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RIASSUNTO PARTE LESSICO LINGUISTICA
Da che cosa è composta una lingua?
-Fonetica: è l’insieme dei suoni che compongono una lingua, chiamati anche fonemi; ne abbiamo 30, 7
fonemi vocalici, 2 semi-consonantici e 21 consonantici. Alcuni affermano che siano 45 fonemi, in quanto
dividono il grado forte dal grado tenue. I fonemi servono al parlante a dare una diversa intensità alle parole e
a distinguerle le une dalle altre e più in una lingua sono pochi più è facile dominarli; inoltre, partendo da un
numero così limitato di elementi si riesce a creare infinite espressioni foniche. Il numero dei fonemi non
cambia, è fisso, ed è proprio su questa fissità che è basata la stabilità di una lingua.
-Morfologia: le unità più piccole che formano il sistema morfologico sono i morfemi, che si utilizzano per
formare i plurali degli aggettivi e dei sostantivi. Anche in questo caso siamo di fronte ad un sistema stabile:
abbiamo pochissimi cambiamenti (il parlante non se ne rende conto).
-Sistema lessicale: è la parte esterna della lingua e muta continuamente. Questi cambiamenti sono necessari
in quanto, poiché la nostra realtà cambia in ogni momento, la lingua non può non stare al passo con questa.
All’interno del sistema lessicale vi sono sia parole che non si usano più e che quindi vengono
automaticamente dimenticate dal parlante, sia parole che sono di uso frequente.
Il lessico ha 4 modi per riuscire a svilupparsi:
1) Utilizzo dei moduli formativi interni alla lingua stessa: ogni lingua ha i suoi moduli formativi (es:
morfologia lessicale). Il lessico di una lingua sfrutta anche elementi che sono analizzabili nella loro
costruzione strutturale, ossia le parole che vengono create attraverso prefissi, suffissi o combinazione di più
parole. Questi espedienti ci consentono di costruire sempre nuove parole.
2) Gioco sui significati delle parole: alcune parole possono essere utilizzate con significati diversi e sfruttano
i processi della metafora (traslazione di significato) e della metonimia (si indica il contenuto), che ci
consentono di cambiare il significato delle parole. Un esempio è la parola gamba che indica sia l’arto di una
persona sia quello di un tavolo.
3) Si imita ciò che fanno gli altri: ci si rispecchia in quello che viene fatto nelle altre lingue, ossia si
prendono in prestito parole altrui e modelli formativi e semantici di altre lingue. Questo succede quando una
lingua entra in contatto con popolazioni che parlano lingue diverse e si creano processi d’interferenza
linguistica:
- Calco: quando si cerca di ricalcare il modello che viene fatto dalle altre lingue, in alcuni casi basandoci
sulla lingua id partenza, in altri cercando di adattare la parola alla nostra struttura linguistica. La differenza
con il prestito sta nel fatto che il calco è una parola italiana o un gruppo di parole italiane su cui agisce un
influsso straniero, mentre il prestito è una vera parola straniera. Il calco può essere strutturale (si ha una
traduzione letterale italiana della parola straniera – skyscraper diviene grattacielo), oppure semantico (una
parola italiana sviluppa un nuovo significato per influsso straniero).
-Prestito: possono avvenire sia da lingue straniere sia dall’interno della stessa lingua (si parla di prestiti
interni quando i prestiti avvengono all’interno della stessa area geografica in cui si parla una lingua diversa,
come ad esempio i dialetti); i prestiti possono anche avvenire da una fase diversa della nostra storia, ad
esempio dal latino (si ha la costruzione di latinismi: termini utilizzati in passato, poi caduti in disuso e ad
oggi di nuovo in uso). I prestiti possono anche arrivare dalle lingue speciali, ossia dai Gerghi, lingue tipiche
di un gruppo di persone che non vogliono farsi capire dalle altre persone (es: il gergo della malavita). Tutti i
prestiti, comunque, ci mostrano sempre una certa attività da parte del parlante: partono dall’esigenza di chi
parla una lingua di imparare e rispecchiare i modelli delle altre lingue coì da poterli sviluppare anche nella
sua. I prestiti possono essere integrali, ossia si prende la parola straniera così com’è, oppure adattati;
vengono assunti al singolare e solitamente rimangono invariati. Si possono dividere anche in prestiti di
necessità (si acquisisce nuovi oggetti e concetti che prima ci erano ignoti, come cacao) e prestiti di lusso (si
ha già nella lingua di arrivo un corrispondente approssimativo, come weekend). Inoltre, per determinare il
successo di questi prestiti nella lingua di arrivo si parla di prestiti definitivi (quando entrano senza problemi
nel lessico) e prestiti non riusciti (quando non attecchiscono alla lingua oppure vengono usati per un breve
periodo di tempo).
I prestiti possono essere: iberismi (cultura mercantile, religione, arte, navigazione), anglicismi (sistema
politico e giudiziario), gallicismi (cultura mercantile), germanismi (sistema militare, sfera domestica e
commerciale), grecismi (termini commerciali, del diritto e della navigazione), islamismi (termini scientifici e
filosofici, commerciali e della navigazione), ebraismi (termini religiosi), esotismi (termini commerciali e
legati alla letteratura di viaggio) e possono provenire inoltre dai dialetti italiani (sono difficili da individuare
in quanto sono stati italianizzati), in modo particolare da dopo l’Unità italiana. I prestiti provenienti dai
dialetti hanno interessato vari ambiti come le arti, il commercio, la vita pubblica e militare, la gastronomia e
l’abbigliamento.
4) Cambio di categoria della parola: una parola può cambiare la sua categoria di partenza e subire un
processo di trans-categorizzazione, ossia il passaggio da una categoria semantica all’altra (es: Espresso può
indicare sia un participio passato sia un sostantivo). Una categoria a parte è costituita dai nomi propri, che
vanno a designare il significato proprio di quella persona, oggetto o cosa a cui appiccicati: con il tempo,
però, vi sono nomi propri che sono diventati nomi comuni: infatti, vi sono molti nomi di prodotti alimentari
che derivano dal nome del luogo in cui sono stati creati (es: il formaggio gorgonzola prende il suo nome
dalla città di Gorgonzola, in Lombardia, in cui è stato creato). Inoltre, quando un prodotto ha valore
commerciale, l’azienda tende a difendere la specificità di quella denominazione, in quanto se diventasse un
nome comune, la ditta non potrebbe rivendicarla come propria creazione (es: il formaggio Emmental è stato
prodotto nella valle svizzera di Emmental ma, dopo che altre aziende iniziarono a produrlo e a chiamarlo
nello stesso modo, la casa produttrice di partenza dovette cambiare nome per rivendicarne la proprietà). I
nomi propri che diventano nomi comuni possono essere nomi di ditte, di prodotti, di marchi, di uomini
(essere un Ercole), di opere liriche o letterarie (essere una Perpetua), o di eventi storici (il rosso magenta
prende il suo nome dalla Battaglia di Magenta in cui sgorgò del sangue a flotte).
Il lessico, quindi, è la parte più sensibile e mobile della lingua, quella più soggetta a stimoli che arrivano
dalla storia e dai cambiamenti che effettua il parlante: noi ci accorgiamo di queste mutazioni, in quanto ci
accorgiamo delle parole che ogni anno entrano a far parte della lingua. Solitamente la lingua cambia se vi è
qualcosa che all’interno della società interessa le persone: nelle varie realtà linguistiche vi è la tendenza a
voler sostituire i prestiti stranieri con parole prese dalla propria lingua. Questa tendenza si è manifestata in
Italia specialmente nell’800 (con l’azione dei Puristi), fra le due Guerre mondiali (con l’azione di Mussolini
che incaricò l’Accademia d’Italia di emanare dei bollettini di parole straniere da sostituire con quelle
italiane) e anche negli ultimi anni. In Italia, infatti, si ricordano molti interventi a favore della difesa della
lingua, di cui i più importanti svolti dall’Accademia della Crusca: ha creato dei gruppi di lavoro che devono
stendere dei bollettini standard per promuovere espressioni italiane al posto di parole inglesi.
Quando noi trattiamo della lingua dobbiamo tenere di conto delle parole che entrano nel nostro vocabolario,
delle parole che escono, ma anche della struttura basilare della lingua, ossia del lessico di base che va a
costituire la struttura portante di una lingua. L’italiano, in quanto lingua romanza che deriva dal latino, avrà
un lessico di base costituito da parole che provengono dal latino.
-Lessico di base: quel nucleo del lessico che tutti conoscono e sanno utilizzare. Si differenzia dal lessico
specialistico, ossia quella parte di lessico che si accumula con il tempo e che si differenzia da quello degli
altri parlanti. La maggior parte delle frasi che noi utilizziamo è formato da parole che fanno parte del lessico
di base.
Quando noi consideriamo le parole italiane dobbiamo distinguere fra:
-Parole ereditarie: parole di tradizione ininterrotta, ossia che provengono dal latino e che ci sono state
trasmesse da generazione in generazione. Si tratta di un lessico limitato.
-Latinismi o cultismi: si tratta di prestiti dal latino, ossia di alcune parole che sono state riprese, in una data
epoca, dal latino e che sono state re-inserite all’interno della lingua. Non sono parole che hanno una
tradizione continua: si sono utilizzate in latino fino ad un certo momento e poi, dopo qualche tempo, sono
arrivate nell’italiano. Penetrano in ogni epoca della lingua italiana: in alcuni secoli sono molto abbondanti,
come nel ‘400 con l’Umanesimo. Dobbiamo tenere di conto anche dei latinismi semantici, ossia di quelle
parole che nonostante presentino una grafia popolare hanno un significato che si distacca da quello comune:
per ragioni di raffinatezza culturale o per motivi scientifici, la parola latina che ormai è ben inserita
all’interno della tradizione popolare e comune, riprende il significato latino originario (Es 1: la parola
Monumentum in latino si usava per designare il fatto di far rivivere il ricordo di qualcuno in qualche cosa, ad
esempio alcuni documenti o le tombe; la parola entra in italiano con il significato di mausoleo e in seguito va
a designare qualsiasi opera architettonica; solo nel ‘600 questa parola riacquisisce il significato originario di
testimonianza – Es 2: la parola Elogio indicava un’iscrizione sepolcrale in cui si andavano a scrivere le virtù
del defunto; in seguito il termine ha assunto il significato di lodare una persona o una cosa; solo nel ‘900
verrà utilizzato nuovamente da Gadda con il significato di epitaffio).
I latinismi rientrano all’interno dei fenomeni di interferenza linguistica tra due lingue: la lingua madre, ossia
il latino, continua ad interferire sulla lingua figlia, ossia l’italiano.
Fra le lingue vi sono continuamente questi fenomeni di interferenza: su questa base le lingue si dividono in:
-Lingue di super-strato: le altre lingue hanno influenza sulla nostra lingua con cui però non hanno alcun
contatto.
-Lingue di ad-strato: vi sono interferenze con lingue vicino a noi e con cui si hanno contatti.
Possiamo vedere come vi siano nella nostra lingua degli elenchi di doppioni (chiamati Allotropi) e addirittura
triploni che non hanno una forma latina evidente fin da subito: sappiamo che sono parole che derivano dal
latino ma una solitamente è un latinismo e una invece è la parola ereditaria (può anche essere detta “parola
popolare”); alcuni esempi sono “disco-desco” e “area-aia” (la prima è il latinismo e la seconda quella
ereditaria). Non sempre è comunque facile distinguere il latinismo dalla parola ereditaria: sappiamo però che
i latinismi sono la maggioranza rispetto alle poche parole ereditarie che invece possediamo.
-Es: la parola Esercito per noi è scontato che provenga dal latino, ma se andiamo ad indagare i documenti
antichi vediamo come nel latino si utilizzasse la parola Oste, che andava ad indicare un moltitudine di
persone e non di soldati. Solo dal ‘300 in poi questa parola inizia a diffondersi con il significato odierno: se
ne deduce che questa parola è stata ripresa dal latino ed è stata posta nel volgare per andare a sostituire il
termine latino oste.
Se noi confrontiamo queste coppie di parole, dalla forma e dal significato possiamo andare ad intuire quale
sia il latinismo e quale sia la parola ereditaria: di solito le parole ereditarie, poiché si sono trasmesse per via
orale ed in modo continuativo, hanno subito tutte quelle trasformazioni che sono proprie dell’evoluzione
linguistica del corso dei secoli (modifiche fonetiche). Queste trasformazioni, invece, non riguardano i
latinismi che sono stati inseriti direttamente nel volgare da una persona che conosceva bene il latino: nei
latinismi più antichi vi è un adattamento molto lieve al sistema fonetico italiano, ad esempio vengono
eliminate le consonanti finali di parola, mentre il significato resta in genere quello latino.
Vediamo alcuni esempi di queste parole che vengono definite o doppioni o allotropi, ossia due parole con
esiti diversi, un latinismo e una parola ereditaria:
-Angustia-angoscia: la prima parola è il latinismo, la seconda quella ereditaria. La prima parola deriva dal
latino “angustiae” e indicava le ristrettezze economiche, e viene ereditata dalla seconda parola con un
significato diverso (indica il tormento) e con trasformazioni fonetiche (la U diviene O e il nesso ST+J
diviene S di grado forte).
-Area-aia: la prima è sempre il latinismo e la seconda quella ereditaria. La prima parola è rimasta tale e
quale a quella antica ed è oggi utilizzata in geometria e nel lessico edile, mentre la seconda la ritroviamo in
passato nel lessico contadino e si è oggi specializzata. Vediamo come nella prima parola il nesso R+J è
divenuto una J secondo il fenomeno proprio della regione Toscana.
-Silice-selce: il primo è un latinismo, mentre la seconda una parola ereditaria che conserva ancora oggi il
significato originario che aveva in latino, ossia l’essere una pietra molto dura con cui viene fatto il selciato.
-Plebe-pieve: abbiamo utilizzato questi due termini antichi (il primo attestato nel ‘300 e il secondo nel ‘200)
per far notare che, quando non abbiamo elementi che ci aiutano a distinguere quale sia il latinismo e quale la
parola ereditaria, un elemento spia potrebbe essere la sua attestazione. Se una parola si trova attestata fin dai
primi secoli, probabilmente è una parola ereditaria, mentre se è attesta più tardi (epoca rinascimentale o
moderna), è probabile che sia un latinismo. Non dobbiamo prendere questa cosa come verità assoluta: infatti
possono esserci dei latinismi molto antichi e possono al contempo esserci parole ereditarie che per qualche
ragione sono state attestate solo in epoca moderna nonostante venissero utilizzate nel passato. Se passiamo
all’analisi dei due termini vediamo come siano quasi contemporanei: la prima parola deriva dal latino “plebsplebis” e mantiene in italiano lo stesso significato che aveva in latino, mentre la seconda parola deriva da
“Plebe”, nome di una parrocchia di campagna. Notiamo quindi come i due significati siano connessi in
quanto la plebe apparteneva alla Pieve, ossia alla diocesi. Vediamo anche che la parola ereditaria ha subito
varie trasformazioni: il nesso PL diventa PJ (NB: tutti i nessi di consonante + L in italiano vanno a designare
dei latinismi), la B intervocalica spirantizza in V. Per quanto riguarda la prima parola, invece, notiamo come
presenti una E aperta nonostante il latino volesse una E chiusa: questo perché le pronunce venivano riprese
con la pronuncia scolastica del latino.
Durante i vari secoli, grazie al lavoro degli scienziati e dei letterati, non si è fatto altro che introdurre una
certa quantità di termini che in latino erano marginali o non venivano proprio utilizzati; vengono ripresi
anche termini nuovi sulla base delle strutture del latino. Alcuni termini vengono ripresi dai naturalisti (come
piante o animali che venivano influenzati dalla lingua greca e latina). Si riprendono anche termini antichi per
dargli un nuovo significato: un esempio è la parola progresso, che anticamente indicava l’”andare avanti”, e
che viene ripresa dagli illuministi con il nuovo significato di moderna civiltà e società in sviluppo. La stessa
cosa avviene per il calco semantico sul francese liquore, sostantivo latino che entra in tutte le lingue romanze
con il significato di “liquido” e che in Francia poi si specializza e va a designare i “liquidi alcolici”.
Questa tendenza ad attingere liberamente al vocabolario latino per prendere parola di cui si aveva bisogno fa
sì che in tutta Europa tutte le lingue si avvicinino fra loro (es: in Inghilterra viene ripreso il verbo inoculare
che prima significava “buttare un occhio” e che adesso invece designa il “dare il vaccino”). Anche i letterati,
soprattutto quelli che elogiano la classicità e che prendono il greco e il latino come modelli di riferimento,
attingono spesso dal vocabolario latino: Leopardi, ad esempio, utilizzava molti latinismi e affermava che tutti
gli scrittori erano liberi di prendere dal vocabolario latino tutti i termini che volevano. Il latino, infatti, è
sempre stata una lingua viva, non morta, che ha alimentato sia il patrimonio popolare che quello letterario
delle varie lingue romanze: sappiamo che l’Italia è stata latinizzata prima delle altre nazioni, le quali furono
conquistate in seguito e la loro latinizzazione durò molto meno rispetto a quella dell’Italia; ne deduciamo che
l’attingere al patrimonio latino da parte di scrittori e scienziati italiani è più importante rispetto a quello degli
stranieri. Solitamente, infatti, le lingue straniere prendono i termini latini e li introducono nelle loro lingue
come prestiti adattati, mentre nella nostra lingua si tende ad assimilare le parole latine alla struttura
dell’italiano e spesso anche alla pronuncia (ci sono parole latine che presentano una consonante scempia ma,
data l’usanza di rafforzarla in italiano, diventano doppie – Africa è come se si leggesse Affrica – oppure vi è
l’usanza di rafforzare la consonante iniziale di una parola quando è preceduta da una A – “Io vado a
CCasa”). Questi fenomeni ci dicono che una parte dei latinismi presenti in italiano sono non solo adattati, ma
subiscono anche dei processi di popolarizzazione, di avvicinamento alla tradizione della lingua: in questo
caso si parla di parole “Semidotte”, ossia parole che sono in parte latinismi ma che allo stesso tempo
presentano fenomeni propri delle parole ereditarie (un esempio è la parola Rosa: se fosse stata una parola
ereditaria avrebbe dovuto dittongare in UO. Ha avuto, però, un processo di sonorizzazione perciò è un
latinismo che presenta un fenomeno delle parole ereditarie).
Per distinguere un latinismo da una parola ereditaria vi sono vari criteri, tra cui il più certo è quello del
ricostruirne la storia, ossia vedere le prime attestazioni, dove e quando nasce; tuttavia vi sono anche delle
spie fonetiche comuni:
1) Pronuncia della E e della O aperta laddove dovrebbe essere chiusa: in latino, le parole popolari che
avevano una E e una O lunghe si pronunciavano chiuse. Tuttavia, nella pronuncia scolastica non si teneva
conto di ciò e si pronunciavano aperte: quando troviamo una parola con una E e una O aperte che in realtà
dovrebbero essere chiuse, allora siamo di fronte a dei latinismi (es: sede, completo, mensa).
2) Nesso NS ridotto a S: questo avviene sempre nelle parole ereditarie, quando non avviene è un latinismo
(es: Consiglio è un latinismo in quanto mantiene NS, ma può anche essere considerata una parola semicolta,
in quanto il nesso LJ di Consilium diviene GL e inoltre per essere una parola ereditaria avrebbe dovuto dare
Conseglio per la I che si chiude in E).
3) B intervocalica: solitamente nel passaggio dal latino al volgare spirantizza nella V. Sappiamo che le parole
ereditarie presentano sempre questa spirantizzazione (es: da Abere abbiamo Avere – da Caballus si ha
Cavallo). Mentre quando abbiamo una B intervocalica siamo di fronte a dei latinismi (es: abate, abete,
labiale).
4) Nesso consonante + L: nelle parole ereditarie abbiamo la trasformazione in consonante + J (es: Flumen
diviene Fiume). I latinismi sono molto rari invece.
5) Nesso T+J che dà una Z: questa trasformazione semplice avviene nei latinismi (es: Statione dà Stazione),
mentre le parole ereditarie presentano una doppia Z (es: Vitium dà Vezzo).
6) Nessi di consonante + J (LJ, RJ, SJ, NJ): quando il nesso viene mantenuto siamo di fronte a dei latinismi
(es: Odierno), se non vi è più abbiamo delle parole ereditarie.
7) Mantenimento del dittongo AU del latino: questo dittongo monottonga in O aperta nel passaggio ai
volgari italiani in due momenti, nell’età imperiale e in epoca tarda (es: Taurum dà Toro). Se troviamo nelle
parole il dittongo AU siamo di fronte a dei latinismi. Troviamo anche degli allotropi in questo caso: la parola
Raucus può dare sia un latinismo, ossia Rauco, sia una parola ereditaria, Roco.
8) Prefisso –RE e –RI: in alcuni casi possono avere lo stesso valore, in altri il significato della parola varia
(es: Ricapitare, ossia andare nuovamente nello stesso luogo, si differenzia da Recapitare, ossia consegnare
una lettera). Il prefisso latino –RE indicava un ripetersi di una stessa azione: in Toscana, la E pretonica si
chiude in I dando il prefisso –RI. I verbi che hanno il prefisso –RI sono generalmente ininterrotti, mentre
quelli che hanno il prefisso –RE sono di solito latinismi.
9) Il prefisso –DE chiude la E in I in Toscana: da Demandare si ha Dimandare.
Il sistema lessicale riguarda il lessico ed è composto dalle parole, che sono le unità minime (chiamate anche
monemi o lessemi) dotate di un significato e da un significante; sono dotate anche di un aspetto formale,
ossia di una sequenza fonica con cui è espresso il significato. Le parole si dividono in:
-Parole piene: hanno un significato autonomo, proprio, e sono i nomi, gli aggettivi e i verbi; sono
potenzialmente infinite e il loro sistema è aperto.
-Parole vuote: hanno una funzione grammaticale e non un vero e proprio significato lessicale; sono gli
articoli, gli avverbi, i pronomi e le congiunzioni. Non tutte sono considerate pienamente vuote: fra gli
avverbi ve ne sono anche alcuni che hanno un significato lessicale (es: dolcemente), e anche fra le
preposizioni. Le parole vuote sono in numero limitato e chiuso, quindi si possono contare.
Questa divisione non è così definita, in quanto vi sono processi continui che spostano una parola da una
categoria all’altra, dal lessico alla grammatica e viceversa. Abbiamo processi di:
-Lessicalizzazione: una parola, da grammaticale quale era diviene lessicale. Possono essere fatte in forma
sintetica, ossia attraverso la creazione di una sola parola, oppure in forma analitica, in cui si usano dei
sintagmi. Ad esempio, la parola perché è una congiunzione, quindi con valore grammaticale, ma se davanti
viene posto il, la parola diviene un sostantivo, il perché.
-Grammaticalizzazione: una parola lessicale si dota di un significato grammaticale. Si parla soprattutto di
tutte le locuzioni preposizionali, come dal momento che, al di sopra di.
Nel creare nuove parole attraverso questi due processi si possono avere sia delle creazioni trasparenti, ossia
parole che possono essere lette e comprese subito nel loro significato, sia creazioni opache, ovvero parole
che hanno un significato che noi subito associamo in maniera arbitraria ad una parola e non è legato a duna
ragione descrittiva. Per le prime parole indichiamo solitamente i derivati e i composti (la parola lattaio e la
parola taglialegna), per le seconde indichiamo parole generiche (cane, gatto, musica).
Il nostro sistema lessicale è organizzato nella nostra mente per campi semantici e associazione di elementi e
noi di ciò siamo consapevoli. Le parole, infatti, sono legate fra di loro per essere a nostra disposizione nel
momento del bisogno, ossia per la costruzione di una frase. Le parole servono all’uomo a fissare le
conoscenze, a comprendere le nozioni e ad abbracciare tutta la realtà materiale e non. Le nozioni vengono
fissate in modo diverso dalle varie comunità e culture: infatti è molto importante tenere di conto questo
diverso modo di associare i pensieri e gli oggetti alle parole. Ogni lingua presenta un suo sistema lessicale
che non è sovrapponibile con quello di nessuna altra lingua.
Quando studiamo e analizziamo il lessico, non dobbiamo tenere di conto solo del significato, ossia della sua
accezione, ma anche di tutte le altre accezioni secondarie, ossia di quelle connotazioni che una data parole
porta con sé e che è capace di suscitare: ad alcune viene associata una connotazione positiva, ad altre
negativa e questo giudizio contribuisce a rendere determinate parole più adatte a certi contesti. Si parla di
Semema quando ci vogliamo andare a riferire al nucleo semantico fondamentale che è proprio di ogni
persona: per ciascuna persona, questo nucleo interpretativo varia, in quanto alle parole sono legate, di solito,
le nostre esperienze. I significati delle parole, infatti, dipendono dall’uso che le persone ne fanno.
Non vi è quasi mai una corrispondenza biunivoca perfetta fra contenuto (significato) e forma (significante),
ossia fra la parola ed il suo significato: molte volte, più concetti sono espressi da una sola parola (si parla di
una parola polisematica), altre volte un concetto è espresso da una sola parola (si parla di tecnicismi), oppure
abbiamo un concetto che è espresso da tante parole diverse (es: il concetto che esprime il movimento è reso
con vari verbi, come andare, correre, camminare, zoppicare). La parola può avere significati propri oppure
estensivi, ossia che variano a seconda dell’ambito in cui è utilizzata.
Le parole possono essere anche:
-Omonime: sono sempre uguali, nella forma e nella pronuncia (la parola sale indica sia il verbo salire che il
sale da cucina).
-Omografe: sono scritte in modo uguale.
-Omofone: sono pronunciate nello stesso modo.
-Sinonimi: due parole con lo stesso significato (non vi è mai una corrispondenza perfetta, infatti spesso si
parla di sinonimia relativa).
-Contrari: una parola esprime il contrario dell’altra (vita e non vita).
Nei vocabolari questi tipi di parole vengono elencate sotto due lessemi diversi: si tratta infatti di due parole
uguali ma che presentano una storia diversa e anche un’etimologia diversa (es: la parola Bar è sia il luogo in
cui si va a prendere il caffè, per gli inglesi, sia un’unità di misura, per i greci).
Gruppo nominale: costituisce la parte della frase che riguarda il sostantivo e tutto ciò che gli sta attorno,
come l’aggettivo e l’articolo. I nomi possono avere varie classificazioni:
-Nome proprio: indica l’individuo e la cosa che viene nominata, hanno un significato proprio; alcuni esempi
sono i nostri nomi e cognomi, ma anche i nomi dei luoghi (si parla in questo caso di toponimi).
-Nome comune: indicano una classe generale, una specie (es: la parola cane indica sia il cane singolo sia il
concetto di razza e di cane).
Sappiamo che anche in questo caso, la separazione fra nomi propri e comuni non è netta: ad esempio la
parola vernaccia indica sia il nome proprio di un vino sia il nome di un colore.
-Nome collettivo: designa un gruppo di individui in cui gli individui stessi sono riconoscibili (es: il gregge è
fatto di tante pecore, lo sciame di tante api). Possono riguardare sia insiemi di individui viventi, sia insiemi
più generici.
- Nome massa: indica un’entità non distinta, ossia una massa di singoli elementi che non sono distinguibili
l’uno dall’altro (gli elementi dell’acqua non sono distinguibili). Se di questi nomi volessimo designare il
singolo elemento, dovremmo citare una parte di esso (un chicco di frumento).
Il problema che riscontriamo con i nomi collettivi e massa è il plurale e l’accordo con il nome: solitamente il
nome collettivo è un nome singolare che indica una pluralità di elementi e di solito resta al singolare (il
plurale si può fare ma è più raro). Di solito, poiché indicano una pluralità di cose, gli aggettivi, gli articoli e i
verbi che stanno loro vicino sono posti al plurale: questo avviene di solito quando questi nomi indicano entità
animate. I nomi, infatti, possono essere sia astratti (il referente è immateriale) che concreti (il referente è
accessibile ai sensi), e inoltre anche numerabili e non numerabili.
-Nome d’agente: sono sostantivi che indicano la persona che svolge una determinata azione (fornaio).
Tutti i sostantivi italiani sono caratterizzati dal numero (singolare e plurale) e dal genere (maschile e
femminile): gli viene posta una desinenza finale, chiamata anche morfema. Anche gli articoli e gli aggettivi
possono essere distinti grazie a questi due aspetti. Il numero, di solito, è uguale in tutte le lingue, mentre il
genere si differenzia e in alcune lingue non è presente (come in inglese).
1) Numero: viene espresso con un morfema finale che indica il singolare ed il plurale. In italiano si
riscontrano tre classi di sostantivi che si distinguono in base al numero:
-Classe di sostantivi in A: sono quasi tutti nomi femminili e hanno il plurale in E (es: la donna, le donne).
-Classe di sostantivi in O: sono quasi tutti nomi maschili e hanno il plurale in I (es: il tavoli, i tavoli).
-Classe dei sostantivi in E: è una classe mista con il plurale in I (la volpe, le volpi – il bue, i buoi).
Abbiamo però delle eccezioni a queste classi:
-Alcuni sostantivi in A che sono maschili e che formano il plurale in E o I (il poeta, i poeti).
-Alcuni sostantivi in O che sono maschili e che formano il plurale in A e che sono femminili (il braccio, le
braccia): questo cambio di genere avviene perché si tratta, per la maggior parte, di sostantivi che derivano
dal neutro latino che terminava in A. Accanto a questi sostantivi però si sono creati dei plurali analogici in I
(il braccio, i bracci).
Accanto a queste classi di sostantivi vi sono tutta una serie di nomi che stanno fuori e che si dividono in:
-Sostantivi indeclinabili: sono sostantivi che hanno solo il singolare e non possono formare il plurale; per
indicare il termine plurale si usa il singolare e gli articoli. All’interno di questa categoria possono essere
inserite le parole tronche, ovvero parole ossitone (accentate sull’ultima sillaba) che hanno subito un
troncamento per aplologia (frigorifero diviene frigo), i forestierismi, ovvero parole che provengono da lingue
straniere; solitamente queste parole vengono lasciate simili alla loro lingua materna, ma in alcuni casi si ha
anche un adattamento fonetico e morfologico (beefsteak diviene bistecca). Solitamente tutte le parole italiane
terminano per vocale: quelle che terminano per consonante sono o una falsa consonanza oppure sono parole
che provengono da lingue straniere; la tendenza con quest’ultime è di aggiungerci una E epitetica, in modo
da farla terminare con una vocale (es: il film diviene il filmme). Per fare il plurale di queste parole straniere,
la tendenza è quella di lasciarli al singolare e di cambiare l’articolo davanti.
-Sostantivi difettivi: possono non avere o il singolare o il plurale. Ad esempio, per le parole i pantaloni e gli
occhiali si usa solo il plurale in quanto la cosa che viene indicata è fatta da due cose (due gambe e due lenti).
Per le parole, invece, il buio e il sole, si usa solo il singolare.
-Sostantivi sovrabbondanti: hanno più di una forma al plurale.
2) Genere: il genere dei nomi può indicare sia una categoria semantica che una categoria grammaticale;
infatti, il genere maschile è generico, mentre quello femminile è marcato. Gli aspetti del genere sono legati,
in alcuni casi, alla natura del sostantivo: se noi prendiamo gli esseri animati, in cui si distingue un sesso
maschile da uno femminile, solitamente il genere maschile viene attribuito a entità di sesso maschile e la
stessa cosa per il femminile. Soltanto di fronte ai neologismi, ossia parole nuove, si può essere indecisi sul
genere: infatti, quando noi oggi introduciamo gli anglicismi, che non hanno genere, all’interno della lingua
italiana, solitamente li poniamo fra i maschili, in quanto è non marcato. Le parole che invece sono già
presenti nella lingua hanno un genere già saldo e assodato: il genere è caratterizzato dalle terminazioni. Ci
sono però delle eccezioni:
-Vi sono sostantivi uscenti in O, maschili, che però si riferiscono a cose femminili (il soprano, il contralto:
questi ruoli erano prima interpretati da uomini).
-Vi sono sostantivi uscenti in A, femminili, che però si riferiscono a cose maschili (la guardia, la sentinella:
nascono come sostantivi per indicare l’azione fatta, che in questo caso è femminile).
-Vi sono sostantivi uscenti in O e che sono femminili (la mano).
-Vi sono sostantivi uscenti in A e che sono maschili (il papa).
-Vi sono sostantivi che escono con il suffisso –ISTA e che sono maschili (il grecista).
Questa caratterizzazione viene naturale quando ci troviamo a dover identificare sostantivi animati, o umani o
animali, mentre con gli esseri inanimati viene difficile:
-Esseri animati: l’indicazione del genere può avvenire in vari modi: si può utilizzare la desinenza finale che
visto sopra (asino, asina), oppure terminazioni suffissate, -IN (gallo, gallina), -ESSA (principe, principessa),
-TRICE (lavoratore, lavoratrice). Altrimenti si utilizza il cambio di lessema, ossia vi sono dei nomi in cui il
maschile è diverso dal femminile (il toro, la mucca), per marcare la differenza di genere. Vi sono anche
gruppi di animali in cui il genere, al contrario, non è distinguibile (la volpe, la giraffa) se non ponendo
davanti il termine maschio o femmina.
-Esseri inanimati: non esistono le differenze di genere. Possiamo vedere alcuni esempi: i nomi degli alberi da
frutto in italiano sono maschili, mentre la frutta è femminile (il pesco, la pesca), mentre in latino avevamo la
situazione opposta: le cose oggigiorno sono diverse perché a lungo andare ha pesato il nome generale
dell’albero, arbor, che in latino era maschile. Il fatto che il nome generale, chiamato anche iperonimo (il suo
contrario è l’iponimo), sia di un genere, spesso può portare al fatto che anche i termini che stanno sotto
quella categoria siano diventati di quel genere. La stessa cosa avviene per i nomi di città: prima erano tutti
maschili mentre adesso stanno diventando femminili in quanto prima di essi vi vengono posti, dal parlante,
dei sintagmi (La mia bella Firenze).
Il genere, inoltre, non riguarda solo i sostantivi, ma anche i pronomi: nei pronomi personali la distinzione di
genere l’abbiamo alla terza persona, singolare e plurale, in quanto dobbiamo indicare a chi ci stiamo
riferendo.
Le parole non sono solo dei singoli elementi isolabili, ossia singoli lessemi, ma possono anche essere lessemi
superiori dal punto di vista formativo (possono essere dei prefissati, suffissati, derivati e composti: vengono
dette parole complesse e hanno una struttura compositiva individuabile) e dal punto di vista delle
polirematiche (possono essere locuzioni, modi di dire e fraseologismi: il significato che hanno, nonostante
siano fatti da più parole, è quello corrispondente ad una sola parola), ossia quelle espressioni idiomatiche che
sono composte da più elementi ma che funzionano come fossero una sola parola (es: ferro da stiro). Questi
sintagmi hanno una forma e una struttura fissa o quasi, nel senso che non è possibile modificare la
composizione interne, né invertire le parole, ma possono esserci solo delle piccolissime varianti, che però
non vanno ad incidere sulla stabilità del nesso. In molti casi ciò incide è il fattore dell’idiomaticità: infatti,
ogni parola che compone il sintagma ha un suo significato ben preciso, ma in questo caso il significato che
conta è quello dato da tutto il sintagma insieme. L’idiomatismo consiste nel tenere di conto di qualche cosa
che rimanda ad altro: le espressioni, oltre al loro significato, vogliono dire altro e questo altro non si ricava
dal significato proprio degli elementi ma da qualcosa che è nascosto (es: fare una tavola rotonda significa
fare una discussione, cosa che rimanda alla discussione fatta al tempo dai cavalieri di Carlo Magno). Anche i
proverbi si pongono all’interno delle frasi idiomatiche, in quanto hanno più significati. Molte di queste
espressioni nascono da prassi giudiziarie, da riferimenti a caratteristiche animali e molte provengono anche
dalla religione. Per quanto riguarda la formazione dei modi di dire, dobbiamo tenere di conto del
meccanismo dell’analogia, per cui si conia la frase sulla base di altre parole o di altre sequenze già esistenti e
memorizzate dai parlanti.
Come cambia il lessico?
-Formazione di parole (neoformazioni): attraverso i prefissi, i suffissi e i composti si possono creare nuove
parole partendo da una base: i suffissi non hanno un proprio significato e possono far cambiare categoria
grammaticale (il suffisso più produttivo è –ARE), mentre i prefissi hanno un significato quando coincidono
con avverbi e preposizioni (senzatetto, quel senza può anche essere usato da solo) e non fanno cambiare di
categoria. Vanno inseriti in questo ambito anche i prefissoidi e i suffissoidi, elementi che hanno perso il loro
valore originario e si comportano da prefissi e suffissi. All’interno del processo di suffissazione vanno
inseriti anche gli alterati (il cambiamento avviene all’interno della stessa categoria grammaticale), ossia i
diminutivi, i vezzeggiativi, gli accrescitivi e i peggiorativi. I composti prevedono la creazione di una terza
base da due basi già presenti e va a designare un solo concetto: i composti possono avere base verbale
(lavastoviglie) e base nominale (terrasanta).
-Accorciamenti e abbreviazioni di parole: abbiamo dei troncamenti, ossia pezzi di parole il cui significato
corrisponde a quello della parola estesa (automobile ha lo stesso significato di auto). Si operano
abbreviazioni soprattutto nel linguaggio familiare, per questioni affettive.
-Sigle e acronimi: le sigle sono quelle parole formate dalle iniziali delle espressioni a cui si vuole fare
riferimento e sono spesso utilizzate dalle massime istituzioni (ONU); le sigle cambiano spesso e spesso sono
utilizzate dalle aziende che posseggono una denominazione più ampia e che è difficile da ricordare. Oggi vi
sono, inoltre, dei nomi comuni famosi che sono derivate da sigle (radar, laser). Gli acronimi sono invece
nomi fatti per abbreviazione e si differenziano dalle sigle in quanto costruiti con dei pezzi di parola.
-Onomatopea: si vuole andare a riprodurre, attraverso il suono della parola, lo stesso significato. Mentre di
solito l’associazione è arbitraria, in questo caso noi cerchiamo di riprodurre fonicamente il significato della
parola (miagolare vogliamo riprodurre il miao-miao del gatto).
-Processi deonomastici: si passa da nome proprio a nome comune. Questo processo è utilizzato nel
linguaggio politico (da Craxi abbiamo Craxiano), nel linguaggio mitologico (essere un Cicerone).
-Parole inventate: nascono dall’inventiva della persona e spesso sono usate ne linguaggio commerciale.
-Parole nate per errore: sono termini che nascono da fraintendimenti e che, una volta entrati in circolazione
per errore, ci restano ed entrano nel lessico. Vengono anche definite “parole fantasma”.
-Cambiamenti di significato: è uno dei metodi migliori per arricchire il lessico. Molto spesso questi
cambiamenti si sono avuti nel passaggio dal latino al volgare, cambiamento che è stato influenzato anche dal
passaggio ad un nuovo tipo di società. Queste evoluzioni semantiche poggiano su figure retoriche legate al
significato, quali la metafora, la metonimia e la sineddoche: la prima indica la sostituzione di un termine con
uno figurato (la palma e il palmo della mano: la forma della pianta è simile alla forma della mano aperta). La
seconda implica un passaggio di significato, in cui si utilizza il nome della causa per quello dell’effetto,
oppure del contenente per il contenuto (farmi un bicchiere significa bere un bicchiere del liquido contenuto
nel recipiente), della materia per l’oggetto (sguainare il ferro significa sguainare la spada). La sineddoche,
invece, indica il tutto per la parte o la parte per il tutto (il mare è solcato da vele indica che il mare è solcato
da navi), oppure il plurale per il singolare e viceversa (ho tante bocche da sfamare significa che ho tanti figli
a cui devo provvedere). All’interno dei cambiamenti di significato troviamo il peggioramento o il
miglioramento di significato: ad alcune parole può essere dato un significato negativo (la parola cattivo
indica un prigioniero e un uomo rapito dal diavolo), oppure uno in positivo (la parola artista prima indicava
un artigiano, mentre oggi una persona di grande talento). Vi sono poi gli eufemismi, ossia parole che servono
a coprire parole oscene o interdette, e i disfemismi, parole peggiorative che indica però cose in termini
affettivi (sei un brigante). Vi sono poi cambiamenti di significato che vedono la de-umanizzazione
semantica, ossia si parte una parola che si riferisce all’uomo per traslarla su concetti inanimate, e processi di
umanizzazione, in cui si parte da parole che non hanno a che fare con l’uomo per passare ad indicare cose
umane. Vi sono poi i restringimenti di significato, in cui parole che prima avevano un significato generico
passano ora ad averne uno specifico (cognatus indicava prima i parenti mentre ad oggi il cognato), e
allargamenti di significato, che vede il contrario (parentes in latino indicava i genitori, ad oggi i parenti in
generale). Abbiamo anche una generizzazione di significato, ossia quando si utilizza un termine con cui non
si vuole designare qualcosa di specifico (la parola cosa).
-Neologismi: si tratta della creazione di una nuova parola che può essere, o un neologismo lessicale
(creazione di una vera e propria parola attraverso le regole di formazione delle parole), o un neologismo
semantico (ad una parola già esistente si pone un nuovo significato), più difficile da individuare. Alcuni
neologismi entrano subito a far parte della lingua e vi rimangono in modo stabile, mentre altri scompaiono
dopo poco (diventano ben presto degli arcaismi). La creazione di una nuova parola con un significato simile
ad una già esistente non implica per forza la scomparsa di quella vecchia: possono diventare sinonimi.
Influenza del Cristianesimo sul lessico: alcuni linguisti imputano al Cristianesimo di essere stata la causa
della fine della lingua latina e dell’inizio della lingua volgare. Vi sono parole che subiscono una
trasformazione nel passaggio al volgare, come pagano e parabola, anche a causa della nuova mentalità
religiosa che si stava istituendo (la parola perfido viene sempre associata alla parola ebreo, e va ad indicare
una persona con una fede pessima e cattiva – anche la parola tradire ad oggi indica un tradimento in quanto
nei Vangeli si trovava inserita nel contesto di tradimento di Giuda verso Gesù). Molte di queste parole le
troviamo inserite nei Vangeli, nei testi sacri, nelle omelie e sono marcate da questa nuova mentalità:
diventano parole della vita quotidiana.
Anche il sistema dei nomi di persona è legato al mondo latino e cristiano: per le donne vi era un solo nome in
latino ed era legato alla gens di appartenenza (il nome Giulia deriva dalla Gens Iulia); per distinguerle si
usava specificare anche il nome del padre o del marito. Gli uomini, invece, in latino avevano tre nomi: il
primo indicava quello personale, il secondo la gens e il terzo il cognome (in realtà il cognome indicava delle
caratteristiche, in genere dispregiative, della persona). Questa struttura a tre nomi tende a semplificarsi con il
tempo: prima si riduce a due nomi e poi, dal terzo secolo in poi, ad un solo nome, anche per influenza del
Cristianesimo (il nome personale era il nome di battesimo, fondamentale per i cristiani).
Vi sono molti dizionari che si occupano dell’etimologia: il lavoro etimologico è la parte più importante della
ricerca linguistica: non ci dobbiamo limitare solo all’origine delle parole, ma dobbiamo anche ricostruirne la
storia semantica, da quando nascono a quando vengono usate, dove e come si modifica il loro uso nel tempo.
Vi sono vari dizionari, che si differenziano per scopo e tipo:
-DIB, o Dizionario di base della lingua italiana: di De Mauro e Moroni, è indicato per un pubblico
adolescente e contiene parole che appartengono al lessico fondamentale.
-Vocabolario Treccani.
-GRADIT, o Grande dizionario italiano dell’uso: di De Mauro.
-Vocabolario degli Accademici della Crusca: è un vocabolario storico uscito in 4 edizioni più una quinta
inconclusa. Ha anche una versione di ricerca online.
-Tommaseo-Bellini: vocabolario storico che va contro l’autoritarismo fiorentino. È stato il primo ad avere
una versione online.
-GDLI, o Grande dizionario della lingua italiana: di Battaglia, è un vocabolario storico, non pensato per una
consultazione veloce. Viene privilegiata la testimonianza degli scrittori.
-TLIO, o Tesoro della lingua italiana delle origini: vi è anche una versione banca dati online di questo
vocabolario.
-DEI, o Dizionario etimologico italiano: vocabolario etimologico nazionale.
-DELI, o Dizionario etimologico della lingua italiana: di Cortellazzo e Zolli, vocabolario etimologico
nazionale in 5 volumi. È il più completo fino ad oggi. Ne abbiamo anche una versione elettronica.
-LEI, o Lessico etimologico italiano: in 10 volumi, è un vocabolario etimologico che riunisce le voci italiane
e dialettali. Si parte dall’etimo per arrivare alla forma italiana.
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