Schumpeter, La democrazia tra capitalismo e socialismo Joseph

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TEORIE NOVECENTESCHE DELLA DEMOCRAZIA/S CHEDA 4
Schumpeter, La democrazia tra capitalismo e socialismo
Joseph Aloy Schumpeter (nato nel 1883 a Triesch in Moravia e morto nel 1950 a Taconic, Conn.) fu professore di Economia in
diverse università europee e americane.Dal 1932 insegnò ad Harvard, dove rimase fino alla morte. Autore di numerose opere
economiche e sociologiche, viene qui ricordato per il libro Capitalismo, socialismo e democrazia del 1942 (tr. it., Comunità,
Milano 1964; il libro è stato ripubblicatoo da Etas Libri, Milano 1977).
In questa opera (come è stato ricordato da F. Duchini e L. Iraci, nell’'Enciclopedia filosofica, vol. VII, col. 469), «Schumpeter
rifiuta le critiche tradizionali al capitalismo, affermando che esso è riuscito ad accrescere enormemente la produzione e a creare
le condizioni per una più equa distribuzione. Ma il capitalismo non può sopravvivere, perché con il suo stesso trionfo tende a
distruggere i presupposti sociali e psicologici della sua esistenza. Pur rifiutando anche le obiezioni tradizionali al socialismo, ed
ammettendo che un'economia collettivistica può realmente funzionare anche senza presupporre una umanità diversa,
Schumpeter ostenta verso le aspirazioni socialistiche e verso gli intellettuali socialisti un atteggiamento di antipatia Secondo
Schumpeter, con lo sviluppo si diffonde sempre più la burocratizzazione della funzione imprenditoriale e l'innovazione diventa un
processo di routine, progrommato e senza rischio. Il profitto si trasforma in salario o stipendio e la borghesia perde sia il suo
reddito tipico sia la sua funzione. Le strutture capitalistiche tendono perciò a modificarsi, avvicinandosi, fin quasi a confondervisi,
alle strutture socialiste».
Le pagine seguenti sono tratte dal citato Capitalismo, socialismo e democrazia (1942), tr. it. di E. Zaffi, Comunità, Milano 1964,
pp. 282-287.
Democrazia e capitalismo
L'ideologia della democrazia, com'è riflessa nella dottrina classica, poggia su uno schema razionalistico dell'azione umana e dei
valori della vita. [...] Tanto basterebbe a farci supporre che abbia origini borghesi. È un indizio che la storia conferma in pieno,
giacché, storicamente, la democrazia moderna è nata col capitalismo mantenendo con esso un chiaro rapporto causale. Non
diversamente la prassi democratica: la democrazia, nel senso della nostra teoria della leadership concorrenziale, ha presieduto
al processo di trasformazione politica ed istituzionale con cui la borghesia rielaborò e, dal suo punto di vista, razionalizzò la
struttura sociale e politica precedente alla sua ascesa, e di questa ricostruzione il metodo democratico fu lo strumento politico.
Abbiamo visto che il metodo democratico funziona ottimamente anche in società extra- e pre-capitalistiche; ma la democrazia
moderna è un prodotto dell'evoluzione capitalistica.
Che la democrazia sia o no uno dei prodotti del capitalismo destinato a morire con esso è, naturalmente, un'altra questione. E
un'altra è se la società capitalistica sia più o meno qualificata a far funzionare il metodo democratico da essa creato.
Circa quest'ultimo punto, è chiaro che la società capitalistica possiede almeno una qualifica. La borghesia ha una soluzione sua
particolare dei problemi di ridurre la decisione politica alle proporzioni in cui il metodo della leadership concorrenziale è
applicabile. Lo schema borghese limita la sfera della politica limitando la sfera dell'autorità pubblica; la sua soluzione è l'ideale
dello stato parsimonioso, che esiste fondamentalmente per garantire la legalità borghese e assicurare in tutti i campi alla libera
attività individuale una solida cornice. Inoltre, tenuto conto delle tendenze pacifiche — o, almeno, antimilitariste — e
liberoscambiste che abbiamo riconosciute proprie della società borghese, si vedrà che l'importanza del ruolo della decisione
politica nello stato borghese può, almeno in linea di principio, esser ridotta in quasi tutta la misura che l'incompetenza del
settore politico può render necessaria. [...]
La democrazia borghese sposata a quell'ideale dello stato funzionò per qualche tempo con attriti sempre maggiori, in parte
perché, come si è visto, il metodo democratico non dà mai tutta la misura del suo funzionamento quando le nazioni sono
divise su problemi di fondo che investono la struttura sociale. A sua volta, questa difficoltà si è dimostrata particolarmente
seria perché la società borghese non è riuscita a soddisfare un'altra condizione del funzionamento del metodo democratico.
La borghesia ha prodotto individui che riuscirono come leaders politici entrando in una classe politica di origini non-borghesi,
ma non ha prodotto un proprio strato politico efficiente, sebbene la terza generazione delle famiglie industriali ne avesse —
almeno così sembrerebbe — tutte le opportunità. [...] Tutti questi fatti sembrano giustificare una prognosi pessimistica circa il
tipo borghese di democrazia e, nello stesso tempo, suggeriscono una spiegazione della facilità con cui si è arresa alla dittatura.
La democrazia borghese sposata a quell'ideale dello stato funzionò per qualche temo con attriti sempre maggiori, in parte
perché, come si è visto, il metodo democratico non da mai tutta la misura del suo funzionamento quando le nazioni sono divise
su problemi di fondo che investono la struttura sociale. A sua volta, questa difficoltà si è dimostrata particolarmente seria
perché la società borghese non è riuscita a soddisfare un'altra condizione del funzionamento del metodo democratico. La
borghesia ha prodotto individui che riuscirono come leaders politici entrando in una classe politica di origini non-borghesi, ma
non ha prodotto un proprio strato politico efficiente, sebbene la terza generazione delle famiglie industriali ne avesse —
almeno così sembrerebbe — tutte le opportunità. [...] Tutti questi fatti sembrano giustificare una prognosi pessimistica circa il
tipo borghese di democrazia e, nello stesso tempo, suggeriscono una spiegazione della facilità con cui si è arresa alla dittatura.
Democrazia e socialismo
L'ideologia del socialismo classico è figlia dell'ideologia borghese. In particolare, ha in comune con essa lo sfondo
razionalistico e utilitaristico, e molte delle idee e degli ideali entrati a far parte della dottrina classica della democrazia.
Stando così le cose, i socialisti non trovarono alcuna difficoltà ad appropriarsi di questa parte del retaggio borghese, e a
sostenere che gli elementi della dottrina classica che il socialismo non può assorbire — per esempio, l'accentuazione della
difesa della proprietà privata — contrastano, in realtà, coi suoi princìpi fondamentali. Naturalmente, in un certo senso, le
forme e gli organi attuali della procedura democratica sono il prodotto della struttura e del mondo borghese allo stesso
grado del principio fondamentale della democrazia. Ma non è una ragione perché debbano sparire insieme col capitalismo.
Le elezioni generali, i partiti, i parlamenti, i gabinetti e i primi ministri, possono ancora dimostrarsi gli strumenti più validi
per la trattazione dei problemi che l'ordine socialista può riservare a una decisione politica. [...]
Una democrazia non può funzionare in modo soddisfacente se la grande maggioranza del popolo, in tutte le sue classi, non
è decisa ad attenersi alle regole del gioco democratico, e questo implica, a sua volta, un accordo di fondo sulle basi della
struttura istituzionale della società. Oggi, quest'ultima condizione non è realizzata. Tanti hanno rinunciato, e tanti stanno
per rinunciare, alla fedeltà ai princìpi della società capitalistica che, su questa sola base, la democrazia è condannata a
funzionare in condizioni di attrito crescente. Ma, allo stadio previsto, il socialismo può eliminare questa frattura e ristabilire
l'accordo sui princìpi fondamentali del tessuto sociale. Se così avverrà, gli antagonisti rimasti saranno esattamente del tipo
che il metodo democratico può ben fronteggiare.
[…] Questi ultimi antagonismi saranno ridotti, in numero e in importanza, anche dall'eliminazione di interessi capitalistici in
conflitto. I rapporti tra agricoltura e industria, fra piccola e grande industria, fra industrie produttrici e industrie
consumatrici di acciaio, fra industrie protezionistiche e industrie esportataci cesseranno — o potranno cessare — d'essere
questioni politiche da risolvere tenendo conto del peso relativo di «gruppi di pressione», e diverranno problemi tecnici ai quali
gli specialisti potranno dare risposte non passionali e non equivoche.
Può essere utopistico attendere la sparizione di interessi economici distinti o di conflitti fra i medesimi, e ancor più attendere
la scomparsa di problemi economici intorno ai quali dissentire; ma si hanno buone ragioni per prevedere che la somma delle
questioni controverse diminuirà anche in confronto a quello che avveniva in regime di capitalismo intatto. Per esempio, la vita
politica sarà purificata dall'affarismo.
Per contro, il socialismo non può offrire una chiara soluzione al problema che in altre forme sociali è stato risolto grazie alla
presenza di una classe politica di tradizioni stabili. Ma ho già detto che vi sarà una professione politica: è possibile che nasca
anche un personale politico, sul quale ogni speculazione sarebbe oziosa.
Fin qui, il socialismo è in vantaggio. Si potrà forse ribattere che questi punti di vantaggio saranno facilmente controbilanciati
dall'importanza e probabilità di deviazioni. In una certa misura, abbiamo risposto all'obiezione insistendo sulla maturità
economica; il che implica, fra l'altro, che ad una generazione potranno non essere richiesti sacrifici eccessivi per il bene della
generazione successiva. Ma, anche se non sarà necessario spremere il sudore del popolo mediante un Gosplan, tenere un
corso democratico può dimostrarsi un problema estremamente delicato. È forse meno facile immaginare circostanze in cui gli
uomini al timone riescano normalmente a risolvere questo problema, che circostanze in cui, di fronte a uno spettacolo di
paralisi dilagante dal settore politico in tutta l'economia della nazione, essi siano trascinati su un binario che non può non
esercitare una certa tentazione per chiunque detenga l'enorme potere sulle masse proprio dell'organizzazione socialista. In
definitiva, una direzione efficace dell'economia socialista significa dittatura non del ma sopra il proletariato nel posto di lavoro.
È vero che uomini così ferreamente disciplinati sarebbero sovrani alle elezioni. Ma, allo stesso modo che essi possono servirsi
di questa sovranità per allentare la disciplina di fabbrica, di questa disciplina i governi — e proprio i governi che hanno a cuore
l'avvenire della nazione — potrebbero valersi per limitare la sovranità popolare. In punto di necessità pratica, la democrazia
socialista può rivelarsi una finzione più della democrazia capitalista.
Comunque, questa democrazia non significherà maggior libertà personale. E, ancora una volta, non significherà una maggior
approssimazione agli ideali racchiusi nello scrigno della teoria classica
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