Tre fasi - WebDiocesi

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ASSEMBLEA ECCLESIALE
TESTIMONI DI GESÙ RISORTO, SPERANZA DEL MONDO
“SE VUOI ESSERE COMPIUTO”
Il volto del Patriarcato di Venezia
Basilica di San Marco, 10 aprile 2005
Intervento del prof. LORENZO ORNAGHI
(trascrizione non rivista dall’autore – note a piè di pagina a cura del redattore)
Eminenze reverendissime, autorità tutti, gentili signore e signori e giovani soprattutto qui raccolti in
questa assemblea ecclesiale, vi ringrazio anch’io davvero sentitamente dell’onore di essere stato
invitato a svolgere alcune riflessioni, null’altro saranno che riflessioni su un tema e su una realtà
così importante.
Riassumerei allora come punto d’avvio di queste mie considerazioni, un interrogativo, un
interrogativo preliminare, una domanda che sento rafforzarsi in me e in altri studiosi, che vedo
diffondersi in molti. E la domanda, pur formulata semplicemente è questa:
“Stiamo davvero capendo ciò che già è cambiato e ciò che sta cambiando a ritmo veloce dentro la
società italiana? Stiamo davvero capendo?”
Spesso sentiamo dire, ed è vero, che le nostre categorie scientifiche, culturali, dottrinali sono
inadeguate. Ed è appunto in gran parte vero. E però, più queste categorie si rivelano obsolete, più ci
troviamo di fronte, come studiosi, alla difficoltà di ricomporre i pezzi di interpretazione, e più ci
accorgiamo come sia importante, nemmeno con i nostri studi, fermarci alla corteccia dei fenomeni.
Più ci rendiamo consapevoli dell’importanza di riuscire a cogliere anche nel frammento quella
totalità che non siamo più in grado di ricostruire. E allora credo che forse accanto, ma accanto
significa “da comporre”, con l’accertamento delle nostre inadeguatezze scientifiche e culturali,
dottrinali, ci sia da tornare al dato dell’esperienza, come quest’assemblea ha fatto con le interviste.
E sulle interviste mi soffermerò adoperandole, nei limiti di tempo assegnati, non tanto come
elementi di prova e di argomentazione, ma come espressione soprattutto di una domanda, di
un’aspettativa, di un desiderio.
Le indagini sulla nostra società, sul rapporto fra politica e società italiana certo si moltiplicano,
moltiplicano anche il senso di disorientamento e di incertezza. Quali sono i gruppi oggi nella società
italiana? Non abbiamo più classi, ma forse non abbiamo più o è difficile identificare cosa sia un
ceto medio . E cosa sono i ceti popolari, cosa significa oggi questo “popolare” che richiama il
popolo?
E però, pur nella frammentazione crescente delle nostre analisi, pur nel nostro disorientamento di
studiosi, c’è almeno un punto importante di convergenza, che è un punto – a me pare – richiamato
già nel titolo di questa assemblea, nella seconda parte del titolo: “Testimoni di Gesù Risorto,
Speranza del Mondo”, Speranza. Perché? Perché tutte queste indagini sulla società italiana, sul suo
mutamento, su questa sua transizione quasi perenne che ricorda – e lo richiamava, non soltanto oggi
credo, il patriarca Scola – “il travaglio del parto”.
C’è un elemento fondamentale che è la caduta dell’orizzonte temporale. La caduta dell’orizzonte
temporale per i singoli ma anche, il più pericoloso, la caduta di orizzonte temporale per le
collettività. Sembra quasi – dico sembra perché poi fenomeni recentissimi testimoniano il contrario
– sembra quasi che l’attesa consapevole storica sia scomparsa dall’orizzonte di senso soggettivo.
Sembriamo imprigionati dentro un presente che è schiacciato da un passato “manipolabile” e da un
futuro che non riusciamo a intravedere alla luce della speranza.
E siamo imprigionati in un presente che alla fine diventa una successione di mode. Se ci pensiamo
le mode non sono soltanto quelle che così intendiamo col termine più comune, ma abbiamo
1
improvvise mode nei rapporti interpersonali, nei rapporti di convivenza, improvvise mode nelle
convinzioni: è un presente segnato dalle mode; ecco perché la domanda “Capiamo davvero qual è
la sostanza del mutamento?” diventa la domanda preliminare.
Ed è un presente in bilico, nel contesto italiano, ma forse anche in quello europeo, fra aspettativa, la
consapevolezza della necessità dell’innovare, che percorre individui e gruppi, e la propensione
sempre più diffusa a conservare. Noi siamo un paese in bilico e non solo nella politica, ma anche
nella società, tra l’avvertita necessità di cambiare e il disperato bisogno di mantenere quello che c’è.
Ed è questo bilico che scompagina anche le categorie politiche o le contrapposizione, distinzioni più
tradizionali, che rimette assieme e porta il conservatorismo sulla sinistra e innovazione sulla destra,
ma anche qui per parti, per brandelli.
Non è un caso, credo che due studiosi francesi, due psichiatri, mutuando nel loro titolo, il titolo di
uno scritto, un’osservazione di Spinoza, abbiano appunto intitolato il loro volume “L’epoca delle
passioni tristi”1. L’epoca delle passioni tristi perché ci si interroga in questo volume, o meglio, si
cerca di smascherare con questo volume il fascino retorico, connesso alle ipotesi di declino, di
impotenza, di fatalismo. Il senso di declino nasce appunto quando il bilico fra innovazione e
conservazione dura troppo a lungo, quando appunto non sappiamo dove stiamo andando e quindi
non capiamo come possiamo orientare il cambiamento. E in questo volume i due autori sottolineano
appunto il passaggio dall’idea di futura promessa, quell’idea di futura promessa che era contenuta
nel messianismo scientifico ma era anche contenuta in tutte le ideologie centrate su una certa idea
illuministica di progresso, il passaggio da quest’idea, ormai lisa, alla realtà di una futura minaccia
che sembra invece caratterizzare la nostra vita quotidiana.
E’ forse questo, per dirla come un altro sociologo, Bauman2, l’aspetto di quella modernità che è la
“modernità liquida”. Però come facciamo ad avere confidenza nel futuro, come facciamo a credere
che il futuro, per quel che possibile sia modellabile da noi se non abbiamo ragionate e ragionevole
una speranza?
Il nesso fra futuro e speranza è un nesso essenziale, un nesso decisivo, è un nesso che a me è
sembrato profilarsi con molta chiarezza, con molta chiarezza, nelle oltre 500 storie di fede e di vita
che sono state raccolte in vista di questa assemblea ecclesiale. Sarebbe lungo riassumerle, ma vorrei
cogliere alcuni aspetti di queste storie che a me sono sembrati preziosi per toccare con mano questo
nesso fra speranza e futuro.
C’è – ecco un primo aspetto che emerge in moltissime di queste interviste – un bisogno, un
desiderio, un anelito di concretezza. Verrebbe da dire (ma qui i termini non soccorrono) quasi di
realismo: CONCRETEZZA.
Concretezza vuol dire che noi chiediamo, chiediamo per noi, chiediamo per chi ci seguirà,
chiediamo per chi ci è accanto, non più una vita, vita individuale e vita collettiva, in cui contano le
1
Benasayag Miguel, Schmit Gérard, L' epoca delle passioni tristi (Feltrinelli, 2004)
Gli autori sono due psichiatri francesi che operano nel campo dell'infanzia e dell’adolescenza. Il libro evidenzia
situazioni di disagio individuale che sono il riflesso della crisi di un'epoca, in cui è crollata la fiducia illimitata nel
progresso dell'uomo e si è diffusa un'idea molto più pessimistica del futuro visto come oscuro, se non minaccioso.
Un'epoca in cui gli uomini sembrano dominati dalle "passioni tristi", quelle dell'impotenza e della disgregazione.
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Zigmut Bauman, filosofo nato a Poznac, in Polonia, nel 1925 da una famiglia ebrea, fugge in URSS nel 1939 con la
famiglia per sfuggire alla persecuzione, nel 1971 si trasferisce in Gran Bretagna, nel 2001 diventa professore emerito di
Sociologia all’Università di Leeds, dove insegna ancora oggi, oltre che nell’Università di Varsavia.
Considerato il teorico della postmodernità, della “società liquida”, nelle sue opere si occupa di una serie di temi
rilevanti per la società e la cultura contemporanea: dall’analisi della modernità e postmodernità, al ruolo degli
intellettuali, fino ai più recenti studi sulle trasformazioni della sfera politica e sociale indotti dalla globalizzazione
Tra i suoi libri pubblicati in Italia: Il disagio della postmodernità (Bruno Mondadori), La società individualizzata (Il
Mulino), Dentro la globalizzazione (Laterza), La solitudine del cittadino globale (Feltrinelli), Società, etica, politica
(Raffaello Cortina Editore), Vite di scarto (Laterza), La società sotto assedio (Laterza).
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enunciazioni, chiediamo, con questa concretezza, attraverso questa concretezza, chiediamo realtà,
chiediamo esperienza.
Secondo aspetto, seconda costante di questi interventi: la coscienza che guardare al futuro
significa scontrarsi, avere di fronte parecchie difficoltà. Difficoltà fra tutte, la indico, è la difficoltà
di una politica, nel senso più pieno, più proprio del termine, che sembra sempre più scollata dalla
realtà e quindi scollata, per adoperare di nuovo vecchie categorie, dalla società. E’ una politica che
essa stessa si chiude nella conservazione, una politica incapace di sentire ciò che c’è – mi si perdoni
l’espressione – nella pancia della collettività, nel ventre di un popolo.
E infine, terzo aspetto che unisce parecchie delle testimonianze, ci si accorge e si rileva che
stanno perdendo di consistenza quelle numerose tradizionali strutture a cui si demandava, magari
per lunga tradizione, il compito di conferire e di far capire una identità condivisa alle persone, alle
famiglie, alle comunità ideali e territoriali.
Eppure – ed è il dato più importante di questa intervista – questa domanda, questo bisogno, questo
anelito di concretezza non si traduce in lamentazione: la domanda di concretezza diventa essa
stessa vita concretamente vissuta.
Qui credo che vi sia una delle piste più interessanti per entrare con speranza nel futuro. Perché noi
abbiamo già questo travaglio del parto, in questo nostro essere disorientati di fronte a un
cambiamento che non capiamo fino in fondo perché non siamo certi di coglierne la struttura.
Abbiamo già dei cambiamenti importanti, abbiamo dei cambiamenti positivi. Pensate soltanto alla
realtà e alla concretezza del volontariato, del terzo settore: non sono forme di appello della
convivenza oggi, sono un altro modo di convivenza sociale, sono un modo espressivo di una
solidarietà che non è più relegabile alla periferia del sistema sociale.
E allora, proprio in questa linea – poi torno al tema del tempo e del futuro – credo che alcune
risposte al bisogno di concretezza, risposte che spesso, proprio perché richiamate con frequenza
rischiano di diventare luoghi convenzionali, siano da riconsiderare, siano da tener fermi come
bussola di orientamento. Ne indico soltanto tre.
La prima: la fiducia, la confidenza nella forza innovativa del futuro della famiglia, la fiducia
nella insostituibile risorsa del domani che sono i figli. Certo che ci scontriamo con le difficoltà che
indicavo, con il fatto che il nostro, l’Italia, è uno dei paesi con la più alta denatalità del mondo, con
il fatto che le politiche pubbliche e familiari non riescono ancora ad essere soddisfacentemente
coerenti con l’obbiettivo di una promozione reale della famiglia.
I dati sono allarmanti. La natalità è drasticamente diminuita in questi ultimi decenni, dopo il
minimo storico del ‘95 (1,19 figli per donna), abbiamo un lieve recupero nelle regioni del nord e del
centro (al nord 1,26 , al centro 1,23 nel 2003) le regioni del mezzogiorno (1,34) sono ancora
caratterizzate da un processo di diminuzione. Il calo della natalità è dovuto alla riduzione fortissima
dei figli successivi al primo. Questo comporta mutamenti non di poco conto. L’occupazione ritarda
i tempi della maternità, accentua la tendenza a rinviare il momento della procreazione. L’età media
alla nascita del primo figlio è passata (anche questo è un dato su cui riflettere) da 24,8 anni per le
donne nate nel ‘53 a 26,5 per quelle della generazione del ‘63. Per le generazioni più recenti siamo
ormai dopo la media dei 27 anni.
Secondo tema accanto a quello della famiglia: la scuola, l’università, la formazione o, sarebbe
meglio dire, l’educazione e la libertà dell’educazione.
Qui i discorsi sarebbero davvero lunghi, ma voglio richiamare un’immagine, un’immagine che ho
trovato in una delle testimonianze raccolte. Le parole di Carlo che racconta la sua esperienza
universitaria: “Pensai, per esorcizzare l’allontanamento dagli amici e dalla famiglia: vado a
Venezia. Faccio quello per cui ci vado, a studiare, poi me ne trono a casa, come se non fosse
successo niente. Avevo appiattito la ricchezza delle possibilità degli anni universitari e mi sono
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pianificato il futuro nel modo che in quel momento mi faceva comodo, nel modo che mi dava
tranquillità. Sono stato smentito, è bastato aprirsi all’incontro”. E prima veniva citata la necessità
dell’incontro, la necessità di luoghi d’incontro.
Allora al domanda diventa la nostra scuola, le nostre università, il nostro processo educativo. E’
davvero in grado produrre, all’altezza delle trasformazioni che stiamo vivendo, INCONTRI? Noi
stiamo discutendo spesso di riforma, ci appesantiamo magari burocraticamente, anche in università
con tante regole, regoline, regolette, ma dove sta l’incontro fra maestri appassionati e giovani,
giovani che hanno aspettative forti? Questo dell’incontro dentro il processo educativo è uno degli
elementi fondamentali, è uno degli elementi più concreti.
E – parentesi, ma entrando intrasentivo del video un’osservazione di questo genere, certo anche il
mondo cattolico pur con tutte le diversità su cui spesso o talvolta si torna a riflettere, una
consapevolezza dovremmo averla – i movimenti ciascuno col loro particolare carisma in realtà
hanno svolto e stanno svolgendo una funzione di educazione fondamentale, fondamentale.
Di fronte ai dibattiti che si innescheranno sempre più fra sociologi e studiosi di mass media, di
fronte ai fenomeni della morte e dei funerali di Giovanni Paolo II, una certezza noi dobbiamo
averla. Non siamo di fronte a un fenomeno contingente emozionale, laddove i giovani sono passati
attraverso quei movimenti e quell’appartenenza perché sono stati, ripeto, secondo carismi diversi,
educati a capire cos’è l’emozione ma non ridurre il presente all’emozione.
Terzo è il punto forse più rilevante, quello che tocca la mia competenza di più oltre quella di
Diamanti, il rapporto fra società e politica.
Credo che – già è stato detto in precedenza – come per l’Europa c’è bisogno di un ethos il più
possibile condiviso, così, concretamente anche per l’Italia c’è bisogno sempre più di ethos
condiviso. Ce n’è bisogno per superare quel funzionamento a parti che rischia di davvero
determinare la stagnazione del paese, parti contrapposte fra di loro, parti che perseguono solo un
interesse frazionale. Abbiamo bisogno credo di, concretamente, un ethos che ricongiunga gli anelli
della catena intergenerazionale, al tempo stesso un ethos capace di spronare la politica. Di un ethos
che riporti alla sua importanza fondamentale per il “vivere” politicamente, che riporti alla sua
importanza fondamentale e concreta la vita.
Ringrazio perché si ricordava che oggi è la giornata dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, si è
scelto, proprio anche pensando al magistero di Giovanni Paolo II, un tema, uno slogan difficile:
“OGNI VITA CI INSEGNA OGNI VITA CI IMPEGNA”. Ogni vita. La vita degli altri che ho vicino, la mia
vita anche, la vita di chi non conosco. E però quelle mode che assediano e sembrano esaurire il
nostro presente dilatando il presente sul futuro, quelle mode rischiano anche di ingoiare l’essenza, la
parte più bella di questa nozione, voce di vita.
Parecchi decenni fa (uno studioso difficile da classificare ma forse antropologo non sarebbe
scorretto) Helmut Plessner3 diceva che i secoli hanno una loro parola chiave, o almeno un parola
importante che sembra funzionare come parola più importante, talvolta parola magica, di tutte le
altre. Il Novecento ha – eravamo soltanto agli anni ’30 – la parola “vita”. Ci stiamo rendendo conto,
adesso che il Novecento è finito e che il Duemila si è avviato, come sia importante la VITA.
Davvero saremmo un sistema, l’Italia, ossia un continente, l’Europa, davvero in declino se non
capissimo fino in fondo la concretezza della vita. Non è una parola passpartout, è la vita di ognuno,
ogni vita che ci impegna e che ci insegna.
Da qui allora la necessità di riflettere, di riflettere fino in fondo con grande concretezza su quel
tema, che so anche qui più volte evocato, che è il tema della ANTROPOLOGIA. Non è una parola:
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Helmuth Plessner (1892-1985) è uno dei fondatori dell'antropologia filosofica contemporanea. Tra le sue opere più
importanti: I limiti della comunità. Per una critica del radicalismo sociale (Laterza, 1924), I gradi dell'organico e
l'uomo (1928), Potere e natura umana (1931), La nazione in ritardo (1935,19592), La questione della condizione
umana (1961).
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riflettere sull’antropologia significa non soltanto riempire di contenuti concreti la vita, ma di
spiegarla, di spiegare la vita altrui, consentire che si dispieghi, di spiegare la nostra.
In più testimonianze, più volte si sente l’espressione tipo questa, ne ho isolata una che mi sembra
molto significativa: “Voglio ringraziare il Signore per avermi fatto nascere ed educato in una
famiglia cristiana. I miei genitori sono stati il primo volto di Dio”. E ancora “Ho comunque
cercato di testimoniare il tuo amore in famiglia, nel mondo del lavoro, nella vita comunitaria. Ho
cercato di conoscere la tua parola e di testimoniarla con il mio esempio ai miei figli e alle persone
che ho incontrato”. Io credo che questo sia dispiegare la vita, dispiegarne tutte le sue potenzialità,
dispiegarla davvero per intero.
E allora forse, e torno a quell’iniziale domanda, per entrare confidenti nel futuro, per entrarvi con
speranza, per entrarvi testimoniando il nostro essere cristiani consapevolmente fino in fondo, forse,
assieme all’antropologia, dentro l’antropologia, bisogna riflettere di nuovo su che cos’è – io
adopero il termine latino così credo che si evitino tutti i possibili fraintendimenti – che cos’è
tradizio, che cos’è questo termine così bello, così ricco che è trasmissione, ma che è trasmissione
non solo e non tanto di idee, ma che è trasmissione di atti, trasmissione di comportamenti,
trasmissione di valori.
L’azzeramento del tempo futuro è forse il rischio peggiore che noi dobbiamo evitare. Per evitarlo,
ecco di nuovo il tema dell’assemblea, la testimonianza diventa fondamentale non perché ci faccia
dire “Sono a posto con la mia coscienza”. La testimonianza diventa fondamentale perché riaccende
in me e riaccende nell’altro che mi è vicino la speranza e c’è bisogno di speranza oggi forse come
negli andamenti storici non abbiamo mai avuto bisogno. Stamattina la pagina del vangelo era quella
dei discepolo di Emmaus e di fronte ai discepoli di Emmaus non c’è un dolce rimprovero, c’è una
bacchettata piuttosto violenta: “Stupidi”.
Ecco, dobbiamo evitare che quello “stupido” venga detto a noi. Appunto, per evitarlo, occorre
andare fino in fondo nei nostri convincimenti, occorre, fino a dove ci è possibile, questa capacità di
testimoniare che è, al tempo stesso, volontà di sperare.
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