CHIGIANA - UNICO SETT. 2007

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CHIGIANA - UNICO SETT. 2007
22-06-2007
11:34
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dispositivo perfettamente oliato del libretto richiama alla mente il
funzionamento di tante macchine molto crudeli messe in azione del
teatro del XX secolo. Nonostante tutto non siamo lontani da un teatro di boulevard, dalla pochade. Non so perché, ma mi tornano alla
memoria gli orologi presenti nell’Heure Spagnole di Maurice Ravel,
così perfettamente funzionali all’adulterio…
L’eccezione rappresentata da un’opera che si occupa di violenza
negli stadi induce a domandarsi perché il teatro musicale contemporaneo – soprattutto italiano – rifugge spesso dai temi di
maggiore attualità.
Ma quante volte un musicista è pronto a lottare con tutte le forze
per difendere un soggetto? Verdi non ha avuto paura di portare in
scena la società del suo tempo con la Traviata e certo non nell’immagine più lusinghiera. Lui un giorno volle mettere in guardia dal
ricorrente pericolo: “Un altro guaio dell’epoca è che tutte le opere
di questi giovani sono frutti della paura. Nessuno scrive con abbandono e quando questi giovani si mettono a scrivere, il pensiero che
li predomina è di non urtare il pubblico e di entrare nelle buone
grazie dei critici!” Questo non è un rimprovero da rivolgere agli
autori de La madre del mostro.
Ma dove sta la differenza per un regista nel mettere in scena
La Walkiria od un’opera come La madre del mostro?
Unica certezza è sapere nel primo caso che non può chiamarmi a
telefono l’autore. Ma non esiste un manuale con le istruzioni per
l’uso quando si deve mettere in scena un’opera composta tre secoli
fa od un’opera scritta ieri. Piuttosto, mi piace pensare ai vantaggi
di un’opera contemporanea che si può costruire assieme agli autori
ed in cui il regista sarebbe parte integrante nella definizione della
drammaturgia. Mi accorgo di non dire niente di nuovo, perché i
registi hanno sempre esercitato una benefica influenza nella costruzione del teatro musicale. Quando mi sono trovato a rappresentare
Elena Egizia un’opera fra le più complesse nate dal sodalizio fra
Strauss ed Hofmannsthal, ad un certo punto mi sono accorto che la
drammaturgia scorreva meglio quando la drammaturgia poteva contare sugli interventi apportati da Max Reinhardt. Quanto sia stato
determinante il ruolo di Vsevolod Meyerhold per l’evoluzione del
teatro di Prokof’ev mi sembra superfluo ripeterlo. E molto più vicine al nostro tempo le opere di John Adams – come Nixon in China
o The Death of Klinghoffer di cui sono fiero di aver curato tempo
fa il primo allestimento in Italia – debbono certo alla prossimità di
un artista come Peter Sellars il loro felice funzionamento a teatro.
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