infanzia e adolescenza Teorie e modelli Vol. 7, n. 3, 2008 Un approccio neuropsicologico ai disturbi psicopatologici e ai comportamenti a rischio in adolescenza MICHELE POLETTI UOC Neurologia, Ospedale Versilia, Lido di Camaiore (Lucca) RIASSUNTO: Premesse teoriche: I modelli di sviluppo che cercano di descrivere i comportamenti scarsamente adattativi e psicopatologici durante l’infanzia e l’adolescenza sono sempre più caratterizzati da un’analisi dei processi a più livelli, da quello genetico fino a quello interpersonale e sociale. Obiettivo: Prendere in esame la recente letteratura sul funzionamento cognitivo in adolescenza, tentando di definire come questo livello di analisi possa contribuire insieme ad altri fattori nello spiegare i disturbi psicopatologici degli adolescenti e i “normali” comportamenti a rischio tipici di questa età. Metodologia: Vengono presi in esame i seguenti ambiti: 1) lo sviluppo cerebrale in adolescenza come fenomeno che sostiene un importante sviluppo cognitivo, con conseguenti possibili vulnerabilità; 2) il deficit cognitivo nel disturbo da deficit di attenzione/iperattività come esempio paradigmatico dello studio dell’ambito neurocognitivo nelle psicopatologie dello sviluppo; 3) lo studio del funzionamento cognitivo in altre psicopatologie dell’adolescenza, sia di tipo esternalizzante sia di tipo internalizzante; 4) la possibile utilità di un approccio neurocognitivo non solo allo studio delle psicopatologie dello sviluppo ma anche all’indagine dei “normali” comportamenti a rischio degli adolescenti. Discussione critica e risultati: L’analisi delle funzioni esecutive, sia quelle connesse alla corteccia prefrontale dorsolaterale che quelle connesse alla corteccia prefrontale ventromediale, risulta utile per individuare l’eziopatogenesi di più disturbi psicopatologici degli adolescenti. Questo approccio va nella direzione dell’utilizzo dei risultati della ricerca di base anche nella diagnosi, prevenzione e trattamento dei disturbi psicopatologici e si inserisce nell’interazione reciproca tra ricerca di base e ricerca applicata e tra sviluppo normale e sviluppo atipico. PAROLE CHIAVE: Adolescenza, funzioni esecutive, psicopatologia dello sviluppo. ABSTRACT: Background: Developmental models that try to describe maladaptative or psychopathological behaviours during infancy and adolescence are increasingly characterized by a multi level analysis, from genetic to interpersonal and social factors. Objective: To briefly review recent findings that support the role of the assessment of the neurocognitive functioning in order to better understand risk taking behaviours of adolescents and adolescence-onset psychopathologies. Method: Four topics will be taken in exam: the adolescent brain development, a phenomenon with important cognitive correlates; the cognitive deficit in ADHD as paradigmatic example of the study of the neuropsychological level of functioning in developmental psychopathology; recent findings about neurocognitive functioning in externalizing and internalizing disorders; the usefulness of a neurocognitive approach to understand typical risk taking behaviours of adolescents. Critical discussion and conclusions: Evaluation of both “cool” and “hot” executive functions, is useful to understand etiopathogenesis of several developmental psychopathologies. This approach can be used to inform the diagnosis, prevention and treatment of mental disorders and is in direct accord with the reciprocal interplay between basic and applied research and between normal and atypical development. KEY WORDS: Adolescence, executive functions, developmental psychopathology. ■ Introduzione II modelli di sviluppo che cercano di descrivere i comportamenti psicopatologici durante l’infanzia e l’adolescenza sono oggi caratterizzati da più livelli di analisi: la verifica di tali modelli richiede l’uso di disegni sperimentali e di strategie d’intervento basati su un assessment simultaneo di più variabili, sia intra- 113 Infanzia e adolescenza, 7, 3, 2008 personali che interpersonali e sociali (Cicchetti e Dawson, 2002). Tali modelli neuroevolutivi considerano lo sviluppo come un processo continuo, influenzato da fattori genetici, strutturali, funzionali e ambientali. “Tutte le influenze sociali incidono sullo sviluppo cerebrale e tutti i costrutti psichici si basano su meccanismi cerebrali. I modelli futuri dovranno tracciare i percorsi neuroevolutivi normali e psicopatologici dai meccanismi cerebrali ai sintomi esterni” (Sugden, Kile e Hendren, 2006, pag. 303). Tentativi in questa direzione cominciano ad essere proposti in letteratura: si vedano per esempio il Modello evolutivo del Circuito di processazione delle informazioni sociali (Nelson, Leibenluft, McClure e Pine, 2004) e il modello neuroevolutivo dell’aggressività (Sugden et al., 2006). Scopo di questa breve rassegna è prendere in esame la recente letteratura sul funzionamento cognitivo in età evolutiva, specialmente in adolescenza, tentando di definire come questo livello di analisi possa contribuire alla comprensione di alcuni disturbi psicopatologici e dei comportamenti a rischio tipici dell’adolescenza. Nel fare ciò saranno presi in esame i seguenti ambiti: 1) lo sviluppo cerebrale in adolescenza come fenomeno che sostiene un importante sviluppo cognitivo, con conseguenti possibili vulnerabilità; 2) il deficit cognitivo nel disturbo da deficit di attenzione e iperattività come esempio paradigmatico dello studio dell’ambito neuropsicologico nelle psicopatologie dello sviluppo; 3) lo studio del funzionamento cognitivo in altre psicopatologie dell’adolescenza, sia di tipo esternalizzante sia di tipo internalizzante; 4) la possibile utilità di un approccio neurocognitivo non solo allo studio delle psicopatologie dello sviluppo ma anche all’indagine dei “normali” comportamenti a rischio degli adolescenti. Questo approccio si inserisce nel quadro di una sempre più necessaria integrazione tra neuroscienze cognitive e neuroscienze affettive (Cicchetti e Posner, 2005), e soprattutto va nella direzione dell’utilizzo dei risultati della ricerca di base nelle fasi di diagnosi, prevenzione e trattamento dei disturbi psicopatologici (National Advisory Mental Health Council, 2000). ■ Lo sviluppo cerebrale durante l’adolescenza A partire dalla fine degli anni ’90 una serie di ricerche condotte principalmente presso il National Institute of Mental Health ha gettato nuova luce sullo sviluppo cerebrale dall’infanzia verso l’età adulta. Que- sti studi (per una rassegna si vedano Giedd, 2008; Lenroot e Giedd, 2006) hanno evidenziato profondi cambiamenti soprattutto nella corteccia prefrontale, cambiamenti dovuti alla mielinizzazione e al pruning sinaptico, processi che migliorano la velocità di comunicazione e l’efficienza di elaborazione delle informazioni da parte dei neuroni. Due fenomeni sono stati evidenziati dagli studi longitudinali di neuroimmagine strutturale, che hanno seguito lo sviluppo cerebrale di centinaia di adolescenti. Il primo fenomeno consiste in un incremento lineare della sostanza bianca durante l’adolescenza, grazie ad una continua mielinizzazione degli assoni. Il secondo fenomeno riguarda la densità di materia grigia, che va incontro a una curva di sviluppo a U rovesciata durante l’adolescenza. All’inizio dell’adolescenza si ha un nuovo periodo di sinaptogenesi, cioè di proliferazione di nuove sinapsi, dopo quello che caratterizza i primissimi anni di vita. Ciò comporta un aumento della sostanza grigia, che va incontro ad un picco di densità, raggiunto il quale si ha un plateau, cioè un momento di stasi. Ad un certo momento, specifico per ogni area corticale, inizia il processo di pruning sinaptico, cioè lo sfoltimento delle sinapsi scarsamente utilizzate (Edelman, 1987). I circuiti cerebrali vengono così ridefiniti e acquistano maggiore efficienza funzionale. Le diverse aree corticali raggiungono il loro picco di densità di materia grigia a differenti età. I lobi occipitali sembrano essere gli unici a seguire uno sviluppo lineare; i lobi frontali raggiungono il loro picco di crescita a 12 anni per i maschi e 11 anni per le femmine; i lobi parietali raggiungono il loro picco a 12 anni per i maschi e 10 per le femmine; i lobi temporali sono gli ultimi a raggiungere il loro picco, circa a 17 anni per entrambi i sessi (Giedd, Blumenthal, Jeffries, Castellanos, Liu, Zijdenbos, Paus, Evans e Rapaport, 1999). Lo sviluppo cerebrale non si conclude comunque con l’adolescenza ma continua in età adulta, anche se con modalità meno impetuose. La ridefinizione dei circuiti, attraverso la perdita di materia grigia, continua, nel lobo frontale, anche nella terza decade di vita (Sowell, Peterson, Thompson, Welcome, Henkenius e Toga, 2003), tanto che la corteccia dorsolaterale è l’ultima area corticale a raggiungere lo spessore definitivo (Lenroot e Giedd, 2006). Questo intenso e prolungato processo di sviluppo cerebrale fino alla giovane età adulta ha rilevanti conseguenze sulle abilità cognitive degli adolescenti, che continuano a maturare di pari passo, e sugli stili comportamentali degli stessi (per una rassegna vedi Poletti, in corso di stampa). 114 M. Poletti: Un approccio neuropsicologico ai disturbi psicopatologici e ai comportamenti a rischio in adolescenza ■ Funzionamento neurocognitivo nel disturbo da deficit d’attenzione/iperattività I disturbi psicopatologici dello sviluppo devono essere descritti a più livelli, da quello genetico a quello comportamentale, passando per fattori cognitivi e ambientali. L’analisi dei fattori cognitivi nell’eziologia dei disturbi psicopatologici ha ricevuto meno attenzione rispetto a quella dei fattori disposizionali e contestuali (Frick, Sheffield e Morris, 2004), ma deficit a livello della processazione cognitiva e affettiva dovrebbero essere maggiormente presi in considerazione nell’esame di tutte le psicopatologie dello sviluppo (Frick e Dickens, 2006). Pennington e Ozonoff (1996) sono stati tra i primi a porre l’accento sulla relazione tra funzioni esecutive e psicopatologia in età evolutiva. Il termine Funzioni Esecutive è generalmente usato come etichetta per descrivere un insieme di processi psicologici necessari per mettere in atto comportamenti adattativi e orientati verso obiettivi futuri (Stuss e Knight, 2002). Nelle funzioni esecutive si includono la pianificazione, la formulazione di ipotesi, il problem solving, la flessibilità cognitiva, la rilevazione di errori, l’inibizione di risposte automatiche e l’autoregolazione (Alvarez e Emory, 2006; Miyake, Friedman, Emerson, Witzki, Howerter e Wager, 2000; Robbins, 1998). Tutti questi processi consentono all’individuo di coordinare la attività necessarie al raggiungimento di un obiettivo: formulare intenzioni, sviluppare piani di azione, implementare strategie per la messa in atto di tali piani, monitorare la performance e valutarne gli esiti. Per lo scopo di questo articolo, il disturbo da deficit d’attenzione/iperattività (DDAI) verrà preso come esempio paradigmatico di psicopatologia dello sviluppo in cui un approccio neuropsicologico, focalizzandosi su un deficit delle funzioni esecutive, gioca un importante ruolo esplicativo. Attualmente tale disturbo viene considerato un disturbo ad eziologia primariamente neurobiologica (Swanson, Kinsbourne, Nigg, Lanphear, Stefanatos, Volkow, Taylor, Casey, Castellanos e Wadhwa, 2007): tale ipotesi è stata rinforzata nel corso degli ultimi anni da studi di neuroimmagine, che hanno riportato una disfunzione della corteccia prefrontale, dal volume ridotto rispetto ai controlli (Yeo, Hill, Campbell, Vigil, Petropoulos, Hart Zamora e Brooks, 2003) e la cui morfologia è stata messa in relazione con le caratteristiche comportamentali dei soggetti affetti da tale psicopatologia (Dickstein, Bannon, Castellanos, Milham, 2006). Come sopra riportato, l’approccio neurocognitivo a questo disturbo si è concentrato su un deficit delle funzioni esecutive. Per Bark- ley (1997, 2004) lo scarso controllo di interferenze esterne ed una scarsa capacità di inibizione sarebbero i deficit primari sottostanti al disturbo e sarebbero responsabili delle difficoltà secondarie a livello di memoria di lavoro, di autoregolazione degli affetti e delle motivazioni, e dell’attivazione del linguaggio interno, ovvero quelle capacità che permettono di organizzare risposte comportamentali finalizzate. Secondo altri autori il nucleo patogenetico del DDAI risiederebbe in un deficit della capacità di autoregolazione di stati affettivi e cognitivi, con conseguenti difficoltà comportamentali e difficoltà in specifici ambiti cognitivi (Dobler, Anker, Gilmore, Robertson, Atkinson e Manly, 2005; Halperin e Schulz, 2006; Sergeant, 2000; in italiano vedi Levi, Meledandri, Romani e Terrinoni, 2007). Globalmente questi studi concordano nell’individuare il deficit del controllo inibitorio a livello motorio come il cuore della disfunzione esecutiva dei soggetti con DDAI (Nigg, 2001). Il controllo inibitorio si basa sull’attività della corteccia prefrontale inferiore destra (Aron, Robbins e Poldrack, 2004), e permette di bloccare un comportamento che si stava per mettere in azione1. Numerosi studi neuropsicologici hanno individuato che la curva di sviluppo di tale funzione si conclude intorno ai 14-15 anni, età in cui le prestazioni raggiungono un livello simile a quello degli adulti (Romine e Reynolds, 2005). In realtà, una recente meta analisi sui risultati di numerosi studi pone dei dubbi sulla reale consistenza del deficit esecutivo, in particolare di quello inibitorio, come disfunzione comune a tutti i soggetti con DDAI, mettendo in evidenza l’eterogeneità dei profili cognitivi presenti all’interno di questo campione clinico (Lijffjt, Kenemans, Verbaten e van Engeland, 2005). Le prestazioni deficitarie in compiti di inibizione motoria sono un dato comune a numerosi studi, ma questo fenomeno può essere spiegato anche da difficoltà in altri processi coinvolti nell’esecuzione del compito (Martinussen, Hayden, Hogg-Johnson e Tannock, 2005). Una recente meta analisi (Wilcutt, Doyle, Nigg, Faraone e Pennington, 2005) prende in esame i risultati di 83 studi, per un to- 1 Il controllo inibitorio viene misurato solitamente attraverso compiti detti go/no go. In questi compiti il soggetto deve rispondere in condizioni di Go (per esempio premere un bottone in risposta alle lettere Q, P e T che appaiono sullo schermo) e inibire la risposta in condizione di No Go (per esempio di fronte alla lettera X o quando viene emesso un suono). Nei compiti Go-No Go il numero di errori che il soggetto fa nelle condizioni di No Go (Dare una risposta quando non si dovrebbe) viene presa come indice del controllo inibitorio. 115 Infanzia e adolescenza, 7, 3, 2008 tale di 6700 soggetti, alla ricerca di una conferma dell’associazione tra DDAI e disfunzione esecutiva, in tutti i processi attraverso cui questa viene valutata (pianificazione, vigilanza, shifting attentivo, memoria di lavoro verbale e visuospaziale). Il dato che emerge, trasversalmente agli studi, è un deficit della memoria di lavoro spaziale, soprattutto nella sua componente di manipolazione delle informazioni, mentre il deficit di inibizione non trova, infatti, conferme, a causa di numerose variabili alternative e potenzialmente confusive. Per venire a capo dell’eterogeneità delle prestazioni dei soggetti con DDAI si è allora cominciato a pensare che la disfunzione esecutiva sia connessa al deficit di attenzione ma non alla dimensione iperattività/impulsività: si va cioè nella direzione di una diversificazione di tale disturbo in sottotipi (Diamond, 2005; Nigg, 2005; Stefanatos e Baron, 2007). Una migliore descrizione dei deficit cognitivi alla base del DDAI si ottiene, infatti, considerando il deficit a livello inibitorio ed una modalità comportamentale definita avversione per il ritardo (delay aversion: Luman, Oosterlan e Sergeant, 2005; Solanto, Abikoff, Sonuga-Barke, Schachar, Logan, Wigal, Hechtman, Hinshaw e Turkel, 2001); questa è indice di bassa tolleranza dell’attesa e viene misurata attraverso compiti in cui i soggetti devono scegliere tra piccoli premi ottenibili immediatamente e maggiori premi ottenibili a distanza di tempo (Bitsakou, Antrop, Wiersema e Sonuga-Barke, 2006; Muller, Sonuga-Barke, Brandeis e Steinhausen, 2006). Nei soggetti con DDAI si può riscontrare una doppia dissociazione tra deficit inibitorio e avversione per il ritardo, e l’associazione tra queste due caratteristiche cliniche è capace di descrivere i deficit di circa il 90% dei soggetti con tale disturbo (Sonuga-Barke, Dalen e Remington, 2003). Come spiegare da un punto di vista neurofunzionale la presenza di questi deficit tra loro dissociabili nella popolazione clinica DDAI? Per rispondere a questo interrogativo occorre brevemente discutere le funzioni esecutive e la loro classificazione. Come riportato in precedenza le funzioni esecutive sono processi necessari per mettere in atto comportamenti orientati verso un obiettivo (Stuss e Knight, 2002). Alla luce delle diverse tipologie di deficit cognitivi e comportamentali emersi da lesioni alle diverse aree della corteccia prefrontale (Goldberg, 2001), sede anatomica principale delle funzioni esecutive (Stuss e Levine, 2002), è stata proposta la distinzione tra aspetti esecutivi “caldi” (in quanto riguardanti un’elaborazione emotiva), associati all’attività della corteccia prefrontrale ventromediale, e aspetti esecutivi “freddi” (in quanto riguardanti un’elaborazione cognitiva), as- sociati all’attività della corteccia prefrontale dorsolaterale (Metcalfe e Mischel, 1999; Zelazo e Muller, 2002). Le funzioni “calde” sono legate ad un’elaborazione automatica ed emozionale degli stimoli. Tale elaborazione avviene rapidamente, è relativamente semplice e diventa preponderante nelle situazioni di stress, durante le quali sovrasta le funzioni più “fredde”. Queste ultime sono, invece, basate su una elaborazione complessa, cognitiva, controllata, e quindi più lenta. I problemi situati all’interno di un contesto sociale, quale decidere come intervenire in una determinata situazione, chiamano più facilmente in causa i processi esecutivi più caldi. Non a caso lesioni o patologie neurodegenerative a carico della corteccia ventromediale spesso portano a disturbi del comportamento interpersonale, con condotte sociali inappropriate (Damasio, 1994; Goldberg, 2001; Poletti, 2008). I processi esecutivi “freddi” sono più facilmente chiamati in causa da problemi astratti, decontestualizzati, tra i quali la maggior parte dei test usati nella valutazione delle funzioni esecutive (Alvarez e Emory, 2006); i processi esecutivi “caldi” sono più facilmente chiamati in causa da problemi nei quali si deve attribuire un valore positivo o negativo ad uno stimolo (Zelazo e Mueller, 2002), come per esempio nella scelta del mazzo di carte più vantaggioso nell’Iowa Gambling Task (IGT2: Bechara, Damasio, Damasio e Anderson, 1994). Sulla base di questa distinzione è stato recentemente proposto (Castellanos, Sonuga-Barke, Milham, Tannock, 2006) che nel DDAI i sintomi di inattenzione siano connessi ad un deficit delle funzioni esecutive “fredde” (deficit di inibizione e della memoria di lavoro), mentre i sintomi di iperattività/impulsività siano connessi ad un deficit delle funzioni esecutive “calde” (tendenza all’avversione per il ritardo). Questo 2 Nell’Iowa Gambling Task i soggetti devono pescare carte da uno di quattro mazzi di carte; ogni carta dà informazioni su quanto si è vinto o si è perso con quella scelta. Ogni mazzo presenta diverse combinazioni di vincite e perdite, di diversa entità: pescando da due dei quattro mazzi per lungo tempo, si ottiene una perdita netta; al contrario, continuando a pescare dagli altri due mazzi, si ottengono vincite nette. Monitorando i comportamenti di scelta dei singoli individui in più prove successive, si osserva che gli individui adulti, sani, tipicamente cominciano a pescare casualmente da un mazzo piuttosto che da un altro, quindi, gradualmente incrementano le pescate dai mazzi vantaggiosi e diminuiscono le pescate dai mazzi svantaggiosi. Sulla base di questi risultati si è recentemente proposto che due tipologie di decision making sottostanno alla performance all’IGT: decisione in condizioni di ambiguità durante le prime sessioni e decisioni in condizioni di rischio durante le ultime sessioni. 116 M. Poletti: Un approccio neuropsicologico ai disturbi psicopatologici e ai comportamenti a rischio in adolescenza approccio predice quindi che alcuni individui con DDAI manifestino un deficit delle funzioni esecutive “calde”, alcuni individui manifestino un deficit delle funzioni cognitive “fredde”, mentre altri soggetti manifestino entrambi i deficit. Alcuni risultati sperimentali supportano tale distinzione: per esempio decisioni rischiose nell’IGT, in soggetti adolescenti con DDAI, sembrano essere associate all’iperattività/impulsività ma non alla scarsa attenzione e alle prestazioni di memoria di lavoro (Toplak, Jain e Tannock, 2005). Riassumendo, la letteratura sulla disfunzione esecutiva nei soggetti con DDAI si è concentrata quasi esclusivamente sulle funzioni esecutive connesse alla corteccia prefrontale dorsolaterale, ma non giungendo a conclusioni definitive; recenti dati indicano invece la presenza di difficoltà anche in processi motivazionali, connessi alla valutazione delle ricompense e degli incentivi (Frank e Claus, 2006) e basati sulla corteccia prefrontale ventromediale (Wallis, 2007), suggerendo che sia le funzioni esecutive “fredde” che le funzioni esecutive “calde” meritino una valutazione nei bambini e negli adolescenti con DDAI, ponendo particolare attenzione agli aspetti evolutivi e ai sottotipi del disturbo (Diamond, 2005). ■ Funzionamento neuropsicologico in altri disturbi psicopatologici dell’età evolutiva Un approccio neuropsicologico centrato sull’analisi di entrambe le tipologie di funzioni esecutive sopra menzionate si sta rilevando utile nell’indagare i fattori che possono contribuire a determinare alcuni dei disturbi psicopatologici più frequenti in adolescenza, sia di tipo internalizzante che esternalizzante. Vengono di seguito riportati alcuni studi sulle funzioni esecutive connesse alla corteccia prefrontale dorsolaterale. Una recente ricerca (Brunnekreef, De Sonneville, Althaus, Minderaa, Oldehinkel, Verhulst e Ormel, 2007) esamina un ampio numero di funzioni esecutive in adolescenti, dai 10 ai 12 anni di età, con un disturbo di internalizzazione, con un disturbo di esternalizzazione o entrambi in comorbidità. I soggetti con entrambi i disturbi in comorbidità hanno prestazioni peggiori rispetto ai controlli in tutte le funzioni esecutive esaminate; i soggetti con un disturbo di esternalizzazione risultano peggiori dei controlli rispetto alla memoria di lavoro visuospaziale e all’attenzione sostenuta, anche dopo aver pareggiato possibili differenze di QI; i soggetti con un disturbo di internalizzazione hanno prestazioni simili ai controlli in tutte le funzioni esecutive valutate; infine, tra le funzioni esecutive esaminate, l’inibizione della risposta è l’unica capace di discriminare tra adolescenti con disturbi di internalizzazione e adolescenti con disturbo di esternalizzazione. Un altro studio recente (Martel, Nigg, Wong, Fitzgerald, Jester, Puttler, Glass, Adams e Zucker, 2007) esamina la relazione tra funzioni esecutive, resilienza e disturbi di internalizzazione o esternalizzazione in una campione di 498 bambini e adolescenti. Una correlazione lineare viene trovata tra funzionamento esecutivo (inibizione della risposta, sensibilità all’interferenza, fluenza, memoria di lavoro, shifting attentivo e pianificazione) e resilienza. L’analisi multivariata mostra che una bassa resilienza, un basso controllo reattivo e una scarsa abilità di inibizione della risposta predicono la presenza di un disturbo di internalizzazione, mentre solo questi ultimi due fattori predicono un disturbo di esternalizzazione. È stato infine recentemente riportato (Herba, Tranah, Rubia e Yule, 2006) uno specifico deficit della capacità di inibire risposte motorie, nonostante normali abilità di inibizione cognitiva e verbale, in un campione di 54 adolescenti con disturbo della condotta, mentre uno studio longitudinale su 498 bambini e adolescenti appartenenti a famiglie a rischio riporta che uno scarso controllo inibitorio è un predittore di abuso di sostanze, indipendentemente dal livello intellettivo, dall’uso di sostanze in famiglia, da problemi della condotta e sintomi di iperattività (Nigg, Wong, Martel, Jester, Puttler, Glass, Adams, Fitzgerald e Zucker, 2006). Per quanto riguarda le funzioni esecutive connesse alla corteccia prefrontale ventromediale, recenti ricerche si sono concentrate sulla valutazione delle ricompense o dei feedback ambientali, una funzione dipendente soprattutto da una porzione della corteccia ventromediale, la corteccia orbitofrontale (Wallis, 2007), nei disturbi di internalizzazione. Per esempio un’alterata capacità di valutare i feedback ambientali sembra essere connessa con disturbi di tipo depressivo: sottoponendo i soggetti a scansione cerebrale con risonanza magnetica funzionale durante vari compiti di scelta (con vari livelli sia della probabilità di successo sia delle ricompense), è stata recentemente riportata un’alterata risposta neurale in adolescenti depressi, rispetto ai soggetti di controllo, nelle aree deputate alla valutazione delle ricompense ambientali (Forbes, Christopher, Siegle, Ladoucer, Ryan, Carter, Birhamer, Axelson e Dahl, 2006; Forbes, Shaw e Dahl, 2007; Hardin, Schroth, Pine e Ernst, 2007). 117 Infanzia e adolescenza, 7, 3, 2008 Come coniugare questi preliminari dati sperimentali con l’alto tasso di disturbi di internalizzazione ad esordio in adolescenza? Alcuni autori (Rubia, Overmeyer, Taylor, Brammer, Williams, Simmons, Andrei e Bullmore, 2000; Yurgelun-Todd, 2007) sottolineano che, all’inizio dell’adolescenza, l’attività cerebrale suscitata da stimoli a contenuto emotivo e sociale non è adeguatamente controbilanciata da un adeguato controllo da parte della corteccia prefrontale, ancora immatura (Giedd, 2008; Lenroot e Giedd, 2006; Sowell et al., 2003). Il macroscopico effetto di questa disparità di sviluppo può allora sfociare in questa condizione: una forte attivazione di fronte agli stimoli ambientali e sociali, particolarmente carichi di contenuti affettivi in questa fase della vita; contemporaneamente uno scarso controllo e una valutazione dei feedback ambientali ancora in fieri, da parte della corteccia prefrontale. Infatti è proprio durante l’adolescenza, verso i 14 anni di età, che gli adolescenti vanno incontro ad un picco di sensibilità alla pressioni del gruppo dei pari, sensibilità che gradualmente diminuisce con l’avvicinarsi alla giovane età adulta (Gardner e Steinberg, 2005; Steinberg e Monahan, 2007). Viene così ipotizzato (Forber e Dahl, 2005; Nelson et al., 2004) che l’attivazione cerebrale connessa all’accettazione o al rifiuto sociale, e alla conseguente autostima, sia particolarmente elevata durante l’adolescenza, dovuta ad un’ipersensibilità agli stimoli emotivi e sociali, e questo potrebbe parzialmente spiegare l’alto tasso di incidenza di disturbi ansiosi e di disturbi dell’umore in questa particolare fascia d’età (Pine, Cohen, Gurley, Brooks e Ma, 1998; Pine, Cohen, Johnson e Brooks, 2002). ■ Funzionamento neurocognitivo e comportamenti a rischio in adolescenza Se la ricerca di disfunzioni neurocognitive è utile nella spiegazione di alcune psicopatologie dell’adolescenza, questo approccio può essere utile anche per la comprensione dei comportamenti impulsivi e rischiosi degli adolescenti? Gli adolescenti infatti adottano numerosi comportamenti a rischio (Centers for Disease Control & Prevention, 2003), tra i quali il mancato uso delle cinture di sicurezza, guida in stato di ebbrezza, detenzione di armi da fuoco, violenza fisica, tentati suicidi, abuso di tabacco, alcol, marijuana e cocaina, condotte sessuali non protette, abusi alimentari, che ne innalzano gli indici di morbilità e di mortalità nonostante un generale irrobustimento fisico (Steinberg, 2004) Questo suggerisce la presenza di un’immatura capacità di giudizio delle proprie azioni e delle loro conseguenze (Poletti, 2007; Powell, 2006): quale è il ruolo del funzionamento cognitivo nel determinare tale fenomeno? La valutazione cognitive delle capacità decisionali degli adolescenti, rispetto a quelle degli adulti, in compiti standardizzati come l’IGT, soprattutto se coadiuvata dall’utilizzo delle neuroimmagini, potrebbe fornire preziose informazioni sui comportamenti a rischio, che in questa fascia di età hanno un pericoloso picco di frequenza e potrebbero riflettere immature capacità di giudizio e di scelta. In un recente studio (Crone, Bunge, Laterstein e van der Molen, 2005), somministrando ad un campione di soggetti, di età compresa tra i 7 e i 15 anni, un compito di scelta in cui variano la frequenza e la distanza temporale dei possibili premi e punizioni, è emerso che al crescere dell’età aumenta la sensibilità nei confronti di possibili punizioni future, anche in contesti di incertezza. Le prestazioni degli adolescenti in questo compito rimangono di livello inferiore a quelle degli adulti almeno fino agli 11, 12 anni di età, a causa di una preferenza a favore di vincite e risultati immediati, nonostante possibili vincite future di maggior entità: infatti, solo quando la punizione è molto rischiosa e probabile riceve attenzione, mentre viene facilmente ignorata negli altri casi. Altri studi hanno direttamente utilizzato la versione originale dell’IGT: per esempio in uno studio (Crone e van der Molen, 2004) con quattro gruppi di soggetti di età diverse (6-9, 10-12, 13-15 e 18-25), i soggetti del primo gruppo pescano egualmente dai mazzi favorevoli e da quelli sfavorevoli. I due gruppi centrali mostrano un lieve miglioramento delle prestazioni nel corso delle prove, con percentuali rispettive di scelta dai mazzi favorevoli pari al 55% e al 60% del tempo totale di gioco. I soggetti del gruppo più maturo, invece, pescano dai mazzi più favorevoli per il 75% del tempo totale di gioco e cominciano a scegliere i mazzi favorevoli molto prima dei soggetti più giovani. Anche in un studio (Hooper, Luciana, Conklin, Yarger, 2004) con soggetti di età compresa tra i 9 e i 17 anni, si riscontra una maturazione legata all’età nelle prestazioni all’IGT. I soggetti tra i 14 e i 17 anni di età pescano dai mazzi vantaggiosi più spesso che i soggetti di 9-10 anni, e cominciano a “virare” le proprie scelte verso tali mazzi prima dei soggetti più giovani. Prestazioni ottimali nell’IGT, e nei compiti decisionali più in generale, richiedono che i soggetti pongano attenzione agli esiti delle loro scelte, e che tengano conto di tali feedback nel prendere le decisioni successive. Pre- 118 M. Poletti: Un approccio neuropsicologico ai disturbi psicopatologici e ai comportamenti a rischio in adolescenza stazioni deficitarie in questo tipo di compiti potrebbero così risultare da una insensibilità alle perdite o dall’incapacità di utilizzare le informazioni ambientali per anticipare rischi futuri. Recenti studi (Crone e van der Molen, 2007; Huizinga, Dolan e van der Molen, 2006) suggeriscono di concentrarsi su una scarsa anticipazione dei risultati futuri, dimostrando che tale abilità continua a maturare durante l’adolescenza (almeno fino ai 15 anni di età), passando da una scarsa tendenza a considerare la frequenza delle perdite, poi ad una maggiore focalizzazione sulla frequenza delle perdite ed infine al considerare sia la frequenza (quindi la probabilità) che l’ammontare delle perdite. L’analisi dei dati comportamentali degli adolescenti nei compiti di scelta è inoltre da poco affiancata dall’uso delle neuroimmagini funzionali, e ciò permette di individuare eventuali differenti pattern di attivazione cerebrale durante i compiti medesimi tra bambini, adolescenti e adulti. Per esempio, in un recente studio (Eshel, Nelson, Blair, Pine e Ernst, 2007) adolescenti (9-17 anni) e adulti (20-40 anni) si sottopongono a risonanza magnetica funzionale durante un compito di scelta monetaria in contesti di rischio. In particolare viene esaminata l’attivazione della corteccia prefrontale orbitofrontale/ventrolaterale (Area 47 di Brodmann) e della corteccia cingolata anteriore (Area 32), due aree cerebrali coinvolte rispettivamente nella valutazione del valore delle ricompense e del monitoraggio e controllo del comportamento (Fleck, Daseelar, Dobbins e Cabeza, 2006). Il confronto tra il livello medio di attivazione dei due gruppi di soggetti indica che gli adulti attivano maggiormente queste due aree, durante scelte rischiose, rispetto agli adolescenti. E di conseguenza, un livello minore di attivazione di queste aree corrisponde a scelte più rischiose da parte degli adolescenti. Gli autori (Eshel et al., 2007) suggeriscono quindi che negli adolescenti, di fronte a scelte potenzialmente rischiose, sono meno attivate quelle aree prefrontali deputate alla valutazione delle scelte e al controllo e monitoraggio del proprio comportamento. Un altro recente studio (Galvan, Hare, Parra, Penn, Voss, Glover e Casey, 2006) sottopone a scansione cerebrale con risonanza magnetica funzionale 37 soggetti (intervallo di età: 7 - 29 anni) mentre sono impegnati nello svolgere un semplice compito, in seguito al quale vengono erogati premi di minimo, medio o grande valore per le prestazioni corrette. In risposta a premi di media o grande entità, il nucleo accumbens dei soggetti adolescenti reagisce con una maggiore attivazione rispetto a quello degli bambini e degli adulti, mentre di fronte a premi di bassa entità il loro nu- cleo accumbens si attiva meno di quello degli individui più giovani e più anziani. Gli autori dello studio interpretano questi dati sperimentali indicano come gli adolescenti abbiano una reazione esageratamente positiva di fronte ai premi di valore medio/alto, e al tempo stesso interpretino i premi di basso valore quasi come se non avessero valore, cioè come non premi. ■ Discussione e conclusioni Gli studi presi in esame in questa breve rassegna sottolineano l’utilità di un approccio neuropsicologico all’indagine sia di alcune psicopatologie dell’età evolutiva sia dei comportamenti a rischio in adolescenza. Allo sviluppo cerebrale durante l’adolescenza si accompagnano cambiamenti a livello cognitivo, che modificano le modalità con cui gli adolescenti stessi processano le informazioni provenienti dal mondo esterno. Di particolare importanza si sono rivelate le funzioni esecutive, considerate globalmente, sia nella loro dimensione più cognitiva (connessa alla corteccia dorsolaterale) sia nella loro dimensione affettivo/motivazionale (connessa alla corteccia ventromediale). Tra i processi esecutivi, alcuni hanno ricevuto maggiore attenzione in quanto un loro deficit è stato associato a più situazioni disfunzionali. Un processo è la capacità di inibizione delle risposte automatiche, alla base dell’autoregolazione del comportamento; l’altro processo è la capacità di valutazione dei feedback ambientali al fine di monitorare e orientare i propri comportamenti finalizzati verso obiettivi. Se per il primo processo e per le funzioni esecutive “fredde” più in generale si dispone ormai da tempo di numerosi strumenti di misura, per quanto riguarda il secondo processo e le funzioni esecutive “calde” più in generale, solo da poco tempo si hanno a disposizione strumenti di valutazione ad hoc per l’età evolutiva (Blair, Zelazo e Grenberg, 2005; Hongwanishkul, Happaney, Lee e Zelazo, 2005). Proprio la scarsità di dati sperimentali ottenuti con questi compiti cognitivi e comportamentali per la valutazione delle funzioni esecutive connesse alla corteccia prefrontale ventromediale suggeriscono cautela nella loro interpretazione; soprattutto, per questo tipo di compiti, generalmente trasposizioni per l’età evolutiva di compiti pensati in origine per una popolazione adulta, non si è ancora approfonditamente dibattuto sulla loro validità ecologica (Solanto et al., 2001), a dispetto di quanto fatto per la valutazione delle funzioni esecutive nei soggetti adulti (Manchester, Priestley e Jackson, 2004). 119 Infanzia e adolescenza, 7, 3, 2008 Comunque gli studi passati in rassegna, confermano che la distinzione tra funzioni esecutive “fredde” e funzioni esecutive “calde” sembra avere un’applicabilità concreta nello studio di numerose psicopatologie dello sviluppo e dei comportamenti a rischio di questa specifica fascia di età. Per quanto riguarda il DDAI si è ormai accertata la presenza di deficit delle funzioni esecutive “fredde” quali memoria di lavoro e inibizione della risposta, soprattutto a livello motorio, nei soggetti con sottotipo inattentivo, e di deficit delle funzioni esecutive “calde” quali l’avversione per il ritardo nei soggetti con sottotipo iperattivo/impulsivo. I pochi studi con tale approccio neuropsicologico ad alcuni disturbi psicopatologici dell’adolescenza sembrano inoltre suggerire che negli adolescenti con disturbi di internalizzazione (disturbi d’ansia e disturbi dell’umore) sia più frequente riscontrare un’alterazione delle funzioni esecutive “calde”, quale la valutazione dei feedback ambientali (reward processing) (Davey, Yucel e Allen, 2008); al contrario nei soggetti con disturbi di esternalizzazione (DDAI, disturbo della condotta, disturbo oppositivo provocatorio) sia più frequente riscontrare un’alterazione delle funzioni esecutive “fredde”, in particolare l’inibizione della risposta. Infine anche la comprensione dei comportamenti a rischio degli adolescenti è facilitata dall’analisi della maturazione dei processi decisionali in questa specifica fascia di età: studi neuropsicologici e studi di neuroimmagine mostrano infatti che solo gradualmente imparano a tenere in debita considerazione gli effetti a lungo termine delle loro decisioni, contrastando la naturale tendenza al compiere scelte vantaggiose nell’immediato ma svantaggiose nel medio/lungo periodo. L’utilizzo e il perfezionamento di strumenti neuropsicologici, ad hoc per l’età evolutiva, per la valutazione di entrambe le tipologie di funzioni esecutive, associati al contemporaneo uso delle neuroimmagini strutturali e funzionali, non potranno che ampliare rapidamente le conoscenze sugli aspetti di elaborazione neurocognitiva ed affettiva delle informazioni, che rivestono un ruolo particolarmente importante nello sviluppo degli adolescenti. ■ Bibliografia Alvarez JA, Emory E (2006), Executive function and the frontal lobes: A meta-analytic review. Neuropsychology Review, 16, 17-42. Aron AR, Robbins TW, Poldrack RA (2004), Inhibition and the right inferior prefrontal cortex. Trends in Cognitive Sciences, 8, 170-176. Barkley RA (1997), Behavioral inhibition, sustained attention, and executive functions: Constructing a unifying theory of ADHD. Psychological Bulletin, 121, 65-94. 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Michele Poletti UOC Neurologia, Ospedale Versilia, USL 12 Toscana Via Aurelia, 335 55043 Lido di Camaiore (Lucca) E-mail: [email protected] 123