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Zaltèro il principe unicorno - Ivone Tasso ( Zaltero Isabella Tokos)

Ivone Tasso
ZALT ÈRO
il principe unicorno
Zaltèro
il principe unicorno
C’era una volta, nei lontani tempi della magia, una
rigogliosa terra fantastica chiamata Pangeria.
Questa terra si estendeva come una corona a cupola
su un globo coperto d’acqua: il giovane pianeta
Gaiyanna, a quel tempo abitato dal vasto Impero della
Luce.
Dodici maestose montagne si ergevano dal Mare
Eterno per circondare come un anello la terra; dodici
montagne definite da vette innevate, immerse in soffici
nuvole candide. Le montagne, ripide nella roccia verso
la distesa acquea, scendevano delicatamente dall’altra
parte, per diventare passo a passo meno frenetiche nelle
balze erbose; calavano distaccate fino al punto là dove
alberi imponenti dalle fronde multicolori le orlavano,
fino al punto là dove finalmente riposavano nella pianura stesa, calma e verde.
In queste montagne regnavano i dodici saggi Sovrani
del Tempo e queste montagne racchiudevano il fantastico Regno della Magia. Il tredicesimo Regno; una
splendida prateria, costellata da elevate colline boscose
e attraversata da un tortuoso ma limpido fiume, Jiin.
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Il Fiume, i cui bracci scendevano in cascate spettacolari dalle montagne, serpeggiava pigramente tra le
colline per tornare poi ricomposto, allegro, forte, impaziente nelle valli verso il margine ultimo delle terre,
dove andava a congiungersi per sempre con il Mare.
C’era un lago in mezzo a quella terra, ai piedi di una
montagna, la più alta, la più solitaria, la tredicesima; un
lago portentoso, noto come il Lago di Cristallo; un lago
con acqua trasparente, calda ed incantata, acqua che
scendeva dalle alte cime in una scalinata meravigliosamente spaventosa.
Quel lago però non era un lago qualsiasi, ma il Lago
dei Pensieri Perduti e la cascata che lo nutriva non era
una cascata qualunque; oh, niente affatto: era la famosa
Cascata dei Ricordi, conosciuta a quell’e-poca, anche
come la Cascata degli Unicorni, poiché erano loro a custodirla, loro, le creature più pure mai esistite, gli eterni
guardiani delle Memorie di tutti i tempi, i serventi fedeli
della Dea Mnemòsine.
Al principio non c’era anima viva su quella terra a
non aver sentito di quel Lago e come anima viva, non
c’era una a non aver sperato che prima o poi avrebbe
conosciuto la magia delle acque miracolose; a dire il
vero, se non fosse stato per l’accesso vincolato da una
formula magica, sfortunatamente persa e dimenticata
persino dai custodi, in molti ci si sarebbero tuffati senza
riflettere due volte. Ma il fatto sta che quella formula
magica era sparita da molto tempo e il lago pertanto, allora più che mai, era avvolto in un mistero sempre più
profondo.
È così che con il tempo della sua magia non rimasero
altro che le dicerie, a cui nessuno badava più, e forse
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anche una leggenda che pareva fosse ignorata da tutti.
Quando ebbe inizio l’avventura che intendo raccontare, l’Impero era in festa; e quelli erano giorni particolarmente bramati, i più attesi, addirittura fin dalle prime
albe di Pangeria: i tredici giorni delle incoronazioni.
I popoli si erano presentati in gruppi massicci; si
erano mischiati fra di loro nel grande Piazzale delle Cerimonie, fra il Tempio del Sole e il Palazzo Reale.
Guardato dall’alto, dai balconi dei Sovrani, il largo
sembrava un immenso campo fiorito.
L’allegria e l’amore svolazzavano nell’aria; come
granelli di polline, si attaccavano ad ogni cosa. Giovani
di tutto l’impero si incontravano per conoscersi, per corteggiarsi, per poi sposarsi, lì nel Tempio delle Unioni,
tra le colline davanti al Lago fatato. Alleanze benedette
dagli Dei, abbienti di audaci consigli e preziosi regali da
parte delle Fate Madrine, consolidavano i rapporti di
grande amicizia che univano quelle terre, fin dal principio di tale meraviglioso Mondo.
Tante coppie si erano già scelte, molti ancora stavano proprio sul punto di farlo.
Nei dintorni, i giovani si corteggiavano sereni, apparentemente appartati, sotto gli sguardi diligenti e speranzosi delle madri tuttavia abbastanza compiaciute; i padri
invece avevano già iniziato le trattative per le future alleanze. Insomma, Pangeria, a dirla in breve, viveva un
periodo di indubbio benessere e tranquillità, proprio secondo i disegni degli Dei; disegni accurati e attentamente seguiti.
Eh, pareva fosse così però!
Chi a quel tempo avrebbe potuto immaginare, soprattutto in quell’atmosfera festosa, che una terribile
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ombra stava per incombere su quel mondo? Che un subdolo tradimento si escogitava per rompere brutalmente,
definitivamente l’armonia e la pace di cui esso era protetto?
Nessuno dotato di tanta lungimiranza.
Nessuno veggente fino a quel punto...
E nel frattempo, Zaltèro, tracimando di sana energia,
saltellava intorno alla graziosa Albynna, la figlia maggiore del migliore amico di suo padre, il Re.
Le girava intorno cercando il momento giusto per
dichiararsi, e di tanto in tanto si fermava nella contemplazione dell’immagine adorata di fronte a sé.
Non si stancava mai di guardarla ed era sicuro di non
poter più aspettare.
Il giovane Unicorno di stirpe reale, color cielo sereno, con la criniera scura, blu, simile alle onde del
fiume Jiin, portava sulla fronte il corno di zaffiro azzurro, il più potente strumento magico mai esistito. Nei
suoi occhi ugualmente scuri brillava la luce della saggezza e quella della forza d’animo, le doti con le quali
era arrivato in quel Mondo.
Albynna, ancora masticando l’erba verde e grassa,
alzò timidamente lo sguardo verso di lui; quei grandi
occhi languorosi sembravano dirgli: “Vieni, ti sto aspettando!”.
Si conoscevano da sempre, pensò lui. Era parte di se
stesso e non ce la faceva a concepire la vita senza di lei,
senza sentire l’appetitoso odore di erba fresca o la voce
eterea e armoniosa come il suono di un’arpa strepitosamente suonata... senza poter toccare la lunga chioma
screziata, abbellita dai fiori dei prati, il velluto soffice
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del manto di alabastro, come le nuvole...
Meditava su quel giorno, un giorno speciale, davvero speciale per l’intero Impero; il giorno delle prime
incoronazioni. Quarantaquattro miliardi di respiri di
quella terra furono necessari per far maturare la loro generazione, per arrivare a quel giorno tanto aspettato.
Il suo amico del cuore, il principe Elio, sarebbe stato
il primo principe, fra loro, ad essere incoronato come
nuovo Re, permettendo così ai suoi genitori di preparare
il tanto sognato ritorno alle condizioni divine; ma la festa non sarebbe finita lì: avrebbe proseguito col cerimoniale dei fidanzamenti, a cui si erano iscritti tutti i suoi
amici, tutti i suoi conoscenti; tutti insomma, mancava
solo lui.
Anche suo padre gli aveva fatto notare che avrebbe
dovuto decidere in fretta.
“Sì, ora o mai più!” si disse, “Adesso è il momento
ed io sono pronto.” continuò a bisbigliare fra sé il giovane innamorato… per incoraggiarsi…
Zaltèro si alzò sulle zampe posteriori per salutare Albynna; lei lo vide e abbassò la testa in un tenerissimo
gesto, molto dolce... in un modo che, indubitabilmente,
era soltanto suo: assai discreto, assai delicato, assai attraente… e gli sorrise.
«Ciao Albynna! Come stai?» attaccò maldestro. «Ti
cercavo per parlarti di una cosa molto importante.»
Disse tutto d’un tratto, senza prendere un respiro, temendo forse che le parole potessero scappare via, o per
paura di non trovarle più se si fosse fermato. La guardava con gli occhi spalancati; l’emozione gli aveva imprigionato la mente, il cuore gli batteva così forte nel
petto da dargli l’impressione di sentirlo uscirne.
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“Come è bella! E... il suo corno di cristallo splende
come un sole sulla fronte!... Così bianca, immacolata...!” si sentiva prigioniero di quel fascino talmente
puro, talmente potente…
«Ciao Zaltèro!» Albynna con la sua voce soave interruppe il corso di quei pensieri. «Sapevo che prima o
poi ti saresti deciso.» continuò «Ti stavo aspettando,
sai?»
“Ma che sorriso malandrino! Come mai...” si domandò lui… “Ah, già, che scemo che sono, certo che lo
sapeva. Tra gli Unicorni alati la telepatia funziona estremamente bene, e soprattutto tra noi due non c’è mai
stata la necessità di tante parole dette.” pensò.
Loro parlavano unicamente per il piacere di far sentire le loro voci.
«Sciocchino, io da sempre ti ho amato, e per sempre
ti amerò. Questo, tu stampatelo bene in testa.» la sentì
sussurrare col viso illuminato da una luce che non aveva
mai notato nei suoi occhi. «Non credo che ci sia creatura
nel nostro Regno a non averlo capito. Ma tu ancora ne
dubitavi!...»
“Non è un rimprovero.” rifletté, “… anzi, ha tutta
l’aria di essere un invito...” Quella volta l’aveva compreso persino lui.
Zaltèro si avvicinò e la toccò delicatamente con il
muso accarezzandole il collo; Albynna alzò la testa e gli
sfiorò la chioma, gli occhi...
Si strinsero forte l’uno all’altra.
Il tempo pareva essersi fermato, la pace scese sopra
di loro come un invisibile e velato mantello di leggerezza e beatitudine. Stavano immobili inviluppati nel silenzio dei loro sogni, cullati dall’amore condiviso vis-
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suto finalmente insieme.
Rimasero a lungo così, dolcemente avvinghiati;
molto a lungo e molto stretti, fin quando, all’improvviso
un colpo simile a un boato squassò l’aria; terrificante,
assordante seppure distante assai; subito dopo si sentì
un altro rimbombo, e un altro ancora. Da dove venivano
impossibile precisare, pareva venissero da ovunque.
La terra cominciò a tremare.
Lassù, nelle cime, si aprivano crepe enormi.
D’un tratto si fece buio, quel buio nero delle notti
carenti di stelle, mentre i tremori della terra diventavano
sempre più manifesti e inspiegabilmente oscillanti.
Una brusca scossa e le oscillazioni si fermarono, il
buio sparì all’improvviso nello stesso modo in cui era
apparso.
Crolli e valanghe correvano verso la pianura; si portavano dietro tutto quello che incontravano nel loro
cammino; nel mentre, le montagne continuavano a spaccarsi.
Immensi massi di roccia venivano giù.
Interi alberi, con le radici spezzate, scendevano fluttuando in aria come piume portati da un vento impetuoso che si alzava adirato a spirare in ogni direzione.
Umido, caldo e sempre più rabbioso, il vento oltrepassò la corona montuosa e impegnando tutta la sua
energia attraversò le valli e le crepe, per giungere al
Mare; arrivato laggiù, si alzò nei larghi turbini di una
tempesta terrificante, come non si era mai vista una simile.
Le colonne di acqua issate al cielo, superavano persino le vette più alte.
Le creature parevano impazzite, atterrite correvano
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senza che si capisse verso dove.
Trambusto, occhi iniettati di orrore; brividi di intensa paura scuotevano i corpi dei due innamorati.
Raccapricciante la scena intorno.
Un alberone gigante, grande pressappoco quanto la
cima dalla quale si era sradicato, precipitava velocemente sopra di loro e, precisamente nel momento in cui
i due avvertirono il pericolo, solo un istante prima che il
tronco li colpisse nello stretto abbraccio, come per un
disperato tentativo di eludere l’urto, si divisero.
La pianta si abbatté a terra, con violenza, alzando un
bruciante polverone.
Zaltèro fece un balzo all’indietro e anche Albynna
lo fece, ma sfortunatamente un solo istante troppo tardi.
Un ramo storto colpì il suo corno, recidendolo.
L’albero sembrava essersi poggiato fra l’uno e l’altra come per riposare, come per prendere fiato di fronte
a una nuova prova; un attimo, giusto quell’attimo che
basta alla mente per comprendere la situazione, per realizzare cosa realmente possa essere accaduto. Ma
quell’attimo fu consumato subito dalle crepe della terra,
le quali si amplificavano per i tremori delle montagne, e
la pianura si aprì in una paurosa voragine che accolse il
tronco travagliato in un abbraccio mortale.
La pianta scompariva negli abissi rocciosi, la terra
stressata continuava a spaccarsi, il burrone si allargava
ininterrottamente.
I due innamorati si trovarono divisi, sempre più distanti. Sfortunati loro e sfortunato amore.
La polvere calava a terra, e in quella nebbia pulviscolosa, Zaltèro riuscì ad adocchiare la sagoma della sua
amata; dall’altra parte, lontana, giaceva a terra inerte,
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esanime.
Provava disperatamente a focalizzare l’immagine
annebbiata, sebbene la vista continuava ad essergli parecchio offuscata; intravedeva Albynna immobile,
inerme di fronte alla tragedia; e decise di andare da lei.
Istintivamente aprì le ali per alzarsi in volo. Un dolore
feroce gli tagliò il respiro e cadde a terra impotente.
“Che cos’è questo dolore?” si chiese impaurito.
Girò di scatto la testa verso la parte del corpo che gli
faceva tanto male. L’albero nella caduta gli aveva prodotto una profonda ferita all’ala sinistra. Sanguinava.
Il giovane Unicorno capì allora che non era in grado
di aiutare la povera Albynna, non in quel momento e
comunque non da solo.
Con un impressionante atto di volontà si alzò in
piedi. Serrò i denti per il dolore. Rivolse a lei un altro
sguardo e avvertì la disperazione che gli saliva dentro…
Il suo potente nitrito fece oscillare l’aria.
Puntò il corno verso il corpo la cui vita si spegneva
a vista d’occhio e gli inviò il più potente incantesimo
che un principe degli Unicorni fosse mai riuscito a
creare: l’Incantesimo dell’Amore, l’unico sortilegio in
grado di rinforzarla abbastanza affinché lei, la sua adorata, fosse al sicuro, nella condizione di resistere fino a
un loro successivo rincontro; l’unica magia in grado di
avvolgere la debole creatura ferita in un’impenetrabile
e completa protezione: la protezione dello schietto
amore.
Un ultimo sguardo, un’ultima lacrima, un ultimo lamento, dopodiché, con tutta la forza del suo cuore coraggioso, le nitrì una promessa di garantito ritorno e si
avviò in demenziale galoppo verso il Palazzo Reale...
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Tutto sottosopra.
Pianti e urla si sentivano ovunque.
Zaltèro trovò suo padre nella Sala del Trono, dove
era già riunito il Consiglio di Emergenza; aveva fatto
irruzione in quella sala proprio d’impulso e, visibilmente alterato, non badando più ai protocolli o alle discussioni in corso, lui raccontò ansimante l’evento tragico di cui la sua amata Albynna era una delle vittime;
preciso, espose quell’esperienza punto per punto, esattamente come lui stesso l’aveva vissuta.
I Re impietositi si voltarono preoccupati verso il
consigliere e videro il padre della sciagurata creatura
preso da un sussulto; tuttavia nessuno di loro si perse
d’animo; ci fu solo un momento, breve tra l’altro, di debolezza, di commozione paterna, ma immediatamente si
ripresero tutti e inviarono celermente gli Uccelli di
Fuoco presso gli Dei, per chiedere informazioni e sostegno.
Non fu lunga l’attesa di una risposta, ma al giovane
innamorato l’eternità pareva ancora più breve.
Per ingannare l’indugio il Re Unicorno consigliò a
suo figlio di andare in infermeria.
E quando la cupola della Sala del Trono si aprì per
far entrare la posta divina, i cuori dei padri cominciarono a martellare follemente nei loro petti.
Piume di fuoco cadevano sul pavimento marmoreo.
Faceva ritorno soltanto un messaggero, Felix, il Capitano, il più veloce di tutti. Riusciva a malapena a reggersi in piedi. Si mostrava stanco e parecchio agitato.
Conobbero così l’accaduto: «Vostre Maestà, l’Ufficio Informazioni dell’Olimpo mi ha incaricato di riferire
che purtroppo una catastrofe è avvenuta.»
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Un respiro profondo poi riprese più pacato il suo resoconto: «Dopo che si è conclusa la consueta riunione
millenaria, svolta poco prima, gli Dei hanno cominciato
a ritirarsi e così ha fatto anche il Dio delle Acque; stava
per far ritorno nel suo Regno, quando probabilmente
pensando di fargli uno scherzo, qualcuno, al momento a
tutti ignoto, ha spostato, per gioco si spera, qualche costellazione; così che Nettuno è inciampato nella stella
Alkada, l’ultima della coda dell’Orsa Maggiore e gli è
scappato di mano il Quindente, il quale è cascato proprio su Gaiyanna, andandosi a conficcare in Pangeria.
L’impatto di quel forcone a cinque rebbi con la terra
ferma, ha provocato enormi spaccature, a partire dai
punti della collisione, su tutto il territorio.
La conseguenza più disastrosa di tutto ciò…» continuò «… è il fatto che il Quindente abbia perso due dei
suoi denti, i quali si sono rotti nella collisione: quello
della Riunificazione e l’altro della Conservazione.
Lassù c’è l’allerta generale; nessuno sa ancora chi
abbia spostato la stella, né il motivo per cui essa allora
fosse spostata; l’unica certezza di tutti quanti è il carattere irreversibile dell’imprevisto.
Da questo momento in avanti nulla potrà essere più
come prima.
Seguiranno presto indicazioni al riguardo.»
Detto questo, la Fenice sparì in un battibaleno di
luce. Un inaspettato silenzio calò sulla sala e si spanse
per l’intero palazzo.
Nessuno aveva proposte, nessuno aveva parole.
In quella pesante quiete il portone si aprì scricchiolando e il principe si fece vedere. Tornato da dove era
stato mandato per farsi curare, entrò col respiro trattenu-
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to e chiese a suo padre di essere aggiornato.
«Padre, novità?»
«Figlio mio, dobbiamo far fronte a una situazione
terribile. Dobbiamo realizzare ogni progetto utile per ricostruire i Regni e riparare i danni, se gli Dei non decideranno diversamente per ciò che ci riguarda. Pangeria
ha bisogno del nostro impegno assoluto.»
Il giovane però, non badava alle parole del padre, le
sue orecchie sentivano solo le parole del suo cuore. Fece
un passo in avanti e si mise di fronte al Re impedendogli
il passaggio.
«Padre, Voi siete il Re dei Re, vi supplico in quest’ora difficile e così tanto tribolata, aiutatemi a salvare Albynna!»
Il Re scrutò suo figlio disperato; abbassò un istante
la testa, poi la rialzò adagio, guardò nuovamente suo figlio negli occhi, gli mise il muso sul collo piegato e gli
disse: «Figlio caro, tesoro dei miei occhi, come pensate
che possiamo aiutarVi?!
Secondo ciò che avete raccontato, Albynna ha perduto il corno di cristallo che è il Diamante del Raccontatore. Cioè, e Voi lo sapete, significa che ha perduto
pure la sua immortalità oltre che il dono dell’invisibilità.
E anche se fosse ancora viva, nelle sue condizioni,
non potrebbe più vivere nel nostro mondo e nemmeno
sopravvivere a lungo, purtroppo...
Conoscete il progetto della nostra creazione; ricordate quali sono le regole! Ricordate che ognuno di noi
custodisce una sola magia che ha scelto per portare a
termine il proprio ruolo pangeriano!
Se un Semidio, in qualsiasi forma lui sia, perde la
magia scelta da se stesso, come supporto, al momento
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della propria materializzazione, dovrà rinunciare al suo
incarico e ritornare alla forma divina.»
Il Re si fermò un istante a osservare l’effetto delle
sue parole su suo figlio, ma Zaltèro non sembrava affatto interessato, anzi si mostrava tediato ed impaziente.
Suo padre però, non intendeva ancora mollare, perciò
continuò: «Caro figliolo, avrete di certo sentito tempo fa
di uno dei Semidei di Totem Aquila, l’Elfo Nebelèizis.
Gli aedi avevano cantato parecchio la sua impresa;
nelle loro storie raccontavano l’eroico gesto di questo
Nebelèizis quando aveva salvato la principessa Quetzal
da sotto un attacco morregano. Lei era stata ferita sotto
forma di Totem: il Serpente piumato se la memoria non
m’inganna. E non ebbe altra scelta, allora, che ritornare
a Gòndury per una eventuale riconfigurazione di compito.
Quello fu il nostro primo caso di riconsegna di un
ruolo, e fu Quetzalcoatl, la sorella di quella disgraziata
fanciulla a prepararsi in seguito per occupare il seggio
rimasto vacante, come custode della Conoscenza e guardiano dell’Albero della Vita, Seferioth.
Francamente, credo che le notizie in arrivo da un
momento all’altro da parte dei nostri Dei, non faranno
altro che confermare questo ragionamento. Albynna potrebbe non avere più scelta, potrebbe dover lasciare Pangeria.»
«Ma padre ...»
Fu in quell’istante che la cupola si aprì nuovamente
con un suono brusco di vetro infranto. Altri messaggeri
scendevano in caduta libera, sfiancati ormai ai piedi del
giovane principe e di suo padre.
Zaltèro era agitato; si fermò perplesso; aspettava
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particolarmente irrequieto il proseguimento di quello
che a suo parere non era altro che una drammatica farsa
del tutto inopportuna.
I piccoli messaggeri si alzarono con fatica e cominciarono all’unisono:
«Vostra Maestà, come già sapete dal nostro Capitano, il Filo del Tempo è stato reciso; il contatto diretto
fra questo pianeta e l’Olimpo si è interrotto; Àtlas, il Dio
della Schiettezza, si è offerto di sostenere Gaiyanna finché il Crepuscolo sarà attivato per il Periodo degli Adattamenti.
Sulla superficie, compromessa dagli spacchi dell’urto, la storia di un Nuovo Creato inizierà, perciò gli Dei
Sorveglianti hanno ordinato l’immediato ritiro dell’intero Impero della Luce. All’interno di Gaiyanna, ravvivato dal Sole Azzurro, l’Eden, il Rifugio delle Fate, è
già pronto per il vostro arrivo. Lì si dovrà attendere finché tutti i Regni del Tempo non saranno messi in salvo
e ricostruiti nelle terre interne.
Chi di voi rimarrà fuori dal Rifugio non godrà più
dei privilegi della magia, ma disporrà di una vita mortale, di un tempo spezzato, delle continue insidie morregane, nel Nuovo Mondo che sarà adattato a una nuova
razza: effimera, minuscola e argillosa, chiamata umana.
La protezione divina sarà limitata mentre le divine capacità e i ricordi si perderanno pian piano nell’oblio.»
Gli Uccelli-emissari si fermarono per consultarsi fra
di loro; qualcuno srotolò una pergamena coperta di segni di fuoco, la studiarono insieme dopodiché ricominciarono il loro rapporto:
«In questo momento gli Dei considerano che non si
può fare assolutamente niente, da quaggiù, nulla, a parte
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aspettare per non rischiare l’immortalità; i Genii Genèrator, i Titani e gli Dei Specializzati hanno tanto insistito
sulla vulnerabilità del vostro magnifico Mondo assai
danneggiato dall’incidente appena avvenuto.»
Un timido mormorio si alzò nella sala; l’inquietudine cominciò ad avvertirsi in ogni angolo, dentro e
fuori dal palazzo, in piazza dove i popoli riuniti seguivano sullo schermo magico, quello della vetrata principale, sopra i balconi dei Sovrani, il rapporto completo
dei messaggeri sulle indicazioni divine.
«Quindi per ribadire: la volontà degli Dei è il ritiro
immediato. Chi non ubbidirà affronterà pesanti conseguenze.
Ecco...» continuarono gli ambasciatori mostrando ai
Re le ultime frasi sulla pergamena: «... qui col simbolo
della chiave c’è probabilmente una profezia delle Aragnae. È una loro abitudine inserire di nascosto stravaganti versi nei messaggi che dobbiamo consegnare. È
per questo che non ricordiamo l’inserto e non abbiamo
indicazioni supplementari da darvi; soltanto una notifica
in cui si specifica chiaro che è rivolto esclusivamente ai
non ubbidienti: ‘Colui che ricorderà non potrà più
raccontare; chi invece potrà raccontare non ricorderà più.’»
Pronunciate le ultime sillabe, le Fenici-emissarie
sparirono in un’esplosione talmente forte da far spaccare le finestre di cristallo, riempiendo la sala intera di
‘vetro’ frantumato e piume bruciate.
«Ma che vuol dire Padre? Come ritirarsi?»
«Temevo questo, figlio caro. E mi rincresce tanto.
Sfortunatamente è proprio come pensavo: date le circostanze, la Vostra amata Albynna dovrebbe tornare alla
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scuola divina, a Gòndury, e riconfigurarsi l’incarico per
un altro ruolo, urgentemente, a meno che lei non scelga
di entrare nel nuovo Giravite, in qualche turbinante ciclo
di effimere esistenze umane... non vedo altre soluzioni.
Non ci sono alternative, figlio mio, non ci sono...
Davvero non ci sono; se le Fate Aragnae, le figlie profetesse di Destino, sono intervenute in questa storia, con
una predizione poi, non c’è reversibilità in quello che è
accaduto.
Dobbiamo seguire le indicazioni dei nostri coordinatori; dobbiamo aspettare.»
Zaltèro aveva l’anima irrequieta, occhi colmi di terrore. Lui era giovane però, l’ardimento lo riempiva di
coraggio e gli impediva di rinunciare ai progetti rischiosi se d’amore essi trattavano.
E fu in quel momento che capì il suo destino, perché
sentiva la voce del suo cuore che gli urlava contro la
promessa fatta; perché lui apparteneva ad Albynna e lei
era sua: amore e responsabilità.
“Non m’importa delle conseguenze” pensò, “Non
m’importa delle profezie. La salverò ad ogni costo! Eh,
sì! Questo farò: la salverò!”
«Io non vengo con Voi, Padre! Andrò a riprendermi
Albynna.
Il mio corno è possente, la riporterà persino in vita
se necessario; capisco che non è più possibile vivere allo
stesso modo di prima sulla terra di Gaiyanna, e capisco
che il tempo delle terre dell’Impero della Luce si è frantumato nell’attimo preciso in cui si spezzava anche il
suo splendente corno di cristallo, ma a me questo non
importa, io la amo.»
Zaltèro alzò la testa, determinato, sostenendo a stento
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però lo sguardo rattristato del Re e continuò: «Perdonatemi Padre! Vi supplico, credetemi, non c’è vita che
valga di essere vissuta in assenza di questo amore, quantomeno per me. Lo seguirò ovunque sarò spinto a seguirlo, e vivrò la mortalità assieme a colei che amo. E
vivrò anche l’oblio, e tutte le disgrazie morregane; e conoscerò la morte, se dovrò farlo, ma assieme a lei.
Benedite Padre, Vostro figlio, che sceglie quell’istante di eternità attaccato al suo briciolo di amore, piuttosto che alla dorata solitudine di un’esistenza sicura ma
priva di ogni emozione.
Per favore Padre, per il Vostro immenso amore per
me, permettetemi di lasciarVi; liberatemi, con la Vostra
benedizione, per poter trionfare lì dove il cuore intende
portarmi.»
Un’ombra di rammarico coprì di nuovo il viso impallidito del vecchio Sovrano.
Quel povero Re… volse lo sguardo altrove per nascondere l’ombra calata sui suoi occhi. Si allontanò dal
trono, percorse la sala fino alla terrazza aperta sulla
Piazza delle Cerimonie; e quando arrivò di fronte alla
balaustra si appoggiò lentamente.
Teneva la testa abbassata. Stava fermo a riflettere.
“L’intero Impero è qui, davanti a me. Sarebbe dovuta
essere una giornata di festa!” pensò. ”L’incoronazione
del giovane Re dei Draghi, le nozze di fiori delle dodici
principesse, il fidanzamento del mio amato Zaltèro...
Tutte le altre unioni...
Sarebbe stata proprio una splendida giornata di festa, se non fosse... sì, se non...” alzò lo sguardo e lo posò
su quella immensa distesa di creature.
«Amati sudditi, cari amici!» La sua voce tuonò, forte
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e secca.
«Mio figlio, il principe Zaltèro ha deciso di sacrificare la sua immortalità. Partirà per salvare la sua promessa, Albynna, in questo momento gravemente ferita.
Lui non ci seguirà nel ritiro, ma andrà ad affrontare…» si interruppe; sembrava riflettesse su come continuare, «…a vivere una nuova vita… mortale, ripetitiva, in circostanze del tutto diverse e completamente
sconosciute a tutti noi.
Io so che tra di voi c’è chi pensa seriamente di seguirlo, per lealtà, per amicizia, per curiosità, per spirito
di avventura, per noia o addirittura per amore…
Ebbene, a questo punto, io dichiaro che chi lo desidera, è libero di farlo. Tutti gli altri invece si preparino
per l’imminente ritiro.»
Il Re indugiò con lo sguardo sulla piazza; si stavano
già iniziando a formare dei gruppi; in tanti si salutavano
come sarebbe toccato presto fare anche a lui; altri si incamminavano adagio verso le porte dell’Eden; senza
un’altra parola egli si girò verso suo figlio e lo abbracciò
con affetto, poi rivolse gli occhi verso il popolo, abbassò
le palpebre, le tenne chiuse a lungo; sapeva che quello
sarebbe stato, forse, l’ultimo abbraccio e… ‘strinse’
forte.
Mentre lo sguardo tornò a soffermarsi di nuovo su
Zaltèro penetrando i suoi occhi diventati scuri come gli
abissi, il padre sentì salire una insopprimibile commozione.
«Oh, figlio caro...» e abbassò di nuovo la testa, più
giù ancora, in modo da far cadere sul pavimento la sua
Collana dorata.
«Questa Collana, figlio mio, mi avete chiesto tante
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volte che significato possa avere, e io Vi avevo promesso che un giorno Ve l’avrei raccontato; quel giorno
è arrivato, dolce mio ragazzo, il suo significato, ora, potrò svelarVelo.»
«Papà, perdonatemi se Ve lo dico, ma in questo momento la Collana non ha più importanza per me; a dire
il vero non penso ad altro che soltanto ad Albynna, a
come salvarla.»
«E Vi credo, figlio caro, ma in questa azione di salvataggio Vi seguiranno molti dei miei sudditi e Voi dovete essere preparato, dovete essere consapevole del
fatto che siete l’unico responsabile delle loro sorti, come
della Vostra.
Ecco il motivo per il quale considero che, anche se
diverso da come me lo immaginavo, il giorno che Voi
dobbiate indossare questa Collana è arrivato.
Osservatela bene, figliolo. Vedete? Sono cinque i
simboli che la compongono. Cinque simboli uniti fra di
loro da tredici sfericciole di luce bianca disposte, guardate Voi stesso: nove sfere, poi il simbolo della parte
spirituale di un essere divino; una sfera, seguita dal simbolo della libertà di scelta e di decisione; una sfera ancora e il simbolo della materializzazione; un’altra sfera
di luce, poi il simbolo della memoria di sé, del progetto
proprio, del patto fatto; un’ultima sfera seguita dal simbolo della magia personale detta anche mentale.
Sarà Vostro il compito di comprenderla, di interpretarla e di saperla sfruttare al meglio.»
Il Re prese la Collana fra i denti e la offrì a suo figlio,
con lo sguardo supplicante. Zaltèro, una buona volta,
capì anche lui la grandezza, l’importanza, la generosità
del gesto premuroso di quel padre angustiato, e abbassò
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con gratitudine la testa. Adagio si fece infilare al collo
quello che riconosceva come uno degli occulti doni divini, consacrati dagli Dei stessi ai Piccoli Popoli, al momento del Primo Creato.
Zaltèro fissò suo padre con gli occhi spalancati di
meraviglia: in teoria, in condizioni normali, quel momento sarebbe equivalso al momento della sua incoronazione.
«Addio tesoro… luce dei miei occhi! Che gli Dei
nelle mani dei quali Vi affido Vi guidino, Vi proteggano
e Vi consiglino per l’intero percorso di questa nuova avventura, affinché Voi possiate guidare con saggezza il
Vostro popolo!
E ricordate sempre chi siete, figlio mio, innanzitutto
ricordate che avete scelto Voi il tempo spezzato; per
questo... ogni tanto...‘MEMENTO MORI!’»
Il Sovrano abbandonò a malincuore la terrazza.
A passi lenti si avviò verso la Sala del Trono, e da lì
al suo appartamento privato.
Voleva rimanere solo, il Re padre.
Zaltèro ritornò dentro il palazzo nella sala dove sua
madre, nell’ombra delle colonne, nascondeva gli occhi
lacrimanti; dietro di lei quei quattro monelli, i suoi piccoli fratellini, troppo giovani per capire il triste evento,
la scelta imprevista del loro fratellone, guardavano Zaltèro curiosi, come se si aspettassero da un istante all’altro che egli spiegasse anche a loro le regole del gioco
che stava per giocare.
Salutare sua madre gli parve un’impresa più gravosa
ancora della scelta appena definita, ma lo fece, col cuore
frantumato, imprigionando per sempre dentro la sua
mente il ricordo di quella sofferenza.
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Si sentì di colpo più maturo, più responsabile anche.
In un salto svelto piombò in mezzo ai suoi fratelli e li
accarezzò uno ad uno, avvicinandoli teneramente; tentò
persino di scherzare con loro, magari non più del dovuto, giusto per convincersi di non aver trascurato alcun
suo obbligo principesco, oppure giusto soltanto per
sdrammatizzare un po’.
Ma i tremendi birichini non si lasciarono sfuggire
un’occasione di tale importanza e si misero a nitrire, a
galoppare e a saltare dal trono al balcone, da una loggia
all’altra, dentro le sale del palazzo come se avessero finalmente vinto la più grossa, la più tonda, la più salterellante palla di erba magica mai raggomitolata da
quelle parti. Zaltèro inquadrò anche quel prezioso ricordo dentro il suo cuore, come in una cornice scolpita
nell’anima e scese in piazza.
Non ancora in grado di comprendere pienamente
quel che stava per sacrificare, neppure in grado di farsi
un’idea propria su quello a cui andava incontro, lui si
godeva comunque, come il folle innamorato che era, la
libertà di azzardare il salvataggio della sua amata.
Un po’ si sentiva importante, con la Collana di suo
padre al collo; ma quando gli era stata infilata la pergamena dell’ultima profezia dentro il simbolo della scelta,
lui non l’avrebbe saputo spiegare e a dirla tutta, nemmeno se ne accorgeva di portarsela appresso. Ormai a
quella profezia lui non badava più, l’aveva completamente dimenticata.
La piazza era ancora piena, parecchio ‘aerata’, ma
piena; amici Unicorni, Elfi e Nani lo aspettavano in piccoli gruppi animati; parlavano e ridevano, si prendevano
in giro l’un l’altro; a una vista superficiale sembrava si
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trovassero in attesa dell’inizio di un qualche consueto
torneo imperiale.
Molti di loro, per risparmiarsi un viaggio faticoso
nella consueta forma bipede, o per puro divertimento, o
addirittura per il semplice piacere della metamorfosi,
avevano già mutato forma nelle creature Totem più convenienti: quali avevano scelto il Totem del loro popolo,
o della loro casata, poiché più agili o perché alati, quali
invece avevano scelto il Totem personale o quello sociale per ovvi motivi di praticità.
Una grande sorpresa ancora gli fu fatta dagli Elfi e
dai Nani. Le dodici principesse, le spose di quel giorno,
assieme ai loro sposi e insieme ai loro amici scelsero di
seguirlo. Avevano già salutato i parenti ed erano pronti
per quel viaggio senza ritorno.
Pure il miglior amico che lui avesse mai avuto, Elio,
il principe dei Draghi, era lì. Per salutarlo però.
Quella scelta, per Elio, era una scelta fin troppo sofferta e più che altro obbligata; in primo luogo perché
egli era l’unico figlio maschio del Re Bianco, il più antico Sovrano dei Regni del Tempo e in secondo luogo,
perché la sua gemella Xalemèe, in realtà anche l’unica
sua sorella, un’Elfa vivace e testarda come dodici muli
cocciuti, aveva deciso di seguire Zaltèro nel nuovo
mondo mortale e non voleva sentir ragioni; altre, a parte
le sue.
Dunque, Elio, rimasto così l’unico erede al trono dei
Draghi, doveva restare per forza al fianco del padre, il
quale era troppo anziano e troppo stanco di quella lunga
vita elfica, come spesso lui stesso si lamentava, per essere disposto ancora a sperare, figuriamoci a tentare, di
avere in seguito altri figli.
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Cosicché Elio andò a incontrare il suo amico con i
passi misurati dalla mestizia di quell’incontro, forse
l’ultimo, il definitivo.
Zaltèro, eccitato oltre ogni misura di fronte all’imminente partenza, lo seguiva con lo sguardo attento mentre
si avvicinava. L’aveva sempre ammirato per il suo portamento nobile e sublime; un po’ l’aveva anche invidiato per quello, tra una montagna d’ammirazione e
un’altra d’affetto s’intende.
In quel momento però, guardandolo camminare adagio, parecchio abbattuto, quasi rassegnato, sentiva il suo
cuore ridursi in frantumi.
Ogni passo di Elio gli incrementava il sospetto che il
suo amico non l’avrebbe seguito e quel sospetto tramutò
presto in una certezza concreta quando avvistò Xalemèe
dietro a suo fratello, con la mano nella mano di Suri, il
principe dei Lupi, figlio cadetto del Re Grigio.
L’astuta principessa aveva il volto ‘spaccato’ da un
largo sorriso fra le orecchie appuntite, un generoso
stampo dentato sul viso serafico; e Zaltèro capì pure il
motivo. Poi, quando Elio, accompagnato dalla misteriosa Szelena che aveva appena sposato, arrivò di fronte
a lui, Zaltèro non aveva più alcun dubbio: capì che per
l’ennesima volta la volontà di Xalemèe era prevalsa.
Si accolsero con l’inchino dovuto ai fratelli di sangue e rinnovarono il giuramento che li teneva uniti fin
dai loro primi attimi di vita. In quel momento il futuro
si presentava a loro come un’incognita, completamente
oscurata dalle ultime circostanze verificate e nonostante
tutto, Zaltèro sapeva che Elio, benché ritirato nell’Eden,
avrebbe sempre trovato un modo per corrergli in aiuto
se il Caso lo avrebbe richiesto. E lo sapeva pure Elio.
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«Zaltèro caro, amico mio, mi rattrista molto non poterVi accompagnare.»
«Oh, Elio, Elio, anche se la Vostra presenza mi sarebbe stata di grande conforto, capisco la situazione e
Vi garantisco che al Vostro posto non avrei proceduto
diversamente.»
«E io Vi assicuro invece che la mia mancanza, coperta peraltro da Xalemèe, la mia amatissima sorellina,
non Vi peserà molto. Ancora non conosciamo il regolamento imposto dagli Dei circa gli interventi magici nel
Nuovo Mondo, ma sappiate che non risparmieremo alcuna occasione lecita per soccorrerVi.»
Elio abbracciò l’amico indugiando con la testa appoggiata al suo collo.
«La via che avete scelto è buia e incerta, Zaltèro;
considerando questa sfavorevole realtà, la mia dolce
sposa, che come ben sapete è anche una principessa del
Regno delle Lucciole ha pensato di farVi un dono.» Si
voltò verso sua moglie e le rivolse un impercettibile segno con la testa.
Szelena si avvicinò; fece il rispettoso inchino simultaneamente ricambiato dal principe Unicorno, dopodiché alzò la scatola che si portava appresso e l’aprì con
uno scatto di magia, appena sfiorandola con le dita.
«Vostra Altezza, presumo che questo viaggio sarà
lungo e sfiancante, le vostre magie si estingueranno pian
piano; l’esercito morregano sarà presto sulle vostre
orme e sarete braccati; forse molti di voi non ce la faranno a ritornare nelle proprie terre. Ma noi abbiamo
pensato a come esservi d’aiuto e credo di aver trovato
un piccolo sotterfugio. Queste!» disse lei estraendo
dalla scatola degli oggetti lucenti, quasi trasparenti, a
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forma di due lunghe piume inarcate, congiunte nella
punta a mo’ di cuore.
«Le chiamiamo Poktoàve. Sono forgiate dalle Lucciole con la loro polvere magica. Pesano meno di una
piuma ciascuna e ci sono per tutti voi; mettetele e volerete più veloci del vento, sopra acque, sabbie e paludi,
attraverso il fuoco senza essere bruciati, dentro la terra
senza sentirne il peso. Quando la vostra magia sarà
spenta, le Poktoàve vi proteggeranno, ancora e ancora
finché la memoria del vostro sacrificio durerà dentro di
voi. Saranno le vestigia del mondo che lasciate, illumineranno il vostro cammino per poi cancellare le vostre
orme nel Nuovo Mondo a cui andate incontro. State attenti però a come vi comportate perché le Poktoàve sono
sensibili alla lealtà e puniranno sempre i tradimenti.»
Zaltèro si sentiva un po’ imbarazzato per quanto
commosso dal generoso pensiero, ma accettò di buon
grado il prezioso regalo; e mentre distribuiva le Poktoàve insieme ad Elio, Szelena si congedò da lui e si
voltò verso Xalemèe. Si tolse dal collo una catenina finissima con uno strano pendente, la tenne per un attimo
nel suo palmo guardandola indecisa, poi, in un impulso
risoluto, la offrì alla sua cognata.
«Quando avete visitato il mio regno, dolce Xalemèe, ho notato che siete rimasta molto colpita dalla Foresta dei Sogni» disse con la mano ancora tesa.
«In particolare l’albero Seferioth, intorno al quale
essa si è sviluppata, mi aveva incuriosita. Avete ragione
Szelena, ancora ce l’ho impressa nella mente.»
«Non sono molti quelli che visitandoci prestano attenzione a quei posti, anzi a pensarci bene, io non ricordo un altro.
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Quell’albero gigante è apparso dal nulla prima che
io nascessi. E seppure il Turul, uno tra i più noti Semidei
di Totem Aquila, sia riuscito a costruirsi l’alloggio fra i
suoi rami, inspiegabilmente d’altronde, e Quetzalcoatl,
la custode della Conoscenza, intorno e dentro al suo
tronco, nessun altro gli si è mai avvicinato e quindi nessun altro Semidio, Elfo o Nano che sia, lo ha mai toccato; per quanto io ne sappia...
Per arrivare da lui si dovrebbe attraversare la Foresta
che lo circonda, ma ancora dai primi passi ci si addormenta. E ci si addormenta anche volandoci sopra. Ma
Vi rendete conto quanto tutto ciò possa intrigare?
Tuttavia, a parte il Turul e la Serpente piumata, col
tempo anche le Lucciole delle mie terre hanno trovato
in quella Foresta la loro casa, accolte e protette dalla
magia dell’albero misterioso.
E vista questa stranezza, Vi posso dire che siamo
stati tentati anche noi a esplorare la Foresta, sotto il Totem del nostro popolo, cioè quello delle Lucciole, le
quali pare siano ben accettate all’interno, ma alla fine
non ce l’abbiamo fatta; o meglio, non abbiamo osato
farlo, purtroppo.
Un giorno però Luciferia, la mia Lucciolina personale, mi ha portato questa catenina raccontandomi che
le sue sorelle l’avevano trovata nella Foresta fra le foglie
dell’Albero che Vi aveva tanto impressionata.»
«Fra le foglie dell’Albero?! Davvero?! E come è arrivata lì?»
«Sapessi! È un mistero tuttora. La mia gente ha provato ogni magia conosciuta per scoprire a chi potesse
appartenere o a che cosa potesse servire questa minuscola chiave, ma senza alcun risultato per molto tempo,
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finché siete arrivata Voi.
Solo subito dopo la Vostra partenza, Kamelia, la
Strega più strana, ma anche la più famosa che io conosca, l’unica ad arrischiare la dimora nella Foresta dei
Sogni, è venuta da me con una visione curiosa, prontamente incastrata dentro un suo globo. Una scena di lotta
tra le Zanzare Morregane e una Dea giovane che Vi assomigliava tanto.»
«C’è una Dea che assomiglia a me? E chi sarà mai?»
«È quasi identica a Voi, ma non conosciamo il suo
nome; qualcuno le ha cancellato il nome da tutti gli archivi. È rimasta dappertutto soltanto una iniziale: la
‘P’.»
«La P?! ... Giovane?!...»
«Esatto! Quando la Dea stava per essere sopraffatta
da quelle orribili bestie, è apparsa un’altra Dea, giovane
anche lei, ma che conosciamo bene.»
«Ah, menomale! E chi è?»
«La Dea Mnemòsine»
«Mnemòsine!? Non può essere. Lei non è giovane
affatto, almeno da quello che ne so io.»
«Mmm! Voi pensate probabilmente alle gemelle,
l’unica stranezza del primo generato, voglio dire della
prima generazione di Dei.
Penso che anche Voi cara, come molti, Vi stiate confondendo: La Dea Mnemosìne è custode delle Memorie
Personali, mentre sua sorella Mnemòsyne è la custode
delle Memorie Universali. Entrambe ingannate da Zeus,
famose per le loro capacità e per i loro incarichi, quanto
per quelle storie da gossip divino in cui le ha coinvolte
quello svergognato, quello spregiudicato deaiuolo che è
a capo dell’Olimpo.
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Tuttavia, Xalemèe, io non ho visto nessuna delle
due, quindi non parlo di loro, ma di una loro nipote, la
giovane Mnemòsine, una delle Dalie; non ne siete a conoscenza?»
«A dire il vero, no! E mi fate sentire una ignorante,
sapete? Mi appassiona la nostra mitologia fin da quando
ero in fasce. Ora scopro che di fatto non conosco quasi
niente di quello che mi sarebbe piaciuto conoscere...»
«Ma non dite così, cara cognata, di Voi parlano tutti
come dell’enciclopedia ambulante di Pangeria. Non Vi
buttate giù per mancanze di così poco conto!»
«Di così poco conto? Ma se non sapevo nemmeno
che fossero tre le Dee delle memorie, tantomeno avevo
mai sentito delle Dalie; chi sono, o meglio, cosa sono?
Ma... cognata cara, come fate Voi a sapere tutte queste
cose?»
«Ah, ah, ah! Come non saperle?! Il nostro Regno è
l’incaricato del Registro delle Nascite e ha un legame
diretto con l’Ufficio ‘Anagrafe’ dell’Olimpo. Questo lo
sa l’intero nostro Mondo, Voi di sicuro, credo. E, mia
cara, aggiungete a tutto questo anche il fatto che sono
sempre stata una ficcanaso, proprio come si racconta di
Voi; così vi spiegate tutto. Conosco i nomi, i visi, le metamorfosi e la completa gerarchia dell’Olimpo, quella
che include anche i Genii e i Titani, se Vi potete immaginare; proprio il principio; da quando i Genèrator
hanno messo i piedi nel nostro Universo.»
«Oh, se è così, non posso che farVi i miei più sinceri
complimenti… Ma… Mnemòsine, la nostra Dea Protettrice qual è delle tre? Mi sono un po’ persa, e mi vergogno a riconoscerlo.»
«Non volevo confonderVi, assolutamente. La nostra
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protettrice è l’ultima, la più giovane, ovvio d’altronde.»
«Boh! A me risulta tutt’altro che ovvio. E… mi piacerebbe approfondire. Delle Dalie quindi, le sue sorelle,
sapete qualcosa?»
«Le Dalie? Sono le figlie della Dea Speranza, e sono
nipoti della Dea Mnemòsyne. In tutto sono nove come
le loro zie, le Muse, le figlie dell’altra Dea Mnemosìne.
Se le Muse custodiscono la scatola dei doni delle arti,
come ben si sa, le Dalie custodiscono la scatola dei valori della vita. Tutte loro, cominciando dalla Dea Speranza, alle Muse e alle Dalie sono Dee Fate. Vi rendete
conto?»
«A dire il vero… no, non proprio, che cosa vuole
significare che sono Dee Fate? Io avevo sentito soltanto
delle Fate Madrine, le nostre Supreme.»
«Ma come Xalemèe, non avete mai sentito delle Dee
Fate? Quindi non sapete che soltanto le Dee Fate tengono anche il secondo dono?... Ricevuto proprio al momento della loro nascita?... Direttamente dalle Aragnae?... Cioè, non acquisito come tutti gli altri doni?...
Ma se è il dono più potente, più desiderato, più invidiato
che si possa immaginare! No?! Non lo sapete davvero?!
La veggenza, cara cognata, loro sono Dee Fate perché
come le Fate possiedono anche la veggenza.»
«Addirittura! Non lo sapevo, no! Perdirindindina!
Vuol dire che quest’ultima Mnemòsine, la più giovane
intendo, non è soltanto la Dea della Memoria, e quindi
una che ha accesso a qualsiasi cosa passata, ma può vedere anche nel futuro...?! Figo, davvero figo!»
«Figo, sì! Ora, ritornando alla visione che mi portò
Kamelia. Dicevo che quando la Dea che Vi somiglia,
nominiamola ‘P’, stava per essere sopraffatta da quei
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mostri, apparve la giovane Mnemòsine, la quale, con la
sua magia, straordinaria davvero, disintegrò quelle bestie orribili in un solo colpo. Ma appena si avvicinò a
’P’ per aiutarla ad alzarsi, codesta tirò fuori da una tasca
interna alla sua tonaca questa catenina con la chiave che
potete vedere qui. Vi sembra familiare, Xalemèe? Vi ricorda qualcosa?»
Xalemeè prese in mano la catenina, la esaminò attentamente, ed esaminò pure la chiave; aveva una stranissima impressione, come se l’avesse già vista in precedenza, ma dove o quando non avrebbe saputo specificarlo; e quell’impressione era cosi vaga che non osava
darla per certa.
“E se fosse soltanto una mia suggestione?” Si chiese.
“Se mi pare di averla avuta fra le mani solo per quello
che la mia cognata mi ha appena raccontato?”
«Allora? Che ne dite?» la voce impaziente di Szelena la spinse a decidersi:
«Embè, non potrei mai giurare. Mi pare di conoscerla, ma potrei essere in errore; non so proprio che
dire, mi dispiace.»
«Vi pare, dite. Ma io mi fido di questa quasi impressione che avete avuto, più di quanto lo state facendo Voi
stessa. Vorrei che la prendeste con Voi, che la custodiate
con cura finché il suo mistero sarà risolto.»
«Ma non posso, e non sarebbe giusto. Il nostro futuro è incerto, potrei perderla in ogni momento, per sempre. Con me non sarà mai in sicurezza.»
«Invece vi sbagliate. È impossibile che Voi non lo
sappiate, ma gli oggetti magici non possono essere mai
definitivamente persi o rubati. Trovano sempre un modo
per tornare ai loro padroni, a quelli veri ai quali sono
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stati destinati; non tornano soltanto se il padrone li regala con una scelta libera e non obbligata. Perciò, cara
cognata, se non è Vostra, la chiave saprà tornare dal suo
padrone, non Vi dovete assolutamente preoccupare.
Prendetela!
Potrebbe esservi d’aiuto; comunque non vi nuocerà
di sicuro. Vi prego, prendetela!»
«Massì, perché no? Alla fine che male c’è nel portarmela appresso?
Grazie cognata! Voi siete un tesoro inestimabile,
mia cara; mio fratello è molto fortunato, permettetemi
di dirlo. Avrei dovuto rubare un po’ più di tempo, di
quello che lui stesso rubava a Voi; ci saremo conosciute
meglio...
Tuttavia, non posso non chiedermelo: ma come ha
fatto questa catenina a incastrarsi fra le foglie dell’Albero delle Vostre terre?»
«Ah, non ne ho la più pallida idea.
Nella visione dentro il globo di Kamelia, Mnemòsine non è riuscita a prenderla in mano perché appena
‘P’ gliel’ha fatta vedere, quell’essere malvagio che è la
Dea della Superbia, Kezir, le è saltata addosso per rubargliela; ma non ha fatto i conti con Mnemòsine che,
più agile di lei, l’ha fatta buffamente inciampare. La catenina è scappata di mano a tutte loro ed è scivolata sparendo come se non fosse mai esistita. Poi, è stata ritrovata lì, sull’albero. Questo è quanto io conosca.»
Xalemèe avrebbe voluto chiedere più dettagli al riguardo, e stava sul punto di aprire la bocca per farlo,
quando un tocco improvviso anche se assai delicato
sulla spalla la fece trasalire. Scattò come una molla.
Di fronte a lei stava Zaltèro, accompagnato da un
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Unicorno femmina, non tanto giovane, ma di una purezza indescrivibile nello sguardo affranto.
Xalemèe s’inchinò d’istinto.
Elio si avvicinò a loro; abbracciò sua moglie da dietro e le diede un tenero bacetto sui capelli.
«Sorellina, ricordate Yllenia, vero, la madre di Albynna? Avrebbe una cortesia da chiederVi.»
«Oh, ma certo, volentieri, tutto ciò che sta in mio
potere. Ditemi, non abbiate riserbo.»
«Cara figliola, purtroppo non ho molto tempo per
spiegarmi meglio, perciò Vi chiedo solo di prendere il
diadema che porto sulla fronte, quel filo di luce con al
centro la stella a cinque punte e di metterlo sulla fronte
di mia figlia appena la incontrerete. Indipendentemente
dallo stato in cui trovate Albynna, posate il diadema
sulla sua fronte, Vi prego!
L’ho fatto fare con magia materna, e ha il potere di
incollare il tempo, di risanare le ferite e di trattenere
l’anima dentro al corpo, se il corpo non è stato ancora
abbandonato.
E fate attenzione perché questa magia vale per nove
tentativi. Provateli tutti se necessario; e se dopo il nono
tentativo di rianimazione lei non avrà dato ancora segni
di vita, soltanto allora potrete considerare che non c’è
più niente da fare.
Andate, Vi supplico, fate in fretta. Salvate la mia
bambina.»
Xalemèe prese delicatamente in custodia il diadema
magico e lo incastrò con cura fra i suoi capelli; abbracciò la madre sconsolata e cominciò i suoi ultimi preparativi per il viaggio.
Un abbraccio ancora.
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Poi... un altro ultimo abbraccio; e poi... un ultimo
addio... Non c’era più tempo per riflessioni. Non più ormai. E anche se fosse, nessuno di loro avrebbe potuto
pensare o immaginare che quell’addio sarebbe stato soltanto il primo di una serie piuttosto lunga di altri innumerevoli e tormentati addii.
I principi e i loro nobili compagni decisero di non
usare i Totem, almeno non per il viaggio; montarono gli
Unicorni alati e subito si alzarono sopra le nuvole.
Un volo spedito li portò dall’altra parte del precipizio, là dove Zaltèro sapeva di aver lasciato Albynna, là
dove si sarebbe dovuta trovare giacente, ancora a terra,
l’infortunata.
Il cuore del principe innamorato sembrava tentare
con ogni battito a schizzare fuori dal suo petto.
Erano arrivati.
Toccato il suolo, gli Elfi scesero e i Nani pure.
Albynna però non si faceva più rintracciare in quel
posto e neppure nei dintorni fino agli orizzonti più lontani che i loro sguardi acuti potevano raggiungere.
Nell’aria, un pesante fetore di marcio.
Zaltèro pareva scombussolato; per un attimo rimase
come perplesso di fronte alla scomparsa della sua amata,
ma poi fu preso dalla frenesia di un’agitazione caotica,
guidato forse da quell’angoscia atroce che gli si leggeva
chiaramente negli occhi annebbiati dal dolore.
Suri gli si avvicinò a passo felpato e provò a distrarlo
con delle spiegazioni quantomeno verosimili, seppur
ipotetiche, su quella in realtà inspiegabile assenza. Ma
il principe dei Lupi riuscì poco a tranquillizzare l’animo
irrequieto del suo amico e quindi non impiegò altro
tempo in un’impresa evidentemente di vane speranze,
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ma chiamò subito a lui gli Elfi che l’avevano seguito e
pure tutti gli altri che avevano un qualsiasi Totem Lupo;
poi si mise insieme a loro a organizzare un’esplorazione
minuziosa di quel posto. L’esempio fu preso presto dagli altri principi e il luogo si riempì di vita.
E il tempo passava; a ogni rapporto, la loro disperazione aumentava di più; a ogni rapporto Zaltèro sentiva
un pezzo di sé morire.
Tornavano gli ultimi esploratori, i Nani di Totem
Ragno, sotto la protezione della principessa Aryanna,
gli Elfi di Totem Gabbiano sotto la protezione del principe Albatros, e infine, i Nani di Totem Serpente sotto
la protezione del principe Loki.
«Zaltèro caro, non abbiamo rivelato alcun segno di
vita su tutto il territorio circostante.» rapportò Aryanna,
«Alcuna orma della Vostra preziosa promessa, purtroppo.»
«Con tanto rammarico mi vedo costretto a confermare, nemmeno i miei Serpenti hanno trovato di più.»
«Nulla dall’alto, sulla terra o nelle acque contigue,
amici miei, a parte questa puzza, che può dirci molto a
pensarci bene.»
«Questa puzza!... ben detto. Mi aveva colpito fin da
quando siamo scesi a terra, ma non ho prestato abbastanza attenzione, ero troppo sconvolto, e temo che l’ora
sia ormai tarda per ogni cosa... Amore mio... Ti avevo
promesso... e ora come faccio io?» Zaltèro era distrutto.
Abbandonare la speranza di ritrovarla sarebbe equivalso ad accettare di averla perduta per sempre, e questo
pensiero era meno sopportabile per lui anche della
morte stessa.
I suoi amici gli si avvicinarono di più, circondandolo,
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ma nessuno osava esprimere un qualsiasi pensiero.
Aspettavano.
Zaltèro, perduto nei suoi ragionamenti, rifletteva a
voce alta: «Questa puzza... Questo odore così sgradevole... lo sappiamo tutti, è l’odore specifico del Vento
Portarogne; e che cosa questo particolare può significare, se non altro che disgrazie?! Sappiamo anche questo, ma nessuno oserà esprimerlo; i sospetti li custodiamo nei nostri cuori abbattuti, nelle nostre menti allarmate: le Zanzare Morregane dovrebbero arrivare da
qui a poco, o forse, peggio ancora, sono appena passate
da queste parti.
E se fosse così allora si spiegherebbe tutto.
Me l’hanno presa. Sì. Deve essere così. Non può essere diversamente. E me l’hanno portata via.
Maledette loro, sporche bestie delle paludi. Ma Voi
non temete, vita mia, presto io Vi troverò. Presto saremo
di nuovo felici... insieme. Presto...»
Zaltèro scoppiò in lacrime. Fece un passo indietro
per nascondersi il dolore, troppo feroce, troppo risentito
e abbassò la testa.
Fra i pezzi sparpagliati di un sasso spaccato, proprio
al suo piede sinistro vide il corno di cristallo, scampolo
materiale del suo unico amore. Trasalì. Così forte da far
trasalire anche gli amici intorno a lui.
In quel momento Xalemèe gli passò davanti per accostarsi a Suri, e lui, Zaltèro, osservò come quel pezzo
di cristallo si accendeva a risplendere con una strana
brillantezza. «E se però...» si risentì nuovamente Zaltèro
ragionare. «No, non può essere... eppure?... Non può essere, no; ma se nonostante tutto ciò fosse così?...»
Intorno a lui si fece silenzio; un silenzio perfettamen-
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te mimetizzato dall’attesa in cui si erano tutti immersi
nel tentativo di capire qualcosa da quel soliloquio impetuoso.
Zaltèro si avvicinò a Xalemèe e le disse: «Amica
mia, Voi amate molto i racconti. Vi ho osservato fin da
quando Vi conosco, in ogni ricordo che conservo di Voi.
O raccontate delle storie o fate domande sulle antiche
leggende.
Vedete questo corno? Era della mia amata Albynna.
A lei non serve più, a nessuno di noi può ancora servire,
se non a Voi.»
«A me? Perché proprio a me, caro Zaltéro?»
«A Voi amica mia, perché il corno di cristallo è il
depositario delle Memorie del Tempo.
Albynna ne era la custode, ma una volta ferita, una
volta spezzato il corno, i ricordi pian piano si perderanno, svaniranno nell’oblio, a meno che...»
«A meno che?»
«A meno che un nuovo Raccontatore non lo attivi e
non lo conservi con cura. Io credo che Voi Xalemèe
siete stata scelta per essere il nuovo Raccontatore della
nostra generazione.»
«Sono stata scelta?! Io?! E da chi, caro amico? Da
chi sono stata scelta per questo incarico così gravoso?!
Io, poi...»
«Dalla Dea Mnemòsine, da chi altro? Soltanto la nostra protettrice ha il potere di proporre o incaricare un
nuovo Raccontatore.
Nessun altro può farlo, Vi assicuro.
Comunque, Vi chiedo solo questo: prendetelo in mano, e vediamo cosa succede; se ho ragione o no. Ma se
ho ragione allora sappiate che abbiamo ancora un’altra
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opportunità di trovare Albynna.»
Intrigata dalle parole sentite, Xalemèe si chinò per
prendere lo splendido frammento di cristallo, lo acchiappò e raddrizzandosi aprì delicatamente la mano.
Guardava stupefatta.
Una penna, non un corno, non c’era più il corno che
giaceva per terra, ma un calamo, un calamo di diamante,
brillante come la bacchetta di una Fata, leggerissimo
come il tocco delle nuvole...
«Visto? Ve l’avevo detto! Ve l’avevo detto! Avete
visto che ho ragione? Vi avevo detto che solo a Voi può
servire, e non mi sono sbagliato, vero?
È magico sapete?
Avevo notato che più Vi avvicinavate ad esso e più
brillava, perciò ho cominciato a sospettare che potesse
essere Vostro; soprattutto per la curiosità e l’amore che
nutrite verso le storie e le leggende dei nostri antenati.
Avevo sperato quindi che nelle Vostre mani si sarebbe
attivato.
Ora che sappiamo che è così, Vi posso ancora dire
che Voi potete chiedergli ogni cosa, senza alcun timore.
La storia di tutto l’Universo è ora nelle Vostre mani.
Tutto il nostro inizio, tutto il nostro passato. Spetta a Voi
conservare il nostro avvenire nei ricordi dei nostri discendenti; fino al giorno nel quale un Vostro erede,
scelto, Vi sostituirà.
E che gli Dei ci proteggano da altri incidenti come
questo appena accaduto! Perché in tal caso si vedranno
Loro un’altra volta nella situazione della scelta di un
nuovo custode delle Memorie. Ecco! Adesso lo sapete.
La magia di tutti noi svanirà col tempo, ma la magia
del corno di cristallo, cioè del Diamante del Racconta-
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tore, durerà in eterno o almeno finché ci sarà vita su questo pianeta. Per raccontare, per ricordare.
Vi prego, incantevole Xalemèe, fatemi questo immenso favore: chiedetegli dove si trova Albynna! Che
cosa n’è successo.
Possibile che non si tratti di un ricordo conservato,
perché il corno era già spezzato nel momento in cui lei
è sparita, ma per il legame occulto che il depositario
mantiene per sempre con i suoi Raccontatori, vorrei
tanto sperare che una sua risposta, qualsiasi essa sia, a
noi, in questo momento soprattutto, possa rivelarsi utile.
Estremamente utile.»
Zaltèro indietreggiò di qualche passo e senza pensare due volte, di fronte alla sconcertata Xalemèe, fece
un profondo inchino; profondo e prolungato dall’ardore
della sua brama.
«Vi supplico, Vi scongiuro, chiedeteglielo! Se Voi
siete davvero il nuovo Raccontatore, sappiate che una
volta in possesso del Vostro Calamo Custode e in armonia con lui Vi sarà svelata, a Voi e soltanto a Voi, ogni
cosa, ciò che nessun altro può vedere, può sentire oppure udire.
«Ma come funziona?»
«Dovete scoprirlo da sola, nessuno Ve lo può dire,
perché nessun altro lo sa. C’è dentro di Voi il potere di
controllarlo, e spetta solo a Voi attivare questo potere.
Vi supplico, amica mia, fate uno sforzo!
Trovatela, finché non sarà troppo tardi.»
Xalemèe girava fra le dita quel misterioso arnese
magico, desiderosa di aiutare. “Questo è l’oggetto più
semplice che mi sia mai capitato fra le mani a pensarci
bene; stupendo per quanto semplice, ed è proprio in que-
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sta semplicità che io mi ritrovo persa. Che cosa si può
fare con un calamo, certo a parte scrivere? Se solo lo
sapessi… Chissà, disegnare forse?”
Si mise a tracciare segni sulla terra, poi su una roccia, ma presto capì che tutto era inutile; ovviamente non
era quello il modo in cui l’avrebbe dovuto usare.
Pensò di conseguenza che se magari avesse avuto
dell’inchiostro... però l’inchiostro non c’era.
“Qui serve un po’ di magia.” si disse “Ma temo che
la mia, da sola, non basti.
Per quanto io possa essere brava nell’incantare attraverso i racconti, devo ammettere che su questo Calamo
le mie parole non fanno effetto.”
E allora si alzò e fece cenno alle sue amiche di avvicinarsi.
Subito intorno a lei si unirono altre sei donzelline:
Teykra, la sua amica di cuore, una ragazza elfica, minuta
e pallida come un fiocco di neve fu la prima ad arrivare;
era frizzante e visibilmente interessata al nuovo dono ricevuto da Xalemèe.
La sua magia era il canto; lei, attraverso il suono della
sua voce, incantava fino al punto in cui il soggetto era
completamente ipnotizzato, diciamo totalmente in balia
della ragazza.
Nemmeno quella magia provata e riprovata fu in
grado di far funzionare l’assai capriccioso aggeggio.
«Ma che, siete impazzite per caso?!» le chiese
Aryanna sbellicandosi dalle risate, «Fare le serenate a
un calamo! Ma non ci posso credere. Ciò che ho appena
visto non è reale, vero?»
«Perché, Voi conoscete qualche magia più efficiente, più adeguata magari? Sì?! Forza, allora! Io non
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ne conosco un’altra a parte la mia, e finora mi ha sempre
funzionato. Se Vi sentite più brava, dimostratelo!»
«Ma nemmeno ci penso a provare, cara amica. Nessuno è più bravo di Voi nel cantare.
La mia arte, la conoscete, ora non volete mica chiedermi di tessere un abito nuovo a un calamo perfettamente addormentato!
Perché non chiediamo allora anche a WéChara di
ballare un sirtaki per il nostro amico?! È ovvio che non
può essere questa la soluzione, non Vi pare?»
«Tentar non nuoce, no?» intervenne Hella, una ragazza Nana, nera come il carbone, di un fascino e di
un’agilità assolutamente uniche. «La mia magia sta
nello sguardo; io posso cambiare la struttura della materia soltanto con uno sguardo, e questo lo sapete.
Tuttavia, anche io sono convinta che non vi sia utile
questo mio dono, ma se Vi può in qualche modo tranquillizzare, Xalemèe, volentieri...»
«Ci siamo perse qualcosa?» domandarono all’unisono Perla e Yuwtar, le ultime due arrivate.
Ma Xalemèe non sentiva più le sue amiche bisticciare; il suo pensiero ormai liberato da tutte le domande
cominciò ad allontanarsi volando via verso la loro amica
Albynna.
D’un tratto, davanti agli occhi, le apparve l’immagine di quella sfortunata tra le zampe di quattro enormi
Zanzare Morregane che faticavano assai mentre la sollevavano per portarla via in volo. Un velo di luce scivolosa la avvolgeva rendendo alle Zanzare il compito
molto difficoltoso.
Ma alla fine, pur sfinite parecchio, loro riuscirono a
portarla in una grotta e a occultare la sua presenza con
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una rete melmosa. Xalemèe si chiedeva che posto potesse essere quello e immediatamente l’immagine si focalizzò su dei nidi di Pipistrello.
“Quindi, Albynna è stata portata nella Grotta dei Pipistrelli. Interessante. Ed è stata nascosta lì fra le rocce.
Ancora più interessante, direi.” pensò elettrizzata.
“Questo sì che ci può servire a saperlo.
Ah, ma come sono brava, io.
Cara fanciulla dagli occhi d’argento, non dovreste
mai dubitare delle Vostre capacità. Oh, grazie, grazie,
ma come siete gentile.” continuò lei a complimentarsi,
mentre la visione spariva all’improvviso nello stesso
modo arcano in cui le era apparsa, lasciandola per un
momento in uno strano stato di confusione; e seppur parecchio scombussolata, scattò in piedi come spinta da
una molla.
«Penso di aver appena visto Albynna!» urlò quasi,
senza rendersi conto di farlo.
«Avete visto... chi?» le ragazze le saltarono addosso.
«Come avete visto Albynna? E dove? Forza, raccontate! Non ci tenete sulle spine, Xalemèe! Parlate!» Ma
quella volta Xalemèe ignorò le sue amiche e corse in
fretta da Zaltèro.
«Penso di aver appena visto Albynna.» pronunciò di
nuovo dopo essersi trovata di fronte a lui. «Suppongo
fosse sotto la protezione del Vostro incantesimo, Zaltèro, ma era portata via da quattro Zanzare Morregane e
nascosta nella Grotta dei Pipistrelli. Ancora viva, ma
sofferente.»
Zaltèro le chiese di raccontargli la visione in modo
più dettagliato, dall’inizio alla fine, e Xalemèe lo fece;
una volta e un’altra, e un’altra ancora, finché i suoi
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amici la impararono a memoria, parola per parola, e
quando Zaltèro gliela chiese di nuovo, furono loro a raccontargliela, esattamente intonata e senza il minimo errore.
Il principe provò a fare il punto della situazione.
Quella notizia lo riempiva di entusiasmo; gli infuse
un coraggio mai avuto; gli ridava finalmente le speranze
quasi perdute.
“Albynna è ferita, lo sapevamo, ma è viva ed è questo ciò che conta. Xalemèe ha visto dei nidi di Pipistrello, ciò che ci porta nella loro grotta. Ora ti ho trovata, amore mio; resisti, vedrai che ti salverò.”
Intorno a lui iniziarono i festeggiamenti; canti, danze, risate riempivano l’aria.
Quasi tutti celebravano quel raggio di sole che aveva
illuminato i loro cuori; la notizia che Albynna era ancora
viva. Quasi; ma non tutti, perché un po’ in disparte, tre
Nani strettamente raggruppati discutevano febbrilmente
gesticolando piuttosto agitati e questo fatto sembrava
parecchio strano a Zaltèro, il quale li osservava preoccupato da un po’ di tempo; poi, quando il suo sguardo
incontrò lo sguardo cupo di quello che gli stava di
fronte, tutti e tre si girarono verso di lui. Fu un momento
di panico fra di loro, fin quando un altro si staccò leggermente dal gruppo e si rivolse al principe con la voce
esitante:
«Quale?»
«Quale che cosa, mio caro Xertur...? Che cosa Vi
turba in questo momento di gioia?»
«Zaltèro, perdonateci, non vogliamo sembrare dei
guastafeste, ma noi siamo Nani di Totem Pipistrello,
come ben sapete, e conosciamo tutte le dimore dei nostri
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fratelli. Abbiamo appena fatto i conti, e fra le montagne
di Gaiyanna, abbiamo contato ben ventinove grotte abitate dal nostro popolo. Qual è la Grotta dei Pipistrelli
dove è stata portata la nostra amica? Verso quale delle
ventinove dobbiamo andare per salvarla?»
«Ventinove grotte dei Pipistrelli?!? Voi dite, VENTINOVE!?»
La voce straziante di Zaltèro fece arrestare tutta l’allegria.
«Ventinove, sì. In tutte le montagne. Stavamo giusto
per tracciare una mappa, ma sono troppe, e in più troppo
lontane fra di loro. Come ci dobbiamo organizzare a
questo punto?»
«Non ce la faremo mai, vero? Per controllare tutte le
grotte non ci basta il tempo che ci è rimasto. Come facciamo adesso?»
Senza indugio, il silenzio si stese sulle loro teste
come una coperta di lana pesante, attutendo persino i bisbigli e i respiri e i pensieri ormai impediti. Sembravano
tutti parte di una scena statica, né il fremito di una foglia,
né una brezza di vento. E da questa immobilità inveterata una macchia bianca si staccò di scatto e avanzò veloce verso il principe scoraggiato.
«Per primo, smettiamo di lamentarci; e smettiamo
pure di suggestionarci a vicenda che tutto è ormai perduto.»
Teykra parlava decisa come nessuno l’aveva mai
sentita parlare. «Fin quando respiriamo, non è tutto perduto, chiaro? Albynna è in vita, okappa? E si trova in
una grotta dei Pipistrelli, okappa? Dite che ci sono ventinove grotte? O-kappa! Xalemèe cercherà di produrre
un’altra visione.» Senza fermarsi un attimo si voltò
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verso la sua amica: «Dai Xalemèe, sapete che ce la potete fare, mostrateci la Vostra bravura! Nel frattempo,
noi pensiamo ad altre soluzioni. Sveglia tutti! Sveglia!
Sveglia! È finita la vacanza! Dobbiamo lavorare. A chi
altro possiamo chiedere aiuto?»
«Alla Dea Mnemòsine?» tentò di farsi coraggio,
Zaltèro.
«Alla Dea Mnemòsine.» ripeté lentamente Teykra,
«Si potrebbe anche fare, ma dobbiamo essere sicuri che
non abbiamo altre soluzioni. Conosciamo tutti le regole.
Soltanto come ultimo soccorso; e soltanto se l’intervento diretto di un altro Dio ci ha messo precedentemente in difficoltà; altrimenti saremo noi puniti; e di
questo non abbiamo bisogno, vero?»
«Alle Fate Madrine? Che ne dite?» si aggiunse al dibattito Perla, un’Elfa timida dal gruppo intimo di
Xalemèe. «Non c’è alcun altro che ci possa aiutare a
parte loro. Soltanto loro hanno il potere Supremo su
Pangeria.
A pensarci bene sono loro le Sovrane assolute di
questo pianeta, dopo Mnemòsine certamente.
Ma l’unico problema è se qualcuno conosce il procedimento per invocarle.»
«Io no di certo.» disse Aryanna.
«Io invece...» riprese la parola Perla, «ricordo di
aver letto qualcosa al riguardo, ma solo questo ricordo;
che cosa avevo letto invece, non ricordo più.»
«Anche io so di essermi imbattuta in una leggenda
sulle Fate Madrine, ma guardate che è strano, non ricordo una virgola nemmeno io.» disse Hella.
«E c’è una leggenda, infatti...» attaccò Suri, «...che
avevo sentito quando ero insieme ad Elio e Xalemèe in
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visita nelle Terre delle Lucciole.
Una Strega assolutamente originale che abita lì, proprio dentro la Foresta dei Sogni ce l’aveva fatta conoscere.
Si racconta, almeno secondo quello che sostiene
questa Strega, che le Fate Madrine sono gli unici esseri
divini scesi su Gaiyanna direttamente nella loro forma
divina, e non attraverso la Scissione; tredici Dee Fate
della seconda generazione per tutelare il più importante
progetto olimpico, il Giravite.
Ma c’è qualcuno di Totem Lucciola a conoscenza di
questa storia, per caso?
Nessuno?!
Allora ve lo racconterò io così come la ricordo ovviamente.
La dimora di queste Dee Fate è l’Eden, e la loro missione pare che sia quella di salvaguardare il nostro
mondo dall’interno.
Kamelia, la Strega di cui vi parlavo, ci ha anche spiegato che le Fate Madrine si possono incontrare minimo
una volta in una vita e al massimo due volte, cioè: la
prima è quando loro registrano la nostra materializzazione, ovvero nel momento della nostra nascita da Semidei, occasione in cui ciascuna di loro, senza eccezione, offre un proprio dono al neomaterializzato.
A fare questi doni inizia sempre la Protettrice che
ognuno di noi chiama la propria Madrina, e che viene
decisa dalle Fate stesse, fra di loro, a turno.
La seconda volta invece l’incontro non è obbligatorio e pare che nella nostra generazione non si sia mai
verificato.» Suri si fermò; sembrava aver perso il filo
della storia.
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«E quindi?» si sentì subito il coro delle voci dei suoi
amici, fortemente incuriositi.
«Aspettate, oh! Ma avrò pure io il diritto di respirare,
no? E quindi, pare che per incontrarle una seconda volta
si debba arrivare al Lago di Cristallo...»
«Al Lago di Cristallo?» si meravigliò il coro.
«Sì, al Lago di Cristallo. Ci si deve tuffare dentro e
attraversare la Cascata, che significa, in parole povere,
arrivare fin dietro a quella tenda d’acqua bizzarra, che
scende dai giardini dell’Olimpo.
A ridosso della Cascata pare che ci sia un Tempio
particolare nel quale a noi è proibito entrare, però.
È di fronte all’entrata di questo Tempio che si
esprime un desiderio a voce alta, invocando il nome
della propria Madrina, dopodiché si lascia una pietra,
con la richiesta incisa sopra, dentro un vaso di giada situato alla base della più vicina colonna a destra. Si indietreggia a retromarcia; non si voltano mai le spalle a
quel Tempio, fin quando si arriva alla tenda piovosa da
dove si esce finalmente nel Lago.
Si torna poi alla vita di tutti giorni e si constata col
tempo che il desiderio espresso si è esaudito.
Vorrei aggiungere, se può essere d’aiuto, che Kamelia, alla fine del suo racconto ci aveva fatto delle precisazioni circa le varie circostanze che si possono creare
se a qualcuno venisse la voglia di ingaggiarsi in una tale
rischiosa impresa.
Per esempio: se la richiesta implicasse consigli o
qualche spiegazione, la Fata a cui si chiede udienza appare come in una visione per rispondere o per consigliare, negoziando però il suo aiuto e le condizioni da
rispettare del richiedente; ma, attenzione: in tal caso è
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assolutamente vietato raccontare sia l’incontro, sia la risposta ricevuta, altrimenti la punizione è il fallimento
assicurato; e pensate poi che non è affatto un gioco, visto che nel caso in cui il problema di cui si sollecita la
soluzione non è davvero importante il Lago chiude le
sue acque; non permette che qualcuno ci si tuffi.»
«E come fa un lago a chiudere le sue acque?
Mi pare inverosimile, un’affermazione del genere io
la trovo addirittura buffa, se mi permettete.»
Quello a parlare fu Loki, verso il quale, come al comando di uno schiocco di dita, si girarono tutte le teste.
«Ma vogliamo star zitti, per favore?! Per un attimo
facciamo finta di non saper parlare, d’accordo?! Almeno fin quando Suri non finisce la sua storia. Mi raccomando, zitti!» apostrofò Hella il suo fidanzato.
«Scusateci, caro amico» riattaccò Loki «Siamo un
po’ impazienti, come potete ben notare, ma anche ansiosi di sentire la fine della vostra storia. Continuate,
pure.»
«Ah, grazie, ma che gentilezza, mi date addirittura il
Vostro permesso!» scherzò il principe dei Lupi, ridendo
di gusto. «Bene! Mi sa che qui dobbiamo fare un ripassino, altrimenti... qualcuno... di nostra conoscenza, potrebbe addirittura pensare che non stiamo facendo niente
altro che perdere tempo nelle chiacchiere, futili bizzarrie da far ridere persino gli Orki.
Quindi: la Cascata che alimenta il Lago scende dalla
Montagna Solitaria, e lo sappiamo tutti che è la Cascata
dei Ricordi.
Già, solo questo dovrebbe dirci parecchio. Nel Lago,
le cui acque custodiscono i pensieri perduti, soltanto una
volta nella vita ci si può tuffare. E penso che fin qui sia
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tutto chiaro. Nel Lago ci si può tuffare per riprendere un
ricordo perduto di cui si ha estremamente bisogno, per
esprimere un desiderio, oppure ci si può tuffare, percorrerlo e attraversare la Cascata per consultare la propria
Fata Madrina.
Il tuffo nel Lago è un dono, un privilegio che si dovrebbe sfruttare con giudizio. Una sola risposta ad una
sola domanda; domanda di estrema importanza, perciò.
Se ci si vuole tuffare ancora un’altra volta, il Lago
non lo permette. E ci risiamo, ah, ah; è magico, ricordate? In tal caso la sua acqua diventa impenetrabile, diventa cristallo. Per questo fu chiamato il Lago di Cristallo. Ecco caro Loki, come fa un Lago a impedirVi il
tuffo.
Mi sono spiegato ora, sì?» Nei dintorni si sentivano
ghignate da tutte le parti.
«Comunque Kamelia ci aveva dato anche un altro
avvertimento, riguardo all’accesso al Lago; pare sia protetto da una cupola invisibile di magia estremamente potente.
La cupola, dice chi ricorda, per quello che afferma
la Strega, si apre solo se pronunciata una formula magica. E qui arriva il guaio, perché... la formula è sparita.»
«Ha ragione!» confermò Zaltèro. «Questa cosa la ricordo bene. C’è stata anche una riunione straordinaria
del Consiglio dei Ministri al riguardo. Ma nemmeno
così si è risolto qualcosa. Nessuno la ricorda più. In un
modo assolutamente inspiegabile, la formula è andata
persa.»
«Esatto!» riprese Suri il suo racconto.
«Per conoscerla quindi si devono interpellare le Fate
Madrine, ma per chiederla alle Fate Madrine si deve co-
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noscere la formula, e così eccoci entrati nel circolo vizioso più viziato che ci poteva capitare!»
«Fateci capire, Suri. Voi ora, dopo tutto questo bel
romanzo col quale ci avete deliziosamente intrattenuto,
ci dite che, comunque sia, sarebbe inutile tentare un
tuffo nel Lago? Che non possiamo farcela soltanto per
qualche strofa di qualche poesia dimenticata?» Teykra
faceva la furibonda. «Non accetto questa spiegazione!
Io non intendo abbandonare questo progetto!»
«Nemmeno io, se è per questo.» si unì Xalemèe alla
sua amica. «Dobbiamo partire per il Lago di Cristallo, e
sia quel che sia, magari strada facendo salterà fuori
qualche altro ricordo, o addirittura questa benedetta formula.
Ma non c’è tempo da perdere. Albynna deve essere
salvata a ogni costo, e non soltanto perché è la promessa
sposa del nostro amico Zaltèro e di conseguenza la nostra principessa, ma soprattutto perché le Memorie che
non ce l’hanno fatta in tempo a depositarsi in questo Calamo, per colpa dello sfortunato incidente devono essere
trasferite urgentemente qui...» e indicò nuovamente il
Calamo che teneva incastrato in una tacca della sua cintura, «... prima che sia troppo tardi, prima che si perdano
nell’oblio.
Questo trasferimento nessun altro può farlo, né Voi,
né io, soltanto Albynna.
Mentre voi ascoltavate la storia del mio tenerissimo
Suri, io sono riuscita a ottenere il percorso che dobbiamo affrontare, in più, ho abbozzato anche questa
mappa. Guardate!»
«Vuol dire che ormai avete fatto amicizia con il Vostro Calamo! Oh, Xalemèe, ma che gioia mi date! Pos-
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siamo riprendere le speranze, quindi. Vediamo la Vostra
mappa, cara!» disse allegro Zaltèro e si mise di fronte a
un disegno, accuratissimo, dell’intera Pangeria, eseguito su un generoso pezzo di tela; “... sicuramente rimediato da Aryanna con la sua sorprendente magia.”
pensò lui, “Altroché abbozzo! Eh sì, questo è tutto
tranne un abbozzo”.
Pangeria vista dall’alto; ma non quella Pangeria che
conoscevano tutti, non quella, no. Quella non c’era più.
Sulla mappa, Xalemèe aveva tracciato tutti i particolari della nuova Pangeria; nuova, ferita, interamente
sgretolata. La corona delle dodici montagne e dei dodici
Regni; le valli attraversate dal fiume Jiin; la Montagna
Solitaria con il Lago di Cristallo; la Foresta dei Sogni
con al centro quell’Albero famoso; i palazzi e il Tempio
delle Unioni; le porte dell’Eden; le colline e le brughiere, il Raduno degli Unicorni... i punti di collisione
in cui il Quindente aveva trafitto la terra; le crepe che si
erano prodotte; ed era indicata con una croce persino la
loro posizione. «Magnifico, Xalemèe cara! Voi non
siete un’Elfa, amica mia, Voi siete una Maga! Davvero.»
«Fatemi vedere!» si sentì subito strillare un’altra
Elfa agilissima nonostante la sua robustezza.
«Ehi, Yuwtar, ma non spingete così, ecco venite al
mio posto; da qui potete vedere meglio.» e Aryanna si
spostò di lato per lasciarla passare.
«Non ci credo! Come avete fatto Voi questo capolavoro? Voglio saperlo! Voi che non riuscivate a fare la
bozza di un uovo. Come l’avete fatto?»
«Eheheh! Questa è tutta invidia sorella.» si fece una
risatina Xalemèe. «Ma cosa credete? Che Vi ho superato
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per caso? E che ne so io del disegno, sono soltanto stata
ispirata. Fatemelo fare un’altra volta e vedrete allora che
capolavoro!...»
«Noi ci troviamo in questo punto quindi…» incominciò Zaltèro i suoi famosi ragionamenti a voce alta.
«...Praticamente al centro di Pangeria. Per arrivare al
Lago di Cristallo che ... vediamo, ah, è proprio qui, mi
seguite, vero? Dyon, amico mio, Voi siete il principe di
un popolo del Mare, esperto nella navigazione; mi date
una mano, per favore? Ecco! Si, lì siamo noi; un palmo
alla vostra sinistra, lievemente in discesa c’è il Lago di
Cristallo. Non sarebbe tanto lunga la strada da fare, ma
ci sono questi segni che non riesco a decifrare. Xalemèe,
se non Vi dispiace, chiariteci Voi.»
«Devo farlo, vero?...
Dunque... qui siamo noi e qui è il Lago.
La strada è questa che attraversa la brughiera; poi c’è
la valle da dove si può valicare il fiume; ma poi la terra
è spaccata, questo segno a zig-zag indica una crepa profonda, non sarà facile arrivare oltre e, comunque, oltre
nemmeno vale la pena andare perché questi altri segni
che vedete qua, questi ammassi di croci, indicano che
quelle terre, quasi fino al Lago, sono contaminate, che
sono già nelle mani dell’esercito morregano.
A questo punto, arrivati al fiume ci conviene continuare fino al Lago in volo.
A mio parere l’unica strada percorribile e la più
breve è questa; anche se molto rischiosa, a dirla tutta.»
«Concordo!» disse Dyon ancora col naso affondato
nella mappa a confrontare i vari percorsi. «In ogni caso,
io trovo strana questa situazione. Con il ritiro dell’Impero le terre sarebbero dovute rimanere deserte; magari
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qualche ribelle o qualche Elfo conservatore a cui andasse meglio morire che lasciare la propria terra; i Nani,
che cocciuti come sono... senza alcuna offesa, sì?... non
abbandonerebbero mai le loro montagne nemmeno se
dovessero morire cento mila volte di seguito; qualche
sbadato o qualche ignorante della legge, in ritardo alle
feste e sorpreso troppo lontano per arrivare in tempo al
Rifugio... noi che abbiamo scelto il pellegrinaggio di
soccorso... ma l’esercito morregano, qui su Pangeria...
non trovo il senso.»
«Infatti! Non c’è alcun senso in questa invasione
morregana. Quel conflitto divino fra Zeus e Morregan
avrebbe dovuto consumarsi nell’Olimpo, nei piani
astrali.
Perché implicare Pangeria nei loro perpetui alterchi?
Pangeria poi, che sarebbe dovuta essere in questa prima
fase del progetto, almeno, la simulazione di una convivenza armoniosa, totalmente pacifica.
E poi noi non c’entriamo nulla né con Morregan né
con Zeus, non è così?»
«Non c’entriamo no, amore mio, Suri! Anzi, se vogliamo essere più precisi: Morregan non c’entra un fico
secco con noi, e Zeus ugualmente.
Mnemòsine avrebbe dovuto intervenire; mi chiedo,
che cosa potrebbe trattenerla per farlo? Magari è innamorata di uno dei due?»
«Di Morregan, forse? Altrimenti perché avrebbe permesso che lui portasse un esercito su Pangeria? Le Zanzare, i Zuzzurri...; Avevo sentito che usa come spie una
specie di Mosche Chimere, e poi quegli orrendi Orki.
Vergognoso!»
«Vuoi dire schifoso, cara Hella. E scommetto che
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avrà pure altri mostri ugualmente ripugnanti. Chissà che
vorrà mai ottenere!»
«Che vorrà ottenere? Xalemèe, ma è ovvio! Morregan vuole fare dispetti a Zeus! Provocarlo forse!?»
«Loki ha ragione, secondo me. Vuole provocarlo.
Sapete, non è da tanto che le prime Zanzare Morregane
si sono fatte vedere da noi; ma quando avevo sentito per
la prima volta quella puzza nauseante del vento Portarogne che preannuncia puntualmente il loro arrivo,
avevo vomitato per tre giorni. Mi ero snellita a meraviglia. Poi ci è stato consigliato di evitare le uscite in caso
si sentisse quel fetore famoso e mi son ripresa la forma.»
«E non c’è alcuna differenza fra Yuwtar meravigliosamente snella e la sempre formosa Yuwtar. Preferisco
la prima quanto la seconda.» disse Dyon stringendosi fra
le braccia la fidanzata arrossita per l’inaspettato complimento.
«Se vogliamo ritornare ai piani di viaggio...» Zaltèro
riprese di nuovo le redini della discussione, deciso, inflessibile. «... Io ho riesaminato tutte le informazioni che
abbiamo raccolto finora.
Nessuno conosce il motivo per il quale questo Dio
delle Oscurità, dell’Oblio Immediato si trova su Pangeria.
Possiamo fare soltanto congetture.
Non sappiamo se ci darà la caccia, come invece sembra ovvio agli amici andati in ritiro, e nemmeno ci possiamo permettere di mostrarci tanto incoscienti da sperare che ci farà passare senza impedirci in alcun modo;
e quindi ho riflettuto su come affrontare questa situazione.
Il tempo ci pressa.
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Usare i Totem alati per attraversare il bosco brulicante di mostri a noi poco conosciuti implicherebbe
abusare delle nostre magie e consumare le nostre energie inutilmente; all’aperto saremmo più esposti e non
potremmo mai passare inosservati così numerosi come
siamo.»
«È vero! A questo non abbiamo pensato. E che proporrete allora? Qual è il Vostro piano?»
«Dividerci! Dobbiamo dividerci Suri, subito; dividere noi e dividere anche i nostri compiti.»
«Ma noi vogliamo seguirVi, non potete chiederci
questo, non è giusto Zaltèro.»
«Invece lo è. Non sappiamo se disponiamo di abbastanza tempo per salvare Albynna e raccogliere da tutti
i Regni i superstiti per poi metterli in salvo. Rischiamo
di fallire in tutto.»
«Dal modo in cui lo dite a me sembra che sapete
bene che cosa volete fare. Senz'altro avete già un piano
in mente. Oltre a seguirvi incondizionatamente io Vi
darò tutta la mia fiducia. Quindi, quale è questo piano,
di preciso?»
«Albatros, fratello, siete l’Elfo più di poche parole
che io conosca. Mi onorate e Vi ringrazio per questo.
Ora vi spiego.»
Zaltèro abbassò la testa finché la Collana che gli era
stata regalata da suo padre cadde a terra. Lui indietreggiò di qualche passo.
«Pur riconoscendo di non averla mai usata e di non
saperla minimamente usare, vorrei tuttavia sperimentare
una mia teoria.
Qui siamo quattro popoli nanici e nove popoli elfici
di cui uno appartenente alla magia di centro. Vi chiedo
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la gentilezza di disporvi in gruppi a seconda del popolo
a cui appartenete.»
Immediatamente, sul posto si formarono tredici importanti gruppi compatti. Zaltèro si trovava in mezzo ad
uno di essi accanto a Xalemèe; al centro la Collana ancora a terra e intorno a loro i due popoli.
«Prima di ogni cosa dobbiamo formare una nostra
squadra di guerrieri.» prese lui la parola. «Quelli che sapete di possedere abilità particolari nelle arti marziali ritiratevi dietro al vostro gruppo...
Ma come? Soltanto Voi, Perla cara, non sapete usare
le arti marziali?»
«Boh, le so usare, ma non mi distinguo tanto, ecco;
tutto qua.»
«Ma... Davvero siete tutti così bravi?... Allora facciamo diversamente. Cioè per forza dobbiamo fare diversamente.
Quelli che non hanno mai subito una sconfitta,
escano fuori dai gruppi e si organizzino per difendere le
partenze, gli altri invece rimarranno ciascuno all’interno
del proprio gruppo per assicurare la difesa del popolo a
cui appartiene, in caso di bisogno.
Con me verranno al massimo dodici fratelli Unicorni
e soltanto un rappresentante di ogni popolo. Decidete
voi chi verrà, dovrebbe essere una vostra scelta, non una
mia.»
Non finì bene di pronunciare le ultime parole che il
gruppo dei suoi accompagnatori era già formato:
Sei coppie di Unicorni si strinsero più vicine a lui,
mentre gli altri indietreggiarono per far spazio ai tredici
rappresentanti che si aggiunsero a loro:
Xalemèe dei Draghi e Suri dei Lupi;
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Aryanna dei Ragni;
Hella delle Salamandre e Loki dei Serpenti;
Perla delle Lucciole e Albatros dei Gabbiani;
WéChara dei Felini e Lorys dei Coccodrilli;
Teykra dei Cigni e Xertur dei Pipistrelli;
Yuwtar dei Dugongo e Dyon dei Delfini.
«Bene, questa è fatta!
Ora siamo arrivati a una grande prova. Là dove vado
la Collana non mi serve più e là dove andate non vi sarà
di alcuna utilità ugualmente. Se ha un valore, suppongo
possa averlo soltanto qui e in questo momento.
Facciamo le file dei gruppi che abbiamo formato, disponendoli intorno ad essa. E pronunciamo il giuramento dell’amicizia eterna.
L’ho già preparato.
Aprite le menti!
Cominciamo:
«Io, Anima scissa fra Cielo e Terra, giuro di rispettare il patto di fratellanza che ha sempre unito
me ai miei fratelli e alle mie sorelle.
Io, seme di questa terra su cui giace la Collana
Sacra, dono divino di vita e di libera scelta, testimone
di amicizia, di legame d’amore, di sacrificio e di questa alleanza, giuro di rimanere leale alla mia missione.
Io, prova di ciò che ero, di ciò che sono e di ciò
che sarò, giuro di guardare il Cielo e ricordare la mia
casa; giuro di guardare la Terra e ricordare la mia
promessa; giuro di guardare il Fuoco e ricordare il
mio amore; giuro di guardare l’Acqua e ricordare il
mio dovere; e giuro, in ogni brezza, di ricordare che
non sono mai solo.
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E sia che la memoria della terra in cui ritorneremo e ritorneremo da qui fino alla fine del Giravite,
ci ricordi questo patto di alleanza, di amicizia e di
amore!
Ora e per sempre!
Shùnnega és Bùnnega!»
Il giuramento fu fatto; e fu pure sigillato.
Nel lungo silenzio che seguì, le tredici sfericciole di
luce che tenevano uniti i cinque simboli della Collana,
si alzarono pigramente sopra le loro teste sbigottite. Rimasero in aria per qualche istante vorticando al rallentatore, e poi, una per una, come quando si prende di mira
un bersaglio, si slanciarono verso le tredici fronti che
avevano scelto.
Una per ciascun popolo.
I tredici nuovi principi scelti furono invitati a presentarsi al proprio popolo, che ognuno avrebbe dovuto
portare in salvo sulle terre d’origine. Zaltèro si complimentò con loro, poi, grave come le circostanze gli imponevano, dispose: «È ora che ciascuno si crei dei talismani promemoria; riferimenti in grado di ricordarci chi
siamo, da dove veniamo, il patto che abbiamo firmato
con la nostra parola. Ospitare i nostri fratelli al bisogno,
condividere con loro il cibo e garantire loro il soccorso
è stata una nostra libera scelta. Ricordiamola.»
Improvvisamente Zaltèro fu preso dall’angoscia del
dubbio.
“Dobbiamo tener conto che presto tutto questo potrà
sembrare dimenticato.” pensò. “Durante questo viaggio
diventeremo mortali, esseri infinitamente piccoli, di
vane ambizioni, di poca memoria, imprigionati in una
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materia pesante, facilmente corruttibile; e allora non
sarà difficile tradirci o venderci se questi ricordi saranno
perduti.”
In quel momento, più che mai, si convinse che la
memoria era rimasta l’unica loro salvezza; e sentì un infrenabile bisogno di avvertire tutti al riguardo.
«Amici miei, la memoria di chi siamo, in standby o
attivata, ce la porteremo dentro per sempre, come essenza di noi stessi.
Mi raccomando, eh... Tutti. Dobbiamo cercare sempre di ricordare chi siamo; almeno questo non lo dobbiamo mai dimenticare.»
Molti di loro avevano già iniziato i preparativi, molti
altri tergiversavano ancora nel farlo, ma presto anche
quelli furono obbligati a muoversi perché i loro popoli
avevano già organizzato le partenze.
In questo tempo, raccogliendo dal suolo i cinque
simboli rimasti sul filo della Collana per rimetterli al
collo di Zaltèro, Xalemèe notò qualcosa di strano inserito in uno di essi. Curiosa com’era, cercò di capire di
che cosa si trattasse; ma per una casuale sfortuna o per
la sua maldestrezza, o soltanto per uno sbaglio risultante
dalla sua frettolosità, staccò il sigillo a forma di chiave
che teneva incastrato un pezzo di pergamena in quel
simbolo. La pergamena le scivolò nel palmo.
E allora lei lesse: ‘Colui che ricorderà, non potrà
più raccontare; chi invece potrà raccontare, non ricorderà più.’ “Una profezia.” pensò rileggendola attentamente. “Una profezia fissata a una chiave nel simbolo
della libera scelta... Deve pur avere un significato tutto
questo... L’avevano letta le Fenici... ricordo bene. Potrebbe essere un tranello come potrebbe essere qualcosa
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di sorprendentemente ovvio. Ma ora non c’è tempo.
Questo enigma però, lo risolverò più tardi.” si disse infilando la pergamena dentro la sua sacca e si unì a Zaltèro impegnato negli ultimi saluti:
«Mi raccomando...» strillava lui di continuo, «Ricordatevi chi siete! Non lo dimenticate!»
Gli ultimi a lasciare il posto furono proprio loro: Zaltèro, i suoi accompagnatori e il piccolo esercito guidato
da Suri.
Con le Poktoàve ai piedi, camminavano veloci come
se volassero. Non sentivano affatto la stanchezza, nonostante la strada fatta fosse all’incirca quattro volte più
lunga di quanto avevano preconizzato di fare fino alla
prima sosta. In prossimità delle acque però, si fermarono comunque.
Ed esattamente come avevano ipotizzato, per attraversare la brughiera non incontrarono alcuna difficoltà;
alcun impedimento nelle valli fino al fiume; tutto filò
liscio, e questo cominciò a insospettirli.
Erano affamati e assetati, più che altro.
Dovevano riposare; e ragionare; e valutare la situazione.
Dovevano assolutamente farlo.
Dall’incidente di Nettuno, dopo quel breve periodo
di buio, la notte non era più calata su Pangeria.
Il giorno si era allungato in un modo assai inusuale.
Ma già da poco prima della loro ultima partenza, la sera
sembrava cominciasse a fare i suoi primi passi; e per il
fatto che durante tutto il viaggio non era scesa più di
tanto, i nostri protagonisti capirono che il Crepuscolo
era stato ormai attivato e quindi per loro i conti a rovescio erano iniziati.
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«Ci serve sapere di quanto tempo disponiamo,
Xalemèe.
E dobbiamo sapere anche fin quando dureranno le
nostre magie, e se voi bipedi potrete usare ancora i vostri
Totem; ma soprattutto, la posizione di Albynna. Cercate, amica mia, di produrre qualche altra visione che
possa esserci d’aiuto, se Ve la sentite, o... quando.»
«Anche subito, non c’è tempo per indugiare, io
credo; farò tutto quel che posso.»
Xalemèe si allontanò dal gruppo e quando contò di
essere abbastanza appartata si sedette a terra, prese il calamo in mano e chiuse gli occhi; cominciò a inviare i
suoi pensieri a forma di immagini sempre più chiare
verso la Dea Mnemòsine, pregando aiuto e chiaroveggenza.
Intanto Suri, che l’aveva vista isolarsi, le si avvicinò
furtivamente restandole accanto a sorvegliarla.
Molti si erano dispersi per cercare cibo e far pieno
di acqua; fra loro c’erano anche Albatros e Perla.
Innamorati e distratti dalla passione dei loro sentimenti non si accorsero di essersi distaccati un po’ troppo
dai loro amici. Camminavano lentamente avvolti nella
loro timidezza, lungo la riva del fiume, su un sentiero
quasi vergine, appena distinguibile fra le foglie folte
delle piante che abbondavano nella zona.
Un passo troppo esitato e il piede scivolò; Perla sparì
tra le onde tumultuose tirandosi appresso il fidanzato nel
tentativo disperato di aggrapparsi a qualcosa. Un bel bagno si fecero loro due, lasciandosi per un po’ trasportare
dalla corrente; e quando finalmente si ripescarono,
quella timidezza che prima li teneva piuttosto distanti
non c’era più; e loro sembravano felici più che mai.
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In tutto questo tempo Suri era rimasto ad osservare
Xalemèe ancora impegnata a produrre una visione. Lui
la guardava affascinato, quando, la vide agitarsi improvvisamente, alzarsi di scatto e chiamare angosciosamente
aiuto.
«Venite, presto! Venite!» Lui corse subito da lei.
«Amore che avete visto? Che Vi succede?» le chiese
Suri mentre tutti si raggruppavano intorno a loro.
«Albatros, ditemi dove è Albatros! Albatros e Perla!
Dove sono?»
«Erano con noi poco fa, giù al fiume; dovrebbero arrivare a momenti.» risposero le voci dei loro amici appena arrivati.
«No, al fiume no! Che qualcuno vada a cercarli!
Anzi, no! Andate tutti. È vitale. Dobbiamo trovarli, entrambi. Presto, andate!»
Xalemèe, rimasta da sola con Zaltèro, approfittò di
quel momento per aggiornarlo riguardo alle ultime informazioni raccolte.
«Questa volta la visione è stata molto intensa, più
complessa. Avevo chiesto aiuto alla Dea Mnemòsine, e
non immaginavo che ottenerlo sarebbe stato così facile.
La Dea è apparsa preoccupata, quanto vedete ora preoccupata me.»
«Che state dicendo, amica mia? Se è apparsa Mnemòsine significa che un altro Dio, e non può essere che
Morregan o qualche suo complice è intervenuto per recarci danno; e quindi significa pericolo, grave pericolo
per noi.»
«Esatto! E ribadisco, la Dea era preoccupatissima.
Mi ha però confermato che il Crepuscolo è stato attivato, e ha provato a tranquillizzarmi aggiungendo che lo
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hanno programmato al massimo incarico, cioè di sette
giorni; significa che abbiamo a disposizione un periodo
di adattamento corrispondente a sette dei nostri soliti
giorni, ma che questo periodo potrà sembrare molto più
lungo a quelli che si allontaneranno dal centro verso il
Mare, qualsiasi direzione essi prenderanno.
Ci troviamo all’inizio del primo giorno; e... guardate
qui: Mnemòsine ci ha donato questa clessidra per aiutarci a contare il tempo rimasto.
Riguardo ad Albynna, siamo stati consigliati di fare
attenzione ai nostri desideri e di chiedere la guida del
Turul.»
«La guida di Turul? Cioè andare alla Foresta dei Sogni?»
Zaltèro distese veloce la mappa, pensando.
“Il Lago si trova sulla strada verso la Foresta. Se dobbiamo andare alla Foresta la sosta potrebbe essere il
Lago.” E mentre lui faceva quei ragionamenti Xalemèe
riprese il suo discorso.
«Dovete sapere però... mi ascoltate, vero?»
«Sì cara, parlate pure!»
«Se l’ultima visione che mi è stata concessa è vera,
allora dobbiamo partire subito, perché quei due spregevoli Dei, Kezir e Murduk, conoscono i nostri piani; in
più, hanno istigato i Zuzzurri contro di noi e loro a loro
volta hanno già mobilizzato una parte dell’esercito morregano, per assalirci.»
«Ma come fanno loro a conoscere i nostri piani, questo mi pare impossibile, non può essere.»
«Oh, caro Zaltèro! Non immaginate nemmeno di
che cosa è capace questa coppia, la più pura espressione
del vizio divino! Rabbrividisco solo a pensare di dover
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raccontare ciò che ho visto e spero con tutto il cuore di
non doverlo fare.»
I primi ricercatori si avvistavano fra gli alberi e presto furono tornati tutti; tutti tranne Perla e Albatros. Di
loro non c’era più un’ombra.
«Ahimè... ahimè! Temevo questo e speravo che ciò
che ho visto non fosse veramente accaduto, invece...
Ho visto i nostri amici passeggiare lungo la riva;
Perla è scivolata cadendo nel fiume e così anche Albatros, trascinato da lei.
Il fiume li ha portati per un tratto, intanto però, qualcosa di terribile è accaduto.
Perla appena ha toccata l’acqua, la conoscete tutti
quanto è timida e delicata, probabilmente per mettersi in
salvo, si è tramutata in uno dei suoi Totem minerali, una
perla di rubino; e questa scena non è stata vista da Albatros purtroppo, travolto com’era dalle onde; a vederla
invece sono stati, a parte me nella visione, la Dea della
Superbia, Kezir, e il suo partner di orgie, il Dio dell’Invidia, Murduk, sfortunatamente materializzati lì per uno
dei loro soliti incontri bollenti. Le anime corrotte di questi due farabutti hanno subito escogitato un piano per
farsi beffe dell’amore dei nostri amici.
Cosicché Murduk si è gettato nell’acqua e ha rapito
Perla, mentre Kezir ha preso le sembianze della nostra
amica e si è presentata davanti ad Albatros, ancora in
acqua, disinibita e provocatrice, inducendolo con giri di
dolci parole a parlare dei nostri progetti.
Quando i perfidi imbroglioni hanno ottenuto le informazioni a cui miravano, hanno mostrato la loro vera
identità. Ma questo non è bastato, eh no! Perché la crudeltà è la loro natura, la sofferenza altrui, il loro diletto.
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Murduk ha mostrato ad Albatros la perla di rubino
che teneva in mano prendendolo in giro per il suo dolore
e Albatros a questo punto ha mutato forma nel Gabbiano
che è, tentando disperatamente di afferrare in volo, col
becco, la sua amata. Murduk allora ha chiuso la mano e
lo ha provocato dicendogli:
‘La vuoi? Dai vieni a prendertela! Coraggio, non
dirmi che sei timido! Dai, vediamo di che pasta sei fatto!
Te la getterò nel Mare, chiusa in una conchiglia da cui
non potrà mai evadere a meno che non sarai tu a liberarla. Vieni, seguimi!... Se hai fegato.’
Albatros non ha esitato un attimo, e proprio quando
si è di nuovo alzato in volo, quella meschina canaglia si
è smaterializzata, tra le risate a squarciagola di Kezir.
Posato sulle rocce, Albatros sembrava disorientato
nella sua disperazione e impazzito dal dolore, non si fermava dall’inchinarsi, dal chiedere pietà e la restituzione
della sua amata; ma Kezir, sprezzante come soltanto lei
può essere, gli ha gettato addosso una terribile maledizione, ce l’ho qui, un attimo, eccola:
‘Tu, piccolo essere insignificante che osi onorare
l’amore! La tua Perla, ahahaha! In eterno rimarrai un
Uccello e in eterno, invano, la cercherai. Sprecherai le
tue vite a cercarla e a pregare; e tutti si faranno beffe di
te.’
E se n’è andata.
Albatros, rimasto solo, si è alzato di nuovo in volo e
adesso si sta dirigendo verso il Mare.»
Non ci fu un silenzio più intriso di dolore di quello
che si era steso dopo aver sentito la strusciante storia.
«La Dea Mnemòsine...» ricominciò Xalemèe con un
nodo in gola cercando di fermare le lacrime «… ha detto
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che non possiamo fare nulla per loro ma che cercherà lei
di trovare una soluzione.
Noi dobbiamo partire al più presto, poiché per un
motivo che non conosciamo, abbiamo Morregan alle
calcagna.»
«Io non li abbandono, andrò a cercarli» disse
Yuwtar, piangendo.
«Nemmeno io! Non li lascio da soli.» WéChara si
alzò e andò ad abbracciare Yuwtar mentre Lorys e Dyon
si avvicinarono alle loro fidanzate e, con uno sguardo
solo, decisero:
«E noi veniamo con voi, li cercheremo insieme.»
Zaltèro camminava abbattuto. In su, in giù; in su, in
giù. A un certo punto si fermò di fronte alle due amiche
abbracciate.
«WéChara, Voi siete una principessa dei Felini;
l’abilità che dimostrate nelle materializzazioni mi
spinge a pensare che il simbolo della materializzazione
debba essere custodito anche da Voi. Per favore amica
mia impregnatelo sulla vostra pelle, e fateVene buon
uso. Shùnnega és Bùnnega!»
Temporeggiare non sarebbe stato utile a nessuno,
anzi i pericoli li attendevano in agguato. E loro questo
lo sapevano bene.
Per precauzione avevano cambiato la loro strategia
di viaggio in fretta, dividendosi in due gruppi.
Suri e i suoi guerrieri, in volo, avrebbero attirato l’attenzione su di loro distraendo così le truppe nemiche da
Zaltèro e dalla sua ormai dimezzata compagnia, mentre
questi avrebbero raggiunto il Lago.
Ma siccome i conti è meglio farli sempre in piazza e
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non conviene mai farli a casa, lo stesso vale per chi di
guerra non s’intende affatto; elaborare strategie belliche
in base alle situazioni ipotetiche delle simulazioni a
scuola non può portare vittoria su un campo reale di battaglia, a meno che... non si è proprio strabaciati della
fortuna.
Nel caso dei nostri protagonisti, i loro conti risultarono totalmente sbagliati.
Suri aveva diviso il suo esercito in due; metà aveva
montato i dodici Unicorni alati e l’altra metà aveva mutato forma nei Totem d’Aria; lui stesso era diventato
un’Aquila, il Totem dei guerrieri, quello del suo casato.
E così, il piccolo esercito oltrepassò il fiume; poi la voragine notevolmente allargata; poi la Foresta Oscura, e
arrivò al Lago senza la necessità di una sosta, senza il
più insignificante incidente. Ebbero un viaggio tranquillo assai e inverosimilmente lento, considerando tutti
i giri fatti nella speranza di essere avvistati e seguiti.
Ma non si poteva raccontare lo stesso dell’altro piccolo gruppo, quello di Zaltèro, il quale, pur camminando
furtivamente e attento a non staccare la foglia di un albero, fu immediatamente incalzato e obbligato a difendersi.
È allora però, che un genio spunta fuori, in momenti
del genere.
Stavano attraversando la Foresta quando Xalemèe si
fermò e chiese a tutti di fare lo stesso.
Percepivano ancora nell’aria quel fetore di marcio
che ormai sapevano bene riconoscere. Da qualche parte
intorno a loro si trovavano le Zanzare Morregane.
Probabilmente erano inseguiti e in tal caso dovevano
trovarsi pronti a difendersi... Ma se invece non erano se-
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guiti, allora erano sicuramente aspettati. In ogni circostanza si fossero trovati avrebbero dovuto combattere lo
stesso. Di questo non si poteva dubitare.
Ma Xalemèe non era una che rimaneva a corto di
idee così facilmente, perciò fermò il loro convoglio.
“Dobbiamo preparare il contrattacco.” si disse, poi
spiegò a tutti il suo piano.
Teykra, Hella e Zaltèro rimasero sul posto come
esca.
Lei, invece, insieme ad Aryanna, Xertur e Loki mutarono forma e si dispersero nei dintorni in perlustrazione. Un piccolo Drago, un Ragno, un Pipistrello e un
Serpente.
Di tanto in tanto si avvistava il Ragno qua e là salterellando da un albero all’altro.
Poi tornò il Pipistrello, poi il Drago e alla fine il Serpente. I tre ripresero la loro forma elfica e andarono
un’altra volta a consultarsi gli uni con gli altri, dopodiché Aryanna ricominciò i suoi salti più agile di prima.
Ad un tratto si sentirono dei ronzii arrochiti, insopportabili, sempre più vicini, poi un ronzio veloce e disperato e dopo… silenzio. Aryanna finalmente tornava
anche lei; di nuovo nella sua stupenda forma nanica.
«Fatto!» disse strofinandosi le mani. «Soltanto qualche centinaio. Ma non respira più nessuna.
Benedite le Poktoàve.
Ora possiamo proseguire. Fino al Lago se avete visto
bene, non ci sono più pericoli.»
Arrivarono al Lago stanchi e assettati; di umore un
po’ scuro data la stanchezza, e quando videro i loro
guerrieri già a riposare sul prato, l’umore scuro diventò
più nero degli abissi.
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«Bella faccia tosta che avete Voi, caro amore Suri.
Lasciarci a combattere da soli contro un esercito intero.
Voi qui a trattenerVi beatamente dopo un volo di piacere e più che rilassante che Vi siete aggiudicato. Vergogna!»
«Ma non esagerate, dolce mio tesoro. Un esercito intero! Ma se non c’era un’ombra di nemico...»
«Certo che non c’era nel Vostro cielo sereno; sappiate però, che nella foresta, a terra, i nemici li abbiamo
raccolti a grappoli.
Per fortuna che Aryanna conosce la sua arte! Se non
mi credete andate a controllare Voi stesso. Troverete
centinaia di alberi coperti dalle tele di Aryanna e carichi
di Zanzare Morregane intrappolate e soffocate lì dentro.
Quindi, chi sono i guerrieri qui? Vediamo, lo sapete?»
«Xalemèe!...» Teykra e Xertur si unirono ai due battibeccanti.
«Xalemèe, viste le ultime circostanze, pensavamo
che comunque vada non possiamo sfuggire alla morte.»
«Esatto! Ma non è la morte che ci spaventa.»
«Esatto! E noi abbiamo scoperto di portare dentro di
noi un grande terrore, quello di essere separati; quindi
vogliamo chiederVi una promessa.»
«Dovete aiutarci!»
«Sì, dovete farci una promessa.»
«Ce la fate, vero?»
«Per favore, anche Voi, Suri.»
«Ma di che promessa state parlando, si può sapere?»
chiese Xalemèe un po’ smarrita. Parlavano uno sopra
l’altro e a lei sembrava di non capirci nulla.
«Certo, ecco! Teykra, meglio che parlate Voi. Siete
più brava.»
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«D’accordo. Allora, se a qualcuno di noi capitasse
una qualche sciagura, promettete di sostenere l’altro per
rimanergli vicino? Magari mettendo una buona parola
con Mnemòsine!... Che ne sappiamo noi?!»
«Potete prometterci questo, Xalemèe?»
«Anche a noi, se non Vi dispiace; anche noi vogliamo essere assicurati che rimarremo insieme, vada
come vada.» si aggiunsero Hella e Loki.
«Non sappiamo come sarà. Il futuro è incerto per tutti
noi. Ma vogliamo rimanere insieme, per sempre, finché
il nostro amore durerà.» riattaccò Xertur spingendo delicatamente Hella che gli si era messa davanti.
«Noi ci siamo fatti già questa promessa, però se
avremo bisogno di aiuto lo chiediamo ora, in anticipo,
per sicurezza. Quindi, promesso?»
«Promesso!» pronunciarono Suri e Xalemèe insieme.
Zaltèro di nuovo camminava avanti e indietro, impaziente. «Ora vediamo un po’, come ci organizziamo!»
disse lui.
«Io credo che siamo stati troppo impulsivi a venire
qui; alla fine Mnemòsine ci aveva detto di andare a trovare il Turul e chiedergli di farci da guida. In più ci
aveva avvertiti di fare attenzione ai nostri desideri.»
«Ma ora siamo qui, e comunque sia, anche se avessimo scelto di andare nella Foresta dei Sogni, avremmo
dovuto sostare qui ugualmente.
Il Lago è sulla via più breve per arrivare lì. E quindi
che si fa? Si prosegue verso la Foresta?»
«Forse avete ragione, Hella; alla fine... comunque il
Lago non ci è molto utile visto che vuole essere aperto
con una sciarada che noi non conosciamo...ma a proposito di sciarade, Zaltèro, quando ho raccolto i simboli
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che erano rimasti della Vostra Collana, dentro il simbolo
del libero arbitrio ho trovato questo pezzo di pergamena,
aspettate, l’avevo messo qui da qualche parte. Eccolo!»
Tutte le teste si abbassarono a guardare la scritta misteriosa:
‘Colui che ricorderà, non potrà più raccontare; chi
invece potrà raccontare, non ricorderà più.’
«Ah, ora ricordo! Era la profezia delle Aragnae, portata dalle Fenici con l’ultimo rapporto. Ma come ha fatto
ad arrivare fin qui?»
«Eh, questo io non lo so. L’ho solo trovata lì, incastrata con un sigillo a forma di chiave. Voi che rammentate?»
«Non so che dire, davvero! Ad essere sincero,
niente.»
«Ma...» si intromise Loki che aveva già perduto la
pazienza. «... Colui che ricorderà... non potrà più raccontare... chi invece potrà raccontare... non ricorderà
più... Boh!»
All’istante alle loro spalle si sentì una melodia
soave. Si voltarono tutti a guardare. L’acqua del Lago
che qualche attimo prima era una distesa di cristallo diventava sempre più effervescente, come se a un tratto
avesse preso vita.
«Wow! Meraviglioso! Ma come è successo?» si
chiese Loki che non capiva più niente.
«Pare che avete appena riscoperto la formula, fratello!» gli replicò Zaltèro diventato d’un tratto raggiante; saltellava di qua e di là, di continuo, e non dava
per niente l’impressione che fosse in grado di controllarsi la gioia.
«Vado io!» si offrì Teykra «Ditemi solo cosa devo
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domandare alla mia Madrina, Celeste.»
«Che domande abbiamo, vediamo...» disse Zaltèro.
«Arrivare alla grotta...» ricordò Xalemèe. «Ma Mnemòsine ci ha consigliato come guida il Turul, quindi...
meglio non sprecare l’occasione.
Poi abbiamo:
La protezione delle Fate contro le forze oscure.
Ecco! Questo sì che potrebbe andare bene.
Oppure:
Soccorrere tutti i nostri amici sfortunatamente divisi.
Scegliete Voi, tra queste due.»
«Bene, vado amici! Vado amore, a presto!»
«A presto! Fate attenzione, tesoro, mi raccomando!»
Teykra, diventata uno splendido Cigno bianco, si
tuffò nel Lago e lo percorse con grazia fino alla Cascata,
dove sparì oltre il muro di acqua.
Sulla riva, seduti ad aspettarla, i suoi amici facevano
scommesse su quale potesse essere la domanda scelta da
lei. E mentre loro ridevano e scherzavano, due imponenti siluette si stagliarono accanto alla Cascata.
«Bene, bene, bene! Ma che abbiamo qui, lo sai Pippetta? Un raduno delle formiche per caso?»
«Ma nemmeno quello, Cicciocaiobello. Qui solo
dolcerie di quelle: amore, amore, bleah!»
«Oh, Dei! Mettetevi al riparo! Murduk e Kezir!
No!» urlò Xalemèe spaventata.
«Aaaaa! Ma guarda la piccoletta, lei ci conosce,
sembra. Chi sei tu? Non sarai per caso... NO, non puoi
essere te!» e Kezir la osservava sospettosa.
Ma Xalemèe non ebbe il tempo di rispondere, in
quell’ istante da dietro la Cascata uscì allegro il Cigno.
Vedendola, Xertur entrò terribilmente in panico e strillò
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verso la sua amata.
«Indietro, indietro! Tornate indietro amore!»
Era troppo tardi però, il Cigno era stato avvistato.
«Amoore! Hai capiito!? Ma qui son tutti pazzi? Ti
fanno innervosire, guarda!
Ma voi, dei veri sentimenti, non avete mai sentito?
Odio! Ecco il sentimento che vale!»
«Perché, dolcezza, l’Invidia non va bene?»
«Ma certo chicco, anche quella, ma mai come il Disprezzo. E poi se mi permetti c’è anche la più nota coppietta dell’Olimpo, Illùsya e Dellùsya.» non rinunciò
Kezir.
«Bene, bene, ho capito!»
«Non dimentichiamoci poi Discordia e Gelosia, le
tue buone amichette.»
«E che ci puoi fare? Vediamo, questo coso, com’è
che lo chiamava? Lo chiamava amore?!»
Teykra capì che per lei era finita, e mentre gli amici
la guardavano come paralizzati, prima che la mano di
quel Dio malvagio le si serrasse intorno come pareva
stesse per accadere, lei iniziò a intonare il più melodioso
canto che aveva mai cantato, facendo sapere in questo
modo a tutti loro la risposta della sua Madrina:
«Lascio la mia casa,
è buia,
la via che mi aspetta;
ma lo farò lo stesso,
se voglio,
un giorno ritornar.
E partirò di nuovo,
su un’altra,
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più ardua strada buia,
fatiche affrontando,
perché
dovrò tornar.
E ancora e ancora,
cercando, ogni volta
di ritrovar la chiave
del mio di destin.
E allora, i miei fratelli,
scesi per me nell’ombra
saranno graziati
dal patto quello: prim.
E sarà a lor concesso
di riunirsi ai loro
più cari, che sapranno
trovarsi sul cammin.»
Il canto si fermò. Kezir e Murduk, con loro grande
stupore stregati da quella voce, cominciarono a riprendersi. Quel Dio, invidioso di tanta bravura, prese in
mano il piccolo Cigno e lo schiacciò con rabbia, poi lo
gettò nel Lago e si smaterializzò insieme alla sua orrenda complice.
Fortuna però che il Cigno era stato gettato nel Lago
incantato, perché appena toccata l’acqua il Lago, invece
di respingerlo cristallizzandosi, l’avvolse delicatamente
e gli curò tutte le ferite, intrappolando così Teykra,
come condizione del ripristino della sua vita, nel Totem
che aveva scelto lei stessa.
Xertur era svenuto mentre il pugno di Murduk si
chiudeva. Svegliandosi e rivedendo Teykra viva sulle
acque del Lago, si gettò subito per andare da lei; cioè,
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provò a gettarsi, se vogliamo essere più precisi; perché
lui, probabilmente non ricordando di dover pronunciare
la formula che gli avrebbe permesso il tuffo, fu spinto
indietro come se fosse andato incontro a un muro invisibile.
Ma Zaltèro che lo seguiva con lo sguardo pensoso,
capì; e andò subito a prendere il pezzo di pergamena; lo
afferrò con i denti e lo portò al suo amico.
Xertur, un po’ frastornato, si mise a urlare le parole
che gli avrebbero permesso di raggiungere Teykra e si
rituffò nelle acque.
Lui voleva una sola cosa: restare insieme a lei.
Era sicuramente questo il desiderio che esprimeva al
Lago. E il Lago gli regalò il Totem che non aveva mai
avuto: un Cigno, il Cigno nero; e una dimora; gli permise di restare lì, in quelle acque magiche, insieme a
colei che amava.
Affranti e desolati, abbandonarono anche quel posto, e presero il volo verso la nuova tappa del loro sventurato viaggio. Suri aveva suggerito di andare a trovare
Kamelia per chiedere a lei consigli su come procedere.
Sperava di poter incontrare il Turul senza dover attraversare la Foresta e senza nemmeno sorvolarla.
La Strega li aspettava; nei pressi dei confini del bosco col Regno delle Lucciole stava lì, in piedi, con lo
sguardo puntato al cielo; evidentemente era al corrente
del loro arrivo. Ma d’altronde, da una Strega così grande
come lei non ci si poteva aspettare ad altro.
«Shùnnega néked!» salutarono tutti!
«Shunnegàish!» rispose la Strega.
«La disgrazia vi ha accompagnato in questo viaggio,
Kishlélek; e poche gioie dovrete incontrare ancora sulla
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vostra strada; indietro non si torna, non più, lo sapete;
se non solo alla fine; ma fino alla fine... c’è tutto da provare. Conosco il vostro assillo e tanto mi rincresce non
poter fare nulla, ma voglio aiutare comunque, e per questo penso che se volete vi posso, io stessa, dal Turul trasportare.»
«È per questo che siamo venuti da Voi, Noghibòsorkany, per chiederVi se ci potete aiutare a incontrare il
Turul... Come potete fare a trasportarci? Anche se parecchi degli amici che mi hanno seguito sono stati costretti ad abbandonarci, siamo rimasti comunque in tanti...»
«So bene, giovane Zaltèro, perché credete di essere
venuti da me. Sicuramente meglio di voi. Se volete il
mio aiuto, dovete accettare le mie regole. Lasciatevi le
Poktoàve attivate e seguitemi... TUTTI!»
La Strega si girò agile su se stessa e si avviò verso il
bordo della Foresta; non guardò indietro e oltrepassò i
primi alberi eclissandosi a ridosso delle loro fronde.
I suoi ospiti le obbedirono in silenzio uno indietro
all’altro; avanzavano esitanti su un presunto sentiero appena appena disegnato in mezzo a due lievissimi rialti,
uno alla loro sinistra e uno alla destra, sempre più avvolti nell’ombra; soltanto Xalemèe, ricordando le parole
di Szelena, si mostrava piuttosto riluttante ad addentrarsi in quella Foresta malfamata. E quando lo fece, ultima del convoglio, dietro a Suri, all’inizio quasi incollata a lui, fu sorpresa di non essersi addormentata
all’istante, di non essere incappata, in realtà, in quel bosco oscuro e pieno di occulte magie che aveva immaginato.
“Magari più avanti mi addormenterò”, pensò un po’
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più rilassata. “E se questo posto ha già perso la sua magia? Potrebbe essere! Perché no? Magari non l’ha mai
avuta! Sì, certo, deve essere proprio così! Se penso
bene, questo sembra molto più plausibile: ‘tutto fumo e
niente arrosto’.”
Camminava adagio mentre faceva quei ragionamenti, sempre più soddisfatta di sé, e non si accorse che
tutti i suoi amici erano praticamente svaniti; nemmeno
quando Suri, che la precedeva, stava sul punto di scomparire pure lui all’interno di una specie di catapecchia
modestissima, minuscola, improvvisata dentro un poggetto in cui finiva il sentiero.
D’un tratto si trovò sola di fronte a una discretamente illuminata crepa cospicua nella terra.
Terra davanti, terra da una parte e terra dall’altra. Si
fermò. Si sentì all'improvviso come presa in una trappola. Pensò di dover scappar via e si girò prontamente
per tornare indietro, ma il sentiero si era anch’esso volatilizzato, e allora ricordò di trovarsi nella Foresta dei
Sogni: “Ma certo! Che sciocca che sono!” si disse. “Alla
fine mi sono addormentata. Mancava solo questo,
guarda! Mi devo assolutamente svegliare! No, ma voglio dire: assolutamente! Questa Magia del Sogno non
l’ho mai capita, io. Vediamo! Indietro, no! Dai lati, no
ugualmente...
Dai Xalemèe, dai piccola, fatti coraggio!
Da’ un’occhiata attraverso quel pertugio, vedi un po’
che c’è dentro.”
Si avviò a passi tentennanti verso la striscia di luce
che si allargava miracolosamente man mano che lei
avanzava.
E quando arrivò così vicina da poter occhieggiare,
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non ebbe più bisogno di farlo. Si trovava indugiando
proprio sulla soglia di un’insolita porta di luce accecante, largamente aperta, a valutare se entrare o no. La
mano di quel bagliore afferrò il suo braccio tirandola
con fermezza dentro di sé. E dopo un attimo di scompiglio, Xalemèe capì di trovarsi fra le braccia di Suri, in
mezzo ai suoi amici.
Gli occhi della Strega su di lei.
Tutti gli occhi su di lei.
La sala in cui si erano raggruppati pareva un immenso atrio da cui si poteva uscire in tutte le direzioni.
Un androne di tali dimensioni non lo aveva mai visto; e
lei era una di quelli che si potevano tranquillamente vantare di aver viaggiato parecchio nella loro vita; di aver
persino visitato tutti i Regni e tutti i palazzi reali. “Questa sala è più ampia di tutte le Sale del Trono.” pensò
“Non siamo su Pangeria, questo è sicuro, quindi, ancora
sto sognando.”
«Ecco, questo è un gioco a cui non mi va di giocare.
Ora meno che mai. Se non Vi dispiace, Noghibòsorkany, ci potete tirare fuori da questo sogno? Vi prego,
abbiamo molta fretta, non possiamo più tardare.»
I suoi amici si guardavano disorientati, Suri si allontanò da lei fissandola con un’espressione allarmata mentre sul viso della Strega apparve un enigmatico sorriso
compiaciuto.
«Mi chiedete di svegliarVi, piccola Elfa? È questo
che mi chiedete?»
«Sì, Noghibòsorkany, è proprio questo! Potete farlo,
non è vero?»
«Amore, ma guardate che Voi siete sveglia, siamo
tutti svegli. Kamelia ci stava giusto spiegando perché la
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magia della Foresta non avrebbe funzionato su di noi
con addosso le Poktoàve delle Lucciole, quando finalmente Vi avevo visto entrare e Vi avevo preso fra le mie
braccia. Non siete contenta? Ma comunque non Vi siete
addormentata, nessuno di noi lo è stato.»
«Nessuno, davvero!» ribadì Zaltèro. «Mica potete
pensare che Kamelia non ci avrebbe avvertiti se fossimo
stati minimamente minacciati da qualche pericolo.» aggiunse lui «Figuriamoci addormentarci; che cosa avete
immaginato, un bel sogno all’ombra del noce? Che poi,
per amor della precisione, in tal caso si sarebbe chiamato letargo prodigo di inganni... ihihihi!»
«Quindi non dormo, Voi dite. Tutto sarebbe reale?
E allora dove siamo? Vediamo se anche a questo sapete
rispondere. Su Pangeria, no! Questo Ve lo posso assicurare!»
«Ma è così, piccola Elfa; e ora nella mia dimora Vi
trovate. Magari siete rimasta troppo indietro alla Vostra
compagnia, permettendo al mio ingresso di semichiudersi e riposarsi prima di riceverVi. Questa è la mia casa
e da qui prenderete i calessi trainati dalle Lucciole. Li
avevo preparati su indicazione della Dea Mnemòsine,
per voi, per questa occasione, e vi aspettano fuori nel
piazzale.»
«Se è come dite...» si arrese Xalemèe leggermente
frustrata, meglio procedere allora, e forse, più avanti, ci
racconterete di come avete fatto a prevedere tutto su di
noi...»
«Volentieri! Ma dopo! E poco alla volta. Ora
usciamo da questa parte, venite!»
Kamelia, visibilmente soddisfatta dall’andamento di
quell’impresa, li condusse attraverso un lungo corridoio
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vistosamente ornato da piante fiorite con bianchi petali
diamantati, strabiliante. Quel corridoio si apriva in piena
notte in una piazza marmorea, illuminata, dove aspettavano in fila ventidue calessi attaccati a centinaia di finissime redini sostenute da altrettante Luccioline impazienti in volo.
Alla guida di ognuno di essi si trovava una coppia di
Gatti cocchieri, impassibili nel loro indugio come se
nemmeno facessero parte di quello scenario.
«Prima di proseguire è bene che voi sappiate che la
città di Oniro verso la quale stiamo per partire è edificata a ridosso della Foresta dei Sogni. ...»
«Scusatemi Noghibòsorkany, ma noi dobbiamo andare dal Turul; è lui che vogliamo incontrare, o meglio,
che dobbiamo incontrare; praticamente è l’unica nostra
speranza per trovare Albynna.» si allarmò Zaltèro.
«... Come ex Nunzio di Zeus...» continuò la Strega
senza badare all’interruzione del principe, «...dopo la riforma postale dell’Olimpo che ha conferito alle Fenici,
in seguito, il dipartimento postale, Oniro ha ricevuto una
promozione importante, diventando uno degli assistenti
della Dea Mnemòsine, la ideatrice del Giravite, se conoscete la storia, e quindi, responsabile e protettrice di
Gaiyanna.
In seguito a questa promozione e per le eccezionali
maestrie dimostrate, la Dea gli ha concesso di costruirsi
una sua città-stato, proprio qui su Gaiyanna, fra Pangeria e l’Eden; una città segreta, protetta da magie che, a
parte Mnemòsine, soltanto Oniro sa gestire. Ed è così
che Oniro entrando nel Giravite e subendo la scissione
scende spesso su questo pianeta come Semidio Stregone
sotto il nome di Zamolxis.
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La Foresta dei Sogni nasconde e protegge Onirodàva
sulla superficie di Pangeria con la Magia del Sogno, magia da cui siete stati al riparo per merito delle Poktoàve
che vi ha regalato la mia dolcissima principessa Szelena; ma quaggiù però, la magia è più potente; dovete
fare molta attenzione quando scendete le scale per prendere il posto che vi è stato riservato nel calesse.
Attenti a non toccare le ringhiere o il marmo del pavimento della piazza!
Mi raccomando!
Potreste non essere in grado di affrontare le conseguenze di un tale errore.
Restate calmi sull’ultimo gradino e aspettate finché
il vostro calesse non parcheggerà di fronte a voi per farvi
salire e soltanto allora fatelo, piano.»
Nessuno aveva fatto caso però a Zaltèro, il quale,
ignorato da Kamelia, dopo aver sceso le scale non ascoltando più le parole della Strega, camminava abbattuto
nella piazza verso i calessi.
Magari per la stanchezza accumulata o per l’angoscia che si portava appresso dall’inizio del suo viaggio,
in quel momento si sentiva molto scoraggiato, col morale a terra.
L’ultimo briciolo di energia lo aveva consumato per
scherzare un po’ insieme a Suri, quando avevano preso
in giro Xalemèe, stranamente convinta di essersi addormentata sotto la magia della Foresta.
E non sentì quando Suri, che lo avvistò attraversare
la piazza, gli strillò indietro:
«Zaltèrooo! Noooo!»
Scivolava sul marmo come un pezzo di burro in una
pentola calda.
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Kamelia fermò tutti; alzò la mano e diede una schicchera al suo cappello, da dove immediatamente uscì un
piccolo Piccione che volò via e andò direttamente su una
carrozza più lontana, appartata.
La Strega si avviò precipitosamente verso Zaltèro,
sotto gli sguardi sgomenti dei compagni di quel travagliato animo innamorato; la carrozza del soccorso era
anche essa arrivata sul posto; portava l’emblema di un
Serpente piumato, attorcigliato al tronco di un grosso albero; e sull’albero un maestoso Uccello sembrava proprio sul punto di prendere il volo.
Con lo stesso emblema erano segnate pure le divise
dei nove Gatti che scesero subito e circondarono il principe incantato. Presto, Zaltèro fu sollevato in aria da una
forza magica vorticante, proveniente dagli occhi di quei
Felini medicanti.
La Strega, dopo essersi assicurata che il suo ospite
fosse bene sistemato nella carrozza, fece un segno al
cocchiere e la carrozza svanì.
E allora, Kamelia diede il via ai calessi, rimanendo
in piazza a sorvegliare le partenze. Nell’ultima carrozza
salì anche lei.
I viandanti erano silenziosi. L’accaduto aveva fatto
sì che i dubbi assalissero le loro menti. Avrebbero dovuto salvare Albynna in quel viaggio, morire più avanti;
ma molti di loro furono costretti ad abbandonarlo, altri
avevano scelto un’altra strada, e loro, i pochi che erano
rimasti, erano riusciti ad arrivare lì, dove pareva che ce
l’avevano quasi fatta.
E se uno ad uno scendevano avviliti e accidiosi a
prendere i posti nelle piccole carrozze, appena seduti lì,
all’interno, i loro pensieri si liberarono della pesantezza
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di quei tormenti e non si sentirono più oppressi dalla depressione in cui si erano immersi.
Dai finestrini dei calessi i dintorni si vedevano colorato come se qualcuno, mentre loro salivano, avesse versato tutti i colori su quel mondo diventato intanto di una
meraviglia infinita.
Ognuno iniziava il nuovo viaggio entrando in un sogno ad occhi aperti, frutto dei desideri più ardenti mai
avuti. E fino al momento dell’arrivo, quei sogni avrebbero tenuto loro compagnia; ciascuno con il suo sogno,
ciascuno con le proprie avventure.
I calessi volavano, attraversando posti come mai fu
dato loro vedere su Pangeria.
Repliche dei quartieri divini dell’Olimpo, incredibili
giardini animati, creature mai incontrate della cui esistenza non sapevano nemmeno... i suoni di una musica
mai sentita... Onirodàva si apriva ai loro occhi, in un tragitto spiralato verso il centro, dove presto avrebbero incontrato i loro anfitrioni.
La carrozza che portava Zaltèro si materializzò di
fronte a un palazzo scolpito nel tronco gigantesco di una
quercia.
Da sopra le fronde immerse nelle nuvole di quell’albero scese un’Aquila di un raro splendore; e non appena
i suoi artigli toccarono terra, lei si tramutò in un giovane
Semidio d’imponente presenza e di fascino altezzoso; il
suo volto pareva ombrato da un interesse occulto verso
il principe rimasto in quiescenza. Il portone si aprì scricchiolando, e la carrozza entrò, fermandosi di nuovo, nel
cortile di una casa gioiello con a destra una veranda ricoperta di passiflora e una porta tonderella.
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Attraverso la porta spalancata scivolava verso di
loro in veloci tratti ondeggianti un esile Serpente cornuto, con una cresta ricca di piume giallastre e due piccole ali come quelle degli anatroccoli; la coda, anche
essa era ricoperta da lunghe piume luccicanti.
Il giovane venne incontro al Serpente, che alzandosi
quasi in punta della coda si trasformò in una fanciulla
divina. Grandi occhi ambrati brillavano sul siderale viso
olivastro.
«Shùnnega néked, édeshem Quetzalcoatl!»
«Shunnegàish kèdvesh Nebelèizis!»
«Cara mia, pare che il nostro giovane ospite necessiti delle Vostre cure. Non mi risulta abbia subito alcun
danno significante; il corno è intatto, le ali pure; i simboli della sua Collana sono ancora integri, forse possiamo aiutarlo.»
Nebelèizis guardava insistente la sua amica con
l’impeto di un amore mai confessato; le prese la mano e
la portò alle sue labbra.
«Mio caro, in questi casi la guarigione non sta in mio
potere.
La legge della magia che è stata violata impedisce il
nostro intervento fino al momento in cui il sognatore
non abbia fatto la sua scelta. E dipende da questa scelta
la fine del suo letargo.
Noi possiamo solo sperare. O magari... Aspettate!
Avete detto che i simboli della Collana sono tutti interi,
vuol dire che se anche uno solo viene attivato, tutti gli
altri si attiveranno automaticamente. Non credo di ricordar male se ricordo che a Voi è stato impresso sulla pelle
uno di questi segni, vero? Per favore, Nebelèizis, ditemi
di sì, ditemi che non mi sbaglio!»
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«É così! È come dite Voi, dolce Quetzalcoatl; ho il
simbolo della magia personale, conosciuta più come
magia mentale da prima ancora che fosse inserito nella
Collana donata al Piccolo Popolo, da quando mio fratello, Zamolxis, mi aveva offerto questo incarico.
E se io attivassi ora il mio, invierei una doppia potenza mentale a tutti quelli che possiedono almeno uno
di questi cinque simboli; in più si creerebbe all’istante
un collegamento mentale fra tutti i possessori.
Ricordate, mia cara, che il principe aveva già fatto
imprimere il segno della materializzazione, anche se
alla fine questo fatto è poco rilevante; ma per quanto io
ne sappia è stato impresso il simbolo della memoria di
sé nella seconda fase del Primo Creato a un’altra Dea, a
una Dalia di nome Hyaina. In questo caso però, potrebbero esserci delle interferenze: non conosciamo ancora
né la condizione di questa Dalia, né la sua posizione,
tantomeno la parte dove si è schierata. Possiamo rischiare?»
«Penso di sì... e... se ci saranno complicazioni proveremo a gestirle al momento.
Ora attiviamo la Collana del Principe! E intanto aggiustiamo anche i tempi per i suoi accompagnatori: che
arrivino a Onirodàva, qui, nella Piazza del Risveglio
soltanto dopo che Zaltèro avrà fatto la sua scelta!»
Nebelèizis tornò al suo posto di osservazione, attivò
il simbolo inciso sul suo corpo e si aprì la mente.
Il sogno in cui era caduto il giovane Unicorno, infatti, non era un sogno come tutti i sogni che di solito si
possono sognare; quel sogno era una trama finemente
concepita per testare la purezza di un animo.
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La tristezza, la disperazione di Zaltèro, portarono i
suoi passi in quella camminata finita sulle piastre incantate; lui nemmeno si accorgeva di farlo. Sentì un leggero
giramento di testa, ma poi tutto passò e quando arrivò al
calesse salì assente mettendosi in un angolo a piangersi
addosso.
«Che sarà mai ad affliggere il cuore del dolce mio
amore?»
Sentì d’un tratto la voce soave della sua amata, e
pensò subito di essere impazzito.
Sentire voci era di cattivo presagio, pensò, ricordando che lo diceva sempre Ylennia, la madre di Albynna, nelle sue lezioni di ‘Tecniche e sotterfugi della
telepatia’; ma altri guai ancora non avrebbero fatto la
differenza comunque, quindi per lui sarebbe stato
uguale. O forse no?! Forse, in fondo, lui voleva sentire
quella voce; la voce della sua Albynna che probabilmente non avrebbe incontrato mai più.
Un tocco delicato sul collo, dove era posata la sua
Collana lo fece trasalire. Tuttavia si girò indifferente,
quasi d’istinto e... rimase a bocca aperta.
Lei era lì, accanto a lui, in carne e ossa, bella come
non era mai stata, sorridente, allegra.
Oh, quante cose avevano da raccontarsi i due innamorati, quanti attimi di amore da recuperare... non potevano più sprecare altro tempo.
Il calesse partì portando loro in posti nuovi, lontani,
ma che nessuno aveva ancora voglia di esplorare.
Scesero su un prato fiorito, identico al Raduno degli
Unicorni di casa loro. Zaltèro esultava.
Potevano essere passate ore o addirittura giorni da
quando erano di nuovo insieme, ma per loro il tempo
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non aveva più alcuna importanza.
Correvano e saltavano di gioia e ridevano come
pazzi; due pazzi felici come non facilmente se ne sarebbero trovati altri due.
In uno dei brevi e ben meritati momenti di riposo, in
cui di tanto in tanto si fermavano per trarre un respiro,
Zaltèro sentì la Collana vibrare sul collo, poi il suono
delicato di un campanellino e notò perplesso che il simbolo della magia personale si stava attivando da solo.
Uno dopo l’altro si accesero tutti gli altri; quello
della parte spirituale di un essere divino, poi quello del
libero arbitrio, quello della memoria di sé e infine quello
della materializzazione.
Zaltèro era sempre più confuso, non capiva proprio
che gli stesse succedendo; vedeva Albynna di fronte a
sé guardarlo indifferente, senza alcuna espressione sul
viso; gli occhi, una volta viola come le violette dei prati,
erano diventati giallastri; le ciocche ribelli della sua
chioma prima come i fiori dei campi su cui amava correre, le uniche macchie di colore su quel bianco intenso
del suo mantello, diventarono anche esse giallastre.
Un’angoscia tremenda gli si annidava nel petto, di
nuovo, come la prima volta che l’aveva persa. “Nooo!
Albynna, nooo!” urlò, disperato.
Ma la vista gli si offuscava pian piano, la memoria
di Albynna si perdeva, mentre l’immagine di un grosso
Uccello si componeva sempre più chiara in tutto il suo
splendore; sembrava sorvegliasse le montagne dalle
cime di un albero imponente, in mezzo a una estesa foresta.
Subito dopo, come se fosse entrato nella mente di
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quell’Uccello, si trovò lui a esplorare i dintorni di
dell’albero; e quando il suo sguardo fu attratto da uno
strano movimento in lontananza, ai piedi delle Montagne dei Ràri, si sorprese di essere in grado di mettere a
fuoco e zoomare quel particolare, finché non vide una
ragazza elfica girovagare da sola nel bosco. Evidentemente quella poveretta era all’oscuro del decreto divino
riguardo al ritiro nell’Eden, pensò.
“Come avvisarla?” si chiese. Zoomò ancora e si avvicinò di più; e fu preso da un sussulto quando riconobbe nella ragazza la sorella minore di Suri, il suo
amico. “Ma che diamine sta facendo Noriyàh nei boschi
da sola? Sembra seguire delle tracce; di chi? E ora, che
sta facendo ora?”
Zaltèro notò che la fanciulla si irrigidì d’un tratto; si
mise il palmo destro sull’avambraccio sinistro dove a lui
poco prima era parso di aver scorto qualcosa di luccicante; poi alzò la testa di scatto e lo guardò dritto negli
occhi.
Lui si prese uno spavento terribile; quasi quasi a perdere l’equilibrio. Ma si accorse subito che Noriyàh era
assalita da immagini che si succedevano come centinaia
di flash scattati ininterrottamente e lei non riusciva a
controllarle. Avrebbe voluto aiutarla, ma non sapeva
come fare.
Provò a visualizzare con più attenzione quegli scatti
e quando finalmente lui riuscì a distinguere fra loro la
figura straconosciuta di WéChara, l’immagine di Noriyàh si disgregò, e fu sostituita da una scena di lotta.
I suoi quattro amici, partiti per soccorrere Albatros
nel suo tentativo di ritrovare Perla, combattevano con
ardimento contro una ventina di Assatruy, gli Orki mer-
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cenari dell’esercito morregano. Zaltèro fu subito conquistato dallo spettacolo, e cominciò a urlare infuocato
sostenendo i suoi amici.
«Così, ragazzi! Ah, Yuwtar, guarda dietro! Ben fatto
WéChara! Voi non siete una ballerina, mia cara, Voi
siete un’acrobata. Una lottatrice innata. Ohohoh! Che
scemo quello! Ehi, buffone, guarda lì! Hai visto, te lo
avevo detto che sei scemo!... Ah, ah, ah, nemmeno in
mille, canaglie melmose riuscireste a sconfiggere due
dei miei amici, figuriamoci quattro.» Zaltèro commentava come un tifoso arroventato.
E la lotta finì. Loro si guardavano intorno cercando
di assicurarsi che non c’era più niente da fare; parevano
ancora desiderosi di combattere, come se avessero soltanto finito il riscaldamento.
D’improvviso gli arrivò alle orecchie la voce di WéChara:
«Con questi abbiamo finito, ma per quei due furfanti
ci occorre aiuto. Fossero i nostri amici qui con noi... sarebbe tutto più facile…»
L’immagine svanì, all’improvviso; lui era di nuovo
sul campo fiorito di fronte ad Albynna. Pensò di essersi
addormentato e di aver sognato; ma l’intero sogno se lo
ricordava bene e così decise di raccontarlo alla sua
amata. Albynna l’ascoltava un po’ scocciata.
«Magari ho fatto questo sogno proprio perché loro
hanno realmente bisogno del mio aiuto?»
«Mah! Un sogno è un sogno; soltanto uno sciocco
potrebbe pensare che sia anche altro.»
«Forse sono sciocco...» insistette lui, «... ma io vorrei comunque andare a cercarli. Ora che Vi ho trovata,
possiamo andarci insieme, che ne dite?»
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«Che dico? Oh, amore caro! Ecco che dico!
Dico che loro mi hanno abbandonata quando io ero
ancora in pericolo di vita, e che no, non andrò in loro
soccorso; ma se Voi lo volete, fatelo pure. Però dovete
sapere che se andate ora da loro, non mi rivedrete più.
O io, o loro. Sarà Vostra la scelta.»
«Non potete parlare sul serio, Albynna cara! Voi
siete stata sempre un animo gentile e generoso. Non potete mettermi di fronte a questa scelta!»
«Posso invece, e infatti, l’ho già fatto.»
«Albynna cara, dolce mio amore, ma Voi siete stata
salvata, e in più vedo che avete recuperato il Vostro
corno, con esso, presumo, la vostra magia, ma... a proposito... come avete fatto?»
Per un istante gli occhi di Albynna diventarono neri
come la notte.
«Non ha più importanza come, è fatto ed è questa
l’unica cosa che conta.»
D’un tratto Zaltèro si sentì a disagio, impotente; gli
sembrava che il suo cuore si stesse svuotando, che tutta
la felicità che l’aveva colmato stesse svanendo come se
non fosse altro che l’illusione di un sogno.
“Sogni” pensò, e ricordò Xalemèe, come era convinta di sognare sebbene fosse perfettamente sveglia; lui
che la prendeva in giro, le sue proprie parole...
‘... in tal caso si sarebbe chiamato letargo prodigo di
inganni.’
Inganni.
Quella parola gli rimase conficcata nella mente.
“E io che penso di essere sveglio...
Ma se di fatto sognassi?!
Mi pare di essere troppo sveglio per sognare...
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L’ultima volta, che ora ricordo, ero nella casa di
quella Strega, dentro la Foresta dei Sogni. Lei parlava
di Oniro, della sua città... Poi camminavo nella piazza...
Ed è apparsa la mia Albynna... La mia? Ma... è davvero
lei? In realtà, a me pare un’altra! Chi lo può dire? So di
amarla, questo lo so bene, ma c’è questo imbarazzo che
mi turba. E non posso negare che è molto diversa da
come la conoscevo prima, ma ha anche sofferto tanto,
d’altronde...
E se non è altro che un sogno?! Però, se è un sogno,
allora non può essere che un sogno tranello.
Mi è capitato di leggere qualcosa sull’argomento; su
questi sogni in cui credi di essere sveglio e sei messo di
fronte a scelte, da fare.
Mezzi ricordi! Inganni!
Ma com’è che funzionano?...
Ah! Si deve fare una scelta, ovvio.
Ma io? O lei?
Sono nel mio sogno? O nel suo?
Mettiamo che siamo nel mio; scegliere fra lei e i miei
amici. Banale! Scegliere fra l’amore e il dovere verso il
giuramento prestato. Ma chi ti chiederebbe mai di fare
una scelta del genere? Magari Albynna? Lei lo ha appena fatto. E forse è questa la scelta, proprio perché è
così scontata!...
Sì! Potrebbe, eccome che potrebbe!
Questa deve essere la scelta da fare.
E l’inganno allora? Dov’è?
Ritrovare la mia amata è l’inganno? Per impedirmi
di onorare il mio giuramento e il mio dovere di principe
custode della Collana? Oppure l’inganno è la richiesta
di aiuto, quella dei miei amici, per attirarmi e farmi per-
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dere Albynna per sempre?...
Facciamo che sogno. Logicamente sarebbe così: se
faccio la scelta sbagliata, posso scommetterci: rimarrò
intrappolato in questo sogno; se invece faccio la scelta
giusta, potrò ricevere sostegno.
Forse per questo dovevo venire dal Turul; perché
scegliendo Albynna, in questo che potrebbe benissimo
essere un sogno, mi sveglierei, e il Turul mi offrirebbe
il suo appoggio nel salvarla...
Ma certo, è così che deve essere... Altrimenti perché
avrei dovuto venire fin qui?
Ma se un sogno non lo fosse?...”
«Allora? Che cosa vogliamo fare? Vogliamo andare
a goderci la nostra vita?» le chiese Albynna impaziente.
Zaltèro si voltò verso di lei, l’imbarazzo era sparito
e si sentiva quasi come stregato.
Averla di nuovo accanto era tutto quello che desiderava nella vita; lei, il suo unico, vero amore; lei e nessun’altra. Non avrebbe mai potuto amare un’altra, di
questo era sicuro, mai.
Le si avvicinò adagio guardandola negli occhi, come
tante volte aveva fatto in passato.
E l’immagine di Zaltèro nella mente del Turul svanì.
Nebelèizis scese di fretta dall’albero e andò dritto
nella Sala delle Proiezioni, dove Quetzalcoatl visionava
la proiezione in corso del sogno di Zaltèro.
«É finita!» disse lui appena entrato.
«Sì, è finita!»
«Purtroppo l’abbiamo perso! Ha scelto con la parte
del cuore sbagliata.»
«L’abbiamo perso, ma che cosa state dicendo?»
«Come che cosa sto dicendo? Avete visto anche Voi.
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Seppur tanto in bilico, alla fine la sua scelta è stata
ovvia.»
«Ovvia sì, caro Nebelèizis! Ma anche giusta.»
«Permettetemi di dubitare; la mia visione è stata
chiarissima. Gli ospiti dovranno continuare da soli.»
«E invece no, rincontreranno il loro principe.»
«Ma Quetzalcoatl, com’è possibile se lui ha sbagliato la scelta?»
«Lui non ha sbagliato la scelta, guardate Voi
stesso.» e Quetzalcoatl rimandò la proiezione al momento della scelta e la fece ripartire.»
«Ma io ho visto, so che ho visto.»
«Allora sapete che ha scelto bene. Guardate!»
Nebelèizis seguì sullo schermo Zaltèro che si avvinava ad Albynna.
«Ecco, vedete? Partono insieme.»
«Ma dove volete che partano insieme?! Guardate
bene! Lui fa un primo passo e si ferma. Sembra riflettere. Osservatelo: vedete che sguardo insistente? Lei gli
gira le spalle e allora lui, sentite, sentite:
‘Vi avevo chiesto Albynna perché i vostri occhi sono
diventati giallognoli e tanto freddi! Perché non mi avete
risposto?’
‘Perché non Vi avevo sentito, magari?! Non so perché i miei occhi siano diventati come dite Voi, ma se
non Vi piaccio più, non fateVi scrupoli a dirlo.’
‘Non so chi siete Voi, ma non siete la mia Albynna.
Avete preso le sue sembianze, la sua voce; il vostro
sguardo è gelido come ghiaccio, il vostro animo insensibile e astioso, al contrario di come è il suo.
Lei avrebbe sentito i miei pensieri e mi avrebbe saputo rispondere. Parlare a voce per noi è sempre stato
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soltanto uno sfizio. Voi non mi piacete e non c’è motivo
per cui seguirVi. Scelgo i miei amici, il mio dovere mi
chiama. Ora so di trovarmi in un sogno, e se riuscirò a
svegliarmi forse non sarà troppo tardi per salvare la mia
dolce sposa. Quella vera, intendo.’»
Nebelèizis guardava muto Albynna che si dissolveva come se non fosse mai esistita, con un sorriso compiaciuto sulle labbra.
«Convinto adesso, caro Nebelèizis?»
«Mi devo scusare con Voi, Quetzalcoatl; temo di
aver chiuso il collegamento mentale prima della fine
della scelta, pensando che la decisione fosse ormai
presa.
Mi sono sbagliato. E quindi concordo, la scelta è
stata quella giusta, come bene avete detto Voi; e in questo caso noi abbiamo un altro problema da risolvere.
Prima di tutto però dovete sapere che la Dalia di cui
Vi ho parlato, Hyaina, è materializzata anche lei su Pangeria ed è dalla nostra parte; Zaltèro l’ha riconosciuta in
un Elfa di nome Noriyàh, la sorella minore di un altro
nostro ospite, Suri, il Lupo bianco.
Hyaina non si trova nel Rifugio ancora, bensì è fra i
dispersi, girovagando nei boschi ai piedi delle Montagne dei Ràri, e quindi in pericolo; perché pare di non
essere a conoscenza del fatto che quella montagna se l’è
presa Morregan.»
«Non è un bene, questo; secondo me Morregan si sta
approfittando troppo della nostra disgrazia. Mi sorge anche il dubbio che l’abbia provocata lui.
Comunque, della ragazza ci dobbiamo occupare subito. Andrà mia sorella a cercarla. È arrivata da poco e
si sta annoiando; così la piccola Elfa sarà avvisato del
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pericolo e mia sorella si sentirà un po’ più viva. Intanto
io preparo l’accoglienza degli ospiti, Voi invece potete
assistere Zaltèro nella sua impresa e riportarlo indietro,
se siete d’accordo.»
«Ma certo, perché no?! Sapete sempre come muoverVi, mia cara; allora io vado!»
Non appena uscito in piazza, Nebelèizis aprì le sue
magnifiche ali e si alzò in volo; poi, come il Turul che
era, si ricollegò alla mente di Zaltèro strada facendo.
E quando arrivò alla sua postazione di sorveglianza,
conosceva già tutti i ragionamenti che il principe aveva
fatto nel frattempo, e sentì l’ammirazione che nutriva
per lui crescere sempre di più.
Dopo aver riconosciuto l’inganno e respinto con invidiabile discernimento la tentazione della sua prova,
Zaltèro ritornò dentro il calesse, perché aveva bisogno
di riflettere e gli serviva un posto in cui nulla l’avrebbe
potuto distrarre.
Richiamò la visione di WéChara e seguì gli spostamenti dei suoi amici fin quando si fermarono sulla costa
nelle prossimità del Mare. Avrebbe voluto tanto essere
con loro.
Progettavano un’imboscata per Murduk e Kezir.
E lui non poteva fare nulla per aiutarli. Non era che
un Semidio, lui non si poteva smaterializzare. Ricordò
però di aver studiato una magia strana, in realtà l’ultima
del quinto anno: lo Sdoppiamento. Essere in due posti
nello stesso momento. E pensò che avrebbe potuto sdoppiarsi. Almeno avrebbe potuto provarci.
Oh, ma quanto aveva letto per capire quella tecnica,
che poi non l’aveva mai verificata... ricordò.
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A scuola molti dicevano che era impossibile. Ma lui
questo non l’aveva mai voluto credere. Secondo lui, era
quel genere di magia delle eccellenze, difficile da produrre e ancor più difficile da gestire.
Esisteva persino il rischio di non farcela più a tornare in sé. Comunque, calcolò che valeva la pena il rischio, soprattutto perché, in quel momento, si sentiva la
mente, curiosamente, più agile, come se lui fosse parecchio più intelligente del solito. Ed era una bella sensazione, quella.
Lo sforzo impegnato per sdoppiarsi fu impressionante e lo infiacchì molto, ma il bel risultato ottenuto lo
ricaricò poi di una tale energia che avrebbe potuto rifarlo subito ancora un’altra volta.
Davanti a lui c’era un altro Zaltèro, identico e ugualmente scombussolato. Si chiedeva se quello che gli
stava di fronte pensava gli stessi pensieri suoi, e si disse
che una cosa tanto invadente sarebbe stata inaccettabile.
Confortato da questa riflessione, si concentrò e
proiettò il suo doppio come un ologramma nella realtà
dei quattro amici, e tutto eccitato per il suo ingegno si
mise a seguire con attenzione le loro faccende.
«Zaltèro!!! Ragazzi guardate qui chi c’è!»
Dyon lo vide per primo e indicandolo agli altri corse
da lui per abbracciarlo.
«Ma come avete fatto a trovarci? E gli altri? Albynna?» gli chiesero tutti insieme e uno sopra l’altro.
«Una lunga storia, troppo lunga per il momento. E a
dirla tutta, non l’ho ancora ben capita, ma voi piuttosto,
che state combinando? Vedo che non avete trovato Albatros.»
«Ancora no, purtroppo.» disse WéChara rattristita.
101
«Ma non abbiamo abbandonato la speranza.»
«Ne abbiamo passate tante, invece, sapete? Tante,
davvero; ma poi ci siamo sfogati proprio come si deve,
ad essere sinceri.»
«Oh, sìì!» prese subito l’occasione Dyon per pavoneggiarsi un po’. «Ben detto, Lorys. Ci siamo sfogati
eccome! Abbiamo macinato una ventina d’Orki, che divertimento! Non lo potete immaginare.
Quelli non impareranno mai a combattere, non sono
capaci; sono talmente cattivi da diventare stupidi
all’estremo; non so perché uno li dovrebbe arruolare; e
pagarli poi!»
«Verso la fine di quella battaglia, se possiamo nominarla così, che alla fine per noi è stata come quei soliti
allenamenti... sapete... mi pareva di sentire la Vostra
voce... di sentirVi sostenerci. Strano, no?»
«Mah, nemmeno tanto!» rispose Zaltèro sorridendo.
«Come, lo avete sentito? Ma a noi WéChara, perché
non lo avete detto che avevate sentito la sua voce?»
«A voi?! Dirvi di sentire voci?! Perché mi prendiate
in giro per l’intero prossimo futuro? Eh no, grazie!»
«Ahahah! Come sono contento di rivedervi, ragazzi.
Ma a proposito del futuro, quali sono i vostri progetti?
«Gli stessi, Zaltèro, perché non li abbiamo portati a
termine ancora. Trovare Albatros e Perla e vendicare il
loro patimento, cioè punire quei due delinquenti, a ogni
costo.»
«Amici miei, io non voglio scoraggiare. Ma ricordatevi che noi siamo Semidei, i nostri poteri sono limitati.
E poi, la vendetta non è mai stata una strada giusta da
seguire.»
«Zaltèro, dai! Lo sappiamo tutti: la loro presenza su
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Gaiyanna è illegale, qualcuno li deve pur fermare; se
non lo facciamo noi ora, in molti soffriranno in futuro;
e non importa che sono Dei e si possono smaterializzare
a loro piacimento, noi abbiamo trovato un modo per
sconfiggerli.»
WéChara fece una pausa chiedendo con lo sguardo
ai suoi amici il permesso di continuare e riprese:
«Se la smaterializzazione è praticamente il loro più
grande vantaggio su di noi, e lo sappiamo tutti che è
così, almeno per questi due farabutti, allora abbiamo
pensato che dobbiamo limitare questo loro potere.»
«E quando un Dio non è in grado di smaterializzarsi?» chiese Yuwtar in un modo del tutto retorico.
«Soltanto quando è in cattività o privo di sensi.»
rispose poi. «Non è così?»
«D’accordo ma ricordate, vero, che gli Dei Spiriti di
Luce e gli Dei Spiriti Oscuri sono complementari? Cioè,
quello che fa bene a uno fa male all’altro e viceversa.»
«Abbiamo considerato anche questo; infatti per i nostri due colpevoli, indubitabilmente Dei Spiriti Oscuri,
abbiamo pensato una prigionia di Luce. Non sapevamo
come realizzarla finché siete apparso Voi, ma ora che
siete qui, se volete darci una mano, il piano è definito.»
Yuwtar tirò fuori dal suo sacco da viaggio la tavoletta magica, schizzò veloce il disegno dell’intero progetto e attivò le funzioni di grafica animata affinché i
suoi amici potessero osservare e analizzare la simulazione del compito di ciascuno di loro.
Il contributo di Zaltèro pareva essenziale nel caso la
vicenda si fosse complicata, e tutto sommato quel piano
era più che perfetto.
Intorno alla tavoletta esaminavano e facevano dei ri-
103
tocchi; provarono pure misure alternative.
Visionarono le simulazioni più e più volte finché
ognuno non ebbe imparato a memoria l’intero piano, inclusi gli adattamenti.
WéChara cambiò subito forma nel suo Totem alato
più piccolo, più facile da mimetizzarsi in caso di pericolo; un Uccellino nero come la pelle della ragazza; le
ali cenerine come il suo mantello; sul petto, colore isabella, identico alla sua tunica, era impressa la collana
nera che la ragazza portava al collo, mentre sulla testa il
diadema diamantato che prima raccoglieva i capelli corvini, colorava di bianco il piumaggio nerastro.
A WéChara quell’uccellino somigliava tanto.
Andò via subito; senza indugiare un attimo, senza
guardare indietro.
Zaltèro si rifugiò dietro gli scogli e rimase lì in attesa. Yuwtar si mise a dipingere il suo fidanzato con disegni stravaganti e colori vivaci in grado di attirare l’attenzione di Kezir su di lui.
E mentre Dyon si tramutò in un Pesciolino birichino
tanto quanto lo era nella sua forma elfica, Yuwtar, assecondando il piano, prese le sembianze di uno dei suoi
Totem animali, quella volta scelto con estrema cura:
l’Anemone, un Polipo di mare con l’aspetto di una
pianta, l’unico capace di proteggere il suo amato, e allo
stesso tempo di nuocere al suo nemico.
Lorys, ancora sulla battigia, si metamorfosò in un
Coccodrillo, il Totem più grande in suo possesso, e si
immerse nel Mare anche lui; prese subito il largo, senza
allontanarsi troppo, e si appostò nelle vicinanze dei suoi
amici colorati.
Giusto in tempo.
104
WéChara tornava seguita da Kezir, il più ottuso essere divino mai sceso su Pangeria. Nessun altro si sarebbe abbassato a competere con un Uccellino, anche se
impertinente come quello che le cinguettava nelle orecchie; nessuno l’avrebbe seguito o catturato o punito per
aver osato cinguettarle in faccia; lei sì, invece, e loro
contavano proprio su quello.
Lei era vendicativa e avida.
La sua Superbia era di quel tipo primario in cui diventava sua di diritto qualsiasi cosa fosse capitata sotto
il suo sguardo e si doveva distruggere qualsiasi altra
cosa incapace di accettarne la superiorità.
WéChara si eclissò come prestabilito e Kezir per un
momento fu disorientata; poi diede un’occhiatina nei
dintorni: niente.
L’Uccellino sembrava svanito e lei sentì la frustrazione invaderle il cervello e la rabbia salire. Rivolse lo
sguardo verso il Mare; non le piaceva, il Mare; l’acqua,
lo sciabordio delle onde, li detestava.
Ma quella volta qualcosa di insolito le attirò l’attenzione. Macchie di colori ballavano appena sotto la superficie. Lei era intrigata, tuttavia non si azzardò a entrare nell’acqua.
Aprì le ali e si alzò in volo.
D’un tratto vide un Pesciolino scarlatto dipinto di
bianco e nero; giocava a nascondino fra le foglie tentacolari di una di quelle piante strane che si faceva creare
di tanto in tanto quell’imbranato suo parente, il Dio
delle Acque, Nettuno. Flora marina, la nominava.
“Boh!” pensava lei. “Flora! E che vuol dire? Cose inutili.”
Quel Pesciolino però le piaceva tanto; così tanto da
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farsi coraggio e gettarsi nelle onde a prenderselo. Vispo,
quel furfantello si nascose, protetto dalla pianta che, invece, si protese verso la mano di Kezir sparandole aghi
velenosi. La Dea fu sorpresa da quell’attacco e indietreggiò sconvolta.
Soltanto un attimo fu necessario a Lorys per fare il
suo salto e prenderla fra le fauci potenti. E mentre le
mandibole del Coccodrillo si chiudevano, Zaltèro inviò
verso i suoi denti un Incantesimo di Luce Bianca per intrappolare finalmente la Dea che invano provava a
uscire.
Lorys portò la reclusa sulla spiaggia dove Zaltèro
aspettava. Lui avrebbe dovuto trasferirla in un carcere
imperiale: cioè avvolgere Kezir, ancora nella bocca del
Coccodrillo, in una bolla di energia pura, che poi sarebbe stata liberata nell’aria per essere portata dalla Corrente delle Ricompense direttamente nelle prigioni di
Ruza.
Tutti i delinquenti temevano Ruza; e infatti, non esisteva un posto più temuto di quello. Situato fra i Mondi
e sorvegliato dagli Unicorni bigi di Oblio, era qualcosa
fra una lavanderia e un laboratorio di ripristino coscienze. Essere portato a Ruza equivaleva a morire; praticamente, da lì, se si usciva, si usciva completamente
formattati.
Fatto sta che Zaltèro non ebbe il tempo di completare anche la seconda magia. Di fronte a loro, imponente
e furibondo, si era materializzato Murduk. Il Dio spezzò
l’incantesimo di luce che teneva prigioniera la sua compagna e questa cadde svenuta a terra. Ma proprio nello
stesso istante Zaltèro deviò l’incantesimo che aveva preparato per Kezir verso Murduk; e lui fu subito chiuso
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dentro una bolla scintillante, urlando, dimenandosi e
colpendo a pugni e a calci le pareti gommose.
Accorgendosi di non potersi liberare in altro modo,
prese il coltello e provò a squarciare la sua gabbia, ma
per quanto divina e magica fosse la sua lama, non riuscì
a penetrare il muro di energia che lo avvolgeva.
E allora, imbestialito, lanciò il coltello verso Zaltèro;
ma nemmeno in questo ebbe fortuna, perché al contatto
con la bolla, il coltello rimbalzò un paio di volte da una
parete all’altra e alla fine ritornò da lui per conficcarsi
direttamente nei suoi gioielli di famiglia. E infine Murduk si tranquillizzò; semplicemente perché svenne sul
colpo.
Nel mentre, Kezir riprese i sensi e sparì.
Zaltèro pensò che, comunque fosse, uno era sempre
meglio di nessuno e fissò intanto la bolla a una roccia;
poi andò incontro ai suoi amici che stavano abbandonando le loro forme Totem. Non appena si furono raggruppati tutti, da dietro uno scoglio con la mano orticata,
dolente e arrossita, comparve l’incattivita Kezir.
«Voi, spregevoli che vi siete permessi di umiliarmi,
tornerete nelle forme dei vostri inganni!» alle ultime parole pronunciate il Pesciolino cominciò a sbattersi sulla
battigia fra i tentacoli dell’Anemone, l’Uccellino si mise
sulla spalla del Coccodrillo, mentre Zaltèro pregava
Mnemòsine di permettere un soccorso per loro.
«E tu, che hai osato sfidarmi, che hai osato stringermi
fra i denti per salvare i tuoi amici, da ora in avanti tu ti
nutrirai di loro. E soffrirai per ogni boccone. E chiederai
perdono e piangerai; e prometterai che non lo rifarai. E
non sarai mai creduto. Mai. Per sempre ti pentirai.»
«ALT!
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Eh no, cara cugina, non siete Voi a decidere il
tempo! Questo è un nostro dovere; è ’l dovere delle Fate
Madrine. Purtroppo non spetta a noi annullare la Vostra
maledizione, ma possiamo tuttavia addolcirla, ed è
quello che faremo.
Voi ora sparite da questa Terra! Subito! E... Kezir,
prendeteVi pure il Vostro pallone gonfiato.
Questo è l’ultimo avvertimento! Dalla prossima volta sarete ospiti di Ruza. Sparite!»
«Celeste, Voi non potete interdirci l’ingresso su
Pangeria. Voi sapete sotto gli ordini di chi siamo noi; e
quindi facciamo un po’ come ci pare. Sono stata
chiara?»
«Kezir cara, che siete poco intelligente, lo sapevamo
tutti, ma fino a questo punto, che posso dire... mi pare
un po’ esagerato. Potete essere anche Zeus in persona.
Su Gaiyanna soltanto Mnemòsine comanda. E noi, le
Fate Madrine, subito dopo di lei. Ora sparite, altrimenti
mi forzate la mano. Un’altra parola Vi porterà a Ruza.»
Celeste alzò la bacchetta; la sbatté una volta puntando la bolla che imprigionava il Dio svenuto e la bolla
si dissolse all’istante; Murduk cascò a terra svegliandosi. Immediatamente la bacchetta fu alzata di nuovo,
ma Kezir aveva preso già la mano di Murduk e si era
smaterializzata insieme a lui.
«Sfidare gli Dei! Non si può sentire!
E non voglio nemmeno sapere che vi è saltato in
mente, né le ragioni che vi hanno spinto a mettervi in un
simile guaio, ma posso assicurarvi che per quei due almeno non valeva la pena.
Teykra mi aveva chiesto di aiutare i suoi amici contro gli Oscuri insistendo che le coppie rimangano unite.
108
Ora, ditemi voi, in quel momento eravate soltanto quattro in difficoltà, e adesso invece siete ben dieci; assurdo.» disse la Fata portando più al largo i suoi protetti
bisognosi d’acqua.
Ritornò lentamente, come se fosse immersa nei pensieri e si fermò sulla battigia, un po’ per averli sott’occhio e un po’ per essere sentita da tutti.
«Allora, che proferisce la maledizione? Vediamo!»
Dal nulla, in mezzo a loro si alzò un vorticello trasparente e cristallino dentro il quale fluttuava una specie
di ologramma di Kezir, identica al momento della terribile maledizione e proprio mentre la pronunciava.
«Voi, spregevoli che vi siete permessi di umiliarmi,
tornerete nelle forme dei vostri inganni!»
Celeste fermò la rotazione.
«Fortunatamente, questo non è tanto grave come potrebbe sembrare.
Ascoltatemi bene!
Voi sapete che una maledizione ha la sua durata e
che porta una traccia in eterno fin dentro il Regno di
Oblio. Per quanto sia pesante il sortilegio che vi è stato
gettato addosso, noi come Fate Madrine di Pangeria ve
lo possiamo diminuire a nove esistenze mortali.
Camuffarne la traccia invece sarà un po’ più difficile; comunque, non preoccupatevi, chiederò io stessa a
Gòndury dei volontari che scenderanno nel Nuovo
Mondo per condividere con voi questa disgrazia, finché
il Giravite si sarà fermato.
Adesso vi dovrò fare una domanda; voi pensate bene
prima di rispondere: volete ancora rimanere insieme
come coppie?»
Le teste confermarono una ad una e pure qualche
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tentacolo emerso dall’acqua.
«Bene!» accettò Celeste, «Allora vi lascerò la memoria del vostro amore e la possibilità di trovare il modo
per convivere in sintonia l’uno con l’altra; anche se...
tanto diversi come siete, col tempo vi adatterete a questa
condizione in qualsiasi circostanza. Ma badate bene: se
il vostro amore un giorno finirà nonostante i ricordi che
vi porterete dentro, il legame che vi ha tenuto uniti si
spezzerà per sempre.
Fin qui ci siamo capiti?»
Quattro paia di occhi inumiditi la guardavano grati,
raffiche scintillanti di speranza li accendevano sempre
di più. Un tentacolo si allungò e avvolse con delicatezza
il Pesciolino. Annuirono in silenzio, tutti.
A quel punto, Celeste fece ripartire la testimonianza
vorticata:
«E tu, che hai osato sfidarmi, che hai osato stringermi fra i denti per salvare i tuoi amici, da ora in avanti
tu ti nutrirai di loro. E soffrirai per ogni boccone. E chiederai perdono e piangerai; e prometterai che non lo rifarai. E non sarai mai creduto. Mai. Per sempre ti pentirai.»
L’immagine roteante fu fatta svanire e la Fata si
voltò verso il Coccodrillo.
«Io ho sempre pensato che a chi possiede una così
notevole quantità di stupidità non si dovrebbe accordare
un potere talmente grande.
Le maledizioni non sono saluti; non è un gioco maledire. Le maledizioni sono le nostre magie di difesa,
non di vendetta. Le più pesanti di cui noi disponiamo.
Dovrebbero essere limitate al minimo indispensabile.
Le loro tracce non si cancellano, il loro ricordo tormen-
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ta. Le maledizioni tornano sempre al loro autore e legano per sempre.
Ma tranquillo Kishlélek, non saranno loro gli amici
di cui Vi nutrirete; invece saranno altre anime, che si
troveranno nelle Vostre vicinanze soltanto nel momento
in cui dovranno passare a una nuova fase del Giravite.
Voi agite secondo la Vostra coscienza; e più risparmiate, più sarete risparmiato.
Però Lorys caro, se vogliamo mantenere la durata di
nove esistenze mortali, dovrò allungarVi la durata di
ciascuna di esse. Capite la pesantezza della ultima maledizione, vero?»
Gli occhi di Lorys si riempirono di lacrime; nuovamente. WéChara gli si posò sulla fronte; abbassò la testa
sugli occhi bagnati e cominciò a sorseggiare col becco
lacrima dopo lacrima, finché il suo amato smise di piangere.
In imbarazzo per essersi lasciata trasportare da
quella scena commovente, Celeste provò a riprendere il
controllo su di sé.
«Quindi kèdveshem, rimaniamo così: nove esistenze
obbligate; per Lorys leggermente più lunghe e, Voi WéChara, Voi dovrete organizzarVi considerando questo
particolare...
Nove vite... e dopo, la maledizione sarà spezzata, e
tornerete ad essere liberi di decidere il vostro futuro; se
rimanere insieme, se dividervi, se mantenere queste
forme, se prendere altre, ogni cosa. Ma, quando tutto
questo sarà accaduto, ricordate che siete stati aiutati;
perché volontari che voi magari poco conoscete scenderanno da Gòndury per alleggerirvi il fardello.
Il vostro dovere sarà la gratitudine nei loro confronti,
111
perciò ricordate di onorare sempre i vostri soccorritori.
Anche questa memoria ve la concedo.
Ho la vostra promessa?... Sìì?...
Bene, perché non posso non avvertirvi che se in seguito deciderete di dimenticare o ignorare questo patto,
tutte le loro sofferenze saranno proiettate nelle vostre
esistenze, com’è giusto che sia; come traccia ancora più
concreta della vostra sciagura.
Siete d’accordo?»
Celeste, non appena ebbe il consenso dei suoi assistiti, si girò verso Zaltèro, il quale, sentendosi finalmente preso in considerazione, chiese:
«E io?»
«Voi Zaltèro? Ma Voi non siete sotto alcun Totem.
E… nelle Vostre condizioni attuali… la maledizione
non può avere alcun effetto… su di Voi. Per fortuna,
vorrei aggiungere.»
La Fata sorrise. Alzò lo sguardo verso il cielo da
dove apparve all’istante un’Aquila con ali talmente ampie da immergere tutti nell’ombra. Scese in picchiata in
mezzo a loro.
«Nebelèizis!» esclamò Celeste fingendosi sorpresa.
«Mi chiedevo quando sareste arrivato!» continuò
stuzzicante, mentre il nuovo arrivato assumeva il suo
aspetto elfico.
«Bella vista da lì sopra, dico bene?»
«Shùnnega néked, cara Celeste! Bella davvero,
avessi il tempo per ammirarla!»
«Shunnegàish! Eh! Meglio impegnati che nelle grinfie della Pigrizia. Ma avete visto che disastri che hanno
combinato questa volta?»
«Ho visto eccome! E nemmeno io posso vergognar-
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mi col mio principe...»
«Lo so, lo so, ma guardatelo come è stato bravo in
fin dei conti.»
«Anche questo è vero.» Nebelèizis diede un’occhiata intorno, indugiando con lo sguardo sui piccoli sventurati, e forse un po’ di più su Zaltèro che lo fissava con
occhi fuori dalle orbite e la bocca spalancata. «Qui
penso abbiate finito ormai. Me lo posso riprendere?»
«Ma certo, mio caro, è tutto Vostro!»
«Vi ringrazio, Celeste! Però non credo sia ancora finita; anzi credo che ci rivedremo presto.
Comunque, stavo quasi per dimenticare; c’era una
cosa di cui vi dovevo informare.»
«Un altro disastro? Ditemi, Vi ascolto.»
«I loro amici, il principe Albatros e Perla.»
«Avete notizie di loro?» chiesero strillando Celeste
e Zaltèro in perfetta sincronia.
«Sì!» rispose lui quasi sorridendo. «Ne ho! Siamo
riusciti a rintracciare Perla grazie alle Poktoàve che per
fortuna erano attive.
Inizialmente era rinchiusa in una Conchiglia in
fondo al Mare; è stata trovata praticamente in contemporanea da noi e da Signathi, il cavalluccio di Nettuno,
che però l’ha portata direttamente da lui.
Il nostro comune amico, da bravo Dio delle Acque
qual è, ha riconosciuto subito la traccia del sortilegio
che teneva imprigionata la fanciulla nel suo Regno; e
siccome lui nel suo Regno non ha mai ammesso che
qualcuno usasse le Arti Oscure, ha tolto subito l’incantesimo e l’ha liberata.
Ma, sospettando che c’era ancora il rischio di essere
ritrovata da quel malfattore che l’aveva sequestrata, il
113
Dio le ha suggerito di cambiare il Totem e di non abbandonarlo finché la situazione non si sarà risolta. E,
Zaltèro caro, io pensavo di aver visto tante cose, ma
qualcuno così privo di immaginazione, mai. Quale Totem pensate Voi che lei abbia scelto?»
«Boh, lei è timida... Elfa delle Lucciole... avrà scelto
una Lucciola?!»
«Avete ragione, lei è timida; forse per questo... forse
non è così sprovvista di immaginazione come pensavo
se ha avuto anche questa possibilità. Ma no, caro! Non
avete indovinato.
Lei ora è un minuscolo Chihuahua a pelo lungo, cenerino perlato.
È rimasta ad aspettare Albatros sull’Isola delle Noci
da Latte, vicino alle terre dei Popoli del Mare sotto la
protezione di Nettuno.»
«Ma questa è una splendida notizia. Finalmente sentiamo anche qualcosa di buono. Ma riguardo ad Albatros? Che sappiamo di lui?»
«Cara... lui... penso che abbia disattivato le Poktoàve
o che sia convinto di aver tradito, perché le sue tracce
sono cancellate.
E se volete il mio parere... io sono più propenso a
credere che lui non riesca a perdonarsi; magari perché si
è lasciato ingannare e ha divulgato i piani dei suoi amici,
magari per la perdita di Perla, magari per la sua impotenza in quella situazione in cui è stato preso di sorpresa?! Questo lo avrebbe potuto far impazzire dal dolore.»
«Quindi Voi dite che Albatros è perso? Che non potrà essere aiutato a uscire da questa maledizione e trovare Perla? Celeste, è questo che dice? Che il rischio che
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abbiamo corso tutti e che ci si è rivolto contro è stato
completamente inutile?»
Zaltèro era furibondo.
Capiva di aver sbagliato molte volte anche lui, solo
o insieme agli altri, ma aveva sempre saputo che tutto si
sarebbe potuto riparare, che nessun male era irreversibile, che si poteva recuperare ogni cosa; adesso invece
gli era appena stato detto che esistono errori che non si
possono correggere, che ci sono sbagli per cui si deve
pagare un prezzo, che ci sono decisioni che portano disgrazie, o leggerezze che cambiano le vite, per sempre.
E fu necessario un frangente perché lui comprendesse infine il significato di quella parola tante volte
pronunciata da suo padre nelle sue prediche: Responsabilità. Era stufo di sentirla, scontata ogni volta, e lui non
l’aveva mai considerata... ed era quello il suo più grosso
errore. Ma alla fine la capiva. Forse troppo tardi per pentirsi, forse troppo tardi per rimediare... ormai non importava più; lui l’aveva capita, lui finalmente ce l’aveva
fatta.
«No Kishlèlek! Non diciamo che tutto è perso, no.
In realtà mai sarà tutto perso. Ma non sarà uguale.»
«Esatto, Celeste! Albatros potrà essere aiutato, ma
non ora.
Finché lui non si perdonerà...» puntualizzò Nebelèizis avvicinandosi a Zaltèro e accarezzandolo sul collo.
«... finché il Vostro amico non capirà che non è accaduto
per un errore suo quell’episodio di gratuita cattiveria...
e che di fatto lui stesso è stato vittima di un imbroglio
frivolo ed insensato... nessuno potrà intervenire.
Questa, Kishlèlek, è una battaglia che ognuno di noi
deve portare di tanto in tanto con la propria coscienza;
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nessun altro può farlo per noi...
È così, mio caro.
Noi e i nostri principi, noi e le nostre percezioni contro la nostra coscienza guidata dal buon senso.
Probabilmente di tutte le battaglie che dobbiamo affrontare, questa è veramente l’unica che vale la pena
perdere.»
«Dobbiamo perderla?»
«Sì, mio piccolo principe! Questa battaglia, dobbiamo perderla!»
«Ben detto, fratello! Ma comunque è inevitabile;
prima o poi il dolore si smorzerà; l’intervento di Oblio
nella configurazione delle Anime è stato davvero geniale.
Magari Albatros avrà bisogno di più tempo, o magari no; ma certamente come ho detto, prima o poi, lui
dovrà perdonarsi, perché questa non è una scelta, ma
una condizione di vita.»
«E quando lui non si odierà più, quando avrà capito
di non essere colpevole, le Poktoàve si riattiveranno, e
noi lo rintracceremo e lo guideremo verso la sua Perla.»
«Fantastico!...
Quindi Zaltèro caro, mi sa che ci conviene aspettare
i tempi giusti; pazienti e magari nel mentre impegnati a
risolvere le nostre questioni irrisolte...»
Celeste parlava passando da Lorys e WéChara a
Yuwtar e Dyon che salutò teneramente.
«Albynna!» esclamò Zaltèro. «Dobbiamo liberarla!»
«Dobbiamo sì! Quindi? Vogliamo procedere?»
Gli adii furono brevi, ma non tanto quanto il viaggio
di ritorno. Quello fu istantaneo, come un teletrasporto.
116
E poi, quando Zaltèro si trovò di fronte alla porta
spalancata della carrozza in cui un altro ‘se stesso’ dormiva profondamente, si spaventò talmente tanto da sbalzare in alto e sbattere contro Nebelèizis che a quel punto
perse l’equilibrio e cascò a terra rotolando per un paio
di volte. A Nebelèizis non piaceva cadere, tantomeno
rotolare, ma si alzò senza dire una parola di rimprovero.
Il suo sguardo era comunque sufficiente.
«Dopo uno sdoppiamento di solito si ricorda il procedimento per tornare in sé.»
«Uno sdoppiamento? Parlate di quella magia impossibile...»
«No! Io parlo di quella magia possibile ma difficile,
soprattutto per il ritorno, che però Voi avete realizzato
perfettamente e addirittura nel sogno. Strano che non ricordiate.»
«In sogno. Boh! Non ricordo... magari perché dormivo!?»
«Va bene. Non importa. Ora andate dentro, rientrate
in Voi stesso, e sarà finita. Andate, forza!»
Zaltèro esitava, per la seconda volta nella sua vita
aveva davvero paura. Una paura paralizzante. Entrare in
una carrozza, lì dove un altro lui dormiva, lo terrorizzava.
«Ma si può sapere che aspettate?» sentì ancora alle
sue spalle la spinta della voce di quel Nebelèizis, tanto
sapiente, tanto prepotente, tanto... insopportabile. Come
avrebbe potuto dirgli che aveva paura?! Di chi poi?
Paura di se stesso?! Avrebbero riso persino gli Orki.
L’avrebbero preso in giro tutti. Non poteva farlo. Non
poteva dirlo. Una cosa così non si dice. Mai.
Si fece quindi coraggio e salì, chiuse gli occhi e si
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stese sopra di sé. Una strana sensazione di tranquillità lo
riempì e... nulla altro; lui aprì finalmente gli occhi.
Era di nuovo solo; un solo Zaltèro. Solo e sveglio.
Scese dalla carrozza allegro e andò salterellando da
quel Nebelèizis che non gli sembrava più così antipatico
come prima. A lui si era unita una donna elfica snella di
aspetto ipnotizzante.
«Shùnnega néked!» la salutò Zaltèro.
«Shunnegàish! Ce l’abbiamo fatta a svegliarci,
quindi. Vi sentite bene ora?»
«Bene, molto bene, più che bene direi. E Vi ringrazio
molto per l’interessamento! Non so però dove mi trovo,
dove son spariti i miei amici e soprattutto come fare a
incontrare il Turul che siamo venuti a trovare.»
Nebelèizis cercò divertito lo sguardo della sua amica
che si sforzava di non sorridere. Raddrizzò veloce anche
lui gli angoli della bocca, leggermente arcuati verso
l’alto, e provò a spiegare al loro ospite:
«Qui siamo nella Piazza del Risveglio; è la piazza
centrale di Onirodàva, la città-stato di mio fratello Zamolxis che Voi conoscete meglio come Dio Oniro.
I Vostri amici stanno per arrivare anche loro qui, e
infatti... eccoli arrivati...»
All’istante la Piazza si riempì di fermento. Una marea di calessi si fermavano uno dietro all’altro.
I suoi amici, Unicorni, Elfi e Nani, scendevano un
po’ assopiti, quasi euforici. Nessuno di loro pareva ricordare lo svenimento di Zaltèro, e tantomeno Zaltèro
era disposto a ricordarlo a loro.
Quando si rincontrarono, tutti si comportarono esattamente come quando erano appena entrati nel corridoio
diamantato di Kamelia. Persino Kamelia stessa gli passò
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accanto indifferente invece di chiedergli come stesse, e
andò direttamente dai loro anfitrioni.
«Shùnnega néked!»
«Shunnegàish, Noghibòsorkany! Avete viaggiato
bene, spero?!» chiese la ragazza.
«Benissimo, grazie! Se non che mi è parso forse un
po’ troppo lungo...»
«Vorrete scusarci per questo, mi auguro.
Non è stata un’impresa molto semplice; anzi, Vi
posso confessare che è stato necessario persino l’intervento delle Madrine. Ma finalmente questa storia si sta
per concludere.»
Zaltèro e i suoi compagni si avvicinarono a Kamelia;
lei si voltò verso di loro e sorrise.
«Eccovi di fronte al Turul, Kishlèlek, proprio come
vi avevo promesso.»
«Al Turul?! Ma Voi non siete Nebelèizis? Voi siete
il Turul?» si meravigliò Zaltèro visibilmente imbarazzato.
«Il mio nome sia da Dio che da Semidio è sempre
Nebelèizis, di Totem personale Aquila, quell’Uccello in
cui mi avete visto la prima volta. Non è proprio
un’Aquila come tutte le Aquile, vero?»
«Infatti è la più grande che io abbia mai visto e la
più spettacolare. Complimenti!»
«Oh, grazie, Kishlèlek! É per questo che mi chiamano il Turul e non l’Aquila.» rispose Nebelèizis ridendo di gusto. «Quetzalcoatl, permettetemi di presentarVi i nostri simpatici ospiti.»
E quando le presentazioni furono ormai finite, le conoscenze fatte e le formalità rispettate, in mezzo a loro
apparve una gigantesca luce abbagliante.
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Tutti furono costretti a chiudere gli occhi; dopo che
li riaprirono, al posto di quella luce, trovarono un immenso Orso bianco un po’ frastornato, che faticava visibilmente a ripiegare le voluminose ali strabilianti.
«Zamolxis, fratello mio, Shùnnega néked!» salutò
Nebelèizis e corse subito a dare una mano a suo fratello
mentre uno splendido Uccellino colorato si appoggiò
sulle spalle dell’Orso, poi si staccò da lui e volò via
verso Quetzalcoatl.
«Shunnegàish!» rispose lo Stregone appena riuscì a
tirarsi fuori dalla pelliccia ingombrante.
I due fratelli si abbracciarono allegri. Cominciarono
a scherzare e a ridere come se al mondo non ci fosse
niente altro da fare. Dopodiché, alto e massiccio, ma con
la camminata svelta, Zamolxis si avvicinò a Quetzalcoatl, accanto alla quale era comparsa una donna delicata e tuttavia formosa, meno giovane di lei, che però le
somigliava parecchio.
Lui prese fra le braccia la donna e la strinse forte a
sé; le incollò un bacetto ben schiacciato sulla guancia e
tutto raggiante disse all’altra:
«Quetzalcoatl, cognata cara, ditemi, avete risolto
quel problemino per cui mi avete inviato addirittura otto
Fenici?»
«Ah, quello è stato risolto, sì! Ma ne abbiamo un altro ancor più imminente, adesso.»
«Avete sentito, cara?» Chiese allegro alla sua sposa.
Poi disse volgendosi all’altra:
«La mia dolce Quetzal insisteva di lasciarVi più
tempo, ma io le avevo detto che ormai Vi conosco meglio di lei.» e rise.
«E io non ne dubito, amore mio. Quello che dite po-
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trebbe anche essere vero, per il poco tempo che passiamo insieme io e mia sorella da quella disgrazia; e non
mi meraviglierei affatto se lo fosse.»
«Ma non Vi preoccupate cara, appena sarete in
grado di smaterializzarVi di nuovo da sola, nulla Vi potrà impedire di venire a trovare Vostra sorella quando ne
sentirete il bisogno.» e Zamolxis stampò un altro bacio
pressato sulla guancia della sua adorata Quetzal.
«Fratello, dobbiamo portare questi sciagurati a trovare la promessa di Zaltèro, il principe Unicorno di Pangeria. Conoscete la storia; Quetzalcoatl Ve l’aveva
esposta già.»
«Sì, sì! Triste questa storia e insensata. Ma vediamo
di scioglierla un po’. Ditemi, fratello, conoscete la locazione esatta di quella creatura?»
«Ancora no! Ma salirò su Seferioth a cercarla, appena mi permetterete di farlo.»
«Fatelo adesso, noi Vi aspettiamo qui.»
Qualche istante dopo, il Turul scendeva frettoloso
per diventare Nebelèizis quasi in volo.
«L’unica Grotta dei Pipistrelli in cui c’è uno strano
movimento è quella sulle Montagne dei Ràri, che come
sapete sono prese da Morregan.»
Zamolxis chiuse gli occhi come per immaginare lo
scenario, poi con un’aria seria e severa disse:
«Dovete tornare alla dimora di Kamelia, attraversare
la pianura, il braccio troncato del Jiin, tutta la valle fino
ai piedi della montagna e salire poi, ma temo che la salita sia troppo ripida e gli accampamenti morregani
troppo ravvicinati.»
«Oppure... possiamo sorvolare la Foresta ed eludere
così gran parte dei pericoli, se Voi caro fratello, in modo
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del tutto eccezionale, accettate di spegnere la magia che
la ricopre, giusto il tempo di cui abbiamo bisogno per
attraversarla in volo...»
«Oppure!» confermò Zamolxis, «E sarei anche disposto a farlo... ma, a una condizione.»
«A una condizione?! E quale?!»
«Voglio il Lupo bianco e il Raccontatore al mio servizio per tre esistenze mortali; con l’inizio della fine di
questa avventura, s’intende. Se loro accetteranno potete
partire pure adesso.»
Suri e Xalemèe si guardarono per qualche momento
impanicati. Ma come a loro succedeva sempre nei momenti di difficoltà, fecero lo stesso ragionamento sia
l’uno che l’altra: “Mah, se rimaniamo insieme, perché
no?” e risposero quasi a una voce sola:
«D’accordo! Noi accettiamo!»
«E così sia!» disse Zamolxis, «la Magia del Sogno
sarà disattivata fino al vostro ritorno. Andate e non sprecate altro tempo.»
«Nebelèizis, un attimo solo se non Vi dispiace.» li
fermò Quetzalcoatl. «Ricordate la Dalia di cui mi avete
parlato? Quell’Elfa di nome Noriyàh!»
«Mia sorella! Quella è mia sorella! Che cosa le è
successo?» Suri si fece largo fra i suoi amici e si avvicinò a Quetzalcoatl per ascoltare, preoccupato.
«È stata avvistata nei boschi ai piedi delle Montagne
dei Ràri, ed è stata avvisata del pericolo in cui si trova,
ma si è rifiutata di abbandonare la zona. Insisteva sul
fatto che avrebbe dovuto cercare la verità, che lei ora
ricorda tutto. Magari la incontrate e riuscite a convincerla di venire via con Voi.»
«Ma che ricorda!? Quella è una spia innata, si mette
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sempre nei guai, perché crede di dover sapere lei tutto.
E ora, che si è inventata ancora? Devo trovarla. Devo
trovarla urgentemente. Andiamo, subito!»
E partirono.
Non si fermarono finché non furono arrivati nelle vicinanze della Grotta; si nascosero dietro ai grossi tronchi degli alberi per organizzarsi mentre Loki, Hella e
Aryanna si dispersero per fare il sopralluogo.
Di fronte alla spelonca c’era un accampamento morregano, esteso soprattutto verso destra, lungo il largo
sentiero, ma risultava curiosamente vuoto.
L’entrata nella Grotta invece era vigilata da due Orki
Tusoqued, facili da riconoscere: tozzi e brutti come tutti
gli Orki della prima plasmazione, loro erano anche talmente tanto stupidi e prepotenti da contendersi assurdamente, con rumorose litigate continue e menandosi a vicenda, il monopolio totale sulla guardia.
Per Hella e Loki, quindi, fu proprio un gioco da ragazzi avvicinarli e trasformarli in due buffe statue di
pietra sul punto di prendersi a calci, non impegnando
poi più di uno sguardo per ciascuno.
I due Nani si erano proposti per eliminare le guardie
da fuori e da dentro, poiché, e su quello concordavano
tutti, Albynna non sarebbe mai stata lasciata non sorvegliata anche all’interno.
Intanto, i guerrieri di Suri circondarono l’accampamento e rimasero in attesa di qualche eventuale visitatore. Nessuno avrebbe potuto accedere alla grotta da
quelle parti con loro di guardia.
Alla sinistra dell’entrata nella grotta, il terreno era
molto più ripido; né la salita, né la discesa sarebbero
123
state possibili; ma più in alto, la caverna aveva ancora
un’altra entrata, meno larga e più scomoda, simile a un
pozzo angusto.
Il Turul conosceva bene il posto.
Quelle montagne, una volta, erano le montagne di un
popolo a lui molto caro, a cui era particolarmente legato.
Dal Re di quel popolo aveva ricevuto il privilegio di
prendere il Turul come suo Totem personale.
Non tanto lontano da dove si trovavano, c’era ancora
la fortezza alpina del Re delle Aquile; l’aveva fatta edificare come regalo per la sua sposa, che amava tanto vivere fra le nuvole. Nonostante il loro amore, non avevano avuto alcun erede e quel popolo fu sostituito dal
popolo delle Lucciole, su un lato della montagna;
sull’altro invece dai Lupi.
E quindi fu proprio lui, Nebelèizis, a informare i suoi
compagni sulla seconda entrata.
«Non credo che siano in molti a conoscerla, anzi; ma
se vogliamo assicurarci le spalle, quella dobbiamo o
chiuderla o sorvegliarla noi. Per arrivare lì però si vola,
non c’è un’altra possibilità.»
«Voliamo allora!» esclamò Suri, sperando che
l’avanzata verso l’altra parte della caverna l’avrebbe avvicinato al confine con le sue terre tanto da poter incontrare sua sorella; era più che certo che lei si aggirava da
quelle parti.
«Siamo in pochi.» continuò lui, «Non credo ci possiamo permettere di sorvegliare la grotta da entrambe le
parti; la seconda per forza dobbiamo chiuderla.»
«Avete ragione, ma come pensate di farlo?» chiese
Zaltèro al suo amico che pareva già avere un suo piano
in mente.
124
«Aryanna!» disse lui.
«Io che? Che posso fare io?»
«Cara Voi siete l’unica in grado di poter chiudere
quella bocca. Una Vostra tela sopra ed è fatta.»
«Semplice e ingegnoso; mi piace!» concordò la ragazza, «Andiamo allora! Voglio dire... Chi mi accompagna?»
«Aspettate un attimo! Dobbiamo vederci chiaro in
questa situazione in cui ci troviamo.
Quindi: i miei guerrieri sorvegliano questa entrata e
l’accampamento; Loki e Hella si sono offerti di fare
piazza pulita dentro; Zaltèro con gli Unicorni dovranno
tenersi pronti per entrare e soccorrere Albynna; lo stesso
anche Xalemèe che le deve consegnare il diadema di sua
madre appena Zaltèro avrà tolto la sua protezione.
Rimaniamo solo io, Voi e Nebelèizis, se egli sarà
d’accordo a darci una mano.»
«Ma come no? Volentieri anche! Di più: vi porterò
io stesso lì.»
Il Turul si alzò sopra le montagne, aveva bisogno di
farsi un’idea generale, sua.
Per essere una montagna presa e dominata, gli sembrava troppo poco animata, quasi abbandonata. “O gli
Orki sono bravissimi a mimetizzarsi...” pensò, “... ma
avevo sentito tutt’altro sul loro conto, oppure hanno
dato per scontato che un posto conquistato rimane come
tale per sempre e non serve più la sorveglianza. Comunque meglio restare in allerta.”
Si diresse verso il pozzo e zoomò tutta la zona che
lo circondava.
Proprio accanto al bordo dell’entrata c’erano due
corpi, maschio e femmina; uno steso ma accostato alla
125
testa del pozzo e l’altra seduta, con la schiena appoggiata al muretto di pietra.
«Pare che non sarà così facile come pensavamo.
C’è qualcuno, anzi più di qualcuno. Dobbiamo fare
attenzione. Scenderò su quella roccia lì. Ci disperdiamo
e ci celiamo dietro gli alberi. Dobbiamo capire chi
sono.»
Un albero alla volta si avvicinarono sempre di più
finché fra loro e i due indesiderati inopportuni non rimasero che quattro o cinque passi.
Per fortuna, il maschio si lagnava di continuo mentre
la femmina era troppo impegnata a fargli un’interminabile strapazzata per accorgersi della loro presenza.
«... perché non sarebbe successo nulla di tutto questo
se tu fossi arrivato in tempo. Ma noooo, se non corressi
dietro tutti i pepli, tu non saresti tu! Ma fallo pure ora!
Vai, fallo, vediamo se te lo puoi permettere.... Non impari mai ecco questo è il tuo problema!» urlava lei gesticolando con veemenza.
«Uh! Che dolore, che dolore! ... Ma puoi stare zitta?
Che dolore! Tieniti quella boccaccia chiusa o se no vattene via! ... Ma lasciami soffrire in pace.»
«Ma quale dolore, quale dolore? Nemmeno fossi
uno di quei mocciosi marmocchi delle tue conquiste...»
«Le mie conquiste? Ecco! Ricominciamo? Non
smetterai mai, vero? Uh! Che dolore!»
«Non sono mai stata così umiliata nella mia vita! …
Mai così disprezzata! E tu mi chiedi di star zitta?...»
«Umiliata?! Tu?! Ma non hai guardato me?! Allora
guarda, guarda! Uh, che male che fa! Questa si chiama
umiliazione, non un cinguettio in faccia o il morso di un
Coccodrillo...»
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«Ah no?! Essere presa in giro, imbrogliata da quei
piccoli vermi insignificanti! Quello non è umiliare, secondo te? Nooo?! Ma questo sì, vero?! Sgonfiarsi da
soli le palline e per di più col proprio coltello, sìììì!
Come no?! Quello sì che è umiliante! Ma per piacere!
Ma quanto sei patetico, guarda!»
«Patetico!? Io?! Uh! Sapessi come fa male! Tu non
lo capirai mai! Non puoi capire questo dolore! Tu sei
vuota! Non hai sentimenti, non hai empatia, ecco! Meglio che te ne vada!»
«Io sono vuota?! Ahahaha! Ma tu ti rendi conto di
quello che stai dicendo?! Io sarei vuota, secondo te?!
Ah, magari... vuota come quelle cose che ti fanno ancora
così tanto male?! Ahaha!»
«Ma vattene nell’Eden, va!»
«Come osi! Guarda che io non ti ho mica offeso,
eh!»
«Ah davvero? Quindi io avrei sognato che qualcuno
mi dava del patetico...»
«Eh no, chicco! Non puoi dirlo! Quella non è una
offesa, tu patetico lo sei!...
Poi, pensa un po’, essere cacciati come due delinquenti, ma ti pare?! Noi! Cacciati via in pubblico! Davanti a quelle formiche svergognate... Non esiste! Questa offesa va ripagata.»
«Ma smetti! A chi pensi che importi più di te?»
«Che cosa? Ma ti è saltato il cervello, per caso?!
Come puoi dirmi una cosa del genere? A me? Proprio
tu, per cui ho sacrificato persino la mia popolarità olimpica?! A me, che ti ho portato qui, al riparo da occhi
curiosi e lingue beffarde perché nessuno conosca la tua
disgrazia; vabbè, presunta disgrazia... invece di portarti
127
sull’Olimpo e darti in pasto ai tuoi compagni di sieste...»
«Ehm, va bene! Ma non esagerare! E poi, dai, lo sai
pure tu, non ti conosce nessuno adesso come non ti conosceva prima. Che dolore, guarda, non farmi parlare,
per favore! Te lo chiedo per favore, sì?»
«No! Io non parlo più con te! Sei fastidioso!»
«Menomale! Magari fossi una Dea di parola...»
«Ho deciso! Mi andrò a vendicare. Prima voglio punire quel bastardo cornuto! E so anche come! Ahahah!
Non sai che ti aspetta, bello mio.
Ho sentito i Zuzzurri parlare del rapimento di una
fanciulla Unicorno, di cui loro dicevano che era la promessa del principe Unicorno di Pangeria. Ahahah!
L’hanno portata in una grotta che si trova proprio qui,
in queste montagne.
Dimmi te se questa non è fortuna, per noi?
Ora io andrò a cercare quella grotta; non appena la
troverò la mia vendetta sarà fatta. Ecco che cosa farò!
Vado!»
Nebelèizis che riconobbe subito sia Kezir che Murduk aspettò che la Dea si fosse allontanata abbastanza
per non rischiare di essere scoperti e fece segno ad
Aryanna e a Suri di avvicinarsi a lui.
«Sono Kezir e Murduk; la fama della loro reputazione è arrivata anche a voi, suppongo. Ora, ci approfittiamo della sua sete di vendetta e concludiamo il nostro
lavoro.»
«Per fortuna non conosce queste montagne. Ma se
avesse saputo dove si era seduta... Che cosa ce ne facciamo di lui, invece?» chiese Aryanna.
«Potreste ottenere dal Vostro Totem un po’ di veleno? Su di lui non avrà effetto letale ma paralizzante sì.
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E dopo che sarà immobilizzato Voi lo avvolgerete nella
Vostra tela, bene bene e stretto stretto. Lo gettiamo dentro il pozzo e chiudiamo.»
Dopo che Aryanna, seguendo il piano di Suri, avvolse il Dio completamente impossibilitato a muoversi
nel bozzolo da gettare dentro il pozzo, i suoi compagni
lo sollevarono e lo infilarono nella bocca stretta che lo
inghiottì con un rumore echeggiante e distante assai.
Kezir guardava la scena da sopra una roccia per tre
quarti occultata da due tronchi massicci.
Si sentiva le ali dolenti per quanto aveva sorvolato;
e pensava che avrebbe dovuto fare qualcosa per rimettersi in forma; quella vita non le faceva tanto bene e se
davvero doveva essere sincera con se stessa non le faceva bene per niente.
Assecondare Murduk non si era rivelata un’idea così
geniale come lui le aveva promesso che sarebbe stata.
Si sentiva parecchio delusa. E lo riconosceva pure.
Ma cacciò subito quei pensieri; in quel momento
aveva problemi ben più grandi a cui pensare.
Trovare la grotta non le fu poi così difficile; e stava
sul punto di entrarvi a prendersi la sua edulcorata rivincita, quando quasi all’ultimo momento, capì che le statue di pietra che abbellivano l’entrata non erano proprio
delle vere statue, ma che di fatto erano due Orki pietrificati; probabilmente, pensò lei, erano le guardie di
quella caverna lasciate lì a sorvegliarla.
Inorridì!
D’un tratto, un fruscio di foglie le era arrivato alle
orecchie e lei si voltò. Quell’orrendo cornuto seguito da
una dozzina di altri cornuti come lui uscivano dal bosco
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e si avviavano verso di lei.
Non ebbe che giusto il tempo per nascondersi dietro
al primo albero che loro le stavano già passando davanti.
Era terrorizzata. Essere pietrificata era la più grande
paura che si portava dentro.
Partì subito per avvisare Murduk.
E fu quando toccò terra che sentì quei rumori bizzarri e quelle voci.
Per prudenza si nascose subito, spiando però col
cuore in gola.
Un Ragno stava dipanando un filo di seta lucente intorno al suo amico.
Due Elfi maschi, gagliardi come lei non ne aveva
mai incontrato altri simili, assistevano impazienti in
piedi da una parte e dall’altra del Ragno che quest’ultimo finisse il suo lavoro.
Capiva benissimo che Murduk era in difficoltà, e con
tutto ciò lei non si sentiva di muovere un ciglio per aiutarlo, più che altro per paura di farsi scoprire.
Come avrebbe fatto poi a sconfiggerli, pensò tremando, lei era una e loro tre.
Certo, avrebbe potuto maledirli se avesse avuto la
sicurezza che non ce ne fossero degli altri nei dintorni a
prenderla di sorpresa per poi finire in una bolla anche
lei. Ma quella certezza le mancava; perciò decise che
per la sua integrità sarebbe stato meglio aspettare.
Il Ragno aveva probabilmente finito il suo filo, ragionò lei, quando vide che il bozzolo con dentro il suo
amico fu infilato in un buco dentro una roccia e che
scompariva lì dentro; ma il Ragno ricominciò ancora a
tessere e Kezir dovette nuovamente aspettare.
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Poi, quando riconobbe nell’Uccello in cui si trasformò uno degli Elfi l’assai famoso Turul, la sua ansia
aumentò notevolmente. Tutto l’Olimpo era a conoscenza delle straordinarie capacità mentali di questo Nebelèizis.
Lui avrebbe potuto intercettarle i pensieri... pensò.
“Una cosa assolutamente inammissibile” si disse.
“Devo impedirgli di farlo; mi devo sforzare a non pensare più.”
E dunque, chiuse gli occhi e si mise le dita nelle
orecchie, strinse la bocca e rimase così immobile finché... si svegliò; perché a furia di non pensare, la sua
mente si rilassò a tal punto da farla addormentare.
E ancora non sapeva se avesse potuto pensare o
meno, ma appena osò farlo, il suo primo pensiero fu di
andare nella Dolina delle Invocazioni, proprio lì vicino,
nel posto che il loro Capo aveva scelto e attrezzato con
magie di pronto intervento.
Aveva talmente tanta fretta di ottenere soccorso che
non badò più alle formalità e invece di attenersi al Codice del Sostegno lei fece, uno dopo l’altro, tutti gli incantesimi di richiesta assistenza che conosceva, allegando così alla sua istanza lo Statuto di Urgenza Planetaria.
Non aveva concluso ancora l’intero rituale che un
Dio prestante, seppur giovane assai, vestito di grigio
cangiante e mantellato di nero, col viso pallido e capelli
corvini, lo sguardo aguzzo, l’espressione severa e con la
voce grave, le chiese:
«E adesso che cosa c’è?»
«Oh, Divino! Voi sapete che mi fa impressione vedervi acconciato così. Qui siamo soli, potete tranquilla-
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mente lasciare questo travestimento. Mi intimorisce,
davvero!»
«Ma quanto siete pesante!»
Il Dio si scrollò la maschera di dosso e si trasformò
in un giovanissimo Dio biondo, di occhi azzurri e volto
affascinante; di voce tenorile e melodiosa, di presenza
magnetica.
«Ecco! Ora parlate!»
La Dea gli raccontò tutto punto per punto: come
erano stati umiliati e come arrestati, come cacciati via e
come i loro soldati erano stati pietrificati e come il luogotenente Murduk imbalsamato e gettato chissà dove;
come lei stava male e come voleva vendicarsi e ancora
raccontava e raccontava mentre il Dio biondo percorreva il bordo della dolina, silente e riflessivo.
Nessuno di loro avrebbe mai potuto sospettare o prevedere o immaginare che in mezzo a quell’area impregnata di magie divine, qualcun altro che non fosse un
Dio, avrebbe osato introdursi, e tantomeno occultarsi
sotto forma di un banale Totem vegetale per spiare un
incontro olimpico.
Ed era per questo che Noriyàh, dopo aver scoperto
quel posto, non aveva più voluto abbandonarlo.
L’astuzia, ma più che altro la pazzia del suo piano
era talmente esorbitante da non poter essere minimamente considerata come probabile minaccia.
Non era mai stata un’Elfa come tutti gli Elfi. Dentro
di sé aveva sempre saputo di sapere qualcosa che non
avrebbe mai dovuto sapere. E dopo il decreto di ritiro
dell’Impero della Luce, quando tutte le terre erano rimaste disabitate, lei sentiva che ciò che non sapeva di sape-
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re stava per essere scoperto.
E come aveva ragione!...
Pensò a quel momento in cui vagando per i boschi
ala ricerca di risposte o tracce riguardo a quella sua fissazione, il disegno che aveva sul braccio fin dalla nascita diventò all'improvviso scintillante e cominciò a
pruderle.
Lei allora ebbe quasi un momento di illuminazione,
come se migliaia di flash le scorressero davanti agli occhi, immagini, parole, posti, suoni... poi tutto sparì e rimase solo il ricordo di un inusuale Incontro.
Un Incontro che lei aveva interpretato in modo errato e che aveva denunciato senza assicurarsi che la sua
vista non fosse ingannata.
Uno splendido innocente fu ingiustamente esiliato e
fu in quel modo che sua sorella maggiore perse l’amore
della sua vita. Per colpa di quell’errore. Per una sua leggerezza.
Ma non passò molto da quel triste episodio, e fu di
nuovo testimone di un altro Incontro simile al primo.
Quella volta però, vide tutto più chiaro e si convinse
con rammarico di aver sbagliato; ma nonostante i suoi
rimpianti, non riuscì più a rimediare all’errore commesso, perché fu subito scoperta e braccata.
Aveva visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. Aveva sentito qualcosa che non avrebbe dovuto
sentire. E sapeva qualcosa che non avrebbe dovuto sapere.
Doveva quindi mettersi al riparo, sparire; e non ebbe
alcun’altra scelta, sennonché entrare nel Giravite per nascondersi; senza alcuna preparazione, senza la Scissione
e senza nemmeno salutare.
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“Finalmente ti ho preso, farabutto!” si disse soddisfatta. “Pensavi di aver vinto! Pensavi che io non avrei
più rammendato! Ma guarda che ti sbagliavi, sai? Traditore!
Ho giurato di incastrarti. E ora ho trovato il modo.
Lui tornerà, vedrai! Impostore, ipocrita, ti smascherò!”
Il granello di Polline in cui si era metamorfosata si
lasciò portare da un soffio di vento fin quando non fu
più nel campo visivo di Kezir e del suo Capo.
Noriyàh cambiò forma dal Polline alla Lupa bruna e
cominciò a correre a più non posso verso la grotta dove
aveva udito che si trovava suo fratello.
Sentiva il cuore scoppiarle di gioia mentre ripassava
in mente quella fantastica notizia che portava con sé.
Suri l’avrebbe aiutata, ne era certa. Doveva soltanto
trovarlo e quel calvario sarebbe finito.
D’un tratto cominciò a fiutare nell’aria la puzza di
palude putrida, feccia e sudore e capì che su quel sentiero erano passati da poco numerosi Orki guerrieri. Seguì veloce le loro tracce.
“Se il mio naso funziona ancora, questi non possono
essere che Orki Assatruy.” si disse. “Mercenari, assassini e traditori; e non sembrano essere più di una compagnia; sì, però una compagnia che purtroppo vale almeno il doppio, se il nostro professore di ‘Simulazioni
di guerra’ non ci ha raccontato frottole... Sono malmessi
e questo è un bene, ma non mi piace la strada che hanno
preso. Mi pare che pure loro siano diretti alla la Grotta
dei Pipistrelli. Devo anticiparli... imboccherò le scorciatoie...”
E così affrettò il passo, per correre più veloce e ancora più veloce, e di più, e di più, molto di più.
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Xalemèe si tolse il diadema con la stessa cura con la
quale se lo era inserito fra i capelli e per un momento
rimase immobile osservandolo e ripensando alle parole
di quella madre tanto provata:
«...Indipendentemente dallo stato in cui trovate Albynna, posate il diadema sulla sua fronte, Vi prego!
L’ho fatto fare con magia materna e ha il potere di
incollare il tempo, di risanare le ferite e di trattenere
l’anima dentro al corpo, se il corpo non è stato ancora
abbandonato.
E fate attenzione perché questa magia vale per nove
tentativi.
Provateli tutti se necessario; e se dopo il nono tentativo di rianimazione lei non avrà dato ancora segni di
vita, soltanto allora potrete considerare che non c’è più
niente da fare.
Andate, vi supplico, fate in fretta. Salvate la mia
bambina...»
“Ed eccoci arrivati... finalmente possiamo farlo...” si
disse.
Quando fu ritrovata, dopo che Loki e Hella avevano
decorato la caverna con altre quattro statuette di pietra
dall’aspetto simile alle quattro Zanzare di guardia, Albynna era ricoperta di sassi unti da una ripugnante
pasta melmosa. Non sapevano se fosse ancora in vita;
non sapevano nemmeno come fare a tirarla fuori da
quella schifezza.
Ma Aryanna fu intraprendente: più intraprendente di
tutti, persino di Zaltèro ancora incredulo; senza dire una
parola si mise al lavoro; e si immerse completamente
nella sua straordinaria magia tessile.
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Poco dopo, Albynna fu ricoperta da una tela talmente assorbente da seccare all’istante tutta quella fanghiglia appiccicosa che poi si spaccò e si staccò da sola,
come il mallo delle noci maturate.
Un attimo dopo la sua principessa era liberata, ma
Zaltèro ancora esitava a toglierle la protezione. Ci fu bisogno di parecchie spinte e di tante insistenze perché lui
prendesse il coraggio di farlo.
“... eh sì, amica mia... ora finalmente ci siamo...” ripeté Xalemèe il suo pensiero.
«Allora? Vogliamo cominciare o aspettiamo che finisca il Crepuscolo?» le parole di Suri furono accompagnate da una sana gomitata e Xalemèe si guardò intorno
come se si fosse appena svegliata da un sogno.
Posò lo sguardo di nuovo sul diadema che teneva fra
le mani. Si volse verso Albynna, le si inginocchiò accanto e poggiò quel dono materno sulla fronte ghiacciata. Poi fissò la clessidra per il primo tentativo. Il diadema si accese all’istante; intermittenti vibrazioni luminose scivolarono veloci dalla testa lungo il manto insozzato, fino alle punte dei crini e fino alle punte dei piedi.
La luce si spense. Albynna però non dava alcun segno di vita e Zaltèro si lasciò cadere a terra, abbacchiato.
Pensava che tutto fosse perso per lui, che tutto fosse finito, quando il diadema si accese di nuovo.
Da fuori della caverna arrivò d’un tratto il segnale di
assalto seguito dai rumori di lotta.
Suri e Loki si scambiarono un’occhiata irrequieta e
uscirono di corsa; Nebelèizis dietro a loro, e subito anche Hella e Xalemèe.
Zaltèro rimase però accanto ad Albynna e con lui
tutti gli Unicorni; e allora Aryanna capì quel momento.
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Infilò in fretta nella tasca del suo abito la clessidra
che Xalemèe le aveva messo fra le mani prima di uscire,
poi diventò un'altra volta un Ragno e andò a sigillare la
grotta dall’interno.
Il trambusto che aveva accompagnato gli Orki, i
quali si stavano avvicinando all’accampamento sorvegliato dai guerrieri di Suri, fu talmente forte da non lasciare alcun dubbio sulla natura di quei malcapitati.
E avendo sentito il baccano, gli Elfi si erano schierati nelle posizioni prestabilite; i Nani Pipistrelli avevano riempito gli alberi, silenziosi come le ombre.
La loro strategia puntava sulla sorpresa e il segnale
era stato dato quando gli Orki erano ormai circondati.
Le grida interrotte dalle spade affilate, le urla spezzate dalle frecce scagliate... Attimi.
Il macello fu feroce ed istantaneo.
Circa un centinaio di Tusoqued giacevano già a terra,
falciati; nessuno di loro si era accorto di quello che gli
era capitato.
I loro comandanti, due Zuzzurri imbestialiti, fatti a
pezzi come mosche.
Una Lupa usciva timidamente dal bosco. Gli Elfi restarono in allerta. I Pipistrelli cominciarono a ruotarle
sopra. E quando un arco si stava per stendere, Suri riconobbe sua sorella.
«Alt!» strillò lui e le corse incontro.
«Noriyàh! Piccola, ma perché fate tutto di testa Vostra? Perché non ubbidite mai? Dovevate trovarVi ora
nel Rifugio con nostra madre e nostro padre, con i nostri
fratelli. Oh, piccola sciocca, che cosa me ne farò di
Voi?» disse stringendo fra le braccia con affetto la Lupa
ansimante.
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Immediatamente Noriyàh cambiò forma. Si gettò al
collo di suo fratello e si strinse più stretta a lui.
«Vi devo parlare Suri, di una cosa molto grave. Io
ho commesso un grosso errore che ora posso rimediare.
Ma ho bisogno del vostro aiuto, caro fratello. Mi aiuterete, sì?»
«Ma certo piccola, però ora tranquillizzateVi! Prima
Vi calmate e poi parliamo di tutto quello che volete.»
«Solo che non c’è tempo per aspettare. Ma Voi avete
ragione. Del mio problema Vi parlerò più tardi. Ora dovete sapere che venendo qui ho superato una compagnia
di Assatruy diretti proprio verso questo posto.»
«Altri? Assatruy? Ma siete sicura?»
«Sicurissima, sì. Li ho seguiti per capire chi, quanti
e in che stato sono.
Poi ho aspettato che oltrepassassero il crocicchio,
dopodiché ho preso le scorciatoie per avvisarvi prima
che loro vi avessero colto di sorpresa.»
«Ben fatto, piccola spia. Non cambierete mai; ma
questa volta i Vostri ‘vizi’ credo che ci porteranno la
salvezza.»
Suri inviò subito gli esploratori in avanscoperta; si
consultò con i suoi amici per le strategie più appropriate
alle circostanze e infine radunò l’intero suo contingente
di difesa a cui diede le ultime istruzioni.
Quando arrivarono, gli Assatruy furono accolti da
un panorama agghiacciante, da una desolazione senza
pari.
L’accampamento dei Tusoqued era vuoto, ma mica
tanto poi; dentro ogni tenda un coacervo di corpi smembrati. La terra era imbrattata del sangue nero, orkese,
come se fosse unta di catrame.
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Sassi di forme bizzarre decoravano gli alberi dai cui
rami pendolavano teste smozzate, braccia e gambe.
Un silenzio assillante faceva echeggiare nelle loro
menti i battiti dei propri cuori allarmati. La bocca della
grotta era coperta da una rete impenetrabile e blocchi
massici di pietra sparsi dappertutto intorno.
Loro però erano affamati più di quanto fossero stanchi o spaventati; e anche se alla vista di quel disastro,
come primo impatto, rabbrividirono, pian piano la loro
natura prese il sopravvento sulle loro paure; e di fronte
a tutto quel cibo non riuscirono più a contenersi.
Si gettarono ingordi sui pezzi pendolanti come gli
strozzini sulla refurtiva, contendendosi senza sosta persino i mignoli. Nelle tende non rimasero nemmeno le
ossa. Nulla fu sprecato e nulla avanzò.
Infine si sdraiarono abbuffati.
L’aria si riempì presto dal rumore dei loro grugniti.
Fra rantoli, rutti e scorregge, un’agile Salamandra passava da una roccia all’altra animandola; sugli alberi, silenziosamente, si insinuava un Serpente ondulandosi fra
i ramoscelli e trasformando ogni sassolino che toccava
in un Pipistrello rannicchiato.
E finalmente le spade furono sfoderate, gli archi tesi,
le mazze impugnate. Il macello ebbe inizio.
Le lame elfiche sminuzzavano i corpi dormienti. Le
asce spaccavano i crani pelati. Cariche di frecce venivano scoccate. E l’aria si riempiva di orrore.
Uno Zuzzurro fu destato dalla testa di un Orko che
gli rimbalzò contro. Si rizzò inferocito e si slanciò selvaggiamente contro Xalemèe. Lei lo vide e scagliò la
lancia verso di lui. Veloce però lui si scansò. In un abile
salto felino la buttò a terra. La spada le scivolò di mano;
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lei allora cercò il pugnale di riserva, mentre le fauci
della bestia stavano per sbranarla. L’alito rancido sempre più vicino alla sua faccia. La lama elfica penetrò il
manto vischioso. Lo Zuzzurro lanciò un ruggito di dolore mentre una freccia gli si conficcava dritta nella
gola; agonizzante crollò a terra, inerte.
Xalemèe si alzò, afferrò la sua spada guardandosi intorno e vide Suri fra due Zuzzurri mentre faceva una piroetta in aria: con un calcio volante prese una delle due
bestie in piena faccia, che usò come trampolino per un
altro calcio, rotante, con cui mandò a terra lo Zuzzurro
ancora in piedi; si rigirò verso il primo e gli infilzò il
pugnale fra gli occhi, poi tornò al secondo, che sgozzò.
Si sentì un guaito breve proveniente dai pressi della
grotta; si voltarono entrambi; la Lupa sembrava messa
alle strette da una mezza dozzina di Orki. Suri si avviò
di corsa, ma prima di poter raggiungere sua sorella fu
fermato da una mazza che gli fece perdere l’equilibrio.
L’Orko che la manovrava si gettò su di lui. Morto. La
spada di Xalemèe lo aveva sezionato a metà.
Intanto il Turul aveva visto la scena dall’alto e si era
precipitato in soccorso della giovane Lupa. Prese gli
Orki due a due e li scaraventò sulle rocce aguzze.
Quando Suri e Xalemèe arrivarono accanto alla
Lupa, la battaglia era già finita.
Furono controllati i corpi. I nemici erano morti, gli
amici invece vivi.
Noriyàh ritornò alla sua forma elfica e Xalemèe le
curò le ferite. Tutti si curavano le ferite.
Fu in quel momento che in mezzo a loro, proprio con
le spalle alla grotta si materializzò un Dio giovane dai
capelli scuri, vestito di grigio e di nero. Alla sua destra
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raggiava Kezir mentre alla sinistra Murduk.
Nessuno fiatava più, tutti si bloccarono; perché tutti
conoscevano il suo nome, e pensarono: Morregan.
Soltanto Noriyàh si alzò di scatto e strillò più forte
che poteva:
«Non è lui, non è lui! Lui non è Mor...» ma non riuscì a finire però, il Dio la avvolse in un Incantesimo di
Silenzio; le sue parole uscivano mute, nessuno le sentiva
più.
«Piccola sciocca, ma davvero pensavi che mi saresti
sfuggita? Non soltanto su Pangeria, ma pure tra i mortali
ti avrei seguita. Pure nell’Eden, se ti fossi rifugiata lì;
l’avrei distrutto come ho distrutto Pangeria; per te. Mi
sono fatto creare le Zanzare e le Mosche Chimere per
mandarle a cercarti, Hyaina, non avresti potuto mai
sfuggirmi. Tu non avevi scampo davanti a me.»
Suri si avvicinò a sua sorella e la strinse forte al suo
petto. Avrebbe voluto proteggerla ma quella volta sapeva di non poterlo fare... le asciugò le lacrime mentre
il Dio li guardava sghignazzando.
«Non tornerai nell’Olimpo, non tanto presto e non
finché io avrò finito il mio progetto.
Hai scelto di non essere dalla mia parte, hai scelto di
sfidarmi, di restare fedele ai tuoi amici e alla tua famiglia.
Bene, ma sai che ti dico? Tu diventerai una Iena, né
il Lupo di tuo padre, né il Felino di tua madre. Non distinguerai più gli amici dai nemici, e ti dimenticherai
cosa significa la Lealtà. E qualsiasi forma tu deciderai
di assumere, la Iena dentro di te ti sopraffarà.»
Kezir non vedeva l’ora di prendere la parola e
quando il Dio fece la prima pausa lei gli domandò:
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«Divino, se mi permettete anche io dovrei maledire
quei vermi che si sono divertiti a pietrificare i nostri soldati...»
«D’accordo, d’accordo, se ci tieni tanto, fa’ pure. Ma
presto che non ho finito, io.»
«Allora sentitemi bene, chiunque siate voi che giocate a fare gli scultori, appena io me ne sarò andata di
qua, non potrete più guardare negli occhi nessuno, perché lo pietrificherete. Ahahahah!! Ve l’ho fatta, eh?
So che per quelli come voi guardarsi negli occhi è
come dichiarare i propri sentimenti.
Ma anche la più insignificante sbirciatina negli occhi
di un altro lo trasformerà in pietra.
In più ciò che pietrificate non potrete mai rianimare.
Ahahaha! Oh, ma che soddisfazione, che soddisfazione!
Ecco, ora ho finito!»
«Voglio anche io dire qualcosa, posso?» chiese Murduk approfittandosi del momento.
«Se ti sbrighi però!»
«C’è una ragazza di Totem Ragno qui da qualche
parte a cui piace sedurre e poi umiliare.» cominciò guardandosi intorno. «Non la vedo, ma non ha importanza
comunque. Voglio che rimanga in quella forma ripugnante del suo maledetto Totem e in più, che rimanga
anche una single. Voglio che quello che ha fatto a me
riservi a ogni maschio che le si avvicina.
Questo è quanto.»
«Bene, e allora così sia! Anzi, se ci penso bene...
amicizia, lealtà, amore... dovrò punire tutto questo... alla
fine... perché risparmiare gli altri?»
«Perché lo decido io!» si sentì una voce femminile,
decisa e prepotente.
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«Mnemòsine cara, tu qui?
«Io sì! Sei tu che non dovresti esserci. E ti proibisco
di tormentare il mio popolo. E ti proibisco anche di
scendere sul mio pianeta.»
«Il tuo popolo... il tuo pianeta... Ma non ti senti come
parli? È un progetto olimpico, Gaiyanna. Nulla è tuo e
nulla lo sarà.»
«Non obbligarmi a prendere misure, Morregan.
Fuori! Ora!»
Per quanto il superbo avesse finto la padronanza di
sé in quella situazione, dovette indietreggiare e farsi da
parte. E quindi, senza proferire un’altra parola, si smaterializzò all’istante. Lui e i suoi scagnozzi.
Mnemòsine andò da Loki e Hella i quali non osavano più alzare lo sguardo dal suolo.
«Non posso fare molto per voi in questo momento.»
disse lei. «Purtroppo è pieno l’Olimpo di Dei ignoranti
come questi; non badano più all’Arte della Magia e non
sanno altro che maledire.
Per affievolire l’effetto di questa maledizione confermata anche da Morregan possiamo fare una cosa
sola: usare il Privilegio del Sacrificio Volontario.
Voi accettate la maledizione, come sacrificio volontario, e ricevete una ricompensa che più vi aggrada, a
una condizione: il ciclo di questo Privilegio; è stato appena approvato ed è di nove tappe; e ogni tappa è composta da nove esistenze mortali in cui vivreste separati,
più un’altra esistenza-ricompensa in cui vivreste insieme senza il peso della maledizione.
Dopo le nove tappe, la maledizione sarà spezzata e
voi potrete tornare nell’Eden, ma pure nell’Olimpo se
vorrete.»
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«Quindi, per nove esistenze mortali non ci incontriamo, dopodiché passiamo una vita mortale insieme
come se non fossimo mai stati maledetti?» chiese Loki
stringendo la mano della sua amata. «E questo si ripete
per nove volte, giusto?»
«Proprio così! Ma c’è anche un’altra cosa.
Potete scegliere di vivere dentro un Totem che possedete già, meno longevo, e nella decima esistenza riprendere la vostra forma Elfica.
Vivere l’esistenza-ricompensa sia sulle terre dei
mortali sia nell’Eden.
«Ma non è che uno di noi potrebbe prendere su di sé
anche la maledizione dell’altro, o almeno in parte? L’altro, invece di morire nove volte, rimanere in vita ad
aspettare? Voglio dire rimanere in qualche modo
immortale?»
«Perché, chi di voi vorrebbe morire per l’altro?»
chiese la Dea sorpresa da quella domanda.
«Io!» risposero loro insieme.
«No, amore! Lascia me! Sono un Serpente; e
l’unico, penso, così poco ispirato da scegliere come Totem soltanto Serpenti. Forse per me sarà più facile.
Voi sceglieteVi il Totem più semplice che avete e
aspettatemi là dove nessuno potrebbe farVi del male, là
dove non potrete fare del male a nessuno.»
«Il mio Totem più semplice sarebbe una Medusa. Se
potesse andar bene, scelgo questo.»
Mnemòsine li ascoltava pensierosa.
«Quindi Voi non avete un altro Totem, soltanto il
Serpente? E siete disposto a morire per entrambi...
Mi fate troppa tenerezza, voi!... Troppa! Facciamo
così, allora!
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In un’esistenza mortale Voi muterete nove volte, e
io considererò ogni Vostra muta un’esistenza di sacrificio volontario.
Con nove esistenze a nove mute ciascuna finisce il
vostro travaglio. Ma... soltanto se accettate di andare a
vivere su un’isola desertica dove non potrete incontrare
nessuno.»
«Sì, lo voglio!» strillò Loki, «Ma... dopo ogni esistenza a nove mute, incontrerò Hella... cioè... per la ricompensa, giusto?»
«Esatto!»
«Sì, vado su quella isola, e anche volentieri.»
«Vi ci porterà Nettuno, e prenderà in custodia anche
la Vostra Hella. Per quanto riguarda Voi, cara Hella, Vi
concedo l’immortalità richiesta dal Vostro Loki, una
pseudoimmortalità a dire il vero. Voi dovrete soltanto
sopportare nove esistenze ripetitive, non tanto lunghe,
Ve lo assicuro.»
All’istante accanto a Mnemòsine si era materializzato Nettuno col Tridente tutto bendato. Lui prese due
pezzi di quella benda e li mise sugli occhi dei suoi due
nuovi ospiti. Poi li avvolse nel suo mantello e sparirono.
Nel frattempo Mnemòsine si avviò verso Noriyàh.
La guardava negli occhi ancora pieni di lacrime e le
si avvicinò di più. Poi posò il suo palmo sopra il disegno
inciso sul braccio della ragazza e chiuse le palpebre.
Le Memorie di Noriyàh diventavano anche sue. E lei
vide tutto quello che nessuno avrebbe mai dovuto vedere; e conobbe finalmente la verità. Lui non era mai
stato colpevole; lei non avrebbe mai dovuto dubitare. Il
dolore e la gioia si intrecciavano stretti nel suo cuore.
Lasciò il braccio di Noriyàh quasi di scatto e chiese al
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Turul di portare la ragazza con lui a Onirodàva. Avrebbe
trovato per lei un rimedio.
Poi si voltò verso Xalemèe. Con la mano le accarezzò il volto e le sorrise; tirò fuori da sotto il suo mantello una scatola bizzarra.
«Siete entrata in possesso di una chiave che dovrete
custodire con grande cura. Vi riconsegno questa cassetta
che ho recuperato per Voi. Mettetela al sicuro! Non perdetela più!»
Xalemèe era rimasta perplessa, non riusciva nemmeno ad aprire la bocca.
Mnemòsine s’incamminò verso la grotta. Sfiorò con
la mano la tela e la fece sparire.
Il Ragno le stava di fronte e Mnemòsine le chiese allora se davvero le fosse andato bene così, poiché era
questo il pensiero che Aryanna aveva inviato alla Dea.
Il Ragno si mise subito a tessere la sua risposta: “Sì,
mi diverte questa maledizione. Voglio viverla.”
Mnemòsine sorrise e acconsentì. «Nove vite però.
Non di più. Dopodiché tornate ad essere libera. Qualsiasi cosa abbiate in mente, ricordateVi che avete la
clessidra con Voi. Misurate bene il Vostro tempo!»
La Dea si smaterializzò, mentre nella grotta, l’ultimo
tentativo di rianimazione si stava consumando. La luce
del diadema si spegneva per la nona volta.
Dalle narici di Albynna cominciarono a uscire impercettibili soffi di vita. Zaltèro sobbalzò saltando in
piedi e si avvicinò di più alla sua amata, seguito dagli
amici Unicorni.
Insieme la circondarono in silenzio; abbassarono le
teste e appoggiarono i corni sul corpo moribondo della
loro principessa. Saette finissime di luce partirono dalle
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punte incandescenti e penetrarono il corpo assai indebolito.
Minuscoli fulmini multicolori, scariche ininterrotte
di potentissima energia pura si ficcavano sotto il bianco
manto screziato rendendolo pian piano di nuovo lucente, immacolato.
Ad un tratto un leggero fremito si percepì sotto le
palpebre. La giovane aprì gli occhi e con fatica si alzò
in piedi. Aveva lo sguardo stupito. Osservava scombussolata intorno a sé.
Tanti amici, tante facce conosciute… ciò nonostante
c’era qualcosa di sbagliato, qualcosa che non riusciva a
comprendere, ma che avvertiva come una profonda tristezza piantata per sempre nell’anima. Fiutò l’aria e riconobbe l’odore di quel vento portatore di disgrazie.
Sussultò. Guardò infine Zaltèro, dritto negli occhi, a
lungo; e finalmente comprese.
Non c’erano più i corni sulle fronti, soltanto delle
graziose stelline bianche.
Non c’erano più le ali; le chiome scendevano lungo
le schiene.
Le lacrime correvano via, i visi bagnati.
Tutti gli occhi guardavano lei.
Gli occhi degli amici; gli unici testimoni di quello
che era stata e di quello che sarebbe diventata.
E capì l’immensità di quel sacrificio.
E capì ancora che il pensiero, soltanto, era rimasto a
loro... l’unica parola.
E fu allora che gli Unicorni, portando in groppa i
guerrieri, senza i loro corni e senza le loro ali partirono
verso la Nuova Era, verso l’Umanità.
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Questo racconto che sulla carta finisce qui continuerà ad essere raccontato a memoria dagli occhi degli
Unicorni, con le parole mute degli Unicorni, gli stessi i
quali hanno sacrificato la loro magia insieme ai loro
corni e si sono fatti mortali per amore.
e...
la storia continua...
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Vocabolarietto
Shùnnega és Bùnnega! = Vita felice di fama e di gloria
e buon ritorno nell’Eden!
Shùnnega néked! = Vita felice di fama e di gloria a
Voi!
Shunnegàish! = Vita felice di fama e di gloria, altrettanto!
Kishlélek = piccola Anima / piccole Anime
Noghibòsorkany = Grande Strega
édeshem = dolce
kèdvesh = caro / cara
kèdveshem = cari / care
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