Esercizi Spirituali 2009 Meditazione n. 7 Venerdì 7 agosto ore 10.00 CONDURRE UNA VITA VIRTUOSA: FEDE, SPERANZA E CARITÀ Paolo, Silvano e Timoteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace! Ringraziamo dunque Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere, continuamente memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo (1Ts 1,1-3). Quand'ero bambino, parlavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità! (1Cor 13,11-13). Fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l'esempio che avete in noi (Fil 3,17). Trovo interessante che Paolo usi talvolta l'immagine del bambino nelle sue lettere. Forse ricordava ciò che aveva insegnato Gesù: Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me (Mt 18,4-5). Questa immagine è piuttosto sorprendente, perché va contro le nostre tendenze naturali. Noi pensiamo che lo scopo della nostra vita sia crescere, maturare. Eppure, Gesù invitò i suoi discepoli a diventare come bambini. Questo non significava, ovviamente, diventare infantili. Significava piuttosto diventare come bambini, cioè liberi, innocenti, desiderosi di sapere, umili e capaci di essere plasmati nella forma dei genitori. Per quanto bella e commovente possa essere questa immagine, non è generalmente questo ciò che Paolo intende quando evoca l'immagine dei bambini. L'uso dell'immagine da parte di Paolo implica forse più di quanto normalmente possiamo aspettarci. C'è un tempo per essere bambini, ma c'è anche un tempo per essere adulti. Egli ammette che un tempo fu «infantile», potremmo dire, nella sua fede, ma che infine comprese tutto ciò che la fede richiedeva. Egli divenne un credente «adulto». Maturò in Cristo. Egli si paragonava spesso ad un genitore che doveva ricordare alle sue comunità, ai suoi «figli», la necessità di essere talvolta ripresi, a causa delle loro debolezze, perché vivano secondo il modello del messaggio evangelico che egli aveva predicato. Nella Prima lettera ai Corinti, per esempio, egli rimprovera loro l'incapacità di assumersi responsabilità da persone adulte. Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; perché siete ancora carnali: dal momento che c'è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana? (1Cor 3,13) In un altro punto della lettera li esorta a non «comportarsi da bambini» (1Cor 14,20). Dovrei forse spendere una parola, qui, sul contrasto che Paolo sottolinea tra spirito e carne, così come esso appare in questo brano ed altrove nelle sue lettere. La «carne» non è un'espressione limitata ai peccati sessuali; si riferisce, piuttosto, ai limiti propri di ogni esistenza umana. Vivere come «essere carnali», quindi, significa vivere in maniera prettamente umana. Ciò implica tutto ciò che è caduco, limitato e che non dura per sempre. È necessario, al contrario, porre l'accento sulle cose che hanno valore duraturo e che dureranno per sempre. Proprio queste, secondo Paolo, sono le due dimensioni alternative della vita etica. Egli esorta, ovviamente, a scegliere la seconda 2 dimensione, e non la prima: vivere secondo i valori di Dio, non secondo i valori umani. Chiede ai Corinzi di guardare alle cose più alte (alla vita spirituale, che è «al di sopra»), piuttosto che alle cose più basse dell'esperienza umana (alla vita carnale, che è «al di sotto»). Così, per Paolo, la vita carnale non significa esclusivamente attività sessuali improprie, anche se queste fanno parte della realtà. (La preoccupazione sessuale, dopo tutto, era ai suoi giorni una realtà non meno sentita di quanto lo sia oggi, specialmente in città portuali come Corinto). Paolo, invece, invita le sue comunità ad essere «spirituali» e non «carnali». Nel brano citato, usando questo tradizionale contrasto, Paolo rimprovera i Corinzi di non vivere come dovrebbero. (Si ricordi che il vero problema, a Corinto, era rappresentato dalle divisioni in seno alla comunità). Essi si lasciano sedurre da una prospettiva puramente umana, anziché vivere secondo una prospettiva veramente spirituale. La loro fede non è matura. Sono come bambini: non pronti per un nutrimento solido! Non sono ancora cresciuti abbastanza da incarnare la vera vita spirituale. Mi rendo conto che per lettori che sono genitori, specialmente di bambini piccoli, tutto questo può apparire come una sorpresa. Dopo tutto, i genitori istruiscono i loro figli nella fede fin dai primi anni. Anche la Chiesa si aspetta che essi facciano questo, che insegnino ai loro figli i fondamenti della fede, che mostrino loro come pregare e leggano loro episodi della Bibbia. Tutto questo, ovviamente, in un modo conveniente per bambini, con parole e illustrazioni semplici. Queste pratiche rimangono appropriate anche oggi, e Paolo certamente non le contrasta. Ma per Paolo, la fede cristiana non era un gioco da bambini; era una faccenda seria, da adulti. Se per un certo tempo la fede deve essere spiegata in termini semplici, arriva poi il momento in cui ogni seguace di Cristo deve andare avanti e lasciarsi indietro le cose infantili. La propria fede deve maturare. Ogni cristiano è chiamato ad agire in modo adulto. Questo significa tradurre in azione gli ideali etici che sgorgano dal messaggio evangelico. Le virtù sono necessarie non per ricevere l'approvazione di Dio o per ottenere la salvezza, ma per dimostrare che la salvezza conseguita in Gesù agisce davvero nella nostra vita. Il condurre una vita eticamente retta mostra al mondo che siamo seguaci di Gesù Cristo. Le nostre buone azioni sono la dimostrazione che noi abbiamo messo in pratica il Vangelo. Dimostrano la nostra fede in azione. Anche se Dio ci ha donato la giustizia, cioè ci ha giustificati nella fede, la nostra vita è destinata a rispecchiare questo dono benigno di Dio. Quindi, condurre una vita retta rimane una prospettiva fondamentale per chi voglia seguire Gesù. Le lettere di Paolo sono piene di consigli etici. Molte parti delle lettere sono dedicate esclusivamente al dare consigli pratici su differenti situazioni etiche di fronte alle quali si trovavano le sue comunità. Basta guardare semplicemente ad uno dei suoi elenchi di peccati per constatare l'ampiezza dei problemi etici da lui affrontati, classificati tutti come opere «carnali». Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio (Gal 5,19-21). Alcuni semplicemente non vivono come dovrebbero. Quindi, Paolo li invita continuamente a tornare ad un modo retto di vivere. E lo fa, innanzitutto, richiamando l'attenzione sulle tre virtù «teologali»: fede, speranza e carità. Ma richiama l'attenzione, ovviamente, anche su altre virtù umane, come la prudenza, la giustizia, la fortezza, la temperanza, la pazienza, ecc; ma le tre virtù principali che ci vengono da Dio costituiscono effettivamente il punto centrale sul quale Paolo richiama l'attenzione. Ma cos'è la fede per Paolo? Essa è innanzitutto e soprattutto un rapporto con Dio e con Gesù Cristo. La fede è sia un dono che una risposta. Essa si ottiene attraverso il protendersi di Dio verso di noi e la nostra libera risposta a questa offerta così piena della sua grazia. La fede è un vincolo di fiducia. 3 Cercherò d'illustrare questo punto con un brano tratto dalla letteratura contemporanea. Alcuni lettori conoscono forse la fortunata serie di brevi romanzi scritti da Alexander McCall Smith sotto il titolo «La prima agenzia investigativa femminile». L'eroina è una robusta donna africana del Botswana (Africa del Sud), la signora Precious Ramotswe. Nel corso di molte avventure, dopo aver fondato nel Botswana la prima agenzia investigativa posseduta e gestita da una donna, essa mostra di conoscere molto bene la natura umana. In un'occasione, venuta a conoscenza della disonestà di una locale officina di autoriparazione, riflette significativamente sull'importanza della fiducia nei rapporti umani: Era arrabbiata; non arrabbiata nella maniera rumorosa in cui alcuni si arrabbiano, ma quietamente, con soltanto le labbra increspate e uno sguardo particolare nei suoi occhi che mostrava ciò che sentiva. Non era mai riuscita a tollerare la disonestà, che secondo lei minacciava il cuore stesso dei rapporti tra gli esseri umani. Se non ci si poteva fidare degli altri sul significato di ciò che essi dicevano o su ciò che essi dicevano avrebbero fatto, allora la vita poteva diventare estremamente imprevedibile. Il fatto di poterci fidare reciprocamente rendeva possibile intraprendere i semplici compiti della vita. Tutto era basato sulla fiducia, anche le cose della vita quotidiana, come l'attraversare la strada, perché questo richiede la fiducia che gli autisti prestino attenzione, oppure il comprare il cibo da un venditore sul ciglio della strada, che hai fiducia non possa avvelenarti. Questa era una lezione che apprendevamo da bambini, quando i genitori ci lanciavano in alto e ci facevano palpitare nel farci ricadere nelle loro braccia aperte. Noi avevamo fiducia che quelle braccia erano lì, e lì erano. San Paolo approverebbe senz'altro la saggezza della signora Ramotswe. Per lui la virtù che noi chiamiamo fede è innanzitutto fiducia. Come talvolta dico ai miei studenti, per Paolo la fede è un «nome verbale», in quanto esprime azione. Non è una realtà statica. Né può essere ridotta ad un insieme di credenze o dottrine, per quanto importanti queste possano essere. La fede è innanzitutto un rapporto costruito sulla fiducia. Una parte tende una mano, l'altra l'afferra in amicizia. Il gesto crea un legame. Nel modo in cui la intende Paolo, la fede viene dal protendersi di Dio verso di noi, individualmente e collettivamente, ed offrendoci la sua amicizia. Come in ogni onesto rapporto, l'offerta è libera. Noi non siamo costretti ad accettarla. Anzi, siamo liberi di rifiutare tali offerte in ogni momento. Ma l'offerta rimane e, una volta accettata, ci porta in un nuovo rapporto con Dio. La carità, ovviamente, è la più importante, ma anche la più impegnativa delle virtù. La fede conduce direttamente alla carità. Questa, che si esprime nell'amore, è il principale comandamento. Paolo rende omaggio all'insegnamento di Gesù secondo il quale l'amore di Dio e del prossimo riassume tutta la legge di Dio (la Torah): Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore (Rm 13, 9-10). In modo più significativo, nel suo famoso capitolo della Prima lettera ai Corinti sulla virtù della carità, Paolo descrive in che modo la carità sostituisca tutti gli altri doni nella sfera dell'esperienza umana. Questo stupendo capitolo è una tale gemma che raccomanderò di meditare su di esso come uno degli esercizi spirituali che indicherò appresso. Qui ne rileverò solo un aspetto. Paolo chiama la carità «la via migliore di tutte», e procede ad esaltare alcune delle sue grandi qualità: Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il 4 suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode della ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (1Cor 13,1-7). Queste sublimi parole sono state usate tante volte in cerimonie nuziali perché esse ci chiamano a livelli davvero più alti della vita. Altrove, infatti, Paolo addita il vincolo coniugale come un efficace modello del rapporto tra Cristo e la Chiesa (Ef 5,21-33). Purtroppo, parlare di amore è spesso più facile che metterlo in pratica. Il matrimonio non è facile; e neppure è facile mettere l'amore in pratica. Proprio come molti matrimoni ai nostri giorni «vanno in frantumi e si bruciano» dopo appena un tempo relativamente breve, così anche l'amore viene eclissato dall'egoismo o da altri motivi di turbamento. Ora, qualcuno avrà probabilmente notato che, a quanto pare, ho saltato la speranza. C'è un particolare motivo per questo. La speranza è in effetti una delle tre virtù teologali che Paolo tratta nelle sue lettere. Ma io la riservo per l'ultimo giorno dei nostri esercizi spirituali. Essa rientra bene nel tema dell'ultima meditazione ed è intimamente connessa con l'aspettativa della vittoria finale di Dio. Vi chiedo, quindi, di essere pazienti, e la speranza riapparirà! Paolo non era all'oscuro delle sfide presentate da queste tre principali virtù e da molte altre. Paolo sapeva che, sebbene Dio abbia donato un giusto senso della dignità a tutti gli uomini, spesso essi trovano la vita più facile da vivere se ritornano a forme egoistiche già sperimentate della loro vita. È difficile mettere la fede, la speranza e la carità al centro della propria vita quotidiana. È difficile tradurre il vangelo nella pratica. Un modo con il quale Paolo affrontò questa situazione fu quello di richiamare l'attenzione su quella che potremmo chiamare una battaglia etica. Egli descrive talvolta come disporsi a questa battaglia cosmica che deve essere affrontata qui ed ora. Usando il linguaggio militare ed il familiare contrasto tra coloro che seguono la luce piuttosto che le tenebre, Paolo indica in che modo le virtù ci aiutino nella nostra battaglia. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro; voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri. Quelli che dormono, infatti, dormono di notte; e quelli che si ubriacano, sono ubriachi di notte. Noi invece, che siamo del giorno, dobbiamo essere sobri, rivestiti con la corazza della fede e della carità e avendo come elmo la speranza della salvezza. Poiché Dio non ci ha destinati alla sua collera ma all'acquisto della salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi, perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui (1Ts 5,4-10). Qualcuno di noi potrebbe trovare il linguaggio militare un po' preoccupante. Se preso alla lettera, potrebbe condurre a problemi. Potremmo diventare eccessivamente combattivi, specialmente con coloro che non dovessero vivere, a nostro parere, una vita retta e onesta. Ciò potrebbe condurre ad un tipo arrogante d'intolleranza che non si addice ad un cristianesimo autentico. Paolo usa il linguaggio militare non solo perché questo era familiare ai suoi interlocutori, ma anche perché ci fa guardare alla vita etica in modo realistico. La vita è una lotta. Essa viene combattuta talvolta con piccole scaramucce, talvolta con grosse, furiose battaglie. La vita è come la proverbiale danza: due passi avanti e uno indietro. Ma dobbiamo sempre equipaggiarci per avanzare. La «corazza» della fede e della carità ci aiuta a proteggere il nostro cuore e la nostra anima. 5 L'«elmo» della speranza ci protegge il capo, ci tiene giustamente orientati verso il futuro e c'impedisce di essere sopraffatti. L'essere armati delle virtù, piuttosto che di un'armatura, ci mette in grado di fare le scelte giuste e di stare sulla via retta che Dio ha già stabilita per noi. Paolo ci fa anche capire cosa accade quando, per le nostre umane debolezze, non riusciamo a vivere una vita virtuosa nella sua pienezza. Egli conosce le vere debolezze, ma sa anche che, in Cristo, ad ogni debolezza si può porre rimedio attraverso il dono divino della riconciliazione. Nella Seconda lettera ai Corinti scrive: Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio (2Cor 5,18-20). Si noti il triplice messaggio che viene dato in questo brano. 1. Dio ha già riconciliato il mondo con sé in Cristo Gesù. 2. Ma ha anche affidato a noi il compito di messaggeri di riconciliazione, e di diffondere questo messaggio nel mondo. 3. Infine, Paolo esorta con forza i Corinzi: lasciatevi riconciliare! Questo triplice messaggio è essenzialmente tale da ricordarci che le nostre debolezze etiche non debbono essere mai l'ultima parola nella nostra vita. C'è sempre la possibilità di riconciliazione, perché questa è uno dei grandi doni di Dio già elargiti al mondo attraverso lo stesso Cristo Gesù. Prima di chiudere questa meditazione, vorrei indicare un ulteriore aspetto della prospettiva di Paolo che ha influenzato i suoi insegnamenti etici. Esso riguarda la sua aspettativa che la fine del mondo, così come egli la conosceva, doveva avvenire subito. Nel presentare Paolo ed il suo mondo, ho rilevato come il pensiero apocalittico lo avesse influenzato. Questa convinzione era in parte basata su quanto aveva detto Gesù, cioè che egli sarebbe tornato per giudicare il mondo e per raddrizzare le cose. Paolo pensò chiaramente che il ritorno di Gesù nella gloria e nel giudizio sarebbe avvenuto subito. Scrive così ai Corinzi: «...perché passa la scena di questo mondo» (1Cor 7,31). Questa convinzione faceva parte del mondo di Paolo e di quello dei primi cristiani. Una simile prospettiva determinò in Paolo una certa urgenza nel suo insegnamento etico che probabilmente manca ai nostri giorni. Egli preferiva che gli uomini non cambiassero la loro condizione di vita perché il mondo, così come essi lo conoscevano, avrebbe subito un totale cambiamento, una volta che Gesù fosse ritornato. Noi non viviamo più sotto questi condizionamenti, anche se a volte mi chiedo se, in presenza del terrorismo, delle guerre, del surriscaldamento terrestre, dei disastri naturali, degli scandali etici nel mondo degli affari, dei governi e persino della Chiesa, possiamo onestamente sostenere di essere immuni da pensieri atroci circa il futuro del mondo! In ogni caso, la motivazione per condurre una vita eticamente retta non è perché temiamo che la fine sia vicina, e neppure perché crediamo di dover agire in questo modo per ottenere il favore divino. Il favore benigno di Dio ci è già stato dato permanentemente in Gesù Cristo. Noi cerchiamo di condurre una vita etica per mostrare al mondo che c'è «una via migliore di tutte». Viviamo una vita retta perché è la cosa giusta da fare. È la bontà il nostro compenso. Questo è il tipo di prospettiva che, penso, Paolo avrebbe sinceramente approvato. Egli scrive agli Efesini: Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo (Ef 2,10). Dobbiamo sempre pregare per ottenere la forza di condurre una vita virtuosa. 6 SPUNTI PER LA RIFLESSIONE Esamina con calma la tua vita per quanto riguarda le battaglie etiche che tu combatti, interiormente ed esteriormente. A che punto pensi di stare in questa battaglia? Ti capita mai di scoraggiarti o di essere tentato di arrenderti? Cos'è che ti aiuta a proseguire? Leggi lentamente e attentamente la Prima lettera ai Corinti (13, 1-13). È il grande inno di Paolo alla carità. Perché è la carità la virtù più grande? Pensi che Paolo sia realistico nella sua descrizione? Come descriveresti le dimensioni etiche della tua vita? Vi sono aspettative etiche espresse per il tuo lavoro? Per la tua vocazione? In quale misura ti riesce di vivere secondo queste aspettative? Ha importanza questo per te? Pensi che le aspettative etiche siano solo una faccenda privata? Quale effetto ha una vita eticamente retta sugli altri? Paolo invitò spesso i suoi lettori ad imitarlo, per esempio nella Prima lettera ai Corinti (11, 1). Quali aspetti della vita e degli insegnamenti di Paolo ti risultano più attraenti, tanto da spingerti ad imitarli? Vi sono aspetti degli insegnamenti di Paolo che sono difficili da imitare? PREGHIERA Ho speso la mia vita, Signore, cercando d'accordare la mia lira, e non cantando sol per te, perdonami, Signore. Ho speso la mia vita, Signore, cercando sicurezza, e non con le mie mani nelle Tue, perdonami, Signore. Ho speso la mia vita, Signore, cercando solo la mia strada, e non di camminar con te, perdonami, Signore. Ho speso la mia vita, Signore, prendendo decisioni, ma senza mantenerle in Te, perdonami, Signore. Ho speso la mia vita, Signore, sol mendicando amore, e non amando Te nei miei fratelli, perdonami, Signore. Se però è ver, Signore, che Tu ci hai salvati, non per le nostre azioni, ma sol per la tua grazia, allora eccoci pronti per Te, Dio Salvatore. Amen. Ho speso la mia vita, Signore, fuggendo solo nella notte, e non dicendo: Tu sei la mia luce, perdonami, Signore.