Articolo PetT - Un asino per amico

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Intervista a Roberto Marchesini – Pet Therapy
Direttore Scuola di Interazione Uomo-Animale (SIUA)
Spesso sentiamo parlare di pet therapy in modo molto semplicistico, cosa c’è di sbagliato nei modi comuni di
presentazione di questa attività?
Innanzitutto nell’inquadramento dell’intervento, ossia nella risposta che si dà alla domanda “che cos’è la pet
therapy?”. Spesso questo servizio viene presentato come alternativo alla terapia vigente, da cui l’idea di
terapia dolce, o di attività capace di riformulare nuovi obiettivi per il paziente, quando in realtà la pet therapy
è una co-terapia, vale a dire un servizio di facilitazione terapeutica. Parliamo di intervento sussidiario ossia
teso a dare efficacia (centrare maggiormente l’obiettivo) ed efficienza (farlo con il minor dispendio di risorse)
alla terapia vigente e di porsi in modo coerente e sinergico con essa. La pet therapy non sostituisce ma
affianca, il prescrittore di un intervento di pet therapy si attiene agli obiettivi che il medico curante o chi per lui
(figura di riferimento) ha su quel paziente. Per fare questo è necessario che gli obiettivi di un progetto di pet
therapy siano concordati tra la figura di riferimento e il team di progetto. Il medico curante stabilisce quali
siano gli obiettivi auspicabili per quel paziente mentre il team di progetto sceglie all’interno di questi cosa sia
coadiuvabile attraverso delle attività di relazione con il pet.
Anche sul ruolo dell’animale mi sembra che ci sia un po’ di confusione, come entra il pet nel progetto e cosa
dà?
Qui la banalizzazione in questi anni ha raggiunto il suo apice: si dice che un pet fa bene con la stessa
funzione logica con cui affermiamo che lo zucchero dolcifica, cioè con un’impostazione sostanzialista, senza
accorgerci che così facendo rischiamo di cadere in visioni magiche e taumaturgiche dell’animale quali si
possono rinvenire nei racconti popolari: “se vuoi guarire da un’artrosi prendi una rondine in mano e toccati
sulla parte malata”. Se pensiamo al beneficio come a una sorta di emanazione – l’animale produttore di
energie positive o capace di assorbire le negatività – rischiamo di trasformare il pet in una sorta di amuleto
oppure di cercare per ogni animale le proprietà beneficiali – il gatto per l’anoressia e il cane per l’autismo –
quasi fossero fiori di Bach. Così spesso ai convegni si sente affermare che basta accarezzare un cane per
abbassare la pressione sanguigna: chi fa queste affermazioni forse non ha mai avuto un cane! Non è vero
che l’animale per le sue caratteristiche di appeal o di facilità relazionale (non giudica, non è in competizione,
ha molti canali di comunicazione, offre argomenti di base) faccia sempre emergere ed eserciti ciò che c’è di
meglio nella persona o dia modelli utili al suo miglioramento. La pet therapy si basa su attività di relazione e
come tale il beneficio discende dal tipo di relazione attivata non da qualità emanative dell’animale. Dire che il
pet fa bene è come dire che i figli o le fidanzate fanno bene: le relazioni non si approcciano in modo
sostanzialistico.
Spesso per migliorare le condizioni di una persona si consiglia l’adozione di un pet: è corretto? Possiamo
parlare in questi casi di pet therapy?
Rispondo di no a entrambe queste affermazioni. L’animale non è una medicina o un ricostituente, bensì un
soggetto relazionale che quando entra nelle nostre case richiede un preciso impegno di affiliazione, cioè di
introduzione corretta nella sistemica familiare. Pensare di adottare un animale per avere un beneficio
terapeutico è già un modo sbagliato per iniziare la relazione affiliativa o di proprietà (pet-ownership) che,
viceversa, chiede uno slancio disinteressato e una piena assunzione di responsabilità. Inoltre per apportare
un beneficio è necessario affrontare i problemi specifici del paziente attraverso attività mirate per cui, mentre
un bambino iperattivo richiede attività di relazione calmanti e strutturanti, un anziano depresso e solipsistico
ha bisogno di attività che stimolino le leve motivazionali. Se lasciamo il paziente relazionarsi in modo
spontaneistico con l’animale è più facile che emergano attività di relazione che non migliorano il suo stato o
addirittura lo peggiorano, per esempio un bambino iperattivo farà giochi eccitatori mentre un paziente
schizofrenico si produrrà in giochi di finzione. Per questo non è affidando un animale a un paziente che si
intraprende un processo co-terapeutico, bensì prescrivendo specifiche attività di relazione condotte in seduta
da un operatore che sappia arbitrare la relazione tra animale e fruitore.
A ogni modo molti pensano che la relazione con un animale sia comunque importante e apporti dei benefici
alla persona, non è così?
Diciamo che il pet è un referente che sa guadagnare la fiducia della persona, che ha un forte potere
seduttivo, che esercita un’influenza e facilita i processi di cambiamento. Ha cioè molti punti di forza, un po’
come un amico simpatico, creativo, esuberante: sicuramente avrà un’influenza su di noi, ma non è detto che
ci porterà un cambiamento nella direzione migliorativa. La relazione con l’animale ha anche dei punti di
debolezza, primo fra tutti la sua struttura asimmetrica. Quasi sempre è l’uomo che individua il piano di
relazione, vale a dire cosa si fa, che ruoli si assumono, cosa ci si interscambia, e questo luogo di incontro,
che in zooantropologia prende il nome di “dimensione di relazione” può essere beneficiale o compromissorio:
dipende dalle vulnerabilità e dagli obiettivi del paziente. Il cambiamento non è sempre nella direzione giusta,
perché lo sia è necessario individuare le corrette attività di relazione. Insomma la relazione va guidata da un
operatore capace di arbitrare la seduta e prima ancora è necessario fare un progetto mirato sugli obiettivi del
paziente che individui e prescriva le corrette dimensioni di relazione.
Che differenza c’è tra un approccio zootecnico e uno zooantropologico in pet therapy?
Un altro modo errato di considerare la pet therapy è quello di ritenere il contributo beneficiale nient’altro che
una delle molteplici prestazioni che da sempre gli animali domestici offrono all’uomo, quali l’imbrancare le
pecore o produrre il latte. Questo criterio interpretativo di tipo zootecnico prende in considerazione l’apporto
dell’animale come contributo strumentale (l’animale come mezzo) o performativo (l’animale come macchina)
e pertanto si propone di individuare le performance adeguate per produrre particolari ordini di benefici.
Nessuna meraviglia pertanto se coloro che perseguono tale approccio auspichino un addestramento
specifico del cane “da pet therapy” e – perché no? – ipotizzino anche la selezione di razze con attitudini a
tale lavoro. In zootecnia l’animale è utilizzato e non possiamo parlare di relazione, quale evento di incontro e
confronto basato sulla reciprocazione e il dialogo, in quanto il pet diviene un semplice strumento per ottenere
un beneficio. Situazione analoga si ha quando si valuta l’animale come sostituto dell’uomo, dove diventa
funzionale assecondare le tendenze antropomorfiche del paziente o comunque non è richiesta alcuna attività
di promozione della corretta relazione. La strumentalizzazione e l’antropomorfizzazione sono due modi
apparentemente diversi ma che in realtà non permettono l’incontro autentico con l’animale. La
zooantropologia dà un’interpretazione totalmente differente del contributo beneficiale, partendo sì dalla
relazione e non dall’apporto performativo – ci dev’essere un incontro autentico e dialogico con il pet –
l’animale è coinvolto in seduta e non utilizzato. L’approccio zooantropologico fa riferimento al documento
“Carta Modena 2002” patrocinato dal Ministero della Salute e che ha ricevuto l’adesione di molti enti quali la
Fnovi e altri ordini professionali nonché delle più importanti associazioni animaliste, come la Lav.
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