Incontro di studio “La disciplina dei licenziamenti” (P 15080) “Il licenziamento discriminatorio, nullo o inefficace” rel. dott.ssa Irene Tricomi GIURISPRUDENZA Cassazione civile sez. lav. n. 14928 del 2015 fattispecie relativa a giustificato motivo oggettivo in ragione del passaggio della società convenuta da un contratto di management con la società Le Meridien - Starwood ad uno di franchising, della conseguente esigenza di eliminare l'anello di congiungimento con tale società e di munirsi di una figura dirigenziale Come è stato più volte affermato da questa Corte, "il licenziamento per ritorsione, diretta o indiretta - assimilabile a quello discriminatorio, vietato dalla L. n. 604 del 1966, art. 4, L. n. 300 del 1970, art. 15, e L. n. 108 del 1990, art. 3, - costituisce l'ingiusta e arbitraria reazione ad un comportamento legittimo del lavoratore colpito o di altra persona ad esso legata e pertanto accomunata nella reazione, con conseguente nullità del licenziamento, quando il motivo ritorsivo sia stato l'unico determinante e sempre che il lavoratore ne abbia fornito prova, anche con presunzioni" (v. Cass. 8-82011 n. 17087, Cass. 18-3-2011 n. 6282). "Ne consegue che, in sede di giudizio di legittimità, il lavoratore che censuri la sentenza di merito per aver negato carattere ritorsivo al provvedimento datoriale, non può limitarsi a dedurre la mancata considerazione, da parte del giudice, di circostanze rilevanti in astratto ai fini della ritorsione, ma deve indicare elementi idonei ad individuare la sussistenza di un rapporto di causalità tra le circostanze pretermesse e l'asserito intento di rappresaglia" (v. Cass. 5-8-2010 n. 18283). Inoltre, come pure è stato precisato, "l'allegazione, da parte del lavoratore, del carattere ritorsivo del licenziamento intimatogli non esonera il datore di lavoro dall'onere di provare, ai sensi della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 5, l'esistenza della giusta causa o del giustificato motivo del recesso; solo ove tale prova sia stata almeno apparentemente fornita, incombe sul lavoratore l'onere di dimostrare l'intento ritorsivo e, dunque, l'illiceità del motivo unico e determinante del recesso" (v. Cass. 143-2013 n. 6501). Il relativo accertamento di fatto, poi, è riservato al giudice del merito ed è incensurabile in sede di legittimità, ove sorretto da motivazione sufficiente e priva di vizi logici, non essendo, del resto, ammissibile una richiesta di revisione del "ragionamento decisorio" (v., fra le altre, Cass. 7-6-2005 n. 11789, Cass. 6-3-2006 n. 4766, Cass. 7-1-2014 n. 91) e neppure essendo, peraltro, nel vigore dell'art. 348 ter c.p.c. 1(applicabile anche alla 1 c.p.c. art. 348-ter. Pronuncia sull'inammissibilità dell'appello (1). All'udienza di cui all'articolo 350 il giudice, prima di procedere alla trattazione, sentite le parti, dichiara inammissibile l'appello, a norma dell'articolo 348-bis, primo comma, con ordinanza succintamente motivata, anche mediante il rinvio agli elementi di fatto riportati in uno o più atti di causa e il riferimento a precedenti conformi. Il giudice provvede sulle spese a norma dell'articolo 91. L'ordinanza di inammissibilità è pronunciata solo quando sia per l'impugnazione principale che per quella incidentale di cui all'articolo 333 ricorrono i presupposti di cui al primo comma dell'articolo 348-bis. In mancanza, il giudice procede alla trattazione di tutte le impugnazioni comunque proposte contro la sentenza. Quando è pronunciata l'inammissibilità, contro il provvedimento di primo grado può essere proposto, a norma dell'articolo 360, ricorso per cassazione. In tal caso il termine per il ricorso per cassazione avverso il provvedimento di primo grado decorre dalla comunicazione o notificazione, se anteriore, dell'ordinanza che dichiara l'inammissibilità. Si applica l'articolo 327, in quanto compatibile. Quando l'inammissibilità è fondata sulle stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata, il ricorso per cassazione di cui al comma precedente può essere proposto esclusivamente per i motivi di cui ai numeri 1), 2), 3) e 4) del primo comma dell'articolo 360. 1 sentenza, che in sede di reclamo ex art. 1 comma 58 della l. n. 92/20012 conferma la decisione di primo grado - v. Cass. 29-10-2014 n. 23021 -) denunciarle il vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel caso (come nella specie) di "doppia conforme". D'altra parte, in base al nuovo testo dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 52, comunque non è ammissibile la deduzione di un "semplice difetto di sufficienza della motivazione", stante la riduzione al "minimo costituzionale" del sindacato di legittimità sulla motivazione (v. Cass. S.U. 7-4-2014 n. 8053). Cassazione civile sez. lav. n. 63 del 2015 fattispecie: natura discriminatoria - per ragioni sindacali - del licenziamento È pur vero che nel regime di tutela reale L. 20 maggio 1970, n. 300, ex art. 18 (nella formulazione ratione temporis applicabile, anteriore alla modifica apportata con L. 28 giugno 2012, n. 92), il danno all'integrità psico-fisica del lavoratore, cagionato dalla perdita del lavoro e della retribuzione, è una conseguenza soltanto mediata ed indiretta (e, quindi, non fisiologica e non prevedibile) del recesso datoriale; pertanto, non è risarcibile a meno che non ricorra l'ipotesi del licenziamento ingiurioso (o persecutorio o vessatorio), trovando la sua causa immediata e diretta non nella perdita del posto di lavoro, bensì nel comportamento intrinsecamente illegittimo del datore di lavoro, della cui prova - unitamente a quella della lesione alla propria integrità psico-fisica - è onerato il lavoratore (cfr. Cass. n. 5730/14; Cass. n. 6845/10; Cass. n. 5927/08). Ma proprio perché hanno ravvisato un licenziamento discriminatorio (in quanto tale persecutorio perché mosso dall'intento di punire il lavoratore per l'attività sindacale da lui svolta) i giudici di merito hanno, coerentemente, esaminato la possibilità di liquidare una somma ulteriore (rispetto alle retribuzioni ex art. 18 Stat.) per danno biologico, motivatamente pervenendo a conclusione affermativa alla stregua della documentazione sanitaria e della deposizione testimoniale del medico curante del lavoratore. Tale conclusione non è sindacabile in sede di legittimità se correttamente argomentata, come ha fatto l'impugnata sentenza. Cassazione civile sez. lav. n.63 del 2015 fattispecie: natura discriminatoria - per ragioni sindacali - del licenziamento In tema di prova ex art. 2729 c.c., è doverosa una valutazione complessiva di tutti gli elementi presuntivi per accertare se essi siano concordanti e se la loro combinazione sia in grado di fornire una valida prova. Non è, invece, consentita l'operazione contraria, vale a dire un apprezzamento atomistico, parcellizzato, di un indizio per volta. In altre parole, costituisce violazione di legge il negare valore indiziario agli elementi acquisiti in giudizio senza accertare se essi, quand'anche - in ipotesi - singolarmente sforniti di valenza indiziaria, non siano in grado di acquisirla ove valutati nella loro sintesi, ben potendo ognuno rafforzare e trarre vigore dall'altro in un rapporto di reciproco completamento (giurisprudenza costante: v. Cass. 6.6.12 n. 9108; Cass. S.U. 11.1.08 n. 584; Cass. 15.1.07 n. 722; Cass. 13.10.05 n. 19894; Cass. 18.9.03 n. 13819). Nel caso di specie la sentenza impugnata si è correttamente attenuta a tale insegnamento, valutando gli indizi sia singolarmente sia unitariamente nel loro complesso, pervenendo - infine - ad una soluzione motivata senza La disposizione di cui al quarto comma si applica, fuori dei casi di cui all'articolo 348-bis, secondo comma, lettera a), anche al ricorso per cassazione avverso la sentenza d'appello che conferma la decisione di primo grado. 2 per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti 2 vizi logico-giuridici. In particolare, i giudici di merito hanno desunto l'intento discriminatorio/ritorsivo da plurime presunzioni gravi, precise e concordanti, quali l'infondatezza d'una precedente contestazione disciplinare, la predisposizione di ulteriori lettere di contestazione a carico dello Zaccaria in vista d'un eventuale suo rifiuto dell'assegnazione alla stazione 1, la più mite sanzione applicata al suo collega di lavoro Di Lenardo (ritenuto dai giudici di merito unico responsabile dell'episodio del 25.9.03, posto a base del licenziamento dell'odierno controricorrente) e ad altro lavoratore per una mancanza analoga avvenuta il giorno dopo, nonché le deposizioni dei testi Nelson, Di Presa e Didoni; da tali testimonianze è emerso che le autorità statunitensi avevano deciso di far pagare allo Zaccaria la sua attività sindacale. A ciò si aggiunga - sempre secondo quel che si legge nella gravata pronuncia - che il Chief Fire Donan ebbe a dichiarare che il licenziamento dello Zaccaria dipendeva solo dalla iniziative assunte dal sindacato. Cassazione civile sez. lav. n. 10834 del 2015 Fattispecie relativa con particolare riferimento all'accertamento della natura ritorsiva delle sanzioni disciplinari Peraltro, va aggiunto che il canone preferenziale dell'interpretazione conforme a Costituzione, rinforzato dal concorrente canone dell'interpretazione non contrastante con la normativa comunitaria, la quale vincola l'ordinamento interno, porta a ritenere che, laddove vengano in considerazione eventuali profili discriminatori o ritorsivi nel comportamento datoriale, il giudice nazionale non possa fare a meno di tenerne conto sia in base all'art. 3 Cost. sia in considerazione degli esiti del lungo processo evolutivo che si è avuto in ambito comunitario, sulla scorta della giurisprudenza della Corte di giustizia, in materia di diritto antidiscriminatorio e antivessatorio, in genere e in particolare nei rapporti di lavoro, a partire dalla introduzione dell'art. 13 nel Trattato CE, da parte del Trattato di Amsterdam del 1997. Processo, che è poi proseguito in sede comunitaria e nazionale ed ha portato, nel corso del tempo e principalmente per effetto del recepimento di direttive comunitarie, alla conseguenza che anche nel nostro ordinamento condotte potenzialmente lesive dei diritti fondamentali di cui si tratta abbiano ricevuto una specifica tipizzazione - pur non necessaria, in presenza dell'art. 3 Cost. - (Corte cost. sentenza n. 109 del 1993) - come discriminatorie (in modo diretto o indiretto), soprattutto a partire dall'entrata in vigore del D.Lgs. n. 215 e D.Lgs. n. 216 del 2003 con la previsione di un particolare regime dell'onere probatorio. Da questo punto di vista, la suindicata argomentazione della attuale ricorrente non tiene conto di tale situazione normativa. Peraltro, l'argomentazione stessa non considera che, dal punto di vista logico, se non tutte le sanzioni disciplinari (e i licenziamenti) illegittimi sono discriminatori, tutte le sanzioni disciplinari (e i licenziamenti) discriminatori sono illegittimi, come risulta confermato anche dal particolare regime loro riservato dalla L. n. 92 del 2012 e oggi dal D.Lgs. 4 marzo 2015, n. 23. Ebbene, quella indicata è la corretta premessa logica da cui è partita la Corte territoriale che, una volta considerata provata la natura persecutoria-vendicativa-discriminatoria della condotta complessiva del datore di lavoro - estrinsecatasi nell'irrogazione delle numerose sanzioni disciplinari, una sola delle quali (ma di lieve entità) risultata fondata e quindi nell'intimazione del licenziamento - ha affermato, con congrua e logica motivazione, che l'intento discriminatorio-ritorsivo è stato l'unico motivo posto a base delle sanzioni prima e del licenziamento poi. Di qui la affermata illegittimità del licenziamento, in considerazione della contestualmente provata insussistenza di addebiti 3 idonei a giustificare il licenziamento stesso e della natura ritorsiva delle sanzioni disciplinari. Tale ricostruzione della vicenda effettuata all'esito di un'attenta valutazione, sulla base delle risultanze processuali, di tutti i fatti, considerati singolarmente e nel loro complesso, in relazione alla portata oggetti va e soggettiva dei medesimi, alle circostanze nelle quali si sono verificati non merita alcuna censura in questa sede. Tribunale Trento 09/04/2015 Ordinanza ex art. 1, co. 49, della legge n. 92 del 2012 Fattispecie: il licenziamento irrogato "per giustificato motivo oggettivo" dalla società datrice ITALFLY s.r.l., per soppressione posto lavoro presso l'unità locale di Thiene (Vicenza) L'intimazione di un licenziamento in totale assenza di ragioni tecnico - produttivo organizzative e/o di ragioni disciplinari costituisce la "terra di elezione" dei licenziamenti nulli perché discriminatori o determinati da un motivo illecito determinante ex art. 1345 cod. civ.. Tuttavia questo giudice è consapevole che l'oggettiva inesistenza dei fatti materiali sottesi alle ragioni tecnico - produttivo - organizzative (di regola attinenti all'attività del datore) o alle ragioni disciplinari (di regola attinenti alla condotta del lavoratore) addotte nell'intimazione non è sufficiente ad affermare la nullità del licenziamento; lo si evince dall'art. 18 co. 4 St. Lav. e dall'art. 3 co. 2 d.lgs. 4.3.2015, secondo cui l'insussistenza del fatto materiale è causa di annullamento del licenziamento (con conseguente condanna del datore alla reintegrazione del lavoratore)3. Un'attenzione particolare deve, però essere riservata all'ipotesi in cui si accerti che il datore di lavoro era fin dall'origine consapevole (come nella vicenda in esame) della radicale insussistenza delle ragioni tecnico - produttivo - organizzative o delle ragioni disciplinari poste in apparenza a fondamento del licenziamento intimato al lavoratore. In tal caso il recesso datoriale appare determinato unicamente dalla finalità di espellere il lavoratore dal contesto lavorativo senza che vi siano, neppure nelle originarie convinzioni del datore, ragioni giustificative, né di ordine oggettivo, né di natura soggettiva. Viene così a configurarsi una fattispecie riconducibile a quella del "licenziamento arbitrario", sulla quale si è già espressa la Consulta, la quale (addirittura in riferimento ad un recesso a causale, qual è quello disposto avvalendosi del patto di prova) ha statuito (sent. 22.12.1980, n. 189; conf. sent. 4.12.2000, n. 541;) che l'esercizio del diritto potestativo riconosciuto al datore di lavoro non può mai risolversi nel mero arbitrio del suo titolare, dal momento che l'ordinamento, comunque, assegna "garanzia costituzionale al diritto di non subire un licenziamento arbitrario"; quindi la discrezionalità del datore di lavoro si deve esplicare sempre in coerenza con la causa del negozio di recesso, di talché il lavoratore può eccepire in sede giurisdizionale la nullità del recesso, allegando e provando la contraddizione tra scopo tipico del recesso (la causa propriamente detta o causa astratta ex art. 1325 n. 2 cod. civ.), da un 3 La recente sentenza Cass, n. 20540 del 2015, ha affermato «Quanto alla tutela reintegratoria, non è plausibile che il Legislatore, parlando di “insussistenza del fatto contestato”, abbia voluto negarla nel caso di fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità, ossia non suscettibile di alcuna sanzione, restando estranea al caso presente la diversa questione della proporzione tra fatto sussistente e di illiceità modesta, rispetto alla sanzione espulsiva (Cass. 6 novembre 2014 n.23669, che si riferisce ad un caso di insussistenza materiale del fatto contestato). In altre, parole la completa irrilevanza giuridica del fatto equivale alla sua insussistenza materiale e dà perciò luogo alla reintegrazione ai sensi dell'art.18, quarto comma, cit». 4 lato, e lo scopo del singolo recesso (la cd. causa in concreto, secondo la nozione ormai consolidata in dottrina) nonché l'intento soggettivo dell'autore (il motivo), dall'altro. Anche la Suprema Corte si è curata di esaminare la fattispecie del licenziamento arbitrario. In particolare Cass. S.U. 2.8.2002, n. 11633 ha statuito con mirabile chiarezza che l'esercizio del diritto potestativo di licenziamento attribuito al datore non può essere "affidato ad un arbitrio del titolare, tale da potersi risolvere in una violazione di norme imperative o di principi costituzionali"; infatti: "In tempo meno recente la dottrina indicava, quale tratto distintivo del potere giuridico rispetto al diritto soggettivo, assoluto o relativo, l'irrilevanza della condotta del soggetto passivo, il quale si trovava in tal modo in una posizione non già di obbligo oppure di dovere, bensì di mera soggezione, definita come assenza di vincolo alla volontà del soggetto attivo: in situazione di soggezione si trovava di regola qualunque titolare di un rapporto di durata, dal quale la controparte si poteva liberare semplicemente comunicando la disdetta o la volontà di risoluzione unilaterale. Col passare del tempo si rafforzò però il convincimento che, in tutti i casi in cui la legge attribuisse ad un soggetto il potere di incidere sulla sfera giuridica altrui, e tanto più quando questo potere assumesse caratteri di stabilità tali da costituire una situazione di autorità privata, l'interesse del soggetto passivo non potesse rimanere del tutto sfornito di giuridica tutela. Oggi si ritiene contrario ai principi di civiltà giuridica l'esercizio del potere di sacrificare un interesse altrui, patrimoniale o non patrimoniale, senza che l'altro sia fornito almeno della possibilità di conoscere i motivi che animano la condotta del titolare del potere, in modo di essere in grado di contrastarli (Corte cost. 18 luglio 1989 n. 427). In tal modo alla situazione di mera soggezione tende a sostituirsi quella di interesse legittimo nel diritto privato. Più specificamente, nella materia relativa ai poteri imprenditoriali di gestione dell'impresa, la giurisprudenza afferma spesso che l'esercizio libero di essi è garantito a livello costituzionale (art. 41 Cost.) ed è perciò insindacabile nel merito, ma poiché la libertà è sempre sottomessa alla legge, l'esercizio del potere ben può essere censurato dal giudice quante volte si ponga in contrasto con l'ordinamento legale non solo direttamente, ma anche attraverso l'elusione delle norme, ossia l'abuso del diritto (cfr. Cass. 9 giugno 1993 n. 6408, 17 gennaio 1998 n. 402, 18 novembre 1998 n. 11634, 2 gennaio 2001 n. 27, 9 luglio 2001 n. 9310). Viene così riconosciuta "garanzia costituzionale al diritto di non subire un licenziamento arbitrario" (Corte Cost. 4 dicembre 2000 n. 541). L'atto di recesso del datore dal rapporto di lavoro, in quanto atto unilaterale di volontà negoziale, è viziato, se l'agente vi si sia determinato esclusivamente per un motivo illecito (artt. 1345 e 1324 cod. civ.), tale dovendosi ritenere il motivo contrario a norme imperative (art. 1418, primo e secondo comma, cod. civ.), come ad es. quello mosso da ragioni di credo politico o di fede religiosa (art. 4 l. n. 604 del 1966) (Cass. 6 novembre 1976 n. 4061) o da intento di rappresaglia (Cass. 14 febbraio 1983 n. 1114) o dalla partecipazione del lavoratore ad attività sindacali (art. 15 l. n. 300 del 1970) (Cass. 2 aprile 1990 n. 2642 e vedi ancora, con specifico riferimento al licenziamento intimato in periodo di prova, Cass. 17 giugno 1982 n. 3699; Cass. 28 aprile 1995 n. 4747)". Questo giudice ritiene che la tutela contro il licenziamento arbitrario debba spingersi oltre. (…) Appare evidente che un licenziamento intimato nella piena consapevolezza dell'inesistenza delle ragioni oggettive o soggettive poste quale suo apparente fondamento nulla ha a che fare con la finalità di rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro da parte di coloro che sono in cerca di occupazione. 5 La divergenza tra causa tipica dei licenziamenti assoggettati alla disciplina vincolistica, da un lato, ed intento (motivo) nonché causa concreta, dall'altro, comporta necessariamente l'illiceità di questi ultimi elementi e conseguentemente la nullità del recesso ex art. 1345 e, rispettivamente, ex art. 1343 cod. civ., con l’applicazione delle tutele ex art. 18, commi 1 e 2 legge n. 300 del 1970. Tribunale Roma sez. lav., sentenza 22/04/2015 Fattispecie: ricorso, ai sensi della legge 92/12, per l'accertamento della discriminatorietà del licenziamento, accertarsi l'illegittimità del disposto recesso, con tutte le conseguenze in tema di pagamento dell'indennità supplementare e, in ogni caso, il risarcimento del danno determinato dalla lesione dell'immagine della professionalità e della dignità e del grave disagio psichico ricollegato al traumatico, illegittimo e irragionevole licenziamento Questo giudicante non ritiene di aderire all'orientamento da ultimo assunto nella pronuncia – peraltro isolata – della Corte di Cassazione, con sentenza n. 63/20154, laddove la stessa qualifica il licenziamento discriminatorio “ in quanto tale persecutorio “, perché mosso dall'intento di punire il lavoratore (nel caso di specie per l'attività sindacale svolta). La discriminazione prescinde infatti dall'intento persecutorio e deriva dalla oggettiva ingiustificata disparità di trattamento. L' intento persecutorio, così come le modalità ingiuriose e persecutorie dell'atto di recesso, non sono componenti necessarie dell'atto discriminatorio. Costituisce onere del lavoratore, pertanto provare che il licenziamento discriminatorio si caratterizza per modalità lesive della salute, dell'immagine, della dignità della persona. D‘ altronde la disciplina di settore prevede per il licenziamento discriminatorio, in ragione del suo particolare disvalore giuridico, una tutela reintegratoria che non trova applicazione in altri casi di licenziamento 4 Oltre la sentenza Cass., n. 63 del 2015, non massimata su Italgiure, riportata sopra, si v. anche, ma con riguardo al mobbing (rispetto al quale rileva l’intento persecutorio), la sentenza Cass., n. 4774 del 2006 , così massimata :” L'illecito del datore di lavoro nei confronti del lavoratore consistente nell'osservanza di una condotta protratta nel tempo e con le caratteristiche della persecuzione finalizzata all'emarginazione del dipendente (c.d. "mobbing") - che rappresenta una violazione dell'obbligo di sicurezza posto a carico dello stesso datore dall'art. 2087 cod. civ. - si può realizzare con comportamenti materiali o provvedimentali dello stesso datore di lavoro indipendentemente dall'inadempimento di specifichi obblighi contrattuali previsti dalla disciplina del rapporto di lavoro subordinato. La sussistenza della lesione del bene protetto e delle sue conseguenze deve essere verificata - procedendosi alla valutazione complessiva degli episodi dedotti in giudizio come lesivi - considerando l'idoneità offensiva della condotta del datore di lavoro, che può essere dimostrata, per la sistematicità e durata dell'azione nel tempo, dalle sue caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione, risultanti specificamente da una connotazione emulativa e pretestuosa, anche in assenza della violazione di specifiche norme attinenti alla tutela del lavoratore subordinato. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito impugnata che, con congrua motivazione, si era attenuta a tali criteri escludendo la configurabilità, in capo al datore di lavoro, di un disegno persecutorio realizzato mediante i vari comportamenti indicati dal lavoratore come vessatori)”. Cass. n. 17698 del 2014 ha affermato: “Ai fini della configurabilità del mobbing lavorativo devono ricorrere: a) una serie di comportamenti di carattere persecutorio - illeciti o anche leciti se considerati singolarmente - che, con intento vessatorio, siano posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi; b) l'evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente; c) il nesso eziologico tra le descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psico-fisica e/o nella propria dignità; d) l'elemento soggettivo, cioè l'intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi”. Cass., n. 10834 del 2015, pone in alternativa discriminazione e ritorsione: “Al riguardo deve essere precisato che, nel merito, le censure della attuale ricorrente in ordine al rapporto tra la valutazione della giusta causa e quella della discriminazione (o ritorsione) sono fondate su un presupposto erroneo”. 6 illegittimo: il legislatore ha inteso sanzionare in maniera più grave il licenziamento discriminatorio rispetto ad altre tipologie di recesso, pure qualificate in termini di illegittimità, garantendo la tutela massima, e cioè quella di tipo reintegratorio. Qualora si consentisse nel licenziamento discriminatorio il risarcimento del danno biologico derivante dalla pretesa persecutorietà in sé dell'atto di recesso, ne deriverebbe una palese duplicazione di poste risarcitorie che non trova legittimazione nel sistema normativo. Tribunale Pisa, 16/04/2015 Fattispecie: licenziamento contestato per che in presenza della condizione di persona handicappata della ricorrente, la società aveva violato la direttiva 2000/78 e del DL. 76/2013 (convertito nella L. 99/2013, di recepimento della citata direttiva) ad approntare misure organizzative idonee a consentire alla lavoratrice di svolgere la sua prestazione senza rischi. Quelle mansioni avrebbero pertanto potuto essere svolte utilmente e senza rischi dalla ricorrente, previa esclusione dal novero delle stesse delle, peraltro occasionali secondo la deposizione del teste S. sopra riportata, operazioni di movimentazione merci, che avrebbero potuto essere attribuite esclusivamente ai colleghi addetti al controllo merci in ipotesi assegnati allo stesso turno della ricorrente e già addetti in via prevalente alle dette operazioni. Una simile soluzione organizzativa non avrebbe avuto alcun costo per l'azienda risolvendosi nella mera ridistribuzione di compiti di qualifica tra lavoratori di pari inquadramento (così l'assegnazione della ricorrente alla fase di entrata merci e la sua eventuale sostituzione in quella di commissionamento, così l'attribuzione a G. dei soli compiti di addetta al bancone attribuendo solo ai lavoratori in turno addetti al controllo merci la movimentazione delle stesse). Essa quindi costituiva un ragionevole accomodamento idoneo a conservare la posizione lavorativa della ricorrente e a consentirne il proficuo utilizzo nell'organizzazione aziendale, e doveva pertanto dirsi doverosa per la convenuta. Non averla adottata costituisce allora violazione del generale principio di parità di trattamento dei lavoratori portatori di handicap posto dalla direttiva 2000/78 e nell'ordinamento interno dal D.L.vo 216/2003, senza che, come già detto, rilevi in alcun modo l'esistenza o la prova di un soggettivo intento della società di discriminare la ricorrente, il divieto di discriminazione operando obiettivamente. D' altra parte, necessariamente concorrendo, come pure sopra esposto, il principio paritario di cui alla citata direttiva a regolamentare il potere datoriale di recesso, deve escludersi che si dia nella specie l'affermato giustificato motivo oggettivo, residuando nell'organizzazione aziendale mansioni utilmente attribuibile all'attrice previa adozione del ragionevole accomodamento di cui si è appena detto. Determinata l'insussistenza del giustificato motivo dalla violazione del principio di non discriminazione, il licenziamento deve essere dichiarato nullo ed alla pronuncia devono seguire le conseguenze sanzionatorie di cui ai primi due commi dell'art. 18 della L. 300/1970 nel testo modificato dalla L. 92/2012. La società convenuta deve essere pertanto condannata a reintegrare l'attrice nel posto di lavoro ed a corrisponderle tante mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto (indicata la retribuzione parametro senza contestazione in € 1124,26 mensili) quante ne decorreranno dal licenziamento all'effettiva reintegrazione, dedotto quanto eventualmente percepito da G. medio tempore in conseguenza di rapporti di lavoro 7 instaurati con terzi, e maggiorato il dovuto di accessori ex art. 429 c.p.c. secondo il criterio di calcolo di cui in dispositivo. Alla decisione segue ex lege la condanna della convenuta alla regolarizzazione della posizione previdenziale della ricorrente. Deve poi apprezzarsi dell'ammissibilità nel rito specifico e nel caso della fondatezza della domanda attrice diretta al risarcimento dell'ulteriore danno non patrimoniale affermato come conseguente alla dedotta natura discriminatoria del recesso. In proposito pare in primo luogo a questo giudice che non possa dubitarsi della proponibilità della detta domanda nel rito ex lege 92/2012, la pretesa de qua essendo fondata sugli stessi fatti costitutivi di quelle ex art. 18 L. 300/1970, anch' essa trovando titolo nell'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e nell'illegittimità del recesso datoriale. Quanto poi alla sua fondatezza deve rilevarsi come l'art. 17 della direttiva 2000/78 obblighi gli Stati membri ad introdurre nei rispettivi ordinamenti nazionali sanzioni per le violazioni delle norme interne di attuazione della direttiva e prescriva che “ le sanzioni, che possono prevedere un risarcimento dei danni, devono essere effettive, proporzionate e dissuasive”. Ed in effetto il D.Lvo 216/2003 ed il D.Lvo 150/2011 dispongono, in caso di violazione al divieto di discriminazione, per il risarcimento del danno anche non patrimoniale. La fonte sovranazionale peraltro, come sopra detto, attribuisce allo strumento rimediale del risarcimento del danno connotati necessari di effettività, essi tuttavia rapportati, non solo alla gravità del pregiudizio, ma anche alla funzione dissuasiva e sanzionatoria della qualificata riparazione (sulla natura del “ danno comunitario”, cfr. da ultimo Cass. 126072015). E non può dubitarsi che una tale qualificazione incida sul regime della prova del diritto nell'an e sulla sua quantificazione, l'obbligo di liquidare il risarcimento dandosi, ove come nella specie richiesto, anche in funzione della finalità dissuasiva di ulteriori violazioni implicata dal rimedio. Ciò detto, facendo applicazione dei detti principi nella specie, deve rilevarsi come la discriminazione costituita dal licenziamento si sia data in un' organizzazione d' impresa di rilevanti dimensioni ed a fronte di una obiettivamente agevole possibilità di individuare un ragionevole accomodamento idoneo a consentire la conservazione della posizione lavorativa della ricorrente, così che deve ritenersi attendibilmente la possibilità di reiterazione della condotta lesiva, reiterazione che deve essere evitata a mezzo dello strumento rimediale espressamente approntato dalla fonte sovranazionale anche a fini dissuasivi. Ne segue l'esistenza nell'an del diritto della lavoratrice al risarcimento del danno non patrimoniale rivendicato in ricorso. Quanto alla sua determinazione la decidente è peraltro ben consapevole dell'ineliminabile ambiguità di ogni criterio di quantificazione, attesa l'ontologica “ incommensurabilità” economica del danno non patrimoniale, rispetto al quale il risarcimento per equivalente monetario non può essere che una fictio juris, non di meno indispensabile a consentire una tutela minima necessaria dei diritti inviolabili della persona. E' quindi nella consapevolezza di una tale complessità di valutazione che questo giudice ritiene di quantificare il risarcimento dovuto a G. in € 10.000,00, misura da ritenersi adeguatamente compensativa delle violazioni subite dalla lavoratrice ed idonea ad assumere una qualche efficacia dissausiva in rapporto alle dimensioni aziendali di L.. In merito infine all'ulteriore domanda risarcitoria svolta in ricorso (essa diretta ad ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale che la ricorrente assume di aver patito in conseguenza dell'adibizione a mansioni non confacenti al suo stato di salute e 8 delle vessazioni cui la società l'avrebbe sottoposta a causa delle sue menomazioni), deve escludersi che essa sia proseguibile nel rito specifico, trovando titolo in altro (o comunque anche in altro) che nel recesso impugnato. Quanto allora all'esito da darsi alla domanda de qua pare alla decidente che debba disporsene la trattazione separata nel rito ordinario ex art. 414 c.p.c. senza l'applicazione di alcuna sanzione processuale impeditiva dell'ulteriore corso. Cassazione civile sez. lav., n. 10834 del 2015 In tema di licenziamento, laddove vengano in considerazione profili discriminatori o ritorsivi nel comportamento datoriale, il giudice, alla luce di una interpretazione costituzionalmente orientata e non in contrasto con la normativa comunitaria, deve tenerne conto senza distinguere tra accertamento della giusta causa e quello avente ad oggetto la verifica della volontà datoriale, sicché, ove risulti che la condotta del datore di lavoro sia univocamente motivata da un intento ritorsivo o discriminatorio nei confronti del lavoratore (nella specie, in ragione dell'attività sindacale del lavoratore diretta a contrastare una prassi aziendale che imponeva agli autisti di lavorare oltre i limiti di orario e di peso del carico trasportato), è illegittimo il licenziamento disposto quale conseguenza del cumulo di pluralità di sanzioni, tanto più in assenza di addebiti idonei a giustificare, di per sé, il recesso. Tribunale Genova 24/03/2015 Fattispecie:licenziamento disciplinare condotte del ricorrente sono espressive della sua presa di posizione contraria all’introduzione, nell’organizzazione aziendale di Trenitalia s.p.a., della figura del tecnico polifunzionale col suo inserimento nell’equipaggio di conduzione della locomotiva. In questo modo, su alcune linee ferroviarie specificate, l’equipaggio è composto non più da due macchinisti, ma da un macchinista e dal tecnico polifunzionale, non abilitato alla guida. Il ricorrente ha ravvisato nel recesso un atto di ritorsione verso il proprio, legittimo, comportamento ed ha chiesto pertanto in via prioritaria la tutela di cui all’art. 18, primo comma, l. 300/70, nel testo modificato dall’art. 1, co. 42, l. 92/2012. La domanda non è fondata. Secondo la consolidata giurisprudenza della Suprema Corte, il licenziamento ritorsivo subisce gli stessi effetti del licenziamento discriminatorio quando il datore di lavoro l’abbia intimato per un motivo illecito determinate, ai sensi dell’art. 1343 c.c.; occorre cioè “che tale intento abbia avuto un’efficacia determinativa ed esclusiva del licenziamento anche rispetto agli altri eventuali fatti idonei a configurare un’ipotesi di legittima risoluzione del rapporto” [cfr. Cass., sez. lav., 9 marzo 2011, n. 5555]. Trenitalia s.p.a. ha licenziato il ricorrente dopo avere reagito ai suoi reiterati rifiuti con iniziale di tolleranza – egli stesso ha ammesso in interrogatorio di non essere stato sempre sanzionato – ed una successiva progressione disciplinare. Ogni sanzione è stata motivata dalla mancata prestazione di attività lavorativa e dai danni economici ed organizzativi che essa le ha cagionato. I licenziamenti sono stati perciò irrogati al culmine di quella progressione, quando è risultata evidente l’inconciliabilità tra la presenza in servizio del ricorrente e l’assetto – pur illecito, per quanto si è accertato – aziendale. Non è conseguentemente ravvisabile alcun intento “vendicativo o di rappresaglia” [cfr. Cass., sez. lav. 18 marzo 2011, n. 6282] verso il ricorrente da parte della convenuta, che ha agito nell’evidente volontà di conservare l’effettività della propria organizzazione, perseguita con un complesso sistema di provvedimenti operativi e di relazioni sindacali. 9 I licenziamenti vanno piuttosto annullati perché l’esistenza della causa di giustificazione accertata fa venire meno l’antigiuridicità in sé delle condotte addebitate al lavoratore. Il recente dibattito sviluppatosi sulla locuzione “insussistenza del fatto contestato” dell’art. 18, quarto comma, l. 300/70 (nel testo introdotto dalla l. 92/2012), ha portato al confronto tra due opposte letture interpretative, designate con le formule sintetiche della tesi del “fatto materiale” e della tesi del “fatto giuridico”. La seconda ha avuto una certa prevalenza in dottrina ed è stata seguita anche dal tribunale di Genova, poiché si è ritenuto che il legislatore non abbia inteso negare la tutela più piena nei casi in cui le condotte addebitate disciplinarmente si fossero rivelate connotate da elementi (cause di giustificazioni, circostanze attenuanti, imputabilità) tali da renderle prive di qualsiasi offensività per il datore di lavoro o addirittura non riferibili alla sfera soggettiva del lavoratore. Alle conseguenze opposte si giungerebbe infatti qualora si ritenesse che il “fatto contestato” vada identificato col comportamento nella sua materialità, a prescindere dalle componenti che ne configurano non solo la gravità, ma, prima ancora, l’antigiuridicità. A questa prima fase applicativa sono seguite due novità; la Corte di cassazione si è per la prima volta espressa in termini espliciti sulla questione, affermando che, nel sistema dell’art. 18 novellato dalla l. 92/2012, “la reintegrazione postula la verifica dell’insussistenza del fatto materiale addotto a fondamento del licenziamento, che si esaurisce nell’accertamento, positivo o negativo, di esso, senza margini per valutazioni discrezionali, irrilevante essendo il profilo della proporzionalità della sanzione rispetto alla gravità del comportamento addebitato” [Cass., sez. lav., 6 novembre 2014, n. 23669]; l’art. 3, secondo comma, d.lgs 23/2015 ha di recente riconosciuto la reintegra ai lavoratori “esclusivamente nelle ipotesi di licenziamento per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa in cui sia direttamente dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato”. La nuova disposizione fa parte del complesso normativo introdotto per tutti quanti siano stati assunti con il cd. contratto a tutele crescenti. Oltre a non essere applicabile al caso in esame, essa è dunque inserita in un quadro di diritti e garanzie diversamente bilanciati. La norma non è pertanto rapportabile alla disciplina della l. 92/2012 né risulta utilizzabile sul piano interpretativo per argomentare nell’uno o nell’altro senso. Occorre piuttosto interrogarsi sulla portata interpretativa della sentenza 23669/2014.5 Va ricordato che in precedenza la Suprema Corte pareva essersi espressa in senso difforme, seppure con un obiter dictum [sez. lav. 7 maggio 2013, n. 10550]. Inoltre la pronuncia, al di là dell’enunciato di principio, ha escluso, come s’è visto, la specifica rilevanza del giudizio di proporzionalità, negando dunque l’applicazione della tutela reintegratoria nell’ipotesi in cui l’addebito deve dirsi configurato nella sua pienezza, salvo che nella relazione con la sanzione irrogata. La fattispecie in esame ha tutt’altra connotazione. L’esistenza della circostanza esimente priva la condotta della sua valenza d’illiceità, alla stessa stregua della reazione adottata per stato di necessità o legittima difesa. Negarne la rilevanza per accordare la 5 Si veda ora, n. Cass, n. 20540 del 2015, ha affermato «Quanto alla tutela reintegratoria, non è plausibile che il Legislatore, parlando di “insussistenza del fatto contestato”, abbia voluto negarla nel caso di fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità, ossia non suscettibile di alcuna sanzione, restando estranea al caso presente la diversa questione della proporzione tra fatto sussistente e di illiceità modesta, rispetto alla sanzione espulsiva (Cass. 6 novembre 2014 n.23669, che si riferisce ad un caso di insussistenza materiale del fatto contestato). In altre, parole la completa irrilevanza giuridica del fatto equivale alla sua insussistenza materiale e dà perciò luogo alla reintegrazione ai sensi dell'art.18, quarto comma, cit». 10 tutela più piena al lavoratore illegittimamente licenziato si porrebbe dunque in contrasto con i principi fondanti del potere sanzionatorio affidato al datore di lavoro. Si deve pertanto confermare l’orientamento finora maturato dal tribunale di Genova per l’applicazione, in un’ipotesi siffatta, dell’art. 18, quarto comma, l. 300/70. Il ricorrente ha depositato nell’ultima udienza il proprio stato di permanente disoccupazione. Tra la data dell’ultimo licenziamento [all. 24 mem.] e quella odierna sono trascorsi meno di sei mesi e mezzo. Pertanto la convenuta va condannata a reintegrare il ricorrente nel posto di lavoro ed a corrispondergli sei mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, oltre alla contribuzione maturata dal recesso. Sulle somme che risultano dovute ad indennizzo per il licenziamento ingiustificato vanno applicati rivalutazione monetaria e interessi legali, a seguito della sentenza del 23 ottobre 2000, n. 459, con la quale la Corte costituzionale ha dichiarato la parziale illegittimità dell’art. 22 comma trentasei l. 724/94. Gli interessi devono calcolarsi sul capitale rivalutato annualmente, secondo il più recente orientamento della Corte Suprema [Cass., sez. un., 29 gennaio 2001, n. 38]. Poiché il diritto del lavoratore al risarcimento del danno sorge dalla data del licenziamento, da questa stessa devono decorrere gli accessori, trattandosi di somme che egli avrebbe percepito nel caso in cui avesse effettivamente reso la prestazione di lavoro [Cass., sez. lav., 29 maggio 1995, n. 5993]. Poiché il diritto del lavoratore al risarcimento del danno sorge dalla data del licenziamento, da questa stessa devono decorrere gli accessori, trattandosi di somme che egli avrebbe percepito nel caso in cui avesse effettivamente reso la prestazione di lavoro [Cass., sez. lav., 29 maggio 1995, n. 5993]. Poiché l’indennizzo copre il periodo fino alla pronuncia della decisione – secondo la ratio della sentenza di Corte cost. 303/2011 – restano inoltre dovute al ricorrente le retribuzioni che maturino dalla data odierna fino a quella della sua effettiva reintegra nel posto lavorativo. Quanto alle spese di lite, nella vigenza del testo novellato dell’art. 92 c.p.c. occorre pur sempre considerare l’assoluta novità delle questioni giuridiche trattate in ordine sia alla conformità alla legge del sistema di organizzativo adottato da Trenitalia s.p.a. sia all’applicazione dell’art. 18, quarto comma, l. 300/70 (anche dopo la pronuncia 23669/2014 della Corte di Cassazione). E’ dunque corretto compensare integralmente tra le parti le spese di lite nella presente fase. Tribunale Firenze sez. lav., n. 311 del 2015 Fattispecie:licenziamento discriminatorio motivi di salute All'origine del provvedimento espulsivo vi era stata la contestazione di una grave condotta tenuta dal lavoratore, vale a dire l'uso, durante l'orario di lavoro, di auricolari collegati ad un IPad tramite i quali poter ascoltare musica (…) L'opposizione non è fondata. Esistono indizi gravi precisi e concordanti della natura discriminatoria e comunque del motivo illecito e determinante il licenziamento irrogato al sig. S.. Il Licenziamento disciplinare intimato al sig. S. si basa su una contestata " insubordinazione" del lavoratore nei confronti dei suoi superiori per contravvenzione alle disposizioni aziendali, per avere il dipendente in data 16/7/2013, durante l'orario di lavoro, usato delle cuffie per ascoltare " musica o quant'altro di suo gradimento", non ostante il divieto dell'uso dei telefonini durante l'orario di lavoro. 11 Secondo l'art. 217 del codice di comportamento aziendale usato dalla Cooperativa (cfr. doc. 19-bis del fascicolo di parte opponente) il licenziamento disciplinare " si applica esclusivamente per le seguenti mancanze: - Assenza ingiustificata oltre tre giorni nell'anno solare; - Recidiva nei ritardi ingiustificati oltre la quinta volta nell'anno solare, dopo formale diffida per iscritto; - Grave violazione degli obblighi di cui all'art. 212,1^ e 2^ comma; - Infrazione alle norme di legge circa la sicurezza per la lavorazione, deposito, vendita e trasporto; - L'abuso di fiducia, la concorrenza, la violazione del segreto d'ufficio; l'esecuzione, in concorrenza con l'attività dell'Azienda, di lavoro per conto proprio o di terzi, fuori dell'orario di lavoro; - La recidiva, oltre la terza volta nell'anno solare, in qualunque delle mancanze che prevedono la sospensione, fatto salvo quanto previsto per la recidiva nei ritardi". L'ipotesi contestata al sig. S. non rientra in nessuno di tali casi e quindi, ai sensi del codice disciplinare applicato in azienda, non legittimerebbe in alcun caso il licenziamento. Anche applicando le norme del C.C.N.L. Laterizi industria (cfr. doc. 32 del fascicolo di parte opponente), il fatto contestato al sig. S. non consentirebbe il licenziamento in tronco, atteso che, da un lato la condotta posta in essere dal lavoratore non può qualificarsi di "insubordinazione", posto che tale nozione non comprende qualsiasi inadempimento del lavoratore, ma si sostanzia nella negazione del potere gerarchico del proprio datore di lavoro e quindi necessariamente si manifesta con un rifiuto di ubbidire e di sottomettersi all'autorità del superiore, che nel caso di specie difettano; dall'altro l'avere ascoltato musica durante l'effettuazione delle mansioni di mulettista non integra una infrazione alla disciplina o alla diligenza nel lavoro che provochi all'azienda grave nocumento morale o materiale, né costituisce azione delittuosa in connessione con lo svolgimento del rapporto di lavoro (cfr. art. 53 comma 1 C.C.NL). Il licenziamento pertanto è sicuramente ingiustificato e misura assolutamente sproporzionata rispetto all'inadempimento (lieve) del lavoratore. Accanto a questa constatazione, si pongono poi tutta una serie di fatti, la cui portata e la cui cronologia appaiono costituire indizi gravi, precisi e concordanti della sussistenza di un motivo illecito e determinante (e come tale discriminatorio) del licenziamento. Il 22/1/2013 viene diagnosticato al ricorrente uno stato reumatico alla spalla sinistra, con certificazione di inidoneità al lavoro fino al 30/1/2013. Seguono ulteriori periodi di astensione, nelle cui more il 30/4/2013 il sig. S. viene sottoposto a visita medica dal professionista dell'azienda che lo ritiene idoneo al lavoro salvo alcune limitazioni all'utilizzo di strumenti che comportano vibrazioni e al sollevamento di carichi eccessivi con l'arto superiore sinistro. Il 14/6/2013 (due giorni prima della scadenza della malattia sulla base della prognosi contenuta nel certificato medico inviato il 31/5/2013), la datrice di lavoro invita il lavoratore a non ripresentarsi in azienda, posto che a suo giudizio le limitazioni indicate nel certificato medico non sono compatibili con le mansioni di magazziniere mulettista da questi svolte, e lo sollecita ad usufruire, alla scadenza della malattia, delle ferie fino a quel giorno maturate.. Con certificato del 17/6/2013 al sig. S. vengono riconosciuti ulteriori giorni di malattia fino al 30/6/2013. Con comunicazione del 20/6/2013, la Co.L.C., dopo avere preso atto del responso del medico legale, il quale aveva chiarito che il sig. S. poteva guidare il muletto, ha ordinato al lavoratore di riprendere l'attività lavorativa il giorno 21, non ostante la malattia certificata fino al 30/6/2013. 12 Il 1/7/2013 il sig. S. ritorna al lavoro e il 8/7/2013 riceve una contestazione disciplinare (palesemente infondata, visto il certificato medico del 17/6/2013), con cui gli viene contestata l'assenza ingiustificata dal 21 al 29 giugno. Il 10/7/2013 il sig. S. chiede di assentarsi il 15 luglio per una visita medica, e tale richiesta gli viene negata. L'azienda nel presente procedimento sul punto si difende allegando che gli altri due magazzinieri avevano richiesto ed ottenuto un permesso per assentarsi in tal giorno, per cui per motivi organizzativi la datrice di lavoro era stata costretta a respingere la richiesta. L'istruttoria ha dimostrato che solo uno degli altri due magazzinieri il 15/7 era assente per un permesso, mentre l'altro era regolarmente al lavoro. Il 15 luglio 2013 il lavoratore chiede un acconto sulla retribuzione (già maturata) per il mese di giugno con mail e reitera la richiesta con raccomandata del (omissis...). Il 16/7/2013 (e cioè il giorno dopo la richiesta di percepire almeno parte della retribuzione riferibile al mese precedente) l'azienda effettua la contestazione disciplinare per cui è causa. Il 17/7/2013 il sig. S. rende le proprie giustificazioni (doc. 19 di parte opposta). Il 22/7/2013 il lavoratore (stante il bisogno connesso alla naturale destinazione del salario al soddisfacimento di necessità primarie) reitera la richiesta di pagamento della retribuzione, in relazione alla quale l'azienda è inadempiente (cfr. doc. 20 di parte opposta). Il 23/7/2013 il legale del lavoratore reitera la richiesta di pagamento della retribuzione di giugno 2013 con lettera raccomandata ricevuta il 25/7/2013. Il 29/7/2013 l'azienda paga un acconto della retribuzione e contestualmente consegna al S. lettera di licenziamento disciplinare in tronco. La condotta dell'azienda non pare trovare fondamento in ragioni legittime (il certificato del medico aziendale del 30/4/2013 non lasciava adito a dubbi e comunque l'azienda ha sollevato questioni ben dopo circa due mesi dallo stesso, allorchè ha visto il protrarsi della malattia; Co.L.C. non ha esonerato dal lavoro il S. nelle more degli ulteriori accertamenti disposti garantendogli una retribuzione, ma ha chiesto a questi di usufruire delle ferie; nella comunicazione del 20/6/2013 evidenzia il proprio disappunto per la malattia del lavoratore e la sua volontà espulsiva dichiarando di poter " sopportare solo per un breve periodo la... ridotta prestazione lavorativa" del dipendente; comunica il 8/7/2013, dopo solo 8 giorni che il lavoratore era rientrato in servizio dalla malattia, una contestazione disciplinare palesemente infondata; non corrisponde al S., neppure parzialmente la retribuzione già maturata per il mese di giugno mettendolo in difficoltà nell'assolvimento dei bisogni primari personali e della sua famiglia, e costringendolo a reiterate richieste in tal senso; il 10 luglio l'impresa nega la richiesta di un permesso per una visita medica che il S. ha programmato per il 15 luglio e connessa al suo precedente stato di malattia e alla sua infermità, non ostante in azienda quel giorno sarebbe stato presente anche altro magazziniere; il licenziamento del 29/7/2013 si palesa del tutto ingiustificato e sproporzionato, configurandosi la contestazione sollevata il 16/7/2013 come un pretesto per poter procedere comunque all'espulsione del lavoratore oramai divenuto un peso per l'azienda, stante la ridotta prestazione lavorativa conseguente al suo stato di salute), e l'incalzare serrato degli eventi evidenzia l'intento ritorsivo della datrice di lavoro. Cassazione civile sez. lav., n. 5175 del 2015 Tutti e tre i detti motivi, rivolti contro gli accertamenti di fatto operati dalla Corte di merito riguardo alla insussistenza nella specie del carattere discriminatorio del licenziamento e del conflitto di interessi e, nel contempo, alla ingiustificatezza del licenziamento, risultano in parte inammissibili e in parte infondati. 13 Come è stato affermato da questa Corte, "in tema di valutazione delle risultanze probatorie in base al principio del libero convincimento del giudice, la violazione degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cui all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), e deve emergere direttamente dalla lettura della sentenza, non già dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità" (v. fra le altre Cass. 20-6-2006 n. 14267). Inoltre "il disposto dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 non conferisce alla Corte di cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l'esame e la valutazione data dal giudice del merito al quale soltanto spetta individuare le fonti del proprio convincimento e, in proposito, valutarne le prove, controllarne l'attendibilità e la concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, senza che lo stesso giudice del merito incontri alcun limite al riguardo, salvo quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, non essendo peraltro tenuto a vagliare ogni singolo elemento, o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e le circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, risultino logicamente incompatibili con la decisione adottata." (v. Cass. 20-4-2006 n. 9234). Del resto, come pure è stato chiarito, "il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall'art. 360 c.p.c., n. 5, non equivale alla revisione del "ragionamento decisorio", ossia dell'opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall'ordinamento al giudice di legittimità; ne consegue che risulta del tutto estranea all'ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Suprema Corte di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso la autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa" (v., fra le altre, da ultimo Cass. 7-6-2005 n. 11789, Cass. 6-3-2006 n. 4766, Cass. 7-1-2014 n. 91). Peraltro, infine, in particolare è stato anche precisato che "in tema di prova presuntiva, è incensurabile in sede di legittimità l'apprezzamento del giudice di merito circa la valutazione della ricorrenza dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge per valorizzare elementi di fatto come fonti di presunzione, sempre che la motivazione adottata appaia congrua dal punto di vista logico, immune da errori di diritto e rispettosa dei principi che regolano la prova per presunzioni" (v. fra le altre Cass. 20-7-2006 n. 16728, Cass. 23-1-2006 n. 1216). Orbene la Corte di merito ha affermato che, nel caso in esame, "non è ravvisabile la fattispecie del licenziamento discriminatorio, e ciò per carenza di prova dell'intento vessatorio ovvero della ricorrenza del motivo illecito nella determinazione datoriale di procedere al licenziamento in tronco del dirigente". Al riguardo in particolare la Corte territoriale, valutate attentamente le risultanze documentali e testimoniali relative alla seduta del c.d.a del 12-12-2003, e alle precedenti missive del 22, 26 e 28 marzo 2003, ha ritenuto che "a fronte del licenziamento intimato in relazione ad una pluralità di fatti ben determinati addebitati alla posizione del dirigente S., non emerge tuttavia la prova sufficiente e convincente della connotazione ritorsiva (o comunque discriminatoria) del licenziamento poichè il contrasto di vedute manifestato dal neopresidente del c.d.a. dott. B., era dovuto dichiaratamente alla posizione dello S., considerata dal Presidente in conflitto di interessi con il consorzio" (con "posizione già resa pubblica e, per di più, al cospetto dei consiglieri di diversa area politica"). 14 Nel contempo la Corte di merito ha rilevato che "il datore di lavoro si era determinato al licenziamento in tronco per una serie di inadempimenti, ritenuti gravi, e ciò nonostante non contestati preventivamente al dirigente in modo che costui potesse esercitare con pienezza il suo diritto di difesa" ed ha altresì accertato che "in carenza di prova (gravante sul datore di lavoro) della correlazione causale tra il mantenimento della carica di Presidente della Banca Biesse (ovvero di carica all'interno del Consorzio COMAIS) ed il licenziamento in tronco, non è possibile ravvisare - anche sotto ulteriore profilo - un connotato di "giustificatezza" del licenziamento". In particolare la Corte, dopo aver attentamente esaminato e valutato le risultanze concernenti gli addebiti relativi (in specie di cui ai n.ri 5, 6 e 10) ha in sostanza accertato che si trattava di posizioni risalenti nel tempo e ben conosciute dal CAAP, che giammai aveva al riguardo deliberato una situazione di conflitto di interessi e tantomeno aveva aperto una procedura dando modo allo S., eventualmente, di rimuovere l'asserito conflitto. La Corte, peraltro, ha poi aggiunto che una correlazione causale tra tale asserito conflitto e il licenziamento andava esclusa "tanto più che la rottura del vincolo fiduciario, nella missiva di licenziamento, è ricondotta non tanto alla posizione del dirigente in conflitto di interessi ma, essenzialmente, al "grave inadempimento nel rapporto di lavoro". Tali accertamenti di fatto risultano sorretti da motivazione congrua e per nulla contraddittoria, e resistono alle contrapposte censure delle parti, le quali, in definitiva ripropongono, ciascuna, una diversa lettura delle risultanze istruttorie e una revisione del "ragionamento decisorio" della Corte di merito. Del resto, in particolare: sui primi due motivi del ricorso principale va rilevato che non sussiste alcuna logica contraddizione tra la affermazione della mancata dimostrazione del carattere discriminatorio del licenziamento e della correlazione causale dello stesso con l'asserito conflitto di interessi, da una parte, e la affermazione della ingiustificatezza del licenziamento medesimo "anche sotto" tale "ulteriore profilo", dall'altra, mentre non può essere sindacata in questa sede la valutazione di merito dei singoli elementi di fatto emersi ai fini della pretesa prova presuntiva; sul terzo motivo del ricorso incidentale va ribadito che in ordine alla mancata dimostrazione del nesso causale tra l'asserito conflitto di interessi e il licenziamento e in relazione alla ingiustificatezza di questo la Corte di merito ha fornito una adeguata motivazione priva di vizi logici, anche considerando la disciplina collettiva in materia. Tribunale Firenze sez. lav., n. 261 del 2015 Esclusa dunque l'esistenza di una giustificazione oggettiva, va valutato se il motivo illecito ritorsivo abbia assunto efficacia determinativa ed esclusiva del licenziamento per potersi parlare di licenziamento ritorsivo. La giurisprudenza sul tema è consolidata. " in ipotesi di provvedimento datoriale ritorsivo spetta al lavoratore l'onere di provare la natura di tale atto, attraverso la dimostrazione di elementi specifici tali da far ritenere con sufficiente certezza l'intento di rappresaglia" (Cass. n. 14319/13) e che "secondo il consolidato principio enunciato da questa Corte, l'intento ritorsivo deve avere avuto un'efficacia, non solo determinativa, ma anche esclusiva, in relazione alla volontà del datore di lavoro, anche rispetto ad altri fatti rilevanti ai fini della configurazione di un provvedimento legittimo di licenziamento " (Cass. n. 5555/11; n. 18283/10; Cass. n. 10047/04). Inoltre l'onere della prova può essere "assolto con la dimostrazione di elementi specifici, tali da far ritenere con sufficiente certezza l'intento di rappresaglia, il quale deve aver avuto efficacia determinativa esclusiva della volontà del datore di lavoro" (Cass. n. 1823/10). 15 È infine necessario un rapporto di causalità fra le circostanze evidenziate e l'asserito intento di rappresaglia (Cass, n. 7768/96), poiché "il giudice del merito, nel valutare gli elementi in suo possesso, ivi compresi quelli indiziari o presuntivi, discrezionalmente stabilisce e sceglie i più attendibili e concludenti ai fini della formazione dei suo convincimento" (Cass. n. 1902/1994), purché tale apprezzamento non si risolva in vizi logici o giuridici. Nel caso in esame è palese che la decisione di risolvere in via anticipata il rapporto nascesse come conseguenza immediata e diretta delle rivendicazioni avanzate dalla lavoratrice per quanto riguarda la regolarizzazione dei fittizi contratti parasubordinati. Infatti, in seguito alla lettera del 31 gennaio 2013, ricevuta il 2 febbraio 2013 (doc. 11 ric.), con la quale la lavoratrice rivendicava la subordinazione del rapporto con la conseguente regolarizzazione retributiva e contributiva, la resistente rispondeva con lettera 8 marzo 2013 (doc. 12 ric.) nella quale espressamente replicava alla precedente della lavoratrice e, proprio dopo avere contestato le sue rivendicazioni, aggiungeva che " ad ogni modo, a causa delle contingenti problematiche.." si imponeva la risoluzione anticipata. Appurato il carattere ritorsivo del licenziamento, a prescindere dalle dimensioni occupazionali della resistente, va applicato il nuovo testo dell'art. 18 comma 1 L. n. 300 del 1970 in quanto riferito anche ai casi di "nullità del licenziamento perché discriminatorio ai sensi dell'articolo 3 della L. 11 maggio 1990, n. 108 (omissis...) ovvero perché riconducibile ad altri casi di nullità previsti dalla legge o determinato da un motivo illecito determinante ai sensi dell'articolo 1345 del codice civile.. indipendentemente dal motivo formalmente addotto e quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro". La domanda di tesi deve allora essere accolta con condanna per la società convenuta alla reintegra della lavoratrice nel posto di lavoro ed al risarcimento del danno (oggetto della condanna generica richiesta dalla ricorrente), commisurato alla RGF dal recesso alla reintegra con regolarizzazione assicurativa e previdenziale del medesimo periodo ed oltre interessi e rivalutazione monetaria. Cassazione civile sez. lav., n. 3986 del 2015 Ed invero, seppure può ritenersi, come stabilito dalla Corte di merito, che il licenziamento in questione fosse di natura ontologicamente disciplinare e comunque privo di giusta causa o giustificato motivo (con le conseguenze in ogni caso di cui alla L. n. 604 del 1966, art. 8, stante la pacifica consistenza occupazionale della datrice di lavoro), non può considerarsi ritorsivo un licenziamento palesemente (anche se erroneamente) basato sulla inosservanza di direttive aziendali, difettando comunque la prova, a carico del dipendente, della sussistenza di un motivo illecito determinante che in effetti non viene neppure chiaramente enucleato dal M.. In sostanza non è sufficiente che il licenziamento sia (anche palesemente) ingiustificato per aversi un licenziamento ritorsivo, essendo piuttosto necessario che il motivo pretesamente illecito (cioè contrario ai casi espressamente previsti dalla legge, pur suscettibili di interpretazione estensiva, all'ordine pubblico e al buon costume) sia stato l'unico determinante e sempre che il lavoratore ne abbia fornito prova, anche presuntiva (Cass. n. 17087/11; Cass. n. 6282/11; Cass. n. 16155/09). 2.2- Nella specie, come già osservato, Io stesso lavoratore deduce che il licenziamento fu motivato dal suo rifiuto (quand'anche legittimo) di sottostare ad ordini del datore di lavoro in un campo pur (in tesi) estraneo all'attività lavorativa (pag. 14 ricorso), dovendo anzi evidenziarsi che il licenziamento venne motivato, su esplicita richiesta del M. (pag. 4 sentenza impugnata, incontestata sul punto) anche per la seguente ragione: "Lei si è rifiutato di osservare le decisioni deliberate dalla presidenza regionale AGCI in 16 ordine al rinnovo delle cariche sociali in Coop. Fin. s.p.a. ed ai rapporti tra le centrali associative". Ciò non può risolversi, di per sè, in un motivo illecito determinante nè, tanto meno, in un licenziamento discriminatorio ai sensi della L. n. 300 del 1970, art. 15. 3.- Con il terzo motivo il lavoratore denuncia una omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5). Lamenta che la sentenza impugnata attribuì inutile rilievo alla circostanza della buona fede della datrice di lavoro, consideratasi organizzazione di tendenza nel cui ambito il rifiuto di aderire alle direttive anche di politica gestionale concretava un giustificato motivo di licenziamento, evidenziando che nella specie non sussisteva alcuna organizzazione di tendenza nè rilevava la buona fede della AGCI. Anche se tale ultima considerazione può in via di principio condividersi (non potendo considerarsi organizzazione di tendenza ma imprenditoriale, l'organizzazione comunque strutturata a guisa di impresa, secondo criteri di economicità, Cass. n. 4983/14, n. 11777/11, n. 3868 del 12/03/2012), il motivo è sostanzialmente inammissibile per censurare accertamenti di fatto svolti dal giudice di merito ed adeguatamente motivati, nonchè per difetto di interesse non essendo la buona fede del datore di lavoro la ratio decidendi della sentenza impugnata (basata invece sull'assenza di prova di un motivo illecito determinante). Tribunale Napoli sez. lav., 17/02/2015 Fattispecie: Con ricorso ex art. 1 co. 47 della legge nr. 92/2012, il ricorrente chiedeva a questo giudice di dichiarare l'invalidità, la nullità, l'illegittimità e l'inefficacia del licenziamento datoriale intimato in data 21.6.2014 per maturazione dei requisiti anagrafici pensionistici, con conseguente condanna alla reintegra nel suo posto di lavoro e al risarcimento del danno, commisurato ad un'indennità pari all'ultima retribuzione globale di fatto dal licenziamento alla effettiva reintegra, oltre che al versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali. In particolare, deduceva che il licenziamento era stato disposto in violazione dell'art. 24, comma 4, del 201/2011, che attribuirebbe al lavoratore il diritto di proseguire il rapporto di lavoro oltre il conseguimento dei requisiti per accedere alla prestazione previdenziale e precisamente sino all'età di settanta anni; inoltre allegava che il licenziamento in questione era ritorsivo e discriminatorio, volendo la società liberarsi di un lavoratore scomodo in ragione delle vicende giudiziarie che avevano interessato le parti ed all'esito delle quali il ricorrente era risultato vittorioso. In subordine, in caso di rigetto della impugnativa di licenziamento, chiedeva condannarsi la convenuta al pagamento dell'indennità di mancato preavviso quantificata in € 21.113,40 o nella diversa somma ritenuta di giustizia, oltre interessi e rivalutazione, il tutto con vittoria di spese. Costituitasi in giudizio la RAI S.p.A., ha dedotto la piena legittimità del licenziamento sotto un duplice profilo: da un lato, l'art. 24, comma 4, d.l. 201/2011, che fa salvi “i limiti ordina mentali dei rispettivi settori di appartenenza”, sarebbe inapplicabile al caso di specie per prevalenza della regola del CCNL che stabilisce la cessazione automatica del rapporto lavorativo al maturare dei requisiti per accedere alla pensione; dall'altro lato, l'art. 24, comma 4, d.l. 201/2011 non attribuirebbe al lavoratore un diritto di proseguire il rapporto lavorativo ma presupporrebbe il consenso di entrambe le parti alla prosecuzione del rapporto e si limiterebbe pertanto a disciplinare normativamente – sul piano dell'ammontare della prestazione previdenziale e della tutela in caso di recesso datoriale – le conseguenze della concorde volontà del lavoratore e del datore di proseguire il rapporto anche successivamente alla maturazione dei requisiti per il conseguimento della pensione. 17 Le conclusioni a cui si è giunti, in base alle quali il licenziamento appare legittimamente irrogato sulla base dell'interpretazione della normativa accolta in questa sede, consentono di superare agevolmente anche le censure relative alla asserita natura discriminatoria e/o ritorsiva del licenziamento in questione. Diversamente argomentando, sempre con riguardo a tale aspetto, deve, inoltre, rilevarsi che ai sensi dell'art. 3 L. 108/1990 “Il licenziamento determinato da ragioni discriminatorie ai sensi dell'articolo 4 della legge 15 luglio 1966, n. 604 e dell'articolo 15 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dall'articolo 13 della legge 9 dicembre 1977, n. 903, è nullo indipendentemente dalla motivazione addotta e comporta, quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro, le conseguenze previste dall'articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dalla presente legge. Tali disposizioni si applicano anche ai dirigenti”. La previsione di nullità per il licenziamento discriminatorio, quale posta dapprima dall'art. 4 della legge 15 luglio 1966 n. 604 (dov'è sancita la nullità del licenziamento determinato da motivi politici, religiosi o sindacali) e, quindi, dall'art. 15 della legge 20 maggio 1970 n. 300 (che ha ribadito la nullità di atti o parti posti in essere a fini di discriminazione, oltre che sindacale, anche politica, religiosa, razziale, di lingua o di sesso), dall'art. 3 della legge 11 maggio 1990 n. 108 e da ultimo dall'art. 18 St. Lav. novellato dalla L. 92/2012, deve essere riferita, con le conseguenze sanzionatorie implicanti la tutela reale (ex citato art. 18), anche a fattispecie di licenziamenti che, pur non direttamente corrispondenti alle singole ipotesi espressamente menzionate nelle suddette norme, siano determinati in maniera esclusiva da motivo, illecito, di ritorsione o rappresaglia e costituiscano, cioè, l'ingiusta e arbitraria reazione, quale unica ragione del provvedimento espulsivo – essenzialmente, quindi, di natura “vendicativa” – a fronte di un comportamento legittimo e sotto ogni profilo corretto, posto in essere dal lavoratore (ad esempio, per far valere rivendicazioni anche a mezzo di iniziative giudiziarie) ed inerente a diritti a lui derivanti dal rapporto di lavoro a questo comunque connessi. Tale interpretazione estensiva del citato art. 3 (legge n. 108/1990) è giustificata dal rilievo che le indicazioni dei vari casi di licenziamento discriminatorio, contenute nelle sopra dette disposizioni, costituiscono specificazione della più ampia fattispecie del licenziamento viziato da motivo illecito, riconducibile alla generale previsione codicistica dell'atto unilaterale nullo ai sensi dell'art. 1345 (in relazione all'art. 1324) c.c. e dalla considerazione che, in tale ampia e generale previsione, è certamente da comprendere il licenziamento intimato per ritorsione e rappresaglia come sopra inteso – pur esso in qualche modo implicante una illecita discriminazione, intesa in senso lato, del lavoratore licenziato rispetto agli altri dipendenti – il quale, pertanto, integra fattispecie del tutto similare e, perciò, assimilabile a quelle oggetto della espressa previsione del medesimo art. 3 (cfr. Cass. 28 aprile 1995 n. 4747; 9 luglio 1979 n. 3930). Per affermare il carattere ritorsivo e, quindi, la nullità del provvedimento espulsivo, in quanto fondato su un motivo illecito, occorre specificamente dimostrare, con onere a carico del lavoratore, che l'intento discriminatorio e di rappresaglia abbia avuto efficacia determinativa “esclusiva” (ex art. 1345 c.c. in relazione all'art. 1324 c.c.) della volontà del datore di lavoro, occorrendo anche la prova della sussistenza di un rapporto di causalità tra le circostanze allegate e l'asserito intento di rappresaglia, dovendo, in mancanza, escludersi la finalità ritorsiva del licenziamento (Cass. 14816 del 14/07/2005). Dunque, il lavoratore può assolvere l'onere della prova del carattere ritorsivo, nel provvedimento adottato dal datore di lavoro, con la dimostrazione di elementi specifici tali da far ritenere con sufficiente certezza l'intento di rappresaglia (Cass. 10047 del 25/05/2004). 18 Tanto premesso, nel caso di specie, le dedotte vicende giudiziarie che hanno interessato le parti in causa, relative al riconoscimento in capo al S. di una qualifica superiore ed alla conseguente condanna della RAI al pagamento delle differenze retributive, non consentono di ritenere sussistente la natura ritorsiva e/o discriminatoria del licenziamento, tanto più in presenza del raggiungimento dei limiti di età per l'accesso alla pensione di vecchiaia che ha, come sopra argomentato, giustificato il recesso datoriale. Tribunale S. Maria Capua Vetere, n. 598 del 2015 Quanto fin qui addotto non esaurisce però l'accertamento dei vizi che attecchiscono in via principale il provvedimento di licenziamento per come dedotti all'interno di questo giudizio (sotto il profilo della discriminatorietà ed illiceità). In via principale rileva, infatti, il fine ritorsivo e comunque illecito che connota il provvedimento in oggetto, per la cui chiara individuazione non può prescindersi dal contesto nel quale esso è maturato. Ed infatti, ad avviso del giudicante, l'atto di recesso oggetto della presente impugnativa deve a ben vedere essere inquadrato nell'ambito della serie reiterata di comportamenti vessatori volti all'emarginazione e all'esclusione del ricorrente dall'ambiente di lavoro, appunto quale ultimo atto in volto a realizzare il disegno datoriale finalizzato alla definitiva espulsione del Di Ci. considerato ormai elemento scomodo e non più gradito alla dirigenza aziendale dell'amministrazione convenuta. La motivazione del licenziamento, ovvero il superamento del periodo di comporto, oltre che illegittima, per i motivi sopra esposti, si rivela nella sostanza una motivazione solo apparente che cela l'intento ritorsivo e discriminatorio. Ebbene, in generale, si è in presenza di un licenziamento ritorsivo e/o discriminatorio e/o per motivo illecito determinante allorquando l'atto di recesso costituisce un mero pretesto per perseguire con il licenziamento un altro e diverso scopo: quello di procedere all'espulsione dal tessuto aziendale dei lavoratori scomodi o peggio sgraditi per ragioni del tutto svariate. La pretestuosa modifica organizzativa, ovvero i motivi disciplinari addotti, a seconda del caso concreto, celano, dunque, un licenziamento per ritorsione o rappresaglia, attuato come precisa la Corte di Cassazione "a seguito di comportamenti risultati sgraditi all'imprenditore": "costituisce cioè l'ingiusta e arbitraria reazione, quale unica ragione del provvedimento espulsivo, essenzialmente quindi di natura vendicativa"" (cfr. Cass., sez. lav., 3 agosto 2011, n. 16925). Può, dunque, risultare particolarmente complesso per la parte onerata (il lavoratore) allegare circostanze comprovanti la natura discriminatoria o ritorsiva dell'atto, posto che queste "sono gelosamente custodite nella sfera datoriale", ma è pur vero che il lavoratore può avvalersi di presunzioni. Nonostante i predetti temperamenti, le difficoltà probatorie permangono, considerazione del fatto che parte della giurisprudenza richiede l'ardua prova dell'elemento soggettivo, del c.d. intento discriminatorio o ritorsivo. Tuttavia è stato rilevata dalla giurisprudenza più accorta l'applicabilità al caso in esame, oltre che dei principi ineludibili dell'agire secondo correttezza e buona fede, dell'istituto del divieto di compiere atti in frode alla legge di cui all'art. 1344 c.c., divieto che rappresenta, dunque, un autonomo limite esterno al potere discrezionale del datore di lavoro, che opera in caso di "oggettivo sviamento fraudolento della causa in concreto del licenziamento". Dall'adozione della descritta impostazione derivano due rilevanti conseguenze. In primo luogo, l'accertamento giudiziale verte sullo scopo della manovra elusiva che deve coincidere con quello vietato dalla norma imperativa e, pertanto, talvolta potrebbe anche prescindere dall'indagine sul motivo illecito esclusivo e determinante. 19 Peraltro, l'illiceità del licenziamento in frode alla legge non richiede la difficile prova dell'intento elusivo (nel caso, ritorsivo), inteso come elemento che afferisce alla dimensione psicologica. L'intento del datore di lavoro non costituisce un elemento della frode alla legge ed è giuridicamente irrilevante sino a che non integra un motivo illecito esclusivo e determinante (art. 1345 c.c.). Pertanto, la valutazione del carattere fraudolento dell'operazione economica complessivamente realizzata non può che avere carattere oggettivo, posto che deve riferirsi "alla causa in concreto dell'atto di licenziamento che in queste ipotesi viola vere e proprie norme imperative che contengono limiti esterni alla causa tipica del licenziamento stesso". È stato, inoltre, affermato dalla giurisprudenza di merito che "l'atto discriminatorio è, nella normalità dei casi, agganciato ad un motivo apparentemente valido quale, nel caso di specie, la dedotta riduzione di personale per crisi aziendale ma l'indagine del giudicante non può limitarsi alla formalistica presa d'atto dell'indicazione della motivazione da parte datoriale, ma deve piuttosto condurre a verificare se nel compimento dell'atto gestorio del rapporto di lavoro non sia stata posta in essere una discriminazione vietata dall'ordinamento, come, nel caso di specie, nella scelta del lavoratore rispetto al quale risolvere il rapporto" (Tribunale Latina, 02 agosto 2012; cfr. anche Tribunale Bologna sez. lav., 19 novembre 2012 e Tribunale Lodi, 19 aprile 2012). La Cassazione in una sentenza significativa pone l'accento sul carattere "vendicativo " dell'atto di recesso avendo precisato che "il licenziamento per ritorsione, diretta o indiretta che questa sia, è un licenziamento nullo, quando il motivo ritorsivo, come tale illecito, sia stato l'unico determinante dello stesso, ai sensi del combinato disposto dell'art. 1418 c.c., comma 2, art. 1345 e 1324 c.c. Esso costituisce ingiusta ed arbitraria reazione ad un comportamento legittimo del lavoratore colpito (diretto) o di altra persona ad esso legata e pertanto accomunata nella reazione (indiretto), che attribuisce al licenziamento il connotato della ingiustificata vendetta." Siffatto tipo di licenziamento è stato ricondotto, data l'analogia di struttura, alla fattispecie di licenziamento discriminatorio, vietato dagli art. 4 l. n. 300 del 1970, e 3 l. n. 108 del 1990 interpretati in maniera estensiva che ad esso riconnettono le conseguenze ripristinatorie e risarcitorie di cui all'art. 18 dello statuto dei lavoratori, applicabili anche nell'ipotesi in cui il licenziamento riguardi un dirigente (cfr. Cass., sez. lav., 8 agosto 2011, n. 17087). La Suprema Corte ha, infatti, affermato che "in tema di licenziamento, l'art. 3 della legge n. 108 del 1990, che estende ai licenziamenti nulli in quanto discriminatori, ai sensi degli artt. 4 della legge n. 604 de/1966 e 15 della legge n. 300 del 1970 le conseguenze sanzionatorie previste dall'art. 18 della medesima legge n. 300 del 1970, qualunque sia il numero dei dipendenti ed anche a favore dei dirigenti, deve intendersi applicabile in genere ai licenziamenti nulli per illiceità del motivo determinante ed, in particolare, a quelli che siano determinati in maniera esclusiva da motivo di ritorsione o di rappresaglia" (in tal senso, tra le altre, Cass., sez. lav., 1 dicembre 2010, n. 24347). Nel caso che ci occupa diversi sono gli elementi che assurgono ad indici rivelatori del carattere ritorsivo del licenziamento. L'ASL ha intimato il licenziamento per superamento del periodo di comporto con delibera del 7 agosto 2008, ma, a ben vedere, il periodo di comporto risultava superato dal ricorrente già a partire dal 03.03.2006 per come rilevato dalla stessa amministrazione resistente che, con nota del 16 aprile 2007, proprio sul presupposto del superamento del periodo di comporto, comunicava al ricorrente la sospensione della retribuzione e l'intenzione di procedere al recupero delle retribuzioni percepite 20 indebitamente a partire dalla data su indicata (provvedimenti dichiarati illegittimi ed annullati con sentenza di questo Tribunale n. 5408/2012). Ebbene la tempistica osservata dalla convenuta nella procedura di licenziamento assume un significato pregnante laddove si consideri che lo stesso è intervenuto in pendenza del procedimento di reclamo, laddove di lì a poco sarebbe stata depositata la relazione del perito nominato dal collegio, giudizio che, poi, stante l'intervenuto recesso, si è concluso con. un provvedimento di cessazione della materia del contendere. L'amministrazione resistente, che fino a quel momento, attraverso i giudizi medico legali dei medici competenti aveva ritenuto il ricorrente dapprima affetto da "mobbing syndrom" e poi da "disturbo della personalità con spunti interpretativi", alla data del 31.07.2008, ritenendolo evidentemente guarito da tutte le patologie in precedenza diagnosticate, lo giudicava idoneo al lavoro, per poi licenziarlo con provvedimento del 7 agosto 2008. Non meno rilevanti appaiono le anomalie della procedura di licenziamento che si apre in data 16.04.2008 con una lettera di contestazione che preannuncia, in realtà, un licenziamento per giusta causa, così come si legge nel testo della nota prot. n. 6651 (... tanto premesso questa Azienda intende dunque procedere alla risoluzione del rapporto di lavoro, mediante procedimento di recesso per giusta causa, avendo la S. V. superato il periodo di comporto previsto dalle norme contrattuali ed in quanto la condotta posta in essere risulta negligente e omissiva degli elementari doveri di pubblico dipendente, Condotta, pertanto, tale da non consentire, ai sensi e per gli effetti dell'art. 36 comma 2 del CCNL del 05.01.96 per l'Area della Dirigenza Medica e Veterinaria e dell'art. 2119 del Codice Civile, la prosecuzione, sia pur provvisoria, del rapporto di lavoro). Al ricorrente viene, dunque, contestato non solo il superamento del periodo di comporto (a distanza di circa due anni), ma anche una condotta "negligente e omissiva degli elementari doveri di pubblico dipendente". In seguito a numerose richieste di chiarimenti avanzate dal Di Ci., l'amministrazione, con nota del 27.05.2008, dapprima precisa che la condotta negligente e omissiva tenuta dal dipendente sarebbe consistita nel far pubblicare articoli su testate nazionali e regionali volte a gettare discredito sull'Azienda, contestandogli, altresì, un episodio nel quale il ricorrente avrebbe tenuto un comportamento aggressivo in presenza di altri dipendenti nei locali dell'Azienda; successivamente, tali contestazioni vengono del tutto abbandonate ed il licenziamento viene intimato esclusivamente per superamento del periodo di comporto. Ebbene, tutti gli elementi messi fin qui in evidenza costituiscono senza dubbio elementi di prova idonei (in quanto gravi, precisi e concordanti) per sostenere tanto la natura ritorsiva del licenziamento, quale reazione a legittimi atti di denuncia del ricorrente, ed, altresì, alle azioni giudiziarie dallo stesso intraprese per la tutela dei propri diritti (non è un caso che l'atto datoriale di recesso dal rapporto di lavoro intervenga proprio nelle more del procedimento di reclamo instaurato dal ricorrente), tanto la sua natura illecita in quanto animato dall'unico scopo di allontanare definitivamente dalla realtà aziendale un soggetto ormai non più gradito alla compagine dirigenziale dell'amministrazione resistente. Il licenziamento appare dunque l'epilogo della tormentata vicenda lavorativa vissuta dal ricorrente rappresentando, come già evidenziato, l'ultimo (illegittimo) atto della serie reiterata di condotte vessatorie poste in essere dall'azienda convenuta ai danni del Di Ci.. Sulla scorta di quanto sinora detto il licenziamento intimato al ricorrente va, dunque, dichiarato nullo, con applicazione della tutela reale più completa Tribunale Monza sez. lav., n. 887 del 2015 21 Oggetto del presente giudizio è l'accertamento della asserita illegittimità del licenziamento intimato al ricorrente a motivo del suo carattere discriminatorio. La istruzione probatoria non ha consentito al S. di provare alcuna delle allegazioni che, a suo avviso, dimostravano la natura discriminatoria del recesso. Tutti i dipendenti hanno affermato che nei locali della azienda vi erano aspiratori e che i dipendenti erano forniti di tutti i presidi individuali necessari, ivi comprese mascherine ed occhiali e che era, semmai, proprio il S. a non utilizzarli e che, per questo, era stato destinatario di richiami da parte del datore di lavoro. Dalla documentazione prodotta dalla parte resistente e segnatamente dalla relazione della ditta TECNOLOGIE DI IMPRESA SRL sul rischio ambientale si evince che in azienda era presente un impianto collettivo di aspirazione ed erano in dotazione le mascherine di protezione individuale (ved. allegato 4) e che, riguardo a queste ultime, vi è prova della consegna delle stesse al S. (ved. doc. 5). La società convenuta ha provato anche documentalmente di aver dovuto inoltrare diversi richiami scritti al S. per il mancato uso dell'aspiratore portatile dei fumi di saldatura, con ciò confermando le affermazioni dei testi in merito alla scarsa attenzione che il ricorrente prestava all'utilizzo dei mezzi individuali di protezione. Non è poi in alcun modo emerso che il S. abbia mai segnalato a chicchessia la sussistenza di omissioni rispetto alla tutela della salute o problemi attinenti la protezione della salute dei lavoratori o problemi di natura ambientale. È pertanto evidente l'assenza di qualsiasi profilo discriminatorio nella condotta della datrice di lavoro che lo ha licenziato per giustificato motivo oggettivo e non certo per ritorsione/punizione. Si deve sottolineare, da ultimo, che il lavoratore non ha contestato specificatamente nè la sussistenza del giustificato motivo oggettivo di recesso (desunta dalla asserita e smentita in giudizio natura discriminatoria dello stesso) nè la violazione dei criteri per la scelta dei dipendenti da licenziare. D'altro canto la datrice di lavoro ha provato con la documentazione prodotta di aver avuto una contrazione di commesse che giustificava la riduzione del personale. Del resto tutti i testi escussi hanno dato atto di tale situazione di difficoltà che aveva, prima del licenziamento di ben tre dipendenti uno dopo l'altro, condotto alla cessazione di qualsiasi attività di lavoro straordinario. In merito al criterio utilizzato dalla datrice di lavoro per la individuazione dei soggetti via via da licenziare, i testi hanno confermato che erano stati licenziati man mano i dipendenti che rappresentavano un maggior costo per la società (ved. anche allegate buste paga in fascicolo resistente), criterio ragionevole in presenza di lavoratori tutti fungibili fra loro. Alla luce di quanto sopra esposto il ricorso va respinto. Tribunale Firenze sez. lav., n. 88 del 2015 Smentita la sussistenza del motivo oggettivo a base del recesso, appare confermato altresì il motivo discriminatorio nei confronti della ricorrente quale lavoratrice madre. Infatti, l'intenzione di liberarsi di una lavoratrice che aveva palesato la ricerca di una maternità, e che quindi presumibilmente a breve avrebbe potuto assentarsi di nuovo per tale motivo (come poi in effetti è avvenuto nel periodo successivo licenziamento, avendo la ricorrente partorito il 18 giugno 2014, come da certificato medico prodotto all'ud. 15.7.2014), emerge dalla combinazione delle seguenti circostanze: - stretta connessione cronologica fra il rientro dall'interruzione anticipata dalla maternità e l'intimazione di licenziamento ingiustificato; - il contesto di recenti nuove assunzioni che avevano preceduto lo stesso licenziamento - il mantenimento in servizi di personale con analoghe mansioni e minore anzianità 22 In conclusione, la domanda di risarcimento del danno in tutela obbligatoria deve essere accolta con condanna della resistente alla misura massima dell'indennizzo di legge (6 mensilità della retribuzione globale di fatto di € 1.579,49 = € 9476,94), misura stimata a fronte sia della durata del rapporto (iniziato dal 2006) sia dei plurimi, e gravi, motivi di illegittimità dello stesso licenziamento. Le spese di lite seguono la soccombenza, liquidate come da D.M. n. 55 del 2014, con riferimento agli importi medi dello scaglione di valore fino ad € 26 mila delle cause di lavoro senza istruttoria. Cassazione civile sez. lav., n. 655 del 2015 Fattispecie: recesso in esito patto di prova (…)comunque è sul lavoratore che incombe l'onere di dimostrare la contraddizione tra recesso e funzione dell'esperimento o anche la sussistenza del motivo illecito del licenziamento e tale onere può essere assolto anche attraverso presunzioni, che, però, per poter assurgere al rango di prova, debbono essere "gravi, precise e concordanti" (Cass. 15 novembre 2000, n. 14753; vedi Cass. 13 settembre 2006, n. 19558). Cass., n. 3821 del 2011 Massima: Non costituisce violazione del divieto di trattamenti discriminatori il licenziamento disciplinare per "culpa in vigilando" disposto dal datore di lavoro nei confronti del dirigente, appartenente ad un'associazione religiosa, che abbia incautamente autorizzato quest'ultima a somministrare ai dipendenti un test attitudinale invasivo nei riguardi della loro vita privata, non essendovi alla base del recesso l'orientamento etico religioso dell'associazione di appartenenza, ma solo i riflessi negativi della vicenda sul contesto aziendale e sulla serenità dei dipendenti. Estratto: Ed invero, la condotta sanzionata, ossia il monitoraggio posto in essere senza la necessaria preventiva informazione del Consiglio di Amministrazione ed in violazione delle linee operative dell'azienda, contrariamente a quanto assume il ricorrente, è stato correttamente ritenuto dalla Corte di merito, con motivazione incensurabile sotto i profili evidenziati, oltre che un dato oggettivamente provato, ragione di per sé suscettibile di essere valutata in termini di rilevanza disciplinare che di certo non dissimula un intento discriminatorio del provvedimento espulsivo, pienamente giustificato dalla negligenza posta in essere dai dirigente Volpi. E ciò, come è dato evincere dalla argomentata articolazione motivazionale, a prescindere da ogni supposta adesione del Volpi, ma attribuendo rilievo all' incauto affidamento a società facente capo ad associazione di orientamento etico religioso discutibile di un'attività aziendale delicata, quale quella attinente alla comunicazione endoaziendale, senza che da ciò possa in alcun modo inferirsi un contegno anche indirettamente discriminatorio riferito alla esclusione in via di principio di ogni possibilità di contatto con società ideologicamente connotate, ove tale connotazione non avesse avuto i riflessi che avevano fatto paventare un condizionamento degli stessi soggetti sottoposti al test. Deve escludersi, pertanto, che la Corte territoriale sia incorsa nella denunziata violazione delle norme richiamate in tema di divieto di trattamenti discriminatori giustificati da ragioni di appartenenza ad un particolare credo ideologico o religioso, laddove si consideri che anche quanto si assume in merito alla mancata valutazione di elementi di fatto indiziari valutabili alla stregua dell'art. 2729, primo comma, c.c. — in particolare l'esito dell'accertamento condotto in sede arbitrale — non risulta provato ed, anzi, emerge che al riguardo la società ha affermato che la prova raggiunta ha consentito 23 di ritenere provata la rilevanza dei relativi addebiti. Nulla risulta dedotto con riguardo alla valutazione operata dai giudici del merito delle risultanze del giudizio arbitrale, la relativa omissione essendo invocata in termini di assoluta genericità ed alcuna censura viene mossa circa i criteri ed i vizi logico giuridici in cui sarebbe incorsa la valutazione compiuta, sicche anche da tale punto di vista il ricorso è privo di fondamento . La dedotta applicazione delle regole in tema di giudizio fondata su elementi presuntivi non si riconnette, invero, a dati certi che consentano di ritenere un'omessa valutazione di dati pacificamente e inconfutabilmente acquisiti agli atti di causa, dovendo al riguardo anche osservarsi che le prove raccolte in un diverso giudizio danno luogo ad elementi meramente indiziari, conseguendone che la mancata valutazione di tali prove non è idonea ad integrare il vizio di motivazione, in quanto il difetto riscontrato non può costituire punto decisivo, implicando non un giudizio di certezza, ma di mera probabilità rispetto alla astratta possibilità di una diversa soluzione ( cfr., in tali termini, Cass. 23.4.1998 n. 4183). 24