lI futuro dei neuroni specchio

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lI futuro dei neuroni specchio
Pubblicato su Scienza in Rete (http://www.scienzainrete.it)
lI futuro dei neuroni specchio
Chiamatela, se volete, serendipity: caso, fortuna. Serendipità, appunto: trovarsi al posto giusto nel
momento giusto. Chiamatela, se volete, contingenza. Nell’accezione che al concetto ha dato il
biologo Stephen Jay Gould: trovarsi non solo al posto giusto e nel momento giusto, ma con tutte le
capacità per cogliere al volo l’imprevista opportunità. Sta di fatto che, per serendipity o per
contingenza:
quel giorno Giacomo Rizzolatti e il suo gruppo – con Luciano Fadiga, Leonardo Fogassi e
Vittorio Gallese – sono lì, all’università di Parma, nel loro laboratorio di ricerca;
senza averlo programmato osservano, come in un gioco di specchi, un macaco che a sua
volta osserva uno di loro;
il ricercatore osservato dal macaco sgranocchia le noccioline americane che, in genere, sono
destinate allo stesso macaco;
Giacomo Rizzolatti e il suo gruppo sentono i loro strumenti attivarsi, l’oscilloscopio sta
registrando per una scarica molto particolare di neuroni che “sparano” nel cervello del
macaco;
i neuroni che “sparano” sono quelli che si attivano quando la scimmia compie un movimento,
tocca un oggetto, compie un’azione: eppure il macaco se ne sta lì fermo, non sta toccando
alcun oggetto, non sta compiendo alcuna azione;
Giacomo Rizzolatti e i suoi collaboratori si chiedono se ci sia una correlazione tra quei neuroni
del moto che “sparano” anche se il macaco non si muove e quel ricercatore che sgranocchia
arachidi;
così Giacomo Rizzolatti e il suo gruppo decidono di vederci più chiaro, analizzano a fondo la
scarica, riproducono più e più volte le giuste condizioni;
e realizzano così quella che Lucio Russo ed Emanuela Santoni, nel libro Ingegni minuti con cui
ricostruiscono quasi un millennio di storia della scienza in Italia, definiscono la principale
scoperta degli ultimi decenni nel campo delle neuroscienze. La scoperta, appunto, dei
neuroni specchio. (...)
Il futuro di Rizzolatti
Ogni grande cambiamento scientifico sconta critiche e resistenze. Persino un conservatore come
Max Planck riconosceva che perché un nuovo paradigma si affermi occorre che esca di scena la
generazione che ha prodotto il vecchio. Ma se abbiamo fatto queste domande non è per fare la conta
degli amici e dei nemici dei neuroni specchio, quanto per prepararci alla prossima domanda: in che
direzione andrà la ricerca sui neuroni specchio? Ovvero, quali sono i progetti scientifici di Giacomo
Rizzolatti per il futuro?
«Abbiamo molti progetti nel cassetto. E uno è proprio quello di continuare lo studio dei neuroni
specchio da un punto di vista filosofico. Il sistema specchio finora ci dice che noi capiamo cosa fa
l’altro e anche la sua intenzione. Vorremmo capire, però, se codifica anche per comportamenti più
avanzati. Come si passa da questi processi più elementari a processi cognitivi superiori. Abbiamo dei
dati dalle risonanze in base ai quali verifichiamo che se uno vede un personaggio deformato il
cervello lo rifiuta. È molto brutto da un punto di vista culturale, ma il cervello reagisce in modo
istintivo. In termini più specifici vorremmo studiare quella che si chiama “naturalizzazione dei
processi cognitivi”, ovvero come trovare le basi fisiologiche dei processi cognitivi di ordine superiore
fino a poco tempo fa considerati intrattabili. Questo è un filone nel quale apprezzo e uso molto la
collaborazione di Corrado Sinigaglia, che nasce come filosofo fenomenologo e col quale, quindi, ci
troviamo molto bene».
Poi c’è un filone di ricerca legato all’autismo. «Sì, perché io sono convinto che non è come ritiene la
maggior parte delle persone, ovvero che l’autismo consista nella rottura dei neuroni specchio. La
faccenda è molto più complicata: sono convinto che uno dei motivi per cui i bambini autistici hanno
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difficoltà è perché avendo dei deficit nei circuiti motori non riescono a trasportare le attenzioni altrui
e a farle proprie. La nostra idea per riabilitarli è fargli riacquistare capacità motoria. Devo dire la
verità: per un ulteriore caso di serendipity adesso abbiamo un nuovo direttore dell’azienda sanitaria
che vorrebbe dedicare uno spazio proprio a questo filone di ricerca. Con tutte le difficoltà del caso:
perché ci sono gli psicologi vecchia maniera che si oppongono. Comunque ci hanno assegnato una
piccola scuola dove lavoreremo per studiare l’autismo».
C’è qualche altra pista? «C’è un terzo filone. Ed è relativo a quanto mi ha chiesto prima: verificare se
c’è il sistema dei neuroni specchio nei roditori e in altri animali. Rispondere a questa curiosità
avrebbe molta importanza per la parte biochimica del nostro studio: quello dei recettori, dei
mediatori. Un tipo di ricerca fondamentale che ha rilevanza anche applicativa. Perché, prenda il caso
dell’autismo, io credo che con la riabilitazione si può migliorare la condizione dei bambini, ma finché
non si trovano i meccanismi chimici noi i bambini autistici non riusciremo a curarli. La domanda a cui
vogliamo rispondere è: cosa sono i neuroni specchio da un punto di vista chimico? Abbiamo già
iniziato alcune ricerche con l’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) di Genova. È un progetto
impegnativo, niente affatto semplice».
Lei ha molto insistito sulla collaborazione con i filosofi. C’è qualche ulteriore progetto in questo
senso? «Dunque, nel nostro rapporto con i filosofi ci sono due momenti: il primo è stato quello in cui i
filosofi hanno chiamato noi. Lo stesso Gallese è stato richiesto dai filosofi americani affinché
raccontasse quello che avevamo fatto. Il secondo momento è stato quasi casuale: Giulio Giorello, il
noto filosofo della scienza, ci ha invitato a Milano a tenere un seminario nel suo dipartimento. E ci ha
stimolato: perché non scrivete un libro? Lui è stato l’istigatore, poi Corrado Sinigaglia ed io abbiamo
realizzato il progetto. Ma adesso Giorello è impegnato in prima persona. Lui è veramente incredibile:
perché credo che un filosofo debba avere una base matematica, fisica. E lui ce l’ha. Ma sa
moltissimo anche di fisiologia. Pensi che abbiamo un lavoro insieme e la prima parte del lavoro, di
fisiologia, l’ha scritta lui. I filosofi mi hanno aiutato molto, perché come ho notato discutendo con
Sinigaglia, ti fanno vedere che certe questioni che al fisiologo sembrano banali, banali non sono. I
filosofi ti fanno pensare di più. Trovo invece meno interessante la psicologia. Mi sembra che in
questo momento gli psicologi stiano facendo poco di entusiasmante. Anni fa ho imparato molto dagli
studi di psicologia, ma oggi mi sembra di imparare meno. Anche se, beninteso, molti miei studenti e
dottorandi sono psicologi».
Le neuroscienze stanno avendo un grande sviluppo. E la riflessione sulle neuroscienze ha fatto
nascere anche una nuova disciplina, la neuroetica. «Io non me ne sono mai interessato. Ma credo
che sia un campo stimolante. Mi ha colpito l’esperimento in Inghilterra, a Dover, dove una persona è
in coma, quasi irreversibile. Gli è stato detto: “Pensa che stai giocando a tennis” e si è visto un
segnale con la risonanza attesa. Poi gli si dice: “Ora pensa ad un’altra cosa”, e il segnale sparisce.
Questo per dire che la neuroetica offre enormi spazi, persino clamorosi, di riflessione e di ricerca. Ma
poi, nella realtà clinica, sono i chirurghi che operano e che decidono. Giorni fa parlavo con dei
neurochirurghi che dicevano che spessissimo si trovano di fronte a problemi etici, perché potrebbero
far sopravvivere la persona. Ma se il cervello è tutto gonfio, se ci sono lesioni, preferiscono operare
per cercare di evitare che il paziente resti vivo, ma nella condizione di un vegetale. Loro sono anche
molto scettici sul cosiddetto consenso».
A proposito di neuroetica: lei crede che questo sapere sempre di più intorno al cervello e alla mente
dell’uomo comporti qualche rischio?
«Vedo molti più rischi in cose di uso comune come il telefonino. Esci e ti imbatti in una coppia di
fidanzati, ognuno con il telefonino. Ma che rapporto umano si crea? Lo stesso internet, che – per
carità – è uno strumento comodissimo. Ma poi vedi che a sera uno si mette a comunicare con una
sconosciuta. Ne limiterei l’uso».
Chi è Giacomo Rizzolatti
- Nato il 28 aprile 1937 a Kiev, Ucraina.
- Si occupa di neurofisiologia e, in particolare, del sistema motorio e del suo ruolo nelle funzioni
cognitive; dei neuroni specchio. L’approccio sperimentale consiste nella registrazione dell’attività di
neuroni singoli nei primati non umani e nel “brain imaging” negli umani.
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- È Direttore del Dipartimento di Fisiologia Umana dell’Università di Parma.
- È membro dell’Accademia dei Lincei, dell’Accademia Europea, dell’American Academy of Arts and
Sciences.
- Ha diretto l’European Training Program in Brain and Behaviour Research (ETP).
- È stato membro dell’European Medical Research Council.
- È membro dello Scientific Committee della "Foundation Fyssen" e Associate Member del
Neuroscience Program diretto da Gerald Edelman a San Diego, in California.
- Ha ricevuto lauree Honoris Causa presso l’Università Claude Bernard di Lione e presso l’Università
di San Pietroburgo,
- Ha vinto il Grawemeyer Prize for Psychology presso la University of Louiseville (USA) e il Prix J.-L.
Signoret in Neuropsychologie della IPSEN Fondation.
(tratto da Pietro Greco, I nipoti di Gaileo, Dalai Editore, 2011)
20 settembre, 2011 da Pietro Greco
URL originale: http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/li-futuro-dei-neuroni-specchio
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