enciclica

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Il Vescovo ha presentato la prima enciclica di Benedetto XVI alla Santissima Trinità
Da eros ad agape: il percorso
dell’amore cristiano
Mons. Monari: Dio ci ha amati per primo, grazie a Lui sappiamo amare il nostro prossimo
“L’amore è possibile, e noi siamo in grado di praticarlo perché creati ad immagine di Dio. Vivere
l’amore e in questo modo far entrare la luce di Dio nel mondo, ecco ciò a cui il Papa vuole invitare
con la presente Enciclica”. È questo il messaggio centrale della prima enciclica di papa Benedetto
XVI “Deus caritas est”, cioè Dio è amore, che è stata commentata dal vescovo mons. Luciano
Monari la sera di venerdì 31 marzo nella chiesa, affollata, della Santissima Trinità.
Le obiezioni alla Chiesa. Due delle obiezioni mosse al cristianesimo - spiega mons. Monari – sono
quelle della filosofia di Nietzsche e del sistema marxiano. Nietzsche pensa che il cristianesimo
abbia “avvelenato” l’amore, facendolo diventare un “peccato”. Marx sostiene che l’amore sia
inutile: più importante è la giustizia e in una società “perfetta” non ci sarebbe bisogno d’amore.
Eros e agape. Per capire queste obiezioni - continua mons. Monari - occorre conoscere i diversi
significati che gli antichi greci davano a due termini entrambi tradotti con la parola “amore”: eros e
agape.
Quando Marx e Nietsche parlano di amore, intendono l’eros, ossia l’amore “di desiderio”, quello
che spinge l’uomo a desiderare qualcosa che gli manca e che vuole a ogni costo. Vediamo ora la
prima obiezione: la Chiesa avrebbe fatto diventare l’amore un peccato. È così? No, anche se
l’amore “egoistico” è ancora imperfetto - spiega il Vescovo - e non per questo va demonizzato.
L’uomo desidera cibo, amicizia, una posizione sociale: sono tutti bisogni iniziali che a poco a poco
mutano e maturano nel tempo.
Ognuno di noi - afferma Monari - prima o poi si accorge che il solo amore visto come pulsione
sessuale per l’altro non basta, altrimenti presto l’altro “non ci va più bene”. Se invece amo l’altro
perché voglio che sia felice e faccio di tutto perché ciò avvenga, ecco che l’eros diventa agape, cioè
amore per l’altro, un prendersi cura di lui.
L’amore di Dio è agape, amore gratuito verso tutti gli uomini. Ne è testimonianza viva Gesù Cristo.
Dico viva - sottolinea Monari - perché con le sue opere, Gesù ha dato prova concreta dell’amore di
Dio per noi e perché Cristo non è morto duemila anni fa ma vive oggi grazie alla Chiesa, che, con
l’eucaristia, ricorda il suo sacrificio.
Amore “surrogato” della giustizia? Passiamo all’obiezione di Marx, e cioè che l’amore sarebbe
inutile in una società dove tutti avrebbero quello che spetta loro. L’amore è forse un
“surrogato”della giustizia? No - risponde il Vescovo - Marx sbaglia: l’amore è un “supporto”
essenziale della giustizia.
Se infatti è compito dello Stato costituire un ordine di giustizia tramite una politica adatta, l’amore
cristiano “purifica” il cuore degli uomini: se un uomo ama il suo prossimo, desidera anche il suo
bene. La fede e l’amore lo “costringono” a cercare la vera giustizia. Anche nella società più giusta
l’uomo avrà bisogno dell’amore, poiché non siamo solo ossa e carne, ma “siamo” amore.
Si può comandare l’amore? Un altro problema - osserva Monari - che Papa Benedetto XVI affronta
è il tema dell’amore “comandato”. Nella Bibbia l’amore è un comandamento: ama il prossimo tuo
come te stesso. Ma se l’amore è un “atteggiamento” del cuore come si fa a comandarlo?
Quando io amo davvero una persona, - spiega Monari - il mio amore “chiama” quello dell’altro.
Amare è un dovere “interno” ad ogni cristiano: chi è amato non può rimanere impassibile alla spinta
ad amare!
La carità, dovere essenziale della Chiesa. Nella seconda parte dell’enciclica, il Papa ricorda inoltre
come la carità, intesa come espressione concreta dell’amore verso tutti, sia un dovere
imprescindibile per la Chiesa.
La Chiesa - ricorda il Vescovo - è la famiglia di Dio e tra fratelli ci si ama e ci si aiuta. A Piacenza
in via Vescovado c’è la “casa della carità”. L’idea è proprio di aiutare i fratelli bisognosi, di
prendersi cura di loro. Nella nostra diocesi perciò non ci sono 428 parrocchie, ma 428 più una:
quella di tutti noi fratelli in Cristo.
Perciò - conclude il vescovo mons. Monari - questa lettera vuole dimostrare che l’amore non solo è
possibile ma va favorito. Sta alla Chiesa aiutare tutti i credenti affinché questo processo si realizzi,
organizzando la carità verso i più bisognosi e rivivendo il sacrificio di Gesù attraverso il sacramento
dell’eucaristia.
Jacopo Vitelli
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