64 KB - Missionari Monfortani

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CANTICO NUOVO
IN ONORE DI NOSTRA SIGNORE DELLE OMBRE
Cantico 155,1-2
«E’ PER MEZZO DI MARIA CHE SEDURCI VUOLE IL CIELO»
Adesso iniziamo veramente il nostro ritiro che ruota attorno a Pontchâteau,
visto che ricorre il trecentenario, entrando un poco nello spirito del suo Calvario.
Attualmente è un luogo di pellegrinaggio molto importante ma l’intuizione del
Montfort era un po’ diversa da quanto possiamo vedere oggi. Entreremo passo
dopo passo nello spirito di Pontchâteau e del Calvario secondo il cuore del Padre
di Montfort. Per comprendere dobbiamo anche riandare a ciò che Montfort ha
fatto negli anni precedenti la vicenda di Pontchâteau. Tutto forma un insieme
per cui non è possibile fermarsi solo all’episodio del Calvario ma occorre capire
anche il contesto che dà un senso più profondo alla vicenda.
Per prima cosa occorre dire perché il Montfort è venuto nella diocesi di
Nantes, visto che stava a Montfort-sur-Meu, allora in diocesi di Saint Malo. Il
Montfort nel 1708 si trovava nel suo eremo di Saint Lazare. Una piccola
cappella, una casa, la sua prima comunità formata con due fratelli, fratel
Mathurin e un altro di nome Giovanni. Era l’inizio, possiamo dire, dell’opera del
Montfort e del suo sogno di una comunità missionaria. Poi il vescovo gli ha
intimato di andare via. Ciò che è capitato al Padre di Montfort è una prova ma
forse anche una occasione per crescere.
Perché è andato a Nantes? La ragione è abbastanza semplice: era amico del
vicario generale di Nantes, l’abbé Barrin. Il padre del Montfort e il nonno
avevano lavorato per la famiglia Barrin, una casato abbastanza ricco e con un
potere abbastanza forte. Uno zio del Barrin aveva tra le sue proprietà Saint
Lazare. Il Montfort è andato a Saint Lazare non per caso visto che anche suo
padre prima era stato incaricato dell’amministrazione della proprietà. Montfort è
andato a Saint Lazare a causa del legame con la famiglia Barrin. Vediamo qui
l’importanza dell’amicizia e dei legami tra famiglie. Al tempo del Montfort
questi elementi erano molto forti e anche lui ha approfittato di questa situazione,
propria della cultura del suo tempo.
La prima missione che il Padre di Montfort ha tenuto a Nantes è stata
proprio in città. Il Montfort ha aiutato un gesuita, direttore della missione, il p.
Joubert. Siamo nel 1708. Incredibilmente, il modo di predicare del Padre di
Montfort e il suo stile di vita hanno colpito molto la popolazione che ha visto in
lui qualcosa di speciale. In questa prima missione nella città di Nantes, una
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signora ha dato al Padre di Montfort la casa, la famosa «Cour Catuit». Fin
dall’inizio il Padre di Montfort ha avuto amici e amiche. Il dato delle relazioni e
delle amicizie è un altro elemento sconosciuto della personalità del Padre di
Montfort. Troppo spesso abbiamo presentato il Padre di Montfort come un uomo
un po’ selvatico, antipatico. Non è la verità. Lui sapeva avere amici, stabilire
legami con la gente. Si vede ciò in modo molto concreto nel gesto della signora
che, dopo aver ascoltato il Padre di Montfort, gli fa dono della casa. Questa
signora si chiamava Madame Olivier. È importante perché suo figlio sacerdote,
che ha studiato a Roma, collaborerà nelle missioni con il Padre di Montfort.
Dopo questa missione a Saint Similien, una parrocchia di Nantes abbastanza
importante, l’abbé Barrin ha visto in questo sacerdote il carisma della
predicazione e l’ha inviato da solo nella parrocchia della Chevrolière, dove
siamo andati ieri. L’abbé Barin era legato a questa zona in quanto la sua
famiglia aveva proprietà ed esercitava un influsso piuttosto forte sull’intera area
della Chevrolière e sulle parrocchie vicine. Come abbiamo detto ieri, il parroco
non era molto contento per ragioni di ordine religioso: era giansenista.
È in questo luogo che il Padre di Montfort ha scritto il Cantico a “Nostra
Signora delle Ombre”. Vale la pena di leggerlo e di meditarlo, come suggerisce
il Padre di Montfort all’inizio dei suoi Cantici: «prendete questi testi per le
vostre meditazioni» (cf C 2,41). Dobbiamo farlo perché il testo ha una enorme
ricchezza ed è anche l’unica traccia della predicazione del Montfort. Che cosa
ha detto alla popolazione della Chevrolière? Non lo sappiamo. Ci è rimasto
soltanto questo testo, un poema scritto in onore di “Nostra Signora delle Ombre”
ma anche per la gente. Non so se avete visto ieri che nella piccola cappella il
testo del Cantico è a disposizione dei fedeli. Ancora oggi la popolazione della
Chevrolière può pregare con le parole scritte dal Padre di Montfort. Trecento
anni dopo è lo stesso messaggio. Ed è un messaggio abbastanza ricco e profondo
che svela l’animo del Padre di Montfort, il suo annuncio più profondo per la
gente, in qualità di missionario, come uomo di Dio, anche come poeta perché è
un testo molto poetico. È il Cantico 155. Non so se avete il testo. Il problema
della poesia è sempre quello della traduzione. C’è un piccolo errore là dove si
riporta la data di composizione: è da collocarsi durante la missione della
Chevrolière, nel 1708.
Al tempo del Montfort, nelle prediche durante le missioni si doveva parlare
del cielo, dell’inferno, del purgatorio e del giudizio universale. Si dovevano
trattare questi temi per invitare la gente alla conversione e, nell’ottica del Padre
di Montfort, per portare le persone alla rinnovazione delle promesse battesimali.
Il punto più forte era soprattutto la trattazione sull’inferno, che mirava ad
incutere paura nella gente e a spingere alla conversione. Era la pedagogia del
tempo. Anche il Padre di Montfort ha dovuto fare così perché si doveva fare
così. Ma il Padre di Montfort l’ha fatto a modo suo, in una maniera più spirituale
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e anche mistica. E il risultato è il Cantico in onore di “Nostra Signora delle
Ombre” dove il Montfort gioca sui differenti sensi della parola “ombra”. È
molto, molto bello e dice anche lo spirito del Padre di Montfort, il suo
atteggiamento missionario. Non dava alla gente semplice, cose di basso livello.
È un testo di alto livello dal punto di vista teologico, spirituale e anche poetico.
Questo testimonia anche il rispetto che il Padre di Montfort nutriva verso la
gente. Non perché essa è semplice, o sembra semplice, che bisogna dare cose
semplici. La gente va rispettata, offrendole qualcosa di bello, di buono e anche
di vero. Anche se non ha ricevuto un’educazione, se è fatta di contadini di cui
solo il 5 per cento sa leggere, non importa: il Cantico deve essere bello; non solo
perché è composto in onore della Madonna ma perché è per la popolazione che
merita rispetto. E il Montfort ha fatto ciò molto bene.
Il Cantico è anche un esempio raro perché il Padre di Montfort non ha scritto
molti cantici in onore della Vergine Maria; una ventina, non di più; su un totale
di 164, non sono molti.
L’inizio è molto interessante, più semplice in francese che in italiano:
«E’ per mezzo di Maria».
È anche l’inizio del Trattato della vera devozione, lo stesso incipit.
«che sedurci vuole il cielo».
Occorre collocare le parole del Montfort nel contesto delle missioni dove si
doveva parlare dell’inferno per incutere paura nella gente e così costringere alla
conversione. Il Padre di Montfort inizia parlando del cielo. Non vuol suscitare la
paura dell’inferno ma dare il gusto del cielo.
«E’ per mezzo di Maria / che sedurci vuole il cielo».
Entriamo nel processo della conversione non attraverso la paura ma tramite
il desiderio di qualcosa di buono. Ecco la pedagogia monfortana. Non è la paura
che va avanzare ma il desiderio della felicità.
«Per essere felici dobbiamo amarla /
e davvero tutto invita /
ad amarla in questa vita»
L’inizio della conversione non è la paura dell’inferno, è il desiderio della
felicità. Per intraprendere il cammino spirituale monfortano c’è
una
sola
condizione: il desiderio della felicità. Se non vogliamo essere felici, la
spiritualità monfortana non è fatta per noi.
Per il Padre di Montfort l’elemento della felicità è molto importante.
Possiamo dire che è la sua originalità, anche a livello teologico. Sapete perché la
Sapienza ha deciso di incarnarsi? Qual è lo scopo dell’incarnazione, della strana
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idea di Dio di farsi uomo? La felicità dell’uomo! È quanto ha scritto il Montfort
nel n. 5 de L’Amore dell’Eterna Sapienza:
Quanto è dolce, piana e suadente l'eterna Sapienza e al contempo quanto è radiosa,
eccellente e sublime! Chiama gli uomini per insegnar loro come essere felici; li
cerca, sorride loro, li colma di tanti benefici, li previene in mille modi; giunge
perfino a sedersi sulla soglia della loro casa per aspettarli e dar loro prova di
amicizia. È possibile avere un cuore e rifiutarlo a questa dolce conquistatrice?
La conversione non viene dalla paura dell’inferno ma dall’amore, dal
desiderio della felicità. La felicità è nel cuore della spiritualità monfortana.
Ma la felicità non riguarda solo l’uomo. Nell’incarnazione Dio, è vero, vuole
la felicità dell’uomo ma non solo. Vi è un’altra felicità che comanda
l’incarnazione. Quale può essere? Quella di Dio, sì! Al n. 65 de L’Amore
dell’eterna Sapienza troviamo un cambiamento operato dal Montfort nella
teologia, parlando della Bibbia, della Parola di Dio:
Questa bellezza eterna e regalmente amabilissima ha tanto desiderio dell'amicizia
degli uomini, che per conquistarsela ha composto un apposito libro, in cui
manifesta il proprio valore e i desideri che sente di loro. Il libro è come una lettera
di un'innamorata all'amato per guadagnarne l'affetto. I desideri per il cuore
dell'uomo ivi manifestati sono così premurosi, le domande d'amicizia così tenere,
le voci ed i voti così amorevoli, che a sentirla non la si direbbe regina del cielo e
della terra; la direste bisognosa degli uomini per essere felice.
La Sapienza divina, Dio, ha bisogno di noi per essere felice. È il
cambiamento che il Padre di Montfort introduce nella teologia. Si dice che Dio
non ha bisogno di nessuno nella sua autosufficienza divina. Il Padre di Montfort
afferma che quando contempliamo il mistero dell’Incarnazione possiamo vedere
l’opposto: «la direste bisognosa dell’uomo per essere felice». È un aspetto molto
interessante della spiritualità e della teologia monfortana: la felicità al centro.
Anche Dio ha bisogno di noi per essere felice. Forse la filosofia e la teologia
ufficiale affermano che Dio è autosufficiente ma quando si contempla il mistero
dell’incarnazione possiamo vedere che è vero senza essere vero. E Montfort
ribadisce la stessa cosa nel Trattato della Vera Devozione quando spiega come
Dio abbia voluto prendere Maria (cf TVD 14). È vero, Dio può fare tutto da
solo ma non lo ha voluto fare. Può farlo ma non l’ha fatto. Ha voluto avere
bisogno di Maria. È vero che Dio è autosufficiente, non ha bisogno di nessuno e
di nulla, ma è anche vero che questo non è vero. Lo si vede nel mistero
dell’incarnazione. Possiamo dire che Dio ha bisogno di noi per essere felice.
L’elemento della felicità è presente anche in alcuni Cantici del Montfort,
specialmente in quelli del Natale. Sono i Cantici del mistero dell’incarnazione.
Alcuni esempi. Nel Cantico 57,2, gli angeli cantano:
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«Iddio, ricco di grazia e di bontà /
nasce tra gli uomini /
per farli rinascere di felicità».
È lo scopo dell’incarnazione. Un altro esempio, sempre nei Cantici di
Natale:
«In questo luogo, gran Maestro /
a noi vieni dai cieli /
perché noi conosciamo /
come essere felici» (C 62,1).
Dio ha aperto la scuola della felicità… e nessuno viene ad imparare la
lezione. La scuola di felicità rimane vuota, dice il Padre di Montfort:
«Però nessuno vedi / prender l’insegnamento» (C 62,1).
È il paradosso dell’incarnazione. Questo paradosso è presente in tutte le
Opere del Montfort, per esempio ne L’Amore dell’eterna Sapienza dove egli si
chiede come sia possibile che l’amore non sia amato. La Sapienza divina non è
amata, non è conosciuta. Questo è il paradosso. Dio ha aperto una scuola di
felicità e nessuno viene. È vero che la felicità a modo di Dio è un po’
particolare. Passa attraverso il mistero della Croce. È vero, ma è per la felicità.
La domanda, che dobbiamo porci, è: vogliamo veramente essere felici?
All’inizio del Cantico 155 troviamo, quindi, questo messaggio che il
Montfort ha dato ai cristiani, alla gente. «E’ per mezzo di Maria / che sedurci
vuole il cielo». Per essere felici dobbiamo amarla. La devozione a Maria è per la
felicità. C’è un altro Cantico del Montfort (cf C 80) in cui viene detto questo:
«Cristiani, volete essere felici? /
Servite Maria con fedeltà».
Lo scopo della devozione a Maria è la nostra felicità. Il Padre di Montfort
non è l’apostolo della Croce, è l’apostolo delle Beatitudini: è molto diverso. È
l’apostolo della felicità, non della Croce e della sofferenza. È il primo messaggio
che egli ha lasciato alla gente semplice della Chevrolière. «E’ per mezzo di
Maria / che sedurci vuole il cielo / per renderci felici».
Se per essere felici dobbiamo amare Maria:
«E davvero tutto invita /
ad amarla in questa vita».
È un ulteriore importante elemento della teologia del Montfort. La felicità
non è nell’eternità. È per questa terra, è per adesso, qui. Non dobbiamo aspettare
il cielo per incominciare ad amare o ad essere felici. Il cielo ci invita ad amare
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Maria per essere felici qui sulla terra. Il cielo comincia qui e adesso, non
nell’eternità. Questa felicità non è mai post-mortem, ma qui.
«Com’è dolce, com’è dolce /
ripariamoci alla sua ombra».
L’inizio della conversione non è la paura, ma è il desiderio. Non è
l’amarezza ma la dolcezza. «Com’è dolce, com’è dolce». Dobbiamo nasconderci
sotto la sua ombra come afferma la strofa 2:
«Sotto l’ombra delle sue ali /
della sua bontà protetti /
sono sicuri i peccatori /
e diventano i più duri nella fede /
i più fedeli».
«Sotto le sue ali…all’ombra della sua bontà»: è una immagine molto bella!
La bontà di Maria ha una ombra e dobbiamo nasconderci sotto l’ombra della
bontà per cercare protezione.
Letteralmente: «i peccatori sono in sicurezza». La sicurezza sta nell’essere
sotto la protezione di Maria.
Il processo della conversione avviene sotto l’ombra della bontà. Nel passato
si credeva, e si crede ancora oggi, che per la conversione dobbiamo presentare
un Dio che castiga e che rende insicuri. Il Padre di Montfort ha una altra
pedagogia. La conversione avviene sotto l’ombra della bontà. Non è
l’insicurezza che spinge ad andare verso Dio. È l’opposto: è la sicurezza,
l’essere in un ambiente protetto. È la bontà che fa avanzare e andare avanti. I
peccatori sono protetti, non castigati.
Il risultato è questo: i più duri diventano i più fedeli. Il peggior peccatore,
sotto l’ombra della bontà di Maria, diventa il più fedele. Non è la paura
dell’inferno, non è la paura del giudizio di Dio che converte: è la bontà, il
sentirsi al sicuro con Maria. È questo che cambia il cuore. Il Padre di Montfort
mette tutto al plurale perché non un solo peccatore ma tutti i peccatori, anche i
più duri, possono diventare i più fedeli, stando sotto l’ombra della bontà di
Maria.
È il processo della conversione che ha il suo inizio non nella paura
dell’inferno ma nel desiderio della felicità eterna e del cielo. Inizia non dalla
paura della punizione di un Dio che castiga, no, ma stando sotto la figura
materna della bontà di Maria che opera, per il Montfort, la trasformazione del
peccatore. I più duri diventano i più fedeli. Il miracolo della conversione sotto
l’ombra di Maria.
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È il messaggio che dava il Padre di Montfort nelle sue missioni. Per questo
motivo aveva un impatto sulla popolazione, perché tutti gli altri predicatori
insistevano sull’inferno. Il Padre di Montfort parlava del cielo, della dolcezza,
della bellezza, della dolcezza della Vergine Maria come cammino di
conversione. Un’atmosfera tutto diversa. Per questo la gente era commossa dalla
predicazione di san Luigi Maria da Montfort: parlava più del cielo che
dell’inferno. Di fatto arriva anche all’inferno ma alla fine; ma lui inizia con le
verità più importanti: il cielo, la felicità, la dolcezza. Ora, è vero che il Padre di
Montfort è l’apostolo della Croce - l’abbiamo visto a La Garnache dove sotto la
sua statua è scritto: «Vive Jèsus, vive sa croix» - ma di una Croce che è sempre
trionfale. Lo vedremo a Pontchâteau. È sempre una Croce gloriosa. Se c’è la
sofferenza, è perché essa è soltanto un mezzo per arrivare alla felicità, come il
Santo scrive nelle Lettere indirizzate a Maria Luisa. Certo: dobbiamo passare
attraverso il mistero della Croce, ma per arrivare alla Sapienza. È solo un mezzo,
un momento non è lo scopo, il fine. Il fine è la gloria.
L’inizio di questo Cantico è molto bello. Dà il colore della predicazione di
san Luigi Maria di Montfort con l’invito a mettersi sotto le ali di Maria, sotto
l’ombra della sua bontà. Questa bellissima immagine: l’ombra della bontà di
Maria. È sotto questa ombra che si compie il processo della conversione. La
felicità, il desiderio della felicità.
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