 Thomas Jones, Case a Napoli, 1782 Al sistema dei neuroni specchio è correlato il meccanismo della simulazione incarnata: in che cosa consiste? In che cosa questa teoria si distingue da quella del filosofo analitico Goldman? In breve tempo queste evidenze empiriche hanno suscitato l’interesse del mondo filosofico, innanzitutto sul versante fenomenologico. Il primo che si è interessato ai neuroni specchio è infatti il fenomenologo francese Jean-Luc Petit, che mi sollecitò a leggere Husserl. Anche sul versante analitico si manifestò interesse: nel 1998 presentai i risultati della nostra ricerca nel corso della conferenza Toward a science of consciousness a Tucson, in Arizona. In quell’occasione conobbi il filosofo analitico Alvin Goldman, che mi espose il suo modello della teoria della simulazione: secondo questa ipotesi la comprensione reciproca delle persone richiede che ci si metta ‘nei panni altrui’, utilizzando la propria mente per identificarsi con gli altri mediante l’immaginazione. Proprio in quella conferenza progettammo di scrivere insieme un lavoro, pubblicato nello stesso anno col titolo I neuroni specchio e la teoria della simulazione. Da allora ho continuato a sviluppare le mie riflessioni su questi argomenti, al punto che attualmente mi sento di prendere distanza da molte delle affermazioni espresse in quell’articolo. In primo luogo, la teoria della simulazione elaborata da Goldman è un modello ancora molto debitore a un’idea della mente di tipo rappresentazionalista; tanto è vero che Goldman negli scritti successivi e soprattutto nel saggio che ha pubblicato nel 2006, Simulating Minds: The Philosophy, Psichology and Neuroscience of Mindreading, opera una distinzione di livelli: una simulazione di basso livello, supportata dall’attivazione dei neuroni specchio che consentirebbe un approccio interpersonale nei termini di un meccanismo di rispecchiamento, e una simulazione di livello superiore. Quest’ultimo processo avviene mediante una forma di introspezione: mi metto nei panni dell’altro, per poi attribuire all’altro il risultato della mia attività. La simulazione di alto livello non esclude comunque una componente di tipo teoretico. Anzi, per Goldman, gli aspetti più sofisticati della simulazione sono di tipo logico-inferenziale. Mi è stato necessario parecchio tempo per approfondire queste tematiche. Le ho sviluppate sia nella direzione della ricerca empirica e della riflessione teorica, sia sulla base dei principali temi della letteratura fenomenologica. Sono giunto in questo modo all’ipotesi della «simulazione incarnata» (embodied simulation). Con questo aggettivo sottolineo il mio distacco dalla teoria della simulazione proposta da Goldman. Il termine «incarnata» nel suo significato più immediato sta a indicare che riposa su una proprietà del nostro sistema cervello-corpo. Ma è incarnata in un senso più interessante, e cioè in quanto descrive un meccanismo 119 funzionale fondato su una codifica di tipo isomorfo. Ciò significa che noi comprendiamo implicitamente le azioni e le emozioni altrui utilizzando la simulazione correlata all’attivazione dei neuroni motori e viscero-motori che sottendono la nostra esperienza in prima persona di azioni ed emozioni. Per esempio, mappo il disgusto altrui sui correlati viscero-motori che si attivano quando sono io a provare disgusto. Ciò vale anche per l’espressione del dolore altrui, che innesca quella matrice di circuiti nervosi che si attivano quando sono io a provare dolore. Quindi l’aggettivo «incarnato» indica proprio l’isomorfismo rappresentazionale su cui poggia il meccanismo della simulazione. Il termine «rappresentazione» è però impiegato qui in una accezione molto diversa da quella impiegata dal cognitivismo classico, perché prescinde da una codifica di tipo linguistico, sebbene possa essere anche astratta. Per esempio, nel caso dell’azione, il suo scopo è mappato in un formato rappresentazionale che è motorio, ma nello stesso tempo astratto perché prescinde da chi fa l’azione, da come la fa e da qual è il canale sensoriale attraverso cui percepiamo l’azione. Gli stessi neuroni si attivano infatti sia quando la scimmia rompe la nocciolina, sia quando la vede rompere da qualcun altro, sia quando sente soltanto il rumore prodotto caratteristicamente da quell’azione. Una delle principali difficoltà del dialogo tra le neuroscienze e la filosofia riguarda il linguaggio che subisce uno scarto nel passaggio da un ambito di ricerca a un altro. Quale difficoltà ha incontrato a questo riguardo? Possiamo iniziare dalla denominazione dei neuroni che abbiamo scoperto: la metafora dello specchio non rende pienamente conto del fenomeno che inizialmente pensavamo potesse descrivere. E ciò è emerso anche nel dialogo con la fenomenologia. Lo specchio infatti si limita a riflettere quello che c’è, mentre questi neuroni ‘rispecchiano’ tenendo conto del vissuto del soggetto; quindi quest’attività non è qualcosa di fisso, ma un meccanismo che si costruisce nello sviluppo ontogenetico, basandosi sulle esperienze pregresse del soggetto, quando si trova a ‘rispecchiare’ il comportamento dell’altro. Questo aspetto è stato messo a fuoco solamente negli ultimi anni. Vale la pena ricordare che le neuroscienze sono giovanissime, se paragonate alla filosofia, e che quella dei neuroni specchio è una scoperta piuttosto recente. Non sorprende perciò che molte domande risultino ancora inevase. Ritengo quindi particolarmente proficuo il dialogo con la filosofia perché consente alle neuroscienze di formulare correttamente le questioni fondamentali. D’altra parte credo che i risultati della ricerca neuroscientifica possano contribuire allo sviluppo della riflessione filosofica, non però 120 in un senso verificazionista, ma nella direzione di incoraggiare la ricerca su quelle tematiche che possono avere una traduzione sul piano empirico, seppure con tutte le cautele che si richiedono dal punto di vista epistemologico quando si passa da un ambito di indagine a un altro. Non è nelle finalità della ricerca neuroscientifica porsi come arbitra nelle riflessioni filosofiche, ma credo possa aiutare nella decostruzione di certi termini. L’aspetto più problematico è sicuramente la costitutività linguistica: solo per il fatto che usiamo delle parole, crediamo che a queste debba corrispondere ontologicamente un oggetto a cui quelle parole si riferiscono. Il problema è sapere quale sia la natura dell’oggetto denotato dall’espressione linguistica. Questo diventa cruciale quando ci s’imbatte, per esempio, in un programma di ricerca che intende localizzare in una determinata area del cervello le intenzioni e i desideri. Una simile impostazione dell’indagine risulta inficiata da una difficoltà, che le neuroscienze possono aiutare a decostruire. Definizioni linguistiche, come quella di intenzione, non si traducono necessariamente in entità reali nel cervello. Per quanto riguarda le intenzioni, infatti, lo stato delle ricerche attesta che la loro possibilità rientra nelle complesse funzioni del sistema motorio, come è venuto delineandosi nel corso dell’evoluzione. Indagini che adottano un modello teorico ritenuto valido a priori e lo applicano sperimentalmente individuandone una sede nel cervello, sono destinate al fallimento. Talora accade infatti che, dopo aver localizzato nel cervello le false credenze per esempio, si scopra che i soggetti, in cui quelle aree cerebrali risultano compromesse, continuano ad attribuire false credenze. E a proposito del termine empatia, che è certamente fra i più problematici dal punto di vista filosofico? Ho infatti cercato di impiegarlo il meno possibile. Per questo nel 2001 ho coniato l’espressione «sistema della molteplicità condivisa» (shared manifold of intersubjectivity) per indicare uno spazio intersoggettivo noi-centrico, in cui ci relazioniamo agli altri riconoscendoli come nostri simili. La problematicità del termine «empatia» deriva dal fatto che è stato utilizzato per descrivere fenomeni dell’intersoggettività molto diversi, che vanno dal contagio emozionale all’empatia cognitiva alla partecipazione emotiva e alla simpatia. Se a questo si aggiunge che negli ultimi anni soprattutto nella letteratura anglosassone il termine «empatia» è impiegato per caratterizzare esclusivamente la sfera emozionale-affettiva dell’intersoggettività, escludendo completamente la dimensione dell’azione, allora l’espressione non risulta pertinente ai risultati della nostra ricerca. Diversi filosofi si sono impegnati a fare chiarezza intorno all’uso di questo termine; ritengo però che 121 Edith Stein abbia dato il contributo più convincente in questo senso nel suo saggio espressamente dedicato al problema, in cui definisce l’empatia come una forma di intersoggettività che ci consente di cogliere la nostra somiglianza con l’altro. La simulazione incarnata spiega quei fenomeni che possiamo definire «empatia» solo in senso lato. Questa è una condizione necessaria, ma verosimilmente non sufficiente perché si possa infatti parlare di condivisione. È forse a questo punto che la filosofia può intervenire per fornire un quadro generale del fenomeno della relazione intersoggettiva, che tenga conto dei diversi livelli su cui si articola? Le neuroscienze si trovano a fronteggiare un altro problema, quello della ‘fallacia mereologica’, vale a dire la tendenza ad attribuire alle parti di un organismo caratteri che sono propri dell’intero. Avendo come oggetto un organo, il cervello, non possono rendere conto naturalmente dell’individuo nella sua totalità. Il modo in cui spieghiamo il comportamento e le emozioni altrui richiede necessariamente un livello di competenza personale che non può essere interamente ridotto all’attività subpersonale di gruppi di neuroni. Dalla secca della fallacia mereologica si esce con una necessaria cautela epistemologica maturata anche nel dialogo con la filosofia. Le neuroscienze contribuiscono a definire i meccanismi funzionali dell’intersoggettività, sul piano subpersonale, che permettono poi al filosofo di interpretare la relazione con l’altro sul piano personale in modo diverso, indicando i vari livelli in cui si articola l’esperienza intersoggettiva. Gli studi sperimentali mettono così a disposizione della riflessione filosofica un patrimonio di osservazioni che può dare un nuovo impulso al dibattito su questi temi. Sulla base del fenomeno del rispecchiamento, attivato dalla simulazione incarnata, possiamo comprendere l’altro non solo nell’aspetto per cui ci somiglia, ma anche nella sua differenza? Già a livello di simulazione incarnata io faccio parte di un mondo in cui l’altro costituisce l’altro polo della relazione. Noi ‘non nasciamo autistici’, poi acquisiamo competenze interpersonali. Costruiamo la nostra identità già a partire da uno spazio ‘noi-centrico’, quindi nel nostro Sé è già implicata l’esperienza di un altro, e di un altro che ha somiglianze con noi, ma anche differenze, altrimenti cadremmo nell’aporia di ritenere possibile solo la conoscenza di noi stessi. Il rispecchiamento infatti non è mai totale. Il carattere di alterità dell’altro può essere identificato prendendo in considerazio122 ne per esempio il fatto che quando sono io a compiere un’azione o a provare un’emozione vi sono aree del cervello che si attivano esclusivamente o con una maggiore intensità rispetto a quando è l’altro a farlo. Da recenti studi sperimentali sul disgusto, per esempio, risulta che esperienze diverse, come provarlo in prima persona, vederlo espresso sul volto dell’altro o solamente immaginarlo, pur avendo alla base un sostrato neuronale comune, attivano anche altre aree differenti di volta in volta. Rimangono naturalmente aperte diverse questioni, che però possiamo studiare in modo proficuo solo se le affrontiamo da una molteplicità di punti di vista. Prima di tutto da una prospettiva comparativa per cercare di costruire la conoscenza dell’uomo in una cornice genetico-evolutiva: nella scimmia infatti, diversamente che nell’uomo, abbiamo la possibilità di registrare i singoli neuroni, quindi possiamo leggere gli studi sui primati per interpretare i risultati delle indagini sulla nostra specie. Un contributo significativo è anche fornito dagli studi sull’età evolutiva, per quanto riguarda l’importanza del comportamento mimetico, che caratterizza la nostra specie fin dalle prime fasi di sviluppo post-natale. Fondamentale è infine il rapporto con la fenomenologia, con cui condividiamo l’interrogativo sul modo in cui si costruisce la nostra identità intersoggettiva. Ricordiamo che Husserl nell’ultima fase della sua riflessione si è dedicato in particolare alla difficoltà di coniugare l’alterità dell’altro con la radice del riconoscimento che è comunque, per lui, egologica. Se già a livello neuronale possiamo identificare un meccanismo che favorisce l’instaurarsi di una relazione intersoggettiva, come spiegare allora le così gravi forme di intolleranza diffuse nella società odierna? Interpretare i neuroni specchio come il fondamento dell’altruismo su basi organiche è inesatto e fuorviante. La simulazione incarnata crea uno spazio intersoggettivo in cui riconosco nell’altro un mio simile; ma questo processo non va inteso necessariamente in termini positivi. Se si tiene conto che è in questione il riconoscimento dell’altro, possiamo pensare si tratti, più verosimilmente, dello spazio del conflitto. Sotto questo riguardo, mi sono avvicinato al pensiero dell’antropologo francese René Girard e in particolare alla sua teoria del desiderio mimetico. Mi riferisco in modo specifico all’idea che la tendenza all’imitazione, connaturata in noi, ci porta a desiderare gli oggetti desiderati dagli altri. Non desideriamo però l’oggetto dell’altro per le sue proprietà intrinseche, ma in quanto è proprio l’oggetto dell’altro che per noi è un modello da imitare. Quindi l’altro media i contenuti dei miei desideri. Ne deriva un rapporto ambivalente: l’altro è un modello ma contemporaneamente un rivale. In questo caso la mediazione si trasfor123 ma in conflitto, perché l’altro è colui che compete con me per l’appropriazione dell’oggetto. La rivalità mimetica è perciò all’origine della disgregazione del gruppo sociale. L’umanità trova la soluzione a questo con il sacrificio vittimario, poiché indirizza la violenza sul capro espiatorio. Il confronto con Girard è interessante perché permette di mettere in luce che la mimesi porta al conflitto ma anche all’identificazione con l’altro con cui condivido diverse caratteristiche. Questo confronto però è tuttora in fase di approfondimento; ciononostante mi preme metterlo in evidenza perché conferma il mio impegno per un approccio ampio e interdisciplinare al problema dell’intersoggettività e dell’intelligenza sociale. 124