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Le 7 Lampade dell'Architettura

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LE 7 LAMPADE DELL’ARCHITETTURA
Argomento e tematiche affrontate
L’opera ha lo scopo di richiamare l’attenzione sul significato di
architettura e sui doveri che l’uomo ha sia nei confronti della
nuova che occorre costruire, sia dell’antica che deve essere
conservata. Mira pertanto a definire le sette lampade
dell’architettura, ovvero quei principi generali applicabili a ogni
suo periodo e stile.
Vi si ritrova la posizione particolare dell’autore nei confronti del
restauro architettonico, maturata anche attraverso i numerosi
viaggi in Italia: la sua concezione di restauro, definito "restauro
romantico", ritiene immorale l'intervento di restauro,
comunemente praticato nella sua epoca, inteso come
sostituzione della copia all'originale. Egli sostiene la necessità
di conservare l'esistente, ammettendo quegli interventi di
comune manutenzione utili a prolungare il più possibile la vita
dell'architettura antica, alla quale va riconosciuto anche il
diritto, quando sarà giunto il momento, di morire.
Giudizio Complessivo: 7 (scala 1-10)
Scheda compilata da: Federica Martini
Autore John Ruskin
John Ruskin (Londra, 8 febbraio 1819 – Brantwood, 20
gennaio 1900) è stato uno scrittore, pittore, poeta e
critico d’arte britannico. Fu uno dei fondatori
dell’Arts and Crafts Movement,
uno
dei
precursori
dell’Art Nouveau e fermo oppositore del capitalismo e
dell’industrialesimo.
L’autore nel complesso della sua opera affronta un
percorso che parte dall’osservazione della natura
attraverso la poesia, le arti figurative e l’architettura in
particolare e che conduce a meditare sull’ambiente
determinato da tali architetture e sulla condizione della
vita degli uomini che vi vivono e alla coscienza del
rapporto esistenziale tra essi e l’ambiente di natura, d’arte
e di storia che li circonda. “Le sette lampade dell’architettura” segna il momento in
cui Ruskin prende coscienza dell’esistenziale relazione tra arte e società, ovvero tra l’uomo e
ciò che lo circonda (che sia prodotto da lui o dalla natura).
Contenuto
L’opera ha lo scopo di richiamare l’attenzione di tutti sul significato di architettura e sui doveri
che l’uomo ha sia nei confronti della nuova che occorre costruire, sia dell’antica che deve
essere conservata. Ruskin afferma che “i capitoli di quest’opera hanno la sola pretesa di essere
l’illustrazione dei principi dell’architettura, non un saggio sull’architettura europea”. Ogni
capitolo è perciò dedicato a uno dei 7 principi dell’architettura, che egli chiama “lampade”:
sacrificio, verità, potenza, bellezza, vita, memoria, obbedienza.
Principalmente, è il sesto capitolo (“La lampada della memoria”) che contiene le pagine
dove Ruskin ha segnato la dottrina della conservazione che la moderna cultura sostiene e porta
avanti. È da rilevarsi qui l’affermazione dell’esigenza non tanto di proteggere i monumenti
antichi, quanto di asservire ai medesimi principi sia la costruzione della nuova architettura che
la tutela dell’antica, affinché esse costituiscano, unitariamente, elementi integranti dell’ambiente
di vita della società umana. Lo stesso capitolo viene quindi diviso in due parti: la prima dedicata
alla costruzione del nuovo, agli effetti del tempo sugli edifici e al concetto di “pittoresco”; la
seconda in cui tratta dei problemi della tutela e del restauro dell’architettura antica.
Ruskin parte dunque dall’affermazione dell’importanza fondamentale del rapporto esistente tra
la natura e l’opera dell’uomo e tra le cose e il ricordo e individua l ‘architettura come l’elemento
senza la quale non si può ricordare. Noi uomini abbiamo il duplice compito di dover conferire
una dimensione storica all’architettura di oggi e di conservare quella delle epoche passate come
la più preziosa delle eredità.
CAPITOLI
Prefazione e Introduzione
La prefazione all’edizione 1880 de “Le sette lampade dell’architettura” rappresenta uno degli
ultimi scritti dell’autore e permette di rilevare il giudizio che egli stesso attribuisce all’opera: la
definisce la più inutile che abbia mai scritto in quanto “gli edifici che vi sono descritti sono ormai
andati distrutti, oppure sono diroccati e rappezzati con gusto mediocre e impersonale”. Afferma
che “i capitoli di quest’opera hanno la sola pretesa di essere l’illustrazione dei principi
dell’architettura, non un saggio sull’architettura europea” per mettere l’accento sul ridotto
numero di edifici a cui si fa riferimento, e spiegando inoltre che gli esempi da lui riportati fanno
riferimento agli edifici o alle scuole architettoniche che predilige.
L’autore introduce il lettore ai sette principi dell’architettura, definendoli come quelle leggi
fondate sulla natura dell’uomo e non sul suo sapere; queste leggi sono costanti, generali e
inconfutabili e non vengono invalidate dallo sviluppo del sapere dell’uomo.
Capitolo I – La Lampada del Sacrificio
“Tutta l’architettura si propone di influire sullo spirito dell’uomo, non solo di offrire un servizio
per il suo corpo. L’architettura è l’arte che acconcia e adorna gli edifici eretti dall’uomo per
qualsiasi impiego, in modo tale che il vederli possa contribuire alla sua salute, al suo vigore e al
suo piacere di ordine intellettuale”.
È indispensabile distinguere nettamente tra architettura e costruzione. Costruire significa
mettere insieme le parti di un edificio; il costruito però non sempre è architettura. L’architettura
è invece l’arte che ammette come condizioni del suo operare la necessità e gli usi comuni del
costruire e imprime alle forme del costruito determinati caratteri di venerabilità o bellezza, per il
resto non necessari; essa si interessa solo di quelle caratteristiche di un edificio che sono al di
là del suo uso comune. Per esempio: “nessuno chiamerebbe architettoniche le leggi che
determinano l’altezza di un parapetto o la posizione di un bastione. Ma se alla pietra che fa da
rivestimento a quel bastione si aggiunge un tratto non indispensabile, come una modanatura,
quella è architettura”. Non è sempre facile tracciare in modo netto la linea di demarcazione
perché vi sono pochi edifici che non abbiamo qualche pretesa o parvenza di architettura, né vi
può essere alcuna architettura che non sia fondata sulla costruzione.
L’architettura si distingue in 5 categorie:
1. Devozionale: costruzioni erette per il culto e l’onore di Dio;
2. Celebrativa: monumenti e tombe;
3. Civile: edifici destinati ad attività e divertimenti comuni;
4. Militare: strutture di difesa;
5. Domestica: luoghi di abitazione.
Tra i principi che Ruskin vuole sviluppare, per quanto tutti applicabili a ogni periodo e stile
artistico, ce ne sono alcuni che fanno riferimento più a un genere di costruzione piuttosto che
a un altro; tra questi c’è lo spirito, che fa particolare riferimento all’architettura devozionale e
celebrativa. Si intende lo spirito che offre per opere di tal genere oggetti preziosi, non in quanto
necessari alla costruzione, ma in quanto offerta, rinuncia, sacrificio di ciò che è per noi
desiderabile. “Il lusso privato dev’essere sacrificato in favore della prosperità nazionale”: e
Ruskin non intende solo doni materiali, ma anche azioni.
L’autore afferma che il sacrificio è per la maggior parte assente ai nostri giorni: oggi si ambisce
a produrre i risultati maggiori al costo più basso.
Capitolo II –
La Lampada della Verita’
“La verità (…) quel pilastro della terra”: Ruskin invita a ripudiare la menzogna, individuando le
forme di falsità che si sono insinuate nelle abitudini della nostra vita quotidiana.
L’autore sottolinea la differenza tra immaginazione e inganno: l’immaginazione è un volontario
fare appello a cose che sono assenti o impossibili; se l’immaginazione inganna, diventa follia. Si
potrebbe per esempio pensare che l’arte della pittura non sia altro che un tentativo di inganno;
essa invece è l’esposizione di determinati fatti nel modo più chiaro possibile. Per esempio,
quando si vuole descrivere una montagna, si parte dalla descrizione della forma e del colore; le
parole non bastano, e quindi la si disegna e colora. Si prosegue poi aumetando i dettagli, finchè
la scena non sembrerà realmente esistente. Essa è la comunicazione di un atto
dell’immaginazione, non una menzogna. La menzogna può invece per esempio esistere nella
falsa rappresentazione di forme e colori. Le violazioni della verità che disonorano poesia e
pittura sono quindi limitate al modo di trattare i soggetti.
In architettura è possibile un’altra violazione della verità, più sottile e deprecabile.
Le frodi in architettura si possono dividere in 3 tipi:
1. La creazione dell’effetto di una struttura diversa da quella reale (esempio i pendants nei
soffitti gotici);
2. La pittura di superfici volta a dare l’impressione di materiali diversi da quelli realmente impiegati
(esempio la marmorizzazione del legno) (“I colori propri dell’architettura sono quelli della pietra
naturale”) o l’ingannevole rappresentazione di ornamenti scultorei sopra esse;
3. L’uso di ogni genere di decorazioni eseguite a stampo o a macchina invece che a mano (frode
operativa).
Ruskin afferma che il primo passo da compiere è il “farla finita con queste cose”. E aggiunge:
“Può darsi che non siamo capaci di far nascere a comando un’architettura buona, o bella, o
inventiva; ma possiamo imporre un’architettura onesta: si può perdonare la secchezza di ciò
che è povero, si può rispettare l’austerità di ciò che è utile, ma cosa vi può essere se non
disprezzo per la meschinità di ciò che è falso?”. L’architettura sarà nobile in proporzione alla
sua capacità di fare a meno di tutti questi falsi espedienti.
Vi sono alcune eccezioni: nella volta della Cappella Sistina, per esempio, Michelangelo dipinge
anche delle architetture; in questo caso la pittura ha lo scopo di impreziosire il materiale e non
viene scambiata dall’osservatore per qualcosa di reale (“la grande pittura non inganna mai”).
Altra eccezione è per esempio rappresentata dal rivestimento marmoreo dei mattoni, a patto
che si capisca chiaramente che il marmo sia un rivestimento applicato;è da considerarsi come
arte musiva su grande scala.
Capitolo III – La Lampada della Potenza
Ruskin afferma che le opere di architettura si dividono in due categorie in base al ricordo che
abbiamo di loro: l’una caratterizzata da preziosità e raffinatezza, a cui ritorniamo con un senso
di affettuosa ammirazione; l’altra da una misteriosa e severa maestà che ricordiamo con
reverenza, come quella che proviamo in presenza di una grande forza di spiritualità.
Dal novero di queste due categorie, caratterizzate da bellezza e potenza, finiranno per essere
esclusi i ricordi di edifici che avevano destato interesse alla prima impressione, ma che
dovevano la loro suggestione a caratteristiche di nobiltà meno durevole (come al valore del
materiale, alla dovizia di decorazioni).
Aggiunge inoltre che tutto ciò che in architettura è piacevole e bello è un’imitazione delle forme
naturali, mentre ciò che non è derivato in questo modo, ma dipende dall’accomodamento e dal
governo che gli vengono dalla mente umana, diventa l’espressione della potenza di quella
mente. L’arte di edificare perciò mette in luce la capacità dell’uomo di raccogliere e governare.
Queste sono le due grandi lampade dell’architettura intellettuale: l’una consiste in una giusta e
umile venerazione per le opere di Dio sulla Terra (la venerazione) e l’altra nella consapevolezza
che l’uomo è stato investito della signoria su queste opere (il dominio, la potenza).
L’autore fa riflettere sul fatto che solitamente è l’uomo a distruggere la sublimità della natura,
piuttosto che la natura che insidia la potenza dell’uomo. Per esempio l’uomo può rovinare un
intero paesaggio attraverso la costruzione di una villa.
Per Ruskin è bene inoltre stabilire dall’inizio se il progetto di un edificio debba puntare
prevalentemente sulla bellezza o sulla sublimità: se si sceglie la grandiosità è bene per esempio
lasciar perdere le decorazioni, per evitare spreco di risorse e finanze. “La sventura della
maggioranza dei nostri edifici moderni è che noi vorremmo che essi raggiungessero l’eccellenza
sotto tutti gli aspetti”.
Tra le forme geometriche, quelle che conferiscono maggior potenza alla dimensione e forma
dell’edificio sono il quadrato e il cerchio, e i relativi solidi cubo e sfera; la colonna quadrata e
quella cilindrica sono quindi gli elementi di più alta potenza in tutte le soluzioni architettoniche.
La sublimità di colonnati e navate sta nella ripetizione in serie di questi elementi, tale che l’occhio
non sia in grado di enumerarli. Esempi: la cattedrale di Pisa e il Palazzo Ducale di Venezia (che
per Ruskin è il modello di tutte le perfezioni).
Oltre che dalle dimensioni e dalla pesantezza, la potenza dell’architettura dipende dall’intensità
del suo chiaroscuro, generato dagli effetti di luce e ombra. Le opere architettoniche sono usate
e influenzano la vita quotidiana dell’uomo; si richiede allora a esse di esprimere un’affinità con
la vita umana, attraverso una misura di oscurità equivalente a quella presente nella vita degli
uomini. Sono necessarie quelle espressioni corrispondenti alle tribolazioni e ai tormenti della
vita, ai suoi dolori e al suo mistero. E l’architettura può dare ciò solo con la profondità e la
diffusione dei punti oscuri. “E io non credo che mai un edificio sia stato veramente grande senza
avere delle masse d’ombra possenti, vigorose e profonde, combinate con le sue superfici”.
Capitolo IV – La Lampada della Bellezza
L’autore afferma che “l’uomo non può avanzare nell’invenzione della bellezza senza imitare
direttamente le forme della natura”, ovvero che “tutte le forme e le concezioni più attraenti sono
prese direttamente dagli oggetti naturali; vorrei anzi che mi fosse concesso di sostenere anche
l’inverso: e cioè che e forme che non sono derivate dagli oggetti naturali sono necessariamente
brutte”.
La bellezza deve essere osservata con calma; è quindi bene non decorare oggetti che sono
destinati alla vita lavorativa (per esempio le facciate delle botteghe o le stazioni ferroviarie), ma
solo quelli destinati al riposo: “mettetela nel salotto, non nell’officina; mettetela sui mobili di casa,
non sugli utensili per il lavoro manuale”.
Per Ruskin il concetto di bellezza è legato a quello di frequenza: più una cosa in natura è
visibilmente frequente, più è bella; e aggiunge visibilmente poiché “le forme delle cose che
giacciono nascoste nelle viscere della terra (…) non era evidentemente intenzione del loro
Creatore che fossero esposte abitualmente agli sguardi dell’uomo”. Con il termine frequenza
non si indica la mera quantità: per esempio la rosa: “sulla pianta non vi sono tante rose quante
sono le foglie. Sotto quest’aspetto, la natura è avara delle sue bellezze più eminenti, e prodiga
di quelle che lo sono meno. Io definisco però il fiore frequente quanto la foglia, perché dove si
trova l’uno, là vi sarà di norma l’altro”.
Ruskin riporta un lungo elenco di decorazioni che egli critica poiché non sono realmente ispirate
alla natura: tra queste le ghirlande e i festoni di fiori (“ le disposizioni innaturali sono brutte
esattamente quanto le forme innaturali”), i nastri e le scritte (“fra tutte le cose che non hanno
somiglianza con la natura, le lettere sono, forse, quelle che ne hanno meno”).
La buona decorazione consiste invece nella disposizione accurata di forme, tale da imitare o
suggerire le cose più comuni esistenti in natura, considerando più nobili le decorazioni che
rappresentano gli ordini più alti (l’imitazione dei fiori è più nobile di quella delle pietre, quella
degli animali lo è ancora di più, e quella della forma umana è la più nobile). Ruskin annovera
quindi tra gli esempi di buone decorazioni il capitello corinzio, bello perché “si dispiega sotto
l’abaco come l’avrebbe dispiegato la natura, e perché comunica l’impressione che le foglie
abbiano una radice in comune”. È quindi decorativo ciò che è frutto dell’imitazione.
L’imitazione però non può essere totale: la completezza assoluta della forma imitativa implica
l’assenza di astrazione. Ruskin invita a essere prudenti nell’inserire la scultura nell’architettura
perché una scultura perfetta potrebbe far passare l’architettura come “una pura impalcatura
fatta per sistemarvi raffinate sculture”.
L’architetto non può rappresentare tutte le qualità, per esempio il colore o il profumo, degli
oggetti naturali; l’immagine che egli riporta rappresenta ciò che è percepito attraverso uno
sforzo intellettuale, la forma.
Ruskin procede con considerazioni sul colore dell’architettura: “credo che i colori
dell’architettura dovrebbero eseere quelli della pietra naturale, in parte perché più durevoli, ma
anche perché più perfetti ed eleganti”. Il colore deve essere indipendente dalla forma. In
architettura è bene applicare sia la monocromia (sculture, bassorilievi, …) che la policromia
(mosaici, affreschi, …).
Il capitolo si conclude con la descrizione del Campanile di Giotto, emblema di potenza e
bellezza.
Capitolo V – La Lampada della Vita
Come si può rendere viva e vitale l’imitazione? Due caratteri dell’imitazione vitale sono la
sincerità e l’audacia.
- La sincerità: consiste nel non tentare mai di dissimulare la fonte del prestito (gli architetti del
romanico, per esempio, copiavano ove potevano capitelli e colonne); quando ci imbattiamo in
un’ammissione così sincera veniamo a sapere che nell’animo dell’architetto c’è un senso di
forza capace di trasformare e rinnovare qualcunque cosa esso faccia sua; è un omaggio a ciò
che egli ammira, nel modo più aperto e indubitabile.
- L’audacia: è la capacità di sacrificare la tradizione quando diventa importuna.
La trascuratezza della rifinitura e della simmetria è un altro segno di vitalità: Ruskin afferma che
“una perfetta rifinitura appartiene a un’arte perfetta, una rifinitura in evoluzione corrisponde a
un’arte in evoluzione”. Introduce poi vari esempi, tra cui la Cattedrale di Pisa e la rispettiva torre
(“Ora, questa io chiamo Architettura Viva. Vi è vitalità in ogni pollice di essa”), San marco a
Venezia e il Palazzo Ducale.
Ruskin conclude con delle considerazioni riguardanti il fatto che quando si lavora su un edificio,
bisogna farlo con affettuosità, con piacere. Propone l’esempio di una qualsiasi chiesa ricca di
decorazioni, ma in cui gli operai hanno lavorato senza sentimento: il risultato è un edificio privo
di vitalità. Da qui l’affermazione: “Il denaro non serve a comprare la vita”. Per lo stesso motivo,
si deve fare a meno delle decorazioni eseguite a macchina, privilegiando il lavoro manuale
dell’uomo, poichè in esso vi sono la fatica e il cuore.
Capitolo VI – La Lampada della Memoria
Ruskin incentra il capitolo sul fatto che senza l’architettura “si può vivere e si può pregare, ma
non si può ricordare”. Bisogna pertanto conferire una dimensione storica all’architettura di oggi
e conservare quella delle epoche passate come la più importante delle eredità.
Prosegue poi affermando che “gli edifici pubblici e privati che noi costruiamo raggiungono la
vera perfezione proprio quando diventano commemorativi o monumentali”, caricandosi di un
significato storico e metaforico.
Edilizia privata: Ruskin è contro il fatto che gli edifici siano costruiti per durare solo una
generazione: la casa è custode dei ricordi della vita e contiene tutti i materiali che gli abitanti
hanno amato e usato. Distruggendola non si dimostra alcun rispetto per quel luogo, né affetto.
“Io vorrei che le nostre case d’abitazione fossero costruite per durare e per essere belle; ricche
e piene d’attrattive”. La casa dovrebbe esprimere carattere e storia di ogni abitante; così Ruskin
suggerisce di lasciare incisa su qualche pietra dell’edificio una breve sintesi della vita
dell’occupante, elevando così l’abitazione a una sorta di monumento.
Egli è conscio che al giorno d’oggi l’uomo ha la sola aspirazione di entrare a far parte di un ceto
superiore a quello che è il suo ceto naturale; da qui la speranza di abbandonare le costruzioni
che ha edificato e di dimenticare gli anni di vita passati. E “quando gli uomini non amano i loro
sentimenti, non provano reverenza verso la loro casa”. L’autore aggiunge: “Io dico che se gli
uomini vivessero veramente da uomini, le loro case sarebbero come dei templi, - templi che noi
non oseremmo tanto facilmente violare e nei quali diventerebbe per noi salutare privilegio poter
vivere”. L’architettura domestica è il principio di tutte le altre.
Edilizia pubblica: “non vi dovrebbe essere un solo ornamento applicato a un edificio di grande
importanza civica che non fosse mosso da qualche intenzione di carattere intellettuale”; “meglio
il più grezzo dei lavori che racconti una storia o commemori un fatto, del più raffinato che sia
privo di significato”.
Ruskin afferma che quando noi costruiamo dobbiamo pensare al fatto che stiamo costruendo
per sempre; con ciò intende che dobbiamo guardare al futuro, non soddisfando solamente i
nostri bisogni quindi, né la sola utilità del momento. La nostra opere deve indurre i nostri
discendenti a ringraziarci.
La gloria di un edificio non risiede quindi nelle pietre o nell’oro di cui è fatto, ma nell’età, nella
testimonianza che ci è trasmessa dagli uomini del passato.
Ruskin procede analizzando il termine “pittoresco”: è sublimità parassitaria, ossia una sublimità
che dipende da fattori accidentali (la bellezza non è pittoresca; lo diventa se vi è un elemento
sublime). Il pittoresco si ricerca sempre nelle rovine perché si pensa consista nella decadenza;
invece esso consiste nella sublimità delle crepe o nella vegetazione che assimilano l’architettura
all’opera della natura. Si rischia però la soppressione dei caratteri autentici dell’architettura.
L’autore affronta poi il tema del restauro, definendolo come la peggiore delle distruzioni che un
edificio possa subire: “È impossibile in architettura restaurare, come è impossibile resuscitare i
morti”. Questo perché non si può rendere lo spirito dell’esecutore originario. Senza contare che
restaurare per Ruskin implica l’utilizzo di volgari imitazioni: fredde copie di quelle parti che
possono essere sostituite. Inoltre per lui il restauro è una necessità distruttiva perché si fa prima
a demolire l’edificio.
Allora, invece che trascurare l’edificio e poi restaurarlo, suggerisce: “Prendetevi cura solerte
dei vostri monumenti, e non avrete alcun bisogno di restaurarli”. Solo così più generazioni
potranno nascere e morire all’ombra di quell’edificio.
Non è infine nostro compito stabilire se conservare o no determinati edifici: essi appartengono
a noi, ma in parte a coloro che li costruirono, in parte alle generazioni future, e saranno loro ad
occuparsene. L’Architettura non deve finire come sempre distrutta senza una ragione.
Capitolo VII - La Lampada dell’Obbedienza
Ruskin sostiene che la libertà non esista. A dominare nell’universo è la Legge, ovvero
l’obbedienza. Egli sostiene: “L’obbedienza è, invero, fondata su una sorta di libertà, altrimenti
diventerebbe pura sottomissione; ma questa libertà è concessa solo perché l’obbedienza possa
essere più perfetta”.
La stessa architettura non potrebbe mai fiorire, eccetto che soggetta a legge nazionale rigida
e prescrittiva: “L’architettura di una nazione è grande solo quando è universale e consolidata
come lo è la sua lingua”. Le opere architettoniche devono appartenere a una scuola.
Per Ruskin dapprima gli architetti devono imparare a operare secondo uno stile consacrato: devono
catalogare, classificare e studiare le diverse forme e le diverse decorazioni dello stile e con esse lavorare,
come se fossero un’autorità assoluta e inviolabile, senza ammettere la minima trasgressione. Poi, una
volta aver conosciuto e aver preso dimestichezza con queste forme, possono permettersi qualche
licenza, apportando cambiamenti o aggiunte alle forme che hanno assimilato, sempre entro certi limiti.
E così, col procedere del tempo e in virtù di un grande movimento su scala nazionale, potrebbe nascere
un nuovo stile.
L’architettura è l’arte fondamentale; la scultura e la pittura derivano da essa.
GLOSSARIO
Lampade – L’autore con questa parola intende definire i principi generali dell’architettura: quelle
leggi fondate sulla natura dell’uomo e non sul suo sapere; esse sono costanti, generali e inconfutabili e
non vengono invalidate dallo sviluppo del sapere dell’uomo.
Architettura – L’autore definisce l’architettura come l’arte che ammette come condizioni
del suo operare la necessità e gli usi comuni del costruire e imprime alle forme del costruito
determinati caratteri di venerabilità o bellezza, per il resto non necessari. Essa si interessa solo di
quelle caratteristiche di un edificio che sono al di là del suo uso comune.
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