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Viva il relativismo (quello buono)
di Roberto Beretta
Quando le grandi idee del Papa si trasformano in slogan può capitare anche che gli zelanti
epigoni pontifici bandiscano la «crociata delle certezze».
Ma c'è un relativismo «buono»? Altroché se esiste... Lo sancisce addirittura il primo dei
comandamenti: «Non avrai altro Dio fuori di me». Solo uno è Dio; tutto il resto -- appunto - è
«relativo».
Ci tengo a sottolinearlo perché troppe volte in sistemi «assolutisti» - come sono in genere le
religioni (non certo esclusa quella cattolica) -, bisogna guardarsi sommamente dal pericolo di
«sacralizzare» ciò che sacro non è, ciò che appunto è «relativo»; e si tratta della maggior parte
del mondo e della vita. Così, anche se la lotta al «relativismo» è indubbiamente uno dei più noti
cavalli di battaglia di Benedetto XVI, occorre evitare di attribuirgli quel significato dogmatico e
omnicomprensivo che oggi in troppi gli annettono.
Il «relativismo» cui allude il Papa, e che resta da contrastare, è infatti la negazione che possa
esistere una verità teologica assoluta e - di conseguenza - che la ragione «naturale» possa
raggiungere una verità sull'uomo. «Il relativismo contemporaneo - ha spiegato una volta
Benedetto XVI - arriva ad affermare che l'essere umano non può conoscere nulla con certezza al di
là del campo scientifico». Così «viene a mancare la luce della verità, anzi si considera pericoloso
parlare di verità, instillando il dubbio sui valori di base dell'esistenza personale e comunitaria». Dal
che si passa al piano etico: il relativismo «non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come
ultima misura solo il proprio io con le sue voglie... Senza la luce della verità prima o poi ogni
persona è infatti condannata a dubitare della bontà della sua stessa vita e dei rapporti che la
costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune».
Ecco che cos'è il «relativismo» di Ratzinger! Invece, come accade sempre allorché le idee
(anche buone) si trasformano in slogan perdendo per ciò stesso ogni sfumatura, gli zelanti
epigoni pontifici hanno bandito una sorta di «crociata delle certezze» in cui qualunque elemento
proveniente dall'apparato ecclesiastico - e preferibilmente quelli più «tradizionali» - diventa una
«verità definitiva», un «assoluto», appunto un «valore irrinunciabile». Ma il vitello d'oro è
sempre in agguato; e direi che oggi parla volentieri in latino. Infatti la Chiesa (e per riflesso il suo
clero) si appropriano spesso di attributi che spettano solo a Dio: l'immutabilità, l'onniveggenza,
l'impossibilità di sbagliare, la capacità di astrarre dalle contingenze della storia e delle passioni, e
così via.
Ma, se è vera l'affermazione di don Lorenzo Milani per cui «si può essere eretici per eccesso
tanto quanto per difetto», io vorrei allora invocare la Santa Inquisizione - per scherzo, eh! - non
solo sui malvagi progressisti, o sui soliti catto-comunisti; ma anche sui tradizionalisti per i quali «il
Concilio di Trento e poi più»; sui buoni borghesi che «i riti di una volta, quelli sì che davano il
senso del sacro!»; sui gattopardi secondo cui il Vaticano II è soltanto un cambiamento perché
nulla cambi davvero; su quanti si arroccano nelle forme di una presunta «purezza cattolica»
quasi fosse un castello intangibile; su coloro che vestono la talare come una corazza e invocano
la preminenza del celibato sugli altri stati; sui vescovi che considerano verità di fede le proprie
interviste e sui laici che li rincorrono di continuo per cercarvi sicurezze...
Anche costoro sono «eretici», anzi peggio: «idolatri», perché assumono ad assoluto ciò che
non lo è affatto. Viva dunque il relativismo; ovviamente quello buono.
07 maggio 2011
http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=420
www.seitreseiuno.net
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