Per il mod. B del corso 2010-2011

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Passi dell’epistolario di Hegel (1795-96)
Schelling a Hegel
Tubinga, la sera dell’Epifania 1795
[…] Vuoi sapere come va qui da noi? […] Tutti i possibili dogmi sono ormai timbrati
come postulati della ragione pratica, e dove le dimostrazioni storico-teoretiche non
bastano più, lì la ragione pratica (tubinghese) recide il nodo […]
La filosofia non è ancora giunta alla meta. Kant ha dato i risultati; le premesse
mancano ancora. […] Oh, i grandi kantiani che ora sono dappertutto! Essi sono
rimasti fermi alla lettera e si fanno il segno della croce a vedere tanto mai davanti a sé.
Sono fortemente convinto che l’antica superstizione, non solo della religione positiva,
ma anche della cosiddetta religione naturale, nella testa dei più si è di nuovo
combinata con la lettera kantiana […].
Fichte solleverà la filosofia a un’altezza tale che farà venire le vertigini perfino
alla maggior parte degli attuali kantiani […].
Ricevo adesso l’inizio delle esposizioni di Fichte stesso, il Fondamento
dell’intera dottrina della scienza […] L’ho letto e ho trovato che le mie profezie non
mi avevano ingannato. Adesso lavoro a un’etica à la Spinoza che dovrà stabilire i
sommi principi di tutta la filosofia, principi nei quali si unificano la ragione teoretica e
la pratica. […] Sarei già contento di essere uno dei primi a salutare il nuovo eroe,
Fichte, nella terra della verità!
Hegel a Schelling
[fine gennaio 1795]
[…] Quel che mi dici del corso kantiano-teologico (si diis placet) della filosofia a
Tubinga non è sorprendente. Non si può scuotere l’ortodossia finché il professarla,
con i relativi vantaggi mondani, s’inquadra nel contesto complessivo di u[no] Stato
[…].
Alla confusione di cui mi scrivi (e posso ben immaginare quei ragionamenti),
Fichte ha però indiscutibilmente aperto porte e finestre con la Critica di ogni
rivelazione. Lui stesso ne ha fatto un uso moderato; ma una volta che i suoi principi
sono stati fermamente ammessi, non è più possibile porre alcun termine e argine alla
logica teologica […].
Hölderlin mi scrive ogni tanto da Jena […]. Segue le lezioni di Fichte e parla di
lui con entusiasmo, come di un titano che combatte per l’umanità e il cui raggio
d’azione non resterà certo confinato nell’aula.
Hölderlin a Hegel
Jena, 26 gennaio 1795
[…] I fascicoli speculativi di Fichte, il Fondamento dell’intera dottrina della scienza,
come anche le sue Lezioni sulla missione del dotto, ora pubblicate, ti interesseranno
molto. […] Il suo Io assoluto (= sostanza di Spinoza) contiene tutta la realtà; esso è
tutto e fuori di esso non c’è nulla […].
2
Schelling a Hegel
Tubinga, 4 feb. ’95
[…] Intanto sono diventato spinozista! Non ti stupire. Vuoi che ti dica subito come?
Per Spinoza il mondo (l’oggetto come tale, in opposizione al soggetto) era tutto; per
me lo è l’Io […]. La filosofia deve prendere le mosse dall’incondizionato. La
questione è soltanto dove risieda questo incondizionato, se nell’Io o nel non-Io. Una
volta che lo si sia deciso, tutto è deciso. Per me il principio sommo di tutta la filosofia
è l’Io puro, assoluto, ossia l’Io in quanto è mero io, non ancora affatto condizionato
dagli oggetti, ma posto dalla libertà. L’alfa e l’omega di tutta la filosofia è la libertà.
Hegel a Schelling
Berna, 16 aprile 1795
[…] Dal sistema kantiano e dal suo sommo compimento mi aspetto in Germania una
rivoluzione che partirà da principi che ci sono già e che richiedono soltanto di essere
applicati, dopo una complessiva rielaborazione, a tutto l’attuale sapere. Certo, resterà
pur sempre una filosofia esoterica; l’idea di Dio come Io assoluto ne farà parte. In uno
studio recente dei postulati della ragione pratica avevo avuto dei presentimenti di
quanto mi hai esposto distintamente nella tua ultima lettera, ho trovato nel tuo saggio
e il Fondamento della dottrina della scienza di Fichte mi dischiuderà completamente;
dalle conseguenze che ne deriveranno certi signori rimarranno sbalorditi. Verranno le
vertigini per questa somma altezza di tutta la filosofia, con cui l’uomo si è sollevato
tanto in alto; ma perché si è giunti così tardi a tenere in maggior conto la dignità
dell’uomo, a riconoscere quella sua facoltà della libertà che lo pone nello stesso
ordine di tutti gli spiriti? Credo che non ci sia miglior segno del tempo di questo: che
l’umanità è rappresentata tanto degna di stima in se stessa; è una dimostrazione del
fatto che l’aureola intorno al capo degli oppressori e degli dèi della terra dilegua. I
filosofi dimostrano questa dignità, i popoli impareranno a sentirla e non si
contenteranno più di esigere i loro diritti finora abbassati nella polvere, ma se ne
occuperanno loro stessi, se ne approprieranno […].
Le «Horen» di Schiller, i primi due fascicoli, mi hanno procurato un
grandissimo piacere: il saggio sull’educazione estetica del genere umano è un
capolavoro. […] Hölderlin mi scrive spesso di Jena; è proprio entusiasta di Fichte, al
quale attribuisce grandi propositi. Come deve far piacere a Kant scorgere già i frutti
del proprio lavoro in così degni seguaci!
Hegel a Hölderlin
Eleusi
A Hölderlin, agosto 1796
[…] Il mio occhio s’innalza verso l’eterna volta del cielo, / verso di te, splendente
astro della notte / e dalla tua eternità discende l’oblio / di tutti i desideri, di tutte le
speranze; / il senso si perde in questa visione, / quel che dicevo «mio» svanisce, / io
mi abbandono nell’immenso: / sono in quello, sono tutto, sono solo quello. / Il
pensiero ritorna ed è spaesato, / si spaura dinanzi all’infinito, e stupefatto / non
comprende la profondità di quella visione. / È la fantasia che avvicina l’eterno al
senso, / sposandolo alla figura […].
3
Hölderlin, Prefazione (scritta nel 1796)
alla penultima stesura del romanzo Iperione
[…] Noi percorriamo tutti un’orbita eccentrica e non c’è altra via possibile
dall’infanzia fino alla pienezza. La beata unitezza, l’essere, nel senso eminente della
parola, è per noi perduta ed era necessario che noi lo perdessimo se dovevamo
aspirare ad esso, conquistarlo. Ci strappiamo via dal pacifico Hen kai pan del mondo
per produrlo attraverso noi stessi. […]
Non avremmo però alcun presentimento di quella pace infinita, di quell’essere,
nel senso eminente della parola, non aspireremmo affatto a unire la natura con noi
[…], se quella unione, quell’essere, nel senso eminente della parola, non fosse tuttavia
presente. È presente: come bellezza; ci aspetta, per dirla con Iperione, un nuovo regno
dove la bellezza è regina.
Credo che alla fine dovremo dire tutti: Platone santo, perdona! Abbiamo
gravemente peccato contro di te!
Schelling, Sistema dell’idealismo trascendentale (1800)
Carattere del prodotto artistico
L’intuizione estetica è quella intellettuale divenuta oggettiva.
1. L’opera d’arte ci riflette l’identità dell’attività cosciente e di quella inconscia.
Ma l’opposizione di queste due è un’opposizione infinita e viene superata senza alcun
intervento della libertà. Il carattere fondamentale dell’opera d’arte è dunque
un’infinità inconscia. […] Per chiarirlo con un solo esempio, la mitologia greca, della
quale è innegabile che racchiuda in sé un senso infinito e simboli per tutte le idee, è
sorta in un popolo e in un modo tale che fanno ambedue ritenere impossibile una
completa intenzionalità nell’invenzione e nell’armonia con cui tutto è unito in un
unico grande insieme.
2. Ogni produzione estetica procede dal sentimento di una contraddizione
infinita; dunque il sentimento che accompagna il compimento del prodotto artistico
dev’essere di una pacificazione anch’essa infinita e anche questo sentimento deve a
sua volta trapassare nell’opera stessa. L’espressione esteriore dell’opera d’arte è
dunque l’espressione della calma e della quieta grandezza anche quando deve venire
espressa l’estrema tensione del dolore o della gioia.
3. […] L’infinito esposto in modo finito è la bellezza. Il carattere fondamentale di
ogni opera d’arte […] è dunque la bellezza, e senza bellezza non esiste opera d’arte.
Corollari
Se l’intuizione estetica non è altro che quella trascendentale divenuta oggettiva,
allora è evidente che l’arte è al contempo l’unico vero ed eterno organo e documento
della filosofia. […] La visione della natura che il filosofo si costruisce artificialmente
è per l’arte quella originaria e naturale. […]
Ma se è solo all’arte che può riuscire di rendere oggettivo, con validità
universale, ciò che il filosofo sa esporre solo in modo soggettivo, allora, per trarre
ancora questa conclusione, c’è da attendersi che la filosofia, così come, nell’infanzia
della scienza, è nata ed è stata allevata dalla poesia, e con la filosofia tutte le scienze
che grazie ad essa vengono condotte verso la perfezione, dopo il loro compimento
riconfluiranno come altrettanti singoli fiumi in quell’oceano della poesia dal quale
erano uscite. Ma quale sarà il termine medio del ritorno della scienza alla poesia non
è, in generale, difficile da dirsi, dato che un tale termine medio è esistito nella
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mitologia prima che accadesse questa separazione che ora pare insuperabile. Ma come
può sorgere appunto una nuova mitologia che sia invenzione non di un singolo poeta,
ma di una nuova generazione che rappresenti per così dire un unico poeta? Questo è
un problema la cui soluzione non può che essere attesa dai destini futuri del mondo e
dal corso ulteriore della storia.
F. Schlegel, Dialogo sulla poesia (1800)
LUDOVIKO:
Ciò che ho da darvi e che mi è parso senz’altro il momento di pronunciare
è un
Discorso sulla mitologia
[…] Alla nostra poesia manca - affermo io - un centro quale era la mitologia per
quella degli antichi e tutto l’essenziale in cui la moderna arte poetica resta indietro
rispetto all’antica si può compendiare in queste parole: noi non abbiamo una
mitologia. Ma - aggiungo io - siamo molto vicini a conseguirne una o piuttosto viene
il momento in cui dobbiamo seriamente contribuire a produrne una.
Infatti, essa verrà a noi per una via del tutto opposta rispetto all’antica mitologia
di una volta. Questa era dappertutto la prima fioritura della fantasia giovanile, che si
teneva aderente e attingeva immediatamente a quanto vi è di più prossimo e di più
vivo nel mondo sensibile. La nuova mitologia, al contrario, deve venire sviluppata
dalla più profonda profondità dello spirito […].
Se è solo dalla più intima profondità dello spirito che una nuova mitologia potrà
svilupparsi come per virtù propria, allora troviamo un cenno assai significativo e una
notevole conferma per ciò che cerchiamo nel più grande fenomeno dell’epoca,
l’idealismo! […]. L’idealismo in ogni forma deve necessariamente, in un modo o
nell’altro, uscire da sé per tornare poi in se stesso e restare ciò che è. Perciò è
necessario ed accadrà che dal suo grembo sorga un nuovo realismo, altrettanto
illimitato, e che l’idealismo divenga dunque non solo un esempio, nel suo modo di
sorgere, per la nuova mitologia, ma addirittura, indirettamente, una sua fonte. Potete
già ora percepire le tracce di una simile tendenza quasi dovunque, e soprattutto nella
fisica, alla quale non sembra mancare nient’altro che una visione mitologica della
natura […]. C’è da attendersi che questo nuovo realismo, dato che deve avere
un’origine ideale e per così dire muoversi su un terreno ideale, si manifesterà come
poesia: questa deve appunto fondarsi sull’armonia dell’ideale e del reale. […]
Davvero, quasi non comprendo come si possa essere poeta senza venerare e
amare Spinoza e diventare interamente suo. […] In Spinoza trovate il principio e la
fine di tutta la fantasia, il terreno universale sul quale si fonda la vostra singolarità.
[…] Provate solo per una volta a considerare l’antica mitologia ripieni di Spinoza e di
quelle vedute che la fisica di oggi deve suscitare in chiunque rifletta e tutto vi apparirà
in un nuovo splendore, in una nuova vita.
Ma anche le altre mitologie devono venir nuovamente risvegliate, secondo la
misura del loro senso profondo, della loro bellezza e della loro cultura, per accelerare
la nascita della nuova mitologia. Ci fossero accessibili i tesori dell’Oriente come
quelli dell’antichità! […] È nell’Oriente che dobbiamo ricercare ciò che è
sommamente romantico. […]
LOTARIO:
I misteri più intimi di tutte le arti e scienze sono possedimento della poesia.
Da lì tutto è uscito, e lì tutto deve riconfluire.
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