Tra Classe e Patria

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GIOVANNI ARTERO
Tra Classe e Patria
socialismo e proletariato
nell’otto-noventocento europeo
Marco Sacchi
Il socialismo austriaco nell’impero
multinazionale asburgico
1
2
Premessa Agosto 1914: l’Internazionale socialista e la guerra, 5
Parte 1. Dal patriottismo al nazionalismo
Invenzione della tradizione e Nazionalizzazione delle masse, 11;
Approfondimento “Nation building” in Italia, 14; Sport e “Nazionalizzazione delle masse”, 16; Approfondimento Il movimento sportivo
proletario, 17
Parte 2. Marxismo e questione nazionale
Il “Manifesto”, 25; “Nazione” e “nazionalità”, 30; Nazioni storiche e
“nazioni contadine” (Engels), 34; La “Questione nazionale”(Kautsky e
Renner), 37; La “Questione nazionale” (Otto Bauer), 40; Nota: Stalin
sulla questione nazionale, 46
Parte 3. Internazionalismo socialista
La Prima Internazionale, 47; Approfondimento Socialisti italiani nella
spedizione in Grecia (1887), 49; Socialpatrioti e antimilitaristi, 52;
Approfondimento Cesare Battisti socialista e irredentista, 57
Parte 4. Dal nazionalismo all’imperialismo
Nascita e sviluppo del nazionalismo, 60 ; Approfondimento Xenofobia
“proletaria”: Aigues Mortes (1893), 65; L’analisi dell’imperialismo di
Otto Bauer, 66
12 Dopo la guerra, 70; Approfondimento Perché i nazisti vinsero il
referendum nella Saar?, 72
Appendice
Marco Sacchi Il socialismo austriaco nell’impero multinazionale
asburgico, 77
PREMESSA
Nazione/Internazionale, Patria/Classe sono coppie concettuali del
nazionalismo e del socialismo, le due maggiori ideologie tra seconda
metà dell’Ottocento e prima del Novecento: per ammissione di uno
storico marxista il nazionalismo è "il fenomeno più incisivo del nostro
[XX]secolo"1 ed è stato un problema ineludibile per il movimento
operaio nella versione sia socialdemocratica che comunista. C’è chi ha
addirittura attribuito al movimento socialista e al nazionalismo
un'analoga valenza emancipatrice o "antisistema"2.
1 E. Hobsbawm, Riflessioni sul nazionalismo, in: “Rivoluzionari”, 1975 (ed.
inglese 1972), pp. 351-379
2 H. Arendt, Le origini del totalitarismo, 1996 (1 ed. 1951), p. 377;I.
Wallerstein, Il capitalismo storico. Economia, politica e cultura di un
sistema-mondo, 1985, pp. 54-57,70-73: socialismo e nazionalismo sarebbero
3
La difficoltà a usare categorie così complesse per i significati che si
sono stratificati nel tempo e l’ampiezza della tematica, ci hanno
indotto a mettere a fuoco solo alcuni “nodi”, tralasciando le importanti
riflessioni sul tema di Luxemburg e Lenin e privilegiando l’asse
“mitteleuropeo” Engels-Renner-Bauer3.
Segue un approfondimento sul movimento operaio austriaco, al centro
di uno stato multietnico che nell’epoca dei nazionalismi era quasi un
reperto archeologico degli antichi imperi dinastici ma anche il
possibile nucleo di una federazione europea auspicata dai socialisti
austriaci se gli avvenimenti si fossero svolti in maniera diversa.
con il tempo, diventati sempre più simili, in quanto si sarebbero rivolti agli
stessi strati sociali, interpretandone le spinte egualitarie e mobilitandone, al
tempo stesso, la coscienza nazionale
3 H.B. Davis, Nationalism and Socialism. Marxist and Labor Theories of
Nationalism to 1917, 1967; W. Connor, The National Question. in MarxistLeninist Theory and Strategy, 1984
4
Agosto 1914: l’Internazionale socialista di fronte alla guerra 4
Prendiamo le mosse dalla fine: l’agosto 1914, quando scoppia la
guerra e sulla contrapposizione tra patria e classe si spacca il
movimento operaio: i dirigenti socialisti che due anni prima a Basilea
si erano impegnati a impedirla, sono chiamati ad assumere una
posizione e la maggior parte sceglie di dare la priorità agli interessi
nazionali. Quasi tutti i partiti della Seconda Internazionale (ad
eccezione di quello russo, di quello serbo e in parte di quello italiano),
si allinearono alla politica dej loro governi. In Germania con
soddisfazione il Kaiser può proclamare, dopo il voto socialista per i
crediti di guerra: "Io non conosco ormai più partiti, ma solamente
tedeschi!" mentre in Francia entrano nel governo di unità nazionale
(“union sacrèe”) 5.
L’internazionalismo proletario si spezza e la rinuncia a boicottare la
guerra dimostra quanto profondamente fosse penetrato nelle masse
anche socialiste - principalmente nei paesi (Francia e Germania) dove
più avanzata era il processo di integrazione - il principio secondo cui
la vera comunità di appartenenza era quella nazionale. Nel momento
del conflitto l’identità nazionale rimane l'unica appartenenza forte e
sicura, capace di oscurare le altre identità in un entusiasmo patriottico
che abbraccia tutte le classi. Di fatto, il grande tema ideale
dell'internazionalismo non si traduce in prassi politica concretamente
operante e rimane allo stadio di petizione di principi.
Per giustificare la "tregua interna" e la rinuncia alle deliberazioni
pacifiste i dirigenti socialdemocratici tedeschi fingono di credere che
la Germania conduce una "guerra difensiva". Gli oppositori della linea
patriottica sono inizialmente una esigua minoranza che cresce negli
anni della guerra sino ad arrivare alla scissione dal SPD ma, accusati
4 Con la ricorrenza dello scoppio della grande guerra sono usciti vari studi
storici; tra quelli italiani citiamo: M. Degl'Innocenti La patria divisa :
socialismo, nazione e guerra mondiale, 2015; M. Isnenghi Convertirsi alla
guerra: liquidazioni, mobilitazioni e abiure nell'Italia tra il 1914 e il 1918,
2015. M. Scavino (a c.) Guerra e nazioni: idee e movimenti nazionalistici
nella Prima guerra mondiale, 2015
5 G. Haupt, Socialism and the Great War. The Collapse of the Second
International, 1972. Id. , L'eredità di Marx ad Engels e la questione
nazionale, in «Studi storici», 1974 n. 2, pp. 270-324
5
di "disfattismo", sono duramente repressi6 e stessa sorte tocca agli
oppositori in Francia e negli altri paesi impegnati nello sforzo bellico.
L’accusa dei bolscevichi che i dirigenti dei partiti socialisti e del SPD
in particolare, appoggiando i governi nazionali avrebbero tradito le
masse operaie pronte a marciare contro la guerra se quel voltafaccia
non vi fosse stato, non teneva conto dell’iniziale spontaneo
patriottismo. L’accusa doveva convincere gli operai ad abbandonare le
organizzazioni dei “socialpatrioti” e ad aderire ai partiti comunisti che
si venivano costituendo ma, nonostante l’esasperazione di più di
quattro anni di massacri, i risultati furono deludenti e in nessun paese
il partito comunista affiliato alla III Internazionale diviene
maggioritario nello schieramento di classe.
Partendo da questo snodo si risale alla nascita della politica di
“nazionalizzazione delle masse” messa in atto dagli Stati nazionali a
partire dalla seconda metà dell’Ottocento con il conseguente sbocco
nel nazionalismo e imperialismo d’inizio Novecento. In parallelo
avviene la difficile costruzione di un “internazionalismo proletario”
nelle organizzazioni operaie politiche e sindacali, reso difficoltoso
dalla diffusione di sentimenti xenofobi nelle masse che provoca la
concorrenza tra operai di diverse nazionalità e l’arruolamento di
lavoratori nei paesi arretrati per spezzare gli scioperi (crumiraggio). 7
Nella Seconda Internazionale esisteva una certa omogeneità di
posizioni sul problema della guerra come risulta dai documenti stilati
quando la spartizione dell’Africa (Sudan, Marocco) e la guerra nei
balcani minacciarono la pace in Europa. I congressi dell'Internazionale
avevano diffuso risoluzioni che impegnavano j partiti membri a non
votare crediti militari e a «fare di tutto per impedire lo scoppio della
guerra applicando i mezzi ritenuti più efficaci». Esulava però dai
compiti istituzionali dell'Internazionale imporre ricette vincolanti,
quali gli scioperi di massa rivoluzionari che Domela Nieuwenhuis
aveva invocato a nome della sinistra già ai congressi di Bruxelles
(1891) e Zurigo (1893). Per l'SPD era stato chiaro sin dal congresso
internazionale di Stoccarda (1907) che «le azioni della classe operaia
cöntro il militarismo, per loro natura diverse da paese a paese per
spazio e tempo, non possono venir racchiuse dall'Internazionale in
6 Lenin Come la polizia e i reazionari proteggono l’unità della social democrazia tedesca (“Sotsial-Demokrat”, 3.3.1915) in “Opere” vol. 21 p. 113-5
7 G.Haupt, M.Lowy, C.Will, Les marxistes et la question national, Paris
1974
6
forme rigide». La sinistra (Martov, Lenin, Luxemburg) introdusse
nella risoluzione di quel congresso l'emendamento che si dovesse
«sfruttare la crisi economica e politica prövocata dalla guerra per
scuotere il popolo. e cosi accelerare la rimozione del dominio di
classe capitalistico». Ma indicare come rimedio alla guerra la
rivoluzione sociale significava escludere dal fronte antimilitarista chi
aveva idee non rivoluzionarie sul modo di 'rimuovere' il sistema
capitalistico. Inoltre, con quali azioni concrete si sarebbe poi potuto, a
guerra scoppiata, «scuotere il popolo»? Con lo sciopero generale, con
una resistenza passiva e attiva che dal rifiuto della chiamata alle armi
giungesse a sabotare trasporti e comunicazioni? Questa eventualità era
stata prevista dalle autorità militari germaniche che nella roccaforte
operaia della Ruhr, nel distretto militare di Munster, fissarono nel
1910 una serie di misure repressive e preventive. Trapelate al
congresso di Magdeburgo di quell'anno, indussero Kautsky a
chiamare lo 'sciopero militare' un'«eroica pazzia» e il realistico Bebel
a spiegarne l'impraticabilità al congresso di Jena (1911): la chiamata
alle ärmi vuol dire che «milioni di lavoratori lasciano famiglie le
quali non hanno più da mangiare e di che vivere ... Cosa credete che
succederebbe allora? Le grida delle masse non sarebbero per uno
sciopero generale, ma per lavoro e pane, cosi starebbero allora le
cose». Ciò che Bebel non immagina è che tre anni dopo, nell'estate del
1914, non solo le masse non pensano a uno sciopero militare, ma
affollano gli uffici di reclutamento.
Analogamente in Francia la “Suretè general” aveva compilato un
elenco (carnet B) comprendente 3.000 anarchici, socialisti, sindacalisti
rivoluzionari che alla vigilia della mobilitazione dovevano essere
incarcerati. Ma lo Stato Maggiore rinuncia ad esigere la stretta
applicazione del Carnet perché il segretario della CGT Leon Jouhaux
garantisce che la mobilitazione non sarebbe stata intralciata. 8
Gli atteggiamenti sempre più aggressivi dell'imperialismo in fase
espansiva indussero ad anticipare il congresso straordinario che si
tenne nel 1912 nella cattedrale di Basilea con 'la guerra alla guerra'
come unico punto all'ordine del giorno. Bebel sale sul pulpito per
affermare che «se oggi tornasse il Salvatore, non starebbe con i
cristiani, ma con i socialisti» Jaures sostiene che le campane di
Basilea avrebbero infranto i fulmini della guerra e che
l'«Internazionale rappresentava tutte le forze morali dell'universo».
8 A. Rosmer Il movimento operaio alle porte della prima guerra
mondiale
7
La risoluzione sulla guerra, pur lasciando irrisolta la questione sui
mezzi da usare per fare la "guerra alla guerra", contribuì a chiarire la
natura imperialistica di qualsiasi conflitto che da lì in avanti si fosse
potuto manifestare. Soprattutto metteva in evidenza ciò che questo
conflitto avrebbe sicuramente potuto provocare: "l'indignazione e la
collera del proletariato di tutti i paesi" e una conseguente "esplosione
rivoluzionaria". Si legge nella risoluzione: “Gli operai considerano
un crimine spararsi gli uni contro gli altri per il profitto dei capitalisti
o per l'orgoglio delle dinastie o per le clausole dei trattati segreti. Se i
governi, sopprimendo ogni possibilità di un'evoluzione regolare,
spingono il proletariato dì tutta l'Europa a soluzioni disperate, sono
loro che porteranno tutta la responsabilità di una crisi da essi stessi
provocata.” Il congresso si chiuse con l'impegno dell'Internazionale a
moltiplicare gli sforzi per prevenire la guerra con "una propaganda
sempre più intensa, con una protesta sempre più ferma".
Effettivamente, nei mesi che seguirono tutti i partiti socialisti sostenuti
dai sindacati si mostrarono pronti a seguire alla lettera le decisioni di
Basilea e a metterle in pratica. Nel dicembre 1912 imponenti
manifestazioni operaie contro la guerra ebbero luogo in tutta Europa a
fronte alla crisi dei Balcani. Ma gli imponenti cortei, le bandiere rosse,
i canti, gli applausi velavano la realtà che l'Internazionale era la
giustapposizione di socialismi diversi, ciascuno inserito per forza di
cose in un quadro statuale. Più si avvicinava lo spettro della guerra
tanto meno l'Internazionale sembrava disposta a continuare
nell'offensiva entusiastica che da Basilea in poi aveva caratterizzato la
propria azione politica. Si cominciò a titubare; a considerare la guerra
come un pericolo scongiurato in tutto o in parte o come prospettiva
remota. Si cominciarono a modificare anche i programmi che, da una
decisa azione contro la guerra, si tramutarono lentamente in una sorta
di programmi minimi, più "realistici", che prevedevano l'opposizione
alla corsa agli armamenti e all'aumento dei movimenti militaristi e
sciovinisti in Francia e in Germania, "contribuendo con ciò al
riavvicinamento dei due paesi" (preludio al programma dell'unione
delle tre grandi potenze occidentali: Francia, Inghilterra e Germania):
è la nuova formula dell'Internazionale nella primavera del 1913 che
resta il suo obiettivo sino al luglio del 1914, una svolta che annuncia
un nuovo orientamento nella politica socialista internazionale.
Di fronte al precipitare degli avvenimenti, l'Internazionale finge un
ultimo colpo di coda, ma il Bureau Socialiste International si riunisce
senza riuscire a prendere una decisione. Una crisi gravissima, come
8
contraccolpo di ciò che all'esterno stava succedendo, colpisce
l'Internazionale che deve dichiarare bancarotta. L'ultima circolare
annuncia: "In seguito agli ultimi avvenimenti il Congresso di Parigi è
aggiornato a data da stabilirsi". Il lungo processo dì deterioramento
giunto alla fine trascina assieme all'organizzazione mondiale del
proletariato anche la classe operaia internazionale.
La sottovalutazione del sentimento di solidarietà nazionale e in
generale dell'idea di nazione si rivela all'improvviso il grande buco
nero nella teoria dell'Internazionale. La scintilla della guerra, si
pensava, sarebbe semmai scoccata dalle rivalità coloniali o dalle crisi
economiche capitalistiche. Ad accenderla fu invece un problema
nazionale balcanico, cioé uno dei più complicati, in incubazione da
decenni. Ma nessun congresso internazionale aveva mai messo
all'ordine del giorno la questione nazionale, trattandosi di qualcosa che
secondo l'internazionalismo ortodosso non doveva, in fondo, neppure
esistere. Il «Vorwärts» per quasi tutto il luglio 1914 non seppe se
incolpare il nazionalismo grande-serbo o l'austroungarico 'partito della
guerra'. Il buco della teoria si riempi, per contrappasso, dei fattori
emozionali più caotici. In Germania trionfava quello del 'pericolo
cosacco', condiviso dai socialdemocratici che nello zarismo avevano
visto da sempre la minaccia più grave per il socialismo. La necessità,
per i partiti operai dell'Europa occidentale, di una guerra per la vita e
per la morte contro lo zarismo, portatore di servaggio, distruzione e
imbarbarimento, era stata affermata spesso da Engels 9, convinto che
«se la Russia vince siamo schiacciati» e che dunque, «se la Russia då
inizio alla guerra, ci batteremo contro i russi e i loro alleati, chiunque
essi siano» (lettera a Bebel, ottobre 1891). E Bebel nel 1904 dichiara
che di fronte a un pericolo di invasione da est che minacciasse
l'esistenza della Germania e dunque l'esistenza del socialismo, i
socialdemocratici sarebbero stati i primi a difendere la terra tedesca.
Dal congresso internazionale di Basilea del 1912 l'annientamento
dello zarismo viene poi indicato all'intera Internazionale come «uno
dej compiti preminenti». Nel '14 il cancelliere Bethmann costruì sui
consolidati sentimenti antizaristi dej socialdemocratici la sua accorta
regia. La mobilitazione tedesca e la dichiarazione di guerra alla Russia
vennero presentate come la legittima difesa della pacifica Germania
contro un aggressore di cui già per conto loro socialisti inorridivano.
Nella dichiarazione di voto socialdemocratica per i crediti, concordata
con il cancelliere, il nocciolo fu che «per il nostro popolo, e il suo
9 1890 MEW, XXII: 13; 1891 MEW, XXII: 25-31
9
futuro di libertä, molto o tutto é in gioco con una vittoria del
dispotismo russo che si già macchiato del sangue dei migliori del
popolo suo».
Il 4 agosto 1914 l'SPD votò i crediti di guerra. Il segretario dei
socialisti austriaci Friedrich Adler, tracciando nel gennaio 1915 un
consuntivo di quello che l'agosto del '14 aveva significato per la
socialdemocrazia tedesca, le imputò soprattutto una totale
impreparazione teorica sulla guerra. Adler vide bene che il difetto di
fondo stava nel non aver chiarito il concetto di rivoluzione. La
socialdemocrazia aveva immaginato un più o meno stretto legame tra
guerra mondiale e rivoluzione sociale, ma “non esaminö mai come si
sarebbe dovuta comportare se la guerra mondiale l'avesse sorpresa
prima che i tempi fossero per lei maturi ... Quando il terreno
consueto vacillò sotto i piedi ci si trovò impreparati Si accolsero
parole d'ordine borghesi senza, per lo più, nemmeno il tentativo di
accordarle con i principi socialisti … La socialdemocrazia tedesca
ha tanto parlato di imperialismo, ma nel discutere il proprio
comportamento in caso di guerra non ha mai preso veramente in
considerazione la guerra dell'imperialismo come oggi la
sperimentiamo. Aveva messo in conto, per così dire, soltanto guerre
più ingenue”.
10
Parte I. Dal patriottismo al nazionalismo
1. Nazionalizzazione delle masse e Invenzione della tradizione.
Nel mondo antico il concetto di nazione non è ben definito10, solo alla
fine del medioevo forti monarchie si impongono in Francia, Spagna e
Inghilterra, dando vita a stati nazionali, 11 ma la nazione inizia a
produrre identità forti solo in seguito ai rivolgimenti prodotti dalla
Rivoluzione francese e dalle ridistribuzioni territoriali in conseguenza
delle guerre napoleoniche.12 Sono però intellettuali e leader politici ad
attivare a inizio Ottocento i meccanismi di formazione dell’identità
nazionale intesa come collettività che condivide stessi tratti etnici,
storia e cultura e che per questa comunanza (vera o presunta) di
elementi esercita la sovranità su un territorio.
Nel corso dell’Ottocento gli Stati-nazione europei attuano una
imponente operazione pedagogica di “nazionalizzazione delle
masse”13 tramite la costruzione di una rete viaria e ferroviaria
articolata, in funzione dei movimenti e scambi tra le varie parti del
Paese; un sistema scolastico elementare obbligatorio imperniato sulla
10
La nazione antica “fu caratterizzata soprattutto dalla lingua … sul
piano della prassi politica il concetto di nazione non riuscì a svolgersi fino
all’idea di stato-nazione: questa rimase inafferrabile alle due opposte
esperienze politiche fondamentali – lo stato supernazionale di tipo
achemenide e lo stato-città di tipo greco. Solo se connessa con l’idea delle
masse barbariche non romanizzate la realtà di “nazioni “ emergenti dallo
stato supernazionale potè assurgere ad una considerazione oscura ma piena
di significati pel futuro “ S. Mazzarino Antico, tardoantico ed èra
costantiniana 1974, p.81;Anche C. Bearzot, F. Landucci,G. Zecchini Gli
stati territoriali nel mondo antico, 2003; S. Gasparri Prima delle nazioni:
popoli, etnie e regni fra antichità e Medioevo, 1998
11 A. Smith La nazione. Storia di un'idea ,2007; F. Tuccari. La nazione,
2000; J. Butler, G. Spivak, Che fine ha fatto lo stato-nazione?, 2009
12 Jacques Godechot. La grande nazione: l'espansione
rivoluzionaria della Francia nel mondo: 1789-1799, 1962.
13 G.L. Mosse, The nationalization of the masses; political symbolism and
mass movements in Germany from the Napoleonic wars through the Third
Reich, 1975; E. Gentile, Il culto del littorio: la sacralizzazione della politica
nell'Italia fascista, 1993; . B. Anderson, Imagined communities. Reflections
on the origins and spread of nationalism, 1983 (trad. it. 1996); E. Gellner,
Nations and nationalism, 1983 (trad. it. 1985); E.J. Hobsbawm, Nations and
nationalism since 1780, 1990 (trad. it. 1991, pp. 19-53.
11
trasmissione di valori come etica del risparmio e del lavoro oltre che
sull’insegnamento di lingua, storia e geografia della patria; un esercito
basato sulla coscrizione militare obbligatoria, con la mescolanza sul
territorio dei coscritti che sono addestrati all’ideologia della patria
imparando la disciplina militare e la gerarchia sociale; un sistema
politico-rappresentativo che attraverso il suffragio universale maschile
invita a partecipare attivamente alla vita della comunità nazionale 14.
La mobilitazione delle masse trasforma il sistema politico (con i diritti
di voto e di associazione), la mobilitazione da nazionale diventa
politica e dalla nazionalizzazione delle masse deriva la loro
politicizzazione.
Era necessario insegnare a popolazioni in gran parte contadine, dove
molti non vedevano al di là del campanile del paese, i concetti della
"nuova politica" coinvolgendo masse anche analfabete per cui nello
"spiegare" la nazione non si fa appello alla ragione degli illuministi
ma all'emozione, alle tradizioni ancestrali, ai legami di sangue,
Il richiamo al passato serve per acquisire una forma di legittimità e
introduce al concetto di "tradizioni inventate"15 “un insieme di
pratiche che si propongono di inculcare valori e norme di
comportamento in cui è implicita la continuità col passato. Di fatto
tentano in genere di affermare la propria continuità con un passato
storico opportunamente selezionato ... Comunque sia, laddove si dà
un riferimento ad un determinato passato storico, è caratteristico
delle tradizioni "inventare" il fatto che l'aspetto della continuità sia in
larga misura fittizio. In poche parole, si tratta di risposte a situazioni
nuove, che assumono la forma di riferimenti a situazioni antiche, o
che si costruiscono un passato proprio attraverso la ripetitività quasi
obbligatoria."..
Le popolazioni vengono introdotte alla “religione della patria”
attraverso politiche simboliche: festività nazionali e cerimonie
pubbliche16 che avevano modalità e andamenti liturgici. Inoltre si fa
gran ricorso a simboli, immagini, allegorie, figure memorabili che
14 La Francia degli anni ‘70 dell’Ottocento può essere presa a
paradigma di quanto si veniva attuando negli altri stati europei:
E. Weber Peasants into Frenchmen, 1976 (trad. it. 1989); A.
Corbin Il mondo ritrovato di Louis-François Pinagot : sulle
tracce di uno sconosciuto (1798-1876) trad. .it. 2001
15 E. Hobsbawm , T. Ranger The invention of tradition 1983
(trad. it. 1987)
12
incarnano la passata grandezza e il fecondo avvenire della comunità.
A queste 'nuove' pratiche corrisponde anche un "nuovo stile politico"
che, volendo fare appello alle emozioni, ha bisogno di manufatti in
grado di suscitarle; ha bisogno, cioè, di un'"estetica della politica" 17,
ovvero di una strategia comunicativa che sappia parlare ai sensi e ai
sentimenti come le statue e i monumenti celebrativi ed evocativi come
la Tour Eiffel, il Reichstag berlinese, le statue a Garibaldi, il
Vittoriano. 18 Le poesie e le narrazioni, le bandiere e gli inni, le pitture
e le stampe, i melodrammi e le opere teatrali di ispirazione
nazionalpatriottica, sono i principali strumenti per la costruzione di
un'identità nazionale
A fine Ottocento il nazionalismo popolare riempie con la religione
della patria il vuoto lasciato dalle tradizioni confessionali. Nella
nazione si intrecciano discorso razionale e coinvolgimento emotivo sia
nella narrazione della storia e delle origini che nell'esaltazione del
particolare ruolo da ricoprire nel mondo e nella rivendicazione
dell’espansione territoriale, del dominio su altri popoli. Dal 1870 le
idee di nazione e di patria sono parte integrante dell'identità di uno
stato che fa della prospettiva della guerra la ragion d’essere e la fonte
principale della sua legittimità. Con il Novecento é una realtå
organica, unica e originale, che lega i propri cittadini in un rapporto
totalizzante ed esclusivo, basato sul sangue e sulla cultura, con una
missione particolare e un destino che si deve conquistare con coraggio
e sacrificio. La militarizzazione degli stati-nazione è il risultato di una
radicalizzazione culturale che trae la confluenza di settori spesso agli
antipodi della società (la burocrazia militare e l'avanguardia artistica,
il sindacalismo dell'azione diretta e i grandi cartelli industriali) e il
consenso delle classi medie che costituiscono l'ossatura fondamentale
della nuova politica di massa.
Il nuovo stile politico sono modalità organizzative e comunicative cui
nessuna formazione politica può sottrarsi: così il processo di
16 Il pellegrinaggio alla tomba di Vittorio Emanuele II nel
1884, l’incorona-zione di Nicola II nel 1894; i funerali di
Edoardo VII nel 1910, ecc.
17 M. Vaudagna L' estetica della politica : Europa e America
negli anni Trenta, 1989 .
18 B. Tobia Una patria per gli italiani : spazi, itinerari,
monumenti nell' Italia unita, 1870-1900, 1899 L' Altare della
patria , 1998 e 2011
13
nazionalizzazione delle masse tocca anche formazioni politiche che al
nazionalismo erano estranee, come i movimenti socialisti che
adottarono simboli originariamente forgiati dalla politica nazionalista,
dotandosi pertanto di propri inni, bandiere, simboli, liturgie, eroi, ma
l’apparato simbolico socialista si differenzia in profondità dalla
matrice nazionalista, organizzandosi intorno a una negazione radicale
del tratto identitario fondamentale del nazional-patriottismo. I partiti
socialisti nascono infatti come movimenti internazionalisti, legati da
una fratellanza proletaria che non aveva confini né etnici né nazionali.
C’è tuttavia una contraddizione profonda nell’esperienza socialista
europea di questi anni, che ha rilievo per sondare il senso e la
profondità del processo di nazionalizzazione delle masse. Per quanto i
vari partiti socialisti insistano sul loro carattere internazionalista, pure
tutta la loro azione politica si svolge all’interno delle cornici
istituzionali degli Stati-nazione. Si tratta di una scelta imposta dalle
circostanze ma che alla fine ha ripercussioni paradossali e anche
tragiche: tanto insistentemente il principio di appartenenza alle
rispettive nazioni viene negato nelle rappresentazioni pubbliche dei
partiti socialisti, quanto profondamente esso si radica nelle coscienze
di una parte non trascurabile di militanti e di leader, essi pure, come
tutti, esposti al bombardamento della retorica nazional-patriottica,
mediata giorno dopo giorno da scuola, esercito, pubblicistica,
sociabilità ufficiale,.
Approfondimento: Cenni sulla “Nation building” in Italia19
Nel decennio 1860-70 l’assetto europeo definito nel 1815 dal
Congresso di Vienna e dal patto della “Santa alleanza” subisce una
profonda modificazione con la formazione (“Nation-building” 20) di
due nuovi stati nazionali: Regno d’Italia (1861) e Impero germanico
(1871) che giungono però all’unificazione nazionale e all'integrazione
nel mondo moderno in modi diversi: in Germania tramite la conquista
19 P. James Nation formation : towards a theory of abstract
community,1996;Barrington Moore, Le origini sociali della dittatura e della
democrazia, 1966; C. Tilly, La formazione degli stati nazionali nell'Europa
occidentale, 1984; Id. L'oro e la spada, Capitale, guerra e potere nella
formazione degli stati europei 990-1990 1991
20 Concetto introdotto da R. Bendix Nation-building and
citizenship : studies of our changing social order, 1964
14
monarchico-prussiana con l’esclusione delle forze democratiche 21, in
Italia con la collaborazione tra Moderati e Partito d’Azione. La
monarchia sabauda per mantenere l’egemonia sul processo unitario e
battere l’opzione garibaldina nella costruzione di un’identità italiana
cambia il proprio paradigma da dinastico a nazionale nel passaggio
dall’Armata sarda all’esercito italiano. 22
Dopo gli anni della Destra, impegnata nel pareggio di bilancio e nella
della lotta al brigantaggio, la Sinistra Storica viene integrata nel
quadro di un “paese legale” che vive in stato d’assedio permanente tra
“neri” clericali e “rossi” anarchici e socialisti. La staticità del sistema
politico è perpetuata dall’uso di basare il potere su alleanze mutevoli
all’interno di un’amorfa maggioranza parlamentare.
Il conflitto tra Corona e Vaticano impedisce la formazione in Italia di
un blocco conservatore di maggioranza, presente invece in Germania
dove si mantiene la forma costituzionale pura mentre la destra italiana
di fine secolo invoca il “Torniamo allo Statuto”. 23
Gramsci fa risalire al Risorgimento la «debolezza e inconsistenza
organica della classe dirigente»24 inadeguata a prömuovere una
profonda riforma intellettuale e morale. Accusa il Partito d'Azione,
incapace di agire come alternativa al blocco moderato: appoggiandosi
ai contadini e sostenendone le rivendicazioni di base (la riforma
agraria), spostando gli intellettuali degli strati medio-inferiori sulle
proprie posizioni attraverso un concreto programma di governo del
processo di unificazione, esso avrebbe potuto creare una nuova
formazione nazionale popolare e democratica. Recupera 1’esempio
dei Giacobini, che in Francia avevano imposto alla borghesia di
assolvere il suo compito storico, spingendola avanti «a calci nel
sedere» e rimproverava gli esponenti democratici di aver aperto la
strada a un blocco agrario e latifondista. Gli uomini che avevano fatto
il Risorgimento, in definitiva, pur bramando la nascita di un moderno
Stato italiano, originarono un ibrido e non riuscirono a creare le
condizioni affinché si sviluppasse una classe dirigente matura e
lungimirante: «La meschina vita politica dal '70 al '900, il ribellismo
21 G. Roth I socialdemocratici nella Germania imperiale, 1971
22 J. Lorenzini, I re soldati e la Nazione. L’esercito come strumento di
legittimazione della monarchia sabauda 1848-1900, “Diacronie” n. 16.
23 Sidney Sonnino in” Nuova antologia”, 1.1.1897; anche Ruggero Bonghi,
L’Ufficio del principe in uno Stato libero, Ibid., 1893
24 Antonio Gramsci Quaderno 19, pp. 1977-1978
15
elementare ed endemico delle classi popolari, l'esistenza gretta e
stentata di un ceto dirigente scettico e poltrone sono la conseguenza
di quella deficienza ...»25
2. Sport e “nazionalizzazione delle masse”26
Con le scoperte medico-fisiologiche del Sette-Ottocento il corpo
assume un ruolo nei nuovi processi economici, politici e culturali.
Generato dalla filosofia del self-help 27 e dall’”homo faber” della
rivoluzione industriale, l’”homo ludens”28 sottopone il corpo ad
attività di svago e divertimento che, oltre all’impegno motorio,
richiedono la condivisione di regole (le misure dei campi di gioco, la
misurazione delle “performances"), e di valori quali lo spirito di
concorrenzialità e l’aspirazione al successo che, all’interno di un
disegno educativo, tende a familiarizzare le classi medie alla cultura
industriale e ad adattare le élites “anglicizzanti” al sistema della
democrazia liberale.
Si introducono i giochi inglesi come strumenti per formare gli
individui infondendo l’attitudine alla intraprendenza che doveva
costituire la caratteristica dell'uomo del ventesimo secolo: il foot-ball,
che in Inghilterra già dagli anni ottanta diveniva anche patrimonio del
tempo libero operaio, si espande attraverso gli stessi canali della
tecnologia, dal commercio e dalla cultura della rivoluzione industriale,
cui appartengono anche le figure sociali che ne sono promotrici:
ingegneri, quadri dell'industria, studenti di politecnici 29
25 Id., Quaderno 19, pp. 2053-54
26 S. Pivato Ginnastica e Risorgimento alle origini del rapporto sport/nazionalismo “Ricerche storiche”, 1989, n. 2; Id. La bicicletta e il Sol dell'avvenire sport e tempo libero nel socialismo della Belle epoque 1992; S. Giuntini
Sport, scuola e caserma: dal Risorgimento al primo conflitto mondiale 1988
27 Su Smiles e il Self-help in economia A. Macchioro Studi di
storia del pensiero economico e altri saggi, 1970, p.192-4 e 391;
G. Baglioni L' ideolo-gia della borghesia industriale nell'Italia
liberale, 1974 e 1977
28 J.Huizinga Homo ludens: saggio sulla funzione sociale del
gioco, 1939, trad..it 1946, 2002
29 S. Pivato I terzini della borghesia: il gioco del pallone
nell'Italia dell' Ottocento, 1991
16
In altri paesi la bicicletta diventa simbolo della cultura borghese e
popolare: alla pionieristica e aristocratica fase, oggetto di una limitata
produzione artigianale e appannaggio di eccentrici aristocratici, il
«cavallo d'acciaio», conquista una popolarità crescente dall'ultimo
decennio dell'Ottocento.
Oltre ad adeguare la capacità fisica ai processi produttivi la pratica
sportiva forma anche una rete di strutture associative che diventano il
luogo in cui si compie la formazione degli individui e si avvera un
processo di istituzionalizzazione e massificazione. E’ soprattutto la
forma associativa assunta dalla pratica sportiva nel suo moto di
diffusione, a renderla democratica e ad allöntanarla dal connotati
aristocratici ed elitari tipici della metà del secolo. I circoli, i club, le
associazioni e le istituzioni moderne in grado di stimolare il senso
collettivo della vita, costituivano un ulteriore sintomo della
democratizzazione dello sport, stabilendo al suo interno una gerarchia
di valori non più basata sul censo o sul ceto ma sulla partecipazione e
sul grado di competizione.
A fine Ottocento lo sport 30 viene ad assumere anche un ruolo nella
formazione fisica diretta alla creazione di eserciti di massa necessari a
risolvere le lotte delle potenze imperialiste derivanti dal maturare delle
contraddizioni del sistema capitalista e dalla concorrenza economica
tra le nazioni. Attività quali la ginnastica e la scherma diventano
modelli per l’impiego dei tempo libero da estendere con moderazione
alle classi sociali emergenti.
L'educazione fisica e lo sport sono terreno di conquista e confronto
per movimenti politici e ideali. Nazionalisti, cattolici, liberali,
protestanti, minoranze etniche e religiose vi intravvedono un modello
di sociabilità31 in grado di aggregare le masse giovanili attorno ad una
attività fascinosa perché espressione di gusti, tendenze e valori del
nuovo secolo. Tuttavia, nelle varie forme ideologiche che assumeva, la
cultura sportiva si presentava con caratteri e finalità che contrastavano
con quelle del nascente movimento operaio. La «cultura del corpo»,
che aveva costituito il retroterra su cui si erano sviluppate le pratiche
sportive nella seconda metå dell'Ottocento, appare estranea alle
30 G. Bonetta Corpo e nazione : l'educazione ginnastica, igienica e sessuale
nell'Italia liberale, 1990. Id., Il secolo dei ludi. Sport e cultura nella società
contemporanea, 2000
31 Maurice Agulhon Il salotto, il circolo e il caffè: i luoghi della
sociabilità nella Francia borghese, 1810-1848, 1993. (Ed. or.
1977)
17
ideölogie del movimento operaio. Questi ed altri motivi spiegano il
relativo ritardo con cui i partiti socialisti europei iniziano a scoprir il
potenziale aggregante dello sport.
Approfondimento: Dallo «sport vizio borghese» al movimento
sportivo proletario
Fra i primi a porre il problema della «rigenerazione fisica» del
proletariato era stato Kautsky che al congresso di Parigi del 1900
dell'Internazionale afferma: «In uno stato democratico moderno, la
conquista, del potere da parte del proletariato non può essere il
risultato di un colpo di stato, ma di un lungo e faticoso lavoro
d'organizzazione proletaria sul terreno economico e politico, per la
rigenerazione fisica e morale della classe operaia e per la conquista
graduale dei municipi e delle assemblee legislative». Era allora uno
dej punti programmatici più dibattuti nélle assise internazionali dej
socialisti che ritenevano che i problemi igienici e sanitari non si
risolvessero solo attraverso la creazione di ambienti domestici e di
lavoro più sani ma soprattutto con la sconfitta dell'alcoolismo indicato
come uno dej principali «nemici del socialismo»32.
Le statistiche mediche, gli opuscoli, le risoluzioni congressuali e la
letteratura agli inizi del secolo testimoniano l’attenzione con cui il
movimento operaio considerava il problema. Se le osterie erano state
spesso alle origini i luoghi di una cultura alternativa delle associazioni
proletarie,33 fra fine Ottocento e inizio Novecento matura la
convinzione che la formazione di un proletariato cosciente dej propri
compiti e dej propri doveri deve affrancarsi da quei luoghi. L’attività
fisica è vista come un antidoto all’«abbrutimento» dell'alcoolismo e
un mezzo per formare un proletariato «sano e robusto» ma i dirigenti
32 Emile Vandervelde fonda nel 1910 la Lega internazionale
antialcolica
33 “Movimento operaio e socialista” 1985, n.1 (monografico) “Proletari in
osteria” comprende R. Monteleone “Socialisti o ciucialiter? Il PSI e il
destino delle osterie tra socialità e alcoolismo”; “T. Merlin "Gli anarchici, la
Piazza e la campagna: socialismo e lotte bracciantili nella bassa padovana.
1866-1895", Vicenza, 1980 (cap.1., parte 3. "La cultura della piazza"); G.
Sbordone "Nella repubblica di S. Margherita: storie di un campo veneziano
nel primo '900", Portogruaro, 2003; A. Casellato "Una piccola Russia. Un
quartiere popolare di Treviso tra fine '800 e secondo dopoguerra", Vicenza,
1998; A. Baravelli "Le case del popolo a Fusignano e nella bassa Romagna",
Ravenna, 1999 (cap. "Circoli borghesi, osterie e cameracce proletarie")
18
socialisti sono anche preoccupati che l'attività fisica esercitata nelle
società ginniche di ispirazione borghese e militarista possa minare il
sentimento antimilitarista e pacifista che, soprattutto nei movimenti
giovanili, anima gli associati. Di qui i loro inviti a fondare sezioni
sportive autonome e le sollecitazioni ai militanti e simpatizzanti
socialisti ad uscire dalle associazioni a carattere borghese, cui
risponde la nascita della più vasta associazione sportiva socialista
europea: la Arbeiterturnerbund (ATB), sorta da una scissione della
Deutsche Turnerschaft erede delle teorie di Federico Ludovico Jahn.
In Moravia gran parte dej giovani ginnasti socialisti faceva parte
dell’organizzazione panslavista Sokol ma nel 1894 e ‘96 sono fondate
le prime associazioni ginniche operaie e nel 1897 in seguito alle lotte
elettorali che oppongono i partiti borghesi a quello socialista questi
ultimi sono espulsi dal Sokol sancendo la nascita del movimento
ginnastico socialista cecoslovacco.
Alcune associazioni sportive socialiste sorgono autonomamente come
il club ciclistico londinese Clarion nel 1894 che supporta le campagne
elettorali dei candidati laburisti. Nell'ultimo decennio del secolo si
costituiscono gruppi di ciclisti socialisti in Austria e Svizzera mentre
al 1904 risale la creazione a Bruxelles della Federazione nazionale
socialista di educazione fisica e morale che raggruppava i club di
tendenza socialista sorti in Belgio.
La nascita di aggregazioni sportive socialiste testimonia per certe
frange operaie di alcuni paesi la maggior disponibilità di tempo libero
garantita dalle lotte sindacali: la fine della depressione che attraversa
l'Europa fino agli anni ottanta e l'aumento del potere d'acquisto dei
salari consentono gradualmente l'accesso anche agli operai a forme di
”loisir” un tempo riservate a privilegiate fasce sociali. Ma nella
nascita dello sport operaio hanno un peso importante questioni di
carattere politico e ideologico: lo sport «invenzione» della società
borghese fu assunto come pratica organizzativa da quei partiti
socialisti per i quali le conquiste della società borghese andavano
assunte a vantaggio della classe operaia nell'ambito di una prassi
riformista; dove invece frange anarcosindacaliste pöstulavano il
rifiuto della societa borghese, anche lo sport era boicottato.
La diffusione della pratica sportiva ricalca la stessa geografia politica
che caratterizza il socialismo nell'Europa del primo Novecento: in
Germania, Austria, Svizzera, Belgio prevale il modello gradualista e lo
sport entra a far parte del bagaglio della cultura popolare socialista.
Dove invece esistono resistenze alla tattica parlamentarista e forme di
19
lotta diretta rivolta alla distruzione della società borghese lo sport in
quanto paradigma dello stile di vita delle classi agiate è osteggiato,
come in Francia dove solo nel 1908 (quindici anni dopo le prime
esperienze associative tedesche) i socialisti francesi riconoscono allo
sport una funzione educativa, anche se club sportivi socialisti erano
sorti autonomamente già all'inizio del secolo e il movimento delle
Università popolani si era già fatto promotore di attivita sportive e
escursionistiche.
In Italia la diffidenza si manifesta con l'origine stessa del fenomeno
sportivo nell'Italia umbertina: negli anni ottanta, quando il foot-ball e
il termine sport sono sconosciuti, i socialisti polemizzano contro la
«mania dello sport» e, individuandone le radici sociali nella classe
degli «oziosi», l’accostano al vizio borghese della lussuria che
considerano «il peccato delle persone che non hanno niente da fare e
sono le più occupate del mondo. Queste persone devono pensare a
migliorare la razza del cani e quella del cavalli, a guidare le doppie
pariglie, a rompersi le gambe sui velocipedi ... E a mezzanotte
devono brandire le carte e pelarsi a vicenda. E dire che il mondo li
chiama oziosi».34
Nell'ultimo decennio del secolo la classe dirigente liberale italiana
rinnova l'insegnamento dell'educazione fisica con l'inserimento dei
«giochi inglesi» per rendere più dilettevole la ginnastica, introdotta
nelle scuole nel 1878 e vara nel 1893 una riforma dell’educazione
fisica prendendo a modello il sistema dej colleges inglesi dell'etå
vittoriana basato sui giochi all'aria aperta. Contro la riforma si
scagliano i socialisti: «A questo esercito di lavoratori, di malnutriti e
di affamati la brava Commissione ... prescrive, perché rinvigorisca, il
suo recipe a base di birilli e di lawn-tennis. Sarebbe una feroce ironia,
se non fosse incoscienza di panglossismo borghese. Oh! lo sappiamo
bene che la scuola (questa scuola dove s'insegnano troppe cose
superflue, e poche si imparano utili alla vita) colla sedentarietà, l'aria
confinata, il sopralavoro intellettuale non é un elemento di sanità.
Ostacola lo sviluppo fisico: la scrofola, la tubercolosi ecc., vi possono
trovare l'origine e un buon coefficiente. Ma tutti questi danni, che gli
igienisti in Italia e fuori van segnalando, basterà a correggerli
l'esercizio ginnastico (e bisognerebbe, per fare sul serio, riformare ab
imis l'ordinamento della scuola) nei figli bene nutriti e vestiti ed
accasati, i quali appunto proseguono il corso degli studi fin oltre i
venti anni. Ma al figlio del proletariato (che ai nove anni lascia la
34 “Almanacco illustrato del Secolo”, 1888
20
scuola, se pure l'ha frequentata) non bastano i birilli e il lawn-tennis;
gli manca il resto, che é l'essenziale».35
I socialisti così si isolano dalla cultura laica democratica che nell'
educazione fisica vede uno strumento di educazione ai valori del
progresso e della democrazia. L'ideologia positivista aveva anzi
elevato l'educazione fisica ad elemento costitutivo di una pedagogia
popolare tesa a esaltare il primato del corpo, in polemica con la
cultura clericale incline a favorire le esigenze dello spirito. E
Garibaldi era stato propagandista dei tiri a segno ritenuti un momento
di educazione aj valori patriottici e unitari.
Su queste posizioni non era solo il gruppo dirigente socialista ma
anche chi sedeva nei consigli comunali e provinciali che avevano
l’onere del finanziamento dell’educazione fisica: nel 1900 nel
consiglio provinciale di Genova Pietro Chiesa 36 si era opposto alla
concessione di un finanziamento per la costruzione di una palestra
della Societå ginnastica Andrea Doria. La sua posizione rifletteva le
critiche avanzate da «Critica sociale» e si basava sulla considerazione
della ginnastica come «lusso inutile»: «Fino a tanto .. che alla grande
maggioranza dej regnicoli che sono i proletari manca il più stretto
necessario alla vita, e sono costretti a logorarsi il fisico o nell'ozio
forzato od in uri lavoro che prostra ed uccide, non é cosa né equa né
corretta il chiamarli a perfezionarsi con degli esercizi acrobatici ...
Bisogna pensare al necessario perché per i mal nutriti la ginnastica
non solo sarebbe cosa superflua, ma peggio, sarebbe deleteria». 37
Queste argomentazioni erano giustificate dallo stato di indigenza e
miseria delle classi popolari: «Per sviluppare nella gran maggioranza
degli italiani la forza fisica bisogna prima di tutto che il loro
organismo possegga una forza; bisogna cominciare dal nutrimento, e
dall'applicazione di orari meno opprimenti».
Chiesa non era pregiudizialmente contrario all’educazione fisica, ma
la subördinava alla risoluzione prioritaria dej problemi sociali legati
all'analfabetismo, alla povertà, alla riduzione dell'orario di lavoro: le
condizioni sociali in Italia erano in quegli anni più arretrate rispetto a
quelle di paesi industrialmente più avanzati, dove i movimenti operai
avevano elevato l'educazione fisica e la. pratica sportiva a strumento
di gestione del tempo libero. A inizio secolo i censimenti denunciano
35 «Critica sociale» n.2 1894
36 1858-1915, primo deputato socialista in Liguria, di tendenza
riformista
37 P. Chiesa, Ginnastica e miseria in Italia,1900
21
percentuali di analfabetismo del 50%, anche più alte nel Mezzogiorno
e nel 1901 oltre mezzo milione di fanciulli non frequenta la scuola che
in paesi come l'Inghilterra, la Germania o la Francia è il veicolo
attraverso cui i giovani si accostavano alla pratica sportiva come in
Boemia dove nel 1907 oltre il 50% degli iscritti alle associazioni
ginniche operaie era composto da scolari e da studenti
Ulteriore arretratezza italiana erano gli orari di lavoro: solo le
aristocrazie operaie godevano di orari di lavoro giornalieri attorno alle
dieci ore mentre la manodopera non qualificata arrivava a prolungare
la giornata lavorativa fino ai massimi di quindici, sedici öre. A fronte
di questi dati i socialisti potevano reclamare come un «lusso
superfluo» l'educazione fisica e sportiva e, considerati gli elevati orari
di lavoro e lo scarso, tempo libero dell'operaio, ritenerla un privilegio
riservato a ristrette fasce sociali
In alcune regioni come l’Emilia, il Polesine, il mantovano, la base
prevalentemente contadina del socialismo italiano 38 condizionava miti
e simboli e configurava un universo di valori e credenze ancorati alla
società rurale e ostile a una pratica come quella sportiva che aveva le
radici nella cultura industriale e urbana.
La polemica socialista antisportiva assume toni più aspri dai primi
anni del secolo: il foot-ball, che disputa il primo campionato nel
1899, inizia a mietere proseliti ma è soprattutto il ciclismo che attiva il
pubblico degli appassionati. Per lo stile di vita borghese lo sport
diviene una pratica di affermazione di censo, uno status symbol
raccomandato anche dai manuali di etichetta: giocare a tennis, a
cricket, far dell'equitazione, testimonia l'appartenenza a quel ceto
sociale i cui riferimenti provenivano dal modello di costume
dell'Inghilterra vittoriana. Anche l'opinione nazionalista si opponeva al
dilagare del fenomeno ma per motivi diversi: era preoccupata che in
quanto di origine straniera lo sport avrebbe potuto veicolare attitudini
non in sintonia con l'educazione patria e per questo contrapponeva gli
antichi giochi tradizionali italiani.
I socialisti condannano la crescente «mania» dello sport perché di
origine borghese e quindi veicolo di un messaggio non in sintonia con
le finalitå educative del socialismo: «Stupido ed aristocratico, due
38 l’«essenza agricola»: R. Michels Il proletariato e la
borghesia nel movimento socialista italiano : saggio di scienza
sociografico-politica , Torino, 1908
22
cose che sono spesso sinonimi»39 e «Violenta reazione muscolare alla
inattivitå produttiva delle classi redditizie»40
Anche i deputati socialisti quando in Parlamento si discute di problemi
attinenti l'educazione fisica, esprimono dissenso e contrarietà. Ettore
Ciccotti nel 1903, in occasione della discussione del bilancio di
previsione invoca l'abolizione dei finanziamenti governativi alle
scuole di. scherma perché le riteneva fomentatrici del sentimento di
violenza e di un'altra «deprecata» moda contro cui quale i socialisti
erano più volte intervenuti: il duello. «Credo che tutto ciö che si
riferisce al duello e lo incoraggia e lo prepara sia contro la civiltà...
L'Italia ha il vanto di fornire insegnanti di scherma a tutti i paesi.
Disgraziatamente. chi ha conoscenza della nostra emigrazione sa
pure che noi forniamo all'estero il personale per i lavori pii'i faticosi e
meno considerati.. ...
Il movimento socialista italiano dopo l’iniziale rifiuto dovuto alla
concezione dello sport come attività fuorviante dalla lotta di classe, si
avvia a concepire lo sport come fattore di produzione di una nuova
socialità contrapposta a quella degli apparati istituzionali dello Stato.
Anzi, lo sport è utilizzato come palestra di addestramento democratico
e come strumento di propaganda politica. Fino al primo conflitto
mondiale lo sport rimane in Italia sostanzialmente patrimonio delle
classi agiate. Per quanto il ciclismo, l'automobilismo ed in parte il
football e l'alpinismo conoscessero già un discreto seguito di massa, e
per quanto già dal finire del XIX secolo esistessero forme associative
legate al movimento socialista, è solo nel primo dopoguerra che il
fenomeno sportivo si impone anche nelle classi subalterne 41
Nell'estate 1920 viene fondata a Milano l'Associazione proletaria per
l'educazione fisica. Presidente e animatore è il medico Attilio Maffi:
“Il proletariato ha almeno tre buone ragioni per formare
39 F. Turati Discorsi parlamentari, vol.2, Roma, 1950, p. 856
40 G. Petrini, Lo sport e la questione sociale, “Avanguardia
socialista”, 1904
41 S. Giuntini Sport e movimento operaio a Torino dal biennio
rosso all'avvento del fascismo In “Studi piemontesi”, 1995, n. 1;
A. Gramsci, in “Avanti!” ed. di Torino, 16.8.1918 ora in “Sotto
la Mole” pag. 433: “Lo sport è attività diffusa nelle siocietà in
cui l’individualismo economico del regime capitalistico ha
trasformato il costume, ha suscitato accanto alla libertà
spirituale la tolleranza dell’opposizione”
23
un'organizzazione propria ed autonoma. La prima, di natura politica,
è la conseguenza del carattere conservatore, militarista assunto dallo
sport borghese, ormai irrimediabilmente compromesso dal
commercialismo e da un esasperato spirito di competizione; la
seconda, di ordine igienico-sanitario, parte dal presupposto che una
pratica sportiva razionale e disciplinata costituisca un elemento
indispensabile per i lavoratori, i cui organismi sono minati da fatiche
quotidiane e ripetitive. La terza ragione, di carattere sociale,
considera l'attività fisica uno strumento di elevazione spirituale in
grado di sottrarre gli operai dalle bettole e da altre pratiche
moralmente poco dignitose”.
Filippo Turati così criticava le disattenzioni del socialismo italiano nei
confronti del tempo libero: «Per la nostra concezione, assai più
importante - vorremmo dire, assai più immediatamente rivoluzionario
- é l'impiego delle seconde otto ore, di quelle che stanno fra il lavoro
salariato e il sonno organicamente riparatore. E solo in coteste ore
intermedie che comincia e si estende la vera vita del lavoratore, come
uomo, come cittadino, come membro della propria classe - ossia,
come socialista e preparatore della società socialista. 42
Più dei socialisti se ne occuparono alcuni industriali allo scopo di
procurare ai loro operai quegli svaghi che più li vincolassero alla
fabbrica rendendoli meglio utilizzabili per la produzione. Per questa
ragione un classismo semplicista sdegnò di interessarsene, sospettoso
di far opera di collaborazione corruttrice. Ora, la preoccupazione dej
socialisti doveva essere non opposta ma radicalmente diversa, e
proporsi di creare non tanto il miglior produttore quanto il cittadino
più attivo e più consapevole».
L'autocritica di Turati sintetizza i motivi di quella diffidenza che il
socialismo italiano destinö alla pratica sportiva negli anni d'inizio
secolo. Solo nel primo dopoguerra il Partito socialista avrebbe in parte
rimosso quei pregiudizi riconoscendole potenzialità aggregative ed
educative dello sport proletario e Attilio Maffi 43avrebbe giudicato
«certamente un errore del nostro partito il disinteressarsj del
movimento sportivo, anzi il considerarlo come un pericoloso diversivo
per le nostre masse». Nel clima del primo dopoguerra Giacinto M.
Serrati per qualche tempo dirige «Sport e proletariato», il movimentö
42 in «Critica sociale», 1925
43 L. Rossi, Attilio Maffi e la ginnastica proletaria, in
“Coroginnica saggi sulla ginnastica, lo sport e la cultura del
corpo, 1861-1991” Roma 1992
24
promotore di associazioni sportive, non pochi giovani socialisti
aderirono all'Associazione proletaria per l'educazione fisica (APEF)
fondata a Milano nell'estate del 1920.
L'avvento del fascismo impedisce la concreta realizzazione di quelle
autocritiche rinviando al secondo dopoguerra la nascita del
movimento sportivo operaio, tanto più che quelle esperienze del primo
dopoguerra erano avvenute in un clima in cui permangono residui di
ostilità alla «sportmania».
Parte 2. Marxismo e questione nazionale
3 Il “Manifesto
Il giovane Marx, per confutare le concezioni sostanzialistiche e le
«superstizioni» speculative, descrive nella “Sacra famiglia” il rapporto
trä società civile e Stato come un procedere di questo da quella, e poi
nell’ “Ideologia tedesca” presenta la nazione come una conformazione
storica che dipende dal grado di sviluppo delle forze produttive e della
divisione del lavoro", e viene dunque ad assumere in buona parte i
connotati della società civile. In Marx l'interesse per il tema «nazione»
era comunque episodico; e pressoché inesistente il problema di come
la nazione» effettivamente nascesse
“Si è rimproverato ai comunisti ch’essi vorrebbero abolire la patria,
la nazionalità. Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro
quello che non hanno. Poiché la prima cosa che il proletario deve
fare è conquistare il dominio politico, elevarsi a classe nazionale,
costituire se stesso in nazione, è anch’esso, ancora nazionale, seppure
non certo nel senso della borghesia. Le separazioni e gli antagonismi
nazionali dei popoli vanno scomparendo sempre più già con lo
sviluppo della borghesia, con la libertà di commercio, col mercato
mondiale, con l’uniformità della produzione industriale e delle
corrispondenti condizioni d’esistenza. Il dominio del proletariato li
farà scomparire ancor di più. Una delle prime condizioni della sua
emancipazione è l’azione unita, per lo meno dei paesi civili. Lo
sfruttamento di una nazione da parte di un’altra viene abolito nella
25
stessa misura in cui viene abolito lo sfruttamento di un individuo da
parte di un altro. Con l’antagonismo delle classi all’interno delle
nazioni scompare la posizione di reciproca ostilità fra le nazioni.”
“La lotta del proletariato contro la borghesia è in un primo tempo
lotta nazionale, anche se non sostanzialmente, certo formalmente. E`
naturale che il proletariato di ciascun paese debba anzitutto
sbrigarsela con la propria borghesia» 44
La problematica nazionale é trattata con notevole ambiguità: la
celebre affermazione "i proletari non hanno patria!" è specificata in
termini "dialettici" in diversi passaggi e sostanzialmente
ridimensionata nella sua originaria apoditticità. Da una parte il
proletariato, in seguito alla sua subordinazione al capitale non
possiederebbe più alcun carattere nazionale: in quanto classe
massimamente espropriata (dei mezzi di produzione, del legame con
la donna e con i figli) risulterebbe quindi espropriato anche della
propria nazionalità (affermazione intempestiva alla vigilia dej grandi
rivolgimenti nazionali quarantotteschi). Tale affermazione viene
d'altra parte, "dialetticamente" relativizzata con la constatazione che la
lotta di classe tra proletariato e borghesia si svolgeva, almeno in una
prima fase, all'interno delle singole nazioni. La lotta tra proletariato e
borghesia sarebbe quindi nazionale nella "forma", se non nel
"contenuto". La problematica nazionale acquisisce poi nel
“Manifesto” un'ulteriore sfaccettatura, quando Marx ed Engels
affermano che il proletariato deve, in un primo tempo, "ascendere a
classe nazionale", costituire se stesso in nazione, e quindi essere
ancora nazionale, anche se non nel senso in cui lo é la borghesia. In un
futuro indeterminato sarebbero venuti a cadere i contrasti tra le
nazioni, a mano a mano che fosse venuto a cessare lo sfruttamento di
una nazione da parte di un'altra.
Nel “Manifesto” è contenuta in germe la contraddizione teorica e
pratica del movimento socialista sulla questione nazionale: se si cita
solo la frase «gli operai non hanno patria», allora la classe operaia é
la classe universale e la solidarietà dei proletari travalica e abbatte le
frontiere, l'Internazionale sarà il genere umano; ma se il proletariato
deve «costituire se stesso in nazione» come il Terzo Stato di Sieys,
avanza nella storia come la classe nazionale “par excellence” volta a
eliminare ogni oppressione 'straniera'. 45
44 Marx-Engels, Manifesto del partito comunista [1848], Torino 1964, p.
154
26
La 'contraddizione' non é in Marx e Engels, per i quali la 'questione
nazionale' non è un problema specifico: non sono indifferenti al
fenomeno ma non hanno dottrine preconcette sull'argomento. Siccome
la loro storia é la storia delle lotte di classi e non di nazioni, il loro
atteggiamento nei confronti di conflitti e rivendicazioni nazionali è
empirico: osservano e si pronunciano senza applicare alle situazioni
specifiche la griglia precostituita di una teoria della 'Nazione'.
Il loro concetto di nazione è influenzato dall' epoca della formazione
di Stati nazionali (Germania, Italia, Polonia, Ungheria) in cui vivono,
che rimanda a una formazione storica legata all'ascesa del modo di
produzione capitalista e alla sovrastruttura politica dello Statonazione. Ma questo concetto non è stato sviluppato in modo
sistematico, per la loro convinzione di vivere in un'epoca dominata dal
cosmopolitismo borghese e dall'avvento, in un futuro prossimo, di un
socialismo che avrebbe trasceso i conflitti nazionali. Nel “Manifesto”
l'internazionalizzazione del modo di produzione capitalista e la
formazione di un mercato a scala mondiale sono concepiti come un
processo che "ha reso cosmopolita la produzione e il consumo
dell'insieme dei paesi", stabilendo un' "interdipendenza universale tra
tutte le nazioni" e creando una "letteratura mondiale". Nel quadro di
questa trasformazione ininterrotta della vita sociale, il capitalismo
sottometterebbe "la campagna alla città, le nazioni barbare e semibarbare a quelle civilizzate, le popolazioni contadine a quelle
borghesi, l'Oriente all'Occidente". Questa descrizione piena di
ammirazione per il ruolo rivoluzionario del modo di produzione
capitalista, considerato come un sistema economico tendente
quotidianamente ad approfondire l'unificazione materiale e
"spirituale" del mondo e a eliminare le basi stesse dei conflitti
nazionali, li conduce a trascurare l'importanza della questione
nazionale. Questa sottostima, che contiene qualche elemento di
riduzionismo economico e d'eurocentrismo, contraddistingue i loro
scritti del periodo 1848-1849.
45 ‘L’asserzione che il proletario non ha patria è corretta dove,
quando e nella misura in cui esso può partecipare pienamente
come cittadino al governo e alla legislazione del suo paese, ed è
in grado di modificare le sue istituzioni secondo i propri
desideri.’ E. Bernstein in ‘La Socialdemocrazia Tedesca ed il
Groviglio turco’ “Neue Zeit”, 1896-7 n. 4
27
Essi hanno scritto che la supremazia del proletariato causerà la
sparizione delle "separazioni nazionali [Absonderungen] e della
conflittualità tra i popoli": questa concezione è fondata sulla
speranza umanista che in un mondo socialista, un mondo senza
frontiere, non solo gli antagonismi e i conflitti tra le nazioni, ma anche
le differenze economiche, sociali e politiche (ma non culturali)
sarebbero sparite. e insiste sull'importanza dell'identità nazionale e
della sua interiorizzazione.
Il “Manifesto” offre un ritratto dell’origine della lotta di classe
proletaria: “Da principio singoli operai, poi gli operai di una
fabbrica, poi gli operai di una branca di lavoro in un dato luogo
lottano contro il singolo borghese che li sfrutta direttamente … E
basta questo collegamento per centralizzare in una lotta nazionale, in
una lotta di classe, le molte lotte locali che hanno dappertutto uguale
carattere.” Qui la lotta ‘nazionale’ del proletariato è associata alla
lotta di classe poiché solo la centralizzazione delle lotte dei lavoratori
alla scala dello stato potrebbe opporre i lavoratori in quanto classe alla
classe borghese e dare a queste lotte il carattere di lotte politiche. 46
Quando Marx ed Engels parlano della lotta del proletariato contro la
borghesia come di una ‘in un primo tempo lotta nazionale’, intendono
una lotta intrapresa “in primis” all’interno di un singolo stato ovvero
che ‘il proletariato di ciascun paese debba anzitutto sbrigarsela con
la propria borghesia’. L’ascesa del proletariato fino a ‘diventare la
classe principale della nazione’ significa che il proletariato deve
insorgere nei confini statali esistenti per diventare la classe principale
all’interno degli stati esistenti, per cui dovrà essere all’inizio ‘ancora
nazionale sebbene non nel senso borghese della parola’. Il compito
della classe operaia vittoriosa sarà di iniziare l’eliminazione delle
ostilità e degli antagonismi nazionali fra i popoli: sotto la sua
egemonia creerà condizioni in cui ‘con l’antagonismo delle classi
all’interno delle nazioni scompare la posizione di reciproca ostilità
fra le nazioni.’'47
46 ‘Precisamente perché la borghesia non è più una casta, ma
una classe, è costretta ad organizzarsi nazionalmente, non più
localmente, e a dare ai suoi interessi comuni una forma
generale’ “Ideologia Tedesca” MEGA, 5, p.52.
47 Engels scrive nel 1846: ‘Solo i proletari possono abolire la
nazionalità; solo il risveglio del proletariato può permettere alle
varie nazioni di fraternizzare’ (MEGA, vol. 6, p.460). Anche
28
Ma nel 187548 Marx scrive: “La classe operaia si batte per la propria
emancipazione innanzitutto nell’ambito dell’odierno Stato nazionale,
consapevole che il risultato necessario dei suoi sforzi, che sono
comuni ai lavoratori di tutti i paesi civilizzati, sarà la fratellanza
internazionale dei popoli … È di per sé evidente che, per essere
pienamente capace di lottare, la classe operaia deve organizzarsi
come una classe in casa propria e che il proprio paese è l’arena
immediata della sua lotta. In questo senso la sua lotta di classe è
ancora nazionale, non nella sostanza, ma, come dice il Manifesto
Comunista, ‘nella forma’. Ma ‘l’ambito dell’odierno Stato nazionale’,
per esempio, dell’Impero Tedesco, è esso stesso a sua volta
economicamente ‘nell’ambito’ del mercato mondiale e politicamente
‘nell’ambito’ del sistema degli stati. Ogni uomo d’affari sa che il
commercio tedesco è allo stesso tempo commercio estero, e che la
grandezza di Herr Bismarck consiste, se ne può essere certi,
precisamente nel suo intraprendere un certo tipo di politica
internazionale. Ed a che cosa si riduce l’internazionalismo del Partito
tedesco dei Lavoratori? Alla consapevolezza che il risultato dei suoi
sforzi sarà ‘la fratellanza internazionale dei popoli’ – una frase presa
in prestito dalla borghese Lega della Pace che si vuol fare passare
come equivalente della fratellanza internazionale delle classi operaie
nella lotta unitaria contro le classi dominanti ed i loro governi. Non
una parola, perciò, sulle funzioni internazionali della classe operaia
tedesca!”.
Alcuni passaggi del “Manifesto” possono essere letti come apologie
del lavoro storico del capitalismo come distruttore dell'ordine feudale
e, in generale di tutte le forme sociali arcaiche. Marx ed Engels
attribuivano un carattere "rivoluzionario" al capitalismo in sviluppo
all'esterno delle frontiere dell'Europa, in un periodo in cui essi
consideravano che le condizioni per una rivoluzione socialista fossero
mature a livello di continente europeo. In India la Gran Bretagna,
distruggendo la vecchia società, avrebbe assicurato i presupposti di
uno sviluppo sociale moderno grazie all'industrializzazione del paese.
Nel 1853 Marx definiva l'Inghilterra, forza motrice di questo
cambiamento sociale, come "lo strumento inconsapevole della
nell’”Ideologia Tedesca” ci si riferisce al proletariato come a una
classe che è ‘già l’espressione della dissoluzione di tutte le
classi, nazionalità ecc. all’interno della società attuale… nella
quale la nazionalità è già abolita ‘ (Ibid., v. 5, p.60, 50, 454)
48 “Critica del Programma di Gotha”, punto 5
29
Storia". Nello stesso senso Engels approvava l'annessione della
California agli Stati Uniti poiché "le industrie Yankees sarebbero più
adeguate delle Messicane indolenti" per assicurare lo sviluppo
economico della regione. Nel 1848, Engels qualifica la conquista
francese dell'Algeria come "un avvenimento felice per il progresso
della civilizzazione".
Marx ed Engels, affascinati dall'estensione del capitalismo a scala
mondiale, ne denunciano le modalità barbare e violente di
realizzazione e la mistificazione con cui le conquiste coloniali sono
presentate come "missioni civilizzatrici" finendo per considerano il
capitalismo un sistema che "trasforma ogni progresso economico in
una calamità sociale". Riguardo alla colonizzazione britannica
dell'India, Marx compara il "progresso umano" a un "terrificante
idolo pagano che non desidera bere il nettare altro che nei crani degli
assassinati". Nel 1857 in un articolo sull'Algeria scritto per l'
“Americana Encyclopedia” Engels denuncia "gli orrori e la brutalità"
della "guerra barbara" condotta dai francesi contro "le tribù arabe e
kabile per le quali l'indipendenza è un bene prezioso e l'odio per la
dominazione straniera è l'imperativo primario della loro vita". Nel
1861 Marx parla dell'intervento europeo in Messico come di una delle
"più mostruose imprese degli annali della storia internazionale"
Il punto di partenza che li conduce a riconoscere l'Irlanda come una
nazione storica sta nella comprensione della volontà del popolo
irlandese di diventare una nazione indipendente. In Irlanda il
nazionalismo si afferma in relazione al processo di
denazionalizzazione condotto dall'imperialismo britannico che
determina non solo la spoliazione economica dell'isola ma si spinge
fino a una reale assimilazione linguistica degli Irlandesi che
abbandonano la lingua gaelica per parlare inglese. Engels scrive:
"Dopo la più feroce repressione, dopo ogni tentativo di sterminio, gli
Irlandesi riprendevano vita e si risollevavano, come se traessero la
loro forza direttamente dalla presenza delle forze militari che erano
state loro imposte per opprimerli": il concetto di nazione non è
definito secondo criteri oggettivi (economia, lingua, territorio ecc.) ma
si fonda su un elemento soggettivo la volontà degli Irlandesi di
liberarsi essi stessi dalla dominazione britannica. Nel 1867, quando
Marx ed Engels rivolgono di nuovo l'attenzione alla questione
irlandese, individuano un elemento teorico fondamentale: la divisione
tra nazioni dominanti e nazioni oppresse. Considerano la dominazione
coloniale dell'Irlanda non solo come l'origine dell'oppressione del
30
popolo irlandese, ma anche la chiave per comprendere l'impotenza
della classe operaia inglese, il proletariato più numeroso e meglio
organizzato del mondo nella seconda metà del XIX secolo. Lo
sciovinismo e i sentimenti di superiorità nazionale dei lavoratori
inglesi verso gli irlandesi facevano il gioco della borghesia britannica,
che sfruttava questo antagonismo per mantenere la dominazione in
Irlanda e opprimere il proletariato inglese. Marx scrive nel 1870: "In
tutti i centri industriali e commerciali d'Inghilterra si ritrova oggi una
classe operaia divisa in due campi ostili, i proletari inglesi e i
proletari irlandesi. Il lavoratore inglese ordinario odia il lavoratore
irlandese in quanto concorrente causa di abbassamento del suo
livello di vita. Di fronte al lavoratore irlandese, si sente egli stesso
membro della nazione dominante e si trasforma così in strumento
degli aristocratici e dei capitalisti contro l'Irlanda, rinforzando di
fatto la loro dominazione su lui stesso. Questo antagonismo è il
segreto dell'impotenza della classe operaia inglese, nonostante la sua
organizzazione. È il segreto grazie al quale la classe capitalista fonda
il suo potere e di cui è del tutto cosciente".
4 ‘Nazione’ e ‘nazionalità’
Nel “Manifesto” i due termini non sono sempre usati nello stesso
senso: in inglese e francese ‘nazione’ significa un popolo che possiede
uno stato sovrano e perciò la propria storia politica; ‘nazionalità’
invece può essere intesa come cittadinanza o designare una comunità
di stirpe e di lingua (il ‘popolo’, il tedesco ‘Volk’) mentre in Germania
ed in Europa Orientale entrambi i termini si riferiscono alla comunità
di stirpe e di lingua.49
49 ‘Il concetto di nazione è parimenti difficile da delimitare. La
difficoltà non è diminuita dal fatto che due diverse formazioni
sociali sono denotate dalla stessa parola, e la stessa formazione
da due parole diverse. In Europa Occidentale, con la sua
vecchia cultura capitalistica, i popoli di ogni stato si sentono
strettamente legati ad esso. Là, la popolazione di un stato è
designata come nazione. In questo senso, per esempio, noi
parliamo di una nazione belga. Più ci allontaniamo verso l’est
dell’Europa, più numerose sono le porzioni della popolazione di
un stato che non desiderano appartenere ad esso, che
costituiscono comunità nazionali proprie dentro ad esso.
Anch’esse sono chiamate ‘nazioni o ‘nazionalità. Sarebbe
31
Marx ed Engels specie nei loro primi scritti seguono l’uso inglese e
francese per designare con la parola ‘nazione’ il popolo di un stato
sovrano che possiede perciò la propria storia politica (in via
eccezionale applicano questo termine anche a popoli ‘storici’, come i
Polacchi che erano stati privati di un loro stato 50) e per ‘nazionalità’ un
popolo che appartiene ad uno stato sovranazionale o una comunità
etnica, usandolo in relazione ai cosiddetti ‘popoli senza storia’(su cui
torneremo nel prossimo capitolo) come gli slavi austriaci (cechi, croati
ecc.) ed i rumeni, o alle ‘rovine di popoli’ come celti, bretoni e baschi.
Diamo alcuni esempi tratti da Engels “I gaeli delle Highlands ed i
gallesi sono indubbiamente delle nazionalità diverse da quella
inglese, ma a nessuno è venuto in mente di definire ‘nazioni’ questi
resti di popoli da tempo scomparsi, o addirittura gli abitanti celti
della Bretagna in Francia ….”51“Possiamo distinguere due gruppi di
slavi austriaci. Un gruppo consiste di residui di nazionalità la cui
storia appartiene al passato e il cui presente sviluppo storico è legato
a quello di nazioni di diversa razza e lingua …. Di conseguenza,
queste nazionalità, sebbene vivano esclusivamente sul suolo
austriaco, in nessun modo costituiscono diverse nazioni.”52 “Né
Boemia né Croazia possedettero mai il potere di esistere come nazioni
a sé stanti. Le loro nazionalità, gradualmente minate da fattori storici
che provocarono il loro assorbimento da parte di razze più vigorose,
possono sperare di riconquistare una sorta di indipendenza solamente
se si collegano con altre nazioni slave.“53
consigliabile usare solamente il secondo termine per esse”. K.
Kautsky, Die materialisti-sche Geschichtsauffassung, vol. 2,
p.441.)
50 K. Marx, 22 febbraio 1848: ‘I tre poteri [Prussia, Austria e
Russia] marciarono insieme alla storia. Nel 1846, quando
incorporarono Cracovia all’Austria, confiscarono le ultime
rovine della nazionalità [sta per Stato] polacca. ‘ (MEGA, vol.
6, p. 408 = Gesammelte Schriften, vol. 1, p.247).
51 F. Engels al giornale “The Commonwealth”, 1866, in
“Grünbergs Archiv”, vol. 6, p.215
52 F. Engels, La Germania e il Panslavismo 1855 in
“Gesammelte Schriften”, vol. 1, p.229.
53 F. Engels Rivoluzione e controrivoluzione in Germania
(1852).
32
Le loro reazioni talvolta sono umorali, legate a pregiudizi. Estranei al
romanticismo storicizzante, diffidenti nei confronti dej contadini,
allergici a miti e leggende, le loro opzioni teoriche li portano a
considerare con favore i grandi complessi economico-politici, i grandi
Stati moderni propizi allo sviluppo del capitalismo e alla crescita della
classe operaia. Gran Bretagna, Germania, Francia sono i loro terreni
d'indagine prediletti. Cosi i piccoli popoli oppressi riscuotono solo
commiserazione: ad esempio gli irlandesi che, colonizzati dall'
Inghilterra, «sono stati ridotti... allo stato di un popolo completamente
incanaglito, e ora compiono notoriamente la funzione di provvedere
1'Inghilterra, l'America, l'Australia ecc. di puttane, di salariati, di
maquereaux, di mascalzoni, di imbroglioni, di mendicanti e di altre
canaglie»54. L'Irlanda in quanto nazione è destinata a prossima
scomparsa: tanto meglio: «L'irlandese sa di non poter gareggiare con
l'inglese che dispone di mezzi sotto ogni riguardo superiori,
l'emigrazione continuerà finché il predominante anzi quasi esclusivo
carattere celtico della popolazione se ne sarà andato in fumo». Lo
stesso per la Polonia che é una «nation foutue» che «si può adoperare
come strumento solo fino a quando la Russia stessa non sia trascinata
in una rivoluzione agraria. Da quel momento in poi la Polonia non ha
più alcuna raison d'étre. 1 polacchi non hanno mai fatto altro nella
storia se non combinare delle eroiche cretinerie per il gusto di
litigare. Non si può indicare un solo momento in cui la Polonia abbi
rappresentato con successo il progresso... o che abbia fatto qualcosa
d'importanza storica»55 I danesi dello Schleswig-Holstein sono tribù
semicivilizzate, si sottomettano ai tedeschi, che rappresentano il
«progresso contro la stagnazione»56; Gli slavi meridionali in seno
all'Impero austro-ungarico rappresentano il permanere «dell'Oriente
barbarico rispetto all'Occidente civile, della campagna rispetto alla
città, della primitiva agricoltura schiavistica slava rispetto al
commercio, alla manifattura, all'intelligenza»
Engels riferito ai russi replica all' “Appello agli slavi” di Bakunin
(1848) profetizzando che «la prossima guerra mondiale farà sparire
dalla faccia della terra non soltanto classi e dinastie reazionarie, ma
54 Lettera a Marx, 23 maggio 1856, in Marx-Engels, Carteggio, vol. 2.
(1852-1856), Roma, 1950, p. 430
55 Lettera a Marx, 23 maggio 1851, in M.-E., Opere complete. XXXVIII:
Lettere 1844-1851, Roma 1972, p. 290
56F. Engels, in H. Carrere D'Encausse, Communisme et nationalisme, in
«Revue franaise de science politique», giugno 1965, p. 469.
33
interi popoli reazionari. Anche questo fa parte del progresso»: questa
russofobia perché che la Russia zarista rappresenta lo stato europeo
più controrivoluzionario di tutti, il regime più arretrato sotto tutti i
punti di vista: precapitalistico, autocratico, 'asiatico'. Marx aveva una
sua teoria sulla natura della Moscovia: per due secoli (dal 1237 al
1462) sulla Russia aveva pesato il giogo tartaro e «la Moscovia é stata
creata e cresciuta alla scuola di abiezione rappresentata dalla
tremenda servitù mongola. Ha accumulato le proprie forze e é
divenuta una virtuosa dell'arte di servire. Anche emancipata, la
Moscovia ha continuato a giocare il ruolo tradizionale dello schiavo
al potere. Finalmente, Pietro il Grande coniugö all'abilitå politica
dello schiavo mongolo le fiere aspirazioni del signore che da Gengiz
khän aveva avuto in retaggio il compito di conquistare il mondo»
Nella prospettiva di questa politica estera antirussa, dopo
l'insurrezione polacca del 1863 in Marx e Engels si produce una
metamorfosi teorica sulla questione nazionale: la Polonia entra come
entità storica, perché «restaurare la Polonia significa rovinare la
Russia attuale, annichilirne le pretese al dominio universale e
distruggerne l'egemonia sulla Germania. La distruzione della Polonia
e la sua definitiva integrazione da parte della Russia segnerebbero la
fine della Germania e il crollo dell'unica diga contrapposta alla
marea slava. Per la Germania, tutti i problemi di politica estera si
condensano in un solo problema: restaurazione della Polonia»57 Tanto
più che la restaurazione dello Stato polacco verrebbe a danno della
Prussia che per Marx non è la Germania, una nazione civile e
civilizzatrice, una riserva di energie democratiche, mentre lo Stato
prussiano, militarista e autocratico ai bordi d'Europa, «nato dalla
dissoluzione della Polonia» esiste solo «in grazia della Russia», ne è
quasi un avamposto. Gli Hohenzollern non sarebbero mai diventati re
di Prussia se non avessero accresciuto l'originario Brandeburgo con i
territori strappati alla Polonia, complice la Russia.
Il renano Marx vorrebbe ricacciare ai confini questa Prussia 'orientale'
e non tedesca, mandarla a intrecciarsi con la Russia. Per questo la
classe operaia ha un interesse strategico all'indipendenza nazionale
della Polonia. «Ogni volta che la classe operaia è intervenuta
autonoma nell'agitazione politica, fin dall'inizio si poteva condensare
in poche parole la sua politica estera: restaurazione della Polonia. E’
stato così per il movimento cartista, finché è durato; é stato cosi per
gli operai francesi, sia prima del 1848 sia durante il memorabile
57 Marx-Engels Manoscritti sulla questione polacca, 1863-1864, 1981
34
1848, quando il 15 maggio marciarono sull'Assemblea Nazionale al
grido di "Viva la Polonia! ". è stato cosi per la Germania, quando nel
1848 e nel 1849 gli organismi della classe operaia chiesero che si
muovesse guerra alla Russia per restaurare la Polonia... Di recente,
1'Associazione Internazionale dei Lavoratori ha fornito espressione
più completa a questo sentimento e a questo istinto diffusi in tuta la
classe operaia che essa rappresenta perché ha inscritto nelle sue
bandiere “Resistenza al prepotere russo. Restaurazione della
Polonia”
5 Engels: Nazioni “storiche” e “nazioni contadine”58
Marx ed Engels, prendendo spunto da Hegel per il quale i popoli che
nel passato non erano stati in grado di esprimere una propria statualità
sarebbero destinati a scomparire59, nel 1848 parteggiano insieme con i
democratici per le "nazioni storiche" (ungherese, polacca, italiana,
tedesca), in quanto la borghesia vi si troverebbe ad un superiore livello
di sviluppo e quindi avrebbe maggiori potenzialità rivoluzionarie
mentre gli slavi della monarchia asburgica sarebbero dei "popoli senza
storia", strumenti della reazione di Vienna.
Il termine "popoli senza storia"[geschichtlosen Völker]nel vocabolario
di Engels designa le nazioni cui fanno difetto le "condizioni storiche,
geografiche, politiche e industriali dell'indipendenza e dell'energia
vitale" : "I popoli [Völker] che non hanno mai avuto il controllo della
propria storia, che nel momento stesso in cui essa arriva al primo
rozzo scalino della civilizzazione
si ritrovano già sotto la
dominazione straniera, o arrivano a questo primo grado di
civilizzazione sotto l'effetto del giogo straniero, non hanno energia
[Lebensfähigkeit] e non arriveranno mai a una qualsiasi forma di
indipendenza". Engels si riferisce a quelle nazioni (popoli) che hanno
subito la dominazione di uno stato straniero durante tutta la loro storia
e che erano condannate ad essere egemonizzate dalle nazioni
58 Jean Plumyene Le nazioni romantiche: storia del nazionalismo nel 19.
Secolo, 1982; A. Agnelli. Questione nazionale e socialismo : contributo allo
studio del pensiero di K. Renner e O. Bauer , 1969; N. Bernard Le nationalisme et la guerre en France (1871-1914), in “Le nationalisme. facteur bellique” p. 245; M. Cattaruzza, La nazione in rosso: socialismo, comunismo e
questione nazionale, 1889-1953, 1998
59 H. Mommsen, Sozialismus und Nation, 1979, p. 66. Si intendono come
"nazioni senza storia" quelle prive di "un futuro storico", ossia destinate ad
essere assimilate dalle "nazioni culturali".
35
socialmente e economicamente più avanzate, sottolineando: "Non
esistono in Europa paesi che non possiedano, in un angolo o in un
altro, uno o più frammenti di popoli [Völkerruinen], tracce di antiche
popolazioni cancellate dalle carte e tenute in schiavitù dalla nazione
che diventa più tardi il principale veicolo di sviluppo storico [Trägerin
der geschichtlichen Entwicklung]. Tali reliquie di una nazione,
calpestate senza pietà dal corso della storia, come Hegel qualificava
questi residui di popoli [Völkerabfallel], diventano sempre i
portabandiera fanatici della controrivoluzione e sopravvivono così
fino alla loro estinzione completa o alla perdita del loro carattere
nazionale [gänzlichen Vertilgung oder Entnationalisierung], così che
la loro intera esistenza costituisce di per se stessa una sorta di
oltraggio ad una grande rivoluzione storica". La categoria includeva i
Gaelici di Scozia, i Bretoni, i Baschi, gli Ebrei di lingua yiddish delle
comunità dell'Europa orientale e in particolare gli Slavi del Sud.
Vittime di un abbaglio, condiviso peraltro anche dai fautori della
"nazione” tra cui lo stesso Giuseppe Mazzini, ritengono destinati ad
essere assimilati proprio quei popoli che stavano per sviluppare
movimenti nazionali destinati a sfociare in stati-nazione indipendenti:
i cechi, i croati, gli ucraini, i rumeni della Transilvania. Engels anche
dopo il 1848 mantiene la sua visione della rivoluzione in Europa
centrale e orientale come fondamentalmente tedesca, con gli stessi
alleati (i Polacchi) e gli stessi nemici (la Russia zarista e il movimento
panslavista) e ancora nel 1882 in una lettera a Bernstein definisce gli
slavi dei Balcani pittoreschi ladri di cavalli che andavano tenuti a
freno con le buone o con le cattive. Il problema bulgaro sarebbe sorto
come conseguenza dell'eccessiva tolleranza dej Turchi nej confronti di
questa popolazione 60.
Il compromesso austro-ungherese del 1867 che riconosce la posizione
particolare dell'Ungheria soffoca indirettamente le esigenze delle altre
nazionalità, frenando la possibilità di trasformare l'impero in senso
federale. Dalla fine del XIX secolo le idee marxiste si diffondono tra
le minoranze etniche extraterritoriali e le sedicenti "nazioni non
storiche" dell'Europa centrale e orientale. Il movimento operaio e
l'intellighenzia socialista di queste nazioni trovano nel marxismo il
miglior strumento intellettuale per spiegare la loro oppressione, per
comprendere il processo storico di formazione della loro identità
60 In Libération nationale et stratégie révolutionnaire: le problme des
Slaves du Sud, in G. Haupt, M. Löwy, C. Weil, Les marxistes … , cit., pp.
101-105.
36
culturale e, infine, per elaborare un progetto di liberazione sia sociale
sia nazionale. Il concetto di autonomia culturale nazionale fu
dapprima creato dalle correnti marxiste all'interno delle nazionalità
oppresse come gli Slavi (Federazione slava della socialdemocrazia
austriaca), gli Ebrei (il Bund) e gli Armeni ("Specifisti"). I socialisti
ucraini (Rosdolsky), boemi (Smeral), bulgari (Blagoev), romeni
(Dobrogeanu-Gherea), georgiani (Jordania), così come gli austro-slavi
(Kristan) e i socialisti russi ebrei (Medem, Borokhov) utilizzano il
marxismo per analizzare le loro differenti realtà nazionali.
Quando all’interno dell'impero austriaco la questione nazionale si
ripropone in termini mutati poiché il principio di nazionalità si
sviluppa dove non aveva trovato espressione nel 1848, il marxismo
prende in considerazione ciò che cinquant'anni prima ancora non era
presente rivedendo il giudizio sui “popoli senza storia”. Non è più
possibile la divisione dell'Europa in reazionaria e rivoluzionaria: in
quella teoria sono presenti elementi di evoluzionismo positivista, di
determinismo economico e di eurocentrismo
Roman Rosdolsky61 spiega il ruolo reazionario giocato dai movimenti
nazionali slavi durante le insurrezioni del 1848 alla luce delle
contraddizioni intrinseche alla rivoluzione in Europa orientale: le
poche nazioni che lottavano per la loro liberazione, come la Polonia e
l'Ungheria, opprimevano altre nazionalità e minoranze etniche al loro
interno. La borghesia e l'aristocrazia terriera formavano le forze
sociali dominanti del movimento polacco e magiaro che si
opponevano alle altre "nazioni contadine". I Ruteni (Ucraina) di
Galizia, ad esempio, non sostenevano le rivendicazioni indipendentiste dei Polacchi, poiché già difendevano gli embrioni della propria
identità nazionale, un'identità nazionale che esprimeva essa stessa il
conflitto di classe che le opponeva ai proprietari terrieri polacchi. I
Serbi, i Croati, i Rumeni, gli Slovacchi e tutte le altre "nazionalità
contadine" dell'Europa sudorientale conservavano la stessa attitudine
61 R. Rosdolsky Friedrich Engels e il problema dei "popoli
senza storia": la questione nazionale nella rivoluzione del 18481849 secondo la visione della "Neue Rheinische Zeitung" in
Archiv für Sozialgeschichte vol. 4, pp. 87-282, trad. it. 2005;
Id., Il proletariato e la patria in “Science and Society” 1965,
n.29. Anche E. Nimni Marxism and nationalism : theoretical
origins of a political crisis 1991; M. Löwy Patries ou planete:
nationalismes et internationalismes de Marx a nos jours, 1997
37
rispetto a Tedeschi e Magiari. In realtà, questi sedicenti "popoli senza
storia" avrebbero partecipato alla rivoluzione se avessero potuto
ottenere una riforma agraria dalla borghesia e dall'aristocrazia terriera,
ma la direzione sciovinista e conservatrice dei movimenti nazionali
tedeschi, polacchi e magiari non accettò questa riforma e spinse così le
masse rivoluzionarie nelle braccia della controrivoluzione zarista. 62
6. La “Questione nazionale”: Kautsky, Renner
A partire dalla fine del XIX secolo, con la nascita del movimento
socialista nei balcani, Karl Kautsky denuncia l'errore di Engels e
riconosce gli sviluppi socio-culturali delle differenti nazionalità slave
(cioè il loro adattamento alla modernità). La prognosi smentita dalla
storia è pienamente giustificata da un punto di vista scientifico nel
periodo in cui è formulata «La causa [del mancato verificarsi] non
[risiede] in un'insoddisfacente conoscenza dej fatti. La causa risiede
nell'unico grande errore che Marx ed Engels commisero dopo la
scoperta della base materialistica dello sviluppo storico», cioé nella
supposizione che la sconfitta della rivoluzione nel 1848 fosse solo
temporanea e che, nel giro di pochi anni, ci sarebbe stata una nuova
rivoluzione infine vittoriosa. Se questa aspettativa si fosse realizzata,
si sarebbe inevitabilmente compiuto il destino di queste popolazioni,
in particolar modo dei cechi incuneati nell'area tedesca, grazie al
ritardo culturale e alla non sviluppata struttura di classe degli slavi
austriaci. «Senza alcuna germanizzazione violenta, la sola forza degli
sviluppati rapporti commerciali e la forza della moderna cultura
arrecata dai tedeschi avrebbero germanizzato i retrivi piccoli
borghesi, contadini e proletari cechi, ai quali la loro stentata
nazionalitå non aveva nulla da offrire»63.
La storia ha seguito un altro corso: al posto dell’attesa rivoluzione
radicale c’é stato uno sviluppo relativamente lento del capitalismo che
ha posto la massa plebea della popolazione slava in crescente antitesi
con la borghesia tedesca, ormai reazionaria, e con la nobiltå polacca e
quella ungherese con essa alleate. Ma nel frattempo anche la struttura
di classe dei cechi e degli altri popoli slavi era fondamentalmente
62 Rosdolsky spiega che durante la rivoluzione di Cromwell (1599-1658) gli
Irlandesi le cui rivendicazioni dei diritti nazionali erano sostenute come
legittime da Marx ed Engels svolsero lo stesso ruolo reazionario avuto poi
dagli slavi austriaci nel 1848. Nondimeno, costruirono più tardi un
movimento nazionalista anti-imperialista.
63 Rivoluzione e controrivoluzione in Germania , trad. it., 1899
38
cambiata: non erano più popoli «senza storia», avevano una propria
borghesia, un proprio proletariato e perciò potevano percorrere il
cammino della rinascita nazionale Cosi la prognosi engelsiana, a suo
tempo legittima, in pochi decenni si dimostra infondata. Kautsky
l’anno seguente afferma: «Quanto più le relazioni internazionali
crescono, tanto più si fa sentire anche la necessità di un mezzo di
comunicazione internazionale, di una lingua universale ... Questa
necessità aumenterà ogni volta di più e, mentre si svilupperanno
lingue mondiali, le lingue nazionali scenderanno a una posizione
simile a quella occupata oggi dai dialetti rispetto alla lingua
letteraria. Le lingue nazionali si ridurranno ogni volta di piå all'uso
casalingo, con un ruolo simile a quello di mi vecchio mobile di
famiglia, che si conserva ge1osamenterna non ha nessuna funzione
pratica. Ogni volta di più si diffonderå la conoscenza delle lingue
parlate nej grandi centri della comunicazione mondiale: Londra, New
York, Parigi, Berlino e una di queste tenderå ad avvantaggiarsi di più.
Näturalmente, oggi non è facile dire quale, ma in ogni caso a darle la
vittoria saranno ragioni economiche e non di tipo grammaticale o
musicale». «come la forma classica dej modi di produzione moderni é
la grande industria capitalistica, accanto alla quale pérò esistono
ancora numerosi resti di forme di produzione precedenti, così non si
danno ancora neanche oggi Stati nazionali puri, non si dà nessuno
Stato, il quäle ricömprenda l'intera nazione e non ricomprenda inoltre
accanto, intere o in parte, altre nazioni»64
Gli Stati che non si fondano sul principio di nazionalità anche se non
sono “moderni”65 non sono “lo scandalo di fronte a cui non può
restare in silenzio la coscienza euröpea”66 Le piccole nazionalità sono
«una forza motrice che agisce in modo indipendente, senza nessi con
lo sviluppo economico, in alcuni casi anzi di ostacolo a esso». Una
società civile di piccola nazionalità etnico-linguistica, eteroglotta
rispetto a una vicina nazione più grande, trova vantaggi economici nel
64 K Kautsky, Die moderne Nationalität, in “Neue Zeit”, 1887, p.442 ora in
“Marxismo, internazionalismo e questione nazionale”, Torino, 1982
65 K. Kautsky Nationalitat und Internazionalitat, Neuen Zeit 18
gennaio 1907 «Sono tutti Stati la cui intima conformazione per
qualche ragione rimase arretrata e abnorme
66 Per Mazzini non si poteva passare all'umanità, patria delle patrie, se ogni
individuo non aveva avuto quel punto d'appoggio necessario che é la patria.
Questo il motivo quarantottesco della Santa Alleanza dei popoli contro quella
degli Stati dinastici che recano scandalo alla coscienza europea
39
confluire in quest'ultima e nel parlarne la lingua, ma il presunto
vantaggio non è scontato: «il pensiero nazionale costituisce un
potente elemento di progresso anche dove c'é un popolo arretrato che
aspira alla propria indipendenza mediante la liberazione dalla
sovranità di un altro popolo più sviluppato»67.
Nello Stato asburgico plurinazionale e multilingue con una dozzina di
nazionalità la söcialdemocrazia affronta il problema riservando al
fenomeno «nazione» un interesse positivo, a differenza di Engels a cui
negli ultimi anni l’acuirsi dei conflitti nazionali in Austria pareva
essenzialmente una faccenda delle «classi dominanti dei vari territori
della Corona», una «cieca disputa di nazionalità»68, semplicemente
un contrasto «dei vari nobili e borghesi tra loro»,69 qualcosa su cui i
socialisti non dovevano perdere il loro tempo.
La socialdemocrazia austriaca aveva in realtà una ragione politica
immediata per occuparsi della questione: se per effetto dei contrasti
nazionali l'Austria si fosse dissolta, anche il movimento operalo si
sarebbe scisso indebolendosi: trovare forme di coesistenza per le
nazionalità dell'impero diventa, nell'ottica dei socialisti, anche un
modo per preservare la forza
Karl Renner in un opuscolo scritto per il congresso di Brno del partito
socialdemocratico austriaco afferma che è la «lingua d'uso»
il
miglior connotato di nazionalità70: nazione non significa Stato
territoriale - binomio accettato da Marx ed Engels - ma comprende
tutti quelli che, non necessariamente legati a uno specifico territöriö,
parlano una stessa lingua. La via d'uscita dal groviglio dej conflitti
nazionali austriaci è il «principio di personalità» linguistico-culturale
che costituisce la nazione, sicché ogni cittadino ovunque risieda deve
avere il diritto di scegliere la nazionalitå di appartenenza.
Questo congresso adotta una risoluzione che, anzichè sostenere lo
smembramento dell'Impero, propugna la trasformazione in uno «Stato
67 K. Kautsky, Militarismus und sozialismus in England, in
“Die Neue Zeit”, 1899-1900, p.587. Si riferisce ai Boeri
68 Lettera del 16.6.1891 a Victor Adler, segretario del partito
austriaco, in Marx-Engels, “Opere”, Roma, 1972,vol. 2, p.122
69 Lettera dell’11.10.1893 a Victor Adler, in Marx-Engels,
“Opere”, Roma, 1972,vol. 1, p.151
70 Renner, Staat und Nation,Vienna, 1899 che riprende la tesi di
Ludwig Gumplowicz. Riedito in Ephraim Nimni (ed.), National
Cultural Autonomy and Its Contemporary Critics, London, 2005
40
democratico, federazione di nazionalità» in cui a ogni entità nazionale
si sarebbe riconosciuta autonomia culturale, linguistica, territoriale,
senza nessuna secessione dallo Stato austriaco
Nella Seconda Internazionale la solidarietà internazionalista del
movimento operaio, pur nella diversità di posizioni sul problema
nazionale, rappresenta uno dei capisaldi di autoidentificazione per i
partiti socialisti dei diversi paesi. Le teorizzazioni più interessanti sul
tema sono sviluppate nella socialdemocrazia austriaca, confrontata
con urgenza con il problema di contemperare l'organizzazione politica
del proletariato con il riconoscimento delle rivendicazioni nazionali
dei diversi popoli della monarchia asburgica.
Partendo dalla constatazione che le masse popolari in Austria non
sono indifferenti al tema dell'appartenenza nazionale e che l'estensione
dell'organizzazione socialdemocratica al di lä del gruppo tedesco
richiede una messa a punto teorica e organizzativa, Karl Renner e Otto
Bauer sviluppano delle riflessioni sulla questione nazionale che
rimangono tra i contributi più validi sul tema, anche al di lä della
situazione specifica della monarchia plurinazionale. Attraverso
l'elaborazione di un programma di "autonomia culturale" per le
nazionalitä dell'Impero, che avrebbero dovuto essere organizzate in
corpi autoamministrati, tentano di dare una soluzione al dilemma di
riconoscere le istanze nazionali, che hanno una valenza emancipatrice
in quanto espressione delle aspirazioni delle masse a partecipare
compiutamente della cultura della nazione, senza che tali istanze
assumano la forma di organizzazione politica su base nazionale 71
7. La “Questione nazionale”: Otto Bauer
Bauer interrompe la tendenza a sottovalutare la nazione nelle teorie
socialiste e tenta di integrare nella teoria marxista nazionalismo e
71 R. Springer (K. Renner), Das Selbstbestimmungsrecht der
Nationen in besonderer Anwendung auf Osterreich, 1902; K.
Renner, Der Kampf der österreichischen Nationen um den Staat,
1902 e 1918; H. Mommsen, Die Sozialdemokratje und die
Nutionalitätenfrage im habsburgischen Vielvölkerstaat, 1963;
Sulla ricezione delle tesi austromarxjste da parte delle sezioni
sudslava e italiana del partito socialdemocratico nella monarchia
asburgica, M. Cattaruzza, Socialismo adriatico. La
socialdemocrazia di lingua italiana nei territori costieri della
Monarchia asburgica: 1888-1915, 1998 e 2001, p. 79-90, 116126, 158-17
41
nazione in quanto forze in grado di produrre effetti considerevoli sulla
loro epoca. Prende le mosse dalle proprie esperienze dei conflitti
nazionali della monarchia asburgica provando a trarre da queste
esperienze particolari dei giudizi teorici generali utili alla politica del
movimento operaio socialista.
Approfondisce storicamente il primo bilancio di Renner e lo inserisce
in una teoria della società che integra il concetto di classe con quello
di nazione: "Con le classi sfruttate anche le nazioni sottomesse fanno
il loro ingresso sul palcoscenico della storia"72. Constatazione a cui il
marxismo era ancora teoricamente impreparato, che viene convertita
da Otto Bauer in teoria di sviluppo. Anche se non influenza la prassi
politica della socialdemocrazia austriaca, riesce a suggerire un nuovo
modo di guardare alla nazione, che influenza le successive teorie sul
nazionalismo.73
Per quanto la nazione sia ristretta alla sola classe della nobiltà, questa
è capace di realizzare una comunità più ampia di quella oltre cui non
sanno andare i contadini, legati solo ai vicini di villaggio, incapaci di
superare l'economia curtense o di marca. La mancata unificazione
della nazione, che comporta il sopravvivere di una pluralità di culture,
tra cui quella della «nazione contadina», aumenta i dislivelli, giacché,
mentre i nobili possono giungere alla più alta cultura spirituale, da
essa sono esclusi i contadini, incatenati alla dura. fatica dei campi.
Bauer non affronta il problema dei contenuti delle diverse culture: si
limita a costatare come una certa cultura formi un carattere nazionale
escludendo coloro che non partecipano all'uso dei beni culturali e
restano legati a culture precedenti, come la vita della nazione sia
scossa da tendenze verso l’unità e da controtendenze in senso
contrario.
Per Bauer il momento dell'unitå é sempre rappresentato dalle classi
dominanti: la frantumazione medioevale è contrastata dal ceto
cavalleresco ed il processo di divisione, iniziato agli albori dell'era
72 O. Bauer, Elemente unserer auswärtigen Politik, in «Der
Kampf», vol. 2, ora in Werkausgabe, vol. 1, 1975 O. Id., Die
Nationalitätenfrage und die Sozialdemokratie, in “MarxStudien”, 1907 e 1924, ora in Werkausgabe, cit.
73 E.J. Nimrd, The Nationalities Theory of Otto Bauer an its
Relevance of Contemporary National Formations, in E. Frösch,
H. Zoitl, “Otto Bauer (1881 - 1938). Theorie und Praxis”, 1985,
pp. 113-126.
42
moderna, è contrastato solamente dai colti. In quanto queste classi
esercitano il predominio, esse bastano a far trionfare la tendenza
unitaria. In un momento successivo dello sviluppo europeo si afferma
una nuova forma d'organizzazione politica, lo Stato unitario, che é
l'istituzione adeguata alla necessità del primo capitalismo, della classe
dominante con lo sviluppo della produzione di merci. L’età aurorale
del capitalismo presenta alcuni aspetti comuni a quella feudale ma
mostra pure una necessità d'espansione della cultura che non
caratterizza l'epoca precedente. Il capitalismo moderno, ai fini della
stessa produzione, é costretto a rompere i confini imposti, ed anche le
classi inferiori «prendono parte all'educazione nazionale, ai beni
culturali della loro nazione, alla lingua unitaria nazionale». Si tratta
di quell'educazione delle classi popolari, che Fichte condanna con
motivazioni che Bauer fa sue, di una partecipazione quantitativamente
e qualitativamente assai inadeguata, ma si pongono le premesse di
quel processo che porta nelle nazioni che hanno una tradizione storica
ad una maggiore partecipazione delle masse lavoratrici alla vita della
nazione, ed anche a quello che é stato definito il «risveglio delle
nazioni senza storia».
Il capitalismo, differenziando i livelli di istruzione, costituisce la
nazione solo per i colti74 ma mette in moto un processo che poi non è
in grado di arrestare, libera energie che possono trovare impiego solo
in una società socialista. Bauer si riferisce al necessario sbocco d'una
situazione che deriva dal prevalere di classi ristrette, preceduta da
quella che, storicamente, viene presentata come organizzazione
comunitaria “la nazione dell’epoca della proprietà privata e della
produzione individuale, suddivisa in membri della nazione e vassalli
della nazione, scissa in numerosi gruppi ristretti locali, è il prodotto
della decomposizione della nazione comunistica del passato e il
materiale della nazione socialistica del futuro”75
74 «la totalità di coloro i quali godono dell' educazione nazionale, dei beni
culturali nazionali, ed il cui carattere viene plasmato dal destino della
nazione che determina nel contenuto questi beni culturali, costituirà la
nazione» O. Bauer Die Nationalitätenfrage, cit., p. 118
75 Bauer riprende Marx: «una classe gravata da catene
radicali, di una classe della societå borghese, che in realtå non
è una classe della societå borghese, di un ceto che coincide con
il decomporsi di tutti i ceti, di una sfera sociale che possiede
carattere universale per aver subito sofferenze universali e non
pretende alcun diritto particolare, perché nessuna ingiustizia
43
L'internazionalismo deve farsi forte del principio di nazionalità, deve
saperlo recepire, convalidarlo superando la sfera del cosmopolitismo
volgare, che rappresenta soltanto la prima reazione immediata della
classe lavoratrice esclusa dalla cultura nazionale. Nazione è termine
che indica solo coloro che godono dei beni culturali ed i lavoratori, in
un primo momento, non possono che sentirsi ad esso estranei
«giacché la classe lavoratrice non è ancora classe della nazione, così
essa non è più nemmeno nazionale. Esclusa dal godimento del beni
culturali, questi beni culturali sono per essa un possesso estraneo.
Dove altri vedono la splendente storia della cultura nazionale, essa
vede la miseria e la servitù di coloro, sulle cui ampie spalle riposa
dalla caduta dell'antico comunismo di schiatta ogni cultura
nazionale»76 Il «cosmopolitismo ingenuo» è però soltanto la forma
aurorale della presa di posizione della classe lavoratrice di fronte ai
problemi nazionali e Bauer ritiene necessario superare questa fase ed é
lontano dal giustificarla sul fondamento della teoria della pauperizzazione77. Il rifiuto spontaneo dei lavoratori delle nazioni storiche é il
correlato di quel momento iniziale di riscossa, che conduce i
lavoratori delle nazioni sulla via del risveglio a farsi guidare da un
«nazionalismo ingenuo». Perché l'internazionalismo recuperi il
principio di nazionalità occorre superare la fase in cui borghesi e
proletari delle nazioni senza storia si incontrano in una posizione
comune, quella della potenza nazionale, che per il proletariato delle
nazioni storiche altro non é che un pretesto della classe dominante per
mantenere il proprio dominio. Occorre, però, che il proletariato delle
nazioni storiche abbia percorso tutta la strada del «cosmopolitismo
ingenuo»: negata l’esistenza di tratti comuni con la classe dominante,
nell’istante in cui i lavoratori avvertono le profonde ineguaglianze a
causa delle quali sono separati dalla classe proprietaria e si chiedono
se non sono tutti uomini allo stesso titolo, «rinasce l'idea d'umanità»
particolare, ma la piena ingiustizia é stata perpetrata contro di
essa» K. Marx, Critica della filosofia del diritto di Hegel, in
“Scritti politici giovanili”, 1950, p. 410-411
76 O. Bauer Die Nationalitätenfrage …, cit., p. 132.
77 Victor Adler sostiene al congresso di Vienna del 1901 la tesi che è un superamento della critica di Bernstein a Marx, poi
teorizzata da R. Mondolfo in Il materialismo storico in F.
Engels, 1912, p. 260-66) - che é l'attività del proletariato a
mutare la situazione su cui si fondava la previsione marxiana,
44
mentre la nazione, da cui i lavoratori sono esclusi e che costituisce
invece la giustificazione d'una data struttura statale, che ne é quindi
l’«ideologia» in senso marxiano, non può che venire smascherata
quale «pregiudizio borghese». L'appello all'idea di umanità é però un
classico richiamo a quella stagione culturale illuministica che nel
cosmopolitismo ha uno dei punti più rilevanti che fecondano gli stessi
sviluppi dell'idea di nazione78
La posizione del cosmopolitismo ingenuo va superata, cosi come
quella del nazionalismo ingenuo, ciò che é possibile quando si giunga
ad una soddisfacente idea di nazione: finché il lavoratore dei paesi
sviluppati, come il tedesco dell'impero austriaco, é costretto a
constatare che solo pochi riescono a controllare e dirigere lo Stato
nazionale, «le distinzioni nazionali sfumano davanti ai suoi occhi e,
come combatte contro il suo sfruttamento ed assoggettamento, cosi
vuol rimuovere lo sfruttamento e l'assoggettamento in generale, sia
ora diretto contro una classe, contro una progenie, contro una
comunità religiosa o anche contro una nazione» poiché «si sente
combattente per la liberazione dell'intera umanità».
A questo modo, tuttavia, non ci si solleva sopra la sfera dell'istinto, sia
pure dell'«istinto rivoluzionario», a cui si sovrappone la superiore
presa di coscienza in cui i valori difesi dal principio di nazionalità
rientrano in una «consapevole politica internazionale del proletariato
d'ogni nazione» Riconosciuta la nazione quale comunità di carattere
derivata da comunità di destino e scoperta l'omogeneità degli interessi
dei lavoratori delle diverse nazioni, «l'internazionalismo della classe
lavoratrice è qualcosa di essenzialmente diverso dal cosmopolitismo
ingenuo della sua giovinezza».
All'opposizione nei confronti degli imprenditori privati si aggiunge
quella nei confronti dello Stato, per l'influsso che esercita sulla vita
economica, per la funzione di sostegno della politica economica del
capitalismo. Contro questo dispregio degli interessi più ampi «la
politica della classe lavoratrice è necessariamente democratica» e
non si esprime soltanto in un generico appello all'umanità ma in uno
specifico indirizzo politico: «il proletariato lotta in primo luogo
affinché la maggioranza del popolo determini la volontà generale
dello Stato». Da queste premesse discendono alcune conseguenze
78 F. Meinecke, Cosmopolitismo e stato nazionale (trad. it.) 1930 e 1975;F.
Chabod, L’ Idea di nazione, 1961, p. 110-116.
45
affini a quelle del revisionismo: si può incominciare ad affrontare la
questione nazionale entro la cornice statale. Il superamento del
cosmopolitismo ingenuo rende possibili sia l'azione politica entro la
cornice statale sia il recupero del principio di nazionalità anche nella
rivendicazione borghese del libero Stato nazionale, «organizzazione di
potenza esteriore d'una unitå interiore», quando questo é il solo modo
d'opporsi all'imperialismo giunto alla dimensione sovrannazionale.
Nel 1907, ricordate le prese di posizione della classe lavoratrice a
favore dei Boeri, degli Indiani, dei Boxer, afferma che «quando la
classe dei capitalisti tende al grande Stato plurinazionale dominato
da una nazione, la classe lavoratrice accoglie la vecchia idea
borghese del libero Stato nazionale»79 L’adesione alla richiesta di
costituzione di nuovi Stati nazionali non significa però che in questi
veda la più adeguata realizzazione dell'idea di nazione: all'interno
della plurinazionale monarchia asburgica le lotte nazionali finiscono
per coinvolgere anche il movimento operaio socialista: “Non
possiamo attaccarci al carro del nazionalismo borghese permettendo
che la sua frusta ci induca all'errore di dividerci dai nostri fratelli;
anzi, la forza di nerboruti corpi proletari dovrà spingere il carro della
lotta nazionale fuori dalle paludi nelle quali l'ha gettato la guida
borghese, incapace e insensata. Tale forza dovrà condurre il carro
della lotta nazionale sulla larga strada della democrazia e
dell'autogoverno dei popoli” 80
La crisi dell’impero del 1905, il conflitto con la classe dominante
magiara, danno attualità al programma delle nazionalità votato al
congresso di Brno che era «una parola rivoluzionaria allorché nel
1899 lo contrapponemmo al centralismo della borghesia austrotedesca ed al federalismo dej Kronländer della nobiltà feudale. Era
una parola rivoluzionaria allorché dal 1908 al 1914 la scagliammo
contro l'imperialismo bellicistico». Ma dopo la guerra considera che la
trasformazione dell'Austria in Stato federale o il suo smembramento in
più Stati nazionali, con un'autonoma iniziativa socialista debba
dilatarsi fino a comprendere l'intera Europa. Come lo Stato moderno é
il risultato d'un processo d'unificazione reso necessario dalla
trasformazione delle forze produttive e «lo sviluppo della produzione
79 O. Bauer Die Nationalitätenfrage …, cit. , p. 61. Già prima
del 1914 in vari articoli su «Der Karnpf» riconosce il diritto di
autodeterminazione.
80 O.Bauer, Unser Nationalitätenprogramm und unsere Taktik, «Der
Kampf», n. 1, 1907-1908 (ora in Werkausgabe, p. 75-785).
46
di merci capitalistica ha legato grandi proprietà e città isolate nel
Medioevo, cosi la divisione internazionale del lavoro creerà nella
società socialista una nuova costruzione sociale sopra le comunità.
nazionali, uno “Stato di Stati", del quale si fanno membri le singole
comunità nazionali». Bauer avverte l'esigenza di non essere assenti a
nessun traguardo intermedio, pur se l'obiettivo finale è costituito dalla
liberazione delle comunità nazionali destinate ad incontrarsi con le
altre su piede di parità e del loro riunirsi in federazione.
Nota: Stalin sulla questione nazionale
Contro l'idea della nazione non-territoriale nel 1913 polemizza Stalin
profugo a Vienna contrapponendo all'idea dell'autonomia culturale da
garantire a tutti i membri della nazione a prescindere dalla loro
permanenza su un dato territorio, la tesi del legame della nazione col
territorio di insediamento, per cui si può parlare di "nazione" solo
quando ampi strati di detto gruppo siano "legati alla zolla"
individuandone l'elemento costitutivo nella popolazione contadina.
Tesi in contrasto con il disprezzo manifestato da Engels per le nazioni
contadine ma destinata ad una notevole fortuna, in quanto si prestava a
corroborare le rivendicazioni nazionali dell'elemento rurale in tutte
quelle situazioni, frequenti nell'Europa centro orientale, in cui i centri
urbani presentavano una diversa composizione nazionale rispetto alle
campagne circostanti. Per il partito socialdemocratico russo uno dei
mezzi per scardinare l'impero zarista era infatti la dottrina e prassi
delle autonomie regionali territoriali, e Stalin perciò strumentalmente
assegna dignità scientifica a quest'unica scelta, che da contingente
opzione politica diviene ricetta da valere in ogni circostanza, tempo e
luogo. Bauer in realtà non nega la possibile coincidenza di nazione e
territorio, la considera un connotato storicamente relativo, sicché la
polemica appare guidata da intenti ideologico-politici contro il
«riformista» e l'«interclassista», per giunta anche uno «spiritualista»,
un «mistico», un «idealista»81
Parte 3 Internazionalismo proletario
8 La Prima Internazionale
81Stalin, Marxismus und Nationale Frage, 1913 e 1946; H. Konrad,
AustroMarxism and Stalinism on the National Question, in “Nationalism and
Empire. The Habsburg Empire and the Sovjet Union,1992
47
L'appoggio all'insurrezione polacca del 1863 è la ragione immediata della riunione di Londra del 22 e 23 luglio tra delegazioni
operaie inglesi e francesi, dirette precorritrici dell'assemblea di
St. Martin's Hall dell'anno seguente nella quale sarebbe stata
costituita l'Associazione internazionale dei lavoratori (la Prima
internazionale).
La prima «Associazione internazionale dei lavoratori» viene fondata
in concomitanza di un comizio «Per la Polonia», tenuto a Londra
nell'ottobre 1864: tra i francesi c’è il cesellatore Henri Tolain che
l’anno prima era nella delegazione operaia che aveva chiesto a
Napoleone III un intervento, anche militare, per la restaurazione
della Polonia: alla sua nascita l'internazionalismo si trovava
associato alla più appassionata delle cause patriottiche del XIX secolo.
L'«Internazionale» ammette l'esistenza delle nazioni ma vuole
superare il principio di nazionalità sostituendolo con un'altra
affiliazione: la classe operaia, oltre e malgrado le frontiere, deve
raccogliere le proprie forze per instaurare una società senza classi e
nazioni. Due anni dopo la fondazione si tiene a Ginevra il primo
congresso e questa volta la delegazione francese vuole impedire che la
questione polacca venga iscritta all'ordine del giorno: «Sembrava loro
che tale questione squisitamente politica non potesse sensatamente
figurare in un congresso squisitamente socialista» e afferma che
«delegati a un congresso economico, non crediamo di aver nulla da
dire sulla ricostituzione della Polonia»82
Dalle origini si pone la domanda se ci si deve occupare delle nazioni
essendo la classe operaia estranea allo Stato nazionale, creazione della
borghesia. Nella prospettiva del Manifesto «nazione, nazionalità,
nazionalismo si presentano come sovrastrutture già obsolete, fondate
sulla base dei mercati nazionali, gia travalicata dal mercato mondiale
Il proletariato nega radicalmente e praticamente la nazione, in
quanto esso é negazione attiva della borghesia e del capitalismo»83 .
Marx ragionava cosi attorno al 1848: «Lo sfruttamento di una nazione
da parte di un'altra viene abolito nella stessa misura che viene abolito
lo sfruttamento di un individuo da parte di un altro Con
l'antagonismo delle classi all'interno delle nazioni scompare la
82 E. Fribourg, L'Association internationale des travailleurs, 1871, p. 44. in
C. Harmel in «Les études sociales et syndicales», gennaio-febbraio 1976
83 H. Lefebvre Classe et nation depuis le Manifeste, “Cahiers internationaux
de sociologie” 1965 n. 38 p 32
48
posizione di reciproca ostilità fra le nazioni» 84 Tuttavia, se il
proletariato trascende la nazione e le Nazioni, l'«Associazione
internazionale dei lavoratori» è comunque il luogo di divergenze che
testimoniano distinzioni squisitamente nazionali
Nel giugno 1866 si tiene a Londra un Consiglio Internazionale sulla
guerra. austro-prussiana e «la discussione, come era da prevedere,
was wound up soprattutto sulla question of nationality... I francesi,
molto largamente rappresentati, have vent alla loro cordiale antipatia
verso gl'italiani», proudhoniani e anarchicheggianti, «uscirono fuori
con questo, che tutte le nazionalità e perfino le stesse nazioni sonö des
prejugés surannés»: per Marx mero sciovinismo perche i francesi con
«negazione delle nazionalità» intendono solo «il loro assorbimento
nella nazione modello francese», quando i francesi avranno compiuto
la loro rivoluzione sociale, «il resto del mondo, soggiogato dalla forza
del loro esempio, fara come loro»85.
Marx, allontanatosi dalle vedute astratte di vent'anni prima, ormai
deve tener conto del fattore nazionale, come si manifesta nelle diverse
tendenze in seno all'«Internazionale»: gli inglesi “tradunionisti”, i
francesi “proudhoniani”, mentre Bakunin è il più acerrimo avversario
del socialismo centralizzatore di Marx «continuatore e successore»
del cancelliere Bismarck con il suo Stato «aristocratico-monarchico»
cui contrappone un anarchismo integrale in cui traspare l'odio del
panslavista rivoluzionario verso lo Stato «knuto-germanico» 86 Nelle
prime manifestazioni, l'internazionalismo 'marxista' non risulta quindi
come antitesi del nazionalismo: il movimento operaio internazionale è
la somma dei movimenti operai nazionali con tutta la gamma di
tradizioni e forme specifiche di cui Marx e Engels deplorano e
stigmatizzano queste specificità e differenze nazionali Comunque il
loro progetto di rivoluzione universale passa attraverso l'unita del
proletariato e l'abolizione delle nazioni Nella loro visione storica,
queste hanno un valore meramente strumentale per il rovesciamento
delle società liberali e feudali e l'avvento del 'socialismo', le grandi
nazioni, per il quadro statuale che potranno fornire al momento
opportuno; le piccole (la Polonia, l'Irlanda) per la loro capacita di
distruggere l'arcaico ordine delle cose e del mondo
84 Marx-Engels Manifesto del partito comunista
85 Lettera e Engels 20 giugno 1866, in Marx-Engels, Carteggio,
v. IV, p.424
86 B.P.Hepner, Bakounine et le panslavisme révolutionnaire, Paris 1950, p.
271.
49
Approfondimento: la spedizione socialista in Grecia (1897)
La tradizione risorgimentale aveva unito nella causa nazionale e nella
lotta anticlericale sinistra costituzionale ed "estrema", cioè radicali e
repubblicani, ma aveva presa anche in campo socialista
l'internazionalismo garibaldino a favore della causa degli oppressi che
legittimava la guerra nazionale per inserirla nella causa della
rivoluzione socialista costituendo un tramite fra la tradizione
patriottica e il sovversivismo sociale. Il socialista italiano di fine
secolo guarda più a Garibaldi che a Marx, alle imprese del
Risorgimento che alle indicazioni dei Congressi della Seconda
Internazionale, e ciò anche a livello dirigenziale del partito, dove solo
Turati e la Kuliscioff presero una posizione conforme alle direttive
dell'Internazionale di fronte alla guerra greco-turca del 1897.
Nonostante il dibattito in seno al socialismo europeo, il superamento
della causa nazionale non fu automatico né pacifico. Mentre il
movimento socialista europeo elaborava un orientamento pacifista,
solo in età giolittiana il PSI prese una posizione concretamente
antimilitarista, affidando tra l'altro una rubrica fissa sull’“Avanti!” a
Gioacchino Martini, ex-tenente colonnello dell’esercito e già
volontario nella terza guerra d’indipendenza, che firmava gli articoli
con lo pseudonimo di Sylvia Viviani. 87 La questione della lotta di un
popolo oppresso per la propria indipendenza era l'argomento classico
su cui cadeva la rigida opposizione socialista tra l'universalismo
internazionalista e le problematiche nazionali, lo scoglio contro cui si
dimostrava che nella pratica era necessaria una "sintesi", una
conciliazione di queste due tradizioni. Un'esigenza talmente forte che
si riscontrava anche nella propaganda del partito socialista italiano
quando all'alba della mobilitazione per la Grecia affermava: Il partito
socialista italiano è unanime nel ritenere che gli interessi suoi, che gli
interessi del proletariato europeo collimano colle aspirazioni del
popolo greco. ....Permettiamoci l'orgoglio di constatare che la parte
più bella e più pura della tradizione rivoluzionaria della borghesia
italiana, caratterizzata da quello spirito di fratellanza internazionale
che dava i combattenti all'America, alla Francia e alla Polonia, sia
87 R.Giacomini Antimilitarismo e pacifismo nel primo
Novecento: Ezio Bartalini e "La Pace":1903-1915, 1991;
G.Oliva Esercito, paese e movimento operaio: l'antimilitarismo
dal 1861 all'età giolittiana, 1986
50
passata nel partito socialista che la riconsacra nella lotta per
l'emancipazione operaia88.
In seguito alla rivolta cretese in cui greci ortodossi e turchi si
scontrano sanguinosamente, nel 1897 scoppia la guerra tra la Grecia e
l'impero ottomano per il controllo delle isole dell'Egeo. I partiti
dell'estrema (Repubblica Radicali Socialisti), mentre il governo si
allinea alle posizioni di Francia e Inghilterra che intendono preservare
l'impero ottomano da scosse che ne avrebbero minato la stabilità col
rischio di una conflagrazione, organizzano comitati «Pro Candia» 89 e
sviluppano un movimento di solidarietà pro-ellenica per l’invio di
aiuti e l’arruolamento di volontari. I primi a recuperare il modello del
volontariato internazionale sono i socialisti 90, che anticipano l'azione
di Ricciotti Garibaldi: il dirigente del Fasci siciliani Nicola Barbato,
che il Comitato «Pro Candia» di Milano aveva inviato il 24 febbraio
«come soldato, come medico e come propagandista»,91 da Corfù
conferma con una lettera all'«Avanti!» il senso del proprio essere lì:
Non basta, no, o amici, la nostra predica nei giorni tranquilli per
imprimere qualche nota socialista nei cervelli degli oppressi e dei
sitibondi d'ideale; da veri missionari dobbiamo qui in Grecia, come
altrove, trovarci in tutti i luoghi di maggior pericolo; il denaro e la
vita di qualunque di noi, lasciata sul campo di combattimento
credetemi, non saranno spesi male”92.
I socialisti costituiscono un comitato 93 concorrente con quello demorepubblicano che arruola il grosso dei legionari sotto il comando di
Ricciotti Garibaldi, raccogliendo una piccola legione guidata da
Enrico Bertet, mentre la cassa è amministrata da Giulio Casalini.
Frattanto, proveniente da Parigi, Amilcare Cipriani, forma una
Legione di una settantina di volontari eterogenei, poco inclini ad
88 Il partito socialista italiano nella questione greca, «Avanti!»
12.3. 1897
89con l'appoggio in Parlamento di Imbriani, Bovio, Barzilai, Colajanni,
Cavallotti
90 Alessandro Tasca di Cutò, Nicola Barbato, Giuseppe De Felice Giuffrida,
Arturo Labriola, Gaetano Zirardini, Giulio Casalini, Giuseppe Ciancabilla,
Walter Mocchi
91 «Avanti!», 25.2.1897.
92 La questione di Candia. La Grecia resisterà alle potenze. Una lettera di
Nicola Barbato, «Avanti!», 6.3.1897; Per Candia. La partenza della flotta –
Il linguaggio dei giornali – Un manifesto di Barbato, «Avanti! », 7.3.1897
93 Comitato socialista per la Grecia, «Avanti!», 6.3.1897.
51
essere irreggimentati e senza esperienza di guerra. Tra gli uomini della
Legione di orientamento socialista, oltre ai siciliani e fiorentini, si
distinguono i napoletani Arturo Labriola, Ettore Croce e Walter
Mocchi. 94
In un libro che rivendica la scelta, denuncia la conduzione delle
operazioni e condanna Cipriani come capo militare e leader politico,
Arturo Labriola ricorda che i socialisti erano partiti per la Grecia «per
concorrere a portare un colpo decisivo alla barbarie turca, supposta
il propugnacolo avanzato della politica reazionaria e anticivile della
Russia», convinti di giovare anche alla causa del proletariato 95
Il corrispondente dell'«Avanti!» Ciancabilla, che si unisce a Cipriani 96
scrive che "con profondo disgusto udii gridarmi all'orecchio da quella
buona gente che credeva di farmi piacere: Viva Cavallotti! Viva
Menotti Garibaldi! Ah! Queste vecchie e tarlate cariatidi di una
democrazia vigliacca e infrollita hanno saputo con qualche
telegramma e con qualche indirizzo giuocar la buona fede di tutto un
popolo.” Conferma che anche nella legione del figlio di Garibaldi i
socialisti non erano pochi: tra di loro il catanese Giuseppe De Felice
Giuffrida, che era stato al fianco di Barbato nei Fasci siciliani. Alcune
decine di uomini, tra di loro Arturo Labriola, lasciano la formazione di
Cipriani ancor prima del suo scioglimento, per venire integrati nel
battaglione Mereu, e lo stesso Cipriani così come Ciancabilla e alcuni
altri, si unisce in extremis a Ricciotti nello scontro di Domokós.
Paride Marincola Cattaneo, un giovane socialista calabrese studente a
Roma, si arruola solo quando ha la certezza di un impegno diretto di
Ricciotti, «anelante l'onore d'indossare la camicia rossa e di emulare i
gloriosi garibaldini»97 non era l'unico internazionalista a nutrire stima
per Ricciotti, come lo scultore ravennate Gaetano Zirardini, futuro
deputato socialista. Il volontarismo socialista era organizzato in modo
94 G. Oliva, Illusioni e disinganni del volontariato socialista: la «Legione
Cipriani» nella guerra greco-turca del 1897, in «Movimento operaio e
socialista», 1982 n. 3. Id., Un dibattito socialista di fine secolo: la nazione
armata e la guerra greco-turca del 1897, «Rivista storica italiana», 1982 n. 2
95 G. Cavaciocchi, La Compagnia della Morte. Ricordi di un
volontario della Legione Cipriani, Napoli 1898
96 G. Ciancabilla,Lettera dalla Grecia, «Avantí!», 31.3.1897.
97 P. Marincola Cattaneo, In Grecia. Ricordi e considerazioni di un reduce
garibaldino, Catanzaro 1897, G. Pécout, Une amitié méditerranéenne le
philhellenisme italien et francais au XIX siècle, in “La democrazia radicale
nell'Ottocento europeo” «Annali Feltrinelli», 2005, pp. 81-106.
52
diverso da quello dei repubblicani borghesi di Ricciotti Garibaldi per
il prevalere di un individualismo disorganizzato, una motivazione
solidale ma avversa ad ogni tipo di disciplina e gerarchia, che rende
difficile la loro incorporazione nell'esercito regolare. In più, gli ideali
di riferimento e le convinzioni personali che spingono alla
partecipazione sono lontane dal volontarismo garibaldino. Emerge una
nuova generazione che, come afferma Cipriani, "ha sete di epopee e
rifiuta questo stanco e snervante fine secolo", ma che nel frattempo
perde in un passato sempre più mitizzato le esperienze garibaldine di
fronte alla realtà di società impegnate a rafforzare le proprie conquiste
istituzionali.
Alla fine del secolo, costruite ormai le nazioni, il volontarismo in
nome della liberazione degli oppressi non può avere un'interpretazione
così univoca ed entusiasta, soprattutto per il mondo di sinistra.
Lo stesso Cipriani deve constatare il fallimento dell'esperienza sia dal
punto militare che da quello politico, soprattutto a causa dei forti
contrasti in seno al mondo socialista ma anche anarchico. Malatesta in
una serie di articoli su “L’Agitazione” in contrasto con la lettura
spontaneista di Cipriani, che abbracciava la causa greca per un
sentimento ancora intriso di insegnamenti garibaldini, esprime una
posizione contraria alle guerre di liberazione puramente nazionaliste
come giudicava quella della Grecia contro la Turchia. Era
l'affermazione di una questione di priorità: l'internazionalismo operaio
doveva avere la precedenza come battaglia rivoluzionaria perché
portava in sé anche la soluzione delle cause nazionali. Di fronte a
questo, la guerra come evento cambiava profondamente di senso
passando da esperienza rivoluzionaria di emancipazione degli oppressi
a prodotto del capitalismo.
9 Socialpatrioti e antimilitaristi
Nell'Europa del XIX secolo le organizzazioni operaie sindacali,
politiche, riformiste, rivoluzionarie, non sono 'marxiste', nè per nascita
ne per tradizione. Uno del primi partiti socialisti nati in Europa, l’
”Associazione generale dei lavoratori tedeschi”, era stato fondato nel
1863 da Ferdinand Lassalle, leader carismatico morto in duello per
faccende di cuore98 Un anno prima Lassalle tenne in un sobborgo
98 E.Bernstein, Ferdinand Lassalle as a social reformer, 1893, p.188: «A
lungo i suoi fedeli ricusarono di accettare che Lassalle fosse morto per un
banale intrigo amoroso e credettero a un complotto ordito dagli avversari
per sbarazzarsi un pericoloso agitatore e resero omaggio alla vittima di un
53
industriale di Berlino una conferenza dove espose il proprio
«programma operaio», rievocò la Rivoluzione Francese quel Terzo
Stato «che ritenne di confondersi con la totalità della nazione», mentre
era solo la borghesia, che nel proprio seno recava un «Quarto Stato da
cui voleva separarsi legalmente che intendeva sottomettere al proprio
dominio» Questo Quarto Stato è la classe operala Questo Quarto
Stato, nel 1789 ancora celato nel Terzo Stato e apparentemente
confuso con esso, vuole innalzare il proprio principio a principio
direttivo della società. Quindi, «chi proclama che l'idea della classe
operaia è il principio dominante della società... non proferisce un
grido destinato a disgiungere e a dividere le classi... é piuttosto un
grido di riconciliazione... un grido di unione, nel quale dovrebbero
accordarsi tutti coloro che non vogliono privilegi... un grido d'amore
che, una volta sgorgato dal cuore del popolo, ne rimane per sempre la
vera divisa e, grazie al suo stesso contenuto, pur sempre un grido
d'amore anche quando diviene il grido di guerra della Nazione»99
Lassalle non ignora il Manifesto di Marx e giunge fino al limite della
parabola teorica ivi delineata: il proletariato elimina il sottile strato
parassitario borghese e costituisce se stesso in nazione. Alla fine,
socialismo e nazionalismo si confondono. Cosi alla fine del 1863
Lassalle finirà con l'accostarsj a Bismarck che, nella politica sociale
del suo Reich, si ricorderà delle loro conversazioni. D'altro canto,
divenuto teorico del socialismo di Stato, Lassalle forniva alla
socialdemocrazia una solida tradizione.
Marx condannò Lassalle e nel 1869 vede la luce un partito marxista,
rivale dell'«Associazione generale dei lavoratori tedeschi»: il «Partito
operaio socialdemocratico di Germania» di August Bebel e Karl
Liebknecht. Ma nel 1875 i due partiti si fondono per dar luogo al
grande partito socialdemocratico tedesco: partito marxista ma
impregnato delle prospettive lassalliane sulla conquista dello Stato da
parte della classe più numerosa. La socialdemocrazia tedesca, in nome
di un marxismo sempre più sottoposto a 'revisione', si pone come
obiettivo l'appropriazione per vie legali e parlamentari dell'apparato
statuale a vantaggio di quel 'quarto' ordine che nella prospettiva
lassalliana costituiva la vera nazione. Nei decenni precedenti la Prima
Guerra Mondiale il partito socialdemocratico tedesco é il più
meschino intrigo politico. Nacque un vero culto lassalliano, una specie di
religione”
99 F. Lassalle, Programma operaio [conferenza tenuta il 12 aprile 1862], in
F. Lassalle, Discours et pamphlets, Paris 1903, pp. 178-9.
54
numeroso, potente e prestigioso tra tutti i partiti socialisti europei;
modello di ogni possibile organizzazione socialista, domina la
Seconda Internazionale fin dalla costituzione nel 1889. A fianco del
grande partito, di massa e marxista, diretto da Kautsky per le vie
dell'ortodossia, il socialismo francese è erede di molteplici tradizioni giacobina, proudhoniana, blanquista, guesdista, ecc. – e solo nel 1905,
dietro le pressioni dell'Internazionale riesce a raccogliersi in un Partito
socialista unificato, «Sezione Francese dell'Internazionale Operaia»,
Né i socialisti francesi né i loro compagni tedeschi coltivano quello
sciovinismo esaltato come virtù suprema dei nazionalisti dei rispettivi
paesi. Dirigenti e militanti riprovano la guerra, condannano
l'antisemitismo, aspirano alla fratellanza fra i popoli. Ma il loro ideale
di fe1icità, giustizia e pace passa attraverso l'abolizione di un
'capitalismo' che si suppone generatore di guerra, attraverso il
rovesciamento di una classe borghese, attraverso l’instaurazione di un.
'socialismo grazie al quale non avranno più ragion d’essere i conflitti
interstatali. Cosi, nel quadro dello Stato-Nazione in cui si trova a
operare, ogni partito socialista europeo lavora a trasformarlo,
riformarlo, farne uno Stato socialista, cioè in fondo uno Stato ancor
più nazionale.
Quando i socialisti attaccano il nazionalismo non criticano né lo Stato
né il sentimento nazionali, ma proprio quel nazionalismo dottrinario
nato negli anni 1880 in quegli ambienti di destra e estrema destra che,
nell'immaginario socialista, coincidono con la 'borghesia' e il
'capitalismo'. Nel 1890 al Reichstag August Bebel rimproverava
all'esercito tedesco le divise sgargianti, troppo vistose in tempo di
guerra, e chiedeva per i soldati uniformi di colore neutro, insieme
meno visibili e più democratiche. Nel 1907 al congresso di Essen
esclama: nel militarismo combattiamo «lo spirito di casta in cui si
chiudono gli ufficiali, l'esercito considerato come strumento di
dominio per assicurare l'egemonia delle classi possidenti sui non
possidenti». Posizione simmetrica a quella sviluppata da Jaurès che
nell'Armée nouvelle (1910) al «militarismo di professione e
oligarchico» oppone la «Nazione in armi», le «milizie popolari», la
«leva di massa». Jaurès terne la guerra, fa di tutto per scongiurarla,
ripudia ogni idea revanscista, mantiene i rapporti più cordiali con i
socialdemocratici tedeschi, conta sull' 'arbitrato' per dirimere le
contese interstatali. Ma senza smettere di professare il più ardente
patriottismo, senza rimettere in discussione realtà, legittimità e forza
del sentimento nazionale. No, risponde a Marx, « il proletariato non é
55
esterno alla Patria ». Come potrebbe allora «costituire se stesso in
Nazione » se questa giå non esistesse e « il proletariato non
intrattenesse una relazione vitale con essa? ». No, la Patria « non si
fonda su categorie economiche... non é racchiusa nell'angusto quadro
di una proprietå di classe. Ha maggiore profondità organica e levatura
ideale. Con le radici attinge il fondo stesso della vita umana e, se si
può dir cosi, la fisiologia dell'uomo »
Se fosse minacciata, « saremmo i primi a accorrere alle frontiere per
difendere quella Francia il cui sangue scorre nelle nostre vene e il cui
fiero genio é la parte migliore di noi » 31 e « moltitudini in armi », i
soldati-cittadini di un « esercito veramente nazionale e popolare »
ritroverebbero lo slancio del 1792 e saprebbero respingere il nemico
con efficacia assai maggiore delle sofisticate strategie dei militari di
professione. Se Jaurès combatte nel 1913 la legge dej tre anni, in
realtå attacca il principio dell'esercito permanente per opporgli il suo
sistema di milizie, di un addestramento militare di tutti, ispirato al
modello svizzero e alla Rivoluzione Francese. Quando espone le
proprie opinioni militari, Jaurès fa continuo riferimento alla
Rivoluzione Francese: « l'armamento generale del popolo e l'idea
delle milizie sono scaturite dalla stessa movenza che ha dato vita al
suffragio universale e alla Repubblica! Per la Francia, là é l'origine
della Nazione in armi né si può disgiungerla da questa origine... Il
dramma del 10 agosto, con i suoi prologhi e i suoi epiloghi, trasforma
insieme, con sforzo immenso e congiunto, la istituzione sociale e
l'istituzione militare. La Patria in pericolo... dall'immenso pericolo
per la nazione nasce il diritto per tutti gli uomini a essere cittadini e a
essere soldati ... dopo la Rivoluzione, in Francia, in Spagna, in
Germania e in Italia democrazia e nazionalitå si confondono … Da
un secolo, la loro storia ha questo solo senso. Nazionalitå e
democrazia, sebbene riunite sotto un unico tetto, non si sono
sviluppate allo stesso ritmo. Nondimeno sono sempre state
inseparabili». Alla vigilia della Grande Guerra, e qualunque siano le
tradizioni storiche e le specificitå dottrinali, ognuno dei grandi partiti
socialisti dell'Europa occidentale riconosce appieno la legittimitå dello
Stato-Nazione. .
Alla svolta del secolo si fa strada a sinistra una tendenza
antimilitarista e antinazionalista di straordinaria violenza verbale:
Gustave Hervé nel 1901, in occasione di una cerimonia militare per
l'anniversario della battaglia di Wagram, lancia lo slogan: la bandiera
nel letame!: «Wagram giornata di onta e di lutto! Da dieci anni una
56
nazione che aveva proclamato i Diritti dell'Uomo e del Cittadino era
innamorata pazza di un bandito in uniforme... La sera, più di 20.000
uomini restavano sul terreno, sventrati, decapitati, ustionati o feriti,
20.000 giovani pieni di vita, che avevano padri, madri, sorelle, amici,
falciati in dodici ore per il capriccio di un soldataccio! ... La Terza
Repubblica fa esaltare da soldati questa vittoria napoleonica, questa
vittoria dell'uomo che ha strangolato la Prima Repubblica! ... ».100 Le
parole di Hervé, tenute in seno al partito di cui era membro,
traducevano in realtå uno stato d'animo esterno: allora nella C.G.T. si
faceva professione del più acceso antipatriottismo. Il movimento
sindacale del tempo, geloso della propria autonomia verso la politica e
soprattutto verso il partito socialista, coltivava una propria ideologia di
ascendenza anarchica: il «sindacalismo rivoluzionario», che aveva
come orizzonte mitico lo «sciopero generale» che doveva porre fine in
un sol colpo a disparitå sociali, capitalismo e guerra. Non
dimentichiamo che allora, in caso di sciopero o manifestazione,
l'esercito, e non la polizia, assicurava l'ordine. Quanto al servizio
militare obbligatorio, sappiamo che non venne maj adempiuto
entusiasticamente dai figli del popolo . La visione del mondo dei
militanti del «sindacalismo rivoluzionario» é come la smisurata
amplificazione del risentimento popolare contro l'istituzione militare e
lo Stato repubblicano. Negatori della societå e della vita politica reali,
denunciano lo Stato come una potenza malefica, la patria come una
menzogna, la guerra come un mezzo voluto deliberatamente per
domare, schiacciare e tormentare la classe operaia. Al congresso della
C.G.T. del 1908, Merrheim ricorda «la formula dell'Internazionale: i
lavoratori non hanno patria! Che in conseguenza ogni guerra é un
attentato contro la classe operaia e un mezzo sanguinoso e terribile di
diversione dalle sue rivendicazioni. Il congresso dichiara che, dal
punto di vista internazionale, bisogna istruire i lavoratori, affinché nel
100 . L'ostilità alla coscrizione, presente sotto l'Ancien Régime,
cresce quando la Rivoluzione ne generalizza il principio. In
ambiente contadino prestare il servizio di leva finisce col
divenire un «episodio normale e naturale della vita...
Un'esperienza tenuta per necessaria affinché un adolescente
divenisse finalmente un uomo... una specie di rito di passaggio»
che consacrava l'ingresso nell'età adulta (C. Harmel,
Syndicalisme et anti-militarisme, in «Les études sociales et
syndicales», gennaio-febbraio 1976, p. 10)
57
caso di una guerra tra le potenze, i lavoratori rispondano alla
dichiarazione di guerra con una proclamazione dello sciopero generale
rivoluzionario». Nell'agosto 1914 non ci sarà nessuno «sciopero
generale» internazionale. I partiti socialisti partecipano ai governi di
unitå nazionale del rispettivi paesi in guerra. Dall'oggi al domani,
l'internazionalismo evaporerà, come se non fosse mal esistito
Approfondimento: Cesare Battisti socialista interventista
Gli irredentisti trentini e giuliani volevano la guerra per motivi ideali,
tra cui alcuni socialisti come Cesare Battisti 101 che pubblica due
lettere aperte indirizzate ai socialisti italiani, la prima su
“l’Avanti!” diretto da Mussolini, la seconda sulla «Stampa» 102 in
cui replica al segretario del Gruppo Parlamentare socialista
Oddino Morgari 103 .
In risposta alla sua affermazione dell'indifferenza delle masse operaie
italiane d'Austria per l'irredentismo sottolinea lo stato d'oppressione in
cui l'Austria-Ungheria tiene le sue nazionalità, cosa che ne avrebbe
sicuramente determinato lo sfacelo a seguito della guerra, il
gravissimo malessere, materiale e morale del Trentino, e il fatto che
gli italiani d'Austria già versavano il loro sangue sui campi di battaglia
per una causa che detestavano, e scriveva: «Invano io ho cercato sino
ad ora sull'Avanti! " e negli altri periodici socialisti le ragioni
pratiche, tangibili della neutralità adatta a persuadere anche chi non
ha dimestichezza con Engels e con Marx. Vi ho trovate lunghe
disquisizioni filosofiche sulla collaborazione e sulla lotta di classe,
disquisizioni che mi hanno fatto l'effetto di un predicozzo sulle cause
della miseria a chi, avendo fame, chiede pane e lavoro».
101S. Biguzzi Cesare Battisti, 2008
102 “La Stampa” 27.9.1914 ora in C. Battisti: Scritti politici e sociali, 1966,
p. 470-476.
103 Secondo cui non aveva senso fare una guerra per Trento e Trieste dal
momento che tanti altri italiani (ticinesi, maltesi, savoiardi) vivevano tranquillamente sotto governo straniero e che, tra l'altro, l'acquisizione di quelle
terre non avrebbe compensato neppure in termini economici il costo di un
conflitto. Certo il problema irredentista esisteva, ma si poteva risolvere
attraverso la creazione di libere confederazioni tra popoli. Alla guerra, se
proprio la voleva, ci pensasse la borghesia, solo a lei spettava la difesa della
patria; che i socialisti di tutta Europa avessero scelto un'altra via poco
importava, quelli italiani dovevano mantenersi su di una posizione terza in
attesa degli arbitrati internazionali.
58
Per Battisti la questione non è se la guerra sia o meno utile ma se
sia o meno giusta: «E giusta? Voi avete ammesso esser giuste le
aspirazioni di Trento e Trieste. E non negherete che ciò che è
giusto è anche utile. Solo credete si possa arrivare alla
redenzione degli irredenti per altra via». Ma questo era risultato
impossibile: «Invano uomini d'alto senno, di provata rettitudine,
di cuore generoso come Adler, Daszinski, Nemec, hanno sperato
che l'internazionale proletaria avrebbe potuto creare un'Austria
moderna, equanime verso tutte le nazionalità. Il programma è
fallito». Quanto al paragone tra le diverse minoranze, era assurdo
come era assurdo porre Inghilterra, Svizzera e Francia sullo stesso
piano dell'Austria, Stato «esclusivamente feudale, militarista e
clericale [che] vive maltrattando e negando le nazioni». Battisti
ricorda quante volte, discutendo tra socialisti di varie nazionalità,
ci si fosse trovati d'accordo nel concludere: «L'Austria è una
malata incurabile che ci rovina, ci appesta; e noi non siamo
capaci né di guarirla né di ammazzarla … Ora si tratta di
ammazzarla. Voi vi rifiutate di cooperare a questa funzione. Non vi pare né
generoso né utile. È invece semplicemente necessario, perché v'è il pericolo
che, senza il concorso dell'Italia, si continuino a imporre, ai vari territori
non tedeschi dell'Austria, governi stranieri e si eterni la cancrena
dell'irredentismo; è necessario perché l'Austria finché vivrà, se non sarà
ridotta a minime proporzioni, non smetterà il suo programma di odio e di
aggressione verso l'Italia; perché infine, al di sopra della causa di Trento e
Trieste, la distruzione dell'Austria, come Stato plurinazionale, rappresenta
la soppressione di un covo d'infezione nel centro d'Europa.
Per Battisti questo obiettivo giustifica ampiamente l'intervento
dell'Italia, tuttavia sente di dover ribattere ad affermazioni come
«gli Italiani dell'Austria stanno economicamente bene» … «il
guadagno di quei paesi non compenserebbe il sacrificio»,
richiamando l'attenzione sulla politica di sfruttamento e incuria
nei confronti del Trentino, del Friuli e della Venezia Giulia ma
anche sulle enormi potenzialità economiche di terre che non erano
affatto «rocce sterili». Certo l'entrata in guerra avrebbe richiesto
un pesante tributo di sangue; Battisti non se lo nascondeva,
ricordando tra l'altro come per le vittime «nessuno più degli
irredenti, che sanno decimata la gioventù loro sui campi della
Polonia austriaca e della Serbia, [potesse essere] mosso da
sentimenti di pietà». Ma proprio la coscienza del tragico prezzo da
pagare motiva ancor più fortemente il monito circa i maggiori
59
sacrifici che si sarebbero dovuti affrontare in un non lontano
avvenire se la carta d'Europa non fosse risultata «logicamente
assestata». A Morgarí, «corso coi pensiero alla chiusa dell'immane
guerra, pregustando la. gioia dei frutti che darà al proletario
italiano, il suo contegno passivo» e consolato dall'idea che
l'antimilitarismo avrebbe tratto dal conflitto «ragione di successo»
aprendo la strada alla «pace perpetua», Battisti risponde: «Sí, ci
avvieremo alla vera pace. Sí, questa guerra distruggerà la guerra,
ma solo se i problemi nazionali, ancora incombenti sull'Europa,
saranno risolti. La storia non si salta». Distruggere ad ogni costo
«il nido del feudalismo austriaco» era in quel momento l'unica
strada verso un futuro di pace e democrazia. Su questo dato
Battisti esortava i compagni italiani a ragionare e ad agire di
conseguenza, anche nell'interesse delle classi sociali più deboli:
“Se fra i Partiti rivoluzionari d'Italia, sempre così generosamente pronti
a buttarsi allo sbaraglio, anche quando si tratta di salvare una sola
vittima da un atto di violenza; se fra i proletari d'Italia v'è chi non crede
necessario lo sfacelo dell'Austria, è perché l'Austria non conosce, né sa
dell'influenza deleteria che ha avuto su tutta l'Europa. Altrimenti, anche
ammettendo la tesi (fino a ieri veramente negata dai socialisti del Regno)
che la difesa della patria spetta solo e sempre alla borghesia, il
proletariato dovrebbe oggi volere la guerra per difendere innanzitutto
se stesso. Io credo che delle condizioni reali dei popoli d'Austria vorranno
meglio informarsi i compagni d'Italia, prima di dire che stanno con tutti
e nessuno e che l'Austria vale la Francia, prima di rispondere il loro no
alla guerra e di impegnarsi a impedire la liberazione di Trento e Trieste
e la vittoria della democrazia ... Un'azione dei socialisti che finisse in
sostegno dell'Austria, sonerebbe come triste disaccordo a quello che verso
le patrie irredente e verso tutti i popoli oppressi fu il contegno nobile e
generoso di tutti i precursori e gli alfieri del socialismo italiano”.
Chiude questa lettera firmandosi «con affetto vostro compagno».
60
Parte 4 Dal nazionalismo all’imperialismo
10. Nascita e sviluppo del nazionalismo
Per i patrioti repubblicani del 1848 le nazioni sono parti dell'
umanità: lottare per la patria significa lottare contro il dispotismo e la
dominazione straniera per la liberta di ciascun popolo, depositario di
uguale diritto alla libertà. 104 Ancora nella seconda metà del secolo
Ernest Renan105, ricollegandosi alla concezione illuministica che aveva
restaurato l'idea repubblicana di patria, la definisce un «plebiscito di
tutti i giorni», fondata su un principio spirituale, su una cultura fatta
delle memorie condivise dei sacrifici e delle sofferenze patiti da un
popolo, opposta alla dottrina della nazione basata sull'etnia, sul
linguaggio, sugli interessi, sull'affinità religiosa e sulla geografia.
Ma questa concezione va in direzione opposta alle tendenze
intellettuali dominanti nell'Europa di fine Ottocento che operano per
dissolvere i valori politici della patria nell'unitå spirituale della
nazione, parlano di legami di sangue, di tradizioni ancestrali
Separato dallä repubblica, l'ideale della nazione non attrae più
democratici e radicali, mentre l'ideale della patria, ormai confuso con
la nazione, perde il contenuto di libertà che era stato il suo carattere
distintivo. Nell'Europa monarchica il patriottismo degenera in
«nazionalismo», politica della forza, ragione di stato. Alla fine
dell'Ottocento il linguaggio del nazionalismo assorbe, trasformandone
i contenuti, la tradizione del patriottismo.
Ogni nazionalismo posa sul principio d'un primato nazionale e tende
all'esaltazione della nazione eletta. Più particolarmente, i nazionalismi
europei della fine dell'Ottocento e del primo decennio del Novecento
nascono come reazione alla democrazia imperante. .
Il nazionalismo nasce in Europa nell’ultimo quarto dell’Ottocento per
evoluzione del principio di nazionalità, esaltato come antecedente allo
Stato e trascendente gli individui, in un’ottica conservatrice e
autoritaria (tradizionalismo, antiliberalismo, antidemocrazia) e
solidaristica delle competizioni sociali (antisocialismo). Punto di
sbocco è la realizzazione di una potenza nazionale come frutto di
espansionismo, di imperialismo coloniale con la gara di acquisizione
104 M. Viroli Per amore della patria: patriottismo e
nazionalismo nella storia, 1995.
105 E. Renan 'Che cos'é una nazione?' 1882 (Tr. it., 2004)
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d'un impero coloniale apertasi in Europa dopo il Congresso di Berlino
(1878) o come influenza culturale-spirituale
Le dottrine e i movimenti politici nazionalisti sono più vivaci dove più
profondo è l'indirizzo democratico dello stato come nella Francia
della terza repubblica dove il “guasto democratico”toccava vivamente
la coscienza religiosa di vasti ceti rurali. Sorge, quindi, primo, in
ordine di tempo, un nazionalismo francese. In Francia patria e
repubblica dopo la Comune prendono strade diverse e, nonostante
l'ereditä della rivoluzione, il linguaggio della nazione assunse toni
nazionalistici e monarchici, la destra conquista il controllo del
linguaggio della patria e della nazione che diventa sinonimo di 'destra'.
Nel 1899 Barrès, Maurras e Daudet fondano su basi filosofiche
cattoliche (de Maistre e Bonald) e positiviste (Comte e Taine) l'Action
Francaise che ha essere patriota francese vuol dire combattere la
“République” perché lo spiritö repubblicano distrugge la forza della
nazione e favorisce la diffusione di idee estranee al cattolicesimo
francese. La lealtà del patriota non deve andare alla repubblica ma al
monarca che é il vero protettore della libertà, dell'onore e della
prosperità della nazione. Nazionalismo vuol dire impegno a
proteggere l'integrità culturale e religiosa della nazione contro «gli
stranieri interni», i sostenitori di idee e valori estranei all'identità
spirituale della Francia. Il nazionalismo deve operare come una nuova
forza religiosa perché solo la nazione può assicurare all'uomo
moderno il senso di radicamento e l'equilibrio spirituale di cui ha
bisogno. Oltre che sulla restaurazione monarchica il nazionalismo
francese è fondato sulla libertà, sulla pace, sul decentramento perché
la rivoluzione e Napoleone furono tirannici e fecero di tutta la vecchia
Francia un'immane rovina e costruirono a servizio dello stato
un'immensa macchina che lascia solo e indifeso l'individuo; perché la
rivoluzione e Napoleone, dopo quasi un secolo e mezzo di totale
tranquillità e di egemonia della Francia in Europa sotto il glorioso
regno dei Luigi, portarono alla guerra e all'invasione, e non una, ma
cinque volte, nel 1793, nel 1814, nel 1815, nel 1870, nel 1914
In Inghilterra la demarcazione fra patriottismo radicale e conservatore
si attenua sotto il liberale Palmerston che usa la retorica della missione
storica dell'Inghilterra, paladina della libertà e del diritto, in cui popolo
e governo sono uniti nella causa comune del sostegnö alle nazioni
oppresse. Disraeli vuol fare del Tory il partito nazionale trasformando
il patriottismo radicale diffuso nella classe operaia inglese in lealtà
alla corona sostenuta dall'orgoglio di essere sudditi di un potente
62
impero: “Gli operai sono inglesi fino al midollo. Essi rifiutano i
principi del cosmopolitismo e accolgono i valori nazionali. Vogliono
conservare la grandezza del regno e dell'impero, e sono fieri di essere
sudditi del nostro sovrano e membri di un simile impero”. Così i
conservatori conquistano alla fine dell’Ottocento il monopolio del
linguaggio del patriottismo e l'identificazione della nazione con il
conservatorismo diventa senso comune; la classe operaia in parte
subisce il richiamo del patriottismo conservatore, in parte resiste
cercando di mantenere vivo il linguaggio del patriottismo radicale
degli anni '30 e '40, o si proclama ostile al patriottismo come tale in
nome dell'internazionalismo socialista.
In Gran Bretagna Jaseph Chamberlain, che nel 1877 aveva fondato la
National Liberal Federation di indirizzo radicale con aderenze nel
ceto operaio, prende una deriva imperialista e progetta una
“Federazione imperiale” per armonizzare politica ed economia di tutti
i componenti dell'Impero britannico ritenendo che la «razza
britannica» fosse la migliore del mondo e che la crescita della potenza
di Londra fosse nell'interesse dell'umanità, soprattutto dei popoli di
colore. Sempre in Gran Bretagna nel 1877, in occasione della guerra
russo-turca, una forte corrente d'opinione si schierò per l'intervento a
fianco della Turchia dando vita al gingoismo, 106 movimento
sciovinistico colonialista di massa, dai connotati spiccatamente
populistici. La guerra boera contribuì poi all’improvvisa esplosione di
paura e odio nazionalistico e il gingoismo si estese anche al resto degli
stati impegnati nelle politiche espansive e si affermò a livello di massa
dilagando in Francia, Inghilterra e Germania anche nei partiti socialisti
le cui correnti revisioniste consideravano che la classe operaia aveva
tutto da guadagnare dalle conquiste coloniali
In Germania, dove il patriottismo repubblicano non fu mai una
tradizione importante, patriottismo divenne sinonimo di lealtà alla
monarchia e impegno a proteggere l'unicitå spirituale della Germania.
Per Bismarck il patriottismo tedesco ha bisogno del principe, perché
solo il principe puö essere il fondamento di una larga unitå che
trascende le lealtå locali. I tedeschi, per ragioni storiche e culturali,
sono un popolo disomogeneo. Hanno bisogno di un monarca e di una
dinastia che dia ad essi forza e unitå°. Una volta conquistata l'unitå
politica si deve e si puö porre mano alla costruzione dell'unitå
culturale, lo Staatsnation (stato nazionale) deve trovare il suo
106 John A. Hobson Il gingoismo , 1890 [trad. it. 1980].
63
completamento nella Kulturnation (la nazione spirituale). I politici,
assistiti da artisti, scrittori e intellettuali, devono lavorare per edificare
una nazione tedesca spiritualmente radicata e culturalmente integra. I
pilastri ideologici del patriottismo tedesco della seconda metå
dell'Ottocento sono i concetti di Kultur e di Voik. Il primo esprime la
credenza nell'unicitå dello spirito tedesco, il secondo l'identificazione
quasi mistica o magica con lo spirito originario del popolo tedesco e
definisce il confine etnico e culturale fra tedeschi e non-tedeschi. Il
«popolo» celebrato dall'ideologia völkisch é infatti un'unitä
incontaminata, un ideale di purezza da contemplare e sognare con
nostalgia e risentimento per le forze del mondo moderno che cercano
cli corrompere.
In Italia107 l’iniziale irredentismo si accompagna a un “imperialismo
proletario” giustificato dalla questione meridionale e dall’emigrazione
per cui le colonie rappresenterebbero una via di salvezza e rivincita. Il
movimento nazionalista italiano si trova davanti alla sconfitta
coloniale ad Adua, con l'abbandono della politica crispina e
all'emigrazione che disperde per il mondo ad arricchire altri popoli il
sangue italiano. Il nazionalismo italiano ha domandato, dalle sue
origini l'autorità dello stato, per impedire la disgregazione, e la guerra
per riassumere i fini storici del Risorgimento e per iniziare la nuova
fase della potenza e del prestigio italiano nel mondo.
Corradini in antitesi con la visione democratica positivistica, allora in
voga, fonda il giornale Il Regno nel 1903 con questo programma: "Io
e gli amici miei abbiamo un solo scopo: di essere una voce tra tutti
coloro i quali si dolgono e si sdegnano per la viltà della presente ora
nazionale.... E prima di tutto contro quella dell'ignobile socialismo....
E una voce altresì per vituperare quelli che mostrano di fare di tutto
per essere vinti. Per vituperare la borghesia italiana che regge e
governa". Il giornale si propone: a) di richiamare gl'Italiani al
sentimento e alla conoscenza del genio di Roma e dell'Impero; b) di
liberare la cultura universitaria dalla vuota imitazione straniera; c) di
rinvigorire il senso e l'autorità dello stato opponendosi all'azione
disgregatrice dei partiti, come delle classi, e al ribellismo cronico
dell'individualismo tutto italiano; d) di risollevare il prestigio della
monarchia e di considerare la Chiesa cattolica non con gli occhi della
107 E. Gentile, La Grande Italia. Ascesa e declino del pnito
della nazione nel ventesimo secolo, 1997; R. Romeo, voce
"Nazione" in ”Enciclopedia Italiana del Novecento”, 1979, vol.
4, pp. 525-538
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setta avversa, ma come l'istituto secolare e glorioso della vita religiosa
nazionale e insieme universale; e) di rafforzare l'organismo militare
dello stato; f) d'indirizzare subito tutte le energie alla conquista
coloniale in Africa, per farne il campo di un'emigrazione italiana non
servile; g) di combattere nel parlamentarismo e nella democrazia
massonica la corruzione e l'estremo decadere degl'istituti e delle forze
politiche ereditate dal Risorgimento; h) di combattere nel socialismo
la perversione di tutto un popolo fatto nemico della patria ed estraneo
e avverso allo stato; i) di combattere nella democrazia parlamentare e
massonica, come nel socialismo, due internazionalismi: l'uno borghese
e l'altro proletario, ma ambedue nemici della nazione; l) di considerare
la politica estera (non la politica interna dei gruppi e del parlamento
così cara all'esperienza giolittiana) come il compito primo e maggiore
dello stato; m) di propugnare la solidarietà di tutte le classi per il
raggiungimento d'un maggior benessere collettivo nella gara
economica e politica tra le nazioni: un programma di rafforzamento e
di esaltazione della nazione italiana, con due fini immediati:
l'irredentismo e l'espansione coloniale. In tal modo, l'Associazione
nazionalista ha parte notevole nella formazione dello stato d'animo
popolare che impose l'occupazione della Libia.
Dopo alcuni anni come tendenza e movimento, nel 1910 sbocca
nell'Associazione nazionalista italiana che nel 1912 al congresso di
Roma proclama l'antitesi fra il principio nazionale e quello
democratico, e, mentre sembra che la democrazia trionfi dovunque nei
“blocchi popolari” afferma antinazionale l'universalismo democratico,
pacifista, internazionalista, egualitario, e, per necessaria conseguenza,
dichiara l'incompatibilità tra nazionalismo e massoneria. Tale
professione di fede allontana dall'Associazione nazionalista non pochi
democratici e massoni, ma fa più omogenea e compatta l'associazione
stessa Della massoneria il nazionalismo rigetta non solo le forme
sorpassate e il segreto e la gerarchia occulta, ma lo stesso spirito
informatore democratico internazionalista e pacifista, cioè ciecamente
e bassamente individualistico.
Contemporaneamente si afferma sempre più la campagna irredentista,
sviluppando l'idea che l'irredentismo non è solo un movimento di
sentimentale amore verso fratelli separati, ma un dovere nazionale per
compiere l'unità della patria e darle le frontiere nazionali come
presupposto e condizione indispensabili al suo futuro sviluppo
imperiale: teoria che dopo la vittoria fece del nazionalismo il più
tenace assertore del programma massimo alpino e adriatico. Alle
65
elezioni politiche del 1913 il nazionalismo italiano ebbe in Luigi
Federzoni e nel veneziano Piero Foscari i primi suoi rappresentanti
alla camera. Intanto, nel congresso di Milano (maggio 1914) si
conclude per la differenziazione tra nazionalismo e liberalismo,
proclamandosi l'incompatibilità dell'appartenenza all'associazione da
parte di quelli che erano iscritti a un altro partito politico. Il
liberalismo è respinto non solo come dottrina politica ma anche come
dottrina economica, cioè come liberismo cui segue l’esodo dei
nazionali-liberali che ebbero nell'Azione. Nel 1922 si fonde col Partito
nazionale fascista.
Approfondimento: Xenofobia “proletaria”: Aigues Mortes
Ad Aigues-Mortes in Camargue (Provenza) il 17 agosto 1893 i
lavoratori stagionali italiani impiegati nelle saline sono vittime di un
linciaggio che provoca 8 morti, 14 dispersi e 99 feriti: fu «l’esempio
più truce di xenofobia operaia in qualsiasi storia dell’immigrazione
… una eruzione d’odio verso gli italiani che ci rubano il lavoro».
Allora la Francia accoglieva il maggiore flusso di migranti europei
soprattutto dall’Italia; ogni anno, tra agosto e settembre, per la raccolta
del sale ad Aigues-Mortes affluivano migliaia di lavoratori richiamati
dalla speranza di trovare un lavoro stagionale. I documenti delle
prefetture descrivono un clima d’allarme e i problemi suscitati
dall’afflusso in massa di questa manodopera migrante, eccedente la
forza-lavoro richiesta ma utile serbatoio di riserva e strumento di
pressione per abbassare il costo del lavoro. Potevano affluire fino a
2000 stagionali a fronte dei 1200-1300 utilizzati, aumentando del 50%
la popolazione del posto con inevitabili difficoltà d’accoglienza e
sicurezza. Uomini soli e giovani, la cui presenza “selvaggia” suscitava
problemi sanitari per l’assenza di acque sorgive e il deflusso delle
acque fognarie. Diffusa era poi la propagazione della malaria.
In quelle settimane tre gruppi sociali venivano messi di fronte ad una
condizione di concorrenza tra loro: i locali, gli stagionali francesi
originari delle vicine Cevennes, a cui nel tempo si aggiunsero gli
italiani, perlopiù Piemontesi, ed infine i “trimards” (lavoratori nomadi
francesi), destabilizzati dalla crisi economica e in condizioni di
marginalità. Questi ultimi ebbero un ruolo centrale nelle violenze, tra i
processati, infatti, 18 su 37 erano senza fissa dimora e tra questi 11 su
17 furono accusati dei reati più gravi. La presenza di stagionali italiani
era cresciuta col tempo. Provenienti da un’economia più povera erano
disposti a compensi inferiori e ritmi di lavoro più intensi. Nell’agosto
66
del 1893 erano stati assunti 621 italiani contro 700-800 francesi, meno
dei 900 degli anni precedenti. La raccolta era organizzata per gruppi
geografici separati, ma la necessità d’integrare l’effettivo con
stagionali “occasionali” portò alla formazione di alcune squadre miste.
Fu proprio in uno di questi gruppi che scoppiò la prima rissa. Motivi
di rivalità diedero fuoco ad un malcontento sordo che covava da
tempo «contro i forestieri che rubavano il lavoro accettando qualsiasi
condizione». Le cause del massacro avevano ragioni ben chiare,
condizioni di lavoro massacranti (tra cui pesava la scarsità di acqua
potabile corrente in mezzo ad un mare di sale) e la messa in
competizione tra forza-lavoro locale e straniera. Solo l’anno
successivo al massacro le autorità realizzarono un servizio di
derivazione dell’acqua corrente e poco dopo la Compagnie des salins
du Midi meccanizzò la raccolta del sale. Nel frattempo la macchina
amministrativa inventò la carta d’identità per stranieri, che consentiva
di regolare la tutela del lavoro nazionale. Soluzioni tecniche messe in
atto dai dominatori per risolvere i problemi che loro stessi avevano
creato. Quella carneficina viene oggi ricordata come un esempio tipico
di razzismo, nonostante all’epoca l’episodio venne interpretato con
categorie ben diverse. Il razzismo sul piano lessicale ancora non
esisteva. La parola entrò nel vocabolario francese solo nel 1902, il
termine xenofobia nel 1903. Lo scontro vedeva contrapposti i
sostenitori del nazionalismo, che chiedevano l’espulsione pura e
semplice degli stranieri, e i fautori del liberalismo che invece
chiedevano di punire solo coloro che mostravano un’inclinazione
verso il male. La difesa della manodopera nazionale agitava anche le
correnti socialiste: decisivo fu il ruolo del fattore nazionale nella
legittimazione del massacro. Paradossalmente quell’eccidio mise in
mostra quanto fosse avanzato il processo di nazionalizzazione delle
masse. Solo più tardi con l’affaire Dreyfus e l’uccisione del presidente
Sadi Carnot da parte di Sante Caserio, l’anarchico italiano che vendicò
l’esecuzione di Ravachol, fattore nazionale e questione operaia si
separano nella percezione pubblica.
11. L’analisi dell’imperialismo di Bauer
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L’analisi dell’imperialismo di Otto Bauer è indipendente da quella di
Hobson108 e precede le altre interpretazioni di scuola marxista 109 per
cui merita di essere approfondita anche perchè meno nota
Nella fase imperialistica della politica d'espansione capitalistica la
borghesia non riconosce più come proprio ideale il principio di
nazionalità. In questa mutata situazione la classe lavoratrice fa proprio
il principio di nazionalità abbandonato dalla borghesia, che ormai si
riconosce nello Stato plurinazionale, inteso nel senso che una nazione
domini e sfrutti le altre, accogliendolo però in termini alternativi al
principio di autonomia nazionale, poiché la creazione dello Stato ad
ampio territorio economico é dettata da ragioni oggettive.
Gradualmente, anche il principio di nazionalità non può che condurre
alla formazione d'uno Stato plurinazionale in cui sia fatta salva
l'esigenza della libertà e dell'unitå della nazione. Se «la borghesia ha
tradito il suo vecchio ideale di Stato nazionale» ed ora
«l'imperialistico Stato plurinazionale é il fine dej suoi sforzi», l'idea
della libertå e dell'unitå della nazione, nel rispetto di tutte le nazioni,
«rinasce al polo opposto della società», ad opera della classe
lavoratrice che iscrive sulle sue bandiere le grandi rivendicazioni di
«libertà, unitå ed autodeterminazione dej popoli», tanto che «tradito
dalla borghesia, il principio di nazionalità, nell'epoca del capitalismo
maturo, nell'epoca dej cartelli, dej trust, delle grandi banche, diventa
possesso sicuro della classe lavoratrice»
Attraverso la lotta di classe il proletariato, che si trova contrapposta
una borghesia che ormai disprezza il principio di nazionalità ed i
valori ad esso correlati, diventa il portatore delle ragioni ideali della
nazione, anche se in numerose situazioni la lotta nazionale ha luogo
ancora, in pieno Novecento, in termini ottocenteschi. Bauer in questo
caso mostra piena comprensione per chi é impegnato nella battaglia
nazionale, quando l'avversario é costituito dall'imperialismo in via
d'espansione. La lotta contro la tendenza del nuovo imperialismo, se é
efficace solo quando viene condotta sul fondamento della solidarietà
internazionale, si può esprimere anche facendo capo al principio di
nazionalità, come era stato inteso nel corso dell'Ottocento, può in una
108 A. Hobson, Imperialism, 1902
109 R. Hilferding, Il capitale finanziario, 1910; R. Luxembourg
Accumulazio-ne del capitale, 1913; V. Lenin, L’imperialismo,
fase suprema del capitali-smo, 1916; N. Bucharin,
L'imperialismo e l'accumulazione del capitale, 1925
68
prima fase assumere forma di difesa d'una nazione singola. Mentre nel
1907 Bauer pensa soprattutto all'imperialismo inglese, pur senza
trascurare quello tedesco, quest'ultimo che si fa avvertire nel periodo
bellico nej suoi aspetti più paurosi, coinvolgendo in pieno la
monarchia danubiana. Si precisa il giudizio, giå piuttosto interessante,
su Masaryk: rispetto al bagaglio di pregiudizi della tradizione ceca, sia
nel riscatto dallo «storicismo romantico del diritto di Stato» sia nella
dichiarata avversione alla «credenza ingenua nella comunitå spirituale
panslavistica», viene riconosciuta l'originalità del pensiero di
Masaryk, che alla restaurazione dell'antica corona contrappone la
repubblica democratica, alla fede nello zarismo russo la speranza nella
democrazia dell'Occidente
Individuato il carattere peculiare del nuovo nazionalismo
imperialistico, Bauer coglie anche quel che nel nuovo clima
sopravvive del principio di nazionalità e deve venir riconosciuto per
tale, quand'anche venga adoperato quale strumento di propaganda.
Bauer distingue «il principio di nazionalità [che pone] le nazioni
libere l'una accanto all'altra [e] l'imperialismo nazionale [che] le
pone prive di libertà sotto un knut comune» e la conflagrazione
mondiale sembra avere il solo compito di decidere «se questo knut
debba essere inglese, tedesco o russo», per Bauer tra la propaganda
dell'Intesa e le aspirazioni dej popoli slavi si stabilisce un contatto
effettivo: «contro le potenze centrali combatteva la propaganda
dell'Intesa, che in nome della democrazia, in nome del diritto di
autodeterminazione dej popoli, in nome del principio rivoluzionario
di nazionalità contestava alla monarchia absburgica il diritto
all'esistenza. Contro la monarchia absburgica combatteva la
ribellione dej suoi popoli slavi che ravvisavano una schiavitù
insopportabile, un tormento dell'anima insopportabile nel dover
combattere per una causa loro estranea, loro
ostile»110
La monarchia asburgica, strettamente connessa all'impero germanico
anche se non ne pratica la stessa politica imperialista, non riesce a
cancellare il proprio carattere di Stato di classe, in cui la corte, la
burocrazia, l'esercito e la borghesia assoggettano la classe lavoratrice e
le diverse nazionalità. Giacché queste ultime si richiamano al
principio di naziona1ità incontestabilmente rivoluzionario, allorché si
appoggia alla democrazia ed al diritto di autodeterminazione dej
110 O. Bauer Die österreichische Revolution, 1923 e 1965, p. 53-54.
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popoli - compito di chi crede nella solidarietà internazionale trovare
un collegamento stabile coi movimenti di riscatto nazionale.
Per quanto non venga maj abbandonato il criterio delle autonomie
nazionali in senso personale nell'ambito degli Stati plurinazionali, nel
clima del 1918 viene riconosciuto il diritto all'autodeterminazione di
coloro che si riconoscono nel principio cli nazionalitå e ritengono
ancora necessaria ed attuale la costituzione dello Stato nazionale
La cornice soprannazionale in cui le diverse nazioni si incontrano e
cooperano non va confuso con lo Stato plurinazionale voluto dagli
imperialisti in cui una nazione assoggetta le altre, anche se comune è
l'esigenza che muove entrambe, quella di operare su un ampio
territorio economico, di realizzare le trasformazioni rese necessarie
dalle mutate forme di produzione, di adeguarsi alle necessità
produttive.
Destinata ad essere superata nella più ampia analisi di Hilferding,
l'analisi dell'imperialismo che Bauer abbozza, prende le mosse da uno
studio del primo sui dazi protettivi, al fine di mostrare le differenze tra
il vecchio liberoscambismo contrario ai limiti doganali perché
cosmopolitico e desideroso d'unire il mondo intero in un solo territorio
economico, ed il moderno imperialismo, desideroso di cingere il
proprio territorio economico con barriere doganali al fine di assicurare
sbocchi e mercati ai propri capitalisti e di escluderne quelli degli altri
paesi. Le cönseguenze di questo mutato atteggiamento non si
riflettono solo nell'abbandono del principio di nazionalità, che é stato
la base del liberalismo cosmopolitico e delle lotte per l'indipendenza
in Grecia, in Sud America, in Italia ed in Ungheria e nella sostituzione
dell'ideale dello Stato nazionale con quello dello Stato plurinazionale
in cui signoreggia e fa da sfruttatore il popolo del territorio dominante,
mentre gli altri sono assoggettati: esse finiscono per essere rilevanti
anche ai fini della lotta di classe, per le contrapposizioni che ne
derivano tra le diverse nazioni ed al loro interno.
La tesi degli economisti borghesi, che la politica di espansione
capitalistica é utile agli interessi sia della classe lavoratrice che della
classe capitalistica è considerata incompleta da Bauer: non bisogna
pensare solo all'aumento dej prezzi, dei profitti e dei salari ma anchealle modificazioni nella sfera produttiva, che derivano dalla politica
economica imperialistica, quali la distribuzione del capitale produttivo
sui singoli rami della produzione e la ripartizione del valore prodotto
tra le diverse classi della società. Non è escluso che un beneficio
immediato possa derivare ai lavoratori dalla politica economica
70
imperialistica, ma le trasformazioni che questa produce non possono
che peggiorare le loro condizioni. L'opera di Bauer è volta a cogliere
la genesi del nuovo imperialismo nella corruzione del principio di
nazionalità e nel suo discostarsi dalla propria origine liberale
cosmopolitica. Proprio un certo tipo di politica economica
espansionistica impone di spostare la propria attenzione su Inghilterra
e Germania. Anzi, le vittime principali délla politica protezionistica
sono proprio i libero-scambisti inglesi, che devono cedere non solo
alle pressioni del protezionismo tedesco ed americano, ma anche alle
teorizzazioni interne che, sollevandosi sopra l’«imperialismo mistico»
dipinto da Kipling celebrano le opere ed i discorsi di Cecil Rhodes,
per culminare nel razzismo di Josef Chamberlain.
12 Dopo la guerra
La Grande Guerra rappresenta uno spartiacque con la rottura del
movimento socialista che, fino ad allora unitario dopo l’espulsione
degli anarchici e la delimitazione a destra con il radicalismo borghese,
segue le linee di demarcazione patriottiche con la presenza di
minoranze antibelliciste in ogni partito.
Alla fine del conflitto le divisioni nazionali tra i partiti della seconda
internazionale si ricompongono ma la nascita della terza Intenzionale
segna una rottura interna alla classe operaia. Il modo in cui socialisti e
comunisti si pongono rispetto alla nazione evidenzia, accanto alle
comuni radici ideologiche, anche le forti discontinuità e la comparsa
di un fattore nuovo: una “nazione socialista” in cui una parte del
movimento operaio si riconosce eleggendola come “casa madre” e che
- almeno fino al patto Hitler-Stalin del 1939 - viene considerata
“diversa” dagli stati capitalisti anche dall’opinione pubblica
socialdemocratica.
Fino al 1933 le posizioni sulla guerra e i concetti di pacifismo,
bellicismo e disfattismo rivoluzionario sono influenzate dai dibattiti e
dalle esperienze della Grande Guerra e della Rivoluzione d’Ottobre.
Ma dopo l’avvento al potere del nazismo in Germania, una grande
potenza economica e quindi virtualmente militare, la situazione è
chiaramente diversa, spostando lo spartiacque destra/sinistra e
pacifismo/bellicismo all’interno degli stessi partiti che riesaminano le
precedenti posizioni. I pacifisti non si pongono neppure la questione
di partecipare ad una nuova ecatombe analoga a quella della prima
guerra mondiale; il dovere dei militati è quello di opporvisi con ogni
mezzo e a qualunque costo; la guerra, male supremo, deve essere
71
combattuta anche attraverso accordi con forze politiche borghesi e
addirittura, secondo pacifisti integrali come Paul Faure della SFIO, al
prezzo di concessioni ai governi fascisti. Agli occhi dei “bellicisti”
non si potevano ripetere le vecchie analisi dal momento che entravano
in ballo due elementi nuovi: l’esistenza dell’URSS e l’avanzata del
fascismo. Di fronte ai rapidi progressi del fascismo le organizzazioni
operaie non dovevano avere paura di partecipare a guerre antifasciste
in alleanza con le forze politiche borghesi.
La sottomissione dei partiti comunisti agli interessi sovietici porta nel
corso della Seconda guerra mondiale alla negazione dell'”interesse
nazionale” ma dopo la guerra i regimi comunisti al potere fanno
del nazionalismo uno degli assi portanti delle proprie politiche
«identitarie»: Ceaucescu pensa alla Romania contemporanea come
ad una «nazione» erede di un lungo percorso storico che dal periodo
dacio-romano porta alla costruzione di uno stato su basi «etniche» e
promuove una intensissima campagna ideologica nazionalista,
riprendendo persino temi propri del tradizionalismo rumeno di
estrema destra111 Infine si dispiega un “imperialismo” sovietico
dall’Afganistan al Corno d’Africa e sorgono conflitti e guerre in
“campo socialista”: URSS-Cina, Vietnam-Cambogia.
111 Lucian Boia, La Roumanie. Un pays à la frontière de
l’Europe, Parigi 2003, p. 35 sg.
72
Approfondimento: la vittoria nazista nel referendum della
Saar112
Le prime affermazioni del principio di autodeterminazione dei popoli
avvengono nel contesto delle rivoluzioni francese e americana (La
“Déclaration du droit des gens” dell’Abbé Grégoire (1775), il
preambolo della Dichiarazione di indipendenza americana del 1776) e
hanno una rara applicazione pratica nel 1860 quando sono indetti i
plebisciti per l’annessione al Regno di Sardegna dei ducati di Parma e
Modena, della Romagna (Legazioni) del Granducato di Toscana
contestualmente a quelli in Savoia e Nizza per l’Impero francese.
Il principio è enunciato nel 1917 dal presidente USA Wilson nel
programma dei “14 punti” e in occasione della conferenza della pace
di Versailles doveva fungere da linea guida per tracciare i nuovi
confini, ma in realtà fu applicato in modo discontinuo e arbitrario. In
particolare quasi tutta la Posnania e la Prussia occidentale, Memel e
l’Alsazia-Lorena furono staccati dalla Germania senza interpellare le
popolazioni, i Sudeti passarono alla Cecoslovacchia insieme alla
maggioranza ungherese del sud della Slovacchia. Il sud Tirolo passò
112 Bibliografia: R. Mosca Il plebiscito nel bacino della Saar in “Rassegna
politica internazionale” dicembre 1934; La Sarre ? [La Tragédie de la Sarre,
enquête de Gabriel Perreux], 1934; U. Corrado La Corte suprema per il
plebiscito della Saar e la sua figura giuridica internazionale in “Il regime
fascista”, 9, gennaio 1935; L. Pietromarchi La Saar in “Civiltà Fascista”,
aprile 1935; M. Buggelli Nella Saar contesa, 1935; Oskar Fischer Why the
Saar Was Lost in “New International” marzo 1935; F. Wiedemann La Sarre
et le plébiscite de 1935, 1935; B. Galli La mia missione per la Saar:
relazione alle LL. EE. i Ministri degli Esteri e della Giustizia d'Italia, 1937;
S. Wambaugh The Saar plebiscite: with a collection of official documents,
1940; La Sarre, première victime de la conspiration Hitler, Mussolini, Laval
1945; R. Schock Haltet die Saar, Genossen ! : antifaschistische schriftsteller
im Abstimmungskampf 1935, 1984; M. Gestier Die christlichen Parteien an
der Saar und ihr Verhältnis zum deutschen Nationalstaat in den
Abstimmungskämpfen 1935 und 1955, 1991; E. Wagner Marpingen und der
Kreis St. Wendel unter dem akenkreuz: ein alternatives Heimatbuch , 2008
73
all'Italia pur essendo a maggioranza germanofona come la parte
interna dell'Istria in cui vi era una maggioranza slava
Uno dei pochi referendum indetti per far decidere alla popolazione a
quale nazione preferiva appartenere si svolse nel territorio della Saar,
piccola regione di ottocentomila abitanti ma ricca di miniere di
carbone, contesa per secoli tra Francia e Germania. Fino al 1815 aveva
fatto parte della Francia ed era stata ceduta alla Prussia dopo la caduta
di Napoleone Alla fine della prima guerra mondiale la Francia ne
aveva preteso la restituzione, nonostante la popolazione quasi
interamente tedesca. Inghilterra e Stati Uniti si erano opposti e dopo
trattative si era giunti al compromesso, incluso nel tratti di Versailles
secondo cui l'amministrazione del territorio veniva affidata per quindici
anni a una commissione nominata dalla Società delle nazioni, al cui
termine si sarebbe deciso lo stato giuridico del territorio con un
plebiscito. Nel 1933 un considerevole numero di avversari del
nazionalsocialismo fuggendo si stabilirono nella Saar agitandosi
perché restasse sotto il controllo anglo-francese e l'egida del mandato
della Società delle Nazioni. Il referendum si tenne il 13 gennaio 1935:
con una partecipazione del 98%, il risultato attestò una schiacciante
maggioranza (90,73%) favorevole al ritorno nel Reich, mentre solo
l'8,86% dei votanti si dichiarò sfavorevole. Una terza opzione,
riguardante l'eventualità di annettersi alla Francia ricevette lo 0,41%
delle preferenze.
A parte brogli che probabilmente ci furono ma che non potevano
modificare in modo così massiccio i risultati, in una popolazione
composta in buona parte da operai minatori prevalse il principio
etnico/nazionale sull’appartenenza di classe e di schieramento
politico, e questo nonostante fosse noto che gli oppositori nel Reich
nazista, politici, sindacalisti e semplici militanti, erano imprigionati
nei campi di concentramento.
Partiamo da un “testimone oculare” 113: “Il controllo delle elezioni era
affidato a una commissione composta di tre persone uno svedese, un
olandese e uno svizzero, e a un contingente militare internazionale
di inglesi, italiani, svedesi e olandesi. Per noi comunisti era quella
113 Alessandro Vaia Da galeotto a generale, 1977, p. 70
74
un'occasione eccezionale per riuscire a entrare rn contatto con dei
soldati italiani, fuori dell'Italia, e a me toccò il compito di
organizzare la propaganda antifascista tra le truppe che sarebbero
state inviate nella Saar. … Presi contatto con il partito comunista
della Saar, che mi parve avere un'organizzazione puntuale come un
orologio, e fui informato dai compagni sulla situazione politica, a
parer loro molto buona. Lo schieramento di forze che sotto il nome
di Fronte unitario si opponeva all'annessione alla Germania, era
molto vasto e comprendeva, oltre ai comunisti e ai. socialisti, altre
forze laiche e cattoliche. Il Fronte unitario si proclamava per lo
status quo. Non avevo alcun dubbio che i lavoratori della Saar, in
altissima percentuale minatori e operai dell'industria, avrebbero
rifiutato l'annessione alla Germania di Hitler. Tremenda era
l'esperienza vissuta da quel paese in quasi due anni di terrore
nazista. Era convinzione diffusa che i sostenitori dello statu quo non
solo avrebbero vinto, ma avrebbero. ottenute una maggioranza
strepitosa, in ogni caso non inferiore al 70 per cento. …. Il lunedì
notte fu comunicato per radio l'esito delle elezioni Votanti 526.942
su 539.542 elettori. Favorevoli all'annessione alla Germania
476.089 e 46.613 per lo statu quo. Cifre agghiaccianti! Oltre il 90
per cento: dei votanti si era pronunciato a favore dell'annessione
alla Germania! Se si pensa alla forza rilevante dei socialisti e ai
voti dei comunisti, che nelle precedenti elezioni superavano da soli
il 10 per cento, c'era da rimanere veramente sbalorditi. Anche una
parte dei voti comunisti avevano favorito l'annessione della Saar
alla Germania hitleriana. …. Quale spiegazione doveva essere data
a questo voto? Si poteva credere che la popolazione fosse diventata
improvvisamente filonazista? Evidentemente no. Da parte nostra si
era sottovalutata la forza dell'organizzazione nazista e i suoi mezzi
aperti e subdoli di intimidazione degli elettori. I nazisti possedevano
una perfetta organizzazione di capi caseggiato (Blockwarte) che
controllava tutte le persone, casa per casa Non si limitavano alla
propaganda ma intimidivano la gente prospettando la vittoria sicura
del Fronte tedesco e le conseguenze che sarebbero derivate a chi
avesse votato contro. Avevano portato votanti da ogni parte del
mondo, perfino dall'America, e più di 50.000 erano venuti dalla sola
Germania con documenti spesso falsificati che prova vano, il loro
diritto di essere elettori. Avevano posto ghirlande di, abete a tutte le
finestre come loro segno distintivo, e nel giorno delle elezioni aveva
no istituito un servizio di accompagnamento di tutte le persone
75
anziane e inferme talmente preciso che neppure i democristiani e i
comitati civici riuscirono a eguagliarlo nelle elezioni italiane del
1948. Questo e altro ancora avevano fatto i nazisti, ma tutto ciò non
bastava a spiegare la loro schiacciante vittoria. Bisognava
riconoscere che nel plebiscito della Saar si era manifestata in modo
clamoroso, e inatteso per i partiti di sinistra, la forza del sentimento
nazionale che si era imposto al di sopra di ogni altra
considerazione. Prima di' tutto la patria tedesca! Quale terribile
lezione per chi credeva i che l'aspirazione a un regime di
democrazia, di libertà e di rispetto dei diritti umani avrebbe
prevalso tra i lavoratori della Saar e in particolare nel proletariato,
così numeroso e concentrato in questo territorio! I risultati del
plebiscito imposero una riflessione critica a tutti i partiti comunisti,
legali e clandestini, in Europa e nel resto del mondo. Io avevo
seguito giorno per giorno le vicende della campagna elettorale e dai
segni esteriori, comizi, dichiarazioni di esponenti politici,
impressioni dei compagni di base, non mi era venuto il minimo
dubbio sulla vittoria del Fronte unitario Perfino i giornali fascisti
italiani, durante gli ultimi giorni della competizione, prevedevano
un equilibrio tra le due forze. Come mai nessuno si era accorto che
la situazione era molto diversa, che la popolazione era orientata in
modo opposto a quanto si credeva? Evidentemente il legame con la
popolazione non aveva funzionato. Dall'esperiènza della Saar era
uscita in modo esplosivo la necessità di rivedere a fondo tutto il
problema nazionale in termini che dovevano andare oltre le
posizioni che il partito bolscevico era stato costretto a prendere nel
1917. Già Lenin nel 1919, riferendosi alla pace di Brest-Litovsk,
aveva osservato «da noi una difficoltà della situazione consistette
nel fatto che dovemmo dar vita al potere dei soviet contro il
patriottismo». Il sentimento nazionale si era manifestato in modo
esasperato tra i tedeschi, ma non si trattava di una loro esclusiva
particolarità. … Il proletariato non poteva più dire, come ai tempi
del Manifesto dei comunisti, che non aveva patria, anche dove non
aveva ancora conquistato il potere.
Un esperto di propaganda politica così ricorda 114: “Il capo dei
socialdemocratici in esilio, Max Braun, venne a Parigi, si parlò di un
progetto di campagna plebiscitaria, condotta con mezzi moderni ma
114 S. Ciacotin Tecnica della propaganda politica, 1964, p.445
76
non se ne fece nulla: una specie di abulia, aveva invaso i dirigenti e i
loro amici francesi. E’ interessante però dare qui alcuni elementi di
quel piano, perché rivela un tattica propagandistica conforme alle
idee da noi esposte nei capitoli precedenti l'idea centrale da inculcare
nelle masse doveva essere la seguente:
" insensato sostenere la politica di Hit1er, il suo regime non potrà
durare, la sua forza sta scemando, la situazione economica e politica
peggiora, nulla potrà salvarlo i suoi, avversari, invece,.sono sempre
più potenti unitevi dunque a loro ". E’ il solo linguaggio che i novi
decimi della massa potessero comprendere, ma doveva essere
presentato loro in maniera suggestiva Si dovevano anche sfruttare
abilmente i sentimenti religiosi, molto diffusi nella Saar. Il piano di
campagna della durata di tre mesi, doveva ripartirsi come segue
1) ottobre - la mobilitazione propagandistica: installazione della rete
dei centri di agitazione;. preparazione' messa a punto tecnica della
campagna;
2) novembre - lo spiegamento delle forze: manovre propagandistiche,
lavoro di controllo, accumulazione dei pacchi di propaganda;
3) dicembre - la battaglia: l'azione si intensifica gradatamente, ogni
settimana, per raggiungere il punto culminante dal 1° al 13 gennaio giorno del plebiscito. In base a questo piano, l'ultima quindicina
doveva essere consacrata a una specie di tiro di sbarramento
scatenato all'ultimo momento, per non dare all’avversario il tempo di
prendere delle contromisure. Bisognava attendersi - ciò che avvenne,
d'altronde - che gli hitleriani, fedeli alla loro tattica abituale, dopo
aver inondato il Paese di simboli, usassero dei mezzi di intimidazione:
gli ultimi giorni prima del plebiscito minacciarono un putsch nella
Saar e di inviare le loro truppe per garantire l'ordine". Effettivamente
questa minaccia ebbe un ruolo decisivo e fece guadagnare la partita a
Hitler, ciò che era tanto più facile, in quanto il piano enunciato più
sopra non fu applicato.”
77
Marco Sacchi: il socialismo austriaco
nell’impero multinazionale asburgico
La data d’inizio del movimento operaio austriaco si fa risalire al
dicembre 1867 quando viene fondata l’ “Erste Allgemeine Wiener
Arbeiter-Bildungsverein” al cui modello si ispirarono poi molte unioni
costituite con lo scopo di promuovere la formazione culturale e civile
degli associati, e che ampliarono in seguito lo spazio dedicato ai
dibattiti politici e alla tutela degli interessi concreti dei lavoratori,
tanto che è possibile vedere in queste unioni le cellule dei successivi
sindacati.
L’elemento che caratterizza il primo socialismo austriaco rispetto agli
altri paesi è l’ ”associazione di cultura”, che precede le altre forme
organizzative e in qualche misura le ingloba. Le associazioni operaie
si riuniscono in congressi annuali dove si denunciano le condizioni in
cui versa il proletariato con le conseguenti rivendicazioni di
miglioramenti. In queste occasioni si leva la voce per l’introduzione
legislativa dei diritti politici, primo fra tutti il suffragio universale,
rivendicazione che permette alleanze coi settori liberali più avanzati.
Specifica al movimento operaio è la rivendicazione del diritto di
coalizione: la costituzione di sindacati e il loro riconoscimento sono
anche in Austria la prima grande esigenza da parte del movimento dei
lavoratori.
Per sostenere questa rivendicazione primaria 20.000 lavoratori il 13
dicembre 1869 manifestano a Vienna e una loro delegazione
consegna una petizione al Parlamento che già il giorno dopo concede
il richiesto diritto. Tuttavia nel 1870 viene intentato un processo per
alto tradimento ai sottoscrittori della petizione, che si conclude con la
condanna a diversi anni di carcere e con la chiusura di numerose
78
unioni operaie. La battaglia per la piena conquista della libertà
sindacale deve essere rinnovata e la sua conclusione rinviata nel
tempo, anche se già nel febbraio 1871 i condannati dell’anno prima
vengono amnistiati: l’alternarsi di concessioni e repressioni da parte
del governo ha lo scopo di dividere il movimento operaio, già al suo
interno scisso.
Infatti le diverse unioni si raccolgono intorno a due indirizzi: per uno
il sistema politico-sociale va accettato e si tratta di appoggiare lo
schieramento liberale, di cui anzi è necessario essere parte integrante,
mentre per l’altro la classe operaia politicamente cosciente deve
costituirsi come forza autonoma. La prima corrente, genericamente
liberale, è guidata da Henrich Oberminder, mentre alla testa della
seconda, che non ha un’omogeneità politica e ideologica poiché è
sensibile tanto alla influenza di Marx quanto a quella di Lassale, si
pone Andreas Scheu. All’interno del movimento operaio austriaco non
mancano influssi libertari con la presenza di militanti come Johann
Most che diverrà anarchico. Come in altri paesi la contrapposizione è
così forte da non consentire la convivenza in un organismo unitario e
vari tentativi di unificazione falliscono per il riflusso del movimento
provocato principalmente dagli attentati.
Il risultato più apprezzabile in questo periodo è il Congresso di
Neudörfl del 5 aprile 1874, al termine del quale si votano risoluzioni
comuni sul tema di diritto di voto, di libertà di stampa, di riunione, di
associazione e di coalizione, nonché riguardo al lavoro infantile. Non
collegate tra loro, le unioni perdono di peso e sono logorate da
contrasti interni finché un tentativo di unire il movimento non viene
intrapreso da Victor Adler115 che fonda l’Unione “Wahrheit“ (Verità)
ed il giornale Gleichheit.
L’unificazione del movimento operaio avviene al Congresso di
Hainfeld alla fine del 1888 sulla base di una “prinzipienerklärung”
(dichiarazione dei principi) redatta da Adler e ispirata al marxismo.
Il neonato partito socialista è in grado ora di darsi un preciso
programma e di indicare i compiti prioritari per cui intende battersi:
suffragio universale, diretto e eguale, riduzione dell’orario di lavoro e
una riforma legislativa che comporti la difesa del lavoro e la riforma
115 Victor Adler (1852-1918) si accosta alla questione sociale
sotto la spinta dell’esperienza di medico. Nel 1886 fonda il
settimanale Gleichheit, con l’obiettivo di unificare i socialisti
austriaci. Della SDAPO, nata dal Congresso di unificazione del
1888 fu il leader per un quarto di secolo.
79
sociale. Nel 1889 inizia le pubblicazioni l’organo del partito
l’Arbeiter Zeitung e la grandiosa manifestazione viennese del 1°
maggio 1890 dà la misura della forza del nuovo partito
socialdemocratico austriaco fondato su un movimento operaio
unificato.
Ulteriori precisazioni vengono dal Congresso di Vienna (1892) in cui
si forma il primo nucleo di opposizione rivoluzionaria ad Adler che
rifiuta di assoggettarsi a ciò che definisce “idolatria delle parole” e
dichiara che ogni singola riforma sociale introduce un pezzo di
rivoluzione.
Il principale problema politico della monarchia danubiana, quello
della nazionalità ha riflessi organizzativi interni, giacchè il modello di
patito approvato al congresso di Hainfeld prevede una pluralità di
partiti delimitati nazionalmente, che si federano dando vita a un
comitato esecutivo pan austriaco. Dopo il massimo sviluppo delle
sezioni nazionali in conseguenza del Congresso di Vienna del 6-12
giugno 1897, al Congresso di Brno del 24-29 settembre 1899, messa
in minoranza la tesi che imposta la questione nazionale in termini
esclusivamente personali e senza fare riferimento ai confini
territoriali, si accetta la delimitazione esistente nell’Impero asburgico
ma si denuncia come non sia saldo un federalismo dove le nazionalità
minoritarie sono più discriminate all’interno dei diversi paesi che a
livello imperiale. I punti fondamentali del programma sono:
1)
trasformazione dell‘Austria in una federazione democratica delle
nazionalità
2) sostituzione dei vari paesi costituenti l‘Impero asburgico con aree
nazionalmente delimitate con autogoverno e camere nazionali elette a
suffragio nazionale
3) raggrupamento delle regioni della stessa nazionalità in unioni
autonome
4) tutela delle minoranze nazionali con legge del Parlamento
nazionale
5) rifiuto di una lingua ufficiale di Stato e accetazione, tutt‘al più, di
una lingua di mediazione.
Si tratta di una linea di compromesso tra posizioni diverse, mentre i
contributi fondamentali di Karl Renner e Otto Bauer rimangono
circoscritti alla sfera della riflessione senza che il partito dedichi un
congresso specifico al tema.
Il dibattito sul revisionismo (Bernsteindebatte) si svolge al Congresso
del 1901, che riformula il programma di Hainfeld con qualche
80
aggiornamento soprattutto in direzione del sufraggio universale che
diventa l‘obiettivo principale. Dopo la gigantesca manifestazione sulla
Ringstrasse del 28 novembre 1905, viene introdotto il suffragio
universale maschile e alle elezioni il 14 maggio 1907 il partito
socialdemocratico (SDAPO) con più di un milione di voti ottiene 87
seggi su 516, diventando il secondo gruppo parlamentare dopo il
Partito Cristiano Sociale, che supera alle elezioni del 1911.
Da allora i socialisti austriaci accettano il metodo rappresentativo non
solo per l’attuazione di riforme sociali per via legislativa, ma anche
per affrontare il problema delle nazionalità diventato il principale
fattore di crisi dell’Impero: partiti nazionalmente delimitati sono in
grado di impedire la realizzazione dell‘altrui programma, ma non
riescono a far passare il proprio, provocando così la paralisi del
Parlamento. Solo il partito socialdemocratico – e poi quello cristiano
sociale – raccoglie nel suo seno appartenenti a nazionalità diverse e
riesce a mediare tra le diverse posizioni proprio perché si è dato un
assetto federale, a differenza dell‘organizzazione sindacale,
rigidamente centralizzata. Sarà proprio in quella sede che i militanti
cechi fanno sentire la propria insofferenza, denunciando il centralismo
e chiedendo all‘Internazionale sindacale il riconoscimento della
propria individualità.
Quando scoppia la guerra la SDAPO, nelle cui fila c’è chi ritiene di
dover appoggiare lo sforzo bellico per impedire l‘espansionismo
zarista, vota i crediti per la guerra alla Serbia aprendo i primi dissidi al suo interno: decisamente contraria alla guerra è una
minoranza guidata da Friedrich Adler 116 figlio di Victor ed esponente
assieme a Rudolf Hilferding, a Gustav Eckstein del gruppo raccolto
attorno alle riviste Der Kampf e Marx-Studien. Al centro si mantiene
Victor Adler che limita le prese di posizioni per evitare scissioni come
avvenuto in Germania.
Il 21 ottobre 1916 Friedrich Adler uccide il capo del governo dando un
segnale alle masse stanche di guerra e la SDAPO chiede la pace. Nel
1917 la rivoluzione d’ottobre incentiva l’opposizione alla guerra
mentre ritorna da un campo di prigionia in Russia Otto Bauer che si
batte per una ripresa dell’iniziativa politica. All’inizio del 1918 la
miseria porta ai grandi scioperi industriali dell’Austria inferiore (che
si estendono a Praga e a Trieste) e all’ammutinamento della marina
116 Adler Friedrich (1879-1960) segretario del SDAPO dal 1911
al 1916, quando uccide il Primo Ministro austriaco. Liberato nel
1918, è tra i fondatori dell'Internazionale di Vienna.
81
nel porto militare di Cattaro, Nell’ottobre 1918 l’esercito
austroungarico comincia a sfaldarsi per effetto della demoralizzazione,
prima ancora che per i colpi delle armate nemiche. Nessun soldato
ceco, serbo, croato, o polacco ubbidiva più ai suoi ufficiali, austriaci o
ungheresi; ciascuno si dirigeva autonomamente verso il proprio paese,
a cui il crollo dell’impero consentiva finalmente il raggiungimento
dell’indipendenza.
La rapida smobilitazione dell’esercito viene facilitata in Austria dall’
esplosione dello Stato multinazionale mentre riemergono le spinte che
si erano manifestate a gennaio con l’elezione di Consigli operai e di
soldati. Al momento del crollo dell’impero e del distacco delle nazioni
soggette, il 12 novembre 1918 i socialdemocratici proclamano la
Repubblica austriaca impegnandosi però ad evitare il “caos russo”,
con una pacifica e graduale transizione al socialismo attraverso uno
sbocco elettorale e una collaborazione con tutte le forze repubblicane.
I Consigli degli operai sono tenuti separati da quelli dei soldati e se ne
impedisce la centralizzazione sia per isolare quelli più radicali che per
evitare che assumano anche centralmente quelle funzioni statali che
localmente si erano attribuite. Le requisizioni di viveri, le spedizioni
nelle campagne per imporre la consegna dei generi alimentari, le
perquisizioni nelle stazioni ferroviarie per colpire la borsa nera
facilitano la crescita di un’ondata antisocialista tra i ceti medi e
soprattutto tra i contadini e nelle elezioni del febbraio 1919 la
socialdemocrazia non riesce ad avere la maggioranza assoluta, pur
affermandosi come primo partito, con 72 seggi contro i 69 dei
cristiano-sociali e una trentina delle altre formazioni borghesi.
In queste condizioni, la continuazione del governo di coalizione con i
cristiano-sociali, avviato nel novembre 1918 sotto la presidenza di
Karl Renner, cominciava a diventare molto problematico per molti
socialdemocratici: nel luglio 1919, ne esce Otto Bauer, che come
ministro degli Esteri motiva le dimissioni con la protesta per i confini
più ristretti di quelli naturali imposti all’Austria (la cessione del SudTirolo all’Italia e tre milioni di tedeschi dei Sudeti alla Cecoslovacchia). Ma il disagio è più generale e la socialdemocrazia nel giugno
1920 esce dal governo di coalizione in un contesto politico sempre più
difficile.
Frattanto il 2 novembre 1918 viene fondato il Partito Comunista
austriaco, che ha origine dal gruppo interno al SDAPO dei
Linksradikalen (sinistra radicale), formato principalmente da militanti
dell’Unione dei giovani lavoratori e rafforzato dall’apporto dei
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prigionieri di guerra che ritornano dalla Russia, raggiungendo
all’inizio del 1919 i 4.000 membri.
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