DISEASE MONGERING IN ETA` PEDIATRICA

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DISEASE MONGERING IN ETA’ PEDIATRICA: DAI BAMBINI
DIVERSAMENTE VIVACI AL MARKETING DEL FARMACO.
Genova Palazzo Tursi 9/10/ 09 Via Garibaldi 9, h. 9
Prof. Dr. Emilia Costa Presidente Società Italiana Psicopatologia di
Genere, CTU Tribunale di Roma. Cattedra di Psichiatria Sapienza
Università di Roma Direttore UOC Psicofarmacologia e Disturbi
Condotta Alimentare Policlinico Umberto I.
Eventi avversi ed effetti iatrogeni derivanti dalla
somministrazione di psicofarmaci ai bambini: il bene dei bambini
o il bene del marketing?
Piccoli segni e sintomi sono importanti segnali di malessere che
il nostro corpo ci invia, chiedendo a noi ed a chi ci sta vicino di
ascoltarli e decodificarli; ma al contrario nella società attuale ogni
disturbo viene considerato un impiccio, un intralcio allo
svolgimento degli impegni di tutti i giorni. Non importa qual è la
causa del problema, l’importante è che passi il più in fretta
possibile. C’é la paura di perdere tempo prezioso, di non essere
produttivi sul lavoro, di rinunciare alle occasioni sociali o di non
apparire sempre al top, che spinge ormai la maggioranza delle
persone a ricercare nei farmaci la risposta più rapida ed efficace
possibile ai propri mali.
Questo modo affrettato e impaziente di affrontare i problemi ed
in particolare i piccoli disturbi/problemi dei propri figli, si sta
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pericolosamente estendendo anche negli ambiti più complessi
della salute, come quello dei disturbi psicofisici dei bambini. Oggi
si tende sempre di più a considerare malattie, semplici problemi e
disagi, diagnosticandoli come ADHD o simili e cercando le
soluzioni più comode e immediate per non essere disturbati dai
problemi dei figli. Questo può spiegare il boom di psicofarmaci
denunciato dal rapporto 2008 dell’Osservatorio Nazionale
sull'impiego dei medicinali, e presentato a luglio di quest’anno:
un’impennata di somministrazioni pari al 75 per cento in soli tre
anni, con il 6,4 per cento degli italiani che ha avuto almeno una
prescrizione di queste medicine nel corso dell'anno.
Del resto, con questi dati, seppur allarmanti, l’Italia va di pari
passo con gli altri paesi europei, dove i consumi medi di
psicofarmaci oscillano dalle 20 alle 100 confezioni (in Italia sono
50) ogni 100 abitanti. E non va meglio fuori d’Europa: secondo
uno studio 2009 pubblicato dagli Archives of General Psychiatry,
negli Stati Uniti gli antidepressivi sono in costante crescita dal
1996, fino a essere diventati oggi la classe di farmaci più utilizzata
in assoluto, con un numero di prescrizioni doppio rispetto al
passato.
L’aspetto più preoccupante di questo fenomeno riguarda il
ricorso alla Psicoterapia che, al contrario delle prescrizioni
farmacologiche, risulta paurosamente in calo: negli ultimi anni, in
America, la percentuale di persone che si sono rivolte a uno
psicoterapeuta è scesa dal 31.5 per cento al 20 per cento.
Una pillola al posto dello Psicoterapeuta, insomma. C’è di che
preoccuparsi. Di fronte a questi dati possiamo parlare di una vera
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e propria medicalizzazione, o meglio ancora, psichiatrizzazione
dei problemi, ovvero da un lato si tende sempre di più a trattare
come malattie molti malesseri e disagi, preoccupazioni normali e
passeggere, che derivano dai fatti della vita (le quotidiane
arrabbiature, una perdita, un licenziamento, una separazione, un
divorzio ecc.), dall’altro ad “inventare” di sana pianta nuove
sindromi per dare un nome (e quindi una cura) al proprio stato
d’animo. Ecco che qualsiasi umana paura si trasforma in fobia,
un periodo di tristezza, di calo del tono dell’umore, viene
scambiato per depressione, un momento di irrequietezza e
disattenzione viene interpretato come sintomo di ADHD, la
timidezza diventa fobia sociale e l’emotività un segnale di
disturbo d’ansia, e così via.
In secondo luogo, le numerose campagne degli ultimi anni volte
ad inculcare nella mentalità comune l’importanza della
Prevenzione e della Diagnosi precoce hanno avuto per certi
aspetti un effetto boumerang di confusione generale nei
confronti di presunte malattie a venire, per cui si cerca di curarsi
con i farmaci prima ancora che il problema si presenti. Un
comportamento assolutamente ingiustificato, irrazionale e nocivo
nel campo della salute in generale ed in particolare della salute
mentale, perché non è possibile prevenire farmacologicamente
l’iperattività o la disattenzione con l’uso di psicofarmaci. O, come
mi è capitato, addirittura con ES: una paziente che era stata
trattata con terapia elettroconvulsivante per 10 anni consecutivi
una volta la settimana a scopo preventivo di recidiva di
depressione.
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ADHD o solo irrequietezza esistenziale?
Il primo problema legato all’abuso di psicofarmaci è l’eccesso di
diagnosi, anche da parte dei non addetti ai lavori come amici,
parenti, insegnanti e degli stessi medici. Purtroppo accade che
vengano etichettati come “malati” bambini che in realtà stanno
semplicemente attraversando un periodo difficile o che
presentano fragilità costituzionali, le quali hanno bisogno
sicuramente di supporto, ma non (almeno all’inizio) di tipo
farmacologico. Al contrario quando vengono trattati con eccesso
di psicofarmaci senza necessità, agli abituali effetti collaterali, già
più potenti nelle fasce d’età a rischio, come bambini ed anziani, si
aggiungono gli effetti iatrogeni anche a distanza di tempo, anche
nell’adolescenza, portando a sviluppare anche seri Disturbi di
Personalità.
Spesso la Diagnosi di ADHD viene fatta non da medici, come
dovrebbe essere, ma dai genitori o dagli insegnanti, sulla base di
criteri soggettivi che non hanno credito scientifico, mentre invece
sappiamo bene che per l’inquadramento diagnostico di questo
complesso disturbo devono essere soddisfatti precisi requisiti,
sanciti dai Manuali Internazionali di Psichiatria. Solo quando la
Diagnosi è certa e lo specialista lo ritiene opportuno, può essere
prescritta, sempre dopo aver tentato per diversi mesi altri presidi
terapeutici, come una buona Psicoterapia, una terapia
farmacologia attenta e mirata».
La Diagnosi di ADHD si fonda: criterio A, su sei o più dei seguenti
sintomi di disattenzione e se questi sono persistiti per almeno sei
mesi con una intensità che provoca disadattamento e che
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contrasta con il livello di sviluppo: a) spesso non riesce a prestare
attenzione ai particolari o commette errori di distrazione nei
compiti scolastici, sul lavoro o in altre attività; b) spesso ha
difficoltà a mantenere l’attenzione sui compiti o sulle attività di
gioco; c) spesso non sembra ascoltare quando gli si parla
direttamente; d) spesso non segue le istruzioni e non porta a
termine i compiti scolastici, le incombenze o i doveri sul posto di
lavoro (non a causa di comportamento oppositivo o di incapacità
di capire le istruzioni; e) spesso ha difficoltà ad organizzarsi nei
compiti e nelle attività; f) spesso evita, prova avversione o è
riluttante ad impegnarsi in compiti che richiedono sforzo mentale
protratto (come compiti a scuola o a casa), g) spesso perde gli
oggetti necessari per i compiti o le attività (giocattoli o compiti di
scuola, matite, libri, altri strumenti); h) spesso è facilmente
distratto da stimoli estranei; i) spesso è sbadato nelle attività
quotidiane. Inoltre devono essere presenti sei o più dei seguenti
sintomi di iperattività-impulsività con una intensità che causa
disadattamento e contrasta con il livello di sviluppo. Iperattività:
a) spesso muove con irrequietezza mani e piedi o si dimena sulla
sedia; b)spesso lascia il proprio posto a sedere in classe o in altre
situazioni in cui ci si aspetti che resti seduto; c) spesso scorazza e
salta dovunque in modo eccessivo in situazioni in cui ciò è fuori
luogo (negli adolescenti o negli adulti, ciò può limitarsi a
sentimenti soggettivi di irrequietezza); d) spesso ha difficoltà a
giocare o a dedicarsi a divertimenti in modo tranquillo; e) è
spesso “sotto pressione” o agisce come se fosse “motorizzato”; f)
spesso parla troppo; Impulsività: g) spesso spara le risposte prima
che le domande siano state completate; h) spesso ha difficoltà ad
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attendere il proprio turno; i) spesso interrompe gli altri o è
invadente nei loro confronti (ad es. si intromette nelle
conversazioni o nei giochi). Criterio B: Alcuni dei sintomi di
iperattività-impulsività o di disattenzione che causano
compromissione erano presenti prima dei 7 anni di età. Criterio
C: Una certa menomazione a seguito dei sintomi è presente in
due o più contesti (per es. a scuola o al lavoro ed a casa; Criterio
D: deve esservi un evidente compromissione clinicamente
significativa del funzionamento sociale, scolastico o lavorativo.
Criterio E: I sintomi non si manifestano esclusivamente durante il
decorso di un Disturbo Generalizzato dello Sviluppo, di
Schizofrenia, o di un altro Disturbo Psicotico, e non risultano
meglio attribuibili ad un altro Disturbo Mentale (per es. Disturbo
dell’Umore, Disturbo d’Ansia, Disturbo Dissociativo o Disturbo di
Personalità. Per la codificazione: Per i soggetti (specie adolescenti
ed adulti) che al momento hanno sintomi che non soddisfano
pienamente i criteri si dovrebbe specificare in “Remissione
parziale”.
Troppo spesso i vari sintomi evidenziati singolarmente da profani,
vengono confusi con l’ADHD, mentre al contrario derivano da
variazioni transitorie del tono dell’umore dovute a fattori
contingenti e/o temporanei. I comportamenti giudicati negativi, a
differenza di quelli dell’ADHD, si risolvono in genere quando le
circostanze che li hanno causati migliorano o si risolvono. I
disattenti-iperattivi temporanei non hanno quindi bisogno di
farmaci. Anche la durata e l’intensità dei comportamenti
irrequieti è ben diversa: la disattenzione o l’iperattività sono
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variabili e passeggere, durano qualche ora, qualche giorno,
mentre la Sindrome da ADHD dura da almeno sei mesi o anni, con
segni precoci e premonitori. Attenzione quindi alla Diagnosi
Differenziale che deve essere Multiassiale e comprendere le
Scale aggiuntive: Scala del Funzionamento Difensivo, Scala di
Valutazione Globale del Funzionamento Relazionale, Scala di
Valutazione del Funzionamento Sociale e Lavorativo.
RICERCA E INDUSTRIA
Ma c’è di più. Non sono solo i genitori e gli insegnanti a trattare i
più comuni malesseri come fossero malattie biologiche. Anche i
produttori di farmaci spesso cavalcano quest’onda di nevrosi
collettiva per cercare di vendere di più. Nell’industria
farmaceutica gli investimenti in marketing sono due volte più
elevati rispetto a quelli destinati alla ricerca. Inoltre, solo una
piccola percentuale di farmaci immessi sul mercato negli ultimi
30 anni sono delle vere e proprie novità, i restanti sono solo
“copie” di quelli tradizionali e già in uso, ed hanno gli stessi
principi attivi e le stesse indicazioni, vengono cambiati solo il
nome, gli addittivi ed il prezzo, per aumentare le vendite.
Industrie farmaceutiche che, oltre tutto, sono le principali
finanziatrici delle ricerche (Università, CNR, Ospedali, Enti di
Ricerca) sulle cure psichiatriche. Gli studi sulle malattie mentali
sono molto costosi, per questo vengono supportati quasi sempre
dalle case produttrici di farmaci, che hanno così la padronanza di
decidere a chi assegnare le ricerche e come portare avanti i
lavori, per esempio: la durata, il campione, i parametri, ecc.,
scegliendo spesso di focalizzare l’attenzione sulle molecole che
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producono reddito, senza prendere in considerazione con studi
controllati e paralleli anche altre opzioni di trattamento come la
Psicoterapia, la cui validità nel trattamento dei disturbi mentali
riceve continue conferme.
Alcune ricerche hanno mostrato che gli studi che riportano un
risultato positivo sull’efficacia dei farmaci hanno tre volte più
probabilità di essere pubblicati rispetto a quelli che hanno deluso
le aspettative delle Industrie, le quali ovviamente finanziano
anche le pubblicazioni internazionali, cioè quelle che hanno più
peso nelle valutazioni concorsuali e nell’opinione espressa dai
media . In questo modo nella percezione comune l'efficacia degli
psicofarmaci può essere sopravvalutata.
Spesso le ricerche sono promosse proprio da quei professionisti,
collegati alle Aziende Farmaceutiche, che utilizzano in terapia
solo gli psicofarmaci, mentre le idee, che propongono sostanze
naturali di maggior efficacia e sicurezza, senza effetti collaterali,
idee che sono alla base della ricerca e della lunga catena che
porta alla realizzazione ed alla commercializzazione del farmaco,
vengono respinte dalle Aziende quando proposte da
professionisti che utilizzano anche la Psicoterapia.
Le conoscenze attuali sulle opportunità di cura, quindi,
presentano ancora forti limiti: mancano studi indipendenti che
mettano a confronto sia le diverse terapie (farmacologiche e
non), sia più farmaci tra loro e le loro interferenze. Scarse sono
anche le misure di controllo “dall’alto” degli studi condotti dalle
aziende private (in questo senso l’Inghilterra ha mosso i primi
passi, con un'organizzazione pubblica, il Mental Health Research
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Network, che monitora le ricerche indipendenti sui farmaci.
Infine c’è il problema di non poter utilizzare, negli studi clinici, i
malati più gravi che, se usati come cavie di nuove cure,
potrebbero subire un peggioramento dei sintomi.
Un altro fattore che spiega l’exploit di psicofarmaci è il dilagante
e drammatico fenomeno dell’autoprescrizione, basato su logiche
irrazionali di passaparola e fai-da-te. “Quello che funziona per
uno funziona per tutti” è un assioma privo di validità scientifica in
psichiatria, come in tutti gli altri ambiti della medicina, e deriva
da una cattiva educazione sanitaria della popolazione che non è
stata correttamente formata sul corretto utilizzo dei farmaci. Ed
inoltre anche dai proprietari delle farmacie, che specie in questo
periodo di riduzione degli acquisti di creme e belletti, tendono a
favorire le richieste eccessive dei pazienti dipendenti dai farmaci.
Per fare un solo esempio, qualche giorno fa, un gestore di
Farmacia in persona, si scomodava per portare a casa di un
anziano signore che vive da solo, un pacco pieno di farmaci, tra
cui tranquillanti ed antidepressivi del valore di 600 E.
Se esistesse davvero una “pillola per ogni singolo problema, la
cura dell’anima”, un rimedio miracoloso, magico, salvatore, che
funziona allo stesso modo per tutti, sarebbe ottimale e tutte le
malattie mentali sarebbero debellate per sempre. Sappiamo tutti
che ciò è un’utopia e che la realtà è molto più dura: bisogna
affrontare i problemi e risolverli. Gli psicofarmaci aiutano,
quando servono veramente, se affiancati da una psicoterapia
mirata ed efficace, portata avanti con impegno e responsabilità e
protratta per tutto il tempo necessario, senza fretta. Ad esempio
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in caso di un “momento di psicosi” ed impossibilità di relazione,
un farmaco dato bene può favorire lucidità e consapevolezza e
far accettare il lavoro di Psicoterapia. Per un bambino con ADHD
vero ci possono volere da diversi mesi a qualche anno di cura. La
guarigione dall’ADHD è un lavoro lungo, che richiede pazienza,
costanza ed approfondimento, ma spesso si fa fatica ad
accettarlo e si cercano scorciatoie per dimezzare i tempi del
disagio dei genitori.
«Bisogna formare la mentalità comune alla consapevolezza che
ogni medicina ha un effetto terapeutico ed uno tossico. Ciascuna
di queste due facce della medaglia si rivela in modo diversificato
secondo la persona (sesso, età, status pregresso, ecc.) e le sue
problematiche attuali. Per questo è difficile mettere a confronto
l’effetto che una stessa cura esercita su bambini diversi. Il medico
specialista ha il compito di informare i genitori di questi aspetti e
di metterlo al corrente dei possibili rischi e dei possibili benefici
del farmaco che gli viene prescritto e, nel caso fossero necessari
più farmaci, delle eventuali reazioni che possono scatenarsi
dall’uso di più molecole combinate.
Com’é noto ogni psicofarmaco ha i suoi effetti collaterali, che non
sempre e non sempre interamente vengono descritti negli
appositi depliance dei vari farmaci: ad esempio gli antidepressivi
triciclici danno effetti legati all’attività adrenolitica, come
ipotensione ortostatica, tachicardia, vertigini, tremore,
eiaculazione precoce; effetti legati all’attività antistaminica, come
sonnolenza, ipotensione, aumento di peso, compromissione della
performance psicomotoria e cognitiva; conseguenze dell’attività
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serotoninergica, come nausea, vomito, diarrea,
cefalea
irritabilità, tremori, diminuizione della libido. Gli Antiepilettici o
Stabilizzanti dell’Umore hanno effetti collaterali ancora più
impegnativi come epatopatie, emorragie, porfiria, poliuria,
anoressia, stipsi, dolore epigastrico, cefalea, ipotiroidismo,
insufficienza renale, debolezza muscolare, leucocitosi, ecc.
Recentemente, dopo due anni dalla richiesta di avvio di
procedura della Commissione Europea del Farmaco del 22
Giugno 2007, per gli effetti collaterali delle sostanze contenenti
metilfenidato, si é terminata la revisione del Ritalin e l’ EMEA nel
suo report finale ha stabilito i rischi potenziali di questo
psicofarmaco in tachicardia, aritmie cardiache, arresto cardiaco,
ictus, ischemia ed infarto cerebrale, morte improvvisa, ecc.
concludendo che , comunque, il farmaco va mantenuto in
commercio. Ciò nonostante gli eventi avversi anche sul piano
mentale, segnalati dagli studi clinici, a normali dosaggi
terapeutici, quali: irritabilità, ostilità, rabbia, aggressività,
comportamenti violenti, iperattività psicomotoria, disordine
psicotico e pensieri ossessivi, variazioni dell’umore e depressione,
sonnolenza, letargia, ansia, disturbi di personalità, stati
confusionali e paranoici e suicidabilità, ecc. Si potrebbe
continuare con una lunga lista di effetti nocivi sui vari apparati e
tessuti del corpo farmaco per farmaco, ma ciò servirebbe a poco
se non si fa sistematicamente e su ogni paziente una corretta
informazione su costi e benefici di ogni sostanza e le sue
interazioni con altri farmaci. Effetti che sono legati oltre che alla
costituzione, anche all’età, peso, altezza, sesso, al dosaggio ed
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orario della somministrazione, alla risposta individuale alla
malattia ed al farmaco.
Il principale pericolo, comunque, legato all’abuso di farmaci è
l’assuefazione, che comporta il bisogno, nel tempo, di aumentare
la dose o di combinare l’azione di più molecole per mantenere
alti i benefici della cura, senza conoscerne gli eventi avversi di
ciascuno, né gli effetti interattivi tra un farmaco e l’altro, che
poco alla volta si sommano e portano alle cosidette malattie
iatrogene, cioè legate ad eccessivo e/o cattivo uso di
psicofarmaci».
I Bambini sono la fascia principale della popolazione più a rischio
di grandi sofferenze e squilibri, dato che sono in fase evolutiva ed
il cervello può subire seri danni anche irreversibili, le cui
conseguenze possono evidenziarsi anche molto tempo dopo,
nella fase adolescenziale, conducendo verso Disturbi di
Personalità e quant’altro.
Ad una prima occhiata l’Italia sembra viaggiare ancora su binari
sicuri: secondo il rapporto Osmed le prescrizioni di psicofarmaci
sui minori non superano l’1 per cento. Ma sotto la coltre
rassicurante delle prescrizioni ufficiali la realtà che emerge è ben
diversa: i bambini ed i ragazzi che utilizzano o si procurano
psicofarmaci senza ricetta sarebbero uno su dieci, e tra quelli più
gettonati ci sarebbero proprio gli antidepressivi, usati per
regolare il tono dell’umore e migliorare le proprie performance
scolastiche o le proprie relazioni sociali.
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Lo rivela il rapporto annuale Espad (European School Project on
Alcool and Other Drugs), che aggiunge che l’abuso è più
frequente in presenza di un cattivo rapporto con genitori e
insegnanti, oppure quando gli studenti hanno un rendimento
scolastico insufficiente.
Un fatto gravissimo, in quanto le evidenze scientifiche attestano
che su organismi non ancora completamente formati come quelli
di bambini e ragazzi l'efficacia degli psicofarmaci non è
dimostrata, mentre è assodato che i rischi sono superiori ai
benefici: il danno tossicologico acuto sul sistema nervoso centrale
può essere irreversibile, inoltre è molto facile, come si diceva,
scivolare nella dipendenza. L’allarme è quello che oggi non si
accetta di affrontare la crisi, proprio nel suo significato di
momento di passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza,
dall’adolescenza all’età adulta. Sembra che i genitori abbiano
bisogno di pillole per affrontare i cambiamenti fisiologici del
corpo e della mente dei loro figli.
L’incapacità e la mancanza di informazioni e strumenti adeguati
per affrontare questi cambiamenti fisiologici e questi passaggi
imprescindibili della vita dei giovani portano i genitori e gli
insegnanti a ricorrere e consumare quantità disumane di
psicofarmaci. Anche la scelta della cura farmacologica è dettata
più da questioni “pratiche” di tempo disponibile che da una reale
necessità, senza rendersi conto che il rapporto fra rischi e
benefici non è favorevole ai bambini.
Ovviamente non possiamo fare di tutta l’erba un fascio.
L’incremento nella somministrazione di psicofarmaci è
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giustificato anche dall’aumento dei casi diagnosticati come ADHD
e dalle false diagnosi: in Italia sono circa sei milioni, più altri nove
milioni di casi presunti, che non sono giunti all’attenzione dei
medici. E le stime denunciano un trend di vendita di psicofarmaci
in continua crescita: secondo l’Organizzazione Mondiale della
Sanità, ad esempio nel 2020 la depressione sarà la seconda causa
di malattia dopo quella cardiovascolare. Un crescendo dovuto in
parte a fattori esterni di tipo biologico e psicosociale: la società
che cambia e diventa sempre più esigente in fatto di prestazioni,
il decadimento dello stile di vita, l’aumento dello stress, ecc.
Questi elementi creano un substrato di frustrazione e senso di
inadeguatezza che diventa terreno fertile di stress e depressione
nei genitori introversi o ansiosi, che mancano delle abilità psicosociali ed emotive per adattarsi alle pressioni della vita.
In certe situazioni il ricorso al farmaco è legittimo, ma non prima
di aver fatto un lungo e attento lavoro di analisi dei sintomi e del
vissuto del bambino, fino ad arrivare a una diagnosi precisa.
Infatti di disturbi con sintomi simili all’ADHD, ce ne sono diversi.
In queste diagnosi rientrano diversi quadri psicopatologici,
ognuno con caratteristiche proprie: il Manuale Internazionale dei
Disturbi dell’Infanzia e dell’Adolescenza distingue principalmente
i sottotipi del Disturbo da Deficit di attenzione/iperattività:
Disturbo da Deficit di attenzione/iperattività, tipo combinato;
Disturbo da Deficit di attenzione/iperattività, tipo con
disattenzione
prevalente;
Disturbo
da
Deficit
di
attenzione/iperattività, tipo con iperattività- impulsività
prevalenti; Disturbo da Deficit di attenzione/iperattività NAS. Ed
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ancora la diagnosi differenziale va posta nei riguardi del Disturbo
d’Ansia, Disturbo Dissociativo, Disturbo Generalizzato dello
Sviluppo, Disturbo Autistico, Ritardo Mentale, Disturbo della
Condotta, Disturbo Oppositivo Provocatorio, Disturbo Bipolare,
Disturbi dell’Apprendimento, Disturbo delle Capacità Motorie,
Disturbo di Tourette, ecc.
LA PSICOTERAPIA SU MISURA
In conclusione va ricordato che il farmaco se serve veramente
non funziona mai da solo. Gli antidepressivi lavorano sui sintomi
(l’ansia, l’insonnia, il panico, la paura persistente, l’umore
depresso, l’isolamento, ecc.), aiutano a sentirsi meglio
temporaneamente, a migliorare la qualità della vita. Ma non
curano il problema, che immancalbimente si ripresenta sotto
forma di recidiva e poi di cronizzazione del disturbo. La
psicoterapia, invece, va a focalizzare l’origine del disturbo, di cui il
sintomo è la manifestazione e cerca di risolverla, rende le
persone consapevoli delle loro potenzialità di guarigione e di
realizzazione personale, insegna ad attingere alle proprie risorse
interiori e sviluppare abilità e potenzialità, invece di ricorrere a
supporti artificiali per dimenticare di risolvere i propri problemi.
È questo il motivo per cui la psicoterapia non può essere
rimpiazzata da una pillola: non esiste un farmaco capace di
sciogliere il nodo esistenziale di chi è depresso, un compito che
invece è svolto con un’elevata probabilità di successo dalla
terapia psicodinamica.
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La psicoterapia riduce le malattie e i costi a esse correlati,
permettendo al sistema sanitario di risparmiare circa 8.700 euro
all'anno per ogni malato. Poi c’è l’aspetto, importantissimo, del
mantenimento nel tempo: la psicoterapia continua a essere
efficace, anche dopo la sua conclusione, al contrario dei farmaci,
la cui azione è contingente.
Non solo. Secondo una recente scoperta, realizzata grazie a
tecniche avanzate di diagnostica per immagini, la psicoterapia è
in grado di modificare l’attivazione di aree specifiche del cervello,
in modo tale che l’individuo possa gestire meglio le sue emozioni
negative, con un effetto simile a quello prodotto dai farmaci
antidepressivi.
Per abbattere le resistenze di chi non si affida alla psicoterapia
per via dei suoi presunti tempi lunghi, oggi esistono programmi
specifici, anche brevi e brevissimi, modulati sulla persona.
L’importante è dare la priorità al colloquio, l’unico strumento in
grado di far emergere conflittualità e difficoltà interiori. I farmaci,
invece, se assunti senza sostegno psicologico e compresione
possono azzerare o ridurre le capacità di reazione. Al contrario,
ben venga il loro uso, quando veramente necessitano ed
all’interno di un programma di ricerca, che evidenzi come la
psicofarmacologia tenendo a bada i sintomi e rasserenano il
malato lo porta ad accettare di mettersi in gioco attraverso la
psicoterapia.
Ma quando il ricorso al farmaco è inevitabile? In genere come
seconda opzione quando la psicoterapia non dà i risultati sperati,
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o in alcuni casi anche in prima battuta, all’inizio della terapia, se il
medico riscontra nel malato una grande sofferenza, che
compromette gravemente le sue abilità individuali e sociali e la
sua qualità della vita.
Per il trattamento di molti disturbi psichiatrici la terapia cognitiva
avrebbe un’efficacia pari o in alcuni casi maggiore degli
psicofarmaci: lo affermano le linee guida dell’APA, American
Psychiatric Association, dopo la pubblicazione di uno studio
condotto su 312 persone affette da disturbo di panico sulla rivista
scientifica Jama. Sono state confrontate le azioni di un farmaco
antidepressivo di comprovata efficacia, l’imipramina, con la
psicoterapia e i risultati hanno dimostrato che la terapia cognitiva
è più efficace del farmaco sul lungo periodo. In particolare, sei
mesi dopo la fine del trattamento, i malati che avevano ricevuto
la terapia cognitiva, sia da sola che in combinazione con il
farmaco, erano ancora in buone condizioni, mentre il gruppo che
aveva ricevuto solo imipramina non era (più) in condizioni
migliori di quelli che avevano ricevuto placebo. Inoltre nuove
frontiere si apriranno per questa branca della psicoterapia se
verranno confermati i risultati di un lavoro pubblicato su
Psychological Review da Philip Nicholas Johnson-Laird, uno dei
massimi studiosi mondiali nel campo della psicologia del
ragionamento, che ha evidenziato che chi soffre di depressione
non ragiona peggio, ma meglio delle persone sane, almeno in
domini sui quali sono esperti, come l’ansia e la paura. Se così
fosse, sarà possibile creare percorsi terapeutici che prevedono
l’apprendimento di una serie di strategie di maggiore
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accettazione del rischio, e non più di semplice correzione degli
errori cognitivi.
In conclusione: TROPPI ANTIDEPRESSIVI AI BAMBINI
In Australia, nell'ultimo anno, sono stati prescritti antidepressivi a
migliaia di bimbi al di sotto dei dieci anni, tra cui 553 sotto i
cinque anni e 48 con meno di un anno d'età. La notizia shock è
stata resa nota dal quotidiano The Australian sulla base di
statistiche del Dipartimento della Salute. E il fenomeno sarebbe
addirittura sottostimato, perché i dati pubblicati riguardano solo
le prescrizioni rimborsate dal servizio sanitario nazionale.
L'antidepressivo più prescritto ai minori australiani è il Prozac,
con 7.833 ricette, seguito dall'Effexor XR, con 3.347 prescrizioni.
Intanto sia l'Adverse Drug Reactions Advisory Committee che
l'Agenzia Europea dei Medicinali hanno ribadito il divieto di
prescrizione degli antidepressivi inibitori della ricaptazione della
serotonina (SSRI) a individui al di sotto dei 18 anni, i quali
verrebbero esposti a gravi rischi come la tendenza al suicidio,
ostilità ed aggressività, senza peraltro nessuna comprovata
efficacia terapeutica.
---------------------------------------------------------------------------------------------ABC DIZIONARIO
ADHD = letteralmente Disturbo da Deficit di Attenzione e
Iperattività, è un disturbo del comportamento che rende
difficoltoso e in taluni casi impedisce il normale sviluppo emotivocognitivo e l’integrazione sociale dei bambini.
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PLACEBO = qualsiasi sostanza o trattamento privo sia di finalità
terapeutica
che
di
effetto
tossico,
somministrata
deliberatamente ai fini di studio per verificare comparativamente
l’efficacia di nuove cure.
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