INTRODUZIONE all’Assemblea Diocesana Trento - Auditorium Santa Chiara - 19 settembre 2009 Quando siamo messi di fronte alla domanda: “Chi sei?”, è facile sentir rispondere: “Io faccio, io ho”. La cifra del fare e dell’avere sembra essere l’asse portante della nostra identità. Se pensiamo alle nostre conversazioni quotidiane, sono spesso uno scambio di attività e un racconto di ciò che possediamo: è questo uno dei modi per nascondere il vero volto dell’uomo. É ingannevole, infatti, questa prospettiva, perché la nostra identità non coincide né con il nostro fare né con le nostre attività: ognuno di noi è desiderio, grido, domanda, sete di eternità; il nostro cuore cerca l’infinito e nessuna azione o ricchezza potrà mai colmarlo del tutto. Forse viviamo momenti in cui questa domanda risulta nascosta, assopita, confusa tra altre voci, ma una cosa è certa: la vita vale più del nostro fare e del nostro avere, perché il nostro sguardo punta ad un oltre che sa di bellezza e di stupore, spesso indescrivibili e inafferrabili. Quanto detto per la definizione dell’uomo, lo possiamo affermare analogamente anche per la definizione di Chiesa. Alla domanda: “Chi è la Chiesa?”, la risposta è pressoché immediata: “La Chiesa fa, la Chiesa ha”. Ora, la Chiesa è molto di più delle sue attività e non coincide assolutamente con le sue attività pastorali. È il Corpo di Cristo, possiede lo Spirito del Risorto, le attese, i sogni di Dio, il suo farsi servo, la sua gratuità. La definizione della Chiesa non va cercata quindi in quello che è o in quello che fa, ma in Chi la ama, la perdona, la segue e la guida senza mai stancarsi. Quando ci incontriamo nelle nostre riunioni, elenchiamo molte emergenze e molte più ancora ne portiamo nel cuore, presi dalla paura di affrontare un mondo in continuo cambiamento. In realtà la vera emergenza con cui dobbiamo fare i conti è l’alienazione del fare, che rischia di rendere l’uomo straniero a se stesso. Anche il nostro agire pastorale, non raramente dominato dall’ansia del fare, piuttosto che dalla gioia del contemplare la vita bella di Dio consegnataci da Gesù Cristo, rischia di nascondere la Chiesa a se stessa, di farla intristire, di portarla a piangersi addosso, perdendo il tempo in una stucchevole conta dell’esiguità delle risorse. Non è questo il tempo dei piagnistei, ma piuttosto il tempo della scoperta dell’essenziale: l’amicizia del Signore che non abbandona mai la sua Chiesa. Perché allora temi, Chiesa di Trento? Perché ti spaventi, se il numero dei sacerdoti cala o se i fedeli a Messa non sono numerosi come una volta? Chiesa di Trento, prendi di nuovo il largo, nulla ti manca: hai con te il Risorto, possiedi il suo Spirito. Lasciati rimproverare amorevolmente dal Viandante di Emmaus: “Stolta e tarda di cuore”. Lascia che lui ti restituisca a te stessa, per poter liberare la grande domanda: “Resta con noi perché si fa sera”. Potrai, allora, ripartire alla ricerca dei volti degli uomini, per raccontare loro la grande notizia che sei stata incontrata da un Dio sorprendente, che non ti ha condannata, ma ti ha perdonata, lavata, guarita, restituita alla vita. Solo una Chiesa che si scopre perdonata e amata può ospitare i volti degli uomini e delle donne che abitano il nostro territorio, sia esso un volto giovane o anziano, immigrato o solo. Solo una Chiesa che, ogni giorno, invoca per sé il perdono e la visita di Dio, può chiamare i volti di chi incontra con il nome di fratello e sorella. Forse qualcuno potrà dire: “Sono discorsi troppo astratti, non fanno per noi. Noi viviamo nella vita concreta, ragioniamo e ci muoviamo in base a quanto sperimentiamo, in base al nostro legame con la terra”. A questa obiezione si può rispondere che oggi più che mai c’è bisogno di Cielo, per l’uomo di ogni appartenenza e ancor più per la nostra Chiesa, di quel Cielo che per noi ha i connotati di Gesù Cristo. Se vuoi conoscere l’uomo, scruta il volto del Crocifisso Risorto; se vuoi capire il mondo, alza gli occhi in alto e, finito di esplorare il Cielo di Gesù Cristo, possiederai pienamente la terra. Mons. Lauro Tisi