1 - ScuolaZoo

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ANNO SCOLASTICO
2006/07,
LICEO G. DELLA
ROVERE, INDIRIZZO
SCIENZE SOCIALICOMUNICAZIONE.,
ALBERTO
FABRIZIO
SAVONA.
v.s.
IL CARCERE
1
INDICE:
 INTRODUZIONE
 DOMANDE INIZIALI
CAP. 1 LA PENA
1.1 CHE COS’E’ LA PENA
1.2 VARI TIPI DI PENA
1.3 LAVORI FORZATI
1.4 ACCENNI DI STORIA DELLA PENA
CAP. 2 LA STRUTTURA DEL CARCERE
2.1 LE ISTITUZIONI TOTALI
2.2 IL CONCETTO DI PANOPTICO
2.3 LA VISIONE SOCIALE DEL CARCERATO
2.4 IL CARCERE COME ESPERIENZA
2
CAP. 3 NORMALITA’ E DEVIANZA
3.1 IL CONCETTO DI DEVIANZA E LE TEORIE
3.2 NORME SOCIALI: l’appartenenza e l’esclusione sociale,
la trasgressione
3.3 DEVIANZA E COMUNICAZIONE
CAP. 4 LA COMUNICAZIONE
4.1 LA COMUNICAZIONE IN CARCERE
CAP. 5 LA SFIDUCIA NEL SISTEMA
CARCERARIO
5.1 IL CROLLO DELL’IMPERATIVO FUNZIONALE
5.2 SFIDUCIA DOVUTA AL CLIMA:
I COSTI E IL SOVRAFFOLLAMENTO
5.3 LA MANCATA CERTEZZA DELLA PENA
CAP. 6 CONCLUSIONI
BIBLIOGRAFIA
3
 INTRODUZIONE
I motivi che mi hanno spinto ad affrontare questo argomento sono principalmente
due.
1) L’interesse personale verso le problematiche sociali, la devianza in
particolare.
La risposta alla domanda che cosa porta gli individui a commettere atti
delittuosi? Non giustifica solamente l’esistenza del carcere, ma ne spiega la sua
funzione principale: evitare che il comportamento deviante venga reiterato. Da
qui nasce il bisogno di risolvere le problematiche del carcere dalla radice. Infatti
la situazione penitenziaria italiana è in uno stato di profonda crisi che investe
non solo il lato economico ma anche quello che riguarda la gestione dei
carcerati; però quello che si è cercato di fare in questi ultimi anni è tentare di
sanare la situazione a partire dai problemi e non da ciò che li crea.
2) Ma soprattutto il bisogno che la società ha di rinnovarsi: a partire dallo studio
della società.
La sociologia contribuisce a rendere le persone più consapevoli della realtà che li
circonda, spingendoli ad adottare scelte ragionate che consentono di migliorare
la condizione dell’individuo. A mio parere per fare ciò l’uomo deve abbandonare
la logica del guadagno per far maturare in ogni individuo la consapevolezza
sociologica, teorizzata da Comte alla fine del XVIII secolo.
L’argomento scelto però può essere tratto sotto molti punti di vista, il che costituisce
un impedimento, infatti l’argomentazione potrebbe facilmente risultare incompleta
come troppo ampia, in una prima stesura, la tesina risultava essere di oltre 100
pagine, poi ridotte a poco più di 40. perciò riassumendo si cercherà di trattare gli
aspetti principali, fornendo una panoramica di come è organizzato il carcere, per
metterlo in relazione con la sua storia, ed altri temi didattici affrontati lungo i
cinque anni di studio.
Il carcere inoltre è un argomento molto trattato, i dibattiti, la letteratura, la filosofia
ecc. ecc. perciò il rischio è quello di cadere nel banale; fornendo dati ripetitivi e una
visione poco originale e soprattutto non personalmente critica.
Per questi motivi il lavoro è diviso in due parti, i primi capitoli si occupano
principalmente di descrivere ciò che è il carcere e come è organizzato, riportando
anche un esperienza diretta, mediante intervista. (cap. 1 e 2)
Nella seconda parte, si analizza l’aspetto sociale, psicologico e comunicativo del
carcere. (cap. 3 e 4) per giungere alle conclusioni che hanno il loro preambolo nel
capitolo riguardante la sfiducia che si instaura verso questo sistema di pena. (cap.
5)
Infine le conclusioni si propongono di offrire una visione personale e critica nei
confronti dell’argomento; ma soprattutto proporre soluzioni che portino a una
funzionalità migliore. (cap. 6)
4
 DOMANDE INIZIALI
1.
DAL PUNTO DI VISTA DEL
RECUPERO DEL DETENUTO E’
UTILE QUESTO SISTEMA DI PENA?
2. L’ORGANIZZAZIONE CARCERE E’
ANCORA FUNZIONALE AL NOSTRO
TEMPO?
5
1.1 CHE COS’E’ LA PENA.
In diritto, la pena è la conseguenza giuridica della violazione di un precetto penale.
La pena criminale può essere definita come la sofferenza comminata dalla legge
penale ed irrogata dall'autorità giudiziaria mediante processo a colui che viola un
comando o un divieto della legge medesima.
Caratteristica essenziale è l'afflittività; consiste, infatti, nella privazione o
diminuzione di un bene individuale (libertà, vita, patrimonio). La pena può svolgere
varie funzioni: una funzione meramente retributiva, una funzione di prevenzione
generale e una funzione di prevenzione speciale.
Secondo la teoria retributiva, la sanzione penale deve servire a compensare il male
provocato dall'azione illecita.
Secondo la teoria della prevenzione generale, la pena consiste in una minaccia che
serve a distogliere la generalità dei consociati dal compiere fatti socialmente
dannosi.
Secondo la teoria della prevenzione speciale, la pena svolge un compito
intimidatorio volto alla dissuasione del condannato dal commettere nuovi reati.
Esiste la possibilità che la pena non si verifichi, estinzione, le cause sono
principalmente quattro.




La morte del reo.
L’amnistia, l’indulto
La remissione della querela
La prescrizione
Queste quattro cause di estinzione della pena non dipendono direttamente
dall’imputato. Tranne una, la prescrizione. Per far sì che un reato cada in
prescrizione, deve trascorrere il tempo massimo della pena applicabile, senza che
sia stata pronunciata una condanna definitiva.
Nel 1996 i processi conclusi con sentenza di non luogo a procedere per
prescrizione dei termini si contavano in 56.486, nel 2003 gli stessi sono saliti a
206.000, quadruplicando1.
Dunque, la pena, si propone di infliggere una punizione a chi trasgredisce la legge;
ma da dove nasce l’esigenza di una pena, di un carcere e soprattutto di una legge?
Se queste ultime, fossero solamente limitazioni artificiose della libertà umana, per
trovarne traccia dovremmo aspettare la nascita della sociologia; mentre invece, le
carceri, le pene e le leggi esistono da tempi molto antichi, questo dimostra che sono
state create per un bisogno organizzativo umano.
A queste domande ha già cercato di rispondere un filosofo del XVII secolo, Thomas
Hobbes.
La sua operò principale fu Il leviatano. Nel quale si occupò di uno studio
approfondito della società e dello Stato. Il punto centrale della sua tesi è una
scissione tra lo stato di natura (jus naturalismo) e uno stato di diritto (jus
1
Cifre estrapolate da un'interrogazione parlamentare del 22 marzo 2005
6
positivismo). A partire da questa distinzione, Hobbes, esaminò come l’uomo passi,
necessariamente, da una condizione all’altra. Il suo pensiero verrà estrapolato
direttamente dai suoi testi.
Il punto di partenza è la definizione hobbesiana per cui l’uomo è incapace di vivere
per natura in società organizzate. L’individuo che in uno stato di natura si trova in
una guerra di tutti contro tutti, è costretto a limitare le proprie libertà per costruire
una società; ma alcuni individui cercheranno di ostacolare ciò prevalendo sugli
altri:“[…] qui per presenza dei malvagi anche i buoni se non vogliono essere uccisi
debbono ricorrere alle virtù della violenza e dell’inganno.[…]” 2 Hobbes aggiunge:
“Dunque per natura non siamo spinti a cercare amici, ma a poter ottenere per
mezzo di essi onore e vantaggi[…].”3 Gli uomini, accecati dal desiderio di gloria
sono incapaci di costruire una società; infatti quando la gloria è data a tutti non è
data a nessuno.
Hobbes approfondendo il concetto di stato di natura si sofferma sulla differenza tra
diritto e legge. Il diritto naturale coincide con la libertà di usufruire del proprio
potere per conservare il proprio stato di natura. “[…]il diritto consiste nella libertà
di fare o di astenersi dal fare, mentre la legge stabilisce e impone una delle due
cose[…].”4
Perciò la libertà altrui va rispettata, se si vuole che venga rispettata la propria.
Hobbes pensa, dunque, che l’uomo ha la necessità di trasferire i propri diritti,
attraverso un contratto, nelle mani di un sovrano. Questo contratto, in cui si
adempie il trasferimento dei diritti, non può essere redatto solo in forma orale ma
ha bisogno di un supporto che lo renda chiaro; ed ecco la nascita della Legge. “[…]i
vincoli delle parole sono troppo deboli per poter tenere a freno l’ambizione,
l’avarizia, l’ira e le altre passioni, quando non c’è il timore di un potere coercitivo al
di sopra di loro[…].”5 “[…]l’uomo deve adempiere i patti che ha assunto; senza di
che i patti sarebbero inutili, e nient’altro che vuote parole e, rimanendo il diritto di
tutti su tutte le cose, saremmo ancora nello stato di guerra.”6
Hobbes afferma, inoltre che, quando è stato stipulato un patto il romperlo è ingiusto
e la definizione di ingiustizia è il mancato adempimento del patto. E tutto ciò che
non è ingiusto è giusto.
“[…]Di conseguenza i nomi di giusto e ingiusto non possono avere un senso prima
che sia costituito un potere coercitivo per costringere tutti gli uomini
all’adempimento dei loro impegni col terrore di pene più grandi del beneficio che
essi pensano di poter ricavare dalla rottura del patto stesso; […] E colui che, avendo
sufficienti garanzie che gli altri osserveranno verso di lui le stesse leggi, non le
osserva da parte sua, cerca non la pace, ma la guerra e per conseguenza la
distruzione della sua natura con la violenza.[…]” 7
L’uomo dunque ha bisogno di un potere che lo diriga, lo indirizzi verso il bene
comune e lo distolga, con il terrore, dall’idea di infrangere le leggi. Per questi motivi
gli uomini si accordano fra loro di sottomettersi ad una persona o ad un’assemblea
di persone, volontariamente, dando così vita allo stato per istituzione.
2
De cive, epistola dedicatoria.
De cive, cap. I
4
Leviatano, parte I, cap. XIV
5
Leviatano, parte I, cap. XIV
6
Leviatano, parte I, cap. XV
7
Leviatano, parte I, cap. XV
3
7
1.2 I VARI TIPI DI PENA.
Le pene si distinguono in:


pene principali: quelle inflitte dal giudice con la sentenza penale di
condanna: la pena di morte (per gli Stati ove è ancora in vigore), l'ergastolo,
la reclusione, la multa.
pene accessorie: le pene che conseguono di diritto alla condanna, come
effetto penale della stessa.
LA RECLUSIONE
La reclusione è la limitazione della libertà personale (prevista dalla Costituzione
Italiana all'art. 13) che viene eseguita in due casi:


Flagranza di reato, quando la persona viene colta nell'esecuzione di atto
incriminabile, e viene eseguita dalle forze dell'ordine competenti che devono
comunicare l'accaduto al giudice competente entro e non oltre 48 ore.
Gravi indizi di reato, quando la persona è soggetta ad indizi che affermino
che abbia compiuto un reato, e viene eseguita direttamente dal giudice
competente in materia.
L'articolo 23 del Codice Penale recita: La pena della reclusione si estende da
quindici giorni a ventiquattro anni, ed è scontata in uno degli stabilimenti a ciò
destinati, con l'obbligo del lavoro e con l'isolamento notturno. Il condannato alla
reclusione, che ha scontato almeno un anno della pena, può essere ammesso al
lavoro all'aperto.
ERGASTOLO
L'ergastolo, chiamato comunemente "carcere a vita", è la massima pena prevista
nell'ordinamento giuridico italiano. Nell'ordinamento italiano l'ergastolo è previsto
per alcuni delitti contro la personalità dello Stato, contro l'incolumità pubblica e
contro la vita cui si aggiungono i reati per cui è ancora prevista la pena di morte
(che sostituisce l'ergastolo ex D. lgs. lgt 10/08/44 n.224). L'ergastolo è altresì
previsto quando concorrono più delitti per ciascuno dei quali è prevista la pena non
inferiore a 24 anni (art. 73 co. 2 c.p.). La perpetuità di tale pena è mitigata dalla
possibilità concessa al condannato di essere ammesso alla libertà condizionale dopo
avere scontato 26 anni, qualora ne venga ritenuto attendibilmente provato il
ravvedimento. Tale limite è ulteriormente eroso dalle riduzioni previste per la
buona condotta del reo, grazie alle quali vengono eliminati 45 giorni ogni sei mesi
di reclusione subiti. La riforma penitenziaria del 1986 ha consentito infatti che il
condannato all'ergastolo possa essere ammesso,dopo l'espiazione di almeno 10 anni
di pena ai permessi premio, nonché, dopo 20 anni, alla semilibertà.
8
LA PENA DI MORTE
Nel 1764 la pubblicazione del pamphlet: Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
stimolò la riflessione sul sistema penale vigente. Nel trattato Beccaria si esprimeva
contro la pena di morte:
«Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che
detestano e puniscono l'omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per
allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio.»
Tuttavia, la condanna di Beccaria verso la pena di morte, pur nella sua portata
storicamente innovativa, non era espressa in termini assoluti:
« La morte di un cittadino divien necessaria quando la nazione recupera o perde la
sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di
leggi.»
ESILIO
Essere in esilio significa stare lontano dalla propria patria, città, stato o nazione a
causa dell'esplicito rifiuto del permesso di farvi ritorno, o sotto la minaccia di essere
imprigionato o giustiziato in caso di ritorno.
Si usa comunemente distinguere tra esilio interno (o confino), ovvero il
reinsediamento forzato all'interno della propria nazione di residenza, e l'esilio
esterno, ovvero la deportazione al di fuori della nazione di residenza.
Uno dei più famosi esiliati di fine ‘800 fu il capitano Dreyfus, condannato per alto
tradimento e mandato in esilio. Ma grazie all’interesse dell’opinione pubblica, che
dimostra il vero motivo dell’esilio, ovvero le origini semite del capitano, Dreyfus fu
liberato e riaruolato. Questo anche grazie alla lettera aperta, intitolata j’accuse, che
Emile Zola invia al presidente della repubblica francese.
L’affaire Dreyfus e la conclusione di J’accuse verranno riassunti in francese.
L’affaire Dreyfus
Issu d’une famille israélite, Dreyfus est capitaine dans l’armée. En 1894, il est
accusé de haute trahison et condamné à la deportation. Mais l’affaire d’espionnage
se transforme bientôt en affaire politique. Le 13 janvier 1898, Zola écrit dans le
journal L’Aurore, une lettre ouverte au Président de la République intitulée j’accuse.
Il accuse le conseil de guerre d’avoir condamné un innocent et d’avoir acquitté un
coupable par antisémitisme et pour couvrir l’Etat-major. La France est coupée en
deux, d’un coté les dreyfusard (la gauche, la bourgeoisie radical, la Ligue des droits
de l’homme), da l’autre les anti-dreyfusard (l’extrême droite, qui s’affirme à cette
époque, les antisémites. Les haines se déchaient. Le procès est réouvert et on
découvre que certains officiers chargés de l’enquête avaient commis de faux.
Dreyfus ne sera réhabilité qu’en 1905
9
Voici la conclusion de la lettre ouverte de Emile Zola: J’accuse
Mais cette lette est longue, monsieur le Président, et il est temps de conclure.
J’accuse le lieutenant-colonel du Paty de Clam d’avoir été l’ouvrier diabolique de
l’erreur judiciaire, en inconscient, je veux le croire, et d’avoir ensuite défendu son
œuvre néfaste, depuis trois ans, par la machination les plus saugrenues et les plus
coupables.
J’accuse le général Mercier de s’être rendu complice, tout au moins par faiblesse
d’esprit, d’une de plus grandes iniquités du siècle.
J’accuse le général Billot d’avoir eu entre les mains les preuves certains de
l’innocence de Dreyfus et de les avoir étouffées, de s’être rendu coupable de ce
crime de lèse-humanité et lèse-justice, dans un but politique et pour sauver l’étatmajor compromis. J’accuse le général de Boisdeffre et le général Gonse de s’être
rendus complices du même crime, l’un sans doute par passion cléricale, l’autre
peut-être par cet esprit de corps qui fait des bureaux de la guerre l’arche sainte,
inattaquable. J’accuse le général de Pellieux et le commandant Ravary d’avoir fait
une enquête scélérate, j’entends par-là une enquête de la plus montreuse partialité,
dont nous avons, dans le rapport du second, un impérissable monument de naïve
audace. J’accuse les trois experts en écritures, les sieurs Belhomme, Varinard et
Couard, d’avoir fait des rapports mensongers et frauduleux, à moins qu’un examen
médical ne le déclare atteints d’une maladie de la vue et du jugement. J’accuse enfin
le premier conseil de guerre d’avoir violé le droit, en condamnant un accusé sur
une pièce restée secrète, et j’accuse le seconde conseil de guerre d’avoir couvert
cette illégalité, par ordre, en commettant à son tour le crime juridique d’acquitter
sciemment un coupable. Quant aux gens que j’accuse, je ne les connais pas, je ne
les ai jamais vus, je n’ai contre eux ni rancune ni haine. Ils ne sont pour moi que
d’entités, d’esprits de malfaisance sociale. Et l’acte que j’accomplis ici n’est qu’un
moyen révolutionnaire pour hâter l’explosion de la vérité et de la justice. Je n’ai
qu’une passion, celle de la lumière, au nom de l’humanité qui a tant souffert et qui
a droit au bonheur. Ma protestation enflammée n’est que le cri de mon aime. Qu’on
ose donc me traduire en cour d’assises et que l’enquête ait lieu au grand jour !
J’attends.
Veuillez agrée, monsieur le Président, l’assurance de mon profond respect.
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1.3 LAVORO FORZATO
Bagni penali
Prevista in quasi tutti gli Stati preunitari, la pena ai lavori forzati - a tempo e a vita espiata nei Bagni penali fu introdotta anche nell'ordinamento penale del Regno
d'Italia che continuò ad applicare, fino al 1860, gli antichi bandi e regolamenti dei
Bagni penali del Regno Sardo, emanati il 26 febbraio 1826.
La pena dei Bagni penali, pur facendo pensare ad un rapporto diretto tra le
modalità d’esecuzione della pena e le vecchie galere d’ascendenza romana,
conservava ormai solo nella denominazione il riferimento all'antica condanna al
remo, prevista dal diritto romano come damnatio in opus publicum e introdotta, in
epoca moderna, secondo alcune fonti, da papa Paolo II che, nel luglio 1471,
ordinava al Senato romano di consegnare ai genovesi i rei di delitti capitali per
essere impiegati sulle galere. Secondo altre fonti, invece, pare che sia stato Carlo V
ad applicare la pena delle galere nei Paesi Bassi.
La condanna al remo era riservata sia ai condannati a vita che ai condannati a
tempo, a seconda delle legislazioni dei vari Stati. Ai galeotti era consentito di
scendere a terra, periodicamente, purché incatenati a coppia.
Bagni penali venivano denominati sia i bagni marittimi che quelli di terraferma,
stabilimenti dove si scontava la pena ai lavori forzati. Secondo il Codice penale
Sardo del 1859 con la denominazione di Bagni penali si indicavano gli stabilimenti
riservati all'espiazione dei lavori forzati, mentre le case di pena erano destinate ai
condannati alla pena della reclusione, della relegazione, del carcere.
L'utilità dei Bagni, sia sotto il profilo dell'emenda del condannato che dell'utilità del
lavoro prodotto dai forzati, era stata già da tempo messa in discussione da illustri
giuristi e penitenziaristi.
Con Regolamento del 29 novembre 1866, fu stabilito il passaggio dei Bagni dal
ministero della Marina a quello dell'Interno. A partire da quell'anno i custodi dei
Bagni furono sostituiti dalle guardie carcerarie, secondo le modalità di
arruolamento stabilite per gli stabilimenti di pena ordinari, dipendenti dal ministero
dell'Interno. Il ruolo organico del personale addetto ai Bagni penali confluì poi, con
il Regolamento del 1873, nel ruolo unico delle guardie carcerarie. Intanto il
Governo, guardando agli esperimenti di altri Paesi, cominciò gradualmente a
utilizzare il lavoro dei detenuti dei Bagni penali nei lavori di bonifica di zone
incolte, malariche, aride. Gradualmente i Bagni penali furono chiusi per essere
definitivamente soppressi dal Regolamento carcerario del 1891 che introdusse le
colonie penali agricole, stabilimenti che davano migliori risultati sotto il profilo
dell'utilizzo dei condannati in lavori di dissodamento di terreni e di coltivazione.
Laogai
Il termine laogai (abbreviazione di laodong gaizao, in cinese "riforma attraverso il
lavoro") si riferisce, propriamente, a una particolare forma di lavoro forzato della
Repubblica Popolare Cinese. Il termine viene anche usato in modo generalizzato per
indicare le diverse forme di lavoro forzato previste dal sistema giuridico e
carcerario cinese. Lo stesso termine laogai, in senso viceversa restrittivo, viene
talvolta usato per indicare un campo da lavoro.
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1.4 ACCENNI DI STORIA DELLA PENA
“Prima della riforma del 1975, l’informazione nelle carceri era carente e sottoposta a censura, in
seguito è stata introdotta la televisione; dapprima nelle sale di ricreazione, successivamente tutte
le celle ne vengono fornite.”
In Inghilterra prima del 1775 i delitti più gravi erano puniti con la deportazione, la
fustigazione, l’impiccagione e la gogna piuttosto che con il carcere. La detenzione
era tuttavia usata dai giudici di pace locali per punire quei delitti minori che essi
stessi avevano facoltà di giudicare senza rinviare il trasgressore alle superiori corte
d’assise o ai tribunali trimestrali. I poteri di giustizia sommaria di cui godevano i
giudici di pace crebbero a tal punto durante il XVIII secolo che William Blackstone
espresse la preoccupazione che alla lunga tale sistema potesse sostituire del tutto i
processi con giuria. Nel corso del XVIII secolo il numero di trasgressioni passibili di
detenzione venne esteso. Oltre a dare ai magistrati il potere di far fustigare o
imprigionare mendicanti, attori girovaghi o giocatori d’azzardo,zingari, venditori
ambulanti, e -tutti coloro che rifiutavano di lavorare per i salari usuali e comuni-,
erano autorizzati a incarcerare i pazzi vagabondi e -tutte le persone che giravano
qua e là e alloggiavano in birrerie, granai o all’aria aperta, senza poterne rendere
conto.
I magistrati, in base allo Statuto degli Apprendisti del 1604, potevano far fustigare o
imprigionare qualunque servitore o apprendista che avesse abbandonato il proprio
impiego prima della scadenza del contratto, che non avesse dato un preavviso di un
trimestre, che avesse picchiato o che gli avesse disobbedito in qualsiasi maniera.
Per poter applicare questi provvedimenti, vennero costruite diverse celle singole,
per rinchiudervi apprendisti fuggiaschi o turbolenti la cui giovane età richiedeva
che fossero isolati dai delinquenti incalliti. La tendenza a sottoporre a procedimento
sommario il bracconaggio implicò un maggior ricorso alla detenzione e alla
fustigazione, dato che i giudici non erano in questo caso autorizzati a comminare
condanne a morte o alla deportazione. Restavano tuttavia oscuri i motivi che
inducevano i magistrati a scegliere fra la fustigazione e il carcere.
Le premesse a certi statuti sulla caccia rivelano esplicitamente l’intenzione di
regolare l’occupazione: -Dato che grave danno deriva dal fatto che piccoli
mercanti, apprendisti e altre persone dissolute trascurano i propri affari e
professioni per dedicarsi alla caccia, alla pesca e ad altri divertimenti a detrimento
di se stessi e dei propri vicini, se qualcuna delle tali persone oserà cacciare, a
cavallo o con falchi, pescare o uccellare ( ameno che sia accompagnato dal padrone
nel caso si tratti di apprendisti) sarà…soggetto alle altre pene…(cioè a periodi
varianti in casa di correzione.)- nell’aumento di leggi contro la malversazione,
soggetta a procedimenti sommari, si può scorgere lo stesso tentativo di –
criminalizzare- le usanze dei poveri in nome della regolamentazione del lavoro.
Con il passar del tempo aumentò anche la severità di queste leggi. Nel 1759 la
comminata per malversazione consisteva in quattordici giorni in casa di correzione;
nel 1777 il periodo era salito a tre mesi. A sostegno della propria offensiva, i datori
di lavoro si riunirono in associazioni per perseguire penalmente le malversazioni, al
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pari di quanto aveva fatto la gentri di campagna per far rispettare la leggi sulla
caccia e la lotta ai bracconieri. Queste associazioni finanziavano le cause e
stipendiavano ispettori che perquisivano le case dei lavoratori alla ricerca di
materiale nascosto. Dietro a tale offensiva stava l’arma finale dei datori di lavoro,
l’imprigionamento in casa di correzione.
Esaminando questi statuti sulla caccia, il vagabondaggio e la malversazione, si ha
una conferma dell’impressione di Blackstone che il potere dei magistrati di fare
giustizia sommaria fosse cresciuto durante questo periodo.
Ma in quale circostanze un padrone poteva decidere di punire personalmente i
propri dipendenti e in quali di trascinarli davanti a un giudice? Era più probabile
che i grandi imprenditori richiedessero l’appoggio delle autorità con maggior
frequenza dei padroni che impiegavano meno manodopera oppure accadeva
l’inverso? E quando i servitori disobbedienti erano condotti davanti ai giudici, quali
erano condannati alla fustigazione e quali al carcere? Trovando una risposta a
queste domande potremmo comprendere meglio il ruolo che ebbe la legge nello
sviluppare una regolamentazione del lavoro in questo periodo. Sfortunatamente lo
studio della giustizia sommaria non ci fornisce la base per conclusioni definitive,
tuttavia testimonianze sparse suggeriscono che prima del 1775 l’applicazione di
questi statuti fosse assai selettiva.
Dalla sua esperienza di magistrato a Bow street, il romanziere Henry Fielding
deduceva nel 1751 che gli –affari- di un giudice di pace erano cresciuti più
rapidamente dei suoi poteri di applicare la legge. Questi non era in grado di
sopprimere il vagabondaggio a Londra poiché guardie e mazzieri parrocchiali,
corrotti e inefficienti, avevano scarso incentivo a trascinare gli straccioni davanti al
tribunale. Su richieste di Fielding il parlamento autorizzò nel 1752 i magistrati a
ricompensare le guardie per l’arresto di vagabondi. In realtà pare, fosse pratica più
comune, almeno tra il 1772 e il 1775, far frustare i vagabondi e rinviarli al loro
luogo di origine piuttosto che imprigionarli a spese della contea.
Per quanto riguarda altri delitti minori, soggetti a procedimento sommario, vi sono
testimonianze, ancora una volta frammentarie, che indicano come la strategia della
giustizia inglese consistesse nell’ignorare le trasgressioni minori e nel concentrarsi
invece sulla punizione di criminali più importanti, giustiziati con grande risalto. Le
critiche affermavano che: evitando di reprimere i delitti minori, si consentiva ai
piccoli criminali di giungere senza ostacoli a commettere delitti più gravi.
Il censimento carcerario che John Howard effettuò nel 1776 elencava solo 653
criminali minori imprigionati in Inghilterra e nel Galles e, anche se questo dato non
comprende ovviamente le persone fustigate, multate o liberate, pare confermare
l’opinione di Fielding secondo il quale i giudici di pace mancavano dell’appoggio di
una polizia necessaria a far applicare i loro nuovi poteri di giustizia sommaria. Il
ruolo ridotto del carcere quale luogo di punizione e la generale inefficienza nel
perseguire i delitti minori legati al mondo del lavoro fanno pensare che lo Stato, e i
magistrati in particolare, svolgessero una parte di secondo piano nel regolamentare
il mercato del lavoro nel XVIII secolo , più di quanto non avvenisse prima del 1640
e dopo il 1815.
Si può inoltre fare l’ipotesi, benché molto ardita, che le dimensioni ridotte e il
carattere familiare di molte imprese e fattorie rendessero parecchi padroni più
inclini ad applicare essi stessi la disciplina piuttosto che ricorrere alla magistratura
perché facesse valere o legittimasse le loro sanzioni. I datori di lavoro inoltre erano
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forse restii a ricorrere alla legge contro i propri dipendenti a causa della cattiva
reputazione di cui godevano molte case di correzione. Locali e dalla diffusa
convinzione che un servitore sarebbe uscito solo più malvagio da un periodo
trascorso in carcere. Senza dubbio lo scarso prestigio delle prigioni contribuì a
incrementare le punizioni private rispetto a quelle ufficiali.
Inoltre se si analizza il periodo storico che stava attraversando l’Inghilterra del
XVIII secolo, si ritrova un secolo attraversato da guerre, principalmente coloniali,
che contribuirono alla rivoluzione industriale, ovvero all’esplosione del lavoro nelle
industrie, che consentì un rapido lo sviluppo economico degli stati europei. I nuovi
mercati coloniali non costituirono solo una fonte di materie prime, ma anche di
manodopera da utilizzare nelle industrie inglesi. La manodopera straniera si
prestava ad essere sfruttata, e trattata in modo del tutto estraneo dalla giustizia;
questa potrebbe essere un’ulteriore causa dell’aumento della giustizia privata.
In contrasto con le punizioni del XVIII secolo si scaglia il movimento illuminista che
condanna l’uso della tortura “quale può essere il diritto che si attribuiscono gli
uomini di trucidare i propri simili?” (Beccaria).
Gli illuministi cercano di abolire l’uso della tortura come pena e l’idea che il boia
sia lo strumento nelle mani di Dio, e lo Stato il vincolo attraverso il quale si
garantisce il rispetto della giustizia divina.
1
2
1) ALLEGORIA DELLA GIUSTIZIA, 1764, incisione da Antonio Silla. Il diritto di punire,
risposta al trattato De’ delitti e delle pene, del signor marchese di Beccaria
2) Rielaborazione svedese dell’allegoria della giustizia secondo Beccaria.
14
2.1 LE ISTITUZIONI TOTALI
Per meglio definire che cos’è il carcere, in questo paragrafo, verrà analizzata la sua
componente sociologica di maggior rilevanza. Il carcere come istituzione.
L’istituzione è un complesso unitario e durevole di norme.
Queste norme tendono a una finalità comune che risiede nella funzionalità
dell’istituzione stessa; il compito di mettere in pratica queste norme spetta
all’organizzazione.
Quest’ultima è un insieme di persone che perseguono determinati fini con mezzi
appositi e rapportandosi gli uni agli altri secondo schemi stabiliti.
Nell’istituzione carceraria l’organizzazione è formata: dalla struttura del carcere,
dalle persone che vi lavorano, dalle loro metodologie, tecniche e attrezzature.
Anche i carcerati fanno parte dell’organizzazione carcere.
Goffman a tal proposito scrive:
“Ogni istituzione si impadronisce di parte del tempo e degli interessi di coloro che
da essa dipendono, offrendo in cambio un particolare tipo di mondo: il che significa
che tende a circuire i suoi componenti in una sorta di azione inglobante. Nella
nostra società occidentale ci sono tipi diversi di istituzioni, alcune delle quali
agiscono con un potere inglobante - seppur discontinuo - piu penetrante di altre.
Questo carattere inglobante o totale è simbolizzato nell'impedimento allo scambio
sociale e all'uscita verso il mondo esterno, spesso concretamente fondato nelle stesse
strutture fisiche dell'istituzione: porte chiuse, alte mura, filo spinato, rocce, corsi
d'acqua, foreste o brughiere. Questo tipo di istituzioni io lo chiamo "istituzioni
totali" ed è appunto il loro carattere generale che intendo qui analizzare.”
Le istituzioni totali nella nostra società sono classificate in quattro categorie:
1) Le istituzioni nate a tutela di incapaci non pericolosi (istituti per ciechi, vecchi,
orfani o indigenti).
2) Luoghi istituiti a tutela di coloro che, incapaci di badare a se stessi,
rappresentano un pericolo - anche se non intenzionale - per la comunità (sanatori
per tubercolotici, ospedali psichiatrici e lebbrosari).
3)
Altre servono a proteggere la società da ciò che si rivela come un pericolo
intenzionale nei suoi confronti. In questo caso il benessere delle persone segregate
non risulta la finalità immediata dell'istituzione che li segrega (prigioni,
penitenziari, campi per prigionieri di guerra, campi di concentramento).
15
4)
Infine, le istituzioni create al solo scopo di svolgervi una certa attività, che
trovano la loro giustificazione sul piano strumentale. Con questa classificazione
Goffman ci fornisce una definizione concreta e particolare delle istituzioni totali,
con un analisi generale del fenomeno, però, ne individua le componenti che sono
comuni a tutte le tipologie.
“Caratteristica principale delle istituzioni totali può essere appunto ritenuta la
rottura delle barriere che abitualmente separano queste le sfere della vita sociale.
Primo, tutti gli aspetti della vita si svolgono nello stesso luogo e sotto la stessa, unica
autorità. Secondo, ogni fase delle attività giornaliere si svolge a stretto contatto di
un enorme gruppo di persone, trattate tutte allo stesso modo e tutte obbligate a fare
le medesime cose. Terzo, le diverse fasi delle attività giornaliere sono rigorosamente
schedate secondo un ritmo prestabilito che le porta dall'una all'altra, dato che il
complesso di attività è imposto dall'alto da un sistema di regole formali esplicite e da
un corpo di addetti alla loro esecuzione.
Il fatto cruciale delle istituzioni totali è dunque il dover "manipolare" molti bisogni
umani per mezzo dell'organizzazione burocratica di intere masse di persone.
Nelle istituzioni totali c'è una distinzione fondamentale fra un grande gruppo di
persone controllate, chiamate opportunamente "internati", e un piccolo staff che
controlla. Gli internati vivono generalmente nell'istituzione con limitati contatti con
il mondo da cui sono separati, mentre lo staff presta un servizio giornaliero di otto
ore ed è socialmente integrato nel mondo esterno. Ogni gruppo tende a farsi
un'immagine dell'altro secondo stereotipi limitati e ostili. […]
Benché un certo grado di comunicazione fra i ricoverati e lo staff che li sorveglia sia
necessario, una delle funzioni del sorvegliante è il controllo del rapporto fra
ricoverati e lo staff più qualificato.
Così com'è ridotta la possibilità di comunicare fra un livello e l'altro, è altrettanto
limitato il passaggio di informazioni, in particolare quelle che riguardano i piani
dello staff nei confronti dei ricoverati. Il ricoverato è escluso, in particolare, dalla
possibilità di conoscere le decisioni prese nei riguardi del suo destino. Che ciò
accada nel campo militare (viene allora nascosta agli arruolati la destinazione del
loro viaggio) o medico (si nasconde la diagnosi, il trattamento e la lunghezza della
degenza prevista per i pazienti tubercolotici) questa esclusione pone lo staff ad un
particolare punto di distanza dagli internati, conservando una possibilità di
controllo su di loro.
Queste limitazioni di rapporto è probabile contribuiscano a mantenere gli stereotipi
di tipo antagonistico.
La frattura fra staff e internati è una delle più gravi implicazioni della
manipolazione burocratica di grandi gruppi di persone.” 8
L’originalità del lavoro di Goffman sta innanzitutto nella sua metodologia di analisi,
basata sull’osservazione attenta, quasi la partecipazione, alla vita dei soggetti
osservati. Questo è, per lui, il modo migliore per verificare se le finalità delle
istituzioni totali (cura, rieducazione, ecc.) vengono perseguite con efficacia o meno.
[da Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell'esclusione e della violenza, Einaudi, 1968, con introduzione di
Franco Basaglia].
8
16
2.2 IL CONCETTO DI PANOPTICON
Il concetto di “panoptico” è stato elaborato dal filosofo Bentham per definire il
carcere perfetto. Ovvero un modello ideale di sorveglianza applicabile non solo al
carcere ma a tutti gli apparati istituzionali della società.
Verrà di seguito riportata una pagina di Sorvegliare e punire di Foucault.
Il concetto [del panopticon] è noto: alla periferia una costruzione ad anello; al
centro una torre tagliata da larghe finestre che si aprono verso la faccia interna
dell’anello; la costruzione periferica è divisa in celle, che occupano ciascuna tutto l
o spessore della costruzione; esse hanno due finestre, una verso l’interno,
corrispondente alla finestra della torre; l’altra, verso l’esterno, permette alla luce di
attraversare la cella da parte a parte. Basta allora mettere un sorvegliante nella torre
centrale, ed ogni cella rinchiudere un pazzo, un ammalato, un condannato, un
operaio o uno scolaro. Per effetto del contro luce, si possono cogliere, dalla torre,
stagliarsi esattamente, le piccole silhouettes prigioniere nelle celle della periferia.
Tante gabbie, altrettanti piccoli teatri, in cui ogni attore è solo, perfettamente
individualizzato e costantemente visibile. Il dispositivo panoptico predispone unità
spaziali che permettono di vedere senza interruzione e di riconoscere
immediatamente. Insomma il principio della segreta viene rovesciato; o piuttosto
delle sue tre funzioni –rinchiudere, privare della luce, nascondere- non si mantiene
che la prima e si sopprimono le altre due. La piena luce e lo sguardo di un
sorvegliante captano più di quanto non facesse l’ombra, che alla fine, proteggeva.
La visibilità è una trappola.
È visto, ma non vede; oggetto di una informazione, mai soggetto di una
comunicazione. La disposizione della sua cella, di fronte alla torre centrale, gli
impone una visibilità assiale, ma le divisioni dell’anello, quelle celle ben separate,
una invisibilità laterale, che è garanzia di ordine. Se i detenuti sono dei condannati,
nessun pericolo di complotto, o tentativo di evasione collettiva, o progetti di nuovi
crimini per l’avvenire, o perniciose influenze reciproche; se si tratta di ammalati,
nessun pericolo di contagio; di pazzi, nessun rischio di violenze reciproche; di
bambini, nessuna copiatura durante gli esami, nessun rumore, niente chiacchiere,
niente dissipazione. Se ritratta di operai, niente risse, furti, coalizioni, nessuna di
quelle distrazioni che ritardano il lavoro, rendendolo meno perfetto e provocando
incidenti. La folla, massa compatta, luogo di molteplici scambi, individualità che si
fondono, effetto collettivo, è abolita in favore di una collezione di individualità
separate.
Di qui, l’effetto principale del panopticon: introdurre nel detenuto uno stato
cosciente di visibilità che assicura il funzionamento automatico del potere. Far si
che la sorveglianza sia permanente nei suoi effetti, anche se è discontinua nella sua
azione; che questo apparecchio architettonico sia una macchina per creare e
sostenere un rapporto di potere indipendente da colui che lo esercita; in breve, che i
detenuti sia presi in una situazione di potere di cui sono essi stessi portatori. Per
questo, è nello stesso tempo troppo e troppo poco che il prigioniero sia
incessantemente osservato da un sorvegliante; troppo poco, perché l’essenziale è
17
che egli sappia di essere osservato; troppo, perché egli non ha bisogno di esserlo
effettivamente.
Perciò Bentham pose il principio che il potere doveva essere visibile e inverificabile.
Visibile: di continuo, in detenuto avrà davanti agli occhi la sagoma alta della torre
centrale dove è spiato. Inverificabile: il detenuto no deva mai sapere se è guadato,
nel momento attuale; ma deve essere sicuro che può esserlo continuamente.
Bhentham, per render impossibile il decidere sulla presenza o sulla assenza del
sorvegliante, per far si che i prigionieri, dalla loro cella, non possono scorgere
neppure un’ombra o cogliere un controluce, previde non solo persiane alla sale
centrale di sorveglianza, ma all’interno, delle divisioni che la tagliavano ad angolo
retto, e, per passare da un settore all’altro, non delle porte, ma delle chicanes9:
poiché il minimo battimento, una luce intravista, uno spiraglio luminoso, avrebbero
tradito la presenza del guardiano.
Il panopticon è una macchina per dissociare la coppia vedere-essere visti:
nell’anello periferico si è totalmente visti, senza mai vedere; nella torre centrale, si
vede tutto, senza essere mai visti.
Dispositivo importante, perché automatizza e individualizza il potere. Questo trova
il suo principio meno in una persona che in una certa distribuzione programmata
dei corpi, delle superfici, delle luci, degli sguardi; in un apparato i cui meccanismi
interni producono il rapporto nel quale gli individui vengono presi. Le cerimonie, i
rituali, i marchi per mezzo dei quali il più-di-potere viene manifestato dal sovrano,
sono inutili. Esiste un meccanismo che assicura la di simmetria, lo squilibrio, la
differenza. Poco importa, di conseguenza, chi esercita il potere. Un individuo
qualunque, quasi scelto a caso, può far funzionare la macchina; in assenza del
direttore, la sua famiglia, gli amici, i visitatori, perfino i domestici. Così com' è
indifferente il motivo che lo muove: la curiosità di un indiscreto, la malizia di un
bambino, l’appetito di sapere di un filosofo che vuole percorrere questo museo della
natura umana, o la cattiveria di coloro che provano piacere a spiare e punire. Tanto
più numerosi sono questi osservatori anonimi passeggeri, tanto più aumentano, per
il detenuto, il rischio di essere sorpreso e la coscienza di essere osservato. Il
panopticon è una macchina meravigliosa che, partendo dai desideri più diversi,
fabbrica effetti omogenei di potere.10
9
10
In francese, “deviazioni” e, translamente “varchi”, “passaggi”
M. Foucault, Sorvegliare e punire, trad. it. Di A. Tarchetti, Einaudi, Torino 1976, pp. 218-220
18
2.3 LA VISIONE SOCIALE DEL CARCERATO
Il detenuto è la persona che subisce la pena detentiva; dunque il criminale che ha
commesso un atto che è in contrasto con le leggi dello Stato, verrà punito con la
limitazione delle sue libertà. Questo fatto causa molte patologie dovute alla
condizione carceraria. Inoltre la ghettizzazione di questi individui li ha resi
invisibili e lontani dalla struttura sociale. Il detenuto che si reinserisce nella società
trova infinite difficoltà a farlo in modo completo. Ciò accede perché nella società
sono insiti meccanismi di rimozione che causano l’estraniamento del detenuto.
Premessa fondamentale per l’analisi della visione che la società ha del detenuto, è
un meccanismo sociale, detto teorema di Thomas, Quest’ultimo afferma che se gli
individui ritengono vera una determinata cosa, questa accadrà realmente nelle sue
conseguenze. La società crea la realtà. Questo principio può essere applicato a tutta
la società. Ad esempio se la figura del detenuto straniero viene stereotipata
attraverso un tipico pregiudizio xenofobo, si formerà la convinzione che tutti gli
stranieri sono delinquenti. Questa convinzione si dimostrerà vera nelle sue
conseguenze; non poiché gli stranieri siano effettivamente delinquenti, ma perché
questi ultimi faticheranno a trovare lavoro e saranno emarginati dalla struttura
sociale e dunque saranno spinti a commettere atti delittuosi per la loro sussistenza.
Il teorema di Thomas si realizza attraverso gli stereotipi, i pregiudizi e i biases.
19
2.5 IL CARCERE COME ESPERIENZA
In questo paragrafo è presentata un’intervista nella quale ho voluto: mettere in
forma pratica nozioni teoriche studiate nel corso dei cinque anni scolastici, nonché
applicare uno degli strumenti d’indagine.
Di conseguenza, questo mi ha consentito di ampliare e arricchire la mia tesina dal
punto di vista dei contenuti. Ma soprattutto, riportando un’esperienza diretta del
carcere, ho potuto ricostruire la vita pratica del detenuto, e allo stesso tempo, ho
potuto meglio chiarire la visione sociale del carcere che a mio parere contribuisce a
renderlo degradato e malsano; il fenomeno della cecità sociale c’impedisce di vedere
ciò che è per noi scomodo. Come il solito la società crea una visione distorta dove la
verità è travisata; i problemi vanno risolti alla radice.
Dunque l’intervista che segue non ha solamente l’intento di descrivere la vita in
carcere; ma cerca di dare anche una risposta alle due domande che muovono il mio
interesse attorno all’argomento.
Siccome si vuole rispettare la privacy dell’intervistato, quest’ultimo rimarrà
anonimo. Si forniranno però i dati necessari per analizzare la posizione
dell’intervistato: un ragazzo, maschio, di circa 25 anni, toscano, con un livello di
istruzione medio-basso e una posizione sociale media.
Per vari reati, che vanno dall’aggressione allo spaccio, ha scontato una pena
detentiva di circa due anni.
L’intervista inizialmente era stata pensata per non essere strutturata, in altre parole
l’intervistato lasciato libero di parlare e soffermarsi su punti ritenuti rilevanti,
spiega l’accaduto in modo autonomo, senza che gli vengano poste domande. Le
uniche domande che vengono fatte in questo tipo di intervista sono sonda: vanno ad
approfondire un argomento che agli occhi dell’intervistatore è maggiormente
rilevante, questo perché chi pone l’intervista ha nella testa già l’obiettivo della
stessa. Per questo motivo deve cercare di non influenzare in nessun modo
l’intervistato. Quest’ultimo risentendo della desiderabilità sociale, è portato a
mentire influenzato dai valori della comunità.
L’intervista doveva anche essere incentrata su entrambi i poli: soggettivo e
oggettivo. L’intervistato in alcuni punti doveva fornire la visione personale dei fatti;
Cercando anche di arricchire il racconto con il significato personale della vicenda e
offrendo giudizi su ciò che era giudicabile. Allo stesso tempo però si chiedeva su
alcuni argomenti di mantenere una visione oggettiva che rispecchiasse il più
possibile uno sguardo distaccato e disinteressato.
Quelli che erano gli obiettivi dell’intervista, però, non sono stati capiti
dall’intervistato; anche se nella parte del contatto iniziale ho cercato di chiarire i
miei intenti. Purtroppo però l’intervistato non ha potuto collaborare in modo
ottimale, non avendo la possibilità di comprendere ciò che è una tesina oltre che un
liceo, delle scienze sociali.
Dal punto di vista comunicativo però, l’intervista, è molto interessante; infatti, ciò
che emerge da un’attenta analisi della comunicazione è completamente l’opposto di
ciò che effettivamente l’intervistato vuole comunicare; a mio parere, influenzato
20
dalla desiderabilità sociale. Questo è verificabile in alcuni punti: nella prima parte,
dove si parla della gerarchizzazione del sistema; questa viene negata
dall’intervistato che però risponde alla domanda dicendo “basta farsi le amicizie
giuste e gli affari propri e vai tranquillo.” Questo però è incoerente con
l’affermazione che il sistema carcerario non è gerarchizzato. Dalla sua
comunicazione emerge anche una certa rilevanza che da al suo crimine,
enfatizzando ciò che ha fatto, definendosi al di sopra dei ladri di polli; dunque da
qui emerge un’ulteriore gerarchizzazione del sistema carcerario, questa colta però,
basato sulla gravità del crimine.
Si può inoltre notare che: quando l’intervistato parla del suo/suoi crimini, durante
tutta l’intervista, sembra essersi pentito di ciò che ha fatto, ricorrendo sempre a
rilevare la gravità del suo crimine. Sul finire però, alla domanda se avesse
intenzione di reiterare il suo comportamento, lui risponde, che in parte la fa usando
un po’ di più il cervello. Queste due affermazioni, il pentimento e la reiterazione del
comportamento, si trovano in contrasto.
Infine, durante l’intervista, alla domanda chiave di come si arrivi alla devianza la
colpa viene addossata alle brutte compagnie; invece, l’intervistato, fuori dalla
registrazione, raccontando come aveva iniziato a spacciare, dice di aver trovato un
barattolo con mille pasticche, in un giardino. Con queste era riuscito a guadagnare
più di 10.000 euro in tre settimane. Questa cifra che inizialmente sbalordì anche
lui, gli consentì di proseguire sulla strada ormai tracciata; questa logica tipicamente
imprenditoriale capitalista applicata a un business delle pasticche.
Verrà da seguito integralmente riportato il testo dell’intervista:
………..Non so come iniziare…..allora…praticamente ti ritrovi in quel posto li….e
ti piglia proprio male…..non male di più….stai li…stai chiuso….fai niente. Il
mangiare fa schifo, neanche i cani se lo mangiano. Stai sempre chiuso li, quasi tutto
il giorno, esci un’ora.
--Si… questo è importante, puoi spiegarmi come funziona?—
Si, un’oretta la mattina e due ore il pomeriggio…e basta. Cioè, la giornata è sempre
uguale:
alzati, fai il caffè…
--quindi è possibile anche essere autonomi in alcune cose?—
Te lo puoi fare, te lo portano, tipo il caffè è acqua nera, un bicchiere, sembra
gasolio, uno….
….è un troiano. Io mi facevo la spesa…mi compravo tutto.
--Al meno in fatto di nutrizione uno è indipendente, come è organizzata questa
cosa?—
Si, c’è lo spesino, te c’hai un libretto, e viene, non so, tua mamma, quando fai i
colloqui e ti lascia i soldi, però te soldi in mano non ce n’hai.
--capito—
21
Eh….niente ti arriva lo spesino, tu gli dici che vuoi, la pasta, caffè, sigarette, tutta
sta roba qui;
E ti fa la spesa, te la tieni li e se ti puoi fare qualcosa, tu te lo fai.
Ti alzi la mattina, ti pigli il caffè, aspetti che ti vengano ad aprire. Poi… ti guardi un
po’ di televisione. E cerchi sempre di non pensarci.
-- e se ci pensi?-Se ci pensi ci svalvoli, ci svalvoli.
( il discorso viene cambiato a causa di un suo messaggio non verbale che faceva
intendere disagio.)
-- All’ interno del carcere hai trovato una struttura gerarchizzata? Ovvero c’è tra i
detenuti una scala di potere?-….No, ….no…li lo sai come funzionava, io mi facevo i cazzi mia e punto. Basta
farsi le amicizie giuste e farsi li affari propri; e vai tranquillo. Oddio, gente esaurita
c’era, parecchi……………. Pazzi, esauriti.
-- quindi tu pensi che sia utile, questo, come metodo per il recupero dei detenuti ?Le possibilità sono due: o ti raddrizzi del tutto o ti storgi ancora di più. Non c’è la
via di mezzo.
-- ma la possibilità c’è?!?-Si!! La possibilità c’è, la maggior parte… O ti raddrizzi del tutto, nel senso che sei
un altro; è difficile, se no ti storgi ancora di più, fai ancora più danno, appena esci
fai danno e basta. La maggior parte delle volte è così.
--il rapporto con le guardie?—
Eh… c’è il buono e il meno buono….ci sono quelli bastardi proprio di brutto ci sono
anche quelli più tranquilli, cioè, dipende dalla persona.
PAUSA
-- pensi che il carcere venga anche usato per comodità da qualcuno o chiunque
cerca di evitarlo?-Certa gente ci va anche per comodità, extracomunitari, d’inverno sono fuori casa,
stanno male fuori;
allora si mettono a fare qualche furtarello, qualche minchiata, si fanno arrestare
prendono tre o quattro mesi, cinque. Aspettano l’estate e escono.
Gente che ci stà bene c’è, anche. Io no.
-- pensi che la gente, quando esce, intenda continuare a commettere reati?-22
Qualche d’uno si, qualche d’uno no.
-- insomma secondo te questo sistema carcerario non permette il recupero dei
detenuti?
No.
-- e dal punto di vista dell’organizzazione, la pena può ancora consistere in
questo?-No, a me garba poco; si diciamo…. È una punizione ma ti porta a fare ancora
peggio.
Tipo sai come funziona?
Te entri li no?…all’inizio ti spaventa, poi dici: “a me mica mi fa più paura stare li,
mangio bevo dormo, non faccio nulla dalla mattina alla sera, spesato, paga lo
stato.” C’è gente che non la spaventa più il fatto di andare li…se prima faceva 1 con
la paura poi fa 10 alla grande.
-- avevi la possibilità di studiare?-Dipende dai carceri, tipo a Firenze, Torriciano c’era la scuola….ma chi è che va a
scuola?
-- non sei obbligato-No, se ci vuoi andare bene se no ti devi fare tutta la mattina di….c’è la palestra, c’è
la scuola, c’è tutto.
-- c’è criminalità in carcere? Come spaccio…
Si, droga? Hai voglia!!!!….Quanta te ne pare. C’è ne più che fuori.
--…prostituzione?—
No, questo no, proprio no. Ma neanche con il cannocchiale le vedi.
-- fra extracomunitari e italiani c’è rivalità, ci sono risse, discriminazioni dovute
alla razza?-qualche volta si… si scannano per una cipolla, ma davvero, c’è di tutto. Per una
cipolla, una sigaretta si scannano.
-- secondo te come si arriva al crimine?-Eh la motivazione…vai fuori ma di brutto. Cioè io mi alzavo, la mattina pasticche,
pomeriggio pasticche, sera pasticche e dopo parti con la testa e inizi a fa’ danno.
L’esagerazione.
-- dipende anche dalle compagnie di amici?-23
Si, son cresciuto un po’ con gente…
-- aspettando il processo sei rimasto dentro?-Si da subito, ho aspettato il processo per cinque, sei mesi;
prima c’erano le indagini, poi dovevan fissare la data del processo e alla fine tu devi
aspettare il verdetto…
-- Sei riuscito ad ottenere qualche sconto sulla pena: tipo condizionale ecc. -No, io la condizionale me la sognavo proprio, no no non, son coglionate. Quella la
danno ai ladri di polli, a gente………PAUSA………troppi acidi.
-- quindi il tuo è un accumulo di cose o c’è un fatto particolare?-No, accumulo, parecchi reati: uno fa questo, quello.
-- come ti hanno preso?-Mi sono stati dietro un anno, telefono controllato, cimici.
Una mattina ero a letto, sento suonare il campanello alle quattro e mezza, le cinque;
nel sonno ho pensato che fosse la mia ex.
“PUO’ APRIRE?”
gli ho chiesto: “certo” –in borghese, no?- “buongiorno, che volete?”…ehehehehehe
“POLIZIA, POLIZIA: DOVE LE HAI MESSE LE PASTICCHE?”
“non c’ho nulla infatti.”
Mi hanno buttato all’aria tutta la casa, poi mi portarono in questura e dalla
questura via…..
-- quindi tu assolutamente non te lo aspettavi, per te è successo da un giorno
all’altro?-No: è così, una mattina ti vengono a chiappare…aspettano così tanto tempo anche
per avere più cose contro di te, poi vengono la mattina presto così son sicuri di
trovarti in casa.
-- insomma: il carcere lo vedi come una cosa negativa sia dal punto di vista
dell’organizzazione che della funzione che svolge?-No no no. Sai comè; una volta mi faceva male la gola vado dall’infermiera e non mi
da la pasticca per il mal di gola, sai che m’ha dato?, tachipirina, supposta. Le ho
detto: “Ma che ci devo fa’, ho mal di gola.” Eheheheheheheheh.
Loro fanno tutto…quadrato. Danno la tachipirina per tutto.
Il dentista…mammamia. A me m’ha rifatto questo dente qui…ma io son stato
fortunato. Io ho visto gente. Tipo tu vai perché ti fa male un dente non è che te lo
ottura, o che. Te lo strappa e basta, come niente. Sangue, tamponi dappertutto.
Stavo facendo la fila e c’era uno prima di me, mi guarda e mi fa: “tanti auguri”.
24
Eheheheheheheheheh. Sono entrato da sto qui e gli ho detto: “oh, non mi toccare”.
Volevo torna’ indietro.
-- E’ possibile anche lavorare all’interno del carcere?-Si, puoi lavorare li dentro, scopino, che ne so, il porta vitto o sennò lo spesino.
Puoi lavorare in cucina: gente più privilegiata.
-- E dopo: quando sei uscito?-Quando sono uscito: son stato un anno e mezzo chiuso in casa, agli arresti
domiciliari; non mi passava più. Però già era meglio, perché, c’ avevi il computer, la
televisione.
Non potevo neanche vede’ la mia ragazza; veniva di nascosto, la chiudevo dentro
l’armadio. Non c’è verso. All’inizio non potevo vedere nessuno poi pian piano…
-- Come ti tengono sotto controllo?-E….vengono a suona’ il campanello, veniva la pattugli a controllare se sei in casa.
Mi trovavo la pattuglia sotto casa certe volte e fin che non ti affacci rimangono lì.
-- pensi che il verdetto sia stato imparziale?-Mi è andata di lusso: io dovevo essere condannato a nove anni. Poi giovane età,
incensurato ecc. ecc. me ne son presi cinque. Ho preso l’indulto che mi mancavano
due anni, dieci mesi e ventisei giorni.
Io, quando ha vinto l’Italia ero in carcere, me la stavo guardando. Vedevo tutta la
gente divertirsi fuori, io lì come uno scemo chiuso là.
-- in quel momento ti sei pentito?-Logico. Però quella è la testa…quando parte. È l’esagerazione su tutto. Sei fuori,
mamma mia.
-- quindi tu non lo rifaresti?-No, certo che così no, un po’ ma sempre col cervello. Senza fa’ danno.
-- e ora per trovare la voro pensi di essere svantaggiato?-No, no. Lavoro già. Anche perché ero obbligato.
25
3.1 IL CONCETTO DI DEVIANZA E LE
TEORIE
Il concetto di devianza
La devianza può essere definita come “non conformità a una data norma o a un
complesso di norme che siano accettate da un numero significativo di individui
all’interno di una comunità o società” (Ardigò). Il concetto di devianza può però
cambiare in rapporto al tempo e al luogo in cui la definizione viene espressa.
Da un punto di vista sociologico “non esiste un atto ‘di per sé’ deviante, ma esiste
una definizione sociale di ciò che è conforme e di ciò che è deviante, in riferimento
a uno specifico sistema culturale e normativo, modificando il quale viene
modificata anche la definizione di devianza” (Barbero).
Perciò l'oggetto di studio non può esimersi dall'analisi delle più comuni teorie
sociologiche sul tema della devianza.
Si analizzano alcune teorie sociologiche al fine di mettere in evidenza l’evoluzione
del concetto di devianza; per metterlo in relazione con la comunicazione patologica
all'interno del carcere e tra questo e la società.
Nessuna teoria offre una interpretazione esauriente delle cause e delle conseguenze
della devianza, ma ciascuna propone una chiave di lettura utile e complementare.
La sociologia classica ha lasciato spazio a nuovi indirizzi di ricerca pur mantenendo
indiscusse le nozioni pratiche ereditate dalla tradizione sociologica come normalità
o patologia, devianza e controllo sociale, anomia e marginalità.
Cesare Beccaria (1738-1794) e altri autori ispirati da questi orientamenti,
rappresentano il primo sistema coerente di pensiero criminologico e un movimento
di riforma contro il sistema penale in vigore: alla crudeltà e arbitrarietà di
quest’ultimo oppongono l’adesione ai diritti individuali naturali propri
dell’Illuminismo in virtù dei quali tutti gli uomini sono uguali. Influenzato dalle
idee dell’Illuminismo e convinto della dignità e della ragione dell’uomo, Beccaria
sostiene lo sviluppo in senso umanistico del sistema legale e della giustizia penale.
Per Beccaria ogni uomo è responsabile delle sue azioni perché libero di scegliere,
ma ogni uomo cerca anche il proprio interesse e il proprio piacere pregiudicando
gli interessi degli altri.
“Le leggi sono le condizioni, colle quali gli uomini indipendenti e isolati si unirono
in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere di una libertà
resa inutile dall’incertezza di conservarla. Essi ne sacrificarono una parte per
goderne il restante con sicurezza e tranquillità. La somma di tutte queste porzioni di
libertà sacrificate al bene di ciascuno forma la sovranità di una nazione (ed il
sovrano è il legittimo depositario ed amministratore di quelle) …” (Beccaria)
La scuola positiva di Lombroso (1835-1909) e Ferri (1856-1926), fondandosi su
ricerche e studi antropometrici, pone l’accento sul carattere biologico dei
comportamenti devianti: alcune persone nascono con tendenze criminali, retaggio
di un tipo più primitivo di essere umano.
Con Durkheim l’analisi dei comportamenti devianti inizia a riferirsi per la prima
volta, in modo sistematico, ai soli fattori sociali: l’oggetto della sua sociologia è
26
l’influenza della coscienza collettiva sulla natura del legame sociale. “Le attività con
cui gli uomini discriminano tra il bene e il male sono fatti sociali, analizzabili
sociologicamente.” Nella società moderna i valori e le norme tradizionali vengono a
mancare senza essere sostituiti da altri: l’anomia che si verifica quando non ci sono
valori ben definiti crea negli individui un senso di ansia e di disorientamento che
porta alla devianza. Nietzsche classifica questa crisi di valori con il nome di
nichilismo.
Vi sono tre approcci distinti alla sociologia della devianza: quello della Scuola di
Chicago, quello funzionalista (che verrà spiegata nel cap. 5 par. 1) e quello ispirato
all’interazionismo simbolico.
3.1.1 La Scuola di Chicago
Studiosi e ricercatori accomunati dalla volontà di creare una sociologia empirica
capace di analizzare le trasformazioni sociali in atto provocate dallo sviluppo
economico e industriale.
Le persone devianti vengono sempre analizzate nei termini della loro storia di vita.
Ogni comportamento, anche quello deviante, dipende da una pluralità di fattori che
guidano l’individuo verso scelte sempre più vincolate e ristrette..
3.1.2 L’interazionismo simbolico
L’importanza di questa teoria risiede nel passaggio da un’ottica
macrosociologica a una microsociologica.
L’uomo, al di fuori della società, non può avere nessuna comunicazione
significativa con altre persone (cosa che sta alla base del gruppo e dell’ordine
sociale). L’uomo è quindi un essere sociale e i suoi comportamenti sono determinati
dall’ambiente sociale più che dalla struttura fisica e psichica del soggetto. Un autore
che si ispira all’interazionismo simbolico pur senza aderirvi completamente è
Goffman (1922-1983). Egli enfatizza i sistemi di controllo sociale come uno dei
fattori alla base del costituirsi di una mentalità deviante. La genesi della devianza e
soprattutto la sua stigmatizzazione sarebbe rinvenibile soprattutto nelle strutture
(carceri, ospedali psichiatrici, riformatori) preposte dagli apparati del controllo
sociale alla risoluzione di comportamenti non convenzionali. Come Durkheim e
poi Parsone (vedi cap. 5 par. 1), anche Goffman ritiene che l’individuo sia inserito
in un universo di norme da cui deriva l’ordine sociale. Egli vede però la devianza
come naturale, perché l’esistenza stessa di norme morali implica la possibilità della
trasgressione e perché le norme sociali sono spesso contraddittorie e ambigue.
3.1.3 La Labeling Theory
Uno dei più importanti approcci alla comprensione della criminalità è noto come
teoria dell’etichettamento (labeling theory). Nato negli Stati Uniti tra gli anni ’60 e
’70, deriva dall’approccio micro-sociologico dell’interazionismo simbolico.
I sostenitori di questa teoria interpretano la devianza non come insieme di
caratteristiche relative a individui o gruppi: la definizione di un comportamento
come criminale, dipende dalla definizione normativa che, in una data società in un
dato tempo, viene attribuita, al determinato comportamento stesso. La definizione
normativa data considera un comportamento reato o No.
La teoria dell’etichettamento è importante perché parte dall’ipotesi che nessun atto è
intrinsecamente criminale. Le definizioni di criminalità sono dettate dai detentori
del potere attraverso la formulazione delle leggi, ma una volta ricevuta l’etichetta di
“devianti” il trattamento che ne consegue influenza e rafforza la devianza
originaria.
27
3.2 NORME SOCIALI:
L’ appartenenza e l’esclusione sociale,
la trasgressione.
In ogni società umana, sia a livello statale che a quello familiare, esistono regole
che, se violate, possono provocare atteggiamenti di riprovazione o di intolleranza.
L’esistenza di regole, la necessità o opportunità di osservarle, il loro mutamento
sono oggetto di studio così come i cosiddetti “comportamenti devianti”, la
violazione e non osservanza delle regole. Le loro cause sono riscontrabili nel
comportamento personale e sociale. La sociologia guarda con interesse al concetto
di “norma”, inteso come “indicatore di una prescrizione nuova al quale approda il
processo di mutamento sociale e alla cui formazione concorrono le diverse agenzie
sociali” (Demetrio).
Nella prospettiva relazionale la norma sociale regola i comportamenti umani dal
punto di vista della necessità di integrare mezzi e fini di diversi attori sociali entro
un orizzonte di valori e significati socialmente condivisi (Gallino).
Attraverso l’acquisizione delle norme l’individuo compie quanto si aspetta da lui il
gruppo di appartenenza. Il sociologo Summer, ha proposto una classificazione
delle norme a seconda del grado di formalizzazione che esse assumono. Le norme si
dividono in tre grandi categorie: i folkways, o costumi di gruppo, sono i
comportamenti tramandati su cui l’individuo esercita poca riflessione e che, se
trasgrediti, non implicano particolari sanzioni; i mores, regole morali, sono più
persistenti, riconducibili a principi di ordine etico e prevedono, nei confronti dei
trasgressori, provvedimenti punitivi. Infine vi sono le stateways, o norme
giuridiche, come le leggi o le altre regole formali.
I concetti di appartenenza ed esclusione sociale rappresentano due idee
fondamentali per capire il destino degli individui. L’appartenenza (membership) a
una società permette ai suoi membri di godere della distribuzione dei bene dei
servizi che da essa dipendono; solo gli individui appartenenti a una comunità
ricevono status e identità sociale. La negazione dell’appartenenza rappresenta
l’inizio di un percorso di esclusione sociale arrestabile solo con il ripristino dei
diritti e dei doveri di appartenenza. Fondamentale è il concetto di consenso,
intendendo per “consenso (sociale) uno stato di rapporti (in una collettività)
caratterizzato dal fatto che i componenti singoli di quella collettività – o almeno la
maggioranza di essi – accettano di vivere orientandosi secondo comuni valori e
confortano della propria (razionale) adesione, del proprio supporto attivo e passivo,
le maggiori istituzioni pubbliche e le autorità politiche…Il dissenso non è di per sé
devianza. Ciò se per devianza intendiamo non solo lo scostamento dalla conformità
su valori, mete, norme e procedure socialmente proscritte o proferite, ma
soprattutto la violazione di determinate norme, e di aspettative altrui, ritenute legali
e legittime dalla maggioranza dei componenti una collettività” (Ardigò)
Le comunità rispondono alla realtà del conflitto auto-organizzandosi a livello di
28
partecipazione o allontanamento delle dinamiche conflittuali, dando origine a
comportamenti collettivi e a rappresentazioni sub-culturali che presiedono alla
diffusione di nuovi valori, stili di vita, credenze.
3.2.1 La trasgressione
Il dizionario Devoto G., Oli , G.C. alla voce "trasgredire" riporta: «oltrepassare,
deliberatamente o sventatamente, i limiti imposti da una norma, da una legge, da
un particolare rapporto di dipendenza». La trasgressione si pone, con la proibizione,
in un rapporto di complementarietà: la trasgressione esiste poiché c'è un limite da
oltrepassare. Nel saggio di Patrizia Querini (Querini, 1995) ci si domanda se il
limite esista solo nel momento stesso in cui viene violato e non si esaurisca proprio
nell'attimo in cui avviene la violazione. L'importante non è l'oggetto della
trasgressione ma l'atto stesso del trasgredire.
In tal senso si definisce trasgressivo anche l'atteggiamento eccentrico, ad esempio
un abbigliamento, un modo di comunicare che si discosta dalle modalità di
procedere più consuete.
Scrive il Dott. Aparo: "L'impulso a trasgredire sembrerebbe sempre riconducibile
alla seguente formulazione: va oltre i confini designati da una regola colui che, per
una combinazione di ragioni interne e ambientali, non trova o non sa riconoscere,
all'interno dello spazio già codificato e che si ha a disposizione, le condizioni
sufficienti per dare corso alla sua esigenza di crescere e di trasformare la realtà
entro cui riflettersi. In altri termini, l'atto della trasgressione nasce come risposta
all'esigenza di avere uno spazio per cercare, per delineare un’identità personale
che, nello spazio di cui il soggetto dispone, non si riesce ad esprimere. I codici
espressivi della pittura, della musica, della poesia vengono disattesi quando l'artista
o il poeta ha dei contenuti da esprimere che non possono o non vogliono codificare,
cioè rappresentare adeguatamente, servendosi degli strumenti e dei codici espressivi
di cui dispongono."
Nell'adolescente il
bisogno di trasgredire sembra legato al processo di separazione e d’individuazione
sia rispetto alla perdita dell'identità di bambino per conquistare quella d’adulto, sia
rispetto alla perdita del "mito" del genitore perfetto che è stato sua guida.
Quando la trasgressione diventa esasperata si trasforma in devianza.
Trasgredire può anche avere un'accezione positiva qualora passi attraverso un
processo di cambiamento: dalla patologia intesa come coazione a ripetere, come
avviene per le persone tossicodipendenti, alla capacità di riappropriarsi della
propria creatività e farla riemergere.
29
3.3 DEVIANZA E COMUNICAZIONE
“Il rapporto tra comunicazione e devianza non è nuovo negli studi sociologici e
psicologici. (…) L’insistente domanda di senso avanzato nei confronti degli apparati
simbolico-normativi delle società complesse, con un crescente bisogno di
tematizzazione della sfera dell’intersoggettività, ha stimolato il passaggio da
un’ottica di tipo eziologico sulla devianza ad un’ottica centrata sulla comunicazione
come matrice sociale della devianza stessa” (Nasca). Le teorie della “reazione
sociale” o del “labelling approach”, derivate dell’etnometodologia e
dall’interazionismo simbolico, focalizzano l’attenzione sul carattere processuale,
d’interazione, dell’atto deviante, studiando quindi la devianza come processo
interattivo tra soggetti.
E’,quindi, la comunicazione (la definizione pubblica e l’assegnazione ufficiale di
uno stigma) a determinare di fatto la devianza; non è l’atto commesso a definire la
persona deviante ma l’interazione con le persone che hanno potere su di lei. Le
forme istituzionalizzate di controllo, come il carcere, sono il luogo dove è
maggiormente percepita la stigmatizzazione e la struttura sociale dell’identità.
30
4.1 LA COMUNICAZIONE IN CARCERE
“L’idea di un giornale che “raccontasse” il carcere è nata nel 1997 nell’ambito di
un’attività di rassegna stampa: ci rendemmo conto che le notizie che i maggiori
giornali diffondono sul carcere spesso non hanno un reale riscontro con quella che
è effettivamente la vita in carcere. Certamente, di tanto in tanto, qualcuno più
attento fa qualche sforzo per centrare veramente il problema, senza ricorrere
troppo ai luoghi comuni, ma notizie che potessero essere utili sia per chi è detenuto
sia per chi in carcere lavora, sono veramente poche. Volevamo svolgere anche un
servizio d’informazione interna, che informasse i detenuti sugli avvenimenti e le
opportunità che si verificano nell’Istituto.
Ma i problemi del carcere non si risolvono né si esauriscono al suo interno, il
coinvolgimento di chi sta fuori è essenziale, e l’importanza di far conoscere
all’esterno la nostra vita fu presto chiara: capimmo che per farlo dovevamo usare
un linguaggio semplice e diretto, comprensibile da tutti, perché anche quella
linguistica può essere una barriera che contribuisce a mantenere il carcere
nell’isolamento sociale e culturale.”
(La redazione di Ristretti orizzonti11)
Isolamento e non-comunicazione sono stati per anni caratteristiche peculiari della
pena detentiva: la collocazione degli istituti in luoghi ameni ma difficilmente
raggiungibili, quali le isole, ne sono un esempio.
“L'isolamento dei condannati garantisce un esercizio su di loro, col massimo di
intensità, un potere che non sarà bilanciato da nessun'altra influenza; la solitudine è
la condizione primaria della sottomissione totale” (Foucault, 1976, p.258). “Per
tutti [i carceri], vecchi e nuovi, intorno c'è un'impalpabile, ma ugualmente reale,
cintura di sicurezza, una sorta di terra di nessuno, una spessa cortina fatta di
barriere materiali e psicologiche che fanno essere il carcere una struttura fuori dal
mondo, una sorta di extraterritorialità, una realtà pesantemente estranea”
(Benigni).
Analizzando l’istituzione carceraria si possono riscontrare tre differenti livelli di
comunicazione: il modo in cui l’esterno guarda il carcere; il modo in cui il carcere
guarda l’esterno; i rapporti interni alla realtà penitenziaria.
Quando l'esterno comunica col carcere, spesso lo fa con un'ottica distorta,
percependo l'istituto penitenziario come altro da sé, come una realtà disumana,
lontana, quasi da esorcizzare: il carcere è presente come monito e deterrente.
"Sono il carcere, il manicomio (…) quei significanti e quegli spazi semantici della
paura, quegli orribili fantasmi, che l'ideologia ufficiale deve allo stesso tempo
11 Rivista dalla Casa di Reclusione di Padova e dall’Istituto Penale Femminile della Giudecca.
Registrazione al Tribunale di Venezia dell’11 gennaio 1999.
È un bimestrale (più un numero speciale all’anno: nel 2006 lo speciale è stato dedicato all'informazione, nel 2005 ad un progetto
di prevenzione alla devianza che si è sviluppato in alcune scuole superiori padovane, nel 2004 al tema delle misure alternative alla
detenzione, nel 2003 al tema del lavoro in carcere, nel 2002 al tema degli affetti, nel 2001 alle donne detenute, nel 2000 agli
stranieri detenuti).
31
esporre in bella mostra e rendere misteriosi affinché possano scatenare i
meccanismi sociali della paura e produrre autocensura" (Curcio, Franceschini).
Lo sguardo dall’interno e l’impenetrabilità dall’esterno fanno sì che il carcere
diventi sempre più un elemento dell’immaginazione.
La società esterna è spesso percepita dai detenuti come una realtà lontana da loro e
indifferente ai problemi di chi si trova all'interno dell'istituto penitenziario. Il
mondo esterno è visto, più che nell'ottica di un reinserimento, "come un'entità in cui
e contro cui rivalersi domani delle deprivazioni subite" (Nasca). In parte anche il
personale penitenziario, cui la società delega la custodia dei detenuti, sente il peso
dell'isolamento in cui spesso viene lasciato operare.
La difficoltà della comunicazione tra interno ed esterno si riflette sui canali e sulle
modalità dei mezzi di comunicazione all'interno del carcere che risultano limitati,
stereotipati e prefissati "più di quanto sarebbe lecito aspettarsi" (ibidem).
In carcere ogni richiesta, da un acquisto a un colloquio col direttore o con un
operatore penitenziario,deve essere autorizzata tramite la prassi della "domandina":
"Una volta compilata, la "domandina" va dallo scrivano, che la mette in fila, al
capoposto (la lettura è prerogativa di due, tre agenti), poi al brigadiere, che la passa
agli "uffici addetti" (telegrammi o conti correnti per gli acquisti), poi di nuovo agli
agenti, alla firma del direttore, di ritorno al brigadiere, eccetera.
Un momento fondamentale del posizionamento del detenuto in carcere è la
fabulazione. (Serra): egli "non solo ha bisogno di raccontare a se stesso la propria
favola e di inventarsi una via d'uscita che gli sia favorevole, ma ha anche il bisogno
di raccontare agli altri una favola che gli garantisca una particolare inserzione nel
gruppo degli altri detenuti" (Serra). Spesso la fabulazione riguarda la vita
precedente l'ingresso in carcere, la parte di vita, solitamente, incontrollabile dagli
altri, e quindi rientrante, senza possibili smentite, nell'immagine che ciascun
detenuto vuol dare di sé.
In carcere, come in ogni altra situazione di interazione, tutto ha valore di
messaggio: l'istituzione invia messaggi all'interno tramite ricompense o
punizioni;questo metodo è ripreso dalla teoria del condizionamento classico. I
detenuti comunicano la loro condizione tramite il silenzio o la parola, l'opposizione
o l'adattamento, l'attività e la partecipazione al "trattamento" o la protesta e
l'inattività, talvolta anche tramite scioperi della fame o autolesionismo. In carcere si
protesta tramite scioperi quali "lo sciopero del carrello", il rifiuto del cibo offerto
dalla direzione (optando per cucinare in proprio) o lo "sciopero dei lavoranti",
l'astensione dal lavoro dei detenuti con mansioni interne come cucina, contabilità,
pulizie, costringendo diverse amministrazioni a ricorrere a servizi di aziende
esterne. La protesta più "classica" è la "battitura", il provocare rumore battendo le
pentole sulle sbarre "perché l'eco della protesta giunga fuori, ad ogni ora del giorno
e della notte". A tal proposito Toy Racchetti, direttore del giornale Facce & Maschere
del carcere San Vittore a Milano, ritiene che "il rumore non è comunicazione, è una
cosa ben diversa. La produzione di rumore è abbastanza fine a se stessa, sterile.
Allora è importante il tentativo di passare dal rumore alla comunicazione, quando
comunicazione diventa storia individuale, raccontata attraverso il confronto con gli
altri, perché i momenti di progettazione del numero di giornale sono la raccolta
delle storie individuali, su cui diverse persone si confrontano, si ascoltano, si
riconoscono e condividono anche aspetti comuni. La storia individuale diventa una
storia collettiva, una storia spesso di un diritto collettivamente calpestato, negato o,
32
speriamo, ancora da conquistare."
Ogni comportamento in carcere, più ancora che all'esterno, è finalizzato a
comunicare qualcosa perché la comunicazione "regolare" è falsata dal contesto
artificiale. "L'impossibilità di non comunicare" mette in luce numerose situazioni di
comunicazione patologica (Nasca). In ogni contesto in cui si voglia, o si debba,
evitare l'impegno inerente a ogni comunicazione, e il carcere ne è un esempio, si
hanno tentativi di non comunicazione. Vi sono differenti reazioni: la
comunicazione può essere rifiutata, accettata o squalificata.
Nel contesto carcerario, caratterizzato dalla mancanza di spontaneità, il rifiuto
diventa pressoché impossibile. La tecnica più ricorrente è la squalificazione che
porta a invalidare le comunicazioni proprie o altrui: fanno parte di questo
atteggiamento il contraddirsi, il cambiare argomento, il non completare le frasi o
l'essere incoerenti, il fraintendere, il dare un'interpretazione letterale delle metafore
e un'interpretazione metaforica di osservazioni letterali. Questo comportamento
risulta spesso l'unico possibile in un contesto comunicativo insostenibile. Partendo
dall'idea che un messaggio abbia un livello di contenuto e uno di comando o di
relazione, in un contesto relazionale "sano" il livello di contenuto occupa una
posizione centrale. In un sistema che presenta, invece, una relazione no n
spontanea, l'aspetto di comando o di relazione del messaggio risulta fondamentale
perché cela una costante lotta per definire la natura della relazione. Vi sono
messaggi da parte dell'istituzione che non vengono recepiti, come nel caso di attività
promosse a beneficio dei detenuti ma da essi ignorate. C'è una continua
metacomunicazione, un continuo scambio, cioè, di messaggi sulla comunicazione,
che però non può quasi mai essere esplicita.
Il detenuto, di fronte alla definizione di deviante che il carcere gli attribuisce,
risponde con tre tipi di relazione: la conferma, adattandosi alla nuova identità, non
riconoscendo quindi l'identità attribuita e scontrandosi così con una realtà che si
manifesta insostenibile perché forzata; la disconferma, rifiutando, con il
comportamento non verbale, la relazione con l'altro.
Poiché la comunicazione verbale risulta fortemente condizionata e ritenuta
rischiosa per i detenuti, la comunicazione non verbale risulta un canale necessario
poiché, "essendo l'uso del linguaggio, per motivi diversi, più o meno problematico e
difficoltoso, si fa riscontro per necessità, a modalità espressive alternative meno
soggette a limitazioni, censure e distorsioni di vario tipo" (Serra).
Santoloni parla di due tipi di comunicazioni in carcere: quella orizzontale e quella
verticale. La prima coinvolge i soli detenuti, la seconda si riferisce ai messaggi
scambiati tra le persone recluse e lo staff istituzionale, tutte le figure che operano
nell'istituzione (agenti di polizia penitenziaria, direttore, educatore, psicologo,
assistente sociale, medico, cappellano). Per quanto concerne la comunicazione
orizzontale, nel momento in cui entra in carcere il detenuto cerca contatti con le
persone che hanno commesso il suo stesso tipo di reato e avvia una comunicazione
che ha lo scopo di integrarsi, di farsi accettare nel gruppo dei pari. La
comunicazione verticale, spesso impersonale e legata a ruoli, stereotipi e reciproci
pregiudizi, risulta carica di tensione, soprattutto per le persone recluse, per cui il
canale non verbale diventa il mezzo privilegiato per esprimere disagio e
frustrazione. Secondo l'assioma per cui la comunicazione si dice simmetrica se
basata sull'uguaglianza e complementare se basata sulla differenza, risulta evidente
che il carcere presenti un'interazione prettamente di tipo complementare.
33
La gerarchia sottolinea la distinzione tra le posizioni up, caratterizzate dall'essere
superiori e primarie e le posizioni down, poste su un piano di inferiorità e
dipendenza. Si riscontrano, però, comunicazioni complementari non solo tra
istituzioni (up) e detenuti (down) ma anche tra il personale e tra i detenuti stessi. Le
relazioni di tipo complementare sono molto frequenti in carcere, con rigide
posizioni up e down: le disconferme del sé accentuano il senso di
autoestraneamento e depersonalizzazione tipico di molti detenuti alla ricerca di una
propria identità.
34
5.1 IL CROLLO DELL’IMPERATIVO
FUNZIONALE:
Le teorie funzionaliste:
Le radici del funzionalismo si ritrovano già dalla nascita della sociologia, con la
maturazione della consapevolezza sociologica, grazie a Saint-Simon e Comte.
Durkheim, autore degli studi sull’anomia che porta al suicidio, è stato il primo a
gettare le basi per un metodo di indagine funzionale. Di fronte ad un’istituzione
sociale gli individui si devono chiedere quale funzione essa svolge.
Da questi primi studi si sviluppa la corrente funzionalista che vede nelle società un
sistema funzionale, le varie istituzioni sono organizzate organicamente in modo da
mantenere l’omeostasi, l’equilibrio, come un organismo vivente.
I più grandi contributi al funzionalismo sono stati dati dai due sociologi Parson e
Merton. Parson ha sintetizzato l’organizzazione funzionale dei sistemi sociali nel
modello Agil . Ogni società deve rispondere a quattro problemi fondamentali o
“imperativi funzionali”.
A
G
Di adattamento
Di raggiungimento dei fini
Di mantenimento dei modelli
latenti
Di integrazione
L
I
La funzione adattativa risponde al problema di ricavare dall’ambiente sufficienti
risorse e di distribuirle nel sistema. Questa funzione è svolta dalle istituzioni
economiche. Il potere che prende le decisioni nella società deve orientare il proprio
operato verso il raggiungimento dei fini prefissati.
La società ha bisogno anche di integrazione, in altre parole la necessità di tenere
tutti i membri uniti e coordinare le loro azioni evitando disordini. Questa funzione
è affidata al sistema giuridico che è incaricato di controllare il rispetto delle regole e
sanzionare i comportamenti devianti.
I modelli latenti consistono in quella parte del funzionamento del sistema sociale
che dipende dal mondo interiore degli individui. Il sistema deve assicurarsi che i
singoli conoscano le regole, che siano motivati a rispettarle, ne condividano il
valore; alcuni modelli forniti dalla società sono latenti, ci sono ma non vengono
messi i pratica, a meno che non ce ne sia il bisogno. Questi modelli sono forniti
dalle istituzioni educative religiose e famigliari.
35
Secondo Parson i quattro imperativi funzionali non si ritrovano solo nella grande
istituzione sociale in senso generale, ma ogni istituzione possiamo scomporla nelle
suddette quattro funzioni.
Questo modello, però, ha diversi limiti, è adattato alla società americana, non in
tutte è così, ed è un po’ troppo superficiale, lascia imprecisate molte cose oltre a
mantenere una chiara visione positiva e ottimista.
Parson non tralascia la devianza sociale, la mette però in secondo piano,
definendolo un fenomeno scontato. Il suo modello ha bisogno del contributo di tutti
gli individui che vivono nella società, infatti, essi si devono conformare a un
modello funzionale del genere e far sì che questa cultura si riproduca nel tempo.
Secondo Parson questo è possibile perché la razionalità umana permette, il rispetto
delle regole, e che gli individui seguano le mete prefissate dalla società con i mezzi
forniti; in questo modo l’individuo si conforma al sistema sociale.
Un altro grande esponente del funzionalismo fu Merton, la sua indagine funzionale
sulle istituzioni è meno rigida, e soprattutto meno positiva, infatti, Merton parla
anche di disfunzioni proposito delle istituzioni. Merton ci ribadisce il Teorema di
Thomas per spiegare l’organicità della società. Ma il contributo più importante del
sociologo alle teorie funzionaliste è sul concetto di conformità, la sua idea si
distacca da quella di Parson, secondo Merton ci si può anche non conformare alle
leggi sociali. A tal proposito sarà riportato il suo modello:
Conformità
Innovazione
Ritualismo
Rinuncia
Ribellione
METE
Accettate
Accettate
Abbandonate
Abbandonate
Accettate e rifiutate
MEZZI
Adoperati
Sostituiti con mezzi alternativi
Adoperati
Non adoperati
Adoperati e non adoperati
Secondo Merton non tutte le istituzioni sono positive, si accusa l'incarcerazione di
essere un elemento perturbante della società e di introdurre pericolose disfunzioni.
Mettere insieme condannati diversi, riunirli in uno stesso luogo, darà origine
soltanto a pericolose commistioni che finiranno per vedere uniti insieme, in modo
omogeneo, in comunità, prigionieri divenuti gruppo durante il carcere e pronti a
mantenere salda questa loro solidarietà anche all'esterno, quando saranno di nuovo
liberi. Questa è la principale disfunzione introdotta del sistema penitenziario, ma è
solo una delle tante. Sono un grave problema per il carcere anche il
sovraffollamento e i costi, che impediscono il funzionamento ottimale
dell’istituzione carcere. Ma soprattutto, il carcere non fornisce un lavoro ai
detenuti e agli exdetenuti. Non è possibile che la popolazione carceraria, senza che
esse svolga un attività che va a beneficio della società, venga mantenuta dai
cittadini. Questo consente al prigioniero di vivere una condizione quasi migliore di
quella dell'operaio; una conseguenza ulteriore sarà quella di attirare molti verso la
delinquenza per sostanziale esiguità della pena. Nei paragrafi successivi spiegherò
più approfonditamene i problemi che causano questa sfiducia nel sistema
penitenziario, per giungere alle conclusioni personali.
36
5.2 LA SFIDUCIA DOVUTA AL CLIMA.
I costi e il sovraffollamento
Da un’indagine sulla criminalità, e sulla certezza della pena
in Italia (Osservatorio Eures, 2004) e dai dati forniti dal
Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, emerge
che circa il 62% dei condannati in via definiva
hanno precedenti penali - e sono dunque recidivi-, e circa un terzo sono cittadini
stranieri (17.819) in prevalenza di nazionalità marocchina, tunisina e albanese.
Risulta anche un aumento di detenuti in giovane età e di donne.
La distribuzione per età delle persone ristrette è concentrata
nella fascia 25-44 anni. Il grado di istruzione
delle persone ristrette negli istituti penitenziari è di
profilo medio-basso (scuola dell’obbligo).
Rispetto allo stato civile i detenuti coniugati sono
19.265. I detenuti affetti da Hiv sono stimati in 1.383
unità, pari al 2,4% dei detenuti presenti. Un terzo
della popolazione carceraria, pari a 22.202 persone,
è detenuta per reati ascrivibili alla tossicodipendenza
(art. 73 del testo unico DPR 309/90).
Nella graduatoria dei reati, oltre a quelli ascrivibili
alla droga, ci sono in primo piano quelli contro il
patrimonio, i delitti contro la persona e il possesso
illegale di armi.
Durante la detenzione solo il 25,1% della popolazione
carceraria svolge un’attività lavorativa alle dipendenze
dell’amministrazione penitenziaria.
La descrizione della popolazione carceraria, permette di comprendere meglio
l’immagine che la società ha di essi. Se analizziamo le due problematiche principali
del carcere, in senso generale, non potremo che avere l’impressione di un sistema
che non funziona, che ormai non è più gestibile; sia a livello di costi che di fattore
umano. Gli istituti di pena in Italia sono 205 e ognuno ha gravi problemi di
sovraffollamento.
Nel 2000 cono state scoperte carceri, nuove e seminuove, costruite, ma mai
utilizzate. Quest’ultime potrebbero fornire la soluzione al sovraffollamento, ma nei
realtà pare che le nuove carceri non si possano mettere in funzione; in Italia non si
possono aprire nuove carceri.
Ma qual è il motivo per cui, in altre parole, non si possono risolvere i problemi di
spazio nel sistema penitenziario italiano? La risposta si può trovare nei problemi
economici del carcere, dovuti ai numerosi sprechi. La struttura fisica di un carcere
(cioè i muri, le celle, i cortili, le docce...), pur avendo costi molto elevati, sono
paradossalmente la voce più a buon mercato di un istituto di pena. Il vero problema
è farlo funzionare e mantenerlo: un carcere ha bisogno innanzitutto di molto
37
personale. Per rendere funzionante una delle piccole carceri da 80-90 detenuti,
come quelle che sono state costruite e mai utilizzate, ci vorrebbero come minimo 60
agenti di polizia penitenziaria (deve essere assicurato il servizio per le intere 24 ore
per 365 giorni all’anno, comprese ferie e malattia); oltre al personale penitenziario,
si necessita di un direttore e di un vicedirettore, un commissario, due educatori, gli
assistenti sociali, almeno uno psicologo, tre medici, alcuni infermieri, un ragioniere.
Con questo personale si riuscirebbero a tenere i detenuti chiusi l’intera giornata in
cella, senza ovviamente poter garantire loro un minimo di attività rieducative,
lavorative e scolastiche. La difficoltà a trovare tutto questo personale, unito
all’impossibilità economica di pagarlo crea un mal funzionamento del sistema.
Nella maggioranza delle 205 carceri italiane il personale è endemicamente sotto
organico e costretto a turni di lavoro e straordinari massacranti. Le spese carcerarie
possono essere riassunte in un solo dato: ogni singolo detenuto costa ai contribuenti
fino a 250-300 euro al giorno. I 60mila detenuti, attualmente rinchiusi nelle
carceri italiane, costano più o meno 18 milioni di euro al giorno. Le condizioni del
carcerato, nonostante gli elevatissimi contributi versati dai cittadini, sono pessime:
con 298 euro al giorno di costo il Ministero della Giustizia spesso non è neppure in
grado di fornire molti medicinali di quelli richiesti dai reclusi.
Ora, per aprire le carceri abbandonate non ci sarebbe che un mezzo: massicci
arruolamenti nella polizia penitenziaria e negli altri ruoli istituzionali. Sorge però
spontanea una domanda: dove potrebbero essere presi i soldi necessari per sanare
questi buchi finanziari e riuscire a mantenere i futuri edifici? La riposta potrebbe
essere ricercata nei numerosi sprechi, divenuti ormai delle istituzioni in Italia, ma
questo non è possibile. Questi sono i motivi per i quali non si aprono nuove prigioni
in Italia.
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5.3 LA MANCATA CERTEZZA DELLA PENA
Un ulteriore paradosso, che riguarda il campo giuridico, è la certezza del diritto.
Uno dei beni più preziosi, principio fondamentale e condizione necessaria della
società aperta come pure della libera democrazia.
Chi compie qualsiasi atto, chi considera un suo interesse, chi programma la propria
condotta, deve poter conoscere le norme giuridiche che si applicano alla sua
situazione e deve sapere che le stesse norme certamente si applicheranno ad essa
anche in futuro.
Le deroghe a tale principio fondamentale devono essere ammesse solo in casi
assolutamente straordinari.
Questa qualità del sistema giuridico è stata persa, tacitamente abolita.
La certezza della pena ha anche la funzione di dissuadere i possibili criminali, con
una pressione psicologica, che è caratterizzata proprio dal terrore che essa esercita.
La condanna si è trasformata nel traguardo di un lungo percorso giudiziario,
attraverso il quale è stato possibile, limare molto la propria pena. Godere di tutte le
attenuanti è assai più facile che subire delle aggravanti. Le pene alternative alla
carcerazione sono molte e facili da ottenere.
L’esistenza di queste possibilità, ridurre la pena, scontarla al di fuori del carcere e
ottenere permessi hanno la loro giustificazione di esistenza nel problema del
sovraffollamento, questi sono tentativi di sanare una situazione che dovrebbe essere
controllata alla radice.
Dunque la formula la legge non è uguale per tutti crea una sfiducia nel diritto che
sdegna la società e offre sfogo ai criminali.
La situazione di ritualismo che si viene a creare è disfunzionale al sistema
carcerario che è già in crisi.
Il diritto però può anche essere visto sotto un’altra luce, infatti esso, è l’espressione
di usi, tradizioni, sentimenti collettivi, dunque di una cultura. La sua prima
funzione non è quindi la giustizia, bensì la protezione da ciò che è inconsueto. Il
diritto regola la vita sociale riducendone la varietà a casi standardizzati. Là dove
vige il diritto la gente sa che cosa aspettarsi. La legge provvede all’ordine, dice ciò
che è permesso e ciò che è vietato, ma soprattutto incentiva il mantenimento della
cultura.
Infine, la perdita di fiducia nel diritto comporta non solo un aumento della
criminalità, ma mette anche in discussione la salvezza del sistema sociale.
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6 CONCLUSIONI
Ora la tesina è teoricamente terminata; sono stati forniti, però, abbastanza dati per
giungere a una valutazione che è sicuramente soggettiva, ma non può essere
oggettivamente positiva.
La domanda che personalmente ritengo maggiormente rilevante è se il carcere sia
stato costruito per isolare i devianti dalla società o la società dai devianti. Nel primo
caso, come è già stato detto, la pena della detenzione sta proprio nella privazione
delle libertà e nell’isolamento: i carcerati non sono degni di vivere in società.
Nel secondo caso i detenuti costituiscono un pericolo per la società, che ha bisogno
di sicurezza: il deviante cercando di sopraffare gli altri, perde i diritti sociali.
Se si parte da questo presupposto, ci si troverà in forte contrasto con chi difende i
diritti umani, ma è irragionevole parlare di nuove carceri, di ammodernamento e
soprattutto di miglioramento delle condizioni dei detenuti.
A mio parere il problema va risolto alla radice: cioè non è possibile eliminare le
carceri, ma è impensabile continuare con spese esorbitanti per sanare (ma che in
realtà servono solo a mantenere) una situazione insostenibile.
Il primo passo da fare in questo senso è vivibilizzare le carceri; questo è possibile
attraverso la riduzione dei carcerati, non con l’indulto ma con la depenalizzazione
dei crimini minori, soprattutto in materia di tossicodipendenze. La leggi Bossi-Fini
sulla marijuana ha contribuito ad affollare le carceri di tutta Italia.
Di conseguenza, mantenendo in carcere solo i veri criminali, si può evitare che
questi vengano rilasciati per eventuali sconti di pena. Questi ultimi contribuiscono
solo al fallimento della pena, perché è impossibile considerare la possibilità che un
condannato all’ergastolo dopo solo 24 anni posso già accedere alla semilibertà per
buona condotta.
Inoltre eliminando i processi di minore importanza e soprattutto quelli contenziosi
si possono accorciare i tempi di giudizio dei processi più rilevanti; questo significa,
in pratica, evitare a chi è innocente un lungo periodo in carcere e ridurre le spese.
A proposito di questo, la legge ex-Cirielli, che ha previsto la costruzione di nuove
carceri più grandi, non è altro che il tentativo di sanare problemi che se fossero
presi alla radice potrebbero essere estinti più facilmente e con costi minori.
Il sistema carcerario, come abbiamo visto, presenta costi elevatissimi, che non
possono pesare esclusivamente sulle tasse dei contribuenti, ma soprattutto il
detenuto non deve pensare al carcere come un modo per risolvere i propri
problemi: la pena si deve basare sul terrore che gli individui hanno di essa.
La pena detentiva oggi ha perso questa qualità; il deviante tendenzialmente è una
persona con scarse o nulle aspirazioni, quindi la sua vera pena è il mondo sociale.
La pena deve tornare ad avere la sua funzione originale, ovvero, quella di
recuperare il detenuto e punirlo al tempo stesso.
Per ottenere ciò, ai nostri giorni, la punizione potrebbe astenersi da tutta quella
componente di violenza che pareva necessaria un tempo.
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La punizione che non sfocia in violenza permette un recupero completo del
deviante e lo indirizza verso una maggiore collaborazione.
Ciò che i detenuti dovrebbero essere costretti a fare è automantenersi; perché ciò
avvenga i detenuti potrebbero, o meglio dovrebbero avere un lavoro, attraverso il
quale vengono coperte le spese di gestione carceraria.
Ciò significa dare hai detenuti un lavoro che produca beni economici, che non ha la
funzione di retribuire i lavoratori, ma di coprire esclusivamente le spese che
comportano l’esistenza di istituzioni punitive per chi trasgredisce la legge. Questo
lavoro consentirebbe una pensione minima ai detenuti, che al loro rilascio sono al
di sopra dell’età lavorativa; mentre invece i detenuti più giovani hanno avuto la
possibilità di fare esperienza lavorativa, che va a vantaggio della possibilità della
possibilità di reinserirsi in società.
Questa pena detentiva con obbligo al lavoro deve comunque prevedere l’isolamento
dei detenuti dalla società; il lavoro deve essere svolto in luoghi separati dalla società
e dagli uomini liberi.
Le nuove carceri, mai utilizzate, potrebbero essere convertite a luoghi di lavoro; i
grandi lotti sequestrati alla mafia potrebbero essere affidati al lavoro dei detenuti,
con un fine agricolo, ed i prodotti, oltre a provvedere a parte delle spese alimentari,
potrebbero essere venduti ed il ricavo utilizzato per coprire i costi legati al
mantenimento.
Da queste attività lavorative non sono esclusi i “lavori intellettuali”, ovvero quelli
che non impegnano i detenuti esclusivamente a livello fisico; alcuni esempi possono
essere: giornali redatti dai carcerati e venduti all’esterno (che consentirebbero una
migliore informazione su questioni spesso trascurate), libri, produzioni televisive,
radiofoniche, ecc…
I detenuti non verrebbero direttamente retribuiti, ma i guadagni avrebbero un
diretto beneficio su di loro, infatti questi permetterebbero all’organizzazione
carceraria di mettere in atto vari progetti rieducativi, che oro sono completamente
inesistenti, a causa delle ulteriori spese che causerebbero.
L’idea è di realizzare, all’interno della società, una “città carceraria”.
Gli individui che non sono in grado di vivere senza arrecare danno o ingiustizia agli
altri, vengono isolati dalla società, costretti al lavoro e sottoposti a programmi di
recupero attraverso i quali il detenuto viene riabilitato, se è possibile, alla vita
sociale.
La “causa prima” di questo modello deve essere la certezza della pena, che è
necessaria per porre l’individuo di fronte alla scelta. Se sceglierà arbitrariamente un
comportamento deforme dalle leggi, allora lo Stato avrà la facoltà di usurpargli
molti diritti; dunque punire e rieducare attraverso un modello di vita esemplare, in
modo che la libertà sia vista già come un premio dal detenuto reintegrato.
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BIBLIOGRAFIA
 FONTI ENCICLOPEDICHE:
WWW.WIKIPEDIA.IT
 FONTI ORIGINALI
-GRANDE ENCICLOPEDIA FILOSOFICA-MARZORATI
-ASYLIMUS-GOFFMAN
-NUOVO TESTO DEL REGOLAMENTO CARCERARIO
 LIBRI DI TESTO
-PARISIO DI GIOVANNI & ADELE BIANCHI-BIBLIOTECA DELLE SCIENZE
SOCIALI-EDIZIONI PARAVIA
TOMI N°
1 LA MENTE
4 LA SOCIETA’
6 L’INDIVIDUO NELLA VITA SOCIALE
-MARIA GRAZIA PONZI & RITA ANTONELLI-TECNICHE DI
COMUNICAZIONE E RELAZIONE-ELEMOND SCUOLA E AZIENDA
-ELISABETTA CLEMENTE & ROSSELLA DANIELI-CAPIRE IL MONDOPARAVIA
 FONTI LETTERARIE
-CESARE BECCARIA-DEI DELITTI E DELLE PENE
-FAUCOULT-SORVEGLIARE E PUNIRE
-M. HIGNATIEFF-LE ORIGINI DEL PENITENZIARIO
-W. SOFSKY-RISCHIO E SICUREZZA
 FONTI VARIE
WWW.RISTRETTI.IT
WWW.MUSEOCRIMINOLOGICO.IT
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