Ambiti e forme organizzative nel rapporto tra

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Ambiti e forme organizzative nel rapporto tra società
civile, Stato nazionale e Università pubblica
di Fabio de Nardis
Università del Salento
ABSTRACT:
Il convegno nazionale dei giovani avisini ci consente di ragionare a fondo sul ruolo che l’avis in
particolare e la società civile in generale possono giocare nella elaborazione e nella pratica di
un modello altro di società basato su principi di uguaglianza, fraternità e solidarietà. In
particolare in questa sede faremo riferimento al rapporto controverso che si è storicamente
instaurato tra società civile e Stato e alla funzione svolta dalle istituzioni formative pubbliche e
in particolare dall’Università come luogo potenziale di congiunzione tra dimensione sociale e
dimensione prettamente politico-istituzionale e soprattutto tra sfera giovanile e mondo degli
adulti.
Oggi l’Avis, e in genere le varie organizzazioni della società civile che agiscono senza finalità di
lucro secondo uno spirito del tutto volontaristico, agisce secondo i parametri identificati nel
concetto di “capitale sociale”, espressione usata ormai di frequente in sociologia ed economia
politica per indicare l'insieme delle relazioni interpersonali formali ed informali essenziali anche
per il funzionamento di società complesse e altamente organizzate. Esistono relazioni ben
definite fra capitale umano, capitale sociale e sviluppo economico di una Comunità, sia essa
una territorio, una regione o una intera nazione.
Un’analisi attenta del rapporto tra giovani, società e politica indica come dietro l’etichetta
applicata ai giovani come apatici, deresponsabilizzati e disimpegnati, si celi una realtà più
complessa, in cui gli atteggiamenti di sfiducia verso le istituzioni e verso i canali tradizionali di
partecipazione convivono con l’elaborazione di nuovi significati e la ricerca di nuove forme di
società e di politica.
A fronte di una avvertita inadeguatezza delle istituzioni e dei canali partecipativi tradizionali nel
recepire i bisogni dei giovani e il loro potenziale partecipativo, si stanno sviluppando negli
ultimi anni interessanti forme di sperimentazione di nuove modalità partecipative, all’interno di
uno spostamento generale dal paradigma tradizionale del government a quello della
governance, in coerenza con una ridefinizione delle spazialità politiche. Lo Stato-nazione non
ha più il monopolio della politica che si ridefinisce lungo l’asse locale-globale, restituendo
centralità ai territori.
Il “locale”, luogo di azione prediletto dalla società civile, può dunque essere una dimensione di
analisi strategica per lo studio delle trasformazioni della democrazia nelle società europee
contemporanee, essendo questo il livello in cui si riflettono e si sommano i rischi e le
opportunità del mutamento sociale in atto.
I processi di globalizzazione economica si ripercuotono sui governi locali sia indirettamente
(indebolendo le capacità regolative dello Stato sull’economia e determinando un accresciuto
carico di responsabilità) sia direttamente (ponendo le città e le regioni in una competizione
nella rete economica globale). L’ente territoriale è chiamato ad assolvere un maggior numero
di funzioni con una accresciuta autonomia, ma in un contesto di diminuite risorse e di forte
competizione.
Gli effetti combinati di questi fattori si riflettono con conseguenze radicali sui livelli di governo
più bassi, i quali, trovandosi costretti ad assumere responsabilità maggiori rispetto al passato,
sono stimolati a sperimentare modelli innovativi di autogoverno e partecipazione. Le pratiche
di governance indicano una inedita modalità di formazione delle decisioni riguardanti il
territorio, riflettendosi in nuovi modelli di partecipazione politica e di rapporti tra le istituzioni, i
soggetti economici e la società civile.
Si riconfigura il concetto di governance che si riferisce dunque a forme di governo che
enfatizzano la diffusione e la dispersione dell’autorità politica verso percorsi decentralizzati e
orizzontali, all’interno dei quali lo Stato non rappresenta più l’epicentro politico. I singoli e
diversi livelli di governo (municipale, regionale, nazionale e sovranazionale) non presentano
una struttura verticale, quanto un ordine complesso formato di relazioni e interconnessioni che
si strutturano fluidamente tra i suddetti livelli, permettendo la creazione di canali di
comunicazione tra le istituzioni e la società civile.
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Proprio quest’ultima ha acquisito una nuova centralità nei processi di sviluppo economico e
sociale, ponendosi come un terzo livello di partecipazione politica (dopo i singoli cittadini e lo
Stato) e come credibile attore del momento decisionale.
La “rivoluzione silenziosa” portata avanti dalla società civile si è giovata delle ridotte possibilità
regolative degli Stati nazionali all’interno della politica globale. Si ribadisce come oggi
l’espressione “governare oltre lo Stato” non significhi solamente ammettere l’incidenza di
istituzioni sovra e post–nazionali (come l’Unione Europea), ma verificare anche il ruolo
significativo assunto dai governi locali e dalla società civile che li esprime più direttamente.
Se governance significa infatti coinvolgere nei processi decisionali le molteplici associazioni e
favorire le collaborazioni esterne di natura tecnica, la società civile (intesa come insieme di
organizzazioni che fanno da ponte tra l’ambito politico istituzionale e l’ambito sociale) svolge
un duplice compito: da un lato, fornisce alle politiche di sviluppo locale il capitale sociale
necessario per la produzione dei cosiddetti “beni collettivi locali per la competitività”; dall’altro,
individua le nuove vie della legittimazione democratica per quelle istituzioni sub e
sovranazionale che ne sono sprovviste.
La rivalutazione del locale (e del sociale) in termini di autogoverno sposta quindi l’accento dal
principio gerarchico al principio della rete, tipico della società civile organizzata, proponendosi
di valorizzare la progettualità sociale diffusa, concependo i cittadini non come meri portatori di
interessi, ma come portatori di conoscenze da valorizzare. La risposta alla crisi della
democrazia rappresentativa offerta da queste esperienze non mira a una riduzione della
democrazia ma a renderla più profonda, mediante una rinnovata attenzione alla qualità
democratica.
Le nuove pratiche partecipative riescono allora a promuovere l’inclusione, l’empowerment
individuale, la cittadinanza attiva, se offrono risorse e voce ai gruppi caratterizzati da processi
di marginalizzazione ed esclusione. Tra questi, appare particolarmente rilevante la condizione
giovanile, essendo i giovani una delle categorie più vulnerabili rispetto all’incertezza e alla
precarietà che rischiano di tradursi in forme di esclusione dalla cittadinanza. Diventa essenziale
la capacità delle amministrazioni locali di coinvolgere i giovani, vale a dire gli adulti di domani,
nella progettazione condivisa dello sviluppo dei territori.
Il coinvolgimento dei giovani, la costruzione di spazi in cui questi realizzino la loro progettualità
e diano forma all’espressione delle proprie necessità, che li renda soggetti di un nuovo
protagonismo sociale, diventa uno strumento di integrazione attiva e di costruzione della
cittadinanza in forme nuove, oltre che una risorsa per le istituzioni.
La gioventù è un periodo fondamentale nel percorso che porta gli individui a definirsi come
cittadini, dato che è in questa fase che si realizza la graduale acquisizione e interiorizzazione
dei diritti e dei doveri. Tale acquisizione - come ogni processo cognitivo nella tarda modernità –
non procede per via ascrittiva e lineare, ma è spesso problematica e conflittuale, tanto che la
marginalizzazione di fasce giovanili ha finito spesso per produrre forme di exit (cioè la fuga di
migliaia di residenti dalle grandi città) e di voice (cioè la nascita di forme di mobilitazione
territoriale che solo superficialmente potevano essere equiparate ai movimenti sociali).
Entrambe vedono protagonisti soprattutto i giovani, come porzione più effervescente e
motivata della popolazione, ma anche come segmento meno integrato e più inquieto.
Dentro questo quadro si inserisce il ruolo potenzialmente positivo e propositivo dell’Università
come luogo di produzione di sapere e di conoscenza che in questo senso va intesa come bene
comune non mercificabile né privatizzabile. Il rischio in Italia e nel mondo è che le Università si
chiudano al sociale ripiegandosi in una torre d’avorio del tutto autoreferenziale mentre sarebbe
necessario trasformarle nella fabbrica di sapere critico necessario a sviluppare processi di
emancipazione sociale e individuale. L’autonomia politica e amministrativa recentemente
acquisita dagli Atenei italiani consente loro di aprirsi ai territori integrandosi con essi e
rafforzandosi con le risorse umane e sociali che essi incorporano. Questo apre una serie di
opportunità che credo l’Avis debba poter cogliere, instaurando relazioni stabili di cooperazione
con istituzioni universitarie sia partecipando al processo formativo (si pensi al ruolo importante
che potrebbe essere assunto presso corsi di laurea di area medica, o anche psicologicia e
sociologica), sia agendo da stimolo sociale e politico partecipando a campagne di solidarietà e
cooperazione territoriale e internazionale in partnership con Università e Enti locali.
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