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Wittgenstein e Freud

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I.S.A.P. - Istituto di Studi Avanzati in Psicoanalisi
Davide Sparti
Filosofia come Terapia.
Su alcune analogie fra Wittgenstein e Freud
1.
Date le affinità, ci sono molti modi di collegare Wittgenstein a Freud. La maniera più consueta e forse
scontata è quella di prendere le mosse dalle dichiarazioni del secondo Wittgenstein su Freud. Qui di
seguito vorrei però procedere in modo indiretto, ricostruendo il nesso fra la pratica fiosofica di
Wittgenstein – il cosiddetto metodo terapeutico – e la psicoanalisi di Freud. E’ sotto questo profilo che
si può interpretare l’affermazione di Rush Rhees:, “per il resto della sua vita Freud fu uno dei pochi
autori che egli pensava che valesse la pena di leggere. E avrebbe parlato di se stesso… come di un
‘discepolo di Freud’ e di ‘un seguace di Freud’” (Rhees 1984, p. 123). Per proporre questo
accostamento adotterò la cosiddetta lettura terapeutica, articolata da Stanley Cavell, Cora Diamond e
James Conant. Il succo di tale linea interpretativa consiste nel cogliere l'originalità di Wittgenstein non
tanto nelle sue argomentazione filosofiche, ma - performativamente - negli effetti che intende suscitare
sul lettore
2.
Prendiamo le mosse dalla rappresentazione del filosofo che emerge nelle Ricerche filosofiche: se esiste
una terapia, deve esserci un paziente, un soggetto malato, o meglio, dato che si tratta di mali
«culturali», di un soggetto afflitto da ansie e tentazioni teoriche. L’impostazione di Wittgenstein può
dirsi terapeutica anzitutto nel senso che egli non intende scrivere né manuali di dottrina, né sostenere
tesi filosofiche (RF 128), ed anzi considera la propensione filosofica a edificare teorie (che imitino
quelle della scienza) una malattia culturale della nostra epoca (OFM VI 31). La filosofia di
Wittgenstein è terapeutica anche nel senso che egli intende curarci, noi lettori, noi filosofi o ricercatori,
aiutandoci a vedere perspicuamente certe confusioni in cui ci impigliamo. Abbiamo a che fare con un
lavoro non tematico e costruttivo, ma «in levare» (RF 128). Lo scopo della filosofia di Wittgenstein è
insomma diagnostico: egli non intende risolvere questioni filosofiche, ad esempio il «problema» delle
menti altrui, avanzando una tesi rivale ma più accurata rispetto a quelle discusse nella storia della
filosofia; vuole capire come l’esistenza degli altri possa diventare (per il filosofo) un problema, ossia
aiutarci a riconoscerne la genesi e la presa che esercita sulla nostra immaginazione. Un altro esempio
possono essere le Note al Ramo d’oro di Frazer. Benchè si possa pensare trattarsi di un testo che si
occupa di questioni antropologiche, è significativo che Wittgenstein si concentri sul pregiudizio della
spiegazione, e che persino nel discutere fenomeni sociali come le feste del fuoco, egli si riferisca non
alla necessità di scoprire cause o chiarire una pratica culturale quanto alla possibilità di generare
«soddisfazione» in, e di «calmare», chi indaga.
3.
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Wittgenstein presenta le Ricerche come una collezione rapsodica di richiami e di scene variopinte. Fra
queste, consideriamo la scena del ghiaccio e della ricerca della purezza cristallina (RF 107, 108):
«La purezza cristallina della logica non mi era affatto data, era un risultato; era un’esigenza.
L’esigenza minaccia [...] di trasformarsi in qualcosa di vacuo»
«Siamo finiti su una lastra di ghiaccio dove manca l’attrito e perciò le condizioni sono in certo senso
ideali, ma appunto per questo non possiamo muoverci»
«Il pregiudizio della purezza cristallina può essere eliminato soltanto facendo ruotare tutte quante le
nostre considerazioni [...] attorno al perno del nostro reale bisogno»
Avendo diagnosticato la portata di questa tendenza alla sublimazione (il desiderio di evitare l’attrito e
di giungere alla pura essenza del linguaggio), Wittgenstein ci invita a prendere atto della nostra
reiterata esigenza di affrancarci dall’ordinario, segnalando al tempo stesso le conseguenze della
tentazione di abitare in un medium diverso dal linguaggio quotidiano: siamo finiti sul ghiaccio e non
possiamo procedere. Quanto è grave tale conseguenza (l’incapacità di camminare)? Dato che il
camminare viene incluso fra le capacità che le Ricerche identificano come «parte della nostra storia
naturale» (RF 25), l’incapacità di camminare implica una rottura della nostra storia. Per questo
Wittgenstein conclude la sua illustrazione della fantasia di poter uscire dal linguaggio con l’appello:
torniamo al terreno scabro! (nonché al contesto dei nostri effettivi bisogni). Mentre il giovane
Wittgenstein era attratto dalla purezza cristallina della logica, il Wittgenstein maturo si rende conto
che un mondo ghiacciato di questo tipo - pur perfetto - è inabitabile. È vero che a causa dell’attrito
possiamo cadere ed inciampare nel mutuo aggiustamento ad una comune forma di vita, ma dopotutto è
grazie a queste frizioni che possiamo camminare, e vivere la nostra vita.
Un'altra scena delle Ricerche è quella in cui Wittgenstein esorta a ricondurre le parole indietro alla
loro patria (Heimat): ciò che noi facciamo è riportare le parole indietro dal loro uso metafisico al loro
impiego corrente. Come interpretare la raccomandazione di riportare «a casa» le parole? Come
riportarle, e come sappiamo quando ci siamo riusciti? Se la destinazione delle parole è la loro patria,
non siamo già nel luogo dove dovremmo approdare? Cosa vuole dire allora farvi ritorno? Più che al
ritorno verso un luogo, Wittgenstein ci esorta a restituire le parole alla loro circolazione nel
linguaggio, come se le parole fossero una valuta che per avere corso dovesse essere scambiabile. Il
fatto che la vita delle parole stia nei contesti di uso ordinario, non significa che quando filosofiamo le
parole sono «morte», ma soltanto che sono altrove, come in esilio (in «libera uscita», vacanti), e che la
loro casa - quella sintonizzazione o abitabilità che è la condizione ordinaria del dire e del fare e che si
oppone al «girare a vuoto» - deve essere riscoperta o ristabilita. E poiché Wittgenstein teme che siamo
in pericolo di perdere contatto con il linguaggio ordinario, tali osservazioni diventano parte della
rappresentazione con cui egli ci ritrae quali persone disorientate, che hanno perso la strada. Spetta a
noi - al lato di noi stessi che soccombe alle tentazione teoriche - risponderne. Se così non fosse,
peraltro, l'intera esortazione suonerebbe artificiale, come se fossero le parole stesse,
indipendentemente da coloro che le impiegano, a comportarsi in certi modi. È così che la riscoperta
del linguaggio ordinario assume una valenza terapeutica: siamo noi che dobbiamo ritornare, che
dobbiamo ruotare la nostra indagine verso il reale bisogno (RF 116).
4.
Passiamo adesso dalla discussione dei contenuti delle Ricerche filosofiche ad alcune considerazioni
sulla loro forma. Le Ricerche sono per dichiarazione stessa di Wittgenstein il testo di un uomo afflitto
da beunruhigungen (Wittgenstein parla di «inquietudini profonde» RF 111). Wittgenstein sottolinea la
pressione (il Drang) che certe immagini esercitano su di noi, immagini che «ci tengono prigionieri»
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(RF 115). Espressioni quali ad esempio «Ho l’irresistibile inclinazione a dire...», «Qui l'impulso è
forte...», «Si è tentati di pensare...», «Potrebbe venire la tentazione di dire...», «Ho peccato a questo
riguardo...», ricorrono frequentemente. Non è implausibile sostenere che la missione filosofica di
Wittgenstein consista nell’indicare fino a che punto siamo vittime di tali tentazioni teoriche. Per questo
«il lavoro filosofico è propriamente [...] lavoro su se stessi, sul proprio modo di pensare; sul proprio
modo di vedere le cose. (E su ciò che ci aspettiamo da esse», F, p.5) ossia sulle nostre inclinazioni
(Denkneigungen).
Il modo stesso in cui le Ricerche sono scritte sembrano presupporre che il filosofo/lettore sia affetto da
certe tendenze e tentazioni, che sia «malato» e debba essere curato (OFM, IV, 53): «Il filosofo è colui
che deve guarire se stesso da molte malattie dell’intelletto [...]». La filosofia non coincide con il
passaggio dall’ignoranza alla conoscenza (non ci insegna nulla di nuovo) ma piuttosto con il passaggio
dall’essere persi/smarriti (confusi) al ritrovarsi. In modo simile, nella maggior parte dei casi in cui si
pronuncia criticamente, Wittgenstein non sta dicendo che abbiamo sbagliato - che abbiamo detto
qualcosa di contraddittorio, che abbiamo violato le condizioni del senso. Dice che non ci
raccapezziamo (RF 123) o che non veniamo a capo di qualcosa. Perciò Cavell (1979) parla della
filosofia nelle Ricerche filosofiche come di «un insieme di esercizi di educazione per adulti», volti non
alla crescita ma al cambiamento, alla conversione, alla virata verso il reale bisogno e la «pace nei
pensieri […] meta agognata da chi filosofa» (PD, p. 86; cf. anche DC, 92).
Che tipo di «ritratto» della soggetto emerge dalle Ricerche filosofiche? Quello di una persona
impigliata nelle proprie perplessità, confusioni e illusioni (täuschungen); non mere illusioni quanto,
freudianamente, illusioni che ci definiscono (perplessità immaginate, che nella loro immaginazione
agiscono realmente su di noi, rivelando una parte di ciò che noi siamo).
5.
Anche se invita il lettore a compiere una auto-trasformazione, a ristabilirsi e ritrovare la propria
posizione nel linguaggio - la propria strada nel parlare, la propria vita di parlante, Wittgenstein,
secondo Cavell, non sta suggerendo di portare la filosofia in quanto tale alla sua fine. In fondo il
desiderio che ci trascina ad immaginare la sparizione dei problemi filosofici è espressione dello stesso
atteggiamento che li ha generati. La nostra attrazione verso un certo tipo di teorie filosofiche ha una
medesima fonte, sia che esse si prefiggano di mostrare che il linguaggio ha un fondamento, sia che
esse mirino a dimostrare scetticamente che sebbene un tale fondamento sia necessario, esso non è
(putroppo) disponibile. Le teorie fondazionaliste e quelle scettiche sono entrambe occorrenze del
desiderio di eludere la nostra responsabilità nei confronti del linguaggio – del desiderio che le parole
siano dotate di significato a prescindere da noi, dalla necessità di usarle. E’ proprio l’assunto sullo
sfondo del quale lo scettisimo emerge che andrebbe messo in questione, poichè sta lì l’origine della
nostra difficoltà (mentre non sta nella presunta difficoltà di fornire una risposta alla sfida scettica)
La riscoperta di ciò che è ordinario non si configura dunque come un unico viaggio ma come tanti
piccoli tragitti, indotti dalle perdite ripetute e dai ripetuti ritrovamenti di sé, una serie di tragitti
mediante i quali lo stesso concetto di ordinario, così come la mutualità, o comunità, deve a sua volta
essere ripresa e ristabilita, accettata e condivisa, riportando le parole ed in definitiva noi stessi alla
trasparenza ed alla serenità, ad uno stato di pace. Troviamo qui parallelo apparente con la pratica
psicoanalitica. La psicoanalisi produrrebbe un nuovo insight sulla propria vita, che si suppone, si
spera, sia più utile del vecchio. Se così fosse, la rappresentazione che Wittgenstein dà della
psicoanalisi sarebbe sostanzialmente simile alla re-interpretazione ermeneutica della psicoanalisi:
passare da un’interpretazione infelice (inutile) a un’altra più felice (utile) della propria esistenza. Ma
nella concezione di Wittgenstein si tratta di un lavoro interminabile, per la semplice ragione che le
ansie, le fantasie e le tentazioni teoriche ci definiscono, e non possiamo pertanto liberarcene come si
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spezza un incantesimo.
6.
A questo proposito, in Must we mean what we say, Cavell distingue due «voci» presenti nelle Ricerche
filosofiche, la voce di chi scrive - apparentemente quella dello stesso Wittgenstein - e la voce del suo
altro. La prima voce (a parlare) è la voce della tentazione (così la denomina Cavell), affidata da
Wittgenstein al suo interlocutore, il filosofo o metafisico, comunque di chi avverte quell’impulso alle
tentazioni teoriche che sta al centro delle Ricerche. A rivelarla stilisticamente è il frequente ricorso di
Wittgenstein alle virgolette. La seconda voce è la voce della correttezza (il termine è ancora di Cavell),
la quale parla nel e per il linguaggio ordinario, nel tentativo di smascherare le false necessità. L’idea
della distinzione di voci aumenta la sua plausibilità riconoscendo fino a che punto la prosa delle
Ricerche sia animata dalla tensione intollerabile fra il linguaggio ordinario, da una parte, ed i requisiti
filosofici (l’esigenza di ”condizioni ideali”), dall’altra. Ora, se le due voci non corrispondono però a
due figure distinte ma a due ruoli o posizioni che si possono assumere nei confronti del linguaggio. Se
questa ipotesi è plausibile, allora l’interlocutore non sarà un fuoco di paglia da dissolvere una volta per
tutte, ma piuttosto una parte di noi stessi (un alter ego più che un alter alter) espressione del desiderio
di trascendere l'ordinario e di parlare "fuori dai giochi linguistici umani” (DC, 554;Z,235). Molti
interpreti sembrino ragionare in modo troppo sbrigativo, come se l’ostilità di Wittgenstein verso la
teoria filosofica insieme alla scoperta del linguaggio ordinario offrisse la via per una dissoluzione che
coinciderebbe con la fine della filosofia (si tratterebbe, in pratica, di un mondo in cui la voce della
correttezza continuasse a parlare senza la voce della tentazione come suo altro). Ma le due voci
corrispondono a due impulsi altrettanto umani, e se appartengono entrambe allo stesso Wittgenstein,
fra di esse non potrà che esservi oscillazione ed instabilità. Per questo la filosofia, che è al servizio di
entrambi le voci, non è mai in pace con se stessa, e forse per questo è proprio alla pace che, secondo
Wittgenstein, aspira il filosofo (PD, p. 86). Le Ricerche filosofiche si configurano così come la cronaca
di un conflitto destinato ad autoperpetuarsi in modo tormentoso.
7.
Avendo adottato la lettura terapeutica, qualcuno potrebbe chiedere quale sia il risultato filosofico delle
considerazioni qui discusse? (implicando più o meno surrettiziamente che, ridotto a tali banalità, il
contributo offerto dalla filosofia di Wittgenstein perde ogni interesse teoretico). Wittgenstein è
consapevole de “la difficoltà […] di riconoscere come soluzione qualcosa che sembra soltanto un
preliminare per la soluzione […]. Questo, credo, dipende dal fatto che ci aspettiamo a torto una
spiegazione […]” (RF 314). Quella di Wittgenstein è stata più volte considerata una filosofia quietista,
ossia puramente descrittiva, che non spiega alcunché e lascia tutto com’è: “La filosofia si limita a
mettere tutto lì davanti e non spiega né deduce nulla. Perché tutto è lì in vista, non c’è niente da
spiegare” (F, p. 39; cfr anche RF 124 e 126). Nel farlo si è però commesso l’errore di interpretare tale
quietismo come una forma di «pigrizia», come se fosse necessario completare il lavoro da
Wittgenstein appena iniziato con una attività costruttiva e teoretica ulteriore. Ma le osservazioni di
Wittgenstein non rappresentano il primo passo di un argomentazione, la tappa di un resoconto
esplicativo, quanto piuttosto un reminder – una direttiva per noi lettori - il cui scopo terapeutico
consiste nel ricordarci cosa succede quando siamo tentati di fare astrazione dalle circostanze di
impiego delle parole, ossia una diagnosi del modo in cui certe immagini e figure si impongono,
esercitano una presa su di noi e finiscono per imprigionarci (RF 103. 112). Se c'è un ulteriore lavoro
da fare, allora, esso consisterà nell'allentare tale presa: “Difficoltà della filosofia. Non la difficoltà
intellettuale delle scienze, ma la difficoltà di cambiare atteggiamento. Si devono superare le resistenze
della volontà” (F, p. 3) – come a dire: le mitologie non hanno una matrice intellettuale; trovano la loro
radice nei sentimenti e nella volontà. Quanto resta è dunque una attività terapeutica rivolta al filosofo
imbrigliato in certe tentazioni teoriche. Ed è significativo che Wittgenstein, pur scrivendo che la
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filosofia lascia tutto com’è, pensasse al suo metodo come un metodo liberatorio (RF 133), liberatorio
perchè asseconda la possibilità di andare avanti in modo nuovo.
Si potrebbe ancora obiettare che nel quadro qui tracciato non vi sia una vera e propria terapia. Ebbene,
ribadiamolo, la terapia non opera in modo taumaturgico, esteripendo ed estinguono le nostre
tenteazioni teoriche o ansie scettiche. In molto casi - lo abbiamo visto - le difficoltà sono legate al
potere seduttivo di certe immagini. E le immagini non sono teorie, nè si può considerare una
immagine «sbagliata», e confutarla con un argomento (bisogna offrire alle rappresentazioni, più
perspicue). L’immagine diviene però fonte di fraintendimento allorché induce a trascurare i (diversi)
modi in cui operiamo con parole e concetti. Ha l’effetto di irrigidire il flusso di variazioni che
costituisce la matrice generativa del linguaggio. La filosofia terapeutica opera disilludendo le nostre
illusioni e false necessità. Solo che questo compito potrebbe durare tutta la vita, non solo perché come dice Wittgenstein nelle sue osservazioni su Freud - tali illusioni sono radicate in una potente
mitologia, ma perché, in quanto espressione di ciò che noi siamo, sono ineludibili. Come osserva
Wittgenstein: "In filosofia siamo ingannati da un illusione. Ma questa - l'illusione - è anche qualcosa,
ed io debbo prima o poi collocarla interamente davanti agli occhi per poter vedere che è soltanto
un’illusione" (1931, MS 110, Handschriftlicher Nachlass, p. 239, in WN).
In defnitiva, la filosofia non è una disciplina costruttiva che deposita un sapere ma una attività che fa
affermazioni il cui successo è misurato nei termini della trasformazione che esse operano sul lettore.
Se essa mira a darci conoscenza, non si tratta della conoscenza di fatti empirici ma della conoscenza
della nostra tendenza a cadere in certe illusioni. La filosofia, per Wittgenstein, non è né una teoria né
una forma di sapere, e dunque i suoi lavori sono volti a determinare non un ampliamento della
conoscenza acquisita, ma piuttosto a produrre nel lettore qualcosa di simile ad un insight. Un tragitto
che sfocia in una trasformazione radicale nel nostro interesse filosofico originario. Essa, allora, può
avere un ruolo attivo, rendendoci consapevoli della costrizione esercitata su di noi da determinate
immagini o combinazioni di parole, ossia mutando il nostro modo di guardare alle cose (ed a noi
stessi). Ciò permetterà di sbloccare le confusioni in cui eravamo impigliati, permetterà di muoverci
(immaginativamente) in una condizione che ci aiuta a riconoscere la possibilità di oltrepassare quella
che ci appariva essere una necessità (riconoscere «la mancanza di necessità di quello che riteniamo
necessario», per dirla con Cavell (cfr. 1988, p. 184; cfr. anche 1979 p. 21 e 120)). E così, dopo un
lavoro lungo e per certi versi interminabile su noi stessi e sulla nostra volontà (come scrive
Wittgenstein in una osservazione inclusa nelle Vermischte bemerkungen), questa (falsa) necessità si
dissolve, questa particolare illusione viene disillusa. Come in psicoanalisi, affinché un cambiamento
sia tale, dovrà essere il mio cambiamento, non semplicemente l’accettazione di un’immagine che mi
viene imposta.
Concludendo, non otteniamo alcuna soluzione a problemi filosofici sostanziali (relativi ad una
caratteristica essenziale del linguaggio o della realtà - problemi metafisici). Otteniamo però un altro
risultato: un’autocomprensione, premessa per il nostro cambiamento. Il cambiamento personale è così
ricondotto al chiarimento delle tentazioni che sono coinvolte quando affrontiamo un problema
filosofico, ossia alla capacità/necessità di vincere certe inclinazioni. Colto con più esattezza, lo statuto
di tale autocomprensione non è in effetti nemmeno quello di una "premessa per il nostro
cambiamento" - come se la terapia wittgensteiniana corrispondesse ad una "teoria" nel senso della
canonica distinzione fra "teoria´" (premessa) e "prassi" (cambiamento). È eo ipso un cambiamento.
BIBLIOGRAFIA
Cavell, S.:
http://www.psychomedia.it/isap/wittgenstein/w-sparti.htm
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21/08/19, 14*17
- (1969) Must We Mean What We Say? A Book of Essays (N.Y.: Charles Scribner’s Sons).
- (1979) The Claim of Reason. Wittgenstein, Skepticism, Morality, and Tragedy (N.Y.: Oxford
University Press), trad. it. parziale con postfazione di D. Sparti, La riscoperta dell’ordinario (Roma:
Carocci, 2001).
- (1988) The fantastic of philosophy, in Id., In quest of the ordinary: lines of skepticism and
romanticism (Chicago: Chicago University Press).
Conant, J. (1991) ”Throwing away the top of the ladder”, «Yale Review» 79:3, 1991, pp. 328-364.
Diamond C. (1991) The Realistic Spirit. Wittgenstein, Philosophy, and the Mind (Cambr. [Mass.]: The
MIT Press).
Rhees, R., ed. (1984) Recollections of Wittgenstein (Oxford: Oxford University Press).
Opere citate di Wittgenstein (in ordine alfabetico)
DC Über Gewissheit. On Certainty [1950-1951] (Oxford: Blackwell, 1969), trad. it., Della certezza
(Torino: Einaudi, 1978)
F, Filosofia (Roma: Donzelli, 1996)
OFM, Osservazioni sopra i fondamenti della matematica (Torino: Einaudi, 1976, 1988)
PD, Pensieri diversi (Milano: Adelphi, 1980)
RF, Ricerche filosofiche (Torino: Einaudi, 1967, 1983)
WN Wittgenstein’s Nachlaß (Oxford: the Bergen Electronic Edition, Oxford University Press, 1998)
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