Comunicato Stampa

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ORDINE DEI MEDICI CHIRURGHI ED
ODONTOIATRI DELLA PROVINCIA DI
BARI
COMUNICATO STAMPA
Assistenza malati di SLA. Manca un sistema di gestione delle urgenze di carattere specialistico
Di fronte al caso di mancata assistenza alla paziente affetta da SLA denunciato dalla stampa, l’Ordine dei Medici di
Bari intende fare chiarezza. I problemi derivano dall’assenza di un sistema di gestione delle emergenze specialistiche
per i malati di SLA, con specialisti anestesisti in reperibilità. Nessuno dei medici coinvolti nella vicenda era di turno o
reperibile.
23 Aprile 2014. Di fronte al caso di mancata assistenza alla paziente affetta da SLA denunciato dalla stampa e oggetto
di un’indagine, l’Ordine dei Medici di Bari intende fare chiarezza.
L’Unità operativa “Assistenza pazienti fragili” attivata dalla Regione prevede che il paziente affetto da SLA può
richiedere attraverso il medico di famiglia, per manovre invasive come la sostituzione di una cannula, l’intervento
dell’anestesista di riferimento, previa autorizzazione del Distretto. Non è previsto, come erroneamente riportato
dalla stampa, un sistema di gestione dell’urgenza di competenza specialistica, né è prevista la reperibilità degli
anestesisti.
Sono solo due però gli anestesisti rianimatori dedicati all’assistenza domiciliare di pazienti complessi, con gravi
patologie degenerative fortemente invalidanti, costretti a letto e assistiti a domicilio. Gli specialisti intervengono
esclusivamente su richiesta del Medico di famiglia che tramite il servizio di Assistenza Domiciliare Integrata dei vari
Distretti Socio Sanitari avanzano le richieste, secondo il modello degli interventi programmati, di elezione. Per le
emergenze interviene invece il 118, come su tutto il territorio nazionale.
Non esiste quindi – va ribadito - un sistema di reperibilità, né una rete organizzata per gestire le urgenze di
competenza specialistica.
Il fatto che ci sia un cellulare accesso e raggiungibile 24 ore su 24 è frutto della grande disponibilità dei medici
anestesisti di riferimento, che di fronte a situazioni complesse e critiche come quelle dei pazienti di SLA, fanno in
modo che ci sia sempre uno specialista pronto a rispondere. Non c’è un protocollo, non c’è un sistema organizzato di
gestione dell’emergenza, ma solo la buona volontà e il senso del dovere di professionisti che si mettono a
disposizione dei pazienti, ma anche al medico di famiglia, all’infermiere, al 118 stesso, volontariamente, per
consulenze telefoniche “24 ore su 24”. Come ha fatto venerdì scorso la collega Caterina Pesce, che non era di turno,
né reperibile.
È chiaro che una gestione “informale” così organizzata non può far fronte sempre ad ogni tipo di richiesta.
Servirebbe invece una rete organizzata di gestione dell’urgenza di carattere specialistico per tutti i pazienti “fragili”
che richiedono assistenza domiciliare, con professionisti in turno di guardia o in reperibilità.
Alle carenze di sistema finora si è supplito con la buona volontà e la disponibilità dei medici, che fanno
costantemente appello ai principi etici della professione per garantire i diritti dei pazienti. In questa storia c’è un
medico che ha preso due giorni di ferie e si è preoccupato di lasciare il proprio cellulare ad una collega in modo che i
propri pazienti non fossero lasciati soli e avessero uno specialista in ascolto, c’è un altro medico che pur non essendo
reperibile ha risposto ad una chiamata e c’è un terzo medico che è intervenuto su base volontaria per risolvere il
problema.
In questa vicenda dolorosa c’è sicuramente un equivoco che riguarda i meccanismi di funzionamento del sistema, per
cui la famiglia si aspettava giustamente un intervento operativo, ma interloquiva con un medico che in quel
momento non poteva garantire altro che un supporto telefonico. Ma l’aspetto paradossale è che ancora una volta
vengano scaricati sui medici i malfunzionamenti e le lacune del sistema, che finora ha retto proprio grazie alla loro
capacità di andare oltre le regole scritte e di guardare invece ai bisogni delle persone che si trovano di fronte.
“È una vicenda delicata che coinvolge un “paziente fragile”, attorno al quale si è sollevato un polverone mediatico che
finisce con il mettere all’indice una collega e non individua invece le cause all’origine del corto circuito che è avvenuto
lo scorso venerdì – ribadisce Filippo Anelli, Presidente dell’Ordine – Le cause sono di sistema. Ma ancora una volta chi
ne fa le spese sono quegli stessi medici che tentano di rispondere ai bisogni dei pazienti e di garantire il diritto alla
salute, nonostante le carenze e le mille difficoltà del sistema sanitario. In questa situazione capovolta, ancora una
volta un medico viene additato come colui che rifiuta una prestazione, come il colpevole del malfunzionamento.
Mentre è grazie all’impegno quotidiano di medici come la collega che il sistema regge ancora. In questa storia ci sono
due vittime: da un lato la paziente affetta da SLA e la sua famiglia, dall’altro i medici.
Si cerca un capro espiatorio su cui scaricare colpe inesistenti, demolendo ulteriormente il rapporto medico-paziente,
che è l’unico vero baluardo per il diritto alla salute e per risolvere i problemi di sicurezza che originano sempre dal
presunto rifiuto di una prestazione, come dimostra il dramma di Paola Labriola. La domanda che dobbiamo porci per
tutelare realmente i diritti dei pazienti è: perché la rete SLA venerdì scorso non ha funzionato?”
Contatti per la stampa:
Roberta Franceschetti
[email protected]
Cell. 389 8013000
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