Il Problema dell`oggettività sociologica

LOGICA DELL’INDAGINE
SCIENTIFICO SOCIALE
Capitolo Primo
Il Problema dell’oggettività sociologica
L’IDEA DELL’OGGETTIVITÀ DELLA CONOSCENZA
L’idea di oggettività della conoscenza affonda le radici nel pensiero filosofico occidentale.
Si delinea in questo modo la GNOSEOLOGIA, o teoria della conoscenza la quale
presuppone un'ontologia intesa come concezione globale dell’essere nel mondo.
L’oggettività arriva poi al suo massimo significato nel momento in cui dalla gnoseologia si
passa all’epistemologia, intesa come teoria della conoscenza scientifica. Il concetto di
oggettività presuppone due elementi: il soggetto e l’oggetto.
Dati questi due elementi, per superare il dualismo assunto all’inizio del discorso, si tratta di
trovare una relazione per attuarne il superamento.
Fino all’età moderna ha prevalso l’oggettivismo. Il soggettivismo si ritrova a dover fare i
conti con la misurazione di validità e funzionalità del processo conoscitivo. Spesso il
soggettivismo ricade all’interno di un ambito oggettivistico implicando una verità assoluta
che il soggetto conoscente dovrebbe solo mettere a fuoco raffigurandola concettualmente.
Dal punto di vista della logica scientifica bisogna affermare che quello dell’oggettività è un
falso problema poiché l’accento si deve spostare sulla correttezza di una procedura,
ripetibilità e grado di generalizzabilità di un asserto che esprime relazioni tra variabili, non
di certo la fedeltà di riproduzione di una realtà che si presume data.
La storia delle scienze sociali è quindi condizionata dal problema dell’oggettività che si
concatena al concetto di CAUSA. Vi è una ricerca ad una via d’accesso privilegiata alla
conoscenza scientifica: l’idea che vi sia un solo modo di fare scienza.
Le categorie di causa, effetto, legge naturale, verificazione e falsificazione informano di sé
quella logica della scienza che arrivò, fino al positivismo, anche alla sfera del sociale. Ed è
proprio alla nascita della sociologia che si deve la nascita della critica sul metodo, che
ancora oggi si propone in termini sostanzialmente non diversi dalle critiche dello storicismo
tedesco rappresentato da Dilthey, Rickert, e Windelband. La posizione antipositivistica era
in relazione ad un’autonomia della logica dell’indagine storiografica.
Di qui in poi alle leggi si aggiungono le specificità degli eventi, all’individuazione dei nessi
causali si giustappone quella delle esperienze vissute, alle procedure di controllo empirico
si aggiunge la comprensione, ad una logica delle scienze naturali che si presupponeva
ontologicamente eteronoma, Dilthey giustappone una logica delle scienze dello spirito.
Dilthey è in realtà interessato ai modi in cui si perviene alla conoscenza storica
intendendola come la regina delle scienze dello spirito, ma poi si imbatte nella filosofia
positivista della storia di Comte e Spencer; qui nasce la critica alla legge dei 3 stadi intesa
come metafisica naturalistica, affermando che Comte propone solo speculazione astratta e
generalizzante, inoltre le sue formule e i suoi principi sarebbero incredibilmente
riduzionistici.
In opposizione a ciò Dilthey chiarifica la dicotomia tra scienze della natura e dello spirito.
Nelle scienze della natura l’oggetto si delinea dai fatti che si presentano dall’esterno come
fenomeni singolarmente dati, mentre nelle scienze dello spirito i fatti si presentano
dall’interno: nelle prime il ragionamento integra i fatti, nelle seconde la connessione della
vita psichica è l’elemento primo.
Tra le scienze dello spirito la storia detiene il primato, poiché la sua natura
individualizzante consente di intendere in profondità l’agire umano. Di immediata utilità
alla storia è la Psicologia sociale, in quanto l’oggetto delle scienze dello spirito è interno
all’uomo. Di qui nasce una via privilegiata d’accesso alla conoscenza storico sociale che
avviene tramite l’esperienza vissuta, la quale dà una piena comprensione dell’evento storico
sociale in analisi.
La comprensione si opporrebbe al nesso causale, strumento metodologico di base delle
scienze naturali, quindi l’errore del positivismo sociologico risiede nell’aver trasferito
acriticamente gli strumenti di conoscenza delle scienze naturali, in quelle dello spirito.
Concludendo, per contrapposte che siano le vie d’accesso alla conoscenza, il fine rimane
l’oggettività.
LE SCIENZE DELLA CULTURA E LA COMPRENSIONE
Windelband si adopera a ridimensionare la dicotomia tra scienze dello spirito e della natura
attuata da Dilthey anche se permane una distinzione tra scienze dello spirito/cultura e
scienze della natura. La differenza tra le 2 è di natura prettamente metodologica, nelle
prime si ha il metodo individualizzante, nelle seconde prevale quello generalizzante.
Windelband è un neokantiano orientato in senso idealistico, la storiografia è da lui intesa
come procedimento di ricerca individualizzante.
Partendo dalla divisione di scienze della cultura come idiografiche e scienze della natura
come nomotetiche, Windelband denota che lo stesso fenomeno può essere analizzato sia dal
punto di vista mirante a coglierne la similarità rispetto ad altri fenomeni, sia da un punto di
vista che si proponga di sottolinearne l’individualità e irripetibilità. Un fenomeno quindi
può essere studiato da un punto di vista sia nomotetico che idiografico.
In ogni caso Windelband ricade nel dualismo tracciato da Dilthey riproponendo la
dicotomia kantiana tra soggetto/oggetto e rimane sull’idea che l’indagine storica sia
essenzialmente idiografica.
Rickert infine attua il passaggio al riconoscimento pieno della sociologia sulla base del
riferimento ai valori. Una volta posta l’universalità ed eternità dei valori Rickert ammette il
diritto alla cittadinanza di tutte le scienze della cultura anche se subordinate alla
storiografia. Egli infatti parte dall’assunzione che conoscere equivalga a giudicare in
riferimento ad un senso etico che approva o riprova in base ad un riferimento oggettivo ad
essenze eterne e assolute.
Il sociologi prende in considerazione solo eventi connessi al mondo dei valori, connessione
assente nel campo delle scienze della natura.
Gli scienziati della cultura devono ricostruire eventi, descrivendoli oggettivamente.
Se le operazioni atte alla comprensione dell’evento sono state compiute correttamente si
può arrivare ad una valutazione delle azioni dal punto di vista del soggetto agente, ciò si
definisce concordanza di valutazioni, la quale risulta automatica, data la garanzia di
oggettività fornita dal mondo dei valori.
DICOTOMIE NEL DIBATTITO SUL METODO
Evidenziando le suddette dicotomie sul metodo, possiamo vedere i contrasti tra valori e
fatti, comprensione e spiegazione, individualità/intenzionalità e regolarità/uniformità di
comportamento: in realtà si tratta di dicotomie logicamente inconsistenti. Dire che la
comprensione degli eventi sociali sia una via d’accesso alla conoscenza strutturalmente
contrapposta al procedimento che si appoggia al concetto di causa, è indimostrabile.
Per quanto riguarda regolarità e intenzionalità non è comprensibile il motivo che può ostare
che la maggior parte degli individui intenzionalmente agenti, reagisca a certi stimoli in
modo tendenzialmente omogeneo.
Siamo qui in presenza di tendenze prevalenti e di intenzionalità diffusa in presenza di
determinate condizioni, né la dicotomia quantità/qualità né quella interiorità/esteriorità sono
fonti di reali problemi metodologici o logici. Prendiamo per es. il caso dello storicismo
idealistico, solo la natura permette di fare scienza mentre per lo spirito la conoscenza è
perseguibile solo tramite vie diverse quali le intuizioni, empatie, etc. quindi arriviamo a dire
che la storia si degrada da madre delle scienze dello spirito a forma d’arte.
La contrapposizione tra positivismo e storicismo idealistico risulta falsa e mistificante,
poiché tutte e due si svolgono in inestricabili nodi alla ricerca di una mistificante
oggettività: se fare indagine scientifica significa ritagliare consapevoli parzialità allora lo
storicismo e il positivismo sono totalizzanti e quindi inapplicabili.
LA COSIDDETTA OGGETTIVITÀ DELLA SCIENZA
“Oggettività” nel linguaggio comune ha assunto il significato di “verità”, “validità
conoscitiva”. I positivisti hanno buona parte della responsabilità nella formazione del
suddetto significato, soprattutto per quel che riguarda l’oggettività della conoscenza, che
implica il perfetto adeguamento del concetto al dato empirico.
In termini storici idealistici lo schema generale di pensiero è lo stesso, solo che al dato
empirico si sostituisce un dato ugualmente oggettivo di natura ideale/spirituale ed eterno
come i valori di Rickert.
Gli epistemologi oggettivisti assicurano che la verità risiede nella totalità dell’oggetto, il
quale possiede delle proprietà intrinseche: compito dello scienziato è scoprirle, una volta
colte le proprietà , la sua descrizione risulterebbe veritiera. I sociologi in ogni caso,
superando il concetto tradizionale di verità, si sforzano, non di sviluppare una fotocopia dei
fatti sociali, bensì di raffigurare teoricamente le strutture usando costruzioni concettuali le
più prossime ad esse, tenendo sempre conto della non totale congruenza della
sovrapposizione.
Lovejoy afferma che ogni conoscenza dei fatti reali è indiretta e rappresentativa in quanto il
dato mediante il quale l’oggetto è conosciuto non è identico all’oggetto conosciuto. Lo
stesso afferma McEwen.
Talcott Parsons riprende l’oggettività dicendo che l’applicabilità di una teoria scientifica
alla realtà empirica implica che quest’ultima sia un ordine di fatto., e quest’ordine deve
possedere un carattere in qualche modo congruente con l’ordine della logica umana. Egli
afferma che la corrispondenza tra ordine reale e concettuale non è biunivoca bensì
funzionale, ovvero funzionalmente rappresentabile nei termini del sistema teorico il quale,
tramite le integrazioni della ricerca empirica, tende ad approssimarsi all’ordine della realtà
sociale.
Lundberg poi afferma che i concetti fisici sono creazioni libere dell’intelletto umano e non
vengono create esclusivamente dal mondo esterno. L’essere umano può credere ad un
limite ideale della conoscenza a cui l’intelletto umano può dare il nome di verità obiettiva,
la l0gica dell’indagine scientifica in ogni caso si riflette nell’affermazione che i concetti
fisici, appunto, sono libere creazioni dell’intelletto umano solo in parte determinabili dai
processi fisici. In questo caso la teoria dà senso ai dati osservati riportati negli aspetti più
rilevanti e quindi costruiti.
Randiztky non abbandona il modello delle approssimazioni alla verità oggettiva, egli
definisce il realismo teorico parlando di una delle funzioni della teoria la quale deve essere
in grado di rappresentare alcuni aspetti della realtà nella maniera più esatta possibile. Senza
il concetto di verità e di realismo teorico cessano di avere significato il controllo empirico e
le procedure ordinarie della scienza. Randiztky si esprime in opposizione alle tendenze
anarchicheggianti delle epistemologie postempiriste, per lui ogni teoria va rigorosamente
controllata con un’adeguata operazionalizzazione dei concetti, bisogna affermare che le
“libere creazioni dell’intelletto umano” devono essere controllate da procedure
operazionali, passaggi logici, etc.
Filosoficamente ciò che si intende per verità oggettiva, realtà, e teoria, viene direttamente
da un’impostazione kantiana basata sulla distinzione di fenomeno caratterizzabile e
noumeno.
Della visione della logica e della metodologia sull’indagine scientifica (fisica e sociale)
Dewey afferma che il problema sorge nel momento in cui si presume che i concetti debbano
essere descrittivi della materia esistenziale. Egli traccia una definizione di ciò che è
esistenziale e scientificamente concettuale affermando che in fisica, suono, colore, e
temperatura sono definite tramite misurazioni e non percezioni. Qui nasce il problema
filosofico cruciale: infatti le uniche interpretazioni alternative possibili sono o la concezione
(assai insoddisfacente) che i concetti siano meri artifici di pratica convenienza, o che, in un
modo o nell’altro, essi descrivano qualcosa di effettivamente esistente nel materiale trattato.
Dewey afferma che nell’indagine espletata dalle materie concettuali il problema non ha
bisogno di essere risolto poiché non esiste.
L’OGGETTIVITÀ COME ESIGENZA DI CONTROLLO
L’affermazione del pragmatista Dewey significa che nel caso ad es. di una ricerca sulla
stratificazione sociale in Italia, non si pone in realtà il problema se sia vero o oggettivo il
modello descrittivo relazionato alla tradizionale giustapposizione tra borghesia e
proletariato, il ricercatore deve piuttosto interrogarsi sull’adeguatezza dei concetti rispetto
ai problemi che insorgono nello svolgimento della teoria inteso come utilizzo dei concetti
elaborati nell’intento di spiegare eventi o situazioni sociali emergenti nell’area di indagine..
il problema si fa scientifico quando, tramite un aggiustamento del materiale concettuale si
delinea una qualche possibilità di soluzione. La situazione problematica può essere il
comportamento di un determinato gruppo sociale in particolari condizioni: il problema
scientifico si crea quando vengono definite nuove ipotesi di connessione tra variabili nella
già consolidata e preesistente teoria (ciò che non torna fa problema).
Le teorie richiedono per essere tali di essere connesse a regolarità empiriche, le diversità tra
un sistema teorico empirico e metafisico si rivela tramite la pubblica controllabilità
attraverso procedure accettate rispetto al concetto di razionalità scientifica.
Kuhn afferma che la garanzia dell’oggettività scientifica risiede nel consenso della
comunità scientifica intesa come unione di competenti che condividono quell’insieme di
teorie, leggi, regole e procedure le quali formano un paradigma.
Per Giddens la razionalità scientifica si autogiustifica, non si può giustificare un rinvio alla
razionalità scientifica se non partendo da premesse e valori della scienza stessa e sui quali
essa si è evoluta all’interno della cultura occidentale.
Però l’oggettività, vista da un punto di vista ottocentesco come il suddetto, va a cozzare con
la logica della fisica moderna che si basa sul principio di indeterminazione, sulla
provvisorietà e la reversibilità della teoria scientifica. Si può tuttavia astrarre dal mito
dell’oggettività scientifica l’elemento fondante della razionalità scientifica e del suo
controllo, elemento che si ritrova nella pubblicità, ripetibilità e controllabilità di
proposizioni, indagini, esperimenti.
Il problema si sposta sul versante della logica dell’indagine scientifica.
Capitolo Secondo
Il metodo sociologico e il positivismo
LA SOCIOLOGIA COME SCIENZA E IL SUO METODO
La sociologia come disciplina autonoma nasce nel positivismo con Durkheim, il quale
coniuga la teoria sociale ed indagine empirica con l’indagine sul suicidio molto più che con
“Le regole del metodo sociologico”, in cui si costituiscono i 3 livelli d’analisi. Il precetto
metodologico di considerare il carattere di esteriorità dei fatti sociali intesi come “cose” si
rivela connesso ad un primo periodo teorico durkheimiano basato sulla coercitività
dell’evento sociale come soggettiva per il percepiente. L’oggettività della coercizione si
esprime a condizione che non si alteri la passività del percepiente rispetto all’oggetto (il
fatto sociale) che risulta “causa” della percezione.
Durkheim inizia la sua produzione teorica muovendo critiche allo psicologismo tardeiano,
alla sociologia di idee e non di cose comteiana, ed infine all’approccio biologistico e
contrattualistico nella concezione della società di Hobbes che si perpetua fino ai primi del
‘900.Durkheim tende a ritrovare il senso dell’istituzione sociale non nel contratto stipulato
dai singoli per il soddisfacimento dei propri bisogni, bensì in una più complessa struttura di
moventi che invertono il rapporto di causa tra individuo e società, introdotto
dall’utilitarismo positivistico.
Il suo merito va soprattutto all’analisi di sacro e rituale nella soluzione dell’opposizione
individuo/società, tramite il quale si è giusti ad un modello teorico generale della sociologia
basato sulla triade società/cultura/personalità.
Parsons interpreta il pensiero durkheimiano come una forma teorica tardo positivista
oggettivistico/behaviuorista.
In “les regles” Durkheim muove dall’accettazione di una gnoseologia sensistica di natura
positivista ed il suo punto di arrivo è di tipo idealistico. Il suo antiutilitarismo deriva da
un’esigenza propriamente teorica sociologica, egli però modifica costantemente la sua
epistemologia trasformando il fatto inteso positivisticamente in valore idealistico,
utilizzando un procedimento comprendente [totalmente slegato dalla metodologia
cosalistica] nello studio delle forme elementari della vita religiosa.
Il pensiero di Durkheim po’ essere suddiviso in 3 parti interagenti tra loro: l’universo di
discorso epistemologico, quello metodologico, e quello sociologico teorico.
Essi a loro volta sono influenzati dalle premesse gnoseologiche sensistiche. Secondo
Durkheim una sensazione è oggettiva nella misura in cui l’oggetto in questione si dimostra
nella sua fissità, invece i punti di riferimento dell’oggetto sono variabili, noi non abbiamo
più la capacità di stilare un distinguo, nelle nostre impressioni, tra ciò che dipende
dall’esterno e ciò che proviene da noi. La vita sociale non può essere analizzata dalle



impressioni, poiché essa è composta da una serie di correnti in costante via di
trasformazione causate da avvenimenti particolari che la incarnano per costituirsi a parte.
Secondo Durkheim in ogni caso la realtà sociale può cristallizzarsi senza smettere di essere
se stessa al di fuori di atti individuali che suscitano abitudini collettive esprimentesi in
forme definitive, regole giuridiche, morali, etc.; vi è quindi un oggetto fisso che non lascia
alcun margine alle impressioni soggettive, bisogna studiare la vita sociale consolidata
tramite le sue pratiche.
Nel primo Durkheim vi è una stabilità della sensazione a garanzia della oggettività
conoscitiva: il sociologo che voglia giungere a rivelazioni oggettive deve studiare le norme
del diritto intese come entità stabili le quali sono cristallizzazioni della dinamica sociale.
Durkheim si presenta come oggettivista sensista dopodichè spiega le condizioni che
consentono al sociologo di operare per arrivare all’oggettività, infine ricorre alla legge
secondo la quale ogni fenomeno sociale si cristallizza in istituzioni per giustificare la
possibilità di soddisfare le condizioni imposte ad una corretta metodologia.
Per Durkheim la logica della realtà sociale e quella della conoscenza umana sono in
corrispondenza, quindi, usando il metodo cosalistico si riesce ad avere perfetta conoscenza
della realtà sociale.
Ripetendo, i 3 universi del discorso sarebbero:
Gnoseologico, epistemologico = per ogni sensazione, se la sensazione è di oggetti
stabili e se il soggetto non è passivo la conoscenza sarà oggettiva.
Metodologico = per ogni analisi dei fatti sociali, se il fatto sociale è cristallizzato e se il
sociologo scarta le pre-nozioni, la conoscenza sarà oggettiva.
Sociologico teorico = per ogni fatto sociale, se esso è normale e se la società è
integrata, allora il fatto sociale è istituzionalizzato.
Anche se non sempre, questi sono i principi base del pensiero di Durkheim.
Bisogna evidenziare come la prima regola del metodo sociologico (che impone di
considerare i fatti sociali come cose esteriori e coercitive) sia coerente con la sua
epistemologia e teoria sociologica, vi sono dei fatti sociali per eccellenza a cui ci si deve
conformare, ovvero le norme del diritto positivo, a questo segue il primo corollario di
scartare tutte le pre-nozioni.
Si evidenzia in questa sede l’opzione induttivistica del metodo suggerito dal positivismo
metodologico opposta alle correnti epistemologiche prevalenti nel dopoguerra.
L’INDUTTIVISMO METODOLOGICO E IL SUO CONTRARIO
L’induttivismo metodologico è la visione del mondo da parte dell’empirismo classico
delineata da Aristotele (Locke, Descartes, etc.); esso deriva dall’idea che si possa fare
scienza muovendo da dati, osservazioni empiriche per giungere alla teorizzazione.
Tutti gli studiosi che in sostanza si immettono nel filone neopositivista o empirista logico
possono definirsi deduttivisti, i quali tendono ad esaltare, (come fattore unificante delle
varie correnti) il ruolo della teoria nell’indagine scientifica. Ciò non significa
necessariamente che la scienza sia concepita come un processo che discende linearmente
dal generale al particolare, ma certo implica che si rigetti la gnoseologia oggettivistica
propria del realismo positivistico, e in generale dell’empirismo tradizionale, così per
Popper (deduttivista) il compito della scienza è quello di offrire teorie costantemente
suscettibili di falsificazione.
Anche per Neurath la teoria è modificabile nel caso in cui non vi sia coerenza con un
enunciato che si impone per la sua pregnanza.
Per Dewey la teoria che consente di mettere in ordine ciò che non quadra è più importante
del materiale esistenziale in sé. Si oppone dunque, come gli altri deduttivisti, in maniera
netta alla posizione di Durkheim: le pre-nozioni non vanno infatti per loro assolutamente
scartate bensì esplicitate e controllate, i fatti non vengono visti come cose bensì come
costrutti influenzati dal contesto concettuale di riferimento.
Anche Durkheim stesso viola l’induttivismo, ne “La divisione del lavoro sociale” infatti
impone la sua ideologia solidaristica rispetto all’analisi sulle conseguenze derivanti dal
lavoro parcellizzato, oppure, per risolvere la contraddizione tra il coercitivo e il desiderabile
del concetto del sacro, egli unisce le due caratteristiche dello stesso concetto di
sacro/desiderabile.
Durkheim risulta deduttivo anche nel dimostrare le teoria della dualità di natura fra fatti
collettivi e sociali.
IL POSITIVISMO SOCIOLOGICO E I VALORI
La tradizione del positivismo sociologico enfatizza i valori giungendo ad una metodologia
basata sulle loro relazioni. In Durkheim il passaggio da oggettività dal fatto ed oggettività
del valore si basa sulla nozione di coercitività/desiderabilità del fatto sociale. Questo
diventa ambivalente rispetto all’individuo e questa sua caratteristica è formulabile in
termini di società/cultura/personalità intesa come desiderabile e coercitiva a livello
psicologico e culturale.
Il fatto sociale si converte in valore supremo che informa di sé la logica della convivenza e
che da senso all’agire: i valori culturali sono eterni per Durkheim e fondamentalmente
immutabili.
L’IDEA DELL’AVALUTATIVITÀ
Nelle sue premesse la visione positivistica del mondo tende ad escludere i valori della
conoscenza scientifica in favore dei fatti.
Per quel che riguarda i valori Durkheim afferma che i giudizi di valore esprimono una
relazione con un oggetto , con un ideale, che quindi diviene la proiezione della cosa, quindi
l’ideale si incorpora nel reale, poiché proviene da esso.
Lo scienziato sociale deve attuare una cernita sulle aree di indagine problematica, e su
questa scelta eserciterà l’influenza di costellazione di valori accettati. Poi vi è il caso di
condizionamento socioculturale che opera nella scelta di costruire un dato all’interno di un
quadro di riferimento teorico.
Arriviamo infine alla questione del giudizio di valore prescrittivo sciolta da Max Weber con
il principio dell’avalutatività intesa come pre-condizione di oggettività rispetto alla
conoscenza sociologica (critica di Parsons sul carattere positivistico dell’avalutatività che
tende ad escludere il valore della ricerca scientifica).
Weber afferma che una scienza empirica non può insegnare ad alcuno ciò che deve o non
deve fare ma ciò che può o non può fare in determinate circostanze.
Capitolo Terzo
L’oggettività e i valori
IL RIFERIMENTO AI VALORI


Vi è un’infondatezza nel considerare il concetto di valore come sovrapponibile al concetto
di oggettività. Il principio dell’avalutatività ha a che fare con i valori in relazione alla
denuncia della scorrettezza logica del meccanico passaggio da giudizi di fatto a quelli di
valore, o più semplicemente, da enunciati esprimenti regolarità a quelli esprimenti
imperativi morali.
Weber introduce la questione del riferimento ai valori nel saggio sull’oggettività della
conoscenza sociologica, affermando che non può sussistere un’analisi oggettiva della vita
culturale e dei fatti sociali indipendente da punti di vista specifici e unilaterali. Egli è il
primo ad intaccare il concetto di oggettività affermando che ogni conoscenza sociologica è
frutto di una coerente serie di scelte e quindi di una sistematizzazione concettuale e di una
esposizione di uno dei tanti aspetti che la realtà ci presenta. L’essere umano è prettamente
culturale ovvero dotato di capacità e volontà di assumere posizione nei confronti del mondo
e di attribuirgli senso.
Vi sono due precisazioni da fare:
la dimensione valutativa/selettiva è presente nelle scienze della cultura e in quelle
fisico naturali.
Non si può affermare che gli schemi concettuali danno senso al divenire della realtà.
La dimensione valutativa nella scelta dei problemi, nell’organizzazione dell’analisi e
nell’esposizione è solo un aspetto della questione sui valori. Bisogna andare ad analizzare il
processo della valutazione più che i valori dati, nel senso che anche se l’idea del valore
denota un punto di vista soggettivo, ma non per questo arbitrario poiché frutto di una scelta
ponderata, condizionata da un certo consenso culturale, disposizioni individuali e, per quel
che riguarda l’analisi sociologica, considerazioni di funzionalità e validità scientifica oltre
che le connessioni tra strutture sociali e produzioni ideal-tipiche a cui dovrebbe tendere.
Questo tipo di valutazione è sempre suscettibile di modificazione ammettendo modelli
ideali ed escludendo un concetto di valore slegato dalla ricerca scientifica.
Per Heidelberg vi sono delle idee supreme di valore della validità sovraempirica le quali
attuano un ruolo guida, l’oggettività della conoscenza della scienza sociale dipende
dall’indirizzo che queste idee di valore danno al dato empirico, esse forniscono a
quest’ultimo un valore conoscitivo.
Il dibattito di Weber sulla metodologia delle scienze sociali è fortemente influenzato dal
suo maestro Rickert in relazione all’oggettivismo idealistico, ma anche rispetto al concetto
di Verstehen [l’intendere] come via privilegiata d’accesso alla conoscenza scientifico
sociale. In questo modo riecheggia l’oggettività tramite il riferimento alle supreme idee di
valore.
Weber però ricade nella sua stessa polemica con i marxisti profeti della cattedra parlando
nella dicotomia tra i due universi generali dei valori rappresentati dalla oppositività
ideologica marxista/liberista e affermando che solo la seconda sarebbe oggettiva (il criterio
dell’avalutatività era nato proprio dalla critica ai marxisti).
L’INFLUENZA SOCIOCULTURALE
Il problema reale sulla questione dei valori nella metodologia della ricerca sociologica si
presenta nell’influenza che il contesto socioculturale esercita sia sulle teorie generali che
nelle scelte più minute nelle varie fasi di indagine.
Oggi, nell’epoca del declino delle ideologie, si può riformulare la questione dell’influenza
sul processo di indagine nei termini socioculturali: ogni processo del fare scienza, che sia
naturale o sociale, è influenzato da un’intelaiatura concettuale le cui premesse ideologicovalutative erano dettate da interessi costituiti. Le esigenze economiche, tecnologiche e
culturali impostano le direzioni della ricerca condizionandone gli esiti.
Lunderberg afferma che questo è un problema superabile, tramite l’applicazione della
statistica alla sociologia, la quale perpetua il passaggio da soggetto ad oggetto, afferma
quindi che i dati della sociologia sono più apparenti rispetto a quelli della fisica: noi
abbiamo conoscenza più oggettiva dei dati fisici solo perché abbiamo sviluppato strumenti
più adatti alla loro rilevazione, e la sociologia sta arrivando, nelle sue fasi di ricerca,
all’oggettività, tramite il miglioramento di matematica e statistica.
Dewey invece afferma che nella fisica, l’influenza socioculturale è divenuta indiretta
mentre in sociologia il dato di indagine si presenta in una bruta maniera qualitativa, il
problema principale è trovare gli strumenti adatti alla conversione delle situazioni
esistenziali in materiali che facilitino e controllino l’indagine.
Fondamentalmente, i paradigmi di base erano due, ovvero lo strutturalfunzionalismo e il
conflittualismo marxista, i quali a loro volta, erano legati alle ideologie di riferimento.
IDEOLOGISMI METODOLOGICI
[e qui statera si dimostra in tutta la sua faziosità]
vi sono nella ricerca sociologica subitanee mode che attuano stravolgimenti logico
concettuali e portano alla perdita dell’identità personale di gruppi di studiosi.
Ne è un esempio la vogue populistica e contestativa del ’68 che ha minato le fondamenta
delle già fragili premesse metodologiche, ed ha reintrodotto in nome della scienza operaia
forme di dogmatismo oggettivistico.
Un esempio è Gilli, il quale si propone di focalizzare un metodo nel contrasto con i canoni
accademici di scientificità, l’organizzazione gerarchica del far ricerca. Egli si schiera dalla
parte delle masse proletarie prefigurando il loro farsi soggetto attivo della ricerca, e afferma
che non è necessario che le caratteristiche del campione rappresentino l’universo, bensì
devono esaltare lo sviluppo storico dell’universo: si propone una nuova rappresentatività,
non statistica ma dialettica.
“Pura provocazione? Ricerca dell’effetto? O semplicemente temporanea soggezione ad un
clima culturale esauritosi in una rapida fiammata?”(statera). te piacerebbe




Gli operatori sociali alternativi che si formarono sulle teorie di Gilli, si dedicarono a
studiare la classe operaia ed a campionare i componenti delle avanguardie rivoluzionarie e,
generalizzando i dati ottenuti sono arrivati a dire che l’intera classe operaia ardeva di sacro
fuoco rivoluzionario (attento state’, che te se vede il ghigno..), anche se la rivoluzione
stentava ad arrivare.
Molti di questi ricercatori hanno ripiegato verso forme intimistiche di ricerca qualitativa,
nobilitata da soggettività, empatie e mondi vitali, caratterizzate da un dilettantismo dannoso
per la ricerca sociologica.
Capecchi offre 4 esempi delle incorrettezze logico-metodologiche degli anni ’70 di questo
tipo di corrente, come tecniche di mistificazione scientifica connessa a ideologia:
Mistificazione per frammentazione di risultati
M. per classificazioni falsamente omogenee
M. per dilatazione di concetti e variabili
M. per generalizzazione di risultati su basi empiriche insufficienti
Per Scarpelli, respingere la ricerca di regolarità significa uscire fuori dalla scienza,
respingere determinate regolarità e/o mostrare che ineriscono ad una struttura sociale
suscettibile di trasformazione, significa contrapporre teorie ad ipotesi con altre teorie ed
ipotesi. La critica qui e’ incentrata sulla strumentalizzazione all’interno del discorso
specialistico, essa è quindi volta al cattivo ricercatore.
La ricerca di regolarità risulta criterio corretto di scientificità.
PUNTI DI VISTA ED OPZIONI TEORICHE


Intendendo i valori come punti di vista del sociologo si delineano due ordini di problemi:
L’influenza dei valori come elementi culturali interiorizzati che indirizzano la
sensibilità ad alcuni problemi piuttosto che altri, avviene quindi una selezione di
- problemi rilevanti per una certa società da un punto di vista pratico
- problemi significativi nel contesto culturale di tale società
- problemi che hanno rilevanza in una certa scuola sociologica
L’influenza dei valori culturali sull’inquadramento in un determinato schema
concettuale dei fenomeni i quali originano il problema stesso.
I comportamentisti oggettivisti come Lundemberg ritengono che i valori operino influenza
sulla selezione dei problemi e non delle teorie (l’influenza scomparirebbe con il
miglioramento delle tecniche di osservazione, secondo l’idea illuministica di progresso).
I sociologi, al contrario di fisici o biologi, hanno per oggetto di indagine opinioni,
valutazioni, etc., quindi essi hanno l’esigenza di cimentarsi con umori e stati d’animo.
L’idea che si affaccia è quella di attuare un confronto tra una lettura del sociologo ed
un’autolettura del soggetto, oppure tra il sentire comune compreso il soggetto sociologo e il
livello della teoria elaborata dallo stesso. Questo è il doppio livello ermeneutico di Giddens,
che afferma che gli schemi teorici degli autori sociali influenzino quelli del sociologi e
viceversa.
Lerner invece parla di teoria della modernizzazione classica la quale afferma che non vi
deve essere mediazione alcuna con la pre-interpretazione dell’attore sociale.
Tutti coloro che portano avanti un livello metodologico ermeneutico o neocomprendente
(Shutz, Giddens, Winch) sembrano avere lo sguardo solo su interazioni sociali tra singoli
attori piuttosto che ai concreti domini su cui si fa sociologia.
Kuhn afferma che la sociologia è nella fase delle scuole più che in quella dei paradigmi
scientifici, questa visione da la possibilità di leggere anche in modi opposti i processi
sociali (vedi i modelli consumistici per la teoria critica o integrata).
Le scuole di pensiero segnano il distacco delle scienze dalla comune progenitura filosofica,
secondo l’epistemologia oggettivistica, questa fase viene superata, in relazione alle scienze
della natura, solo se si riesce a creare un consenso su un unico paradigma. Per le più
recenti epistemologie neo-empiriste e postempiriste ciò avverrà solo tramite più complessi
fattori di funzionalità, validità, flessibilità, generalità e coerenza.
L’unica cosa che rimane da affermare è che ristagna il rischio di confermabilità di più
ipotesi differenti, ciò porta ad un’impossibilità di scelta fra teorie su base esclusivamente
ideologica.
LA MODIFICAZIONE DELL’OGGETTO D’INDAGINE
Punti di vista, valori di riferimento, teorie e metodi modificano secondo gli epistemologi
neo-soggettivisti, lo stesso oggetto di indagine; ciò, secondo una logica oggettivistica,
porterebbe a dire che vi è la capacità di fare un confronto tra ciò che è dato e ciò che è
modificato e quindi ritornare ad un concetto di oggettività del dato (participio passato).
I neo-soggettivisti, Weber e i postempiristi, nelle loro teorie convergono tutti sull’assunto di
base: non vi è alcunché di dato: l’oggetto dell’indagine, secondo una definizione weberiana,
è rappresentato come il divenire di per sé privo di senso del mondo.
Il materiale esistenziale è l’incomprensibile insieme di ciò che accade nell’universo
dell’infinitamente piccolo.
Per la fisica l’oggetto è quello definito, costruito, creato dall’intervento dell’energia profusa
dal ricercatore tramite i suoi strumenti di ricerca (vedi Wythe e osservazione partecipante e
microsociologia).
Nel caso di Wythe vi è transazione cognitiva e comportamentale sia nel ricercatore che
nell’oggetto di indagine che comprende il ricercatore stesso. Ciò però vale solo per il
versante microsociologico poiché per quello macro l’energia del ricercatore agisce a livello
irrisorio; ma vi è anche la possibilità che singoli sociologi influiscano significativamente su
intere società come rivoluzionari o razionalizzatori del sistema.
PREVISIONI E MUTAMENTI SOCIALI
Per quanto riguarda le previsioni sociali, più è autorevole la fonte, più rilevanti sono gli
sconvolgimenti dei processi in atto. La previsione scientifica è strettamente imparentata con
la spiegazione, più la previsione è corretta, più la spiegazione coordinata è valida.
In presenza di leggi della natura dal carattere di universalità e necessità (ogni qualvolta si
dà x, si dà y) per prevedere, bisogna solo stimare le condizioni ipotizzabili nel futuro. Il
sociologo invece potrà fare previsioni incerte poiché ha difficoltà a controllare le condizioni
empiriche e soprattutto perché è dotato di un apparato teorico grossolano e proposizioni
esprimenti regolarità enunciate in forma probabilistica o in termini di tendenza.
Con la previsione non si danno alternative possibili: o l’evento si verifica in presenza di
date condizioni empiriche, o non si verifica e la previsione risulta errata. Bisogna poi
analizzare la profezia che si autoadempie, caso particolare della modificazione attuata dallo
stesso scienziato sociale sull’oggetto di indagine.
Merton afferma che se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali
nelle loro conseguenze; questo teorema, il teorema di “Thomas”,, è valido solo nelle società
che non hanno un apparato istituzionale in grado di interrompere la catena di reazioni
partita dalla definizione della realtà di una situazione.
La fiducia riposta in certe figure o enti può produrre una modificazione delle credenze
culturali, le quali, a loro volta, producono cambiamenti strutturali.
Capitolo quarto
La comprensione in sociologia
IL VERSTEHEN COME STRUMENTO
Dilthey affermava che alla base delle scienze dello spirito c’è sempre la connessione
originaria della vita psichica, noi spieghiamo la natura mentre intendiamo, comprendiamo
la vita psichica come via d’accesso privilegiata alla conoscenza storica. ’Herlebnis, o
esperienza vissuta, rende possibile il Verstehen, ovvero la comprensione.
Weber estende il Verstehen a tutte le scienze sociali ed in particolare alla sociologia che si
definisce come “comprendente”, egli afferma che nella scienza sociale ciò che interessa è la
configurazione qualitativa dei processi: il verstehen è il mezzo e il fine della sociologia
comprendente. Bisogna cogliere il senso intenzionale dell’agire per arrivare ad analizzare
appieno il sociale e lo si “comprenderebbe” in modo oggettivo.
Giddens afferma che il verstehen è la condizione ontologica della vita umana in società in
quanto tale. Shutz dice che sempre il verstehen è una specifica forma di esperienza dalla
quale il pensiero di senso comune avverte mondo sociale e cultura.
Se quindi vi è una definizione di comprensione in quanto tecnica, bisogna vedere in che
modo utilizzarla; poi bisogna comprendere se è la specifica forma esperienziale che rende
possibile la conoscenza tacita e la teoria degli attori sociali nella vita quotidiana.
Abel, per il primo problema, afferma che la comprensione nulla aggiunge al nostro bagaglio
di conoscenza poiché consiste nell’applicare una conoscenza già convalidata
dall’esperienza personale, essa non può servire come strumento di verifica.
Questo tipo di concezione della comprensione nasce già in Comte e in Vico, in cui si ha
l’analisi comparativa di scienze umane e fisico naturali, a favore delle prime, in relazione
alla maggiore comprensibilità degli eventi umani da parte di altri uomini cui sarebbe
possibile rivivere alcune esperienze.
Abel continua tracciando le mappe storiche del concetto di comprensione e afferma che la
comprensione in senso scientifico degli eventi, intesa nelle scienze naturali come
susseguente alla spiegazione esauriente di un fenomeno, è lo scopo di ogni scienza,
l’understanding vuole porsi come metodo per tramite il quale si ricerca la spiegazione del
comportamento umano. L’applicazione pratica non mancherà di mostrare i notevoli limiti.
L’OPERAZIONE DETTA VERSTEHEN



Per capirla meglio Abel fa 3 esempi di analisi del comportamento in relazione ad un evento
particolare, ad una generalizzazione, ed infine ad una regolarità statistica, egli arriva a
stabilire che l’operazione di comprensione si sviluppa in tre fasi.
internalizzazione dello stimolo
internalizzazione della risposta
applicazione di massime del comportamento
Il verstehen applicato si sviluppa nell’internalizzazione del mutamento ed ostilità (b) che
vediamo come attributi al mondo (a) in un sentimento di adeguatezza (b”). Poi vi è la
connotazione immutabile (c) che implicata dal concetto di verità eterne (d) viene
internalizzata in sentimento di sicurezza (c”).Una volta fatto ciò possiamo applicare la
massima di comportamento tramite la quale una persona che si sente inadeguata di fronte al
mutamento cercherà sicurezza in qualcosa di immutabile.
Lo schema operativo è: a-b b”-c” c-d.
Un’analisi del genere ad un livello di approssimazione abbastanza alto può farci
comprendere tali eventi senza che sia necessario internalizzare valori e sentimenti, questo è
il caso di una compiuta spiegazione scientifica tramite il modello nomologico-inferenziale
di Hempel e Hoppeneim e sviluppato da Nagel.
In sostanza l’operazionalizzazione del verstehen si configura come una sorta di
complemento dell’inferenza esplicativa, utile anche in funzione della messa a punto di
ipotesi interpretative da convalidare, esso entra in gioco nel contesto della scoperta e in
quello della giustificazione, la validità strumentale del verstehen è comunque espressa
maggiormente nel primo contesto.
COMPRENSIONE E VITA QUOTIDIANA
Il verstehen sul contesto della scoperta si ritiene una normale componente del processo di
indagine sociologica. Giddens afferma che il verstehen non è una via d’accesso privilegiata
per la conoscenza scientifica, il metodo della comprensione non porta alla produzione di
materiali di tipo oggettivo, il suo significato non è quello di un metodo speciale per entrare
in un mondo sociale, bensì quello della condizione ontologica della società umana come
viene prodotta e riprodotta dai suoi membri.
Non si capisce come però Giddens riesca a stabilire la dimensione ontologica
dell’intendere, per lui l’intendere sarebbe in ogni caso la condizione ontologica del sociale,
ma da ciò deriva un metodo, il quale richiede una forma di comunicazione con le
collettività costituenti l’oggetto di ricerca. Questo tipo di studio dipende dal possesso di
una conoscenza condivisa con l’oggetto stesso.
Giddens afferma che ciascun agente sociale competente è egli stesso uno scienziato che
interpreta la sua condotta, intenzioni, ragioni e motivi degli altri come momenti integranti
della produzione della vita sociale. Un esempio di come ci si trova allorché si elaborano
teorie scientifico sociali che hanno a che vedere con i quadri di significato di attori sociali, è
costituito dalla dissonanza cognitiva; questo tipo di teorie favoriscono una migliore
comprensione dell’agire sociale tramite spiegazione dei complessi processi in cui esso ha
luogo.
ESTREMISMI ETNOMETODOLOGICI
Garfinkel è il padre della etnometodologia, definita come analisi del ragionamento e delle
conoscenze di senso comune in relazione al problema dell’ordine sociale. Gli
etnometodologi sono interessati alla procedure interpretative tramite le quali il mondo
sociale viene costruito; è irrealistico pensare che vi siano due livelli ermeneutici (attore
sociale, scienziato sociale) in relazione all’estrema variabilità di interpretazioni del mondo,
nome, situazioni costruite dagli attori, ne conseguirebbe l’identità strutturale tra un attore
sociale e uno scienziato sociale.
Cicourel afferma che le pratiche di codifica sono inserite in un contesto con proprietà
indicali, ovvero connesse al contesto della produzione, quindi lo studio delle pratiche di
codifica del ricercatore è indistinguibile da quello dell’uso delle strutture interpretative da
parte dell’attore sociale.
Detto ciò bisogna notare anche che da un estremo relativismo, l’etnometodologia passa alla
postulazione di un ancoraggio di norme interpretative al alcune proprietà invarianti dei
processi cognitivo. Per Garfinkel esse non sono enunciabili.
L’etnometodologia muove dalla sociologia comprendente, superando il verstehen, per
affermare il più estremo relativismo partendo dall’enfasi sulla contestualità situazionale
arrivando allo studio di procedure interpretative invarianti.
Capitolo Quinto
La logica dell’indagine
SITUAZIONE INDETERMINATA E PROBLEMA
Per Dewey l’indagine è la trasformazione controllata o diretta da una situazione
indeterminata a un’altra che sia determinata in modo da convertire gli elementi della
situazione in totalità unificata.
Per la partenza dell’indagine vi deve essere una situazione fonte di dubbio, per cui si
trasforma la situazione indeterminata in problematica. Ma la parzialità è coessenziale
all’indagine, il problema può quindi definirsi correttamente come la trasformazione parziale
di una situazione determinata tramite l’indagine.
Dewey afferma che la possibile soluzione si presenta come idea proprio come i termini del
problema vengono stabiliti dall’osservazione, bisogna però affermare che non è assiomatico
che i termini del problema siano fatti e che siano stabiliti dall’osservazione.
Riassumendo, il problema può essere di natura teorica ovvero riguardare la controllabilità
di alcuni aspetti di una teoria generale, quindi l’adeguatezza della stessa a rendere conto di
alcuni processi osservati o da essa definiti. Ad es. la meccanica quantistica definisce sistemi
bizzarri per la nostra razionalità.
Un altro problema è quello dei fatti, delimitati come tali all’interno di un campo teorico,
che non sono conformi alle predizioni che la teoria stessa suggerisce. Nella situazione da
ordinare, le osservazioni ed il materiale empirico bruto costituiscono la base di partenza,
dato che il materiale bruto è raccolto in modo ordinatorio, esso è già orientato.
Quando, nelle scienze sociali, il patrimonio di conoscenze condiviso è scarso, l’indagine si
imposta nella forma più esplorativa possibile, in questo caso si usano questionari in cui si





raccolgono a tappeto tutte le informazioni di base possibili, ipotizzando la loro utilità come
variabili indipendenti o intervenienti. Se ci si muove in terreni inesplorati è preziosa la più
ampia apertura nell’osservazione.
Per finire, la variegata caratterizzazione dei problemi scientifici presenta dei fondamentali
aspetti in comune:
La centralità dell’idea congetturale per porli e affrontarli
La priorità strategica
L’esigenza di ordinare il materiale disponibile
L’attribuzione i senso compiuto
La presentazione del materiale come struttura razionale
RILEVANZA DEL PROBLEMA
La rilevanza di un problema scientifico dipende dalla modalità della sua definizione, dalla
correttezza logica della generalizzazione in forma di ipotesi, dal ruolo svolto da tale ipotesi
entro la più ampia cornice teorica. Tutto ciò comporta dei problemi di concettualizzazione
ed operazionalizzazione, bisogna definire i concetti e scomporli in dimensioni,
individuando i relativi indicatori che potranno essere combinati in un indice per misurare
l’oggetto in questione.
Nel caso della politica italiana degli anni ’60 assistiamo ad un’incapacità di previsione che
dipende dall’inadeguatezza del quadro teorico di riferimento, la teoria condiziona l’intero
processo di indagine; la rilevanza del problema scientifico inizia ad essere funzionale alla
teoria accettabile e condivisa, da una adeguata concettualizzazione e da una scomposizione
dei concetti in dimensioni con indicatori e indici di sintesi.
Dewey afferma che nell’indagine sociale i problemi genuini sono posti solo da situazioni
sociali reali, ovvero situazioni esistenziali problematiche che presentino in sé conflitto e
confusione, ciò però è venato da un approccio oggettivistico, che mette in contraddizione la
logica deweyana basata su parzialità e provvisorietà dei dati, selezione del materiale
esistenziale, centralità dell’idea ordinatrice della situazione indeterminata.
Popper invece afferma che la conoscenza non avviene con raccolte di dati bensì con
problemi, ogni problema però nasce dalla scoperta di un qualcosa che non va nella scienza
che riteniamo di possedere, quindi dalla scoperta di una contraddizione interna fra ciò che
riteniamo il sapere e ciò che riteniamo fatti: senza eccezione è il carattere e la qualità di un
problema a determinare il valore della prestazione scientifica.
Non è chiaro, per Popper, se carattere e qualità siano di natura teorica o pratica, quindi attua
giudizi di valore rispetto alle problematiche.
Non c’è dubbio che la rilevanza sociale del problema possa influire sull’importanza della
ricerca quanto sulla correttezza delle tecniche impiegate, ciò però non significa che bisogna
graduare le prestazioni scientifiche in dipendenza della rilevanza sociale dei problemi di cui
tali prestazioni possono essere originate. Grandi fautori della graduazione di rilevanza dei
problemi sono i teorici critici della società ovvero la Scuola di Francoforte.
Adorno afferma che i problemi scientifici hanno poco a che vedere con i problemi teorico
sociali i quali si connetterebbero strutturalmente alla totalità, i veri problemi sono quelli
epocali quali la caduta dl sistema capitalista.
Infine bisogna ribadire che la rilevanza dei problemi è determinata esclusivamente dal
modo in cui essi sono posti, ovvero dalla consistenza del campo storico entro cui sono
posti, e dalla misura in cui l’operazionalizzazione dei concetti relativi può consentire una
risposta ai problemi stessi. Questa risposta dovrà essere un punto di arrivo di ogni
ricercatore che si adatti alle stesse procedure.
Dal punto di vista della logica dell’indagine scientifica vi è una sola gerarchia di problemi,
quella che distingue i problemi scientificamente ben impostati dalle situazioni
indeterminate per le quali non è praticabile tutta la serie di operazioni che traducono
situazioni indeterminate in problemi scientifici.
IL PROCESSO DI OPERAZIONALIZZAZIONE

Ogni problema scientifico per poter essere posto, affrontato e risolto richiede:
Che si scelgano i dati del caso in relazione a delle ipotesi teoriche




Che la concettualizzazione connessa con le ipotesi teoriche sia analiticamente definita
Che alle dimensioni della definizione si connettano indicatori empirici
Che le procedure di passaggio da concetti teorici ad indicatori siano riproducibili
Che si definiscano rigorosamente le regole di lettura dei concetti indicatori in relazione
ai problemi teorici
Tutte queste fasi appartengono al processo di operazionalizzazione, che è il cuore
dell’indagine scientifica.
Per Nagel l’ambito delle definizioni operative è più ristretto e definisce modi in cui entrano
in relazione strutture teoriche e procedure osservative.
Marradi attua una critica sul processo affermando che è spesso necessario scendere da un
elevato ad un modesto livello d’astrazione in modo da poter stabilire tramite quali
operazioni possa misurarsi l’oggetto di studio. Quindi più che singole definizioni operative,
la logica dell’indagine richiede un processo costante e globale di operazionalizzazione: ogni
ipotesi teorica deve poter essere tradotta in termini operativi.
DEFINIZIONI OPERATIVE E RAPPORTI DI INDICAZIONE
Nel processo di operazionalizzazione di teorie e concetti si incontrano vari problemi dovuti
ad inconsapevolezza dei caratteri dei concetti da operazionalizzare, all’insufficiente analisi
logica e alla propensione a sganciare i progetti dalla cornice storica entro cui sono inseriti.
La fase di selezione degli indicatori è spesso viziata da aggregazioni frettolose. Altro
problema è la connessione del processo a opzioni di carattere epistemologico.
Vi sono poi concetti-termini di carattere denotativo relativi a generi che rimandano
all’esistenza, e concetti-termini di carattere connotativo astratti.
I problemi più rilevanti si riferiscono ai concetti termini meno vicini all’osservabilità.
Gallino coglie il problema di fondo delineando la difficoltà di distinzione tra concetti
osservazionali e teoretici, per lui i concetti sono invenzioni dell’attore umano per spezzare
l’intollerabile interezza del mondo rendendola così accessibile ai fini umani. Lo stesso
Neurath afferma insieme a Carap che il dato costruito e l’osservazione orientata, ecco la
difficoltà a tracciare una linea di demarcazione precisa tra concetti osservativi e concetto
termini teorici.
L’importante è che ogni concetto scientificamente utilizzabile esige di essere definito nel
modo più univoco da un punto di vista semantico, e poi tradotto in concetti termini che
possano dare luogo a delle variabili; per fare ciò bisogna usare delle proposizioni di
riduzione che facilitano la traduzione in variabile, esse consentono la misurazione.
Più il concetto è astratto e multidimensionale, più il processo è complesso e mediato da
numerosi passaggi (es. influenza personale e dei mass media in periodi elettorali).
L’analisi delle dimensioni del concetto considerato è un processo di carattere logico,
semantico e pragmatico.
Logico poiché vi è una logica tra concetti e sotto concetti che li unisce.
Semantico perché le dimensioni sono le specificazioni significative del concetto.
Pragmatico in quanto la scelta tra le dimensioni che possono sovrapporsi è legata agli scopi
dell’indagine, a opzioni teoriche di fondo e a maggiore o minore traducibilità operativa.
Ogni concetto poi, compreso quello di dimensione, è indicabile in più modi, non vi sono
indicatori esaustivi del concetto di dimensione.. più il concetto si scompone in
sottodimensioni, più l’indicatore è preciso. Il rapporto tra il concetto di dimensione e
l’indicatore non è di natura probabilistica.
La teoria a questo punto può essere delineata come una serie di proposizioni legate da
connettivi astratti, ciò risulta evidente nei processi di operazionalizzazione, nell’individuare
le dimensioni, nella scelta degli indicatori, nel ponderare gli stessi, nel costruire indici. La
ponderazione di indicatori e la susseguente costruzione di indici sintetici è giustificabile
solo in relazione a scelte sostenute dall’esperienza e derivanti da opzioni teoriche: si può
arrivare ad affermare che il risultato del processo di operazionalizzazione è un atto di
misurazione.
MISURAZIONE E QUALITÀ
Le classificazioni sono il livello base delle misurazioni, in quanto distinguono in categorie
diverse variabili nominate distintamente, per le variabili naturali non vi sono problemi di
sorta, mentre ne nascono per le variabili costruite che sono la quasi totalità del processo di
operazionalizzazione delle teorie e concetti sociologici.
Di qui si inerpica la contraddizione dei sociologi qualitativi (interazionisti simbolici,
neocomprendenti, fenomenologici, etnometodologi) i quali proclamano l’irriducibilità del
qualitativo al quantitativo, e poi non escludono affatto, nella ricerca ermeneutica ad es. la
misurazione quantitativa. Molti fautori della strategia forte del qualitativismo rifiutano la
sociologia tradizionale opponendo una diversità globale basata sulla centralità
dell’individuo e sul rigetto dell’idea di spiegazione in favore di quella di decifrazione di
eventi sociali, sull’enfatizzazione dei contesti, significati, mondi vitali, e sul rifiuto della
parzialità dei metodi quantitativi in favore di un approccio olistico.
Dal punto di vista epistemologico vi si aggiunge l’induttivismo, una particolare attenzione
più alla raccolta che all’elaborazione dei dati, alla ricerca di concetti sensibilizzanti più che
operativi.
L’unico punto in comune tra sociologi qualitativi è l’antipositivismo.
Il realtà l’organicità dei qualitativi è particolare del paleo positivismo comteiano, mentre il
descrittivismo etnometodologico è comune al realismo positivista.
Il positivismo è oggettivista e olista dal punto di vista metodologico basato sul dato
piuttosto che sulla teoria e quindi sulla descrizione piuttosto che sulla spiegazione; nel
neopositivismo poi la corrente realista è nettamente minoritaria.
Perché tacciare di positivismo la sociologia convenzionale?
Alcuni affermano che il sociologo che cerca di applicare teorie generali calpesta l’unicità
del contesto in cui gli eventi di analisi si verificano, altri dicono che la sociologia
convenzionale trascura l’intenzionalità del soggetto,.
Le tecniche qualitative differiscono poco o nulla dai metodi convenzionali, per i qualitativi
ciò che conta è l’istanza e per altri l’afflato, l’influenza. I qualitativi condividono un rifiuto,
uno struggente desiderio di diversità, però, ciò che è sufficiente a delineare un paradigma
logico-metodologico altro rispetto a quello che incrementa la ricerca scientifico sociale.
Il sociologi, per attuare una scelta quantitativa deve evitare questioni quali ad es.: qual è la
relazione tra il contenuto di un messaggio veicolato da un mezzo di comunicazione di
massa e il linguaggio verbale/visivo a cui si fa ricorso?
Capitolo Sesto
La spiegazione sociologica
DESCRIZIONE E SPIEGAZIONE
Una disciplina è scientifica quando riesce a spiegare un evento, una regolarità, una
relazione tra eventi, una capacità di prevedere; l’applicazione del criterio di scientificità è
valida quando l’iter logico in base al quale x fa accadere y, è ripetibile.
Nasce quindi la necessità di elaborare e disporre teorie e leggi da cui dedurre con un buon
livello di probabilità il manifestarsi del comportamento che si vuole spiegare o prevedere la
sua manifestazione. Si presuppone che non vi sia scienza in assenza di strutture teoriche e
di leggi empiricamente confermate in proposizioni esprimenti uniformità tendenziali (più vi
è anomia, più vi sono suicidi).
La spiegazione di un evento è la prova del nove delle validità delle teorie generali e delle
regolarità tendenziali su cui si basa ogni scienza; in ogni scienza poi è presente un’ampia
dimensione descrittiva basata su analisi delle caratteristiche tipiche, su elaborazione di
caratterizzazioni, sull’evidenziazione di peculiarità.. Le operazioni che rendono possibile la
descrizione non sono esenti da riferimenti di carattere tecnico concettuale.
La descrizione si può definire, in ultimo, come insieme di argomentazioni deduttive e
induttive organizzate in discorso organico atto ad evidenziare reti di connessione tra
fenomeni come base per la loro comprensione.
Modello Popper-Hempel della spiegazione scientifica:
E è l’evento che si vuole spiegare;
C1….Cn le condizioni empiriche in cui si presenta E;
L1….Ln lo preposizioni generali in forma di legge.
Explanans
C
L
__________
E
Questo è il modello nomologico-inferenziale basato su deduzioni da leggi, esso assume una
connotazione inferenziale nelle scienze naturali, molto meno in quelle sociali. Hempel e
Hoppenheim affermano che il fenomeno in considerazione è spiegato tramite la
sussunzione dello stesso entro leggi generali, ovvero mostrando che è avvenuto sotto quelle
leggi, in base alla realizzazione di determinate condizioni antecedenti.
IL MODELLO NOMOLOGICO INFERENZIALE IN SOCIOLOGIA
Per le leggi delle scienze naturali il modello nomologico inferenziale è più deduttivo,
poiché le leggi dell’explanans sono altamente formalizzate, connesse a teorie consolidate,
tali da avere livelli di probabilità statistica vicini al 100%, in questo modo si presuppone
che l’explanandum accadrà quando si verificheranno determinate condizioni empiriche (in
questo caso il modello è nomologico deduttivo, ovvero consente spiegazione e predizione).
Per quanto riguarda le scienze sociali, gli eventi non sono causali, ma presentano un
carattere probabilistico, l’evento può e non può verificarsi senza falsificare in questo modo
la legge probabilistica.
La conoscenza sociologica dispone di leggi probabilistiche, esse non escludono alcuna
determinazione quantitativa di frequenza, spesso poi sono di tipo correlazionale e qualche
volta di tipo funzionale. Il modello nomologico inferenziale in sociologia può essere usato
solo nella sua versione debole, l’inferenza sarà di tipo induttivo più che deduttivo.
Popper afferma che l’induzione può essere vista come il modo per stabilire la verità di
asserzioni universali basate sull’esperienza.
Bisogna infine dire che le leggi sociologiche sono solo genericamente probabilistiche, e che
anche le teorie più complesse e astratte sono in grado di dar conto adeguatamente solo di
alcuni fenomeni sociali (vedi suicidi in Giappone e Ungheria). Il sociologo non può
spiegare la totalità, può solo spiegare frammenti i vita quotidiana.
L’INDIVIDUALISMO METODOLOGICO
Gli individualisti metodologici sono tra i massimi fautori di questo modello, la loro tesi
presuppone che gli eventi sociali vadano descritti e spiegati in riferimento ai caratteri propri
degli individui, alle loro relazioni, atteggiamenti, aspettative, lo stesso Popper sostiene che
l’individualismo metodologico rappresenta un postulato della sociologia. Il compito delle
scienze sociali è la costruzione ed analisi dei nostri modelli sociologici in termini di
individui tramite le loro aspettative, relazioni, etc.
Von Hayek afferma che i fenomeni aventi luogo nel contesto sociale sono spiegabili solo in
base alle credenze e alle motivazioni individuali che di per sé non sono spiegabili; i tipi di
azione internazionale costituiscono un dato nelle scienze sociali, tramite essi si arriva alla
scoperta di principi di coerenza strutturale di fenomeno complessi, che non possono essere
colti tramite l’osservazione diretta; vi è anche la probabilità che possano darsi risultati non
previsti dall’agire intenzionale: lo scienziato sociale ha da tenere conto dei suddetti sempre
in relazione ai risultati dovuti ai tipi dell’agire intenzionale, anche se ciò tende al
riduzionismo psicologico.
L’individualismo metodologico nasce in opposizione alle visioni totalizzanti della
sociologia, le quali pretendono di spiegare tutto.
Popper in ogni caso si distanzia da Von Hayek, dai neocomprendenti e dagli
etnometodologi, egli nega che vi siano peculiarità della scienza sociale rispetto alla
caratterizzazione della scienza come fatta di spiegazioni, previsioni e controlli. La maggior
parte degli oggetti delle scienze sociali sono oggetti astratti, costrutti teorici i quali, usati
per interpretare la nostra esperienza, nascono dalla costruzione di determinati modelli (in
particolare di istituzioni).


In Popper gli uomini sono solo gli elementi del processo storico ai quali possono essere
imputati scopi e responsabilità, essi operano tramite delle rappresentazioni astratte che
hanno delle istituzioni, i loro atteggiamenti quindi sono definiti in base a queste
rappresentazioni: l’individualismo metodologico è quindi inerente al dato empirico.
Secondo Boudon ci sono due grandi tradizioni sociologiche:
Quella di Durkheim, il quale dichiara di non essere interessato agli individui bensì alle
strutture sociali e si pone, in relazione a ciò, l’obiettivo di stabilire relazioni globali.
Quella di Weber, secondo cui un fenomeno sociale è sempre il risultato di azioni
individuali, quindi spiegare un fenomeno sociale equivale a spiegare azioni individuali.
Boudon afferma che le intenzioni, i desideri, i calcoli interessano il sociologo solo se
diventano fatti sociali; la sua adesione all’individualismo metodologico è anomala, poiché
rigetta ogni forma di approccio etnometodologico e di sociologia qualitativa. Boudon
riconosce un livello superiore al verstehen rispetto al flatus vocis, il verstehen corrisponde a
un momento che si riscontra in tutte le ricerche sociali, da solo però non è sufficiente quindi
non costituisce metodo.
Nelle versioni più radicali l’individualismo metodologico nega il modello nomologico
inferenziale: “non esiste metodo scientifico per comprendere individui, motivazioni,
interazioni, esperienze quotidiane”.
Nelle versioni più tolleranti esso si rivela come preoccupazione nei riguardi del mito della
totalità che spesso reca con sé il verstehen, questa preoccupazione però non lede la logica
della spiegazione scientifica.
SPIEGAZIONI CAUSALI
L’idea che spiegare significa dedurre da leggi e teorie è un’idea che ha mezzo secolo, nel
corso della storia “spiegare scientificamente un evento” ha sempre significato individuare la
causa, per Platone poi si trattava di individuazione di essenze.
Nella storia delle scienze si tende a misurare la scientificità della disciplina in base alle sue
capacità di istituire nessi causali, più vi è appagamento della spiegazione causale più rigidi
diventano i nessi di successione causale determinati: la presunta necessità della successione
diviene centrale per la soddisfazione della richiesta di spiegazione.
Ormai il concetto di causa è cambiato, non è più possibile fornire spiegazioni
nell’individuazione del nesso causale, la necessità del processo esplicativo non risiede più
in leggi causali.
La connessione causale è più di una mera successione di eventi, di solito si afferma che x è
causa di y solo quando ci sono elementi tali per cui x sia condizione sufficiente per cui si
abbia y, però anche se si riscontrano regolarità per cui si abbia y da x, ciò non soddisfa i
requisiti del nesso di causalità: x non è quasi mai invariabilmente seguito da y.
Di solito si dice che x è una causa di y se è invariabilmente seguito da y ogni volta che le
circostanze siano perfettamente identiche, in realtà le circostanze non sono mai
perfettamente identiche.
La possibilità di distinguere una successione di eventi che possa dirsi causale da una
successione non causale, non dipende da fattori oggettivi, bensì dalla strumentazione
teorica.
Una teoria che legittimi come causale una successione di eventi sociali deve essere
sufficientemente ampia da poter rendere conto di una successione e, quindi, deve disporre
di una notevole capacità predittiva: l’instaurazione di un nesso di causalità dipende da una
rete teorica sottostante e non da un insieme erratico di incroci tra variabili in cui si
traducono operativamente i processi sociali. La spiegazione causale quindi diviene una
spiegazione particolare come deduzione da leggi e teorie che oltretutto non è applicabile
alle scienze sociali.
LA SPIEGAZIONE COME RICONOSCIMENTO
La spiegazione come riduzione in termini familiari è una concezione contrapposta al
modello nomologico inferenziale.
Per Bridgman una spiegazione consiste nell’analizzare i sistemi più complicati inserendoli
in sistemi più semplici di modo da riconoscere susseguentemente nel sistema più complesso
elementi dello stesso divenuti ormai più familiari e li accettiamo come non aventi bisogno
di spiegazione. Ciò parte da una concezione aristotelica secondo la quale è possibile la
conoscenza scientifica solo di ciò che non può essere altrimenti da com’è.
Di qui la nascita di leggi universali, immediata conseguenza di principi primi, la scienza poi
si è sviluppata dalla parte opposta rispetto ad Aristotele, ricorrendo a costrutti concettuali
lontanissimi dalla trasparenza dell’intelletto.
Se la spiegazione dovesse basarsi sulla riduzione di fenomeni poco conosciuti in termini di
elementi familiari, cadrebbe la legittimità esplicativa di ogni argomento basato su
proposizioni teoriche.
Per la comunità scientifica un ruolo fondamentale è svolto dal ricorso all’analogia dei
modelli e teorie familiari, in questo caso entra in gioco la comprensione come controparte
soggettiva di una buona spiegazione. Kaplan afferma che la familiarità è fondamentale per
la spiegazione semantica ma non per quella scientifica.
La spiegazione semantica va vista come illustrazione del significato di una parola, quindi
come interpretazione per consentire la migliore comprensione da parte di altri, mentre
quella scientifica ha lo scopo primario di fornire il più adeguato rendiconto di un fenomeno
tramite la deduzione della proposizione che esprime tale fenomeno partendo da una serie di
premesse date; l’attributo della familiarità va riferito alla comprensione e non alla
spiegazione in quanto tale, una peculiarità delle spiegazioni sociologiche è costituita dalla
loro natura semantica.
SPIEGAZIONE E SCOPERTA
Tradizionalmente la scoperta è di leggi di natura assunte come date, in realtà la scoperta,
secondo Popper, non può che intendersi nei termini di libera creazione dell’intelletto,
ovvero la teoria scientifica non si scopre ma si crea, non si disvela ma si costruisce. Vi è poi
una forte dicotomia tra contesto della scoperta e contesto della giustificazione..
LA RICOSTRUZIONE STORICO GENETICA
Oltre al modello nomologico inferenziale si prospetta la ricostruzione della genesi storica
degli eventi sociali (idea presente in Weber e nei sociologi dialettici); Weber si concentra
sulla concatenazione dei nessi causali, illuminati dalla comprensione, ponendo l’accento
sull’unilateralità dei punti di vista, mentre i dialettici vi si oppongono rivendicando una
totalità comprendente. Per Adorno la concezione dialettica di totalità ha carattere oggettivo,
esso è teso alla comprensione di ogni accertamento sociale particolare, mentre le teorie
positivistiche tenderebbero a raccogliere accertamenti cercando di costruire un continuum
logico coerente attraverso la scelta di categorie generalistiche.
Habermas invece afferma che una teoria dialettica della sociologia sottolinea la dipendenza
dei singoli fenomeni dalla totalità, le leggi indicano movimenti tendenziali tramite la
coscienza dei soggetti agenti e nello stesso tempo si propongono di esprimere il senso
oggettivo di un complesso storico di vita; questo è il modo ermeneutico di procedere della
teoria dialettica della società, l’approccio dialettico quindi presenta un’impalpabilità logica
e metodologica proponendo una versione olistica della comprensione.
Per Weber invece le procedure nomotetiche sono fondamentali nella loro parzialità, nella
variante ermeneutica il nomotetico e l’idiografico sono coessenziali, Weber afferma che la
differenza tra storiografia e scienze sta non nella presenza di un riferimento a leggi, bensì
sulla diversa funzione attribuita a tali leggi, lo storico determina i rapporti tra eventi
individuali ricorrendo spesso a generalizzazioni per fare luce sull’individualità dell’evento,
mentre il fisico, il chimico, il sociologo hanno come scopo l’accrescimento di un bagaglio
conoscitivo formulato in termini nomologici. Essi si ritengono soddisfatti della spiegazione
di un evento individuale in conformità con leggi e teorie. Lo scopo delle discipline
storiografiche è prettamente individualizzante mentre lo scopo della sociologia è
prettamente nomotetico e la sua spiegazione di natura nomologico inferenziale, in
sociologia la spiegazione storico genetica non trova spazio.
La spiegazione storico genetica, sia che riguardi eventi di tipo rigorosamente individuale sia
che riguardi eventi collettivi, si configura come una sequenza concatenata di spiegazioni
nomologico inferenziali di carattere probabilistico dove le premesse relative alla presenza
di condizioni empiriche sono disposte in una successione di eventi, le premesse alle
condizioni empiriche non coprono la totalità delle stesse, poiché insufficienti a produrre
l’explanandum, si avrà così un altro schema:
Explanans
C2
G2
________
Explanans
Explanandum
C1
G1
________
E
In cui, ricordiamo, C1….Cn sono le condizioni empiriche in cui si presenta l’evento da
spiegare E; dove G1….Gn sono le proposizioni generali in forma di legge.
Capitolo Settimo
Il funzionalismo e la spiegazione funzionale
IL PARADIGMA FUNZIONALISTICO
Per molti sociologi spiegare un fenomeno sociale significa identificare la funzione che tale
fenomeno ha all’interno del sistema visto come un tutto organico in equilibrio, è questo il
caso della scuola funzionalistica nata dall’organicismo sociologico.
Il paradigma del funzionalismo si basa sull’idea dell’esistenza, in tutti i processi vitali, di
una autoregolazione in rapporto ad uno stato di equilibrio.
Un altro assunto classico è quello che stabilisce una relazione funzionale tra l’organismo
come un tutto e le sue singole parti che si influenzano reciprocamente re-influenzando il
tutto, ciò sembra valere per organismi biologici e sociali che, in questo modo, vengono
analizzati in chiave analogica. Queste analisi in ogni caso non provengono dal discorso
sull’intenzionalità dell’agire umano, la scelta funzionalistica deriva da rilievi concernenti
strutture e modi di funzionamento dei sistemi sociali a tutti i livelli.
Il funzionalismo è dunque un paradigma con i suoi caratteri di globalità, strutturazione
gestaltica della coerenza nell’approccio al mondo sociale. Il nodo, nel delineare il concetto
di funzione, sta nel vedere quali strutture logiche caratterizzano l’autoregolazione del
sistema sociale, ed in che misura le suddette strutture siano assimilabili a quelle della
spiegazione logico scientifica.
Il concetto di funzione prende forma quando essa non può che essere assolta in rapporto a
qualcosa, la spiegazione funzionale è costruita in relazione all’organismo sociale, ciò che
caratterizza una spiegazione funzionale è la presenza di altre proposizioni circa le
condizioni di un equilibrato funzionamento del sistema in analisi.
Nell’esplicazione funzionale di un evento vi sono dei problemi metodologici e teorico
sostanziali.
Chi ha detto che le società si presentino come sistemi organicamente strutturati?
Ci mancano in ogni caso elementi sufficienti ad asserire che certi fattori sono indispensabili
al funzionamento dei vari sistemi.
IL CONCETTO DI FUNZIONE




Merton prova a porre ordine nella confusione teorica e metodologica del funzionalismo
antropologico determinando il concetto sociologico di funzione, egli trova 5 usi salienti del
termine funzione:
Celebrazione o pubblico raduno
Equivalente a occupazione
Denotazione di attività di chi è investito di carica pubblica
Corrispondenza biunivoca










Funzione in senso antropologico, riferita ai processi vitali e organici considerati negli
aspetti che contribuiscono al mantenimento dell’organismo.
Per Martindale il concetto di funzione rappresenta un’attività utile in rapporto al
soddisfacimento di un’esigenza o alla realizzazione di un fine, quindi un’attività
appropriata, determinata dal sistema e tendente al suo mantenimento, ed è solo in
quest’ultima definizione che ci si muove nella sfera di un particolare sistema teorico.
Bisogna chiarire la natura strutturale e intenzionale dell’utilità.
Il procedimento funzionalistico, afferma Nagel, è di natura descrittiva, nell’analisi
funzionalistica descrizione e spiegazione sono convergenti, ciò viene estrapolato dal
pensiero di Malinowsky, il quale afferma che la spiegazione agli occhi del pensatore
scientifico altro non è che la spiegazione più adeguata di un fatto complesso. Per
Malinowsky la funzione è intesa come soddisfacimento di un bisogno, e la concezione
funzionale di cultura ribadisce il principio che qualsiasi elemento culturale adempie a certe
funzioni vitali interne a una totalità operante.
Di qui in poi si evidenziano 3 diversi usi del termine funzione:
Utilità a certi scopi
Indicazione di conseguenza di un processo su un sistema organico
Contributo di un elemento al mantenimento di caratteristiche del sistema
Nel caso di Malinowsky e Radcliffe Brown le spiegazioni funzionali si pongono come
spiegazioni globali che comprendono tutti i possibili sensi in cui si parla di funzione. Vi
sono spiegazioni funzionali in senso:
Matematico
Descrittivo del funzionamento del sistema in generale
Descrittivo degli attributi definienti gli organismi, etc.
Come uso di un processo
Come conseguenza di un oggetto o attività sul sistema
Come contributo al mantenimento di alcune caratteristiche del sistema
Questa tipologia di Nagel è la più completa, poiché vede il concetto di analisi funzionale
inteso come semplice individuazione delle motivazioni dell’agire e come la valutazione del
modo in cui certe attività siano appropriate a certi bisogni o scopi intenzionali.
Spesso si pone il concetto di funzione in termini di soddisfazione di un bisogno, se il
funzionalismo cade nella ricerca di tali spiegazioni esso non può essere teoria dei fenomeni
sociali; a volte in Malinowsky si parla di funzioni relative alla soddisfazione di bisogni
socioculturali e fisiologici. Secondo Nagel per soddisfare i requisiti logici di un processo
esplicativo bisogna intendere la funzione come regolatrice in un motore a regime stabile.
LA SPIEGAZIONE FUNZIONALE

Una spiegazione funzionale è corretta quando sottolinea il contributo di un elemento in
modo determinante alla conservazione di un carattere essenziale all’equilibrato
funzionamento del sistema, perché ciò avvenga sono necessarie determinate condizioni:
Disporre di condizione teorica generale di autoregolazione
Stabilire quali conseguenze si avrebbero nel sistema in caso di mancanza di un
elemento da spiegare
Descrivere in termini empirici il contributo di tale elemento all’equilibrato
funzionamento del sistema
Escludere la possibilità di alternative funzionali
In base a queste 4 condizioni la struttura di spiegazione funzionale è la seguente:
in un tempo specifico, un sistema specifico funziona adeguatamente in un assetto di
elementi ed è caratterizzato da certe condizioni specifiche
il sistema funziona adeguatamente solo se vene soddisfatta una condizione necessaria
n, essa può essere soddisfatta solo se la presenza di un dato elemento si riscontra nel
sistema
risulta che l’elemento è presente nel sistema in un determinato periodo temporale.

Se si esclude la presenza dell’elemento nel sistema come fattore predominante
dell’explanandum si ricava un’altra struttura inferenziale:
Nel tempo il sistema funziona adeguatamente in un assetto di tipo C







Il sistema ha un funzionamento adeguato solo se è soddisfatta la condizione necessaria
N


Un elemento della classe E soddisfa la condizione N
Un elemento della classe E è presente in un sistema in un determinato periodo
temporale
Nella seconda struttura inferenziale, quando non siamo in grado di inserire nell’explanans
una proposizione concernente l’indispensabilità funzionale di un certo elemento, la portata
esplicativa si riduce incredibilmente. Merton afferma che la stessa funzione può essere
assolta da elementi differenti.
Sempre Merton, al postulato dell’indispensabilità dell’elemento funzionale, oppone il
teorema fondamentale dell’analisi funzionale, il quale afferma che, come un elemento può
avere molteplici funzioni, così la stessa funzione può essere svolta da elementi differenti.
Qui bisogna soffermarsi sulla dicotomia tra il postulato dell’indispensabilità della funzione
e quello dell’indispensabilità dell’elemento che assolve a tale funzione, vi sono per Merton
due diversi tipi di requisiti funzionali: universali e specifici.
Nell’impresa quasi impossibile di evidenziare dei requisiti universali si è cimentato
Parsons, il quale è giunto a definire dei prerequisiti generalissimi che assume essere validi
per ogni tipo di sistema sociale, egli però nel fare le sue analisi attua una commistione di
elementi di tipo biologico e psicologico. I prerequisiti focalizzati da Parsons sono vaghi e
indeterminati.
I POSTULATI DEL FUNZIONALISMO



L’approccio funzionalistico si poggia su tre postulati:
Unità funzionale
Funzionalismo universale
Indispensabilità funzionale dell’elemento
Ovvero le attività sociali standardizzate sono funzionali per l’intero sistema sociale
(autoregolazione), questi elementi sociali svolgono tutti funzioni sociologiche, e sono
conseguentemente indispensabili.
Tutti questi postulati derivano da un ceppo di base, ovvero l’autoregolazione del sistema.
Per funzionalismo universale poi Merton intende ogni forma sociale standardizzata che ha
una funziona positiva in rapporto al sistema, la critica di Merton si muove dal fatto che se
tutti gli elementi del sistema hanno una funzione, non è detto che sia funzionale al sistema
stesso. Afferma ancora Merton che risulta scorretto, assumendo il postulato del
funzionalismo universale, far passare per spiegazione ciò che è in realtà una definizione del
sistema includente l’elemento che si intende spiegare. È nel funzionalismo universale che si
denota un’accezione statica e tradizionalista dell’approccio socio-antropologico
funzionalista, ciò si nota dal postulato dell’indispensabilità funzionale dell’elemento e da
quello dell’autoregolazione.
LEGGI E PREVISIONI
Sia la portata esplicativa che quella predittiva del paradigma funzionalistico è decisamente
modesta, data una serie di leggi collegate a determinate teorie e, ipotizzando che in futuro
vi siano determinate condizioni empiriche, si può ipotizzare l’accadere di un evento tramite
una struttura predittiva:
C1, C2…..Cn
Praedicens
L1, L2…..Ln
____________
P
Praedicendum
La differenza con la struttura esplicativa sta nel fatto che in essa è noto l’explanandum, così
si tratta di individuare leggi in conformità delle quali, date determinate circostanze C
accade E, mentre per la struttura predittiva è P l’incognita, essendo note le leggi e ipotizzate
le circostanze. In ogni caso quando le leggi disponibili sono di carattere probabilistico
(scienze sociali) o correlazionale, la previsione risulta esercizio a rischio, a ciò si aggiunge
l’incerta proiettabilità delle condizioni empiriche nel futuro.
Capitolo Ottavo
Paradigmi e consenso
IL
CONCETTO DI PARADIGMA
L’idea di paradigma nasce nel 1962 con la pubblicazione di “La struttura delle rivoluzioni
scientifiche” di Thomas Kuhn, con cui si pone in discussione l’idea della cumulatività della
conoscenza scientifica, se enfatizzano i momenti di discontinuità e rottura, si attribuisce un
ruolo centrale, nella opzione fra sistemi teorici e confliggenti, a fattori di catattere sociale.
Il paradigma si configura come un insieme coordinato di postulati, leggi universali e teorie
generali che costituiscono il corpo consolidato di conoscenze, categorie e strumenti
accettati dalla comunità scientifica in periodi di scienza normale. Si intende per scienza
normale quella fase in cui, in un settore disciplinare, predomina un paradigma largamente
accettato, sostanzialmente dato per scontato eutilizzato senza particolari problemi
nell’attività di ricerca. Si intende invece per rivoluzione scientifica una fase in cui il
paradigma precedentemente dominante è posto in discussione, rivisto, sfidato da paradigmi
alternativi.
PARADIGMI E CONSENSO
I paradigmi delle scienze sociali si contrappongono tra loro, questo secondo Kuhn dipende
dal fatto che la sociologia sta attraversando il periodo delle scuole, periodo che tutte le
scienze attraversano. Un paradigma è ciò che i membri di una comunità scientifica
condividono, i paradigmi possono essere individuati esaminando il comportamento di una
comunità: questo è il sociologismo kuhniano. Questi, nella scelta fra teorie si appella a
decisioni di gruppo non governate da regole procedurali.
Feyerabend afferma che la scelta tra due teorie compossibili per spiegare lo stesso evento,
dipende solo da giudizi estetici, di gusto, e desideri soggettivi; egli non rigetta la logica
usuale di fare scienza, bensì l’idea neopositivista dell’atemporalità di tutti i criteri di scelta
razionale tra teorie e paradigmi confliggenti.
Per Kuhn vi sono tre fattori che fanno sì che gli scienziati possano vivere in modi differenti:

Le situazioni problematiche in cui si trovano a dover mettere ordine

Diversi significato assunti da concetti termini entro paradigmi rivali

Estraneità complessiva di situazioni, letture di eventi differenti, etc.
Un paradigma prevale quando si coagula del consenso su di essoda parte della comunità di
competenti, ovvero si studiosi che in ultima analisi si richiamano alla razionalità scientifica
in termini di controllabilità, portata, efficienza esplicativa e predittiva.
Questo tipo di consenso si riscontra tra sociologi su spezzoni di teoria, proposizioni in
forma di legge correlazionale, generiche tendenze, non si riscontra davvero su alcunché di
comparabile a un paradigma.