1 IL RITO DELLA MESSA "Fate questo in memoria di me" Nella liturgia nulla è lasciato al caso o all'improvvisazione e tutto assume il tono di una stupenda sinfonia nella quale presidente, diacono, accoliti, lettori, ministri straordinari, coro e popolo, secondo i rispettivi compiti, collaborano al suo completo e perfetto svolgimento. Entrati, tracciamo su di noi il segno di Croce con l’acqua benedetta. L’acqua richiama il nostro Battesimo e le promesse fatte in quel giorno. Diventa segno di purificazione. Segue la genuflessione a manifestare il riconoscimento della nostra adorazione e amore di fronte a Dio. È importante osservare le varie posizioni del corpo durante la celebrazione. La nostra posizione eretta indica questa nuova realtà: morti al peccato e risuscitati a vita nuova nel Battesimo. Lo stare seduti indica la posizione rilassata, comoda, nella quale si può meglio ascoltare un insegnamento. Stare in ginocchio davanti a Dio indica, come già per la genuflessione, la consapevole debolezza dell’uomo di fronte al suo Creatore. Rito d’ingresso L’altare: Deriva dal latino ed indica qualcosa che sta in alto a ricordo degli incontri tra l’uomo e Dio, che sono avvenuti sempre in alto (in montagna, che è il luogo biblico dell’incontro con Dio); ricorda la tavola dell’olocausto, dove venivano sacrificati gli animali a Jhavè. Infine, ricorda l’ultima cena, dove non scorre più il sangue degli animali, ma quello di Gesù. Bacio dell’altare: Simbolizza l’adesione, la comunione, del diacono e del sacerdote a tutto quanto si attualizzerà. Sarà solo il sacerdote a poggiare le mani, mentre lo bacia, perché è solo lui che ha il potere di agire su di esso. Il segno di croce: Questo gesto ricorda ai fedeli di essere stati redenti nell’anima e nel corpo dalla croce di Gesù, una croce che però è trinitaria. Il saluto del celebrante: “Il Signore sia con voi” (a cui si risponde con: “E con il suo spirito”), è il più bell’augurio che si possa fare ad un cristiano: Dio ponga in te la sua dimora, ti accompagni, ti animi. L’atto penitenziale: È un appello alla misericordia (compassione o pietà profonda per l’infelicità altrui, pietà che muove al perdono). È introdotto dal sacerdote con le seguenti parole: “Fratelli, per celebrare degnamente i santi misteri, riconosciamo i nostri peccati”. Si rimane per alcuni istanti in silenzio per esaminare la propria coscienza (GS 10: la coscienza è il luogo più intimo e sacro dove l’uomo è solo con Dio) alla luce che viene da Dio. Segue il Confiteor: “Confesso a Dio onnipotente….. in pensieri, parole ed omissioni (ricorda il Dt, quando cita la professione di fede del popolo di Israele: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, la tua anima, la tua forza…..) Il sacerdote conclude il Confiteor con una formula di assoluzione: “Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna”. L’assoluzione (deriva da absolvere, che significa sciogliere, slegare) è un potere conferito da Cristo a Pietro: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sarà sciolto nei cieli” (Mt 16,19); è lo stesso mandato che poi riceveranno gli apostoli nel giorno della risurrezione (Gv 20,22-23). Questa assoluzione è un sacramentale (segni, atti, o realtà, che richiamano un momento sacro, come: le benedizioni, l’uso dell’acqua benedetta, le processioni, le pratiche di pietà; questi dipendono dalla fede di chi li opera e di chi li riceve) quindi non è come il sacramento (che è una realtà sacra che opera per il solo fatto di essere stato celebrato, indipendentemente dalla fede del ministro o dalla risposta di chi li 2 riceve). Dicevamo non è come il sacramento della riconciliazione, più che dare il perdono, essa lo implora. Al posto del Confiteor si possono usare anche i due versetti seguenti: Pietà di noi Signore - Contro di te abbiamo peccato. Mostraci, Signore, la tua misericordia – E donaci la tua salvezza. Il Kyrie Eleison: Signore pietà. Il Gloria: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli”, che è proclamato o cantato nelle domeniche, nelle feste, nelle solennità. È un canto di lode degli Angeli che annunciavano ai pastori di Betlemme la buona notizia della nascita del Salvatore. La colletta: raccoglie le diverse preghiere dei fedeli che il sacerdote presenta a Dio in nome di tutta la comunità. La liturgia della Parola Prima lettura: È sempre dell’AT, tranne nel Tempo Pasquale. Salmo: Sono il canto dell’anima dell’uomo a Dio e sono delle poesie musicali, sono stati scritti quasi tutti dal re Davide. Seconda lettura: (solo nei giorni festivi e nelle solennità, di solito non ha nessun legame con le altre letture ed è presa dalle lettere del NT) Canto al Vangelo (Alleluia): È la traduzione di Hallelu Jah: Lodate Jhavè e lo si trova solo nei Salmi. Vangelo: Il Vangelo può essere proclamato soltanto da color che hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine (Diacono, Sacerdote, Vescovo). Nell’anno A si legge quasi tutto Matteo, nel B: Marco, nel C: Luca; Nei Tempi Forti: Giovanni. Il segnarsi con una piccola croce sulla fronte, labbra e petto, indicano che Cristo crocifisso e risorto deve inserirsi nel profondo dei nostri pensieri, deve esprimersi con le nostre parole, deve vivere nel nostro cuore. Il Credo: L’attuale Credo si è formato nella sua maggior parte nel Concilio di Nicea del 325 e nel Concilio di Costantinopoli del 381, difatti ancora oggi viene chiamato Simbolo Niceno-Costantinopolitano. Simbolo deriva dalla parola greca symbolon o dal latino symbolum ed indica un segno di riconoscimento o un mezzo di identificazione usato nell’antichità: si trattava di due oggetti o di due pezzi dello stesso oggetto fatti incastrare come due pezzi di un puzzle, che riuniti, “gettati insieme” (da syn: “insieme” e bàllein: “gettare”) comprovavano l’appartenenza ad una stessa realtà o patto o alleanza (tra l’altro il termine diavolo ha la stessa provenienza: dya-bàllein: “gettare lontano”. Per questo il dyabolum (diavolo) viene chiamato anche il separatore, il divisore). Per analogia i cristiani si riconoscevano proprio per il loro simbolo. La preghiera universale o dei fedeli: Proviene dalla liturgia ebraica e si fonda sulla raccomandazione di Paolo a Timoteo: “Ti raccomando dunque, prima di tutto (si noti la forza dell’espressione), che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti: per tutti gli uomini, per i re per tutti quelli che stanno al potere, perché possano trascorrere una vita calma, tranquilla con tutta pietà e dignità. Questa è una cosa bella e gradita a Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1Tm 2,1-4). In genere l’ordine è più o meno il seguente: per la Chiesa, i suoi pastori, i suoi fedeli, per le autorità della terra, affinché favoriscano una vera pace nella giustizia, per coloro che soffrono, per i defunti, per i bisogni particolari dei membri dell’assemblea, per l’intera assemblea. Liturgia Eucaristica Altare, tovaglia e tavolino: l’altare deve essere totalmente sgombro da qualsiasi oggetto, come: ceri, lampade, fiori, occorrente per l’eucaristia, microfoni, foglietti vari, tovaglie o pezzi di 3 plastica, incerate, ecc.., ripeto deve essere totalmente libero. Per la preparazione si deve usare un tavolino o credenza a parte, che dovrà contenere tutti gli oggetti occorrenti per la Messa, compreso il Messale. Sulla tovaglia per il sacrificio eucaristico va disteso un corporale: un quadrato di tela bianca d’un certo spessore: per assorbire il vino consacrato, se si versasse) sul quale vanno collocati i vasi sacri: i recipienti che conterranno il Corpo ed il Sangue del Signore durante la Messa o al di fuori di essa. Questi sono: la patena, di forma circolare e concava, che contiene l’ostia grande che sarà santificata dal sacerdote; il calice; il ciborio o pisside: che si utilizza quando bisogna distribuire l’eucaristia a molti fedeli, è di forma sferica ed ha un coperchio, spesso con sopra una crocetta, in genere viene utilizzato anche per conservare le ostie consacrate nel tabernacolo; l’ostensorio: che contiene l’Ostia consacrata, spesso durante le adorazioni eucaristiche. Presentazione dei doni o processione offertoriale: Nella preparazione dei doni vengono portati all’altare il pane, il vino e l’acqua. La liturgia non prevede, cosa che purtroppo capita spesso, e quindi va assolutamente evitato, la presentazione all’altare di: sandali, bastoni, sai, camici, candele, vangeli, bibbie, ecc., ecc.. quali segni di questo o di quest’altro. Già nei primi tempi della Chiesa, i fedeli portavano gli elementi necessari per la Messa, cioè il pane, il vino e l’acqua (At 2,46: “Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore”. Oggi è il parroco che provvede al loro acquisto e la processione simboleggia la partecipazione dell’intera assemblea all’acquisto delle offerte ed al sostentamento della chiesa, dei ministri e dei poveri. A tal proposito le offerte raccolte (anche materiali, come: alimentari, frutta, olio, o altro) per i ministri e per i poveri vanno portate al presbiterio, non all’altare. Il significato della processione offertoriale non è solo quello di portare quanto occorre, ma ha un significato ancora più profondo, che ci porta proprio al cuore del mistero liturgico: Dio, nella persona del sacerdote, aspetta che andiamo da Lui; ci ha colmati dei suoi doni e ci ispira ad offrigliene una parte simbolica, un decima, in riconoscenza dei suoi benefici. La goccia d’acqua nel calice: Il sacerdote o il diacono, prima di pronunciare la preghiera di benedizione aggiunge al vino un po’ d’acqua, dicendo sottovoce: “L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana”. Questa è un’antica usanza ebraica e greca, allora si beveva solo vino allungato con acqua. Gesù ha fatto la stessa cosa nell’ultima Cena, e per tale motivo anche la Chiesa continua ad aggiungere un po’ d’acqua al vino, destinato a diventare il sangue di Cristo. La lavanda delle mani: Il sacerdote si lava le mani, questo rito esprime il desiderio di purificazione interiore e mentre un ministro gli versa l’acqua sulle mani, dice: “Lavami, Signore, da ogni colpa, purificami da ogni peccato” (Sal 50,4). La preghiera sulle offerte: Dopo aver preparato i doni (pane, vino ed acqua) il sacerdote dice: “Pregate, fratelli, perché il mio ed il vostro sacrificio sia gradito a Dio onnipotente”, i fedeli rispondono “Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio a lode e gloria del suo nome, per il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa”. Ancora una volta abbiamo l’azione di Dio che ci salva e noi che rispondiamo con una lode alla sua gloria (alla sua salvezza). La Preghiera Eucaristica: È composta dal Prefazio (Rendimento di grazie), epiclesi (invocare lo SS su qualcosa), racconto dell’istituzione, anamnesi (il memoriale), seconda epiclesi, intercessioni, dossologia (lode o ringraziamento). È il momento principale e culminante di tutta la celebrazione eucaristica; sappiamo che eucaristia significa “rendere grazie”, “ringraziamento”. Benedire significa ringraziare 4 Dio di tutto ciò che abbiamo e condividerlo con gli altri….. niente è nostro, tutto proviene da Lui…… Dalla benedizione ebraica all’Eucaristia: gli ebrei, prima di ogni pasto, ringraziavano sempre Dio con una benedizione (la birkat-ha-mazon è ritenuta la più antica ed importante tra le benedizioni), e come ogni benedizione prevede tre momenti: lode, rendimento di grazie, supplica. Gesù ripeterà tutto questo. Preghiera eucaristica: Inizia con un dialogo tra il sacerdote e l’assemblea, proprio a significare il carattere comunitario della celebrazione. “Il Signore sia con voi – E con il tuo spirito” (abbiamo già commentato questa parte nel Rito d’Ingresso - Saluto del sacerdote) “In alto i nostri cuori – Sono rivolti al Signore”. Significa che dobbiamo pensare a Dio sempre. E siccome ciò è impossibile per la debolezza umana, dobbiamo farlo soprattutto in questo momento solenne. Prefazio: “È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie a te, Signore, Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno, per Cristo nostro Signore”. Ci sono circa 80 prefazi diversi, e tutti iniziano con la parola “Veramente”. Al termine del prefazio c’è l’introduzione al Sanctus (Santo) come: “E noi, uniti agli Angeli ed ai Santi, cantiamo l’inno della tua lode”. Sanctus: Anche questa parte della liturgia proviene dall’Antico Testamento, sono una parte delle preghiere mattutine degli ebrei e provengono dal libro di Isaia: “Santo, santo , santo è il Signore degli eserciti=>Dio dell’universo. Tutta la terra è piena della sua gloria=>I cieli e la terra sono pieni della tua gloria. Il Signore degli eserciti è il titolo con cui veniva chiamato Dio nell’AT. “Osanna nell’alto dei cieli. Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell’alto dei cieli” (Mt 21,9). Questo è lo stesso inno che gli ebrei cantano a Gesù mentre entra in Gerusalemme il giorno delle Palme. Epiclesi: Significa “invocazione su”, in questo caso è invocare il Padre affinché mandi il suo Spirito a santificare il pane ed il vino. Il sacerdote tenendo le mani stese sul pane ed il vino invoca: “Padre veramente santo, fonte di ogni santità, santifica* (o manda il tuo Spirito a santificare*) questi doni con l’effusione dello Spirito Santo, perché diventino per noi il Corpo ed il sangue di Gesù Cristo nostro Signore”. *ci si inginocchia solo a questo momento e fino all’inizio del Mistero della fede. Il racconto dell’istituzione: Per capire bene il racconto dell’istituzione, ripreso in ogni Messa, è importante capire il contesto della cena pasquale ebraica. Sia prima dei pasti, che ad ogni portata, e poi alla fine dei pasti, veniva sempre pronunciata una benedizione a Dio, da parte di colui che presedeva al banchetto. Difatti anche Gesù, come colui che presiedeva al banchetto, ripeterà gli stessi gesti, così nell’ultima cena quando viene servito l’agnello e poi il pane azzimo, Gesù pronuncia una benedizione: “Prese il pane e rese grazie”, però aggiunge: “Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”. Vuol far capire che Lui sarà il vero agnello pasquale. Dopo la cena, ancora una volta come nella cena pasquale ebraica, anche Gesù eleva un’altra benedizione (prese il calice e rese grazie), però, come prima, vi aggiunge: “Questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza (Is 53,12), versato per voi e per tutti in remissione dei peccati (Is 53,4-6.11), fate questo in memoria di me. Fate questo in memoria di me: è un modo umano per dire che Dio è sempre in alleanza con l’uomo, in modo eterno. Mistero della fede: “Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”. Questa professione di fede la troviamo nella 1Cor 11,26, significa che attendiamo una persona vivente, difatti le prime liturgie cristiane si concludevano con l’invocazione Marana tha=Vieni Signore Gesù (Ap 22,17.20). L’anamnesi: “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, ti offriamo, Padre, il pane della vita ed il calice della salvezza, e ti rendiamo grazie per averci ammessi alla tua presenza e compiere il servizio sacerdotale”. 5 Nella nostra cultura il memoriale è un ricordo, una memoria, di un evento passato, a volte è un monumento ai defunti, invece il memoriale nella cultura ebraica è molto di più, significa attualizzare un evento, renderlo presente e preparare o anticipare il futuro. Ogni liturgia attualizza nel presente l’alleanza precedente ed anticipa l’alleanza perfetta che seguirà alla fine dei tempi. Quindi l’Eucaristia è l’attualizzazione dell’alleanza con Gesù (fate questo in memoria di me) ed è l’anticipazione della Parusia (l’ultima venuta di Gesù). Seconda epiclesi: (Abbiamo già detto che epiclesi significa “invocare su”). “Ti preghiamo umilmente: per la comunione al Corpo ed al Sangue di Cristo lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo”. In pratica si invocano i frutti della comunione al Corpo ed al Sangue di Cristo sul popolo di Dio radunato in suo nome. Intercessioni: “Ricordati Padre, della tua Chiesa diffusa su tutta la terra: rendila perfetta nell’amore in unione con il nostro Papa (n), il nostro Vescovo (n) e tutto l’ordine sacerdotale. Ricordati dei nostri fratelli che si sono addormentati nella speranza della risurrezione, e di tutti i defunti che si affidano alla tua clemenza: ammettili a godere la luce del tuo volto. Di noi tutti abbi misericordia: donaci di aver parte alla vita eterna, insieme con la beata Maria, vergine e Madre di Dio, con gli apostoli e tutti i Santi che in ogni tempo ti furono graditi: e in Gesù Cristo tuo Figlio canteremo la tua gloria”. Questa preghiera ci ricorda che l’eucaristia è celebrata in comunione con tutta la Chiesa, sia quella celeste che quella terrestre, e che l’offerta è fatta per essa e per tutti i suoi membri, vivi e defunti…. nominando tutti coloro che vi appartengono. Vivi, morti, peccatori, giusti, costituiscono lo stesso Corpo in Gesù. Dossologia: “Per Cristo, con Cristo, in Cristo, a te Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli”. È la conclusione della preghiera eucaristica, con la glorificazione di Dio in forma trinitaria. Questa formula, scandita con solennità, proclama con forza la mediazione di Cristo prende spunto dal Nuovo testamento (Fil 3,12; Rom 16,27; Ef 1,3-4; Col 1,1516; Gv 1,3.16-17). Riti di comunione Padre Nostro:È quella che ci riporta Mt 6,9-13, ed è la preghiera per eccellenza dal momento che è stata insegnata da Gesù stesso ai discepoli. Anche questa preghiera richiama la liturgia dell’Antico Testamento, già allora per 15 volte Dio viene chiamato Padre, attenzione non paragonato, ma prende proprio il nome di padre (Dt 32,6; 2Sam 7,14; 1Cr 17,13; 22,10; 28,6; Sal 68,6; 89,27; Is 63,16; 64,7; Ger 3,4.19; 31,9; Ml 1,6; 2,19). Tuttavia nei 46 libri dell’AT Dio viene chiamato Padre solo 15 volte, nel NT ricorre 170 volte e per 109 volte lo dice Gesù stesso. Avendo un unico Padre Nostro diventiamo fratelli di Gesù, difatti il sacerdote esorta a chiamarlo Padre Nostro dicendo: “Obbedienti alla parola del salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire”. La prima parte del “Padre Nostro” riguarda la gloria del Padre celeste, il cui nome si desidera sia santificato….. Poi ci sono le richieste per noi: per il pane necessario, il perdono che imploriamo e la forza che sollecitiamo per non cadere nelle tentazioni. Questa preghiera è il riassunto di tutta la Messa: all’inizio abbiamo chiesto che ci vengano rimessi i peccati, con l’eucaristia si inserisce in noi Gesù vivo, così abbiamo la forza per superare le tentazioni e le nostre debolezze. Nel “Padre Nostro” si chiede a Dio: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” e questo è una grossa responsabilità, significa che se non rimettiamo i debiti ai nostri debitori, se non perdoniamo, ci accostiamo all’eucaristia già da peccatori; non possiamo chiedere la misericordia del Padre se non siamo misericordiosi verso il prossimo; attenzione il prossimo non è l’amico o il parente o il conoscente che ci stima, ci apprezza, ci vuole 6 bene, ma sono coloro che ci sono antipatici, che ci hanno fatto del male, che non ci capiscono, che non sopportiamo. Scambio della pace: Prende spunto dalla parola del Signore agli apostoli nell’ultima cena (Gv 14,27). Il segno della pace, proprio perché segno, va scambiato solo con coloro che sono a fianco, evitando di muoversi, di spostarsi o di girarsi indietro. Anche sulla pace c’è da dire qualcosa: “la pace sia con te” non è l’augurio che non vi siano guerre, che non vi siano incomprensioni, che vi sia appunto pace, ma è qualcosa di molto più profondo. È la pace di Dio che noi auguriamo, auguriamo all’altro di avere tutto ciò che c’è in Dio, la sua completezza, che si traduce in ogni bene all’altro, quindi: nella forza che ci sostiene nei dolori e nella sofferenza, nella sicura speranza della risurrezione, nel condividere i propri beni ed i propri cuori con gli altri, nel sacrificarsi per gli altri, nel vivere rimanendo fedeli a Dio anche nei momenti di disperazione, di povertà….. Insomma, la pace di Dio è avere la forza di fare la sua volontà, è vivere le sue beatitudini (Mt 5), significa rendere visibile agli altri tutto il suo amore, non è solo una mancanza di guerra, o vivere felici e contenti….. sarebbe proprio banale. “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27). “Se dunque presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono (Mt 5,23-24). Agnello di Dio o Agnus Dei: “Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29), dona a noi la pace”. È ciò che disse Giovanni il Battista al fiume Giordano indicando Gesù. Durante questo rito il sacerdote prende l’ostia grande, la spezza e ne mette una particella (fermentum) nel calice, dicendo sottovoce: “Il Corpo ed il Sangue di Cristo, uniti in questo calice, siano per noi cibo di vita eterna” (il gesto si chiama di commistione o di immissione). Questo stesso gesto ripete il rito antichissimo di immettere un frammento del pane (fermentum), spezzato dal Papa o dai Vescovi, nel sacchetto di lino che gli accoliti poi portavano ai sacerdoti delle comunità lontane e che a loro volta immettevano (il frammento) nel proprio calice; questo in segno di comunione con l’unica Chiesa. I primi cristiani avevano un forte senso di comunione con il Papa ed i Vescovi, oggi a causa della massiccia presenza dei mezzi di informazione, questo senso si è perso moltissimo, abbiamo anche visto che nella preghiera eucaristica si menziona sempre il Papa e di Vescovi, proprio per lo stesso motivo. Prima vi era anche il rito di immergere i pani consacrati nella messa precedente nel vino appena consacrato, come segno di continuità tra una celebrazione e l’altra, come se non vi fosse più un tempo o un momento particolare per la celebrazione. La preghiera del sacerdote prima della comunione: Dopo “l’Agnus Dei” il sacerdote recita sottovoce una preghiera di preparazione personale alla comunione, che può essere fatta da tutti i fedeli: “La comunione con il tuo Corpo ed il tuo Sangue, Signore Gesù Cristo, non diventi per me il giudizio di condanna, ma per la tua misericordia sia rimedio e difesa dell’anima e del corpo”. Chi ha una colpa grave non deve comunicarsi se prima non si è ricevuto l’assoluzione “Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1Cot 11,27-29). Per questo il sacerdote nella preghiera dice: “La comunione… …non diventi per me giudizio di condanna”. Per comunicarsi bisogna essere a digiuno da almeno un’ora, fatta eccezione soltanto per l’acqua e le medicine (Cod. diritto canonico 919,1). 7 Ecco l’Agnello di Dio: Il sacerdote alzando l’ostia grande, che era stata divisa in due e da cui era stato preso un frammento ed immesso nel calice, dice: “Beati gli invitati alla cena del Signore” (Ap 19,9). “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo” sono le parole di Giovanni il Battista al fiume Giordano (Gv 1,29.36), che poi sono anche cantate nel Gloria e nell’Agnus Dei. A cui l’assemblea risponde con: “O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato”, queste sono le stesse parole che il centurione romano dice a Gesù che lo loda (Mt 8,8). Comunione: Prima di consumare, con riverenza, il corpo di Cristo, il sacerdote dice sottovoce: “Il Corpo di Cristo mi custodisca per la vita eterna”, poi ripeterà la stessa cosa con il Sangue di Cristo. Bisogna dire che i sacerdoti sono gli unici che non “ricevono” il Corpo ed il Sangue di Cristo in quanto, per il potere che hanno sul corpo sacramentale di Cristo, lo assumono direttamente, mentre i fedeli non devono farlo (erroneamente a volte capita che i sacerdoti lascino prendere direttamente la comunione ai fedeli). Per i fedeli, la comunione sotto le due specie è il modo più completo e significativo di partecipare al sacrificio eucaristico; anche se sotto una sola specie si riceve il Cristo tutto intero e il sacramento in tutta la sua verità. Di conseguenza chi riceve la comunione sotto una sola specie non è privato di nessuna grazia necessaria alla salvezza. Non si può ricevere la comunione in un modo qualsiasi! Contegno, dignità, rispetto, umiltà si impongono. È il Figlio di Dio che viene verso di noi! È il Corpo del Risorto che sarà deposto nelle nostre mani. È il gesto del cristiano che, sapendosi fragile, domanda di essere nutrito di questo Pane, grazie al quale potrà vivere secondo il Vangelo. Il gesto a cui invita Cirillo di Gerusalemme è il gesto del povero che tende tutto il suo essere verso Colui che gli porterà ogni ricchezza. Comunione in bocca o nella mano? Il rito più antico, già utilizzato nelle prime comunità era proprio quello di ricevere la comunione nelle mani; in uno scritto catechetico del 300 troviamo scritto che i neobattezzati venivano istruiti a stendere le due mani facendo “della mano sinistra un trono per la mano destra, perché questa deve ricevere il Re”. “Quando ti avvicini, fa della tua mano sinistra un trono per la destra, poiché questa riceve il Re dei re e, nel cavo delle mani ricevi il Corpo di Cristo, dicendo “Amen”. Santifica dunque accuratamente i tuoi occhi mediante il contatto con il corpo santo, poi prendilo e fa attenzione a non perderne nulla. Ciò che tu dovessi perdere, infatti, è come se perdessi una delle tue membra. Se ti dessero delle pagliuzze d’oro, non le prenderesti con la massima cura, facendo attenzione a non perderne nulla e a non danneggiarle? Non farai dunque assai più attenzione per qualcosa che è ben più prezioso dell’oro e delle pietre preziose, in modo da non perderne nemmeno una briciola? Dopo esserti comunicato al Corpo di Cristo, aspettando l’orazione, rendi grazie a Dio che ti stimò degno di così grandi misteri”. (s. Cirillo di Gerusalemme). Nell’attuale Rito per la Comunione al n. 3 dice: “Il fedele cha ha ricevuto la comunione nella mano la porterà alla bocca prima di ritornare al suo posto, mettendosi da parte solo per lasciare avvicinare colui che lo segue e restando rivolto verso l’altare”. Poi al n. 6 dice: “Bisogna raccomandare loro di fare attenzione che i frammenti del pane consacrato non vadano perduti”. Dopo aver ricevuto la comunione i Principi e Norme per l’uso del Messale Romano (PNMR) prevedono che si stia in posizione seduta o in ginocchio fino alla preghiera conclusiva, quindi non si sta in piedi in attesa della chiusura del tabernacolo. Il diritto canonico al n. 917 stabilisce che: “Il fedele che ha già ricevuto la santa Eucaristia può riceverla, nello stesso giorno, solamente una seconda volta”. 8 Alla fine del rito il sacerdote purifica la patena e il calice, dicendo sottovoce: “Il sacramento ricevuto con la bocca sia accolto con purezza nel nostro spirito, o Signore, e il dono a noi fatto nel tempo ci sia rimedio per la vita eterna”. Ringraziamento (Seduti), Momento di silenzio; nessuno si è addormentato, ma si sta in ascolto del soffio illuminante dello Spirito Santo che agisce nel nostro cuore. La preghiera dopo la comunione: Come ogni preghiera di ringraziamento o benedizione, che abbiamo già visto sono sempre composte di tre parti (lode-ringraziamento-supplica) come la seguente, che è solo una tra le tantissime: “Ti ringraziamo dei tuoi doni, o Padre; la forza dello Spirito Santo, che ci ha comunicato in questi sacramenti, rimanga in noi e trasformi tutta la nostra vita” oppure “La Divina Eucaristia, che abbiamo offerto e ricevuto, Signore, sia per noi principio di vita nuova, perché, uniti a te nell’amore, portiamo frutti che rimangano per sempre”. Rito di conclusione Saluto al popolo: “Il Signore sia con voi – E con il tuo spirito”. Abbiamo già visto il suo significato ed il suo senso nel Rito d’ingresso – Saluto del sacerdote. La benedizione finale. Tutta la Messe e tutte le Messe sono un dire grazie a Dio, un dire-bene, quindi una benedizione, Paolo ha cantato magnificamente questa Benedizione che troviamo nella lettera al Efesini: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli (Ef 1,3). Anche questo è un rito che proviene dall’Antico Testamento, dove i sacerdoti erano invitati a benedire l’assemblea al termine della funzione liturgica, anzi prescrive anche la formula: “Parla ad Aronne ed ai suoi figli e riferisce loro: voi benedirete così gli Israeliti; direte loro: Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace. Così porranno il mio nome sugli Israeliti ed io ti benedirò” (Nm 6,22-27). È sempre Dio che benedice, questa formula lo dimostra chiaramente, lo stesso accade quando il sacerdote dice: “Vi benedica Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo”. Il congedo: “La Messa è finita andate in pace” ci ricorda il vangelo di Matteo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo” (Mt 28,19), è l’invito per tutti noi a partire per la missione, l’andare in pace non è la fine di un rito liturgico, ma è l’inizio della nostra testimonianza nel mondo quotidiano, nella famiglia, nel lavoro, nella stessa Chiesa. Il bacio dell’altare: Il sacerdote ed il diacono baciano l’altare come all’inizio della Messa. Questo gesto finale indica che tutto è compiuto, ma insieme tutto comincia, perché la comunità anche se esce dalla chiesa si reca nei propri luoghi per entrare nella vita del Dio tre volte santo, che è Amore (Gv 4,7-21).